livorno

Voci possenti e corsare

Milanox.eu, 9 aprile 2018

+ Voci possenti e corsare

Sono stato a Livorno una manciata di anni fa, dopo aver bazzicato il resto della Toscana per tutta la decade precedente senza mai approdare in quella che conoscevo solo e semplicemente come porto di mare e città di Piero Ciampi, e poi in un pomeriggio, una sera e una notte una schicchera della Dea Bendata – shakerata con la parte piacevole del mio lavoro – mi ha concesso l’occasione unica di essere catapultato fisicamente nel merito dell’argomento di questo libro: ospite del Teatrofficina Refugio, che è uno dei mille spazi controculturali di cui si racconta la genesi o la palingenesi in queste pagine, ho conosciuto per stretta di mano e con effetto immediato una buona e variegata porzione degli agitatori culturali locali qui intervistati, nonché l’autore Luca Falorni, a cavallo tra un paio di ponci nella sala fumatori di un bar storico e svariate birre a giro tra i Fossi della Venezia, che per fortuna è solo un quartiere caratteristico e checché se ne dica non assomiglia affatto alla triste (e turistica, e zozza) città di Aznavour quando non si ama più. Comunque la prima cosa che ci siamo detti tutti, credo, è che del Ciampi famoso, quello Presidente della Repubblica – che nel frattempo, aggiorno, è deceduto – non fregava un cazzo a nessuno: ciò ha cementato in partenza la nostra amicizia, e se siamo ancora in contatto è perché ovviamente rimangono tante altre cose da dirci anche se il diavolo ci mette la coda. Forcuta e lunga svariati chilometri, tra l’altro: cinquecento dal porto di Formia a quello di Livorno, su cui ho lasciato il mio cuore certamente più che a San Francisco, pure vista e visitata in questa vita. In ogni caso, è bello poter colmare anche solo un po’ le distanze con questo libro e rallegrarsi del fatto che Agenzia X l’abbia affidato a Luca alias Falco Ranuli alias Norman Bates di Anthony Perkins Productions, perché a quanto ne so lui è davvero la più esatta memoria storica dall’interno di quanto s’è agitato in città a partire dagli anni ottanta. E il risultato è che in queste pagine c’è tutto quello che viene promesso nel titolo: dal difficile rapporto con il vecchio e rossissimo PCI – sordomuto all’avanguardia dei “compagni che sbagliano” – al ricordo struggente e settantone, a tinte giallorosse, dei tempi in cui le banchine in disarmo non erano ancora in disarmo, e l’Italia tutta era soltanto in procinto di attraversare il terrorismo, il riflusso, il boom dell’eroina e delle TV private, le discese in campo, la grande crisi e tutte le altre mostruosità sociopolitiche che si incrociano con la storia del punk, della new wave e degli spazi occupati, liberati e riorganizzati dal basso con esiti alterni, che rimangono tuttora il partito preso di chi s’è rotto le palle, fino al compimento della lobotomia finale dell’umanità in atto. Un’epopea collettiva che assume per forza di cose i toni della commedia e della tragedia, in un andazzo grottesco come la vita vissuta, che la provincia amplifica con il suo rallentare ed estremizzare tutto e che lo humour labronico di cui il Falorni è un maestro stempera in una serie di passaggi in cui sostanzialmente uno legge e ride da solo come uno stronzo. Questo ed altro, dicevamo, nel breve memoriale di un intellettuale, docente e videomaker fuggito a Milano, unito a una sorta di inchiesta a cura del medesimo dove mezza città dà voce a una varietà impressionante di esperienze autogestite di cui si è resa o è tuttora protagonista (dagli orti agli squat ai teatri alle sale concerto al giornalismo allo stadio, saltando di palo in frasca con una velocità che rincoglionirebbe Pindaro).
L’impressione generale che se ne cava fuori, senza ulteriori anticipazioni, è che Livorno – tra alti e bassi – continua ad essere un manicomio pirata, oltre che la patria di alcune delle migliori menti delle ultime quattro generazioni, qualunque cosa esse facciano del loro spiritaccio brillante. Come foste San Tommaso, e insieme Marco Polo, vi consiglio di prendere questa Bibbia un po’ vernacolare e poi un veliero e di toccare con mano, seguendo l’apposita mappa del tesoro ubicata (realmente!) a pagina 80.

