Lo spettro della droga
Tonyface.blogspot, 24 febbraio 2022Pablito el Drito - Lo spettro della droga
«Tutte le cose sono veleno, niente è senza veleno e solo la dose fa si che una cosa non sia veleno» Paracelso

«Ogni cultura o civiltà ha le sue droghe socialmente accettate: la nostra le definisce farmaci oppure le considera piaceri/vizi tutto sommato accettabili (alcol, caffé, tabacco) soprattutto perché sono compatibili con i ritmi della produzione e con la possibilità dello stato di tassarli.»

Pablito el Drito scrive un libro IMPORTANTE, ESSENZIALE, in cui ci apre le porte della percezione di ciò che è l'uso e la storia delle SOSTANZE.
In modo circostanziato, con cifre, riferimenti, date, dati. Senza giudizi personali, illazioni, direzioni ideologiche. Qui c'è la storia con tutti i suoi perché, le connessioni politiche e sociali, le contestualizzazioni temporali, le statistiche. Soprattutto le lucide considerazioni.

«La "droga" non è un fatto che riguarda solo chi le usa o i trafficanti. Il destino dei paesi avanzati è legato indissolubilmente a quello dei paesi produttori. In alcuni di questi le sostanze ufficialmente vietate sono ormai un mezzo di sussistenza fondamentale... la massa di danaro immessa nel circuito dai narcos ha contribuito in maniera decisiva all'uscita dalla spirale della crisi finanziaria (in Colombia nello specifico ma in tanti altri paesi).»

«Il traffico di droga potrebbe essere l'unica industria in espansione con poca o zero disoccupazione. I proventi vengono reinvestiti solo parzialmente in attività illecite. Il resto viene immesso nell'economia legale con il riciclaggio.»

Il libro mette in luce l'uso e abuso delle varie sostanze nel corso delle epoche più recenti, vedi gli stimolanti ampiamente usufruiti dalle truppe nelle due guerre mondiali ma non solo, e dalle popolazioni, dove anfetamine e tranquillanti, legalmente disponibili, erano di consumo comune), le guerre (quelle dell'oppio tra inglesi e cinesi, ad esempio), lo sfruttamento delle guerre stesse per traffici illeciti (Afghanistan, Kosovo etc), sia da parte delle parti belligeranti sul campo che dalle "forze di pace".
Il proibizionismo che consegna alle mafie il controllo dello spaccio (spesso in collusione con le autorità), la diffusione pianificata (suffragata da prove inconfutabili) per fiaccare i movimenti antagonisti e controculturali, di droghe che provocano dipendenza, l'assenza di politiche statali che le gestissero in maniera adeguata, delegandole a strutture private (vedi, in Italia, San Patrignano).
La 'ndrangheta che passa da mafia locale, rozza e arcaica, a leader dello spaccio con un "fatturato" di 44 miliardi l'anno, radicata ovunque.
Si parla anche delle droghe nello sport, del dark web, nuova svolta nello spaccio, del realismo cocainico e del manicomio chimico in cui ormai (spesso inconsapevolmente) viviamo («il vero manicomio oggi sono gli psicofarmaci»), fino alla dipendenza da internet e social («FOMO, Fear Of Missing Out, paura di restare fuori, di perdere qualcosa se resto lontano dallo schermo dieci minuti»).

«Senza uno smartphone collegato 24 ore su 24 alla rete molte persone non sanno più vivere, esattamente come un tossico senza la droga da cui dipende.»

«Da un chilo di coca pura, a 30.000 euro, si possono ricavare almeno quattro chili di sostanza, venduta al grammo 70/80 euro, moltiplicando l'investimento del grossista di dieci volte. Non c'è altra merce al mondo che garantisca margini di profitto così alti come la cocaina. E il consumo di sostanze non conosce crisi.»

«Essendo strumenti tecnologici le sostanze non conoscono qualità morali intrinseche. Possono essere usate in maniera positiva, per migliorare la qualità della vita e aumentare il nostro potenziale o in maniera negativa, rendendoci schiavi e riducendo il nostro potenziale. Il valore etico e pratico dell'utilizzo di qualsiasi sostanza dipende dal metodo di assunzione ma soprattutto dalla frequenza con cui si assumono. Bisogna capire se il rapporto tra noi e le sostanze porta benefici o se invece diventa solo un ennesimo fattore di alienazione e autodistruzione.»
di tonyface
Carmillaonline, 16 gennaio 2022 Droghe e capitalismo planetario
“Per liberarci dalle logiche dello sfruttamento, della diseguaglianza crescente e della guerra è necessario saper guardare oltre il presente e immaginare un futuro diverso, anche per quanto riguarda le sostanze”, sostiene in Lo spettro della droga. Storia, mercato e politica delle sostanze (Agenzia X, 260 pagine, 15 euro), Pablo Pistolesi, storico, dj, attivista, fondatore dell’etichetta Rexistenz che, con il nom de guerre Pablito el Drito, su questi temi – sempre con Agenzia X – ha pubblicato anche: Once were ravers. Cronache da un vortice esistenziale (2017); Rave in Italy. Gli anni novanta raccontati dai protagonisti (2018); Diversamente pusher. I battitori liberi dello spaccio si raccontano (2019).
L’autore, probabilmente per primo in Italia, già aveva affrontato l’argomento di quei rari spacciatori che percorrono una strada etica sia nella scelta delle sostanze da vendere sia nel muoversi autonomamente rispetto alle reti della criminalità organizzata. Questa volta scrive della droga sotto ogni profilo; questo termine è qui finalmente trattato come estremamente approssimativo, poiché annovera sostanze, naturali e sintetiche, estremamente differenti tra loro da ogni punto di vista.
Basato su fonti di vario tipo, tra cui quotidiani, letteratura alta e popolare, riviste mainstream e underground, interviste, memoir, reportage tv, saggi di storia, politica, antropologia e farmacologia, il libro di Pistolesi dimostra che il controllo delle sostanze è una faccenda politica, perché decide della fortuna o delle disgrazie di intere nazioni, gruppi etnici e sociali. Si parte dagli albori della civiltà per giungere sino ai nostri giorni. Prevale ovviamente il periodo che inizi grosso modo dal secondo dopoguerra, perché coincide con la nascita del consumo di massa. Ricorrono nell’opera, quale periodo cruciale, gli anni Ottanta del Novecento: in Italia è il periodo dell’eroina, “un mass market controllato direttamente dalle organizzazioni criminali, che ha cancellato una generazione intera”. Sono anche gli anni del virus HIV, che contribuisce a far rivivere un pregiudizio nei confronti dei drogati: malati di mente, untori, criminali.
Questa ricerca di Pistolesi condensa numerose questioni, evidenziando come il pianeta sia globalizzato e condizionato da una economia capitalistica selvaggia e pervasiva, in cui il colonialismo non è mai morto: i paesi dominanti sfruttano quelli dominati, e proprio in questi ultimi è disponibile la materia prima necessaria al commercio mondiale della droga, forse da sempre il più fruttifero. I singoli paesi si muovono tutti in modo molto simile, pur considerata qualche eccezione, in una situazione in cui apparentemente vi è contraddizione tra potere politico e potere economico nel rendere legali o illegali determinate sostanze. I vari governi negli ultimi decenni, in verità, esprimono il proprio potere anche con la modificazione dello stato psico-fisico provocato dal consumo. Mentre la droga è vietata, alcuni prodotti di uso quotidiano che sono permessi si rivelano talvolta più dannosi, fino a provocare la morte (i dati inerenti agli alcoolici, fra gli altri, sono impressionanti). Inoltre le politiche proibizionistiche, di fronte a una richiesta che non si ferma, arricchiscono il ceto dei narcotrafficanti che è innanzitutto interessato a diffondere le sostanze che inducono dipendenza.
L’autore, che ritiene la droga un vero e proprio strumento tecnologico, perché è comunque un mezzo utile a “potenziare ed espandere capacità umane”, afferma, relativamente all’assunzione per finalità ludiche, di cura alternativa, o di evasione, che le sostanze, naturali o artificiali, legali o illegali, è bene che comportino solo beneficio e non ulteriore alienazione, né autodistruzione. Ci ricorda inoltre che nell’illegalità il rischio è dato anche da una assenza di controllo su prodotti che sono diffusi dopo essere stati adulterati, sofisticati, alterati. Infine è interessante la considerazione per cui le conseguenze pericolose di un consumo non consapevole possono essere indotti dalla mancata distinzione tra droga “pesante” e “leggera” e dall’ignoranza del principio attivo di sostanze diverse talora per giunta mescolate in letali combinazioni.
Lo spettro della droga riporta ancora molto altro, è un’opera monumentale, che, pur in poco più di duecento pagine, affronta tutti gli argomenti fondamentali con un punto di vista nuovo, e con la professionalità del ricercatore storico che agisce con perizia e rigore scientifico. Il taglio divulgativo rende in ogni caso agevole la lettura e immediatamente chiaro ogni concetto.
di Rocco Marzulli
PuntoRogna S02e10, 15 dicembre 2021Intervista a Pablito el Drito
Oggi 15 dicembre l’appuntamento Quasista di Radio Rogna ha fatto il giro d’Italia! Siamo partiti da Cosenza con il nostro Dario Della Rossa di Radio Ciroma [105.7 FM] che ci ha raccontato delle questioni intorno alla (non) apertura dell’Ospedale di Cariati: 100.000 calabresi si trovano privati di questo servizio sanitario fondamentale, per la mancanza di volontà delle istituzioni che anzi rincarano con misure repressive fantascientifiche. Poi al MINUTO 31 un salto a Milano da Pablito el Drito, autore del libro Lo Spettro della droga: storia, mercato e politica delle sostanze edito da Agenzia X, una valanga di parole in merito alle merci che passano per i cervelli, i polmoni, i nasi, le vene e i portafogli di una grandissima parte della popolazione del pianeta. Seguici su www.radiorogna.it
Ascolta l’intervista
Dario Della Rossa di Radio Ciroma
Vice.com, 7 dicembre 2021 «Lo spettro della droga» racconta la storia e il mercato globale delle sostanze
Il proibizionismo e la guerra alla droga hanno fallito, ma è tutto il sistema che va ripensato. Ne abbiamo parlato con l’autore Pablito el Drito.

Lo spettro della droga, appena pubblicato dalla casa editrice milanese Agenzia X, è un libro che segue un percorso asistematico, con introduzioni multiple e citazioni che vanno da Mick Jagger a Kary Mullis, premio Nobel per la chimica e noto estimatore degli allucinogeni. È pieno di easter egg, di storie bizzarre e fatti poco conosciuti relativi alla storia delle droghe.
Ma prima di tutto è una riflessione non scontata sul rapporto tra le droghe e la politica, ieri e oggi. Non solo perché ha una chiara matrice antiproibizionista, ma perché nei capitoli che spaziano da brevi saggi storico-filosofici all’autofiction, la droga è pensata soprattutto come una merce. Una delle tante, ma mossa da un mercato di cui spesso non ci accorgiamo o sappiamo poco o nulla.
Ne ho parlato con l’autore, Pablito el Drito, attivista, storico delle controculture, dj e molto altro.

Perché Lo spettro della droga? E come è nata l’idea del libro?
Il titolo deriva da una citazione del filosofo e naturalista Terence McKenna che dice “uno spettro si aggira nella cultura planetaria: lo spettro della droga.” Quanto al contenuto, volevo raccontare come si è arrivati all’attuale mercato delle sostanze, tramite quali vicissitudini storiche. Ho cercato di evitare di affrontare il tema solo dal punto di vista di guerre, diplomazia, leggi, economia, per indagare anche come la società ha inquadrato il fenomeno delle sostanze.

