statuto

I giorni della rivolta

L’Indice dei libri, ottobre 2019
+ Vecchi partigiani e nuovi proletari

Claudio Bolognini, I giorni della rivolta. Quelli di piazza Statuto

Si dice spesso che l’opinione pubblica del nostro paese sia senza memoria e che la conoscenza della storia sia poco diffusa, considerazioni che valgono a maggior ragione per la storia recente e per le sue dimensioni sociali e sindacali.
Ben venga dunque il tentativo, compiuto da Claudio Bolognini (Bologna 1954) con questo libro, di narrare la storia dei tre giorni di scontri di piazza Statuto a Torino nel 1962. I fatti sono quelli noti (ma, appunto, forse non a tutti) che si svolgono nella capitale operaia tra il 7 e il 9 luglio di quell’anno, in occasione dello sciopero contrattuale unitario dei lavoratori metalmeccanici. Poche ore prima dell’inizio dello sciopero la Fiat concluse un accordo separato con il Sida (sindacato aziendale) e con la Uil. Fu l’adesione all’accordo di quest’ultima confederazione – che insieme alle altre aveva indetto lo sciopero unitario – a scatenare la reazione di molti operai i quali assediarono per tre giorni la sede di quel sindacato nella centrale piazza Statuto. Per narrare quelle vicende, Bolognini fa una scelta che, dichiara lui stesso, si ispira al romanzo di Ryan Gattis Giorni di fuoco (Guanda, 2016) sui disordini di Los Angeles del 1992. Egli scrive, infatti: “Non intendevo condurre una vera ricerca storica, ma scrivere liberamente un testo di narrativa”. Per questo la formula della cronaca gli sembrava troppo distaccata, e ha “maturato l’idea di raccontare quei fatti con la ‘voce’, seppur di fantasia, dei diretti protagonisti”. In realtà l’autore si è documentato, sia su testi specifici – come quello di Dario Lanzardo La rivolta di piazza Statuto edito da Feltrinelli nel 1979 – sia su documenti d’archivio dei vari centri studio torinesi (Gramsci, Gobetti, Salvemini, storico Fiat) e ha intervistato alcuni testimoni di quei giorni. Dalla documentazione e ancor più dalle interviste, Bolognini ha tratto gli elementi per il suo racconto, che intreccia le vicende personali di molte figure eterogenee, protagoniste coscienti, ma in molti casi anche occasionali, di una vicenda presa a paradigma di un cambiamento sociale storicamente significativo.
I nuovi soggetti di quei giorni di scontro, insieme ad altri, sono Piero, il militante comunista di barriera di Milano; Antonio e Lupo, entrambi operai pugliesi immigrati in una Torino nebbiosa ed indifferente; Stefania, sindacalista Fiom, delusa dall’atteggiamento dei suoi dirigenti sindacali; Gennaro, giovanissimo operaio napoletano; Salvo, lavoratore occasionale siciliano; Pasquale, “sottoproletario” calabrese; e rappresentano il preludio della nuova classe operaia degli anni settanta.
Ci sono anche quelli che non c’entravano: il commerciante razzista antimeridionale, ugual-mente bastonato dal famigerato battaglione Padova della celere o il poliziotto che vuole vendicarsi per un cubetto di porfido ricevuto. Mancano invece, tra i protagonisti del racconto, le figure dei dirigenti sindacali di Cgil e Cisl e quelli del Pci: il loro ruolo rimane confinato a qualche piccolo accenno, come se, oltre ad essere scavalcati dai fatti, essi fossero omogeneamente incapaci di analizzarli. In questo l’autore sconta, forse, la non conoscenza della vivace dialettica politica che in quegli anni e in quelli successivi coinvolse la segreteria della Camera del lavoro, la Federazione comunista, la sinistra socialista, i “Quaderni rossi” e la stessa Cisl. La riflessione più politica viene affidata alla voce del medico che cura di nascosto i dimostranti feriti, un intellettuale comunista critico, che, a conclusione della vicenda, intuisce: “Due anni fa a Genova c’è stata l’ultima battaglia di piazza dei vecchi partigiani, in questi giorni si è vista la prima battaglia di questi nuovi proletari”.

