wars

Wars on demand

www.rivistaunaspecie.com, 20 febbraio 2015

+ Wars on demand

La guerra non è più quella di una volta. Esistono nuovi metodi di controllo geopolitico, modalità moderne per comprovare il dominio, attestazioni sopraffine di coercizione perpetuata in maniera soft, senza clamori, con ingerenze nei territori concretizzate grazie a compromessi tra Stati post conflitto mondiale e all’ottusità di governi che gestiscono il bene nazionale come un’assurda gara all’appalto.
Ma i popoli sembrano accorgersi di questi scenari nefasti, soprattutto dove le forze in gioco prendono il sopravvento nelle loro terre. E così è successo con il movimento No Dal Molin a Vicenza, nato per evitare l’occupazione totale dell’aeroporto da parte della più grande base logistica militare statunitense in Europa, ed è successo con il movimento No Muos a Niscemi, vicino Catania, dove un nuovo armamentario di sofisticate parabole per bassa e alta frequenza rischia di accrescere le statistiche tumorali, giorno dopo giorno. Ingerenze militari che sono vere e proprie occupazioni di territori sancite da accordi che intrecciano mafia, politica, denaro.
E intanto vengono commissionati sempre più piani spaziali e di hackeraggio, la progettazione di colonie minerarie nello spazio, la costruzione di killer robot, si programmano guerre telecomandate, viene tagliata la spesa sociale per investire le tasse nello sviluppo di tecnologie di dominio e morte. Crescono dissapori e convergenze politiche sempre più azzardate dal nuovo triangolo economico/politico Usa-Cina-Giappone mentre luoghi come l’isola di Guam, di Diego Garcia, di Jeju, l’arcipelago delle Hawaii e le Isole di Okinawa vivono la devastante militarizzazione delle loro terre come un abuso operato freddamente dagli Usa che, volenti o nolenti, assumono ancora in questo nuovo millennio la figura di puparo dei conflitti e delle strategie di potere, operano una vera e propria colonizzazione moderna, violenta, sotto i nostri occhi.
Di questo e altro parla Wars on demand, libro nato all’interno della Global Conference, meeting in streaming in opposizione alle basi Usa avvenuto durante il Festival No Dal Molin, promosso e portata avanti dal movimento con coraggio, voglia di informare e creare aggregazioni internazionale di lotta per l’obiettivo comune di creare un nuovo modo di pensare all’interno di un’economia e una politica aggressiva e col coltello tra i denti.
Edito dai tipi di Agenzia X, sempre attenta a determinati temi sociali antagonisti, il libro ci illustra sotto i diversi punti di vista di giornalisti informati e attivisti di movimenti sparsi nel globo le diverse esperienze in cui vige questa nuova servitù militare, un imperialismo moderno che addotta nuove tipologie di guerra, basata più che altro da intelligence e droni, e in cui la sottrazione di diritti civili e di decisionalità è la triste condizione di chi vive soprattutto nelle aree contigue alle basi militari.
Un libro che ci svela scenari che spesso passano in secondo piano o per nulla lungo gli usuali canali informativi, e che nell’insieme ancor di più ci fanno capire quanto l’ingerenza da parte di superpotenze per scopi bellici è sempre attiva, attenta, studiata, e come l’abuso del potere crea strappi sociali, devastazione dei territori, ma d’altro canto ci dice anche che l’uomo unito in una sana coscienza collettiva può lottare per i propri diritti, che ribellarsi a determinate condizioni è giusto, non solo giusto, è doveroso.
Quindi un libro assolutamente da leggere per chi non si basa solo su un informazione standard, regolamentata dalle influenze della notizia/prodotto, smazzata per un percorso mediatico da audience. Da leggere perché crea un quadro d’insieme interessante sul tema dell’interferenza continua e programmata di un sistema sociale basato sull’aggressione, la paura, la ricercata supremazia. Da leggere perché la consapevolezza di determinate tematiche depone la base per ricrearsi una nuova coscienza etica e civile.

di Alessandro Pedretta

firstlinepress.org, 4 agosto 2014

+ Wars on demand, un libro che racconta il mercato militare ed il potere NATO in giro per il mondo

Quando in redazione è arrivato “Wars on demand – Guerre nel terzo millennio e lotte per la libertà” è stato come incontrare un coro con toni diversi, ma legati all’unisono da un armonico problema: la militarizzazione dei territori.
Nel mondo della declinazione crisi in ogni settore della società, ci sono posti immuni. Uno di questi è quello della strategia e degli investimenti militari. Vicenza libera dalle servitù militari ha tirato su questa raccolta di sedici autori, sei movimenti e dieci illustratori, per un libro da leggere come un planisfero alternativo, su cui rintracciare, oltre i soliti riferimenti di bandiere e bussole, basi NATO che hanno mutato vita e geografia di intere aree.
Wars on demand, edito da Agenzia X, nasce da un incontro di lotte, riunitesi nel 2013 al Festival No Dal Molin di Vicenza. Racconti di occupazioni, di negazione per ogni tipo di salvaguardia alla salute e di libertà di movimento.

“L’imperialismo statunitense ha nella presenza militare su tutto il globo il suo perno portante, che senza interruzione, con picchi di alta e bassa intensità, continua ad incidere.”

Il libro parte da Vicenza, dove dagli anni ’50 i vertici militari statunitensi hanno avuto sempre campo libero per intensificare la loro presenza. Il piano degli anni 2000 era quello di rendere Vicenza un’area in cui spostare anche molti militari dalla Germania, per creare unità speciali. La rappresentazione di tutto ciò era l’Aeroporto Dal Molin.
La grande mobilitazione del 2006 è il primo racconto di questo libro di lotte. Una massa multiforme di persone che si opponeva a 90 ettari di zona militare, di piste aeree e basi. Nel 2007 cominciò la costruzione della nuova base NATO, che fu contrastata da un forte movimento popolare, che nel 2009, con il supporto dell’Amministrazione Comunale, organizzò un referendum per far esprimere i vicentini in merito. Il Consiglio di Stato italiano non autorizzò le votazioni, ma i volontari comunque organizzarono i seggi: il 95% dei votanti erano contrari alla costruzione della base. La coscienza e la consapevolezza dei danni che una base militare, con tanto d’insediamenti per soldati, possa portare, causò stupore anche allo Stato Maggiore della NATO, che per il 4 maggio 2013 aveva preparato un’inaugurazione in pompa magna. Questa fu boicottata e contrastata da tutto il movimento. L’apertura ufficiale fu così spostata nel luglio successivo, senza tanti lustrini e con una constatazione da affrontare: la lotta è rimasta compatta nel tempo. La base è stata comunque costruita, ma la NATO ha dovuto rinunciare a due terzi della zona aeroporto. Nella zona “immune” è stato costruito un enorme parco per la cittadinanza.
Un’altra vittoria, che ha ispirato tanti altri movimenti, è stata quella in merito alla pista aerei, non utilizzabile come nei piani NATO e soprattutto la limitazione dei militari che dalla Germania si sarebbero dovuti trasferire in massa a Vicenza.
Il libro si sposta poi in Sicilia, a Niscemi, ad ottanta chilometri da Catania. In un paesino in cui i più elementari servizi sono ridotti, come il servizio idrico ed il trasporto pubblico. Questo paragrafo si districa in una militarizzazione che sceglie i luoghi da comprare. Si racconta come a Niscemi la gestione dell’acqua sia tra le mani della multinazionale spagnola Caltacqua. Esempio di un territorio depredato. La base militare di Niscemi è su un terreno acquistato dalla Olmo spa, società poi rivelatasi vicino alla mafia. Questa rivendette i terreni al triplo del prezzo al Ministero della Difesa. I militari presenti nel sito sono una trentina ed a differenza di altri posti in cui la vita militare condiziona la cittadina, questi vivono poco Niscemi, perché alloggiano tutti a Sigonella (distante 90 km).  La lotta è partita per una forte preoccupazione sulla salute delle persone.

