statuto

I giorni della rivolta

il manifesto, 21 febbraio 2019
+ La memoria di Piazza Statuto, mitopoiesi di una ribellione necessaria

Nell’attuale passaggio storico caratterizzato da un’ondata di reazione e da un’impasse immaginativa, riflettere sulla rivolta del 1962 di piazza Statuto a Torino può insegnarci a leggere il presente, a capire come nascono i movimenti e, in qualche maniera, a “provocarli”? “Sì. L’analisi della trasformazione della composizione sociale e una tessitura politica delle relazioni tra soggettività apparentemente distanti sono elementi che possono aiutarci a far emergere una nuova vitalità dei movimenti di base”, risponde Claudio Bolognini, autore di I giorni della rivolta. Quelli di piazza Statuto (Agenzia X, pp. 203, euro 14).
Si tratta di un romanzo che sembra perfetto per diventare la sceneggiatura di un film, ma nello stesso tempo fa riflettere su come nascono i movimenti, sui loro periodi carsici e di formazione, che a volte sfociano in eventi incendiari di rivolta, in rivoluzioni o in strutturate rivendicazioni.
I tredici protagonisti raccontano le tre giornate di rivolta, ognuno dalla propria esperienza e dal proprio punto di vista, ma in qualche passaggio incrociano la medesima scena vista da diversa angolazione e con diversa interpretazione: come in un montaggio cinematografico. I personaggi che agiscono nella città fordista sono giovani operai e operaie che arrivano dal profondo sud, dal profondo nord e dalle campagne piemontesi, ma anche una studentessa di medicina, un ragazzo calabrese uscito dal riformatorio che ci fa ripensare a Franti, il ribelle di Cuore, un poliziotto del reparto celere, un commerciante… e un vecchio medico comunista che tesse le relazioni tra memoria, scontri di piazza e nuovi compagni. C’è tanta memoria in questo romanzo, detta e non detta: da Edmondo De Amicis, che in piazza Statuto abitava, che con i suoi testi Primo maggio e Lotte civili aleggia dal passato, alle analisi di due libri-chiave per capire quei giorni: L’immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi e Spartakus. Simbologia della rivolta di Furio Jesi. Due intellettuali che, quando scrissero quei testi, vivevano a Torino e avevano negli occhi gli avvenimenti di quei giorni.
“Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi con una ragazza. Nell’ora della rivolta non si è più soli nella città”, scrive Jesi. Nel romanzo di Bolognini succede di più, un bacio tra due dei protagonisti, Maria Rosaria e Pietro, unisce amore e rivolta e li salva dalla carica della polizia.
Nel 1962 Torino è una città segnata dal silenzio sociale, la sconfitta della Fiom sancisce la “normalizzazione” politica degli stabilimenti. Valletta, amministratore delegato Fiat, dichiara pacificata la situazione in fabbrica. Per sette anni in città la conflittualità si genera nelle piccole industrie, mentre il “gigante Fiat” è muto, non esprime conflitto. Alla scadenza del contratto nazionale dei metalmeccanici, le prime giornate di sciopero indette dai sindacati vedono gli operai della Fiat rimanere al di fuori dalla mischia. Poi, all’inizio di luglio, la situazione si scalda. Gli scioperi hanno un’imprevista riuscita, un successo inatteso da parte degli stessi organizzatori. Ma uno dei tre sindacati confederali, la Uil, sigla un accordo separato e si sottrae alla lotta, un gruppo consistente di lavoratori reagisce alla situazione, marcia sul centro, si reca in piazza Statuto, dove c’era la sede del sindacato colpevole d’avere rotto il fronte operaio e la cinge d’assedio. Interviene la polizia, si accendono degli scontri sempre più violenti e sempre più estesi. Per tre giorni. È in questo contesto che si svolge il romanzo, una situazione che prefigura il ventennio successivo, con il ’68, il ’77 e il passaggio dall’operaio-massa all’operaio-sociale, dalla produzione fordista a quella postfordista.
Impossibile non pensare a Vogliamo tutto, il romanzo di Nanni Balestrini, che pur ambientato nel 1969 e costruito con struttura narrativa e lavoro linguistico totalmente differenti, vuole arrivare – come I giorni della rivolta – alla medesima mitopoiesi della ribellione, esistenziale e collettiva, e di una trasmissione della memoria delle lotte. Quello che ci serve oggi per ricostruire una soggettività molteplice e agente.