di Riccardo Barbero

Lapennasognante, 12 aprile 2019

+ I giorni della rivolta

“Non intendevo condurre una vera ricerca storica, ma scrivere liberamente un testo di narrativa”. Lo leggiamo nella nota di Claudio Bolognini, autore del romanzo I giorni della rivolta. Quelli di piazza Statuto (Agenzia X). La narrazione si arricchisce di elementi forti, grazie al lavoro di documentazione portato avanti con un impegno e che s’intreccia all’intenzione di restituirci le atmosfere di un’epoca il cui spirito ci sembra remoto, sebbene non siano passati così tanti decenni.
I giorni della rivolta. Quelli di piazza Statuto – La trama: Estate 1962: esplodono nuove lotte operaie. In una manifestazione migliaia di tute blu circondano le fabbriche torinesi e proclamano tre giorni di sciopero, ma nella notte il sindacato Uil si accorda furtivamente con la Fiat. Alle prime luci dell’alba del 7 luglio migliaia di lavoratori infuriati scioperano compatti, poi nel pomeriggio si dirigono in corteo in piazza Statuto, davanti alla sede dei traditori. La voce si diffonde in tutte le periferie proletarie e sottoproletarie e la protesta si trasforma in una rivolta popolare che durerà tre giorni e tre notti. l giorni della rivolta è narrato dai diversi punti di vista dei protagonisti, i capitoli si susseguono attraverso la cronaca delle tre giornate, presentando i vari personaggi collegati tra loro dalle dinamiche degli scontri. Il militante comunista, l’immigrato del sud, la giovane sindacalista, il poliziotto del famigerato battaglione Padova, l’anziano operaio torinese, il facchino precario, il disoccupato calabrese appena uscito dal riformatorio…
Il libro: una narrazione polifonica. Una scelta complessa e per questo coraggiosa: narrare una vicenda articolata su tre giornate di lotta operaia e caratterizzata da dinamiche peculiari alla politica, non è sicuramente agevole. L’autore ha messo in campo un lavoro notevole, sia dal punto di vista della costruzione della trama sia della caratterizzazione dei personaggi. Il tutto nel tentativo di far toccare al lettore la componente più umana della vicenda e rischiando di cadere nella banalizzazione o nella facile drammatizzazione. Ma ne I giorni della rivolta, non c’è stata alcuna caduta o banalizzazione.
Tredici sono i personaggi indicati all’inizio, di cui sette spiccano, come indicato nella trama. Voci diverse che richiamano altrettante prospettive. Da qui capiamo come la Storia, specie quella vissuta dagli individui, sfugga alla pretesa di incasellare il tutto nell’inflessibilità di una logica perfetta e unica. Il pensiero s’intreccia agli eventi e agli individui, creando un movimento fluido e non sempre prevedibile.
Claudio Bolognini ci contestualizza il tutto in maniera agevole, per poi far parlare i personaggi. La sua penna entra nei vissuti personali, senza voler imporre una visione; lascia che essa trapeli, pur nella consapevolezza che il nostro presente ha un debito verso il passato, in questo caso quello degli anni Sessanta. L’autore ci fa respirare l’atmosfera di un’epoca in cui combattere aveva un senso preciso; un’epoca in cui il cambiamento poteva avvenire attraverso un’azione attiva sulla realtà.
La sua penna, vera e carnale, è credibile e arriva al lettore in modo immediato. Non si perde nei meandri della Storia: la restituisce con una freschezza tutta contemporanea. La sua è una visione onesta, espressa con lo scrupolo di chi non inventa, ma ricerca, senza pretendere di avere in tasca la verità. Un libro interessante, dai contenuti forti, molto attuale che ci porta a un quesito essenziale: conta ancora combattere contro le ingiustizie?
Per concludere I giorni della rivolta è un romanzo storico che ci racconta quei brandelli di passato mai affrontati nei programmi scolastici. Con una narrazione onesta e verace, Claudio Bolognini percorre strade poco battute ma di sicuro pregio.