di Simone Lucciola

Il Tirreno, 18 febbraio 2018

+ Memorie autoironiche della Livorno anni ’80 tra sogni e bisogni

«Invece, miei cari compaesani, c’era proprio qualcuno che preferiva essere professore (seppur precario) a Milano che disoccupato all’Ardenza». Questo qualcuno è Luca Falorni, classe 1965, poeta e videomaker, fondatore tra l’altro dell’associazione Anthony Perkins Production specializzata nella realizzazione di video, autore di Voci possenti e corsare. La Livorno ribelle dagli anni ottanta a oggi (Agenzia X). Libro presentato ieri nell’atmosfera vintage del negozio Taragaruz insieme agli amici livornesi Aldo Galeazzi, Silvia Giuntinelli e Marco Lenzi. Un po’ saggio un po’ romanzo, è la parabola underground buffa e triste, autobiografica e autoironica, di un antagonista «cresciuto nella Livorno anni ’70 con il Partito come il babbo e con la ‘ompagnia dei portuali come mamma». Liceale e universitario negli ’80 «con le stimmate della sfiga», finito a vendere Lotta Comunista porta a porta, tra occupazioni, speranze un po’ ingenue di rivoluzione culturale e politica negli anni’ 90, la disillusione definitiva nei primi anni 2000. Fino al trasferimento a Milano. Voluto dall’editore milanese di cultura alternativa Marco Philopat, oltre a un testo autobiografico, contiene saggi di Silvano Cacciari e Franco Marino. Seguono testimonianze di attivisti di spazi sociali che hanno movimentato Livorno dal basso. Con un’operazione utile per una città che spesso non ha memoria né coscienza di sé, ripercorre, dal punto di vista degli antagonisti, la storia livornese dell’epoca governata dalla transizione dal Pci al Pd fino al giugno 2014, quando la vittoria dei Cinque Stelle alle amministrative ha rotto equilibri che parevano intoccabili. Le vicende si snodano tra Collettivo spazi sociali, Villa Sansoni, Godzilla, Teatrino occupato, Teatro del Porto, la Fabbrica, Teatrofficina Refugio, Federazione anarchica, lo stadio, Caserma occupata, Centro politico 1921, “Senza Soste”, associazione Don Nesi, L’impulso, Centro per la pace, Teatro Mascagni, i fondi, The Cave…Tra chiusura delle fabbriche e dei cinema, il cantiere navale trasformato in una fabbrica di yacht, musica off e droga, è la fotografia di una Livorno lontana dalle atmosfere dei film di Virzì e dal mito della città un po’ ignorante ma tanto bonaria. Definitivamente smitizzata dalla «vicenda più agghiacciante di razzismo degli anni zero in città e nell’Italia intera», cioè la non reazione della città alla morte dei 4 bambini rom nel rogo della loro baracca, che a suo avviso ha spazzato definitivamente via il mito della “pietas labronica”.

Falorni, che caratteristiche ha avuto ed ha il “movimento” antagonista a Livorno?
«È partito in una Livorno, quella degli anni ’80, in cui si faceva politica perché non si sapeva cosa fare, in confronto ad allora, oggi la città pare Disneyland. È considerato un movimento atipico rispetto al resto dell’Italia soprattutto per i buoni rapporti iniziali con il Pci».

Cioè?
«Diciamo che il Pci negli anni ’80 era come un parente stretto, i Ds un parente di 3° o 4° grado un po’ antipatico, il Pd il nemico di classe. Per me la rottura, in generale fu il discorso con cui Veltroni definì Milano la città di Calabresi. Ma come? Milano per noi era, ed è, la città di Pinelli. Così a Livorno, la rottura furono i due sgomberi a tradimento dei centri sociali da parte del sindaco Lamberti».

Il suo libro è una sorta di anti-Lungomai. Se Simone Lenzi parla di Livorno come di un recinto da cui non si riesce ad uscire, lei invece Livorno l’ha lasciata. Cosa le ha dato la spinta a farlo?
«Me ne sono andato 16 anni fa, per vicissitudini personali, ma anche per esasperazione, impotenza e rabbia per come stava cambiando la città, antropologicamente, e per come la vedevo amministrata, con operazioni che non condividevo (rigassificatore, Odeon trasformato in un parcheggio). E sono scappato per non diventare lo stereotipo del livornese “disoccupato all’Ardenza”».

Descrivendo la Livorno anni ’80 parla tantissimo di droga.
«Sì, la droga era ovunque, era la città della “roba”, dell’eroina. Infatti il personaggio interpretato da Toto Barbato in Ovosodo di Virzì, quello del livornese che si fa per la prima volta una canna quando va nella Roma cool, è totalmente incredibile, mistificatorio. Era un ragazzo cresciuto alla Guglia, alla Guglia c’era e c’è un’area protetta per drogati (ride)».

Che giudizio dà della classe dirigente tra Pci e Pd che ha governato Livorno fino al 2014? Che cosa è mancato?
«C’è poco da rimproverare alla dirigenza Pci-Pds-Pd, hanno fatto il loro dovere, tenere a bada la città e alimentare il mito dell’isola felice mentre la crisi esplodeva. Diciamo che per anni hanno tenuto bene la polvere sotto il tappeto, e quando non si è potuto più mentire sono quasi rimasti a bocca aperta per la meraviglia, quando hanno perso il Comune è come se fosse arrivato l’Armageddon per la città».

