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Ballare nella catastrofe

Il Giorno , 27 gennaio 2026 Dj Henry, una vita dietro i giradischi: «La Milano delle feste è ancora vivace, ma non c’è ricambio generazionale» 

Enrico Lazzeri, storico animatore delle notti underground, racconta in un libro esperienze in consolle e amore per la musica. Una sezione è dedicata alle sue poesie: “Ispirato da Dylan Thomas e dal blues pre-elettrificazione, iniziai con i reading fra anni ‘80 e ‘90”. E sul giro di vite dopo Crans-Montana esprime una preoccupazione: “Speriamo non venga utilizzato in modo strumentale”.

Milano, 27 gennaio 2026 – Se negli ultimi 30 anni avete girato un po’ la Milano delle “feste”, più inclusiva e meno fighetta della Milano del clubbing, difficilmente il nome di Dj Henry vi è nuovo. Selezionatore di 45 giri sempre in viaggio fra i generi, un passato da giornalista e talent scout, soprattutto profondo conoscitore della musica e suo divulgatore entusiasta, Enrico Lazzeri - questo il nome sulla carta d’identità (il soprannome che si è scelto viene da Henry Rollins, storico cantante di Black Flag e Rollins Band) - ha racchiuso in un libro uscito per i tipi di Agenzia X la sua esperienza dietro i giradischi. Non solo. In “Ballare nella catastrofe” ci apre la porta sulla sua formazione da innamorato della musica e delle culture underground e ci svela la sua attività di poeta degli interstizi e delle piccole (grandi) cose di gusto irriverente. 

Perché un libro e perché proprio a questo punto della tua carriera?
Il volume nasce, in realtà, come repertorio orale di poesie, costruito nel corso di numerosi reading organizzati fra gli anni ‘80 e ‘90. Successivamente, dato lo sfarinamento del collettivo con cui lavoravo per questi eventi e l’affermarsi della musica come mia professione a ritmi serratissimi, l’ispirazione poetica è andata calando. Nel 2025 ho pensato di dare una veste definitiva agli sforzi profusi in quegli anni. Marco Philopat (fondatore di Agenzia X e nome storico del punk milanese, ndr) mi ha suggerito di aggiungere ai testi poetici una sezione riguardo la mia attività di dj e la mia gioventù, anche per far capire come si fosse arrivati a elaborare questo mio stile poetico. Fondamentale, nel volume, è anche la biografia che permette di comprendere l’ambiente culturale in cui mi sono mosso in anni per me formativi. 

Perché hai scelto di fare il dj e non il musicista o altre professioni più “sicure” e remunerative in questo campo? 
Quando ero ragazzo mi divertivo moltissimo a compilare cassette che, in nuce, erano già ipotetiche scalette di un dj. Ho sempre sentito naturale questa attitudine ad assemblare pezzi che potessero essere coerenti fra loro. Così come mi è sempre parsa una forzatura, per quanto mi riguarda, la scelta di impugnare uno strumento musicale, che deve quasi diventare un arto o comunque un suo prolungamento. Poi ho iniziato a fare radio, in primis nell’allora Radio Lombardia che aveva la sede sotto il cinema Splendor in viale Gran Sasso, sviluppando ulteriormente la mia attitudine a creare cut-up musicali (taglia e cuci di pezzi che, assemblati insieme, si presentano come una nuova composizione, ndr). 

Quale locale e quale situazione ricordi con maggior piacere nella tua esperienza di dj? 
I locali in cui mi sono sentito a casa sono parecchi. Di sicuro il Container in zona via Feltre, primo banco di prova davanti a un pubblico competente e folto. Poi il Bloom di Mezzago, pionieristico spazio di connessione con il territorio e realtà solidali di accoglienza e socialità. Infine il Bitte e il Biko, ritrovi che hanno ospitato Shanty Town, la serata da me organizzata a base di musica black (giamaicana e soul, ndr), consolidata a tal punto da uscire da Milano. 