di Marc Tibaldi

La Stampa 15 febbraio 2019
+ La protesta dimenticata di piazza Statuto nel 1962

Siamo abituati ad abbinare le contestazioni di piazza e le rivolte torinesi al 1968. Al più al 1077. Eppure a Torino già nel 1962 assistiamo a un episodio importante di lotta operaia, quasi dimenticato. Ebbene sì, proprio nel pieno del cosiddetto «boom economico» , mentre Torino (e l’Italia) crescono senza misure e la Lira viene considerata tra le monete più forti del mondo, in città gli operai protestano. E lo fanno con estrema violenza.
Nel luglio di quell’anno, in piazza Statuto, dove aveva sede la Uil, sigla sindacale legata al Partito Socialista Italiano, imperversa una vera e propria battaglia urbana durata tre giorni e tre notti, senza sosta. A raccontare quei fatti, quasi scomparsi dalla memoria, Claudio Bolognini nel suo libro I giorni della rivolta. Quelli di piazza Statuto, edito dalla casa editrice milanese Agenzia X. Non è una scarna cronaca di quei giorni, e non è neanche un saggio.
Bolognini indaga e legge moltissimo, non solo di quegli scontri, ma in generale di quel periodo. Ribalta gli archivi come un calzino. Non si lascia scappare neanche la pubblicità trovata su un rotocalco dell’epoca. Dopodiché crea dodici personaggi, nati dalla sua fantasia. Personalità non vere, ma verosimili. Unisce nomi e cognomi, interseca le loro identità con le professioni, imbastisce e sviluppa più storie, raccontando così il cambio generazionale dei primi anni ’60 attraverso altrettanti racconti. Ogni personaggio descrive quei tre giorni di lotta attraverso i propri occhi. Non solo quello dei giovani operai di origine torinese, ma soprattutto di quelli di origine meridionale. Che stentano, a fatica, a integrarsi in una società torinese che viaggia a un’altra velocità. Un melting pot in salsa sabauda (non così scontato) negli anno del benessere.
Bolognini si ispira, e lo dice anche nell’introduzione, a Giorni di fuco dello scrittore Ryan Gattis, che racconta con un analogo espediente narrativo i disordini di Los Angeles del 1992. Solo che al posto dei problemi a sfondo razziale descrive quelli della giovane classe operaia della Torino che aveva appena lasciato alle spalle i trionfi internazionali di «Italia ’61».
Con un contratto dei lavoratori da rinnovare, le fisiologiche frizioni tra aziende e sindacati per i difficili accordi. La Uil che si sfila, da sola, dalla trattativa e – segretamente – si riunisce con i vertici aziendali per trovare una via di uscita. Nascono così quei disordini ormai dimenticati. In un paese che cercava di avviare un discorso tra DC e PCI e dai forti contrasti. Il momento in cui Torino si accorge, per la prima volta dal dopoguerra, che c’era una nuova realtà operaia.

di Andrea Parodi

radioblackout.org, 4 gennaio 2019

+ I giorni della rivolta

Oggi abbiamo parlato con Claudio Bolognini del suo ultimo libro, I giorni della rivolta. Quelli di piazza Statuto, agenzia X edizione. Claudio ci regala, dopo il racconto della storia della Banda Cavallero con I ragazzi della barriera, un altro pezzo di storia torinese, proletaria e resistente: estate del 1962, esplode la rivolta degli operai, nella loro nuova composizione, giovani meridionali non specializzati, sfruttati nella fabbrica e nella loro vita quotidiana. Tre giorni di sciopero e scontri nel salotto della Torino borghese: primi fuochi che condurranno all’autunno caldo del 1969.
All’inizio una speciale introduzione e due chiacchiere… poi una bella lettura del libro a cura di Mitzi Tatanka.

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Radio Città Fujiko, 11 dicembre 2018

+ Bolognini: I giorni della rivolta

Il libro di cui vi parlo oggi è di un autore bolognese che mi è molto caro: Claudio Bolognini.
Il libro è I giorni della rivolta. Quelli di piazza Statuto edito da Agenzia X. Claudio Bolognini prima di questo aveva pubblicato diversi libri tra cui uno abbastanza noto: I ragazzi della Barriera.
In questo particolare momento storico in cui seguiamo con molta attenzione la lotta dei gilet gialli a Parigi e in Francia, è stato belle leggere questo libro che ci riporta a una pagina della nostra storia.
È il 1962 i protagonisti della rivolta sono le tute blu: 60.000n operai Fiat che scioperano compatti dopo mesi di tira e molla per la riduzione dei massacranti turni e per il rinnovo del contratto. Sono tre giorni di sciopero: il 7, 8 e 9 luglio del 1962.
In quegli anni gli iscritti alla Uil superavano di gran lunga gli iscritti alla Fiom e i dirigenti della Uil nella notte tra il 5 e il 6 luglio, quindi proprio a ridosso dello sciopero, sottoscrissero un accordo con la Fiat tradendo la fiducia dei loro iscritti e dei lavoratori.
Bolognini racconta quei tre giorni con grande accuratezza e molta sensibilità. Ha consultato archivi nelle biblioteche di Bologna e Torino, ha incontrato alcuni protagonisti di quelle giornata e ha acquisito una mole gigantesca di informazioni.
Con tutto questo materiale sceglie la forma del romanzo che lo lascia libero di interpretare un po’ quei giorni e racconta fatti direttamente con la voce dei protagonisti.
È una scelta per me vincente, perché leggendo il libro ognuno dei protagonisti ci cattura all’interno della propria storia personale.
Ci sono operai iscritti al Pci impegnati politicamente, giovani operai senza qualifica, tanti immigrati dal sud che venivano sbattuti direttamente alla catena di montaggio, disoccupati, studentesse e anche un celerino della divisione Padova.
Insomma c’è tutta la varia umanità che proprio in quei tre giorni di sciopero acquista un’importanza proprio per il futuro di tutti noi italiani. C’è anche un ricordo dei fatti di Reggio Emilia che erano accaduti due anni prima di quello sciopero.
Insomma settandue ore di sciopero e non possiamo non sentirci solidali con quei giovani e quella piazza. E le loro rivendicazioni, secondo me, sono ancora oggi di grande attualità.
È un libro emozionante e intendo, e ve lo consiglio.

di Cinzia Argellani

ideapianoro.org, 10 dicembre 2018

+ I giorni della rivolta

Partito anni fa con un libro edito dal nostro giornale, il pianorese Claudio Bolognini è diventato ormai uno scrittore consolidato. La sua nuova opera, spumeggiante e pungente, va a toccare il nostro recente passato, con storie sempre avvincenti che ci aiutano a capire, in parte, il presente. Ma veniamo a noi. Anno 1962: esplodono nuove lotte operaie. “Il ghiaccio si è rotto!” scrivono sui cartelli i militanti comunisti ai picchetti davanti alla Fiat. Alla manifestazione del 23 giugno migliaia di operai in sciopero circondano le fabbriche torinesi. Allora si tenta la spallata finale e i sindacati proclamano tre giorni di sciopero, ma il sindacato Uil nella notte si accorda furtivamente con la Fiat. I lavoratori, sentendosi traditi, si dirigono in corteo a protestare davanti alla sede UIL in piazza Statuto. La protesta si trasforma in una rivolta popolare che dura tre giorni e tre notti. I capitoli si susseguono attraverso la cronaca delle tre giornate, presentando vari personaggi, tutti più o meno collegati tra di loro. Attraverso le storie di questi personaggi viene raccontata la cronaca di quei drammatici giorni, mentre i ricordi riaffiorano impietosi: dal malinconico arrivo in stazione con il treno del sole degli immigrati ai licenziati per rappresaglia segregati nella cosiddetta Officina Stella Rossa, dalle lapidi dei martiri partigiani alla finestra di De Amicis. Piazza Statuto è diventata il palcoscenico di uno scontro che ha visto emergere un mutamento della composizione sociale della classe operaia. È balzato in scena l’operaio comune, immigrato e senza specializzazione, quello che verrà poi definito dai sociologi “l’operaio massa”. Il nuovo libro di Claudio Bolognini si trova in libreria a 14 euro a partire dal 9 novembre.

di Stefano Galli

www.iltorinese.it, 29 novembre 2018

+ Quei giorni in piazza Statuto preparando la rivoluzione

Claudio Bolognini è un uomo innamorato della sua città, di Torino. Claudio Bolognini è specializzato nel raccontare piccole storie che fanno la Storia. Innamorato della nostra città e in particolare legato alla sede della Barriera di Milano, fondamentale per la storia del PCI, dove riformisti e rivoluzionari convivevano e trovavano sintesi nelle lotte operaie. Dove il padrone era sempre il padrone. Ora si è cimentato nella ricostruzione degli scontri tra manifestanti e polizia nel luglio 1962. E la tecnica di racconto è fondamentale ed estremamente accattivante. Tra ricerca documentale e personaggi talmente verosimili che diventano reali grazie alla penna dell’autore. Le testimonianze come piccoli fiumi ricostruiscono le vicende. La precisione fino alla tignosità del ricercatore storico fanno il resto. Il quadro d’insieme è fatto da nitide fotografie di ciò che è successo: i fatti sono noti. Dopo quasi un decennio non si scioperava alla Fiat. La faceva da padrone il Sindacato Sida, denominato sindacato giallo perché direttamente finanziato da Fiat, un non sindacato. Cgil Cisl e Uil indicono per la prima volta lo sciopero unitario. Ma la Uil molla subito e firma un accordo separato. Tre giorni di scontri tra operai e polizia in difesa della Sede Uil. Per decenni questi scontri furono una icona degli estremisti di sinistra come prova generale di una possibile rivoluzione. Perché? Le masse superarono partito e sindacato con i dirigenti nettamente contrari agli scontri di piazza. Si cominciò nel dire che le masse sono più a sinistra degli iscritti ai partiti comunisti e la base degli iscritti più a sinistra dei dirigenti. Fu sicuramente vero che molti picchettanti si arrabbiarono molto con la Uil. Come è verissimo che dirigenti sindacali e del PCI buttarono acqua sul fuoco.
Telefono a Claudio: quali sono i personaggi inventati? Mi risponde: tutti. Talmente reali che prendono corpo nel racconto. Io a Barriera di Milano ci sono nato. Ho sentito i racconti di chi ha partecipato. E leggendo ho riconosciuto nei personaggi il reale. Dal sottoproletario teppistello all’operaio in cerca della sua emancipazione. Persino la violenza diventa cosa naturale, la rivoluzione è solo rinviata, è dietro l’angolo. Non era allora così come non è così oggi. Ma a noi piaceva pensarlo. Il racconto è talmente accattivante che ti fa “vivere bene” la violenza, che non è un buon viatico. Almeno per i nostri tempi. Claudio parteggia palesemente per i manifestanti. Direi forse esagerando un po’, che parteggia per i rivoltosi. O quasi. I fatti di Piazza Statuto sono divenuti negli anni ’60 una icona delle cosiddette forze extraparlamentari che accusavano il PCI di essere diventato un partito revisionista e riformista. Grande insulto per allora. Diventa naturale presentare il libro giovedì sera alla libreria Comunardi di via Bogino. Altra icona e punto di riferimento di quella sinistra che fino all’ultimo ha sperato nella rivoluzione. Magari rivoluzione meno violenta e più democratica possibile. Usciamo falla politica e dalla ideologia per planare negli annali della storia, una storia per i diritti dei lavoratori. Una storia da capire. Forse da non condividere fino in fondo. Ma pur sempre da capire, con una sua dignità e forza morale.

di Patrizio Tosetto

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