demartino

Voglio vedere Dio in faccia

Linus, gennaio 2020
+ Gianni De Martino. Voglio vedere Dio in faccia

Libri come questo aiutano a evitare che la storia, a suon di narrazioni pop, muti in un pannello oleografico che poi non lascia spazio alle analisi: un processo che non richiede i settecento anni trascorsi tra il martirio di Fra Dolcino e l’epoca degli hippies e dei freak da cui, ad esempio, ne sono passati appena cinquanta, ma già si tende a ricordarla come una simpatica e un po’ svampita accozzaglia, per lo più tollerata, dimenticando in toto quanta, e quanto feroce, fu la repressione che quei ragazzi subirono, specie in Italia – e di che entità le calunnie che ogni giorno gli lanciavano addosso TV e giornali.
Anche per questo è importante Voglio vedere Dio in faccia. FramMenti della prima controcultura, curato da Tobia D’Onofrio per Agenzia X, non solo perché raccoglie succose interviste ai personaggi più disparati – dal Dalai Lama a William Gibson, da Albert Hoffmann a Fernanda Pivano – da parte di uno dei padri della prima controcultura italiana (De Martino è stato, tra le tante cose, redattore-capo di “Mondo Beat”), ma anche per la capacità che ha di riportarci alla carne viva dell’epoca, una carne lacerata, essendo fatta di rastrellamenti, arresti, pestaggi e insulti nei confronti della più importante avanguardia culturale dell’epoca, ma anche di momenti di supporto sotterranei e inattesi, si scopre infatti che a stampare il primo numero di “Mondo Beat” diede una mano un certo Giuseppe Pinelli.

di Vanni Santoni

Blow Up, gennaio 2020
+ Gianni De Martino. Voglio vedere Dio in faccia

Fossi nato a Milano dieci anni prima, quasi sicuramente sarei stato con Gianni De Martino tra i beat (battuti e beati) di Barbonia City la tendopoli di via Ripamonti che tanto scalpore fece in quel 1967 quando venne “finalmente” sgomberata (andavano di moda già allora gli sgomberi si sa) con titoloni sui giornaloni come il “Corriere” che il 13 giungo di quell’anno se ne usciva con un “Raso al suolo dalla polizia il villaggio ‘beat’ di Nuova Barbonia. Il servizio immondizie e l’ufficio d’igiene hanno fatto terra bruciata dell’immorale tendopoli”… Il racconto di quei giorni che valsero a Gianni un bel foglio di via che lo portò in seguito per altri lidi ed altre avventure in Marocco tra il 67 e il 75, apre questa preziosa raccolta di scritti, meglio cut-up di scritti che vanno dagli anni sessanta fino all’oggi. Dentro c’è il suo mondo, un mondo condiviso da molti di quelli come noi, che hanno voluto vedere dio in faccia (l’articolo che dà il titolo al libro e che conservo gelosamente, uscì sulle pagine di “Re Nudi” nell’aprile del 78) per poi tuffarsi e qualche volta bruciarsi nell’esplorazione della propria coscienza, dapprima con i viaggi acidi e poi magari con la meditazione e gli insegnamenti dei maestri tibetano. E così tra un’intervista ad Albert Hoffmann ed una al Dalai Lama, tra racconti ed incontri, i riti transe e di possessione dei gnaua in Marocco, il “tornado” Georges Lapassade che ha condiviso con Gianni un pezzo di vita ad Essaouira, trovano posto acute riflessioni su morte ed eros, su Foucault e l’omosessualità, una stimolante intervista su “Modem e tribù” a Michel Maffesoli, uno sfizioso scritto su Dracula, altri incontri con William Gibson e Michael Crichton, e ancora profumi e odori, note su estasi e creatività. Pagine lontane e vicine che scorrono intense e ci immergono in una sorta di ebrezza dionisiaca e tantrica insieme.

di Gino Dal Soler

www.rsi.ch, 13 novembre 2019
+ Gianni De Martino e la controcultura

Nella trasmissione Diderot – Le voci dell’attualità si parla del libro di Gianni De Martino Voglio vedere Dio in faccia. FramMenti della prima controcultura. Ne parliamo con il curatore Tobia D’Onofrio. Ascolta qui

di Enrico Bianda

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