Original London Style
www.rollingstone.it, 12 giugno 2022 L’importanza di studiare l’hip hop
Negli atenei americani è oramai una consuetudine. Nas, ad esempio, finanzia delle borse di studio. In Italia gli ‘hip hop studies’ sono invece in mano a ricercatori indipendenti

Ricordo ancora la faccia un po’ perplessa del mio docente relatore quando, nell’ormai lontano 2006, mi presentai da lui per proporgli una tesi di laurea in Sociologia sulla segmentazione geografica e culturale della scena hip hop. Oggi che la docente sono io, la situazione è parecchio cambiata: non passa anno che almeno uno dei nostri studenti approdi da me con una tesi sul rap italiano, che puntualmente viene accettata dall’università senza battere ciglio. Merito dei tempi che cambiano? Sì, ma non solo. La vera differenza la fa la mole di libri, ricerche universitarie e paper (banalmente: la mole di bibliografia utilizzabile) che negli ultimi 15 anni sono stati prodotti sull’argomento. E non solo su questo: basta dare un’occhiata al portale Academia.edu per scoprire quante materie precedentemente snobbate dai ricercatori sono state oggetto di indagine, di recente. Il punk, ad esempio, è stato sviscerato in lungo e in largo: dalle etnografie sulle varie scene dei Paesi musulmani ai processi organizzativi del DIY, passando per il linguaggio e l’estetica delle fanzine portoghesi fino alla teorizzazione di una “pedagogia punk”.
Negli atenei americani, la tendenza a rileggere in chiave accademica fenomeni prettamente pop è molto radicata. E in particolare lo sono i cosiddetti hip hop studies, che spesso vengono portati avanti dai dipartimenti di studi afroamericani. La materia si presta molto bene: non si tratta di un semplice genere musicale, ma di una cultura con uno slang codificato, un sistema di valori e varie discipline artistiche coinvolte. Capita così che a Georgetown l’eminente sociologo Michael Eric Dyson porti avanti un programma didattico interamente basato sulla discografia di Jay-Z o di Kendrick Lamar, o che a Syracuse esista un corso intitolato letteralmente Hip Hop Eshu: Queen B@#$h 101, dedicato a sviscerare la relazione tra i testi della rapper Lil Kim e la figura del dio nigeriano Eshu.
Tra i più importanti centri di studio sull’hip hop c’è quello di Harvard, che preserva un enorme archivio di testi e documenti, ma soprattutto ha un angelo custode davvero eccellente: Nas, universalmente considerato uno dei rapper più colti e articolati di sempre. «La Nas Fellowship, come la chiamano tutti, nasce nel 2013: lui in prima persona si è impegnato a finanziare quattro borse di ricerca all’anno per dieci anni», racconta Giuseppe “u.net” Pipitone, italiano e primo europeo in assoluto a entrare nel programma.
Normalmente la borsa in questione sarebbe riservata a chi ha già conseguito un dottorato, ma nel caso di Pipitone hanno fatto un’eccezione in virtù delle sue molte pubblicazioni già all’attivo: il suo eccellente biglietto da visita sono saggi divulgativi e appassionanti come Bigger Than Hip Hop, Renegades of Funk e Louder Than a Bomb (pubblicati in Italia da Agenzia X dal 2006 in avanti e saccheggiati da tutti gli studenti in tesi, tra cui io). Nella vita fa tutt’altro lavoro, ma è da sempre un grande appassionato di cultura afroamericana. «Fin dagli anni ’90 mi sono innamorato dei Public Enemy: in particolare sono rimasto folgorato da Party for Your Right to Fight, in cui facevano il verso ai Beastie Boys», racconta. Iscritto alla facoltà di Lingue e Letterature Straniere, parte per gli Stati Uniti con l’intenzione di scrivere una storia orale delle Black Panther, ma «mentre ero lì mi sono reso conto che per raccontare la storia afroamericana recente e per spiegarla ai più giovani, la cosa migliore era farlo attraverso canzoni, libri, film e documentari legati all’hip hop». Da allora non si è più fermato e ha trascorso lunghi periodi all’estero raccogliendo le testimonianze di buona parte dei suoi protagonisti. «Essendo italiano e bianco, non me la sentivo di raccontare le loro storie attraverso la mia mediazione culturale: ho preferito che lo facessero loro, con la loro viva voce».
