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Vivere su linee di confine

www.ospiteingrato.unisi.it, 13 luglio 2026 Sergio Fontegher Bologna. Vivere su linee di confine

«Ho trasmesso informazioni e ho venduto idee». Così Sergio Fontegher Bologna riassume in Vivere su linee di confine (p. 149) le fasi della sua attività di intellettuale, la prima dedicata all’insegnamento universitario della storia del movimento operaio, la seconda alla consulenza professionale nell’ambito della logistica marittima e portuale. Una sintesi, questa, tanto ridotta all’osso quanto significativa e pregnante per l’accento posto sull’aspetto pragmatico e funzionale del “curriculum”, e che proprio per questo, togliendo subito di mezzo qualsiasi cliché prefabbricato, già definisce e stabilisce uno stile di pensiero, anzi una forma di pensiero inseparabile dal vissuto: il lettore che si addentrerà in questo libro, appassionante e fuori dagli schemi come il suo autore, non si aspetti di trovarvi l’esposizione di categorie o concetti passepartout, ma nemmeno un album di ricordi su carta color seppia, come qualcuno potrebbe pensare equivocando il sottotitolo. Anche qui infatti, nella densa pagina autobiografica come in altri libri dell’autore, è in azione un’intelligenza saggistica duttile, pionieristica e antiretorica – e perciò giovanile da sempre – che non indugia su temi astratti bensì si cimenta ogni volta con i problemi all’ordine dal giorno in chiave sociale, in primis quelli del lavoro, quindi dello sfruttamento. 
A questo nucleo ben fermo corrisponde il carattere mobile, naturalmente demistificante, spesso pungente e ironico, del pensiero critico; e così, se strada facendo e senza mai ostentarlo Sergio Bologna smonta mitologie di facile spaccio, decostruendo “narrazioni” rassicuranti (di qualunque segno siano) e rivelando l’anima farlocca dei luoghi comuni (la crosta calcificata della “doxa”), la lezione è poi tutta calata nelle cose, nel modo originale di mettere alla prova le istanze che hanno il proprio fondamento solo e soltanto nell’esperienza. La stagione dell’operaismo, che esula dalla cornice cronologica del libro, ne è la prova esemplare in quanto il «gesto del lavoro» (p. 180) resta la chiave di un «sapere» concreto, punto di emergenza e di sedimentazione rinnovatosi nell’accelerazione degli anni Sessanta; e s’intende, allora, che i «primi vent’anni» (dagli anni trenta ai cinquanta) sono decisivi appunto in questo senso: passaggio in cui, nella strada e nel quartiere come all’oratorio, nei boschi del Carso come a scuola o all’università, si gioca un imprinting in senso proprio, per essenza proiettato sul futuro (si veda il capitolo «Li chiamano Bildungsjahre»). Non a caso il libro ha in epigrafe una citazione da Conrad e precisamente da La linea d’ombra, dove il confine ha valore esistenziale ma la storia ha assai a che fare anche con navi,1 mari e porti, quasi un’insegna in filigrana per le avventure intellettuali dell’autore, con Trieste collocata all’inizio e alla fine. 
Navi e porti, partenze e ritorni, fini e inizi. Un filo insieme narrativo e metaforico compatta Vivere su linee di confine e gli conferisce una coerenza per così dire primaria, in sé significante. L’ultima immagine, quella su cui il libro si chiude – in apertura c’era la madre, sempre sullo sfondo di Trieste – ritrae l’Augustus, la nave che il padre Vittorio, ingegnere, considerava «una sua creatura» (p. 188). Bologna ne descrive la fine ultima in un porto indiano nel 2011 (cap. «Nell’inferno di Alang», pp. 188-189), e il pensiero lo riporta al momento del varo, nel 1950, nei cantieri triestini: nel controcanto tra lo slancio di quel momento, dell’intrepido e fiero solcare i flutti fermato nella foto, e la fase mesta e remota della demolizione della nave, si legge un passaggio d’epoca, anzi un allegorico trapasso di «civiltà» (p. 189), la chiusura di un ciclo di cui la mercificazione dei resti fa parte a pieno titolo (l’eccellenza italiana ridotta a sparsi feticci). A farsi sentire in questa conclusione – per restare in ambito navale – è forse lo spirito con cui Turner dipinse il viaggio finale del Temeraire, il vascello trionfante di Trafalgar: «The Fighting Temeraire tugged to her last berth to be broken up, 1838». Ma il nostro testo non è per nulla incline al lutto, «Nell’inferno di Allan» è solo uno dei Quattro poscritti che si collegano direttamente ai temi di Vivere su linee di confine: un’altra «linea», insomma, delle tante che attraversano il libro e ne fanno un organismo vivente; del resto, è un paradosso tipico e costitutivo di queste pagine il fatto che per quanto si presentino e articolino come passaggi di un’autobiografia, il baricentro non è veramente l’io, non solo perché anche l’io fa parte di un coro, di una testimonianza che reclama d’essere di ordine collettivo, parte attiva e vitale dei Bildungsjahre ma perché le ragioni di fondo allargano l’orizzonte molto oltre la sfera “egotica” e affondano nelle correnti profonde del mondo del capitalismo. 
È proprio in questa dimensione, a me pare, che Vivere su linee di confine libera la sua forza intrinseca e coinvolgente: la memoria – ingranaggio e non “oggetto” – agisce come rivissuta nel paradigma che la storia in atto propone nella prospettiva del continuo cambiamento, senza mai irrigidirsi in formule né obbedire a stereotipi, data l’indole indocile e ribelle dell’autore e in conformità al suo stesso insegnamento. È il caso, per fare un solo esempio, del mito “mitteleuropeo” di Trieste riciclato urbi et orbi dai media (di cui l’università ormai è parte non secondaria), occultando la storia della città operaia e proletaria e contraendone la complessità, depurandone contraddizioni e ferite: tutto quel che nel libro trova, invece, ascolto partecipe e mai una resa oleografica. La scrittura stessa non è affatto paludata o nostalgica ma dialogante, cordiale e ancorata ai fatti concreti, nello stile di chi sa veramente cosa voglia dire la parola “lavoro”, e perciò lontana mille miglia dalle «lagne introspettive» (p. 88) di chi non sa di cosa quella parola ci parli. Si veda come i ritratti familiari – la madre, il padre, lo «zio Giaci»… – sono incisi, decisivamente, nel nucleo dolente della parte del mondo che il mondo vorrebbe sia priva di storia, ma che non per questo non ha ancora tanto da dire a chi sappia ascoltarlo. Fosse sottratto a questo suo paradigma profondo, riaffiorante nella divisione in classi e nei confini territoriali e “politici” costruiti nel tempo – Trieste ne è un crocevia esemplare e plurale quant’altri mai – il motivo del “ritorno”, che appartiene alla genesi del libro, sarebbe statico e pertanto sterile, mentre immerso nei conflitti (la guerra è in tal senso un momento fondante) fa sì che il tempo ritrovato sia insieme rivisitazione e conoscenza; e tanto peggio per chi nel tornare cerca la conferma di uno status o il riparo dei muri che ai confini isolano e allontanano i propri simili. Molto c’è, qui, da imparare e giunge a tempo questo bellissimo libro a ricordarci il Brecht che diceva: «E adesso non svendetevi e insieme lottate / E imparate a imparare e non disimparatelo mai!».2 

