il manifesto, 24 giugno 2026Paesaggi berlinesi, tra lotte occupazioni e immaginari incendiari
L’angelo della storia, nella celebre immagine di Walter Benjamin, ha lo sguardo rivolto al passato: «vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto». E il passato ha un certo diritto sulla generazione presente: il diritto di essere redento, riscattato, vendicato. Lo spazio del passato – di un passato per molti versi sepolto, eppure ancora irradiante un’aura mitica – è l’oggetto di ricerca di Geniali dilettanti. Occupazioni e musica a Berlino, di Matteo «Babe» Ferrari (Agenzia X, pp. 256, euro 17).
Il paesaggio berlinese è colto allo zenit del proprio splendore decadente, negli anni ’80, quando la città assomigliava ad una sorta di allucinazione lisergica disseminata di occupazioni, concerti punk, new wave, industrial e di altra musica insopportabile alle orecchie educate al rock e al pop novecenteschi. Berlino Ovest, in quanto enclave capitalista nel blocco socialista, era un’eccezione nel panorama occidentale: «La crisi degli anni settanta – scrive l’autore – produsse la diffusione della dottrina neoliberale (…) come superamento del sistema keynesiamo. Sembrava che accadesse ovunque, eccetto che a Berlino». Poi questo universo insolito si incrina, e mette un piede già nel nostro mondo: il crollo del muro e della DDR, gli uffici amministrativi sgomberati e presto occupati dalle feste della cultura technorave, edonistica e febbrile, propria di un esodo di massa. In questo senso la città ebbe a condensare l’immagine di un occidente in trasformazione. Geniali dilettanti non si limita a ripercorrere l’evoluzione musicale e stilistica di quei generi musicali dell’underground, soffermandosi tanto sui percorsi genealogici che le precedono quanto sugli esiti che seguiranno negli anni del trionfo neoliberale (sussunzione e messa a valore, nel più dei casi), ma ne osserva le relazioni e le retroazioni con gli spazi urbani e i movimenti sociali coevi. Un capitolo dedicato alle due ondate di occupazioni (1979-1984 e 1989-91) intreccia, con una certa consapevolezza storiografica che ogni geografo sa di non poter eludere, l’osservazione della forma urbana di alcuni quartieri berlinesi celebri – quasi mitologici, Kreutzberg in primo luogo – alla loro storia di teatri urbani delle lotte dei movimenti nel pieno delle trasformazioni del decennio.
La composizione varia, talora perfino eclettica, delle organizzazioni politiche fece sì che gli spazi occupati diventassero luoghi di elaborazione della cultura underground (entro un orizzonte teorico e simbolico profondamente diverso rispetto alla controcultura del decennio precedente) in grado di riflettere più ampie trasformazioni nella società e nella politica. In un’epoca postmoderna in cui è forte la tendenza all’estetizzazione, alla stilizzazione superficiale e vezzosa, l’autore è consapevole che per comprendere occorre ricostruire i contesti, tracciare le interrelazioni e insomma storicizzare. Il libro è attraversato da un ricco apparato iconografico – fotografie della Berlino andata, mappe tematiche dei quartieri oggetto di studio – e da una serie di interviste ai protagonisti di quegli anni, che restituiscono al lettore la materialità quotidiana di quell’esperienza urbana e politica. Le immagini e le testimonianze contribuiscono così a costruire una topografia affettiva della città. Ma la Berlino degli anni ’80 non è l’unico passato che cerca risposte nel nostro presente agitato da molti incubi. Geniali dilettanti è il risultato anche di un’altra forma di sopravvivenza: quella di una voce, di una pratica intellettuale e politica, di una forma di vita. Frutto della curatela cooperativa di un piccolo collettivo (Federico Caprari, Damiano Cason, Stefania Chiarella, Mattia Cipolli, Matteo Cortesi, Roberta Cristofori e Antonio Del Vecchio, Eugenio Perrucci) il volume è anche – grazie ai molti paratesti – la restituzione pubblica della voce di un autore irregolare, che nella brevità della sua esistenza ha attraversato molte vite: ingegnere, conduttore radiofonico di radio città Fujiko, militante nel collettivo bolognese Bartleby durante gli anni dell’Onda, autentico sperimentatore e ricercatore del suono (nell’introduzione si racconta la sua proverbiale abitudine di girare con un registratore per catturare i suoni della realtà). Compagno di strada di molti, dotato di una rara gentilezza, Babe era in grado di interessarsi sinceramente di mille cose e di mille vite. Allargare la vita, diceva Deleuze: forse questo libro prova a farlo.