carmillaonline.com, 6 marzo 2019
+ I giorni della rivolta
“Non c’è dubbio che ogni evento rappresenta per così dire, il ‘foro d’uscita’ di un processo che è avvenuto al di sotto della superficie della società attraverso progressive accumulazioni e, come quei fenomeni tettonici di crisi, come i grandi terremoti, a un certo punto emerge alla superficie in forma di evento. Cioè, non c’è dubbio che ogni evento rappresenta, per certi versi, la spia di processi invisibili accumulatisi nel tempo e poi bruscamente emersi alla superficie. […] E tuttavia – in questo sta la problematicità del rapporto – gli eventi non sono strettamente riconducibili ai processi: pur esprimendo questi processi, sono anche portatori di un novum, di un qualche elemento che è irriducibile alla serialità storica e che ne spiega l’esplodere lì ed ora. In ogni evento, in sostanza, si esprime una processualità e si esprime una istantaneità del fenomeno: si esprime una ripetitività di atti e di gesti nel tempo e si esprime l’irrompere dell’inedito. Ogni evento, in sostanza, esprime un processo di accumulazione ma anche l’esistenza di un detonatore irriducibile alla semplice processualità. […]”, ha scritto Marco Revelli riflettendo sulla genesi della rivolta del 1962 di piazza Statuto a Torino in Le spie ricorrenti del disagio sociale: jacqueries, rivolte urbane, proteste giovanili, subculture della protesta, pubblicato nel volume collettivo Repubblica, Costituzione, trasformazione della società italiana.
Nell’attuale passaggio storico caratterizzato da un’ondata di reazione e da un’impasse immaginativa, riflettere sulla rivolta del 1962 di piazza Statuto a Torino può insegnarci a leggere il presente, a capire come nascono i movimenti e, in qualche maniera, a “provocarli”? “Sì. L’analisi della trasformazione della composizione sociale e una tessitura politica delle relazioni tra soggettività apparentemente distanti sono elementi che possono aiutarci a far emergere una nuova vitalità dei movimenti di base”, risponde Claudio Bolognini, autore di I giorni della rivolta. Quelli di piazza Statuto (pagg. 203, 14 euro, Agenzia X). È un romanzo che sembra perfetto per diventare la sceneggiatura di un film, ma nello stesso tempo fa pensare a come nascono i movimenti, ai loro periodi carsici e di formazione, che a volte sfociano in eventi incendiari di rivolta, in rivoluzioni o in strutturate rivendicazioni. I tredici protagonisti raccontano le tre giornate di rivolta, ognuno dalla propria esperienza e dal proprio punto di vista, ma in qualche passaggio incrociano la stessa scena vista da diversa angolazione e con diversa interpretazione: come in un montaggio cinematografico. I personaggi che agiscono nella città fordista sono giovani operai e operaie che arrivano dal profondo sud, dal profondo nord e dalle campagne piemontesi, ma anche una studentessa di medicina, un ragazzo calabrese uscito dal riformatorio che ci fa ripensare a Franti, il ribelle di Cuore, un poliziotto del reparto celere, un commerciante… e un vecchio medico comunista che tesse le relazioni tra memoria, scontri di piazza e nuovi compagni. C’è tanta memoria in questo romanzo, detta e non detta: da Edmondo De Amicis, che in piazza Statuto abitava, che con i suoi testi Primo maggio e Lotte civili aleggia dal passato, alle analisi di due libri-chiave per capire quei giorni: L’immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi e Spartakus. Simbologia della rivolta di Furio Jesi. Due intellettuali che, quando scrissero quei testi, vivevano a Torino e avevano negli occhi gli avvenimenti di quei giorni. “Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi con una ragazza. Nell’ora della rivolta non si è più soli nella città”, scrive Jesi. Nel romanzo di Bolognini succede di più, un bacio tra due dei protagonisti, Maria Rosaria e Pietro, unisce amore e rivolta e li salva dalla carica della polizia.