Note
1 In Conrad il brano per intero è il seguente: «It was one of these moments, you know. The green sickness of late youth descended on me and carried me off. Carried me off that ship, I mean» (il corsivo mio evidenzia la parte omessa). 
2 I versi si leggono nella quarta della prima edizione del Kriegsfibel (1955), insieme alla foto di un’aula scolastica piena di studenti: «Vergeßt nicht: mancher euresgleichen stritt / Daß ihr hier sitzen könnt und nicht mehr sie. / Und nun vergabt euch nicht und kämpfet mit / Und lernt das Lernen und verlernt es nie!» («Non dimenticate: dei vostri pari hanno obiettato / che voi possiate sedere qui, e non più loro ormai. / E adesso non svendetevi e insieme lottate / E imparate a imparare e non disimparatelo mai!», trad. it. di S. Spampinato).

Luca Lenzini

Il Piccolo, 7 luglio 2026 Vivere su linee di confine, la Trieste di Sergio Bologna 

Lo storico, esponente operaista e consulente nella logistica, classe 19S7, pubblica un memoir sulla sua giovinezza in città tra Ss e militari angloamericani E qui parla anche dell’incontro con la Chiesa e dei legami con Toni Negri e il Pci. 

«A Trieste non hai vie di mezzo: o vedi il confine come un muro di protezione e ti crogioli nel paranoico provincialismo o lo vedi come un segnalibro di un unico grande volume della cultura universale». È un passaggio di Vivere su linee di confine. I miei primi vent’anni a Trieste (Agenzia X 2026, 209 pp. 17 euro), il memoir in cui Sergio Fontegher Bologna, classe 1937, racconta l’inizio delle sue tante vite: prima dello storico, dell’accademico, dell’operaista, del consulente ed esperto di portualità e logistica globale, ci furono il bambino e il ragazzo.
Il libro sarà presentato domani alle 18 al Caffè San Marco, l’autore dialogherà con Marta Verginella e Patrick Karlsen. 

Come mai ha scelto di scrivere questo volume? 
«Ci si potrebbe chiedere perché lo pubblico adesso, dopo averlo tenuto nel cassetto per più di vent’anni. Siccome adesso si parla molto di guerra, ho pensato che potrebbe servire a fare una riflessione il ricordare cos’è veramente l’orrore di una guerra, soprattutto per bambini e ragazzi, per la popolazione civile». 

La seconda guerra mondiale è uno snodo portante. 
«Perché è stata un trauma. La coscienza che uno ha di sé può nascere anche da un trauma, per me la guerra sicuramente lo è stato».

Lo stile adottato nella narrazione è avvincente. 
«Io non penso sia un’opera letteraria, è una testimonianza storica. Non ho mai voluto fare lo scrittore, sono uno storico, e nel libro se vogliamo ho cercato di spiegare anche perché ho scelto di studiare Storia. Volevo dare delle risposte alle domande che mi ero posto, appunto, quando presi coscienza in quella situazione pazzesca. Cosa significava che mio padre era fascista? Che mio zio era comunista? Non a caso poi ho studiato la storia della Germania nazista. Io le Ss le ho viste».

Il libro parla molto della sua famiglia, e lo fa attraverso la lente non scontata della classe. 
«La classe era una parte importante di quel mondo, e sicuramente dice delle mie scelte politiche successive, sul perché io abbia fatto parte dei movimenti più radicali, in un certo momento anche estremisti, molto legati alla lotta di fabbrica. Questo derivava dalla sensibilità quasi innata alle differenze di classe, che avevo visto tra la mia famiglia piccolo borghese, quella di un impiegato anche ben pagato dei Cantieri riuniti, e la casa dov’era cresciuta mia madre, che ancora negli anni Sessanta non aveva servizi interni, ma condivideva una turca sul pianerottolo con altre tre famiglie».

Il racconto che Trieste fa di sé stessa è incentrato sulla figura del borghese. In un passaggio del libro lei rileva come la visione del mondo dei proletari triestini, a suo modo cosmopolita e mitteleuropea, sia sfuggita alle lettere. 
«È vero. La letteratura triestina è quasi un genere letterario a parte, e ha trasmesso questa immagine della città multietnica, cosmopolita. Ma la città irredentista in realtà era intollerante. Multietnico era il rione di San Giacomo dove sono nato, lo erano i quartieri operai. In un certo senso il problema era rovesciato rispetto a come lo si presenta». 

Il periodo del Gma è al cuore del libro. 
«È stata una esperienza unica in Italia, eravamo amministrati dagli angloamericani e stavamo con la schiena poggiata, per così dire, alla cortina di ferro. Al confine come momento di congiunzione fra le civiltà latina, slava e germanica si aggiungeva un confine politico, che segnava la divisione del mondo in due parti». 

Nel libro si legge una valutazione articolata dell’esperienza del comunismo jugoslavo. 
«Bene o male i partigiani li ho visti arrivare a casa mia e non come amici, li ho visto venire a cercare mio padre. C’è però questa cosa che nel proletariato le ideologie valgono fino a un certo punto, e mia madre – che pure era nazionalista – ha avuto un rapporto di quasi familiarità con la minoranza slovena. La mia ipotesi è che sia stato questo a salvare la pelle a mio padre». 

All’oratorio incontra il mondo cattolico. 
«Nei confronti della Chiesa ho sempre mantenuto un grande rispetto, malgrado il mio marxismo. Anche oggi, visto quanto mi ha deluso la sinistra, tante volte vedo che la Chiesa fa cose più egregie. Contrariamente a molti compagni, che erano mangiapreti, io ho sempre avuto molto rispetto per gli uomini di Dio. Per figure come don Milani e don Gallo, insomma».

Anche la scuola è importante. 
«Volevo sottolineare la solidità culturale di Trieste: avevamo un’ottima scuola. I nostri professori al Petrarca erano gente di classe, mi hanno dato molto. Sono partito per Milano a vent’anni avendo già una base culturale solidissima, capacità e flessibilità di ragionamento. Tanto che quando poi mi hanno buttato fuori dall’università ho potuto cambiare mestiere e fare il consulente. Di questo devo essere grato a Trieste».

Non trova che le chiavi di lettura dell’operaismo sembrino fatte apposta per scavare l’intrico unico tra questioni di classe e questioni nazionali che è la storia di Trieste? 
«L’affinità c’è indubbiamente. Qui ci sono le radici del mio modo di pensare. L’operaismo non è stato tanto una ideologia quanto un sistema di pensiero, e per me ha contato come storico e non solo come militante. Anche perché ho militato in Potere operaio per un anno, anche lì sono stato un osservatore».

Come ricorda i rapporti con Mario Tronti e Toni Negri? 
«Rapporti diversi. Toni Negri mi ha portato nel suo istituto, ad un certo punto all’università era il mio capo. Con lui ebbi dissidi molto forti che mi misero in imbarazzo, tant’è che cercai in ogni modo di andarmene. Quando lui fu messo in galera le cose sono cambiate e ci siamo riavvicinati. Quando io fui espulso dall’insegnamento andai all’estero e vissi assieme agli esuli italiani, molti di loro erano stati miei studenti. Con Tronti la cosa era diversa perché lui ad un certo punto rientrò nel Pci, non seguì la nostra storia. Negli ultimi anni della sua vita, poi, c’era stato un forte riavvicinamento: deluso da quanto successo nel partito, era tornato ai compagni di una volta. L’ultima volta che vidi Negri quasi mi commosse l’affetto che aveva nei miei confronti, e con Mario la stessa cosa. Questo lato umano ha avuto un peso nel nostro fare politica. Nel Pci se il partito espelleva tuo fratello tu non ci parlavi più. Per noi invece, al di là delle divergenze, il lato umano ha contato sempre molto».

di Giovanni Tomasin

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