“In assenza di un registro tumori ufficiale, i comitati hanno iniziato a consultare tutti i medici della zona, per confrontare le patologie, arrivando a dati preoccupanti: si registra una forte presenza del tumore di Hodgkin.”

La base di Niscemi e le sue antenne hanno iniziato il proprio processo di trasformazione in sordina, perché i vecchi tralicci hanno dovuto coesistere con le parabole. In pratica il Muos diventerà un sistema direzionale, che utilizzerà onde elettromagnetiche, capaci di passare qualsiasi tipo d’informazione.
Le proteste qui hanno causato ammende amministrative fino ai trentamila euro. La campagna di opposizione, No Muos, fino al 2015/2017, data in cui le antenne dovrebbero essere operative, non si fermerà, anche in virtù di tutte le informazioni che i comitati stanno acquisendo.
Wars on demand passa poi ai LAR, che scritta così magari non suggerisce nulla. Lethal Autonomous Robotics: i droni. Armi-robot che viaggiano da soli, fondendo i ruoli delle armi con quello dei combattenti. L’utilizzo di questa tecnica ha ricevuto ammonimenti dalla comunità internazionale, perché ancora non si sono stabilite regole d’ingaggio. Tuttavia i droni già operano per mano statunitense, in particolar modo in Pakistan. Le operazioni sconfinano gli obiettivi militari, perché, ovviamente, ci sono state innumerevoli vittime civili.
Ciò che non si sa è che la Sicilia per la NATO dovrà essere la capitale mondiale dei droni. Ad oggi i Predator, dal 2010, sono già ospitati nella base di Sigonella, per operazioni in eventuali situazioni di crisi nell’area nordafricana e del Sahel. Per capire quanto sia un’arma già sin troppo contemporanea, bisogna far riferimento ai Predator utilizzati in Afghanistan, che dal 2007 hanno superato le 12.00 ore di volo. L’aeronautica militare italiana, nella missione Nato/Kfor in Kosovo, li utilizza da un anno.
Il viaggio lungo gli armamenti si sposta nello spazio, perché il dominio non può più contare solo su basi in terra, ma deve proiettarsi anche oltre il cielo.

“Nonostante Cina, India e Russia sul piano militare siano sulla scia degli Stati Uniti d’America, per quanto riguarda la corsa allo spazio Washinton ha ancora un margine di vantaggio.”

Infatti la comunità internazionale sta chiedendo la revisione dei trattati delle Nazioni Unite che dichiara come nessun pianeta possa essere mira di Stati. Tutta la tecnologia utile ad inviare materiale in orbita, droni, missili e quant’altro, per comunicare (vedi l’importanza di Niscemi) sarà la nuova sfida delle multinazionali. La revisione dei trattati della corsa agli armamenti nello spazio (Paros), chiesta in particolar modo da Russia e Cina, è stata rifiutata da Stati Uniti e Israele.
SECONDA PARTE
La II parte del testo lascia l’Italia e si ritrova a definire la figura dei mercenari o meglio riconosciuti nell’ambito come contractors. Seppur le Nazioni Unite abbiano nel 1989 legiferato contro il finanziamento e l’addestramento dei mercenari, negli anni i singoli Stati hanno regolamentato le compagnie private di sicurezza. Una di queste, la Triske Services Limited, ha aperto un ufficio a Roma, per entrare in quel mercato che era ed è dei fucilieri della Marina Militare. I crimini commessi dai Marò, nella nota vicenda indiana, non avrebbe avuto così tante ripercussioni se fosse stata azione di contractors. Ciò perché l’Italia non avrebbe risposto direttamente (vicende analoghe sono successe in Somalia, ma senza scalpore) ed anche perché regole d’ingaggio prestabilite non ci sono per i mercenari. Wars on demand fa una mini-cronologia delle Compagnie Militari e di Sicurezza Private (PMSC). Questo settore è il terzo datore di lavoro al mondo. Fornisce servizi di logistica, sorveglianza e protezione, gestione carceri, ecc…
Gli USA in Afghanistan nel 2010 avevano centosettantacinquemila soldati e duecentosettemila contractorsi, liberi di agire oltre ogni regola d’ingaggio.
Nel mappamondo delle tensioni belliche da acutizzare c’è quello tra Cina e Giappone nelle isole di Diayu/Sekaku, che fanno tirare i muscoli per alleati e nemici a stelle e strisce. In questo paragrafo ci sono le descrizioni politiche ed economiche di Cina e Giappone contemporanei.
Si passa poi ad isole che servono da scudi per il colonialismo del nuovo millennio. Un pezzo di terra nell’Oceano Pacifico occidentale, Guam, punta degli USA, in cui il 29% del territorio è occupato da basi NATO. Nel 1944 l’esercito statunitense arrivò qui per scacciare i giapponesi. Da allora è divenuta un’isola/fortezza. Ogni anno si festeggia l’arrivo degli americani, come per rinforzare il sentimento di gratitudine. Anni in cui si è cancellata l’identità del territorio e della propria cultura. Se in Giappone la base di Okinawa viene presa di mira per manifestazioni contro le azioni militari, allora viene trasferito tutto a Guam. Tanto l’eco di possibili discussioni è troppo lontano in quest’isola.
Guam è rampa di lancio e di rifornimento per ogni operazione militare statunitense in medioriente. L’isola è stata utilizzata come discarica di armi nucleari e non, infatti un abitante di quest’isola ha il 2000% di possibilità in più di un residente negli Stati Uniti d’America di ammalarsi di cancro rinofaringeo.
Guam, al di là della retorica dei guadagni portati dai marines e della sicurezza che ne deriva, ha sul groppone il fardello di possibili minacce che Corea del Sud e Cina (nemiche USA). Altro danno per gli abitanti è il costo di una casa, che si è alzato di molto, visto che i militari dispongono di uno stipendio più alto rispetto a quello della popolazione locale.
Ogni movimento di protesta a Guam, che dal 1945 non gode più di una sovranità propria, è complicato. Però il Movimento Chamorro Nation si è organizzato in un’efficace azione di sabotaggio verso la restituzione forzata delle terre nell’area di Pegat: una meraviglia di barriera corallina dove sarebbero esplosi dieci milioni di proiettili all’anno in un poligono. In questo caso la lotta ha fatto tirare indietro la proposta.
Il mappamondo di Wars on demand gira, resta nel Pacifico, Hawai, lì dove i mass media non si soffermano mai: sulle 118 aree militari che occupano novantatremila ettari delle isole hawaiane. I marines dispongono di Nash, centro di comunicazione navale. Il movimento di protesta nato qui si chiama Protect Kaho Olawe Ohana Movement. Più volte ha chiesto la bonifica di bombe inesplose: opera mai compiuta.
Anche qui il ricatto del lavoro è forte, dato che per il 18% l’economia delle isole ruota attorno il settore militare.
Nell’Oceano Indiano, nell’Arcipelago Chagos, c’è una segretissima base militare: la Diego Garcia. Questa è utilizzata dalle truppe britanniche e statunitensi, ma anche dalla CIA per processi a “terroristi”.
L’isola, affinché diventasse base militare, è stata oggetto di deportazione, con le marine alleate impegnate a portar via gli abitanti di Chagos verso le Mauritius e le Seychelles. Persone private della propria casa, a subire viaggi da schiavi e lasciati disoccupati in posti a loro sconosciuti.
L’Asia presidiata è anche naturalmente rappresentata dalla Corea del Sud. L’isola di Jeju, con precisione Gangjeong, è stata scelta per diventare una fortezza militare: progetto che si realizzerebbe nel 2015. Abitazioni e vita da creare per settemila militari.
L’amministrazione da Premio Nobel, Barack Obama, dal 2012 persegue la strategia dell’Asian pivot, ovvero preparare esercitazioni congiunte con Corea del Sud e Giappone, così da accerchiare la Cina. Per questo le acque di Jeju ed il suo territorio sono fondamentali.
Wars on demand si conclude in un posto noto per la sua militarizzazione ed il suo paradosso intrinseco: Okinawa, isola giapponese. In questo pezzo di terra si concentra il 70% delle forze armate statunitensi presenti in Giappone. Il paradosso è che nella Costituzione dello Stato nipponico c’è proprio una chiara descrizione del rifiuto agli armamenti: Okinawa è stata ed è invece la rampa di lancio privilegiata per gli attacchi in Vietnam, Iraq ed Afghanistan.
Forte però nelle sue azioni è il movimento Nuchi du Takara, che denuncia la negazione della lingua locale, perché poco controllabile dai soldati giapponesi e dai suoi alleati, ma anche gli stupri ai danni delle donne. Il libro ricorda il caso del 1995, quando tre militari statunitensi prelevarono una bimba fuori la sua scuola elementare, per picchiarla e violentarla. Il movimento si è posto come obiettivo quello di educare all’antimilitarismo, legandosi anche ad un network internazionale.
Questa lunga recensione è stata un’occasione per ricordare cosa succede nei territori che viviamo. Con un click qui si può comprare il libro, potendo così leggere tutti i dati, con tanto di illustrazioni e nomi di tutti i movimenti di resistenza disseminati per il mondo.