Come ha vissuto la vittoria dei Cinque Stelle?
«Ebbi una mezz’oretta di ingenerosa euforia nel vedere questa classe dirigente arrogante, boriosa, affarista, assaggiare l’amaro calice della sconfitta. Immotivata perché scarsissima era la fiducia nell’arrivo dei pentastellati, rivelatisi poi una specie di Armata Brancaleone, al cui merito si può ascrivere però l’avere poi bloccato alcune speculazioni pericolose avviate dalle precedenti giunte, senza però nemmeno notare chissà quali svolte geniali. La storia dirà come andrà a finire per gli uni e per gli altri».

Rimarca spesso le differenze che la dividono da amici di adolescenza come Simone Lenzi, ora nella segreteria del Pd, e il deputato Andrea Romano, quello, scrive, «arrivato da Italia Futura (Montezemolo), proveniente dalla Fondazione italiani europei (D’Alema)… lascio i puntini per lasciare spazio magari a un futuro da grillino… chissà!».
«Non sono critico verso Simone, lo nomino con affetto. La pensiamo solo in maniera molto diversa, era così anche 30 anni fa. Per Andrea è diverso, era con me in Lotta Comunista, oggi ha votato tutte le leggi del suo partito che hanno peggiorato la condizione di tutti i lavoratori come me (Jobs Act, Fornero, Buona Scuola). Il mio presente e il mio futuro sono incerti anche grazie a quelli come lui».

Una figura di riferimento della sua infanzia di figlio di portuale, è stato Italo Piccini, «il Console, il Capo, il Signore Rosso delle Banchine in persona»…
«Lo ritraggo come me lo ricordo da bambino, durante un’assemblea nella sala Montecitorio, “vestito più o meno come i gerarchi del Pcus visti alla tv in bianco e nero, dato che era uno dei mammasantissima del Partito a Livorno”. In realtà è stato un personaggio così importante che meriterebbe un libro solo per lui, a giudicarlo sarà la Storia con la S maiuscola. Avrei voluto tanto intervistarlo in realtà, era tra i miei progetti un documentario sul porto».

Di Livorno oggi non salva nulla?
«Sicuramente tanta brava gente».

di Ursula Galli

Firenze.repubblica.it, 16 febbraio 2018

+ Pugno chiuso e collettivi, la parabola underground di un livornese che ha scelto Milano

LIVORNO – Autoritratto autoironico di un ribelle antagonista as a young man. Cresciuto nella Livorno anni ’70 “con il Partito come il babbo e con la ’ompagnia dei portuali come mamma”. Liceale e universitario negli ’80 “con le stimmate della sfiga”, finito a vendere Lotta Comunista porta a porta, tra occupazioni, speranze un po’ ingenue di rivoluzione culturale e politica negli anni ‘90, la disillusione definitiva nei primi anni 2000. Fino a preferire di essere prof di lettere precario a Milano che disoccupato (e magari piddino o grillino) all’Ardenza.
Sarà presentata domani, sabato 17 febbraio a Livorno, ore 17.30 da Taragaruz (negozio vintage in via Ernesto Rossi 23), la parabola underground ironica, amara, scorrevole, di Voci possenti e corsare. La Livorno ribelle dagli anni Ottanta a oggi (Agenzia X), un po’ saggio un po’ romanzo, autore Luca Falorni, classe 1965, diploma al classico Niccolini-Guerrazzi, oggi prof ma non più precario, videomaker e “manovale della cultura”.
Il libro, suggerito e pubblicato dall’editore-guru di cultura alternativa Marco Philopat (autore tra l’altro della La banda Bellini), è diviso in parti nette: un testo di apertura, sospeso tra autobiografia e romanzo di formazione (qualità della scrittura eccellente, ironia a mille), seguito un corpus di interventi di intellettuali locali. Quindi una cinquantina di testimonianze di attivisti di spazi sociali che hanno movimentato dal basso la Livorno ufficiale, quella governata dai rappresentanti della transizione dal PCI al PD fino al giugno 2014, quando la vittoria dei Cinque Stelle alle amministrative ha spiazzato un po’ tutti rompendo equilibri che parevano eterni e intoccabili.
In pratica si ripercorre la storia livornese degli ultimi tre decenni del secolo scorso a Livorno, e il primo quindicennio dei 2000, sul filo del movimento antagonista alla politica ufficiale. Movimento che, spiega Falorni, “è partito in una Livorno, quella degli anni ’80, in cui si faceva politica perché non si sapeva cosa cