demartino

Voglio vedere Dio in faccia

www.dolcevitaonline.it, 19 marzo 2020
+ I viaggi acidi di Albert Hofmann oltre il confine della coscienza

Tratto dall’intervista di Gianni De Martino pubblicata per la prima volta nel 1997 e ora riproposta nell’antologia “Voglio vedere dio in faccia. FramMenti dalla prima controcultura”

Dopo il frastuono psichedelico terminato verso la metà degli anni settanta, e poi degli anni definiti “di piombo” dalla stampa di regime e di quelli recenti della corsa al successo, il dottor Albert Hofmann, 86 anni, famoso in tutto il mondo per aver scoperto accidentalmente nel 1943 nei laboratori Sandoz gli effetti che l’Lsd aveva sulla coscienza, accetta di parlare a Milano della sua lunga ricerca.

Dottor Hofmann, cosa pensa della ripresa di interesse, negli ambienti accademici, degli studi sulla coscienza e gli stati modificati di coscienza.
Sono ricerche che mostrano in maniera sempre più chiara che non esiste un solo mondo, ma tanti mondi quante sono le coscienze. E che ognuno si costruisce da sé il proprio mondo, cioè la propria percezione del mondo, in questo gioco di equilibrio fra elemento fisico e coscienza.

Aldous Huxley parlava di “porte della percezione” e della possibilità di estendere a tutti, attraverso le chiavi chimiche, l’accesso a uno straordinario stato di coscienza. Perché lei non era d’accordo?
Il grande pericolo – ed è questo un punto sul quale ho poi avuto un contrasto anche con Leary – è quello di bruciare l’esperienza, arrivarci cioè artificialmente e troppo in anticipo rispetto al grado di maturazione individuale. Presupposto fondamentale è una certa stabilità, e per persone immature o che non hanno un certo equilibrio può essere molto pericoloso. È per questo che sostengo ancora che gli psichedelici dovrebbero essere tabù per i giovani, ma non proibiti.

Negli anni sessanta l’Lsd fu usata senza misura, in una logica di iperconsumo e di emozioni forti. Da qui, i disastri. Si sentì isolato?
C’era una celebrazione fin troppo ampia e affollata della ricerca delle differenze e quindi dell’uso e dell’utilizzo di queste sostanze. C’è poi stata una stretta micidiale negli anni settanta, ed è stato allora che più che isolato mi sono sentito preso in una morsa di negatività. Oggi la situazione sta di nuovo cambiando, e questo rinnovato interesse tra i giovani per gli psichedelici suscita in me non poche perplessità.

Il suo “bambino difficile”, come lei chiama l’Lsd, continua a darle preoccupazioni.
I figli che danno preoccupazioni non sono dei figliastri. Sono spesso dei ragazzi difficili perché hanno delle doti particolari. Sono particolarmente dotati ed è a causa della loro stessa intelligenza che talvolta sono tentati di andare ai limiti e imboccare strade pericolose. Solo con il tempo questi figli difficili che all’inizio danno preoccupazioni diventano, se ben guidati, dei ragazzi modello. Per quanto mi riguarda, grazie alle ricerche sull’Lsd sono entrato in contatto con le droghe magiche messicane e le cerimonie religiose che ne accompagnano l’uso rituale. In effetti, l’Lsd è una modificazione chimica della idrossietilamide dell’acido lisergico, il maggiore principio attivo dell’ololiuhqui, come vengono chiamati dalle tribù indiane delle regioni meridionali del Messico i semi di alcune specie di convolvulacee. La mescalina è il principio attivo psicotropo del cactus peyote, che cresce nelle regioni settentrionali del Messico e occupa un posto importante nelle cerimonie religiose di certe tribù indiane del Nordamerica. La psilocibina è il principio psicotropo del fungo magico teonanacatl, letteralmente “carne di Dio”, tuttora usato soprattutto nel sud del Messico. L’Lsd, dal punto di vista naturale, non è altro che una leggera variazione semisintetica delle antiche droghe sacrali. Se non avessi fatto questa scoperta non avrei potuto aprire gli occhi su un mondo e su tutto un contesto culturale che poi si è rivelato molto ricco. Mi riferisco non solo al mio incontro con la cultura messicana, ma anche alla cultura in generale, all’incontro con Huxley, Jünger e tutti gli altri.

Cosa cercava quel pomeriggio del 19 aprile 1943?
Ero impegnato da cinque anni in esperimenti sugli alcaloidi contenuti nella segale cornuta: l’ergotammina, isolata da Arthur Stoll nel 1918, e che fino a oggi è il farmaco più efficace nella cura delle emicranie; l’ergonovina, capace di provocare le contrazioni dell’utero, e altri derivati sintetici, fra cui un preparato idrogenato delle tre componenti pure dell’ergotossina, commercializzato con il nome di Hydergina e usato per migliorare le funzioni mentali degli anziani. Stavo cercando di realizzare uno stimolatore della circolazione sanguigna. Combinando l’acido lisergico con differenti ammine ottenni il venticinquesimo derivato semisintetico della segale cornuta, la dietilammide dell’acido lisergico la cui sigla è Lsd 25. Mentre stavo completando la purificazione e cristallizzazione ricordo che ho avuto come un giramento di testa, una leggera mutazione dei colori. Due giorni dopo, spinto dal presentimento che quella sostanza forse possedeva proprietà fino ad allora sconosciute, decisi di provarla ingerendo 0,25 milligrammi di Lsd 25, una dose estremamente piccola per ogni altro tipo di droga, ma come sappiamo oggi massiccia, considerando l’efficacia della Lsd 25. Il risultato non era assolutamente prevedibile. Dopo di allora c’è stata una prima ondata di ricerche che volevano essere scientifiche e comportavano ricerche in laboratorio con persone-cavie. È qualcosa che mi ha dato molto fastidio perché è un modo sbagliato della scienza di accostarsi allo studio della coscienza. Nel modo in cui si intromettono elementi troppo razionali nel valutare l’esperienza estatica c’è qualcosa di mancato e di non corretto. Vedere il mondo con “il cuore” o con “gli occhi della meraviglia”, per usare un’espressione del fisico Frank Oppenheimer, non è vederlo con gli occhi razionali della scienza. Molto dipende dal contesto in cui si compiono certe esperienze. È utile che ci sia un contesto “caldo”, amichevole.