di Lorenzo Giroffi

www.carmillaonline.com, 3 luglio 2014
+ Il giro del mondo (e dello spazio) in ottanta guerre
“Gentlemen, non sono venuto in questo paese per perdere la Terza Guerra Mondiale, ho già perso la Seconda” (Walter Dornberger, capo del programma di sviluppo spaziale segreto di Hitler, davanti al Congresso americano)
Non sono esattamente ottanta le situazioni di guerra potenziale esaminate dal libro in questione ma, sicuramente, ciò che consegue ad una sua lettura è, di fatto, l’inevitabilità strutturale della guerra, anche su scala allargata e mondiale, insita nella logica stessa del capitalismo e della sua tendenza a sottomettere ai suoi principi di riproduzione ed accumulazione ogni aspetto della vita economica e sociale oltre che l’ambiente e lo spazio nel loro insieme.
Spazio che non va inteso soltanto come geografico, territoriale, terrestre, ma anche come spazio circostante la Terra e che può spingersi all’intero sistema solare, se non oltre, nel sempre meno inconfessato desiderio di dominare le comunicazioni mondiali e le risorse minerarie disponibili al di fuori della nostra atmosfera. Fantascienza di serie B? Fantasie di uno sceneggiatore transfuga di Avatar? No, semplice progetto di espansione dell’imperialismo, non solo americano, a dar retta ad uno dei saggi contenuti nel testo1
Controllo di uno spazio che comprende, anche, sempre più spesso il cyberspazio, sia per il controllo dei dati di milioni o miliardi di cittadini, sia per una guerra elettronica sempre più feroce sul piano finanziario e dello spionaggio tecnologico e militare. In cui l’arruolamento di hacker ingegnosi, tecnici, ingegneri, abili smanettoni e nerd console-dipendenti è diventato ormai per le strutture di difesa e attacco importante quanto l’arruolamento di soldati e killer ben addestrati.
Ma il testo, frutto di una collaborazione, nata in occasione della Global Conference tenutasi nel settembre 2013 durante il “Festival No Dal Molin” a Vicenza, tra giornalisti, ambientalisti e militanti anti-militaristi e a difesa dei diritti delle popolazioni locali di quasi ogni parte del mondo, si spinge fino a darci un panorama globale del rischio di una guerra reale sottesa all’attuale modo di produzione dominante e alla sua attuale crisi storica, economica e politica e, allo stesso tempo, delle forme di resistenza che le si oppongono
Tracciando una linea ideale che dalla pianura padana e dalle nostre valli alpine, corra attraverso i Balcani, l’Ucraina e l’Asia Centrale, quasi parallelamente ad un’altra che vada dalle coste meridionali del Mediterraneo verso il Medio Oriente ed Estremo Oriente, ci si può accorgere, leggendo gli interventi contenuti nel testo, di come le due linee finiscano con il convergere in un punto ideale situato nell’Oceano Pacifico, là dove la potenza declinante americana sta cercando di costruire un limite, insieme a Giappone e Corea, all’espansione economica, diplomatica e militare della Cina.
Una linea di faglia enorme, lunghissima e i cui effetti sismici possono ormai essere avvertiti in ogni parte del mondo, anche qui in Europa. Linea di faglia che, però, non ha solo rilevanza geopolitica e militare ma, soprattutto, sociale e ambientale, poiché, lungo il suo fin troppo prevedibile e catastrofico percorso, è destinata a sconvolgere sempre più l’ambiente e la vita della maggioranza dei cittadini del globo e delle società in cui vivono.
Qui sta l’interesse principale degli interventi. Spesso basati su esperienze di resistenza costruite dal basso: sia che si tratti di bloccare la costruzione e l’espansione della base aerea americana di Vicenza, sia che si tratti di bloccare l’ampliamento o la realizzazione di nuove gigantesche basi nelle isole di Guam e Jeju o nella baia di Subic, nelle Filippine, oppure di cacciare quelle già esistenti e devastanti di Okinawa, delle Hawaii o di Diego Garcia.
Salta subito agli occhi di chi legge che non soltanto i problemi sono gli stessi, ma anche che le pratiche e le esigenze socio-politiche ed ambientali che ne derivano tendono ad assomigliarsi in ogni angolo del globo2 e a far sì che gli attori delle proteste (associazioni, villaggi, territori, classi sociali) abbiano sempre più modo di intendersi e raccordarsi per azioni comuni, almeno per fini ed intenti.
Lo sguardo rivolto a chi taglia le reti delle basi americane in Estremo Oriente oppure verso chi cerca di impedire l’accesso di enormi gru e trivelle sui territori destinati ai nuovi impianti militari, oppure verso il sempre più stretto rapporto istituitosi, in ogni angolo del pianeta, tra taglio della spesa pubblica, peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro ed aumento della spesa militare e per le grandi opere, non può non spingersi a vedere, in tutto ciò, la possibilità di un nuovo internazionalismo.
Non più soltanto ideale, imposto da una scelta partitica o basato sull’autorevolezza di una singola classe, ma concreto nel suo svolgersi al servizio di esigenze reali, sentite e vissute dalla maggioranza delle popolazioni coinvolte. Toccate da una militarizzazione della società e dei territori che è destinata a far peggiorare sempre di più le condizioni di democrazia ancora esistenti e destinate, proprio per quello che accade, a risvegliarsi dal torpore prodotto dalle menzogne politico-mediatiche e ad aggregarsi in nuove forme di lotta ed organizzazione.
Raccontare o descrivere qui tutte le esperienze di lotta, le vittorie e le delusioni riportate, sarebbe troppo lungo e priverebbe il lettore del piacere della loro scoperta attraverso le pagine del libro; così come sarebbe inutile dilungarsi sull’aumentato pericolo insito in “un braccio di ferro dai toni animosi e irremovibili che paiono avere, come intento strategico, l’evocazione della guerra, sia pure solo a scopo di deterrenza. Un gioco pericoloso che accresce il rischio di un conflitto accidentale dagli effetti incontrollabili”.3
Certo è solo che, come afferma ancora l’intervento appena citato, si va affermando così “una fase in cui più mercato e più autoritarismo saranno le due facce di un’unica moneta”, non solo in Cina, cui è riferito, ma ovunque il nazionalismo tenderà a giustificare le spese militari e a compensare la miseria dell’esistenza quotidiana. Ma questo, come si è già detto, darà vita anche ad un antimilitarismo di tipo nuovo, che al contrario di quanto predicato anche dal nostro presidente della repubblica, potrebbe non essere soltanto il prodotto pernicioso di un generico e amorfo pacifismo, ma quello spontaneo e necessario delle contraddizioni indotte su scala globale dal capitalismo nell’ora della sua crisi più grave.
In un mondo in cui l’arruolamento potrebbe diventare sempre più spesso “il lavoro della povertà”: “Non c’è un manuale dettagliato che indichi i passi da compiere per sviluppare una consapevolezza che porti a vedere le lotte degli altri come proprie. Quando saremo capaci di vedere che le lotte altrui sono intimamente legate, e non in competizione, con le nostre? Può essere molto frustrante, per un attivista, aver a che fare con l’immaginario. Ma è assai stimolante pensare di poter contribuire a forgiarlo [...] un immaginario comune, una proiezione mentale che contenga politica, strategia e speranza. Non semplicemente una mappa astratta ma qualcosa in cui credere, che viva e respiri da solo, che le persone possano sentire”.4
Un compito ed una necessità sempre più urgenti per chi voglia opporsi all’apertura delle porte di quell’inferno in terra che gli avvenimenti delle ultime ore, dalla striscia di Gaza all’Iraq, sembrano rendere, purtroppo, sempre più probabile e vicino.Note
1. Bruce Gagnon, Guerre e colonie nello spazio, pp. 51-61.
2. Basti pensare, per esempio, al problema rappresentato dall’asbestosi diffusa sia tra i lavoratori che hanno partecipato alle costruzioni delle basi americane del Pacifico come tra quelli di Casale Monferrato o tra coloro che sono dediti alla cernita degli stracci a Prato oppure, ancora, a Taranto e, forse, domani tra gli abitanti della Valle di Susa se i lavori di scavo per il TAV procederanno ancora a lungo.
3. Angela Pascucci, Il triangolo fatale delle Diaoyu/Senkaku, pp. 91-119.
4. Michael Lujan Bevacqua, Isola di Guam. La punta di lancia dell’impero, pp. 124-136.