Nel 1962 Torino è una città segnata dal silenzio sociale, la sconfitta della Fiom sancisce la “normalizzazione” politica degli stabilimenti. Valletta, amministratore delegato Fiat, dichiarava pacificata la situazione in fabbrica. Per sette anni a Torino la conflittualità si genera nelle piccole industrie, mentre il “gigante Fiat” è muto, non esprime conflitto. Alla scadenza del contratto nazionale dei metalmeccanici, le prime giornate di sciopero indette dai sindacati vedono gli operai della Fiat rimanere al di fuori dalla mischia. Poi, all’inizio di luglio, la situazione si scalda. Gli scioperi hanno un’imprevista riuscita, un successo inatteso da parte degli stessi organizzatori. Ma uno dei tre sindacati confederali, la Uil, sigla un accordo separato e si sottrae alla lotta, un gruppo consistente di lavoratori reagisce alla situazione, marcia sul centro, si reca in piazza Statuto, dove era la sede del sindacato colpevole d’avere rotto il fronte operaio, lo cinge d’assedio, interviene la polizia, si accendono degli scontri sempre più violenti e sempre più estesi, per tre giorni. I sindacati e il PCI sconfessano l’iniziativa, preoccupati di essere identificati con il “disordine” stigmatizzano i fatti e invitano a isolarne i protagonisti. Inizialmente prende le distanze perfino il gruppo più radicale, quello che si riconosceva nei “Quaderni rossi”, diretti da Raniero Panzieri, figura importante nel movimento sindacale torinese pur invitando a riflettere sulla composizione sociale dei dimostranti. Recupererà qualche mese dopo, nel settembre dello stesso anno esce un numero di “Cronache di Quaderni rossi” che riflette sulla rivolta e ne comprende l’importanza.
Il libro più importante su quella rivolta sarà scritto da Dario Lanzardo, allievo di Panzieri che all’epoca faceva parte del gruppo di Quaderni rossi, La rivolta di Piazza Statuto: Torino, luglio 1962, pubblicato da Feltrinelli nel 1979. Un libro che meriterebbe di essere ristampato, con un’opportuna introduzione, proprio per riflettere sull’oggi, su come nascono i movimenti e le rivolte, sulla trasformazione della composizione sociale, su come soggettività apparentemente distanti possono trovare un terreno comune di conflittualità.
E fu sempre Panzieri a spingere il giovane Goffredo Fofi a “fare inchiesta” e realizzare L’immigrazione meridionale a Torino. Fofi registra e contestualizza le vite dei nuovi immigrati. Impressionanti sono i dati sulla mobilità sociale, un fenomeno irruento quanto sconvolgente. Gli immigrati arrivano senza che nessuna struttura si occupi dell’inserimento. L’azienda dell’auto permea lo spirito cittadino. Lo monopolizza. A cominciare dall’amministrazione comunale «una semplice appendice» di via Marconi. Targato Fiat è anche il maggiore quotidiano cittadino, La Stampa, “uno strumento formidabile di formazione e di controllo dell’opinione pubblica”. La sua rubrica di lettere più popolare è ‘Specchio dei tempi’, una specie di santino di «recriminazioni antimeridionali». Fofi critica anche i partiti d’opposizione, sprovvisti di una “seria politica” per “sganciare Torino da un’ipoteca Fiat”. La ricerca ebbe un interessante destino editoriale. Prevista da Einaudi, spaccò il collettivo redazionale. La maggioranza dei consulenti, dopo burrascosi dibattiti, si espressero per il no, mettendo in minoranza Panzieri e suoi amici che in ragione del contrasto vennero licenziati. Il volume fu pubblicato da Feltrinelli (ristampato da Aragno nel 2009). A proposito del rifiuto einaudiano, Fofi – nell’introduzione alla nuova edizione – racconta che il saggio “fu usato come pretesto per un regolamento di conti all’interno della casa editrice, in un momento di sua crisi politica, provocato dalla nuova realtà del paese e dalla mutazione in atto anche nella sinistra”. E a questa ragione va aggiunta una constatazione, ovvero quella che non può non registrare la “soggezione alla Fiat della nostra casa editrice più ufficiale e superba”.