Che tipo di fonti hai utilizzato?
Le fonti sono molto eterogenee: quotidiani, letteratura alta e popolare, riviste mainstream e underground, interviste, memoir, reportage TV, saggi di storia, politica, antropologia e farmacologia.

A chi vuoi arrivare con il tuo libro?
Sono stato un consumatore di sostanze e sono un antiproibizionista convinto, vorrei arrivare a tutti quelli che sono interessati all’argomento e non solo. Questa mia ricerca si pone come obiettivo non solo di soddisfare la curiosità di chi legge rispetto al mondo delle droghe, ma di cercare una via d’uscita dal proibizionismo, che – ormai è stato dimostrato – crea più problemi di quanti ne risolva. Per questo cerco di decostruire certi miti e stereotipi, fornendo dati e fatti storici sconosciuti ai più.

Per esempio? Per esempio pochi sanno che la Cina fino a cento anni fa era un narcostato, paese leader nella produzione di oppio in mano a centinaia di signori della guerra, un po’ come l’Afghanistan oggi. E quasi nessuno si ricorda dell’operazione Blue Moon [in Italia, dal 1969 al 1974 circa, i servizi segreti internazionali avrebbero introdotto l’eroina tra i giovani nel tentativo di sedare le rivolte di sinistra]. E nessuno o quasi sospetta che probabilmente non si trattava solo di eroina, ma anche di altre sostanze, come l’LSD.

Lo mostra bene la vicenda di Ronald Stark che racconti nel libro, che per certi aspetti è molto inquietante...
Ronald Stark era un uomo camaleontico, che nella sua vita ha usato decine di false identità. Dagli anni Sessanta lavorava con la CIA e i militari americani, ma aveva contatti e conoscenze nella controcultura e con i movimenti rivoluzionari di mezzo mondo. Fu arrestato a Bologna nel 1975 per possesso di sostanze stupefacenti: all’epoca era uno dei più grandi trafficanti mondiali di LSD. In carcere ebbe anche contatti con le Brigate Rosse. La sua è una vicenda molto torbida. Anche perché c’è un uno stereotipo che lega le droghe psichedeliche come l’LSD ai movimenti di sinistra, alla spiritualità, alla ribellione, agli ideali libertari. Invece ci sono indizi molto forti che il depotenziamento dei movimenti degli anni Settanta (lo scopo dell’operazione Blue Moon, di cui secondo il giudice Salvini Ronald Stark era il referente italiano) sia passato anche tramite la diffusione di queste sostanze.

Parlando di psichedelici: nel libro spieghi che la quota di chi li usa è davvero irrisoria, mentre la cocaina e gli oppiacei sembrano farla da padrone (erba esclusa, ovviamente)...
Già. Se vogliamo fare una riflessione politica sulle droghe ha poco senso parlare di questo tipo di sostanze, perché la quota di popolazione che ne fa uso è davvero marginale. Mentre, piaccia o non piaccia, dilagano cocaina, oppiacei e metanfetamine. In Italia soprattutto cocaina. In altri posti come gli USA o la Russia, gli oppiacei.

Per la tesi antiproibizionista, invece, qual è il punto di vista da cui parti?
Fino a un secolo fa le droghe erano tutte legali. Il narco-impero britannico commerciava sostanze in tutto il mondo, dal tè all’oppio. La nazione leader al mondo un secolo e mezzo fa inviò cannoniere a bombardare i porti cinesi perché l’imperatore non voleva che l’oppio fosse commercializzato nei confini del paese. Poi nel primo dopoguerra gli equilibri geopolitici sono cambiati, è iniziato il dominio USA e con esso il proibizionismo. Per un decennio negli Stati Uniti è stato vietato persino l’alcol, favorendo così la crescita fuori controllo della mafia di Al Capone e soci. Dopo la seconda guerra mondiale le leggi antidroga si sono diffuse in tutto l’Occidente. Le colonie dei paesi occidentali sono diventate nel frattempo ex colonie. Ma dove si producono oppio e foglie di coca continua, decenni dopo, a sopravvivere un regime di fatto in cui i contadini, poverissimi, lavorano per produrre materie prime per l’esportazione.