L’ultimo suo viaggio?
Ho usato le sostanze non più di venti volte. L’ultima volta è stato tre anni fa in Messico con alcuni amici. Eravamo in un ranch, all’aperto, c’era la luna piena. E una forte e fraterna partecipazione fra di noi e con la natura. Estasi, non confusione. Essere nel mondo, come parte del mondo, una parte molto piccola, infinitesimale però in trasparenza, in profondità, unica e indeperibile come ogni essere umano.

Venerdì di Repubblica, febbraio 2020
+ Voglio vedere Dio in faccia. Gianni De Martino
Grande agitatore controculturale (è stato cofondatore di “Mondo Beat” e collaboratore di “Re Nudo” e “Alfabeta), De Martino esplora la rivoluzione psichedelica dagli anno 60 in poi. Con interviste a Michel Foucault, William Gibson, Alber Hoffmann e il Dalai Lama.

di e.ma.

Linus, gennaio 2020
+ Gianni De Martino. Voglio vedere Dio in faccia
Libri come questo aiutano a evitare che la storia, a suon di narrazioni pop, muti in un pannello oleografico che poi non lascia spazio alle analisi: un processo che non richiede i settecento anni trascorsi tra il martirio di Fra Dolcino e l’epoca degli hippies e dei freak da cui, ad esempio, ne sono passati appena cinquanta, ma già si tende a ricordarla come una simpatica e un po’ svampita accozzaglia, per lo più tollerata, dimenticando in toto quanta, e quanto feroce, fu la repressione che quei ragazzi subirono, specie in Italia – e di che entità le calunnie che ogni giorno gli lanciavano addosso TV e giornali.
Anche per questo è importante Voglio vedere Dio in faccia. FramMenti della prima controcultura, curato da Tobia D’Onofrio per Agenzia X, non solo perché raccoglie succose interviste ai personaggi più disparati – dal Dalai Lama a William Gibson, da Albert Hoffmann a Fernanda Pivano – da parte di uno dei padri della prima controcultura italiana (De Martino è stato, tra le tante cose, redattore-capo di “Mondo Beat”), ma anche per la capacità che ha di riportarci alla carne viva dell’epoca, una carne lacerata, essendo fatta di rastrellamenti, arresti, pestaggi e insulti nei confronti della più importante avanguardia culturale dell’epoca, ma anche di momenti di supporto sotterranei e inattesi, si scopre infatti che a stampare il primo numero di “Mondo Beat” diede una mano un certo Giuseppe Pinelli.

di Vanni Santoni

Blow Up, gennaio 2020

+ Gianni De Martino. Voglio vedere Dio in faccia
Fossi nato a Milano dieci anni prima, quasi sicuramente sarei stato con Gianni De Martino tra i beat (battuti e beati) di Barbonia City la tendopoli di via Ripamonti che tanto scalpore fece in quel 1967 quando venne “finalmente” sgomberata (andavano di moda già allora gli sgomberi si sa) con titoloni sui giornaloni come il “Corriere” che il 13 giungo di quell’anno se ne usciva con un “Raso al suolo dalla polizia il villaggio ‘beat’ di Nuova Barbonia. Il servizio immondizie e l’ufficio d’igiene hanno fatto terra bruciata dell’immorale tendopoli”… Il racconto di quei giorni che valsero a Gianni un bel foglio di via che lo portò in seguito per altri lidi ed altre avventure in Marocco tra il 67 e il 75, apre questa preziosa raccolta di scritti, meglio cut-up di scritti che vanno dagli anni sessanta fino all’oggi. Dentro c’è il suo mondo, un mondo condiviso da molti di quelli come noi, che hanno voluto vedere dio in faccia (l’articolo che dà il titolo al libro e che conservo gelosamente, uscì sulle pagine di “Re Nudi” nell’aprile del 78) per poi tuffarsi e qualche volta bruciarsi nell’esplorazione della propria coscienza, dapprima con i viaggi acidi e poi magari con la meditazione e gli insegnamenti dei maestri tibetano. E così tra un’intervista ad Albert Hoffmann ed una al Dalai Lama, tra racconti ed incontri, i riti transe e di possessione dei gnaua in Marocco, il “tornado” Georges Lapassade che ha condiviso con Gianni un pezzo di vita ad Essaouira, trovano posto acute riflessioni su morte ed eros, su Foucault e l’omosessualità, una stimolante intervista su “Modem e tribù” a Michel Maffesoli, uno sfizioso scritto su Dracula, altri incontri con William Gibson e Michael Crichton, e ancora profumi e odori, note su estasi e creatività. Pagine lontane e vicine che scorrono intense e ci immergono in una sorta di ebrezza dionisiaca e tantrica insieme.

di Gino Dal Soler

www.rsi.ch, 13 novembre 2019

+ Gianni De Martino e la controcultura
Nella trasmissione Diderot – Le voci dell’attualità si parla del libro di Gianni De Martino Voglio vedere Dio in faccia. FramMenti della prima controcultura. Ne parliamo con il curatore Tobia D’Onofrio. Ascolta qui

di Enrico Bianda

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