Il paesaggio berlinese è colto allo zenit del proprio splendore decadente, negli anni ’80, quando la città assomigliava ad una sorta di allucinazione lisergica disseminata di occupazioni, concerti punk, new wave, industrial e di altra musica insopportabile alle orecchie educate al rock e al pop novecenteschi. Berlino Ovest, in quanto enclave capitalista nel blocco socialista, era un’eccezione nel panorama occidentale: «La crisi degli anni settanta – scrive l’autore – produsse la diffusione della dottrina neoliberale (…) come superamento del sistema keynesiamo. Sembrava che accadesse ovunque, eccetto che a Berlino». Poi questo universo insolito si incrina, e mette un piede già nel nostro mondo: il crollo del muro e della DDR, gli uffici amministrativi sgomberati e presto occupati dalle feste della cultura technorave, edonistica e febbrile, propria di un esodo di massa. In questo senso la città ebbe a condensare l’immagine di un occidente in trasformazione. Geniali dilettanti non si limita a ripercorrere l’evoluzione musicale e stilistica di quei generi musicali dell’underground, soffermandosi tanto sui percorsi genealogici che le precedono quanto sugli esiti che seguiranno negli anni del trionfo neoliberale (sussunzione e messa a valore, nel più dei casi), ma ne osserva le relazioni e le retroazioni con gli spazi urbani e i movimenti sociali coevi. Un capitolo dedicato alle due ondate di occupazioni (1979-1984 e 1989-91) intreccia, con una certa consapevolezza storiografica che ogni geografo sa di non poter eludere, l’osservazione della forma urbana di alcuni quartieri berlinesi celebri – quasi mitologici, Kreutzberg in primo luogo – alla loro storia di teatri urbani delle lotte dei movimenti nel pieno delle trasformazioni del decennio.
La composizione varia, talora perfino eclettica, delle organizzazioni politiche fece sì che gli spazi occupati diventassero luoghi di elaborazione della cultura underground (entro un orizzonte teorico e simbolico profondamente diverso rispetto alla controcultura del decennio precedente) in grado di riflettere più ampie trasformazioni nella società e nella politica. In un’epoca postmoderna in cui è forte la tendenza all’estetizzazione, alla stilizzazione superficiale e vezzosa, l’autore è consapevole che per comprendere occorre ricostruire i contesti, tracciare le interrelazioni e insomma storicizzare. Il libro è attraversato da un ricco apparato iconografico – fotografie della Berlino andata, mappe tematiche dei quartieri oggetto di studio – e da una serie di interviste ai protagonisti di quegli anni, che restituiscono al lettore la materialità quotidiana di quell’esperienza urbana e politica. Le immagini e le testimonianze contribuiscono così a costruire una topografia affettiva della città. Ma la Berlino degli anni ’80 non è l’unico passato che cerca risposte nel nostro presente agitato da molti incubi. Geniali dilettanti è il risultato anche di un’altra forma di sopravvivenza: quella di una voce, di una pratica intellettuale e politica, di una forma di vita. Frutto della curatela cooperativa di un piccolo collettivo (Federico Caprari, Damiano Cason, Stefania Chiarella, Mattia Cipolli, Matteo Cortesi, Roberta Cristofori e Antonio Del Vecchio, Eugenio Perrucci) il volume è anche – grazie ai molti paratesti – la restituzione pubblica della voce di un autore irregolare, che nella brevità della sua esistenza ha attraversato molte vite: ingegnere, conduttore radiofonico di radio città Fujiko, militante nel collettivo bolognese Bartleby durante gli anni dell’Onda, autentico sperimentatore e ricercatore del suono (nell’introduzione si racconta la sua proverbiale abitudine di girare con un registratore per catturare i suoni della realtà). Compagno di strada di molti, dotato di una rara gentilezza, Babe era in grado di interessarsi sinceramente di mille cose e di mille vite. Allargare la vita, diceva Deleuze: forse questo libro prova a farlo.
Giacomo Tinelli