Nel libro spieghi bene che molte delle droghe consumate anche qui vengono prodotte in contesti orribili. Cose che già sappiamo, ma che spesso è necessario ribadire.
La globalizzazione crea una fortissima interdipendenza tra le nostre città e le cosiddette periferie dell’impero. Ci sono molte persone nel mondo – in Colombia, Afghanistan, Myanmar… – che vivono “grazie” al mercato delle droghe: sono schiavi contemporanei. Se uno vuole essere non dico anticapitalista, ma anche solo democratico, deve fare i conti con queste dinamiche che caratterizzano il capitalismo illegale post-coloniale.

Un discorso che vale purtroppo per molte merci anche legali, dal fast fashion all’estrazione mineraria. Solo che in relazione alle droghe si parla raramente in questi termini. Con un approccio diverso alle sostanze cosa cambierebbe, secondo te?
Be’, se gli stati – in primo luogo occidentali – si prendessero la responsabilità della trasparenza, gestendo alla luce del sole e in maniera strutturata quello che al momento è un traffico sotterraneo, si potrebbero intanto creare condizioni di lavoro più eque. Le élite militari che si finanziano grazie al traffico sarebbero limitate, così come le narcomafie. La politica dovrebbe fare i conti con la realtà: eradicare le droghe non è un obiettivo realizzabile, ma si possono limitare i danni, dalla produzione al consumo.

A proposito di politica e consumo, nel libro parli brevemente del Portogallo e dell’esperimento sulla depenalizzazione [a partire dal 2001 nel paese l’acquisto, il possesso e il consumo di sostanze ricreative per uso personale non sono puniti penalmente].
In Portogallo sono partiti da presupposti che inciderei sulla pietra. Il primo è che la distinzione non è tra droghe leggere e pesanti, ma tra un rapporto più o meno sano con le sostanze che viene valutato da una commissione di esperti; il secondo è che non è possibile risolvere il problema droga, ma al massimo ridurlo, e il terzo è che la dipendenza è molto soggettiva, varia da persona a persona. Sbattere in galera un consumatore non è la soluzione. Una cosa così in un singolo paese è relativamente facile da realizzare. Più complesso è farla finita con la guerra alla droga, che è una faccenda che riguarda il mondo intero. Una questione mondiale, come il riscaldamento globale o i flussi migratori. Va “smontato” un sistema di convenienze, connivenze e accordi ufficiali e ufficiosi che si è strutturato in un secolo.

In Italia, intanto, siamo sempre bloccati a una legge del 1990. Tu cosa proporresti di fare?
Per quanto riguarda la cannabis sono a favore dell’autoproduzione (a casa propria ognuno deve avere il diritto di coltivare un tot di piante) e della liberalizzazione del mercato. Sono a favore della somministrazione controllata e gratuita di eroina ai tossicodipendenti e della vendita in farmacia nel caso di sostanze ricreative dopo aver ottenuto una specie di “patentino”, come propone Carl Hart. Detto questo, non sono convinto che un cambio di paradigma, un’inversione a U di questo tipo possa ridurre immediatamente il consumo, anzi, all’inizio potrebbe anche esserci un lieve aumento. E non dico nemmeno che sia un cambiamento da affrontare tutto d’un colpo. Visto che il proibizionismo ha fallito su tutti i fronti, però, non resta che tentare questa strada. Nel giro di qualche anno i benefici, lo dicono gli studi e i dati, sarebbero notevoli: diminuirebbero i costi delle carceri, del controllo poliziesco e sanitari e potremmo investire i soldi risparmiati in welfare e formazione, per esempio.
di Antonella Di Biase

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