Quando decide di fare domanda per la Nas Fellowship, incoraggiato dalla direttrice del programma, lo fa «senza crederci fino in fondo, un po’ per la questione del dottorato, e un po’ perché fino a quel momento a ottenere la borsa di ricerca erano stati solo americani». Ma alla fine i meriti prevalgono, così per un anno si trasferisce a Boston, finanziato per approfondire la sua più grande passione. «Per la prima volta mi pagavano per studiare e scrivere. Un’esperienza incredibile, che oltre a darmi accesso all’immenso archivio di Harvard mi ha permesso di entrare a contatto con accademici di fama mondiale e artisti altrimenti inaccessibili come Terrace Martin o Rhapsody».
La sua ricerca si concentra sulla nascita e lo sviluppo della cultura hip hop in Inghilterra, che è raccontata anche nel suo ultimo libro, Original London Style, appena uscito in italiano sempre per Agenzia X. «Nel 2009 ero a Londra per assistere a una battle tra beatmaker e mi è capitato per caso di conoscere alcuni dei nomi più importanti della old school inglese», racconta. «Mi sono reso conto che non sapevo nulla di qual era stato l’impatto dell’hip hop in Inghilterra, così ho cominciato a indagare». Riportando nella giusta prospettiva alcune pietre miliare trascurate da altri studiosi, come il video di Buffalo Gals di Malcolm McLaren, che da ambasciatore del punk in America divenne anche ambasciatore del Boogie Down Bronx in Europa.
Giuseppe Pipitone non esclude di occuparsi anche dell’hip hop italiano, prima o poi: «Ma mi interessa soprattutto il periodo in cui ancora non c’era niente, quello di cui si parla meno. Vorrei chiudere dove la scena hip hop ha iniziato: mi piacerebbe che le ultime righe del libro parlassero di Militant A che canta “Batti il tuo tempo per fottere il potere”», dice, citando un celebre verso di Batti il tuo tempo di Onda Rossa Posse, che nel 1990 fu la prima canzone rap italiana pubblicata su disco. In attesa che anche alle nostre latitudini sorga qualche dipartimento di hip hop studies (o di punk studies, perché no), le speranze risiedono soprattutto in quelli stranieri, che si fanno sempre più competitivi e inclusivi: nel marzo 2022, ad esempio, la UCLA di Los Angeles ha inaugurato la sua Hip Hop Initiative, che ambisce a diventare il centro di ricerca più importante al mondo sull’argomento, con un fitto programma di «residenze artistiche, collane di libri, lezioni e seminari, un progetto di storiografia orale, un archivio digitale e numerose borse di ricerca», recita il comunicato stampa. La prima residenza artistica è stata affidata niente meno che a Chuck D dei Public Enemy. La ricerca continua, per la gioia degli studenti di domani.
di Marta Blumi Tripodi
Alias (il manifesto), 11 giugno 2022 Hip hop, l’anima British
Quando il 6 dicembre 1982 il video di Buffalo Gals di Malcolm McLaren & The World’s Supreme Team fu trasmesso durante la trasmissione Top of the Pops, all’epoca il programma musicale più popolare in tv, la cultura popolare inglese non sarebbe più stata la stessa. Di colpo i codici indecifrabili che raccontavano la nuova ondata creativa che arrivava dal South Bronx sembrarono rivelarsi ai più. L’impatto fu devastante, come quello di benzina gettata sul fuoco, un fuoco che accese l’immaginario giovanile. Da lì a breve nacque un movimento dirompente che aveva il suo fulcro nevralgico a Covent Garden, nel cuore del West End.
La cultura hip hop si inserì nella realtà inglese in un momento in cui la colonna sonora della nazione stava attraversando una fase di incredibile energia creativa, in uno stato di evoluzione continua: il punk, la new wave e il synth pop, ma anche reggae, funk, r’n’b e rare groove. Inoltre, sintetizzatori, campionatori, sequencer e drum machine erano più economici e accessibili, permettendo così di sperimentare nuovi approcci, alla ricerca di un sound sempre innovativo. Nel giro di dieci anni, sarebbero nate le controculture musicali che avrebbero plasmato gli anni Novanta: house, jungle, d’n’b, UK garage, e dubstep.
Il video di Buffalo Gals fu il primo prodotto mediatico hip hop mai pubblicato a rappresentare insieme le forme espressive dell’hip hop, il primo su entrambe le sponde dell’Atlantico. I frammenti visivi che McLaren incluse in poco più di tre minuti e la narrazione scelta generarono uno shock sufficiente a catalizzare un movimento giovanile nel Regno Unito. Il video aprì uno squarcio sulla realtà delle metropoli statunitensi, inoltre il montaggio con tagli rapidi, le veloci contorsioni corporee, i colori delle bombolette che invadevano lo spazio e il cromo scintillante della tecnologia, non fecero altro che aumentarne il fascino. In quel video c’era tutto: rap e scratching, graffiti colorati e, naturalmente, il più sorprendente degli stili di danza, il Bboying. Ovviamente, Londra non si trasformò all’improvviso nel South Bronx! Fu un’introduzione improvvisa, inaspettata che offrì possibilità per tutti, a prescindere dalle singole inclinazioni artistiche.

Le basi
Come quella americana, la scena londinese si sviluppò soprattutto attraverso lo scambio di musicassette con le registrazioni delle performance dei migliori mc statunitensi. Coloro che avevano amici o familiari a New York o avevano la fortuna di andarci, diventarono una sorta di gatekeeper, i predicatori di quel nuovo verbo. Insieme alle cassette, anche le radio pirata ebbero un ruolo fondamentale nella diffusione dell’hip hop e infatti nell’ambiente controculturale rappresentavano i social network dell’epoca, molto prima di Facebook e Instagram. Negli anni Ottanta e primi anni Novanta, le stazioni illegali dominavano le onde radio inglesi fornendo uno sbocco vitale a quelle espressioni di strada che non erano rappresentate dalla cultura mainstream. Il 1983 segnò un momento di svolta. Oltre all’uscita di Wild Style, docu-film che fornì una sorta di istantanea del South Bronx, Bertram Johnson, conosciuto come Dj Newtrament, pubblicò insieme agli Mc Sir Drew e Monoman quello che è considerato il primo singolo rap inglese, London Bridge Is Falling Down. Nonostante fosse una canzone che parlava della realtà inglese, con i suoi riferimenti ai boys in blue e con quelli espliciti contro la politica della Thatcher, il parlato aveva uno spiccato accento americano.
Questo elemento sarà una caratteristica comune di tutti i singoli rap pubblicati nella prima metà degli anni Ottanta. Dj Newtrament fu anche il fondatore del primo sound system hip hop di Londra, Rock Box. Le feste che organizzava si tramutarono in uno strumento di diffusione dell’hip hop a un pubblico sempre più vasto. All’epoca, quella scena germinale consisteva di piccole crew, per lo più all’oscuro di ciò che stava accadendo nelle altre aree della città, per questo quelle prime feste con sound system rappresentavano preziosissimi momenti di aggregazione e condivisione delle esperienze.
A metà degli anni Ottanta, l’hip hop londinese si esprimeva soprattutto attraverso le performance di breaking e body popping a Covent Garden, le battle tra Mc a Spats, le jam all’Africa Centre e i warehouse party che si susseguivano settimana dopo settimana. Sempre accompagnati da mixer e casse più potenti possibile, i raduni live erano il fattore determinante, ma se la cultura dei sound system non avesse già seminato le strade delle periferie per così tanti anni, l’hip hop inglese sarebbe stato un’altra cosa.

Uno stile unico
La cultura dei sound system, infatti, fortemente radicata nelle comunità etniche inglesi, plasmò profondamente il rap Uk sin dalle origini. Non a caso, Londra è la metropoli che più di ogni altra è in grado di far dialogare le diverse forme di espressione che nascono nelle periferie, per questo motivo l’hip hop sul suolo inglese seppe miscelare le influenze caraibiche, afroamericane e africane in uno stile unico e originale mettendo l’esperienza britannica nera al centro della diaspora atlantica, contribuendo così alla definizione di una cultura Black British.
Come sostiene il rapper Mc Mello: «Quando la cultura hip hop approdò in Inghilterra, grazie al reggae conoscevamo già i suoi elementi fondamentali. Per tutti coloro che seguivano la scena dei sound system fu molto semplice capire l’hip hop e affinare le nostre capacità, il look e l’attitudine in uno stile più British. Avevano in comune l’origine, la cultura e di base c’era la stessa energia». In questo senso, il sociologo britannico Les Back sottolineò come i londinesi neri «cercarono di adattare il rap all’estetica locale del sud di Londra. Il linguaggio e lo stile vennero intrecciati a simboli e riferimenti culturali dei caraibi e del Bronx, ripensati in un modo unico».
Il fascino del rap risiede nella sua capacità di mischiare più generi musicali, anche quelli più vecchi e famosi per creare qualcosa di nuovo. Nella scena inglese diversi furono i tentativi di plasmare generi e sottogeneri musicali nati all’interno della diaspora africana per adattarli alla realtà britannica in modo originale e innovativo. Così accadde anche per la cultura hip hop. I generi musicali nati nelle ex colonie caraibiche o sul suolo statunitense furono interpretati e rielaborati in forme anche radicalmente diverse.
I London Posse sono uno degli esempi più espliciti di questa unicità, poiché furono i primi a suonare in stile inglese. Con la pubblicazione di Money Mad e successivamente dell’album Gangster Chronicles fu come se avessero premuto il pulsante reset, cancellando la prima fase della scena e aprendo le porte a una nuova stagione del rap. Rodney P insieme a Bionic, i due Mc dei London Posse, cambiarono il volto e la storia dell’hip hop inglese, introducendo uno slang e un sound decisamente locali. È sufficiente mettere sul piatto del giradischi un loro disco per comprendere tutta l’eredità della scena dei sound system reggae; i London Posse rivoluzionarono i canoni espressivi classici dell’hip hop Usa per creare uno stile originale, espressione specifica della realtà inglese, ponendo l’esperienza britannica nera al centro della diaspora atlantica mettendola in dialogo le comunità con quella degli Stati Uniti e dei Caraibi, in modo tale che non privilegiasse una singola voce ma si presentasse come sfaccettata e innovativa. Dopo Gangster Chronicles la scena hip hop inglese non fu più la stessa!
u.net
Rumore, giugno 2022Original London Style
Voto: 80/100
U.net, lo storico più rilevante dell’hip hop americano che abbiamo in Italia, questa volta dedica una delle sue “storie orali” (così come le definisce) al rap inglese o meglio, come recita il sottotitolo, a hip hop, sound system & black british culture. Prima dell’avvento del grime, il rap prodotto a Londra e dintorni è stato troppo spesso snobbato all’estero nonostante una scena viva e piena di contaminazioni caratteristiche. U.net, già autore di un documetario sul tema (Unstoppable. The Roots of Hip Hop in London), si concentra sulla capitale inglese e interpella i protagonisti – rapper, MC, writer, b-boy, e dj – così come gli esperti locali (uno su tutti Simon Reynolds). Nei primi anni 80, molti giovani inglesi iniziano a prendere familiarità con il rap e le altre discipline dell’hip hop quando Top of the Pops trasmette l’istruttivo videoclip , brano old school di Malcolm McLaren. Completano l’opera lo scambio di musicassette, magari registrate da qualche radio pirata (rinate in quegli anni dopo la repressione del 1967), la visione di film storici in VHS come Wild Style, i primi luoghi di ritrovo all’aperto dove condividere queste passioni e le prime serate nei club. A rendere originale il rap inglese, oltre all’accento caratteristico che prende piede dopo un primo periodo di scimmiottamento degli americani, ha contribuito l’incrocio con la radicata cultura del sound system importata dalla Giamaica (tra l’altro stesso paese di origine di una dei padri dell’hip hop americano, Kooò Herc). U.net ricompone la successione degli eventi connettendo le varie testimonianze con delle parti pregne di informazioni, citando anche le parole di alcuni personaggi chiave che non ha intervistato direttamente, come Don Lets. Il risultato è un saggio puntuale e unico in un mercato in cui, ivece, l’offerta di libri sull’hip hop americano è sempre più ampia.
Luca Gricinella

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