Dal tuo osservatorio com'è cambiata la Milano delle "feste", come le chiami tu nel libro, da quando hai iniziato? 
Allora il mondo del divertimento giovanile era più legato alle sottoculture. Era sicuramente più definito, ma spesso ci si trovava di fronte a scene rigidamente compartimentate. Impensabile che ci fossero ‘scambi’ fra i vari culti giovanili o che persone ‘regolari’ potessero sentirsi incuriositi da certi eventi. Oggi non c’è più quel purismo, anche ingenuamente adolescenziale, e la coperta è diventata corta sul fronte del ricambio generazionale, con un aumento dell’età media fra chi partecipa a serate come quelle in cui mi trovo a mettere i dischi. 

Per quale motivo? 
In parte per il boom, qualche anno fa, dell’elettronica. E poi per l’affermarsi della trap, che ha portato i giovani a godere della musica in solitaria o in contesti di micro gang di quartiere, piuttosto che in club o locali. 

Puoi darmi un giudizio sul giro di vite seguito alla tragedia di Crans Montana, visto anche che la tua attività potrebbe subire contraccolpi? 
Sono un pochino preoccupato, anche perché in Italia esiste già un sistema di controlli e normative assolutamente e legittimamente rigido. Spero che questo rinnovato rigore rappresenti un incentivo per i locali pubblici a migliorare cura e condotta ma non si palesi come un impulso repressivo. In altri termini, non vorrei che fosse utilizzato strumentalmente dall’apparato politico. La musica è un modo di pensare libero e, nel corso dei decenni, si è visto come alle istituzioni e al potere convenga in qualche modo soffocarne l’energia. 

Nel libro sono presenti numerose tue poesie, una “parte nascosta” della tua indole a chi ti segue come dj. Come spieghi la contraddizione fra i temi e il linguaggio crudo delle tue liriche e la tua personalità che appare, invece, mite e gioviale? 
Nelle mie poesie riconosco un’ispirazione visionaria e onirica, da attribuire all’influenza di Dylan Thomas e della linea gallese. E poi questo aspetto crudo e irriverente che mi viene non da letture della beat generation, come pensano in molti, ma dalla mia passione per il blues pre-elettrificazione e il suo modo di scrivere del tutto afroamericano, improntato anche dall’utilizzo del “double talking”, ovvero le acrobazie verbali utilizzate per dire una cosa affermandone un’altra. 

Domanda conclusiva d’obbligo (e risposta senza pensarci troppo): i tuoi tre lp preferiti e i tuoi tre pezzi preferiti da mettere in un dj-set. 
Per gli lp cito Younger than yesterday dei Byrds, Setting sons dei Jam e Revolver dei Beatles. I brani che inserisco più volentieri in un dj set, dovendo limitare la mia scelta a tre, sono Jeanette di Wade Flemons, Somebody’s always trying di Ted Taylor e Seven days too long di Chuck Wood. 

Il libro e le presentazioni Ballare nella catastrofe uscirà per i tipi di Agenzia X nelle librerie venerdì 13 febbraio. Sono stati organizzati alcuni incontri per la sua presentazione, queste le prime date: giovedì 5 febbraio nella trasmissione Linea Rock Radio Lombardia (conduttore Mox Cristadoro) dalle 20 alle 22; mercoledì 11 febbraio al The Rabbit di Milano, ore 19 (moderatore Massimo Pirotta - letture Stefano Tessadri - chitarra acustica Vittorio Tessadri); sabato 21 febbraio a Backdoor dischi di Torino, ore 12, moderatore Maurizio Blatto (Rumore); domenica 22 febbraio al Bloom di Mezzago ore 18 (moderatore Massimo Pirotta - letture Stefano Tessadri - chitarra acustica Vittorio Tessadri), martedì 24 febbraio al Maga Furla di Milano, ore 19 (moderatore Marco Philopat Agenzia X - letture Stefano Tessadri - chitarra acustica Vittorio Tessadri), mercoledì 4 marzo alla Feltrinelli di corso Genova a Milano, ore 18.30.

Enrico Camanzi

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