Ma dalle analisi sulla composizione sociale di quegli anni passiamo di nuovo alla rivolta che animò i nuovi soggetti. Scrive ancora Revelli: “Il risveglio del 1962 può dunque essere indubbiamente letto come l’effetto di un lungo processo di revisione culturale da parte delle avanguardie sindacali e, in generale, del movimento sindacale italiano. E questo ci spiegherebbe la dimensione della processualità, e il perché dopo un lungo silenzio questo soggetto collettivo torni a parlare, ma non ci spiega né la repentinità del fenomeno né la sua violenza, la sua virulenza, la forza con cui questo irrompe alla superficie e che è tale da spiazzare le stesse avanguardie politiche che lo avevano evocato. Cosa emerge alla superficie torinese in quel luglio 1962? Emerge una profonda trasformazione della composizione sociale e della composizione tecnica della fabbrica consumatasi in quegli anni, un processo che avviene nel corso degli anni Cinquanta, attraverso l’emarginazione, per certi versi, del vecchio operaio di mestiere, del vecchio operaio qualificato – che era stato la spina dorsale del movimento socialista e comunista all’interno della fabbrica – e attraverso l’immissione di nuove figure operaie, figure importate, per così dire (le prime ondate di immigrazione dal sud), figure di lavoro scarsamente qualificate, erogatori di lavoro semplice, privo di qualificazione”.
“Sono questi – continua Revelli – che irrompono tra il 1956 e il 1962 nei reparti della Fiat. In piazza Statuto vengono alla superficie i nuovi lavoratori della catena di montaggio, che erano un soggetto sconosciuto nella Torino dei decenni precedenti, che era cresciuto silenziosamente all’interno della fabbrica, ma che non aveva, fino ad allora, preso la parola né con linguaggio sindacale né per comunicare alla città la propria esistenza: erano lavoratori invisibili, o meglio: visibili solo nella forma dell’immigrato, visibili a Porta Palazzo, nei crocchi che si formavano la domenica, visibili a Porta Nuova, quando arrivavano con la valigia di cartone, visibili nel labirinto delle stanze a pagamento in cui dormivano a turno, le otto ore di notte quelli del turno di giorno e le otto ore di giorno quelli del turno di notte”.
Per riflettere su ciò che ci siamo proposti è interessante riportare l’analisi sul concetto di rivolta fatta in Spartakus da Furio Jesi, che vive il clima dei giorni di piazza Statuto. La rivolta – sostiene Jesi – è un’“improvviso scoppio insurrezionale che di per sé non implica una strategia” a differenza della rivoluzione, coordinata e orientata alla presa del potere; la distinzione è prima di tutto nella coscienza di chi vive “una diversa esperienza del tempo”. Mentre il tempo della rivoluzione è lineare, storico e quotidiano, il tempo percepito nella rivolta è lampeggiante, mitico e festivo: mentre la rivoluzione “è deliberatamente calata dentro il tempo storico”, la rivolta lo sospende e instaura “un tempo in cui tutto ciò che si compie vale di per se stesso, indipendentemente dalle sue conseguenze e dai suoi rapporti con il complesso di transitorietà o di perennità di cui consiste la storia”. “La rivolta è vissuto mitologico: esperienza ad alto livello di significatività in cui si concentra l’intera esistenza e in cui la folgorazione di una redenzione riscatta chi vi partecipa. La vita rivela il proprio senso in un attimo estatico di autoaffermazione e di pienezza. Il valore della rivolta è nel significato che assume per chi ne partecipa più che non nella sua realizzazione”, scrive Enrico Manera (su www.doppiozero.com) a proposito del concetto di rivolta in Jesi.
È in questo contesto – sociale, concettuale e pragmatico – che si svolge I giorni della rivolta, il romanzo di Claudio Bolognini, una situazione che prefigura il ventennio successivo, con il ’68, il ’77 e il passaggio dall’operaio-massa all’operaio-sociale, dalla produzione fordista a quella postfordista. Bolognini per costruire il romanzo ha lavorato su fonti archivistiche e su testimonianze di protagonisti. La storia non è vera ma verosimile, un riassunto eccezionale di storie personali e del contesto sociale. La scelta di creare un racconto polifonico, con diciassette personaggi che raccontano in prima persona gli avvenimenti di quei giorni con diversi punti di vista, è ispirato a All involved di Ryan Gattis (in italiano Giorni di fuoco, pubblicato da Guanda). Impossibile non pensare a Vogliamo tutto, il romanzo di Nanni Balestrini, che pur ambientato nel 1969 e costruito con struttura narrativa e lavoro linguistico totalmente differenti, vuole arrivare – come I giorni della rivolta – alla medesima mitopoietica della ribellione collettiva ed esistenziale e di una trasmissione della memoria delle lotte. Quello che ci serve oggi per ricostruire una soggettività molteplice e agente.

di Marc Tibaldi

il manifesto, 21 febbraio 2019

+ La memoria di Piazza Statuto, mitopoiesi di una ribellione necessaria

Nell’attuale passaggio storico caratterizzato da un’ondata di reazione e da un’impasse immaginativa, riflettere sulla rivolta del 1962 di piazza Statuto a Torino può insegnarci a leggere il presente, a capire come nascono i movimenti e, in qualche maniera, a “provocarli”? “Sì. L’analisi della trasformazione della composizione sociale e una tessitura politica delle relazioni tra soggettività apparentemente distanti sono elementi che possono aiutarci a far emergere una nuova vitalità dei movimenti di base”, risponde Claudio Bolognini, autore di I giorni della rivolta. Quelli di piazza Statuto (Agenzia X, pp. 203, euro 14).
Si tratta di un romanzo che sembra perfetto per diventare la sceneggiatura di un film, ma nello stesso tempo fa riflettere su come nascono i movimenti, sui loro periodi carsici e di formazione, che a volte sfociano in eventi incendiari di rivolta, in rivoluzioni o in strutturate rivendicazioni.
I tredici protagonisti raccontano le tre giornate di rivolta, ognuno dalla propria esperienza e dal proprio punto di vista, ma in qualche passaggio incrociano la medesima scena vista da diversa angolazione e con diversa interpretazione: come in un montaggio cinematografico. I personaggi che agiscono nella città fordista sono giovani operai e operaie che arrivano dal profondo sud, dal profondo nord e dalle campagne piemontesi, ma anche una studentessa di medicina, un ragazzo calabrese uscito dal riformatorio che ci fa ripensare a Franti, il ribelle di Cuore, un poliziotto del reparto celere, un commerciante… e un vecchio medico comunista che tesse le relazioni tra memoria, scontri di piazza e nuovi compagni. C’è tanta memoria in questo romanzo, detta e non detta: da Edmondo De Amicis, che in piazza Statuto abitava, che con i suoi testi Primo maggio e Lotte civili aleggia dal passato, alle analisi di due libri-chiave per capire quei giorni: L’immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi e Spartakus. Simbologia della rivolta di Furio Jesi. Due intellettuali che, quando scrissero quei testi, vivevano a Torino e avevano negli occhi gli avvenimenti di quei giorni.
“Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi con una ragazza. Nell’ora della rivolta non si è più soli nella città”, scrive Jesi. Nel romanzo di Bolognini succede di più, un bacio tra due dei protagonisti, Maria Rosaria e Pietro, unisce amore e rivolta e li salva dalla carica della polizia.
Nel 1962 Torino è una città segnata dal silenzio sociale, la sconfitta della Fiom sancisce la “normalizzazione” politica degli stabilimenti. Valletta, amministratore delegato Fiat, dichiara pacificata la situazione in fabbrica. Per sette anni in città la conflittualità si genera nelle piccole industrie, mentre il “gigante Fiat” è muto, non esprime conflitto. Alla scadenza del contratto nazionale dei metalmeccanici, le prime giornate di sciopero indette dai sindacati vedono gli operai della Fiat rimanere al di fuori dalla mischia. Poi, all’inizio di luglio, la situazione si scalda. Gli scioperi hanno un’imprevista riuscita, un successo inatteso da parte degli stessi organizzatori. Ma uno dei tre sindacati confederali, la Uil, sigla un accordo separato e si sottrae alla lotta, un gruppo consistente di lavoratori reagisce alla situazione, marcia sul centro, si reca in piazza Statuto, dove c’era la sede del sindacato colpevole d’avere rotto il fronte operaio e la cinge d’assedio. Interviene la polizia, si accendono degli scontri sempre più violenti e sempre più estesi. Per tre giorni. È in questo contesto che si svolge il romanzo, una situazione che prefigura il ventennio successivo, con il ’68, il ’77 e il passaggio dall’operaio-massa all’operaio-sociale, dalla produzione fordista a quella postfordista.
Impossibile non pensare a Vogliamo tutto, il romanzo di Nanni Balestrini, che pur ambientato nel 1969 e costruito con struttura narrativa e lavoro linguistico totalmente differenti, vuole arrivare – come I giorni della rivolta – alla medesima mitopoiesi della ribellione, esistenziale e collettiva, e di una trasmissione della memoria delle lotte. Quello che ci serve oggi per ricostruire una soggettività molteplice e agente.

di Marc Tibaldi

La Stampa 15 febbraio 2019

+ La protesta dimenticata di piazza Statuto nel 1962

Siamo abituati ad abbinare le contestazioni di piazza e le rivolte torinesi al 1968. Al più al 1077. Eppure a Torino già nel 1962 assistiamo a un episodio importante di lotta operaia, quasi dimenticato. Ebbene sì, proprio nel pieno del cosiddetto «boom economico» , mentre Torino (e l’Italia) crescono senza misure e la Lira viene considerata tra le monete più forti del mondo, in città gli operai protestano. E lo fanno con estrema violenza.
Nel luglio di quell’anno, in piazza Statuto, dove aveva sede la Uil, sigla sindacale legata al Partito Socialista Italiano, imperversa una vera e propria battaglia urbana durata tre giorni e tre notti, senza sosta. A raccontare quei fatti, quasi scomparsi dalla memoria, Claudio Bolognini nel suo libro I giorni della rivolta. Quelli di piazza Statuto, edito dalla casa editrice milanese Agenzia X. Non è una scarna cronaca di quei giorni, e non è neanche un saggio.
Bolognini indaga e legge moltissimo, non solo di quegli scontri, ma in generale di quel periodo. Ribalta gli archivi come un calzino. Non si lascia scappare neanche la pubblicità trovata su un rotocalco dell’epoca. Dopodiché crea dodici personaggi, nati dalla sua fantasia. Personalità non vere, ma verosimili. Unisce nomi e cognomi, interseca le loro identità con le professioni, imbastisce e sviluppa più storie, raccontando così il cambio generazionale dei primi anni ’60 attraverso altrettanti racconti. Ogni personaggio descrive quei tre giorni di lotta attraverso i propri occhi. Non solo quello dei giovani operai di origine torinese, ma soprattutto di quelli di origine meridionale. Che stentano, a fatica, a integrarsi in una società torinese che viaggia a un’altra velocità. Un melting pot in salsa sabauda (non così scontato) negli anno del benessere.
Bolognini si ispira, e lo dice anche nell’introduzione, a Giorni di fuco dello scrittore Ryan Gattis, che racconta con un analogo espediente narrativo i disordini di Los Angeles del 1992. Solo che al posto dei problemi a sfondo razziale descrive quelli della giovane classe operaia della Torino che aveva appena lasciato alle spalle i trionfi internazionali di «Italia ’61».
Con un contratto dei lavoratori da rinnovare, le fisiologiche frizioni tra aziende e sindacati per i difficili accordi. La Uil che si sfila, da sola, dalla trattativa e – segretamente – si riunisce con i vertici aziendali per trovare una via di uscita. Nascono così quei disordini ormai dimenticati. In un paese che cercava di avviare un discorso tra DC e PCI e dai forti contrasti. Il momento in cui Torino si accorge, per la prima volta dal dopoguerra, che c’era una nuova realtà operaia.

di Andrea Parodi

radioblackout.org, 4 gennaio 2019

+ I giorni della rivolta

Oggi abbiamo parlato con Claudio Bolognini del suo ultimo libro, I giorni della rivolta. Quelli di piazza Statuto, agenzia X edizione. Claudio ci regala, dopo il racconto della storia della Banda Cavallero con I ragazzi della barriera, un altro pezzo di storia torinese, proletaria e resistente: estate del 1962, esplode la rivolta degli operai, nella loro nuova composizione, giovani meridionali non specializzati, sfruttati nella fabbrica e nella loro vita quotidiana. Tre giorni di sciopero e scontri nel salotto della Torino borghese: primi fuochi che condurranno all’autunno caldo del 1969.
All’inizio una speciale introduzione e due chiacchiere… poi una bella lettura del libro a cura di Mitzi Tatanka.

Ascolta qui

Radio Città Fujiko, 11 dicembre 2018

+ Bolognini: I giorni della rivolta

Il libro di cui vi parlo oggi è di un autore bolognese che mi è molto caro: Claudio Bolognini.
Il libro è I giorni della rivolta. Quelli di piazza Statuto edito da Agenzia X. Claudio Bolognini prima di questo aveva pubblicato diversi libri tra cui uno abbastanza noto: I ragazzi della Barriera.
In questo particolare momento storico in cui seguiamo con molta attenzione la lotta dei gilet gialli a Parigi e in Francia, è stato belle leggere questo libro che ci riporta a una pagina della nostra storia.
È il 1962 i protagonisti della rivolta sono le tute blu: 60.000n operai Fiat che scioperano compatti dopo mesi di tira e molla per la riduzione dei massacranti turni e per il rinnovo del contratto. Sono tre giorni di sciopero: il 7, 8 e 9 luglio del 1962.
In quegli anni gli iscritti alla Uil superavano di gran lunga gli iscritti alla Fiom e i dirigenti della Uil nella notte tra il 5 e il 6 luglio, quindi proprio a ridosso dello sciopero, sottoscrissero un accordo con la Fiat tradendo la fiducia dei loro iscritti e dei lavoratori.
Bolognini racconta quei tre giorni con grande accuratezza e molta sensibilità. Ha consultato archivi nelle biblioteche di Bologna e Torino, ha incontrato alcuni protagonisti di quelle giornata e ha acquisito una mole gigantesca di informazioni.
Con tutto questo materiale sceglie la forma del romanzo che lo lascia libero di interpretare un po’ quei giorni e racconta fatti direttamente con la voce dei protagonisti.
È una scelta per me vincente, perché leggendo il libro ognuno dei protagonisti ci cattura all’interno della propria storia personale.
Ci sono operai iscritti al Pci impegnati politicamente, giovani operai senza qualifica, tanti immigrati dal sud che venivano sbattuti direttamente alla catena di montaggio, disoccupati, studentesse e anche un celerino della divisione Padova.
Insomma c’è tutta la varia umanità che proprio in quei tre giorni di sciopero acquista un’importanza proprio per il futuro di tutti noi italiani. C’è anche un ricordo dei fatti di Reggio Emilia che erano accaduti due anni prima di quello sciopero.
Insomma settandue ore di sciopero e non possiamo non sentirci solidali con quei giovani e quella piazza. E le loro rivendicazioni, secondo me, sono ancora oggi di grande attualità.
È un libro emozionante e intendo, e ve lo consiglio.