di Sandro Moiso

www.globalproject.info, 20 giugno 2014
+ Ladri di Sport e Wars on Demand: i primi due GlobalBooks
Martedì 17 giugno, all’interno dello Sherwood Festival 2014, sono stati presentati i primi 2 lavori della collana GlobalBoock, prodotta dalla cooperazione con AgenziaX, casa editrice in movimento, diretta da Marco Philopat.
Alla presentazione sono intervenuti molti dei promotori della collana dagli autori di Ladri di Sport, Ivan Grozny e Diego Valeri; di Wars on Demand, Cristiana Catapano, Vilma Mazza, Domenico Chirico, Beppi Zambon; all’editore Marco Philopat di AgenziaX.
Nell’OpenStudio di Sherwood, in una situazione colloquiale, la presentazione è stata introdotta da Beppi Zambon assieme a Marco Philopat, che hanno sottolineato nel tempo della rete l’importanza di fissare in pagine scritte le riflessioni utili all’attivismo politico e sociale.
War on demand dedicato alle modificazioni della forma della guerra è stato presentato da Cristiana Catapano, Vilma Mazza e Domenico Chirico di ‘Un ponte per’ che ha raccontato quel che sta succedendo oggi in Iraq.
I contributi video di Angela Pascucci e di Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes sono stati utili spunti per guardare all’interno degli scenari asiatici che nel libro sono raccontati dai tanti attivisti contro le servitù militari di quel pezzo di mondo .
Tutto è ruotato attorno alla trasformazione dei rapporti di forza e delle forme del dominio nelle aree continentali ‘calde’ e sulla mutazione dello ‘strumento’ guerra, con interessanti spunti sull’implosione in Iraq e il debordare dell’uso dei nuovi mercenari, i contractors.
È stata poi la volta di Ladri di sport introdotto da Carlo Vitelloni che è stato presentato dagli autori Ivan Grozny e Diego Valeri. Il volume sul mondo dello sport, ne racconta l’intrico di affari ma anche i percorsi di partecipazione popolare dal basso. L’occasione ha portato ad indagare la realtà dei mondiali di calcio in corso in Brasile, a partire dalle proteste e sommosse che hanno punteggiato lo spreco di denari per questa ‘grande opera’ a fronte del taglio e rincaro dei servizi di pubblica utilità.
Guarda qui i video della presentazione
Radio Sherwood, 14 giugno 2014
+ Wars on demand
Al telefono La Billo ci parla di Wars on demand. Ascolta la puntata
www.peacelink.it, 9 giugno 2014
+ Wars on demand, guerre nel terzo millennio e lotte per la libertà
Wars on demand, guerre nel terzo millennio e lotte per la libertà, a cura di “Vicenza libera dalle servitù militari”, edito da AgenziaX all’interno della collana “Global Books” appare non solo come un saggio di geopolitica, ma soprattutto come un vero e proprio “manuale” che possa permettere a tutti di essere consapevoli degli equilibri mondiali.
Esso, infatti, partendo dall’esperienza vicentina (uscita indubbiamente vittoriosa da uno scontro impari) del movimento No Dal Molin e dalla lotta in corso a Niscemi contro il Muos, si inoltra in dettagliate spiegazioni degli eventi che avvengono nelle aree più “calde” del pianeta.
Come scritto nell’introduzione, l’idea di questo libro è scaturita dalla Global Conference del settembre 2013 nel corso del Festival No Dal Molin, “il primo meeting internazionale online che ha visto collegate dodici realtà diverse fra Italia, Asia, Oceania, isole dell’Oceano Pacifico e Stati Uniti d’America”.
Tutto questo appare molto interessante se pensiamo all’attuale situazione geopolitica.
Gli Stati Uniti, a causa della crisi mondiale, ma anche di una strategia molto poco prudente in Afghanistan e in Iraq, perdono terreno nei confronti dei paesi BRICS.
In particolare, in Asia, la partita che si sta giocando assume sempre più i segni di uno scontro multipolare con diversi paesi a giocare il ruolo dell’outsider, al contrario del periodo dominante degli Stati Uniti nel secondo dopoguerra e di quello basato sui blocchi contrapposti della guerra fredda.
All’interno dello scontro tra titani, tra USA e Cina, diversi paesi, infatti come il Giappone o la Corea del Nord danno sempre più l’impressione di voler giocare un proprio ruolo da protagonisti nella definizione degli equilibri in estremo oriente e, se l’ascesa della Cina è un fenomeno che indubbiamente ha cambiato lo scenario mondiale, questa voglia di indipendenza potrebbe portare ad ulteriori variazioni, dagli esiti imprevedibili.
Servendosi del parere e delle conoscenze di esperti, come Angela Pascucci, ma anche di gente del luogo come il professor Michael Lujan Bevacqua della University of Guam, Wars on demand riesce a vedere lontano e a vedere in maniera anche molto dettagliata quanto sta accadendo.
Inoltre, al di là della situazione attuale dei conflitti in atto, appaiono anche ben dettagliati i capitoli sulle nuove tecnologie che gli stati potrebbero usare in guerra, tecnologie che oltre ai droni, comprendono anche le colonie spaziali e il cyberspace, ovvero i movimenti come Anonymous, e sulla rinnovata esperienza del mercenariato ad opera di agenzie di cui ormai si servono anche tutte le grandi potenze mondiali.
In un momento come questo in cui c’è una sovrapproduzione di notizie e in cui, grazie ad internet, tutti possono avere accesso ad esse senza però comprendere fino in fondo se siano vere o false, Wars on demand appare come un esempio ben riuscito di controinformazione.
Non inventa complotti, ma scava attentamente cercando di vedere al di là del titolo del tg, citando le fonti e avvalendosi del parere di esperti del settore.
Infine, un’altra caratteristica del libro è il rispetto del principio riassunto nel celebre slogan “Pensare globale, agire locale”.
Se nei capitoli successivi, infatti, vengono esplicate le situazioni e le dinamiche geopolitiche che le grandi potenze seguono, i primi due (sul movimento No Dal Molin e No Muos) sono dei veri e propri manuali per chi, di quelle stesse dinamiche, subisce le più dirette conseguenze.
Wars on demand fa comprendere come dall’esperienza non violenta dei No Dal Molin e dei No Muos e dai popoli asiatici, statunitensi e dell’Oceania in lotta, non nasca solo opposizione ai progetti, ma anche emancipazione (emblematico il caso delle mamme No Muos) e più che “democrazia diretta”, concetto molto in voga al momento, qualcosa di ancora più importante, l’autodeterminazione.
Note:
Illustrazioni di: AlePOP/AgitKOM, Osvaldo Oz Casanova, Dast, Enrico De Carlo/SpaghettiBomb, Ale Giorgini, Gianmaria Liani, Daniela Perissinotto, Stefano Zattera
Vicenza libera dalle servitù militari è un soggetto plurale al centro delle battaglie contro le basi Usa presenti in città e promotore di una riconquista sostenibile del territorio da parte delle comunità che lo abitano. In questi anni di manifestazioni e cortei, Vicenza ha scoperto non solo quanto è invadente la presenza dell’esercito a stelle e strisce ma anche quanto sono importanti i percorsi collettivi, capaci di cambiare dal basso una città (www.nodalmolin.it).

di Antonio Caso

Milano X, lunedì 2 giugno 2014
+ Wars on demand
La presenza di basi militari causa ai civili che vi convivono problemi di vario tipo: limitazioni della libertà individuale, problemi di salute, danneggiamento degli ecosistemi e non solo.
Questo libro parla delle esperienze di lotta e di resistenza alla militarizzazione a livello mondiale.
Indaga la storia di questi movimenti, loro ragioni, la loro strategia.
Parla di storie italiane, del movimento No Dal Molin, che si batte contro la costruzione di una nuova base aerea in quel di Vicenza, e di No Muos, contrario all’ampliamento di un sistema radar all’interno della base di Niscemi (Sicilia), e affronta analoghe esperienze di resistenza in Asia, Oceania, Isole dell’Oceano Pacifico e Stati Uniti.
In più contiene approfondimenti su quattro tematiche più specifiche: l’utilizzo dei droni in combattimento, guerre e colonie nello spazio, i sistemi di cyberwar e la guerra asimmetrica, il crescente peso delle compagnie private di sicurezza nelle zone di conflitto.
Un libro importante, che fornisce strumenti e chiavi di lettura a fenomeni che richiedono sempre più una riflessione e un’opposizione globale.

di Pablito el Drito

www.altreconomia.it, 29 maggio 2014
+ Liberi dalle guerre
La città di Vicenza, con i suoi 9 siti militari stranieri, è al centro di una ridefinizione dei “modelli di conflitto”. Dall’esperienza del movimento No Dal Molin, e dalle riflessioni sviluppate in rete con altri soggetti attivi in tutto il mondo nasce Wars on demand, un libro che s’interroga sui nuovi equilibri globali e sull’efficacia dell’opposizione popolare.Il libro s’intitola Wars on demand. Guerre nel terzo millennio e lotte per la libertà ed è stato curato da una rete di soggetti che guarda a una “Vicenza libera dalle servitù militari”.
Fresco di stampa per Agenzia X edizioni, nella nuova collana Global books (l’altro titolo “inaugurale” è Ladri di sport. Dalla competizione alla resistenza), nasce dall’esperienza del movimento No Dal Molin – che dal 2006 si oppone alla militarizzazione del territorio vicentino – per descrivere i movimenti di lotta contro le basi militari e offrire alcune riflessioni attuali sui nuovi assetti e scenari dei conflitti globali contemporanei in atto.
Dalla città di Vicenza – che ospita sul territorio provinciale ben 9 siti militari stranieri (qui trovate la mappa) -, il libro allarga però lo sguardo ad altre realtà nazionali ed internazionali, e racconta l’attualità delle lotte globali contro il militarismo alla luce di eventi anche recenti, come il braccio di ferro ucraino, lo scandalo per gli stupri dei militari americani a Vicenza o le tensioni tra Cina e Vietnam per il controllo di determinate aree del Pacifico.
“Dalla conclusione della guerra fredda si sono accelerati i processi di trasformazione dei conflitti contemporanei -spiegano i curatori del volume. Oggi basi operative sofisticate, aerei da bombardamento, reti di intelligence, droni letali e mercenari si contendono il controllo dei territori strategici e a pagare il prezzo più alto sono gli abitanti civili delle aree interessate dalle servitù militari, che non stanno a guardare e organizzano forme di lotta e resistenza. Si tratta di esperienze di opposizione inclusive e diffuse, volte alla costruzione di un cambiamento radicale per la pace e la giustizia sociale”.
Wars on demand raccoglie le analisi di esperti sulle guerre del terzo millennio e le testimonianze di attivisti contro le basi negli angoli più remoti del mondo. Il lettore è trasportato in un inedito viaggio tra Italia e Medio Oriente, tra Stati Uniti d’America e isole del Pacifico.
Il libro si fa interprete del pensiero e dell’azione dei movimenti che agiscono nel tempo della ridefinizione degli equilibri globali, raccontandone a più voci gli entusiasmi, le difficoltà e la tenacia nella lotta, con il contributo di alcuni giornalisti della carta stampata esperti di questioni internazionali, militari e asiatiche – come Benedetto Vecchi de “Il manifesto”, Angela Pascucci e Antonio Mazzeo.
Il volume, infine, è arricchito dai contributi grafici di alcuni artisti: AlePOP/AgitKOM, Osvaldo Oz Casanova, Dast, Enrico De Carlo/SpaghettiBomb, Ale Giorgini, Gianmaria Liani, Daniela Perissinotto e Stefano Zattera. di Chiara Spadaio.
www.ilmanifestobologna.it, 29 maggio 2014
+ Wars on demand: il triangolo fatale delle isole Diaoyu-Senkaku
C’è chi la definisce sindrome del Dr. Jekyll e Mr. Hyde. È la tendenza sempre più evidente del continente asiatico, protagonista designato del XXI secolo, a esprimere due anime contraddittorie. Una, che si vuole virtuosa, intreccia legami e sinergie basati sulla collaborazione e gli scambi economici. L’altra, più oscura, si divincola ed esplode in conflitti e contenziosi territoriali, fomentati da un passato che non passa e nutriti dai successi e dalla competizione. Fatto sta che un’area economica da 19.000 miliardi di dollari, che conduce il 53% degli scambi al proprio interno, sembra oggi sull’orlo di una crisi di nervi, dando l’impressione non solo di non riuscire a gestire le proprie discordie ma anche di stare pericolosamente giocando con il fuoco.
Epicentro di tanto sommovimento è l’ascesa della Cina che, con la dichiarata intenzione di far valere la sua nuova stazza, modifica gli equilibri della regione e richiama un nuovo protagonismo degli Stati Uniti che non vogliono cedere il controllo e il condizionamento degli sviluppi in corso nell’area, diventata la trincea avanzata del confronto/scontro fra la vecchia potenza e quella nuova.
Ne conseguono dinamiche, soprattutto di contrapposizione, dagli effetti imprevedibili, nelle quali sono coinvolti tutti i paesi dello scacchiere. In primo luogo il Giappone, che ha avviato una competizione aperta con la Cina per non perdere il ruolo di grande potenza asiatica e avere un nuovo ruolo egemone nell’area, nonostante il ridimensionamento della sua grandezza economica indotto da un’avanzata cinese che ormai ha definitivamente strappato a Tokyo il secondo posto mondiale (anche se il Pil pro capite giapponese è ancora oggi dieci volte quello cinese) e si avvia a raggiungere in una data ormai non troppo lontana gli Usa. Una competizione strategica acuita dalla schizofrenia di cui sopra.
In questo scontro fra titani, infatti, i paesi più piccoli si barcamenano, ognuno con i propri modi e potenzialità: da una parte cercando di non compromettere i legami vitali che la crescita cinese assicura al loro sviluppo, dall’altra rivolgendosi all’ombrello storico della potenza americana sia per avere protezione da quella che viene percepita come una nuova assertività cinese sia per moltiplicare sponde e possibilità di manovra negli spazi lasciati aperti dal confronto fra i due pesi massimi. Un dualismo che delinea una rotta di collisione tra l’Asia economica e l’Asia della sicurezza, foriera di instabilità e ulteriori conflitti.
Su uno sfondo più vasto si delinea poi un continente asiatico in forte agitazione, dalla transizione in corso in Myanmar/Birmania agli scossoni violenti della Thailandia, mentre sussulta il teatro del grande gioco centroasiatico, investito dalle onde d’urto provenienti dal Medioriente, ed entra in zona sismica anche l’Europa orientale.
Ma qui si esaminerà il teatro strategico che vede all’opera il triangolo fatale Usa-Cina-Giappone, prima linea della madre di tutti i conflitti ed esemplificazione latente di legami e avversioni eclatanti. L’intreccio delle tre economie, strettamente dipendenti, anche se in modi diversi, l’una dall’altra, renderebbe necessario disattivare le bombe innescate. Dai 1300 miliardi di dollari in bond americani detenuti dalla Cina, all’interscambio sinogiapponese di oltre 330 miliardi di dollari, alla dipendenza vitale dell’economia cinese da questi rapporti, tutto spingerebbe al dialogo. Tuttavia ciò non avviene e le discordie si acuiscono.
Capirne il perché sembra un compito oggi tanto necessario quanto arduo, anche a causa della voluta ambiguità che gli attori interessati coltivano rispetto ai propri fini e disegni di potenza. Un copione vecchio ma sempre più letale.
I tempi della storia riveleranno gli sbocchi della fase attuale ad alto rischio. La cronaca quotidiana mostra un braccio di ferro dai toni animosi e irremovibili che paiono avere, come intento strategico, l’evocazione della guerra, sia pure solo a scopo di deterrenza. Un gioco pericoloso che accresce il rischio di un conflitto accidentale dagli effetti incontrollabili.
In sostanza, la mappa delle contese vede oggi la Cina rivendicare la sovranità di vasti tratti di mare della Cina orientale e meridionale in aperto conflitto con il Giappone, il Vietnam e le Filippine. A sua volta il Giappone ha una disputa aperta con la Russia e con la Corea del Sud per il controllo di alcune isolette ai margini delle frontiere marittime. In almeno due delle tre vertenze di Tokyo, quelle con Pechino e con Mosca, gli Stati Uniti appoggiano la posizione nipponica e, per i Trattati di mutua difesa vigenti, Washington è tenuta a intervenire a fianco dei giapponesi qualora si arrivasse allo scontro militare.
Al centro delle cronache internazionali, da almeno un paio d’anni, c’è il contrasto tra Cina e Giappone sulle isolette Diaoyu/Senkaku, che ogni tanto deflagra in fuochi d’artificio degni della tradizione pirica orientale. Se ne ricordano le fasi più salienti. Il litigio, strisciante da decenni e in tensione crescente dal 2010, esplode con violenza nell’aprile del 2012 quando il sindaco di Tokyo, il nazionalista ultra destro Shintaro Ishihara, propone alla città l’acquisto di tre delle cinque isolette deserte dai proprietari giapponesi, lanciando peraltro una sottoscrizione in occasione di un suo viaggio negli Stati Uniti. A luglio il premier Yoshihiko Noda dichiara che sarà il governo centrale ad acquistare e nazionalizzare le isole, per neutralizzare, si afferma ufficialmente, le strumentalizzazioni dell’ultra destra.
Pechino rigetta le spiegazioni e bolla la decisione come un’inaccettabile rottura dello status quo. Inizia una serie di scaramucce con tentativi di sbarco sulle Diaoyu/Senkaku da parte di attivisti cinesi che si scontrano con i guardacoste giapponesi.
Tra agosto e settembre, la rabbia anti-giapponese prorompe in decine di città della Repubblica popolare cinese con cortei bellicosi, attacchi alle catene commerciali nipponiche, vandalismi contro le auto di marca giapponese, persino l’incendio di una fabbrica Panasonic. Il governo di Tokyo decreta due giorni di chiusura di alcuni impianti di produzione in Cina, per la prima volta da quando, nel 1972, i due paesi hanno normalizzato i propri rapporti diplomatici. Quando la furia si placa, il Giappone segna fra le perdite 120 milioni di dollari in danni alle sue strutture mentre per alcuni mesi le vendite di auto giapponesi in Cina subiranno un crollo del 40-50% che la Nissan cercherà di arginare fornendo agli acquirenti cinesi assicurazioni che coprono i danni provocati da manifestazioni anti-giapponesi. Complessivamente l’export verso la Cina (al marzo 2013) vedrà un calo del 20%.
Si intensificano le incursioni della Marina militare e dei guardacoste cinesi nelle acque contestate e alcuni allarmi aerei ma quella che segue è una fase di sostanziale raffreddamento degli animi. Weibo, l’equivalente cinese di Twitter, riceve l’ordine di bloccare la frase “Boicottare il Giappone” e durante le celebrazioni del Capodanno lunare viene bandito il “Tokyo Big Bang”, un gioco pirotecnico molto popolare che simula l’incendio di Tokyo. La calma è d’obbligo, anche perché nel frattempo sia la Cina sia il Giappone sono impegnati in una fase cruciale di cambiamenti politici.
Nel novembre del 2012 in Cina avviene il decennale cambio della guardia al vertice, con il passaggio del testimone ai nuovi leader della quinta generazione guidati da Xi Jinping. L’ha preceduta un anno al cardiopalma segnato da una violenta lotta interna, conclusa con l’espulsione dal partito e la successiva condanna all’ergastolo del controverso segretario del Partito comunista cinese (Pcc) di Chongqing, Bo Xilai, travolto da un enorme scandalo di corruzione e omicidi ma sostanzialmente accusato di voler riportare in auge i fasti e nefasti della Rivoluzione culturale e di aver violato le regole del partito.
In Giappone a dicembre Shinzo Abe torna a guidare il governo del paese, dopo la schiacciante vittoria elettorale del Partito liberaldemocratico e l’inabissamento precoce del Partito democratico. Le nuove leadership dei due paesi impiegano qualche mese per installarsi al potere e cominciare a imprimere il proprio marchio alla nuova fase aperta dal loro avvento. E nel frattempo prendono le reciproche misure.
Alcune sortite di Xi Jinping sulle dispute marittime fanno ben sperare. A fine luglio 2013, in una sessione speciale del Politburo dedicata a tale questione, il leader cinese afferma: “La sovranità resta nostra, ma la Cina deve essere pronta a mettere da parte le dispute e proseguire lo sviluppo congiunto dei mari”.
Pochi giorni dopo gli fa eco il ministro degli Esteri Wang Yi che all’inizio di agosto asserisce che la soluzione delle questioni marittime sarà raggiunta solo attraverso colloqui bilaterali e richiederà tempo; nel frattempo occorre sviluppare un codice di condotta per la gestione pacifica delle dispute, come richiesto dall’Asean (Association of South East Asia Nations) e dagli Stati Uniti. Tuttavia il 23 novembre è proprio la Cina a suonare clamorosamente il gong di un altro round, annunciando l’istituzione di una nuova zona di difesa del proprio spazio aereo Adiz (Air Defence Identification Zone), che include le isole contese e si sovrappone alla zona di controllo giapponese e, sia pur in misura minore, a quella sud coreana.
Con questa decisione Pechino impone a chiunque sorvoli l’area di identificarsi e fornire i propri piani di volo all’Aviazione cinese, che in caso di inadempienza attuerà “misure difensive di emergenza”. Una mossa non illegittima ma inattesa, che provoca allarme e una levata di scudi diplomatica. Scontata la reazione avversa giapponese e l’allineamento Usa con Tokyo, come dai trattati sottoscritti, anche se Washington non si è mai pronunciata sulla sovranità delle isole. Il vice presidente John Kerry e il segretario della difesa Chuck Hagel definiscono entrambi l’azione cinese “un tentativo destabilizzante per alterare lo status quo nel mar della Cina orientale”.
Dal punto di vista di Pechino però, è esattamente l’opposto: è stata l’aggressività giapponese a cambiare lo status quo, arrivando a negare persino l’esistenza di un contrasto sulle isole; la decisione di Pechino sull’Adiz ne è la risposta speculare. E se il “Global Times”, quotidiano ufficiale a forti tinte nazionaliste, richiama scenari da nuova guerra fredda e scrive a chiare lettere che la Cina non tornerà indietro perché “siamo pronti a impegnarci in uno scontro prolungato con il Giappone. Il nostro scopo ultimo è sconfiggere la sua volontà di potenza e ambizione a istigare un conflitto strategico contro la Cina”, voci più ragionevoli ma non meno autorevoli spiegavano, prima dello scoppio della crisi, che l’obiettivo cinese “è arrivare a una giurisdizione e a un pattugliamento congiunti nelle acque in questione per negare al Giappone il controllo unilaterale delle isole. Pechino vuole costringere il Giappone a modificare la sua posizione di ‘nessuna disputa territoriale’”.
L’annuncio di Pechino ha subito dato il via a incursioni aeree senza preavviso di jet giapponesi e B52 americani all’interno dell’Adiz, che non sono sfociate in tragedia. La sfida a colpi di voli si è via via calmata ma le scaramucce in mare e nei cieli sono continuate, e rimane il rischio di incidenti gravi. Come quello sfiorato nel mare della Cina meridionale, tra Pechino e gli Stati uniti, il 14 dicembre 2013, quando una nave militare americana, la Uss Cowpes ha dovuto effettuare una manovra di emergenza per evitare la collisione con un vascello di scorta della (finora unica) portaerei cinese Liaoning le cui manovre, le prime in quel mare, gli americani stavano sorvegliando.
Il colpo finale ai rapporti fra Cina e Giappone è stato tuttavia assestato dal premier Shinzo Abe quando, il 26 dicembre 2013, si è recato in visita al famigerato sacrario di Yasukuni dove, insieme ai soldati giapponesi caduti in tutte le guerre, nel 1976 sono stati traslati quattordici criminali di guerra di classe A, cioè condannati a morte dal tribunale militare per l’Estremo Oriente (tra i quali il famigerato generale e premier Hideki Tojo). Un omaggio ripetuto più volte nel tempo, in modi più o meno eclatanti, da uomini politici ed esponenti del governo, che ogni volta ha provocato la reazione furiosa dei vicini asiatici i quali, vittime della efferata barbarie giapponese nel corso della seconda guerra mondiale, vedono nel luogo il simbolo del passato di aggressione militare del paese e nella visita rituale un disconoscimento delle loro sofferenze, per le quali il Giappone non si è mai sinceramente scusato.
Stavolta lo scontro verbale ha avuto il suo apice quando, nel generale stupore, gli ambasciatori cinese e giapponese a Londra si sono rimpallati la sorprendente accusa, presa di peso dall’immaginario globale nutrito da Harry Potter, di essere il perfido Voldemort che vuole distruggere la pace nel Pacifico. Stavolta gli Usa hanno preso le distanze dal nazionalista Abe, il cui gesto è stato ritenuto controproducente nel momento in cui gli animi si agitano oltre misura. Nel clima concitato è stata vista con sospetto anche l’entrata in vigore dal 1° gennaio 2014 della nuova normativa sulla pesca nel mar della Cina meridionale emessa dal governo dell’isola di Hainan, che stabilisce per i pescherecci che intendono operare nelle acque sottoposte a quella giurisdizione l’obbligo di avere l’autorizzazione delle autorità cinesi.
Filippine e Vietnam hanno subito condannato il regolamento mentre il ministro della difesa giapponese Itsunori Onodera lo ha messo in relazione diretta con la provocazione dell’Adiz. Alle accuse Pechino ha risposto che si tratta solo di un necessario processo di razionalizzazione delle norme, essenziale per una provincia che, vivendo in gran parte di pesca, ha bisogno di regolamentarla. Parallelamente Manila incita i propri pescatori a ignorare le nuove regole. Se la veduta d’insieme dell’oggi resta confusa e non induce all’ottimismo in quanto a sbocchi, analizzare uno a uno i protagonisti può chiarire in parte le dinamiche in corso.
[Continua]Questo testo è il capitolo Il triangolo fatale delle Diaoyu/Senkaku. La Cina avanza, il Giappone declina, gli Usa riscoprono l’Asia… e la contesa sulle isole precipita scritto dalla giornalista ed esperta di Asia Angela Pascucci per il libro Wars on demand – Guerre nel terzo millennio e lotte per la libertà. Il volume è stato curato Vicenza libera dalle servitù militari ed è stato pubblicato dalla casa editrice Agenzia X nella collana Global Books.

www.vicenzatoday.it, 27 maggio 2014

+ Vicenza, non solo in tribunale: i No dal Molin sbarcano in libreria
Il libro nasce dall’esperienza del movimento per descrivere i movimenti di lotta contro le basi militari ed offrire alcune riflessioni attuali sui nuovi assetti e scenari dei conflitti globali contemporanei in atto.

Mercoledì 28 maggio uscirà in libreria Wars on demand. Guerre nel terzo millennio e lotte per la libertà, edito da Agenzia X all’interno della nuova collana Global Books e curato da “Vicenza libera dalle servitù militari”, il soggetto protagonista delle battaglie contro le basi militari Usa nella città di Vicenza.
Il libro nasce dall’esperienza del movimento cittadino No Dal Molin per descrivere i movimenti di lotta contro le basi militari ed offrire alcune riflessioni attuali sui nuovi assetti e scenari dei conflitti globali contemporanei in atto e vede la partecipazione di alcuni giornalisti della carta stampata nazionale esperti di questioni internazionali, militari e asiatiche come Benedetto Vecchi de “Il manifesto”, Angela Pascucci e Antonio Mazzeo.
I temi trattati nel libro, la natura delle guerre contemporanee e le lotte globali contro il militarismo, sono estremamente attuali anche alla luce di recenti eventi nazionali e internazionali: il braccio di ferro ucraino, lo scandalo per gli stupri dei militari americani a Vicenza, le tensioni tra Cina e Vietnam per il controllo di determinate aree del Pacifico.
Dalla conclusione della guerra fredda si sono accelerati i processi di trasformazione dei conflitti contemporanei. Sono ormai lontani gli anni delle battaglie campali tra eserciti regolari. Oggi basi operative sofisticate, aerei da bombardamento, reti di intelligence, droni letali e mercenari si contendono il controllo dei territori geostrategici del sistema mondo. A pagare il prezzo più alto sono gli abitanti civili delle aree interessate dalle servitù militari, che non stanno a guardare e organizzano forme di lotta e resistenza.
Si affaccia una nuova epoca. Le attuali crisi politiche e militari regionali dimostrano che siamo nel pieno di un mutamento nelle modalità e negli strumenti della gestione del potere a livello planetario. Stiamo attraversando il passaggio geopolitico da quella che era stata definita la fase dell’impero, in cui una sola potenza, gli Usa, imponeva il proprio dominio anche tramite lo strumento guerra, a una in cui emergono con determinazione potenze continentali, aprendo nuovi scenari per l’egemonia su intere aree regionali. È all’interno di questa complessità che si muove chi contrasta la guerra moderna, dando vita a esperienze di opposizione inclusive e diffuse, volte alla costruzione di un cambiamento radicale per la pace e la giustizia sociale.
Wars on demand raccoglie le analisi di esperti sulle guerre del terzo millennio e le testimonianze di attivisti contro le basi negli angoli più remoti del mondo. Il lettore è trasportato in un inedito viaggio tra Italia e Medio Oriente, tra Stati Uniti e isole del Pacifico. Il libro si fa interprete dei movimenti che si collocano nel tempo della ridefinizione degli equilibri globali, raccontandone a più voci gli entusiasmi, le difficoltà e la tenacia nella lotta.
Vicenza libera dalle servitù militari è un soggetto plurale al centro delle battaglie contro le basi Usa presenti in città e promotore di una riconquista sostenibile del territorio da parte delle comunità che lo abitano. In questi anni di manifestazioni e cortei, Vicenza ha scoperto non solo quanto è invadente la presenza dell’esercito a stelle e strisce ma anche quanto sono importanti i percorsi collettivi, capaci di cambiare dal basso una città.

Contributi di: Duccio Ellero • Vilma Mazza • Giuseppe Zambon • Vicenza libera dalle servitù militari • Fabio D’Alessandro • Antonio Mazzeo • Bruce Gagnon • Benedetto Vecchi • Martina Pignatti Morano • Angela Pascucci • Domenico Chirico • Michael Lujan Bevacqua • Kyle Kajihiro • David Vine • Corazon Fabros • Paco Michelson • Sunshine Chie Miyagi

Le illustrazioni sono a cura dei disegnatori vicentini: AlePOP/AgitKOM • Osvaldo Oz Casanova • Dast • Enrico De Carlo/SpaghettiBomb • Ale Giorgini • Gianmaria Liani • Daniela Perissinotto • Stefano Zattera

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