Premio Dubito 2016



zentropia

Zentropia

https://bsidesmagazine.wordpress.com, 18 maggio 2012
+ Zentropia
“Sono l’amputato. Medito sul vuoto e nel vuoto, nell’assenza di forma, nella forma assente, ora e sempre, al di fuoi del tempo.”
Zentropia di Adriano Barone

In un futuro molto prossimo, o in un presente parallelo simile al nostro, l’Italia è collassata su se stessa. Un blando regime politico non è in grado, o non è più interessato, a tenere insieme la realtà di uno Stato in rovina. La polizia militare tortura liberamente chi capita pur di non annoiarsi. Bande di baby teppisti, chiamati Nazi-chic, sono decisi a portare pulizia nei quartieri uccidendo a sprangate tutti i vecchi che incontrano. Cellule terroristiche vintage completamente incapaci, sono più interessate a mantenere una sorta di ordine omologato fra le proprie file che a combattere il “sistema”.
In uno scenario così rovinoso e apatico, l’ unica soluzione intelligente è provare a scappare, rischiando la vita lungo i confini militarizzati, o aderire all’Asomatismo una nuova religione i cui adepti si fanno amputare volontariamente gambe, braccia e sesso per meditare sul nulla.
La scelta di Bea: un’operazione chirurgica che ha trasformato il suo corpo in un unico punto G.
La scelta di Marco: la scoperta dell’omosessualità come atto rivoluzionario. La scelta di Alberto: chiudersi nel mutismo e aderire a una gang di Nazi-chic
La scelta di Tommy: seguire gli insegnamenti di un folle.
Tutti i personaggi hanno delle giuste motivazioni, ma agiscono da sciocchi, vivendo per inerzia.
Zentropia è un brevissimo romanzo di Adriano Barone che si divora in mezza giornata, ma non è una lettura facile. È un libro che ti rattrista e che rimane appiccicato addosso. Un’amara e originale riflessione su noi italiani.

di bsidesmagazine

http://hotmag.me/nonsolonoir, 8 maggio 2012
+ Zentropia di Adriano Barone
“Accendi il sistema. Apri il programma. Apri il documento”(1). Si apre così, su un incipit che è una sorta di citazione anonima, riportata in corsivo, apparentemente avulsa dalla narrazione principale e che calca sull’ambiguità dei termini “sistema”(2) “programma”(3) e “documento”(4), il romanzo Zentropia di Adriano Barone.
E, forse, il modo migliore per affrontare Zentropia – oggetto letterario deformato e “difforme”, difficile da afferrare, e ancora di più da commentare, in quanto quasi totalmente privo di trama (perché, nel momento in cui la narrazione si apre, tutto ciò che (non) doveva accadere è già accaduto, e all’autore non resta altro che tratteggiare una serie di scene isolate del “dopo”) – è proprio concentrarsi sulle queste ambiguità.
Innanzitutto il “sistema”: tutto quel che conta è già successo. Il tempo zero della narrazione è “pochi minuti nel futuro”(5). Il luogo è l’Italia. Un Italia “post-guerra civile”, che somiglierebbe in tutto e per tutto alla nostra, se le contraddizioni con le quali quotidianamente ci scontriamo non fossero messe allo scoperto, amplificate, esposte, portate alle ultime conseguenze.
Il “sistema” pare essere il nostro: (iper)invasivo ma invisibile, impersonale, inattaccabile e del tutto indifferente. Non c’è traccia di politici, in Zentropia, solo i segni rivelatori di un progetto autoritario andato a buon fine e, per unica opposizione, “Terza Linea”, un gruppo frazionato in cellule spesso in reciproco disaccordo, nelle cui file militano rivoluzionari da cartolina pronti a riproporre nostalgicamente le formule abusate e ormai inservibili del terrorismo anni ’70, o a perdersi in cervellotici, vani, progetti di emancipazione sessuale(6).
A far da sfondo a questi dissidi, un’Italia allo sfascio, isolata dal resto d’Europa e ridotta a una sorta di enorme lager, con elicotteri e mitragliatrici a sorvegliare il confine Svizzero, e recinzioni elettrificate a ostacolare il passagio in Francia.
Un’Italia nella quale un qualunque “progetto”, tanto rivoluzionario quanto politico, è assolutamente impossibile, impensabile; tanto è vero che, tolta l’inutile resistenza di “Terza Linea”, le uniche alternative a un “lasciarsi vivere” che, complice la paura, somiglia quanto mai a un “lasciarsi morire”, sono entrare a far parte degli “asomatici”(7), cercare rifugio in uno dei tanti gruppuscoli di ragazzini “nazichic”(8) malati di techno e di violenza, o diventare “retroambulanti”(9) (“scelte” che, a ben vedere, si traducono nella rinuncia alla volontà personale, in favore del gruppo, in vista del nirvana, o per spendere se stessi in una nostalgica e impotente contemplazione del passato).
Tutto questo in un “romanzo” che vuol essere “documento” – e arriviamo così alla terza parte dell’incipit -, non solo nel senso “informatico”: il termine, che preso in questo senso dà a Zentropiaun tocco polverosamente fantascientifico (“polvere” ampiamente giustificabile: pare ovvio che i riferimenti dell’autore siano da ricercare nel romanzo distopico novecentesco, più che nella fantascienza contemporanea), letto nell’altra accezione -che ricade nel circolo semantico della “testimonianza”, come a voler dire che quella espressa nel romanzo non è una “profezia” (previsione fondata su una valutazione morale del presente), ma una pre-visione vera e propria, a fronte della quale il veggente (vedente) può considerarsi a tutti gli effetti testimone di quanto avverà “pochi minuti nel futuro” a un paese nel quale, “dopo la fine”, “in sostanza le cose restano come prima. Solo peggio.”(10) – dà senso al romanzo, e legittima il suo inserimento all’interno della collana “Inchiostro Rosso”(11).
Certo, a definire “noir” il libro di Barone ce ne vuole… e non tanto pe la quasi totale assenza dei caratteri distintivi del genere, ma perché Zentropiaè un oggetto letterario talmente disgregato, che difficilmente ci si azzarda a chiamarlo romanzo.
E proprio qui, forse, sta la sua forza: a ricondurre il tutto a una forma “finita”; a voler tirare i fili in qualche modo; a ricomporre i frammenti in una totalità compiuta, espressione di un dissenso unilaterale, o di un preciso progetto politico-rivoluzionario, l’autore avrebbe rischiato di banalizzare e depotenziare una serie di scene o quadri isolati violenti e di grande effetto, che funzionano, oltre che per il linguaggio crudo, disturbante e secchissimo nel quale sono tracciati, proprio in ragione della loro esemplare episodicità: che senso ha la progettualità, e qual è la via di fuga da un mondo nel quale il tempo sembra infranto in un eterno presente, un mondo privo di logica e in fondo anche del rapporto di causa ed effetto?
E di fronte alla vanità di ogni nostro sforzo e progetto, nell’assoluta incommensurabilità tra testo e contesto, non siamo forse indotti a considerare il mondo come privo di logica, ed estraneo al rapporto di causa ed effetto?

(1) Adriano Barone, Zentropia, Agenzia X, Inchiostro rosso – noir di rivolta, Milano 2011, p. 7. (2) Sistema come “sistema informatico”, che può essere acceso o “avviato”, o come “esablishment” da “accendere”/incendiare, per scongiurare l’avverarsi della situazione prevista dallo scrittore. (3) Programma come software, o programma rivoluzionario (o, ancora, autoritario, contro-rivoluzionario ecc.?). (4) Documento come generica denominazione dei testi elaborati attraverso word processor o nel senso di testimonianza. (5) Ivi, p. 9. (6) Il progetto di Bea, apertamente ispirato al Manifesto contra-sessuale della teorica del queer Beatriz Preciado (citata in epigrafe, spalla a spalla con Caparezza, Fabri Fibra e un episodio della terza stagione della serie televisiva Boris). (7) Gli asomatici cercano una forma tecnologicamente supportata di piacere catastematico; un nirvana al quale si accede previo rinuncia a tutti i beni terreni a favore del fondatore della setta, amputazione degli arti, e sprofondamento in una sorta di coma farmacologico indotto attraverso l’immersione in un misterioso “gel trasparente” (Ivi, p. 12). (8) Privi di passato (“Ma chi cazzo sarà mai questo Hitler”, pronuncia uno di loro in Ivi, p. 27) e, pronti a tutto per perdersi in un eterno presente di insignificante violenza: persino a smettere di sognare, di pensare, di parlare ecc. (9) Mi sembra assolutamente superfluo sottolineare l’aspetto fortemente simbolico del fare dei “retroambulanti”, che guardano in avanti (al futuro?) e camminano all’indietro (tentando di sottrarsi a quel che vedono?), salvo poi trovarsi attaccati anche alle spalle (il passato che ritorna, o solo il presente che non lascia scampo?). (10) Ivi, p. 126. (11) Ma forse non è solo in virtù di questo carattere di “pre-testimonianza”, anticipazione di un futuro prossimo nel quale il paese “diventa Z” (alle prime occorrenze dell’onnipresente lettera “Z” si sarebbe tentati di tirare in ballo V di Pynchon; ma poi il senso della frase “Tutto diventa Z”, tanto spesso ripetuta nel testo, diventa assolutamente chiaro), che, in quanto “testimoniato” si fa presente, che Zentropiapuò essere inserito in una collana che, per linea editoriale, pubblica “noir a sfondo politico per ribellarsi al presente”: l’intero libro è infatti leggibile, assai più banalmente, come una lunga serie di allegorie. Decisamente più interessante, l’idea che l’autore abbia valutato entrambe le possibilità, e le abbia volutamente lasciate a convivere nei meandri del testo, riproponendo a livello macrotestuale la dualità già indicata nell’incipit.

www.carmillaonline.com, 28 dicembre 2011
+ Zentropia
Ci sono molti di modi di raccontare il nostro presente tumultuoso. Nessuna scelta è facile o difficile a priori. C’è chi si attiene alla cronaca degli eventi, scelta affatto semplice data la complessità di questo indecifrabile momento storico. Su Carmilla trovate spesso validi contributi in tal senso e non vi farò la mia analisi. C’è poi la genia dei narratori di storie, che però non vivono sulla Luna e non riescono, neanche volendolo, ad astrarsi dal momento storico. Sia che si narri di passato (penso al recente One Big Union di Valerio Evangelisti) che di presente e di futuro, come in Zentropia di Adriano Barone, narrare una storia diventa non solo un’occasione di intelligente intrattenimento, che sarebbe già uno scopo dignitoso vista la scarsa profondità di molta narrativa odierna, ma anche un momento di riflessione sul presente.

È appunto il caso di Zentropia, un romanzo che il suo autore definisce “distopico Zen” e che racconta l’Italia dopo una sanguinosa guerra civile. Non è il nostro incerto presente, ma un possibile futuro, che potrebbe anche non essere molto lontano o essersi in realtà già verificato, in uno dei multiversi possibili.
La vicenda, se di trama in termini tradizionali si può parlare, segue un gruppo di personaggi molto diversi tra loro. Fuggitivi da una realtà che non possono più vivere, scelgono i modi più disparati per allontanarsene: droghe, alterazioni fisiche e nuove concezioni del corpo o della sessualità sono solo alcune possibili scelte. Come quella di guardare avanti in modi differenti, ma anche quella di camminare all’indietro voltando le spalle a un futuro nel quale non si crede più.
Considerando che i protagonisti di questo romanzo sono tutti giovani, il quadro è agghiacciante.
Una scelta estrema è quella degli Asomatici, che si fanno tagliare gli arti e decidono di rimanere ancorati a un eterno presente, collegati a macchine per vivere, sospesi in una sorta di limbo molto simile al grembo materno.
Uno dei velleitari bersagli di un ancora più velleitario gruppo terroristico, la Terza Linea, è proprio l’Asomatismo, visto come fumo negli occhi per il distorto uso della tecnologia, come mezzo di fuga dalla realtà. La Terza Linea d’altra parte non sceglie i nomi delle sue cellule a caso. La criptica sigla KU09071976 coincide con quella di uno dei più efferati omicidi degli anni di piombo, quello del giudice Vittorio Occorsio.
Il guardarsi all’indietro di certa militanza è stigmatizzato dallo stesso romanzo, quando si afferma che “l’impegno” rivoluzionario dei membri del gruppo non sia altro che un’ennesima fuga, non la costruzione di un presente alternativo, bensì “la rievocazione di un’alternativa al presente passato, che non esisteva più dagli anni settanta”: c’è una velata critica alla militanza del mondo reale, imbrigliata ancora in linguaggi e stereotipi che hanno fatto il loro tempo. O meglio: a quando a un impegno nominale e a una teorizzazione, non seguono fatti concreti, azioni reali e costruttive.
Non che i personaggi non compiano le loro azioni, tutt’altro. Si agitano, si tormentano, “parlano a vuoto, fanno cose inutili e senza conseguenze, e poi….”
Ma il senso e la fine di questa frase devono essere oggetto della lettura, non posso e non voglio anticiparvi tutto: sappiate che il romanzo vi ingannerà sin dall’inizio.
Intanto perché la sua ridotta foliazione e la prosa apparentemente semplice fanno pensare a una esperienza di lettura breve e scorrevole.
Ora: non che il testo non scorra, ma non lasciatevelo passare come se fosse nulla. La sua densità è tale che anche i monosillabi non possono essere persi, come tasselli di un mosaico che altrimenti non riuscirebbe a essere completo, tanto il romanzo è pieno di scoppiettanti idee.
D’altra parte Barone è un autore versatile, da tenere d’occhio in ogni sua espressione. Ha pubblicato per Mondadori la raccolta di racconti Carni (e)strane(e) e per Asengard il romanzo Il ghigno di Arlecchino. È inoltre sceneggiatore di cortometraggi e fumetti, di cui l’ultimo, il graphic novel Bugs-Gli insetti dentro di me, è uscito proprio qualche settimana prima di questo romanzo.
Un elemento che non sfugge durante la lettura è che la geriatrica classe dirigente del nostro paese non c’è più. Forse sono tutti fuggiti all’estero, forse sono stati fucilati o si sono trasformati in Asomatici. Non ha molta importanza. Rimane il fatto che non si sa bene chi abbia il “potere”, ma chiunque sia ha in gestione uno stato inesistente, fuori dall’Europa e diventato solo un approdo di immigrazione clandestina. Un paese dove non esiste più una “parte giusta con cui schierarsi” e fuggendo dal quale si viene accolti a colpi di mitra. Dove non si sogna più e in cui non esistono Schengen, Unione Europea e Nato. Dove il concetto di default è superato dal semplice fatto che non c’è più un riferimento al quale livellarsi.
E quella che per molti è una utopia – la fuoriuscita dal gioco dell’economia – è per Barone una distopia: un mondo in cui il denaro ha perso sia la sua connotazione di valore universale che pragmatico.
Nella visione ormai ridotta alla mera tangibilità dei personaggi, il valore pratico del denaro non è più applicabile, semplicemente il concetto non funziona più. Pur tuttavia gli stessi personaggi che teorizzano questa inutilità, non riescono a trovare altro da fare che uccidere “per soldi”, perché non sanno cos’altro fare.
Anche se molti personaggi sembrano cercare una loro via, un modello sociale e aggregativo diverso, c’è chi teorizza – per esempio – che se gli esseri umani si trasformassero in insetti si raggiungerebbe l’uguaglianza sociale ed economica (rimando al già citato Bugs), o c’è chi ha alterato il suo corpo facendolo diventare una immensa zona erogena.
Intanto, in assenza di carne fresca dato il clima di recessione economica, gli italiani del romanzo mangiano insetti e usano il sesso come mezzo di aggregazione e sottomissione, ma la somma di spinte centrifughe, di tante individualità tendenti verso direzioni differenti, non realizza nuovi modelli di aggregazione sociale, bensì puro e semplice caos. Ognuno per sé, o al limite in gruppetti, come i bambini nell’isola del Il Signore delle Mosche, con un unico comune denominatore: la violenza e l’assoluta tendenza verso il nulla.
Posso dirlo senza timore di fare anticipazioni: a spinte centrifughe, prima o poi seguono le spinte centripete; dopo l’esplosione le schegge tendono, nel lungo periodo all’accumulazione, in questo caso un punto Z.
Zeta come Zero.
Zero come Nulla.

di Emanuele Manco

www.borderfiction.com, 28 dicembre 2011
+ Zentropia
Benvenuti all’ultimo livello della distopia, accompagnati dalla mente geniale, distorta e delirante di Adriano Barone, in questo volume di piccolo formato e dai contenuti devastanti edito da Agenzia X-Noir di rivolta, nella collana Inchiostro Rosso, con in copertina una suggestiva tavola di Maurizio Rosenzweig.
D’accordo, ai miei tempi questo genere si chiamava “letteratura antiutopica” e comprendeva romanzi come 1984 di Orwell, Il mondo nuovo di Huxley, ma anche (a mio avviso) Un’arancia a orologeria di Burgess – meglio noto come Arancia meccanica dopo il film di Kubrick – piuttosto che parecchi titoli di Philip K. Dick, sempre sia lodato.
Oggi si chiama “letteratura distopica” ed è stata recentemente argomento di un percorso narrativo e saggistico con il volume Ambigue utopie curato da G.F. Pizzo (Bietti Editore). Ma, prima che tutto tenda a Z, torno a parlare del libro in oggetto.
Romanzo distopico, dunque, se vogliamo a tutti i costi trovare una definizione. Siamo in Italia qualche minuto nel futuro, abbastanza perché il nostro paese sia stato espulso dall’Europa e defecato dalla NATO. La Guerra Civile ha lasciato il paese in condizioni pietose. I più ricchi sono fuggiti in Svizzera, la cui frontiera ora è difficile superare. I più sfigati hanno tentato di passare il confine con la Francia, le cui recinzioni (come a dire il vero abbiamo visto nella cronaca recente) sono difficilmente valicabili. I più stupidi sono rimasti in Italia, sotto una dittatura che manipola le notizie attraverso l’Informazione Unica di Stato. Ragazzini nazi-chic che manco sanno chi fosse Hitler giocano a Sprangavecchio (non occorre che il bersaglio sia un vecchio, l’importante è sprangarlo); disperati e nostalgici entrano nell’ordine dei Retroambulanti; i più mistici si abbandonano, dopo la cessione di tutti i loro averi, alla Chiesa degli Asomatici – gestita dal maestro MuAi, al secolo Giovanni Rossi detto Gianni – che garantisce un’eternità di meditazione in sospensione fluida, previa asportazione di ogni sporgenza superflua (braccia, gambe, pene per chi ne sia munito).
In questo nuovo mondo mirabile di merda si leva, come no, la voce della Resistenza. Che si esprime attraverso il movimento Terzalinea. All’interno del quale emerge un gruppo di ribellione noto come KU09071976, capitanato da Bea, post-radical-chic che come ultimo regalo dai ricchi genitori si è fatta sessualizzare ogni parte del corpo e diviene profetessa della rivoluzione contrasessuale, in opposizione alle pratiche eterosessuali – ormai superate persino dalla borghesia – e in alternativa alla lotta armata. Insomma, una resistenza del cazzo. Su una cosa tutti sono d’accordo: il gruppo KU09071976 sta sulle palle tanto allo Stato quanto al Comitato Rivoluzionario Centrale, che se ne vogliono liberare.
Sarcastico, abrasivo, crudele e pessimista, Adriano Barone si muove avanti e indietro nella cronologia del mondo che descrive, satireggia una reincarnazione delle cellule anni Settanta, trova persino il modo di introdurre nel testo la sua personale cosmogonia con una sacra rappresentazione in tre parti. E se ne viene fuori con un’opera d’arte imbarazzante e provocatoria, che si permette persino un ultimo guizzo sbeffeggiante con un finale catastrofico e catartico, negato dopo poche righe. Perché il mondo, almeno in Italia, non può finire con un bang, ma nemmeno con un lamento. Tutto tende, semplicemente, a Z.

di Andrea Carlo Cappi

www.sherwood.it, 1 dicembre 2011
+ Zentropia
Il corpo è rivoluzione. Non importa che giudizio abbiamo di esso, fatto sta che la sua presenza e manifestazione ci obbliga a compiere una scelta. Ed è un’Italia dilaniata da scelte conflittuali quella presentata in Zentropia di Adriano Barone appena uscito per Agenzia X sotto la collana Noir di Rivolta.
Un paese mutilato da una non precisata guerra civile, che ci viene raccontato ripercorrendo le ultime ore di vita di un gruppo terroristico dedito a sovvertire la rigida morale post-guerra attraverso pratiche contra-sessuali. Nemico per eccellenza diventa il neonato culto dell’Asomatismo: una religione i cui adepti, rinunciando ad ogni proprietà e facendosi amputare i quattro arti, meditano sul nulla cercando di allontanare la realtà che li circonda.
Zentropia ci mostra così un mondo surreale fatto di corpi narcotizzati o ipersensibili, mutilati o perfezionati e che (forse) in fondo non si discosta poi così tanto da quello a cui noi siamo abituati. Infatti se anche il ritmo narrativo ci proietta in un altro tempo, le immagini che compaiono, seppur nella loro estremizzazione, sembrano ricalcare perfettamente quel mercato della carne (e non solo) che ogni giorno vediamo vomitare dallo schermo televisivo.
Per questo motivo, prendendo in prestito e parafrasando una frase degli Area, il libro che abbiamo davanti ci appare come: “un mitra (…) che ti spara sulla faccia ciò che penso della vita, con il suono delle parole, si combatte una battaglia, che ci porta sulle strade della gente che sa amare”.

di Luigi Emilio Pischedda

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