di Cinzia Argellani

ideapianoro.org, 10 dicembre 2018

+ I giorni della rivolta

Partito anni fa con un libro edito dal nostro giornale, il pianorese Claudio Bolognini è diventato ormai uno scrittore consolidato. La sua nuova opera, spumeggiante e pungente, va a toccare il nostro recente passato, con storie sempre avvincenti che ci aiutano a capire, in parte, il presente. Ma veniamo a noi. Anno 1962: esplodono nuove lotte operaie. “Il ghiaccio si è rotto!” scrivono sui cartelli i militanti comunisti ai picchetti davanti alla Fiat. Alla manifestazione del 23 giugno migliaia di operai in sciopero circondano le fabbriche torinesi. Allora si tenta la spallata finale e i sindacati proclamano tre giorni di sciopero, ma il sindacato Uil nella notte si accorda furtivamente con la Fiat. I lavoratori, sentendosi traditi, si dirigono in corteo a protestare davanti alla sede UIL in piazza Statuto. La protesta si trasforma in una rivolta popolare che dura tre giorni e tre notti. I capitoli si susseguono attraverso la cronaca delle tre giornate, presentando vari personaggi, tutti più o meno collegati tra di loro. Attraverso le storie di questi personaggi viene raccontata la cronaca di quei drammatici giorni, mentre i ricordi riaffiorano impietosi: dal malinconico arrivo in stazione con il treno del sole degli immigrati ai licenziati per rappresaglia segregati nella cosiddetta Officina Stella Rossa, dalle lapidi dei martiri partigiani alla finestra di De Amicis. Piazza Statuto è diventata il palcoscenico di uno scontro che ha visto emergere un mutamento della composizione sociale della classe operaia. È balzato in scena l’operaio comune, immigrato e senza specializzazione, quello che verrà poi definito dai sociologi “l’operaio massa”. Il nuovo libro di Claudio Bolognini si trova in libreria a 14 euro a partire dal 9 novembre.

di Stefano Galli

www.iltorinese.it, 29 novembre 2018

+ Quei giorni in piazza Statuto preparando la rivoluzione

Claudio Bolognini è un uomo innamorato della sua città, di Torino. Claudio Bolognini è specializzato nel raccontare piccole storie che fanno la Storia. Innamorato della nostra città e in particolare legato alla sede della Barriera di Milano, fondamentale per la storia del PCI, dove riformisti e rivoluzionari convivevano e trovavano sintesi nelle lotte operaie. Dove il padrone era sempre il padrone. Ora si è cimentato nella ricostruzione degli scontri tra manifestanti e polizia nel luglio 1962. E la tecnica di racconto è fondamentale ed estremamente accattivante. Tra ricerca documentale e personaggi talmente verosimili che diventano reali grazie alla penna dell’autore. Le testimonianze come piccoli fiumi ricostruiscono le vicende. La precisione fino alla tignosità del ricercatore storico fanno il resto. Il quadro d’insieme è fatto da nitide fotografie di ciò che è successo: i fatti sono noti. Dopo quasi un decennio non si scioperava alla Fiat. La faceva da padrone il Sindacato Sida, denominato sindacato giallo perché direttamente finanziato da Fiat, un non sindacato. Cgil Cisl e Uil indicono per la prima volta lo sciopero unitario. Ma la Uil molla subito e firma un accordo separato. Tre giorni di scontri tra operai e polizia in difesa della Sede Uil. Per decenni questi scontri furono una icona degli estremisti di sinistra come prova generale di una possibile rivoluzione. Perché? Le masse superarono partito e sindacato con i dirigenti nettamente contrari agli scontri di piazza. Si cominciò nel dire che le masse sono più a sinistra degli iscritti ai partiti comunisti e la base degli iscritti più a sinistra dei dirigenti. Fu sicuramente vero che molti picchettanti si arrabbiarono molto con la Uil. Come è verissimo che dirigenti sindacali e del PCI buttarono acqua sul fuoco.
Telefono a Claudio: quali sono i personaggi inventati? Mi risponde: tutti. Talmente reali che prendono corpo nel racconto. Io a Barriera di Milano ci sono nato. Ho sentito i racconti di chi ha partecipato. E leggendo ho riconosciuto nei personaggi il reale. Dal sottoproletario teppistello all’operaio in cerca della sua emancipazione. Persino la violenza diventa cosa naturale, la rivoluzione è solo rinviata, è dietro l’angolo. Non era allora così come non è così oggi. Ma a noi piaceva pensarlo. Il racconto è talmente accattivante che ti fa “vivere bene” la violenza, che non è un buon viatico. Almeno per i nostri tempi. Claudio parteggia palesemente per i manifestanti. Direi forse esagerando un po’, che parteggia per i rivoltosi. O quasi. I fatti di Piazza Statuto sono divenuti negli anni ’60 una icona delle cosiddette forze extraparlamentari che accusavano il PCI di essere diventato un partito revisionista e riformista. Grande insulto per allora. Diventa naturale presentare il libro giovedì sera alla libreria Comunardi di via Bogino. Altra icona e punto di riferimento di quella sinistra che fino all’ultimo ha sperato nella rivoluzione. Magari rivoluzione meno violenta e più democratica possibile. Usciamo falla politica e dalla ideologia per planare negli annali della storia, una storia per i diritti dei lavoratori. Una storia da capire. Forse da non condividere fino in fondo. Ma pur sempre da capire, con una sua dignità e forza morale.

di Patrizio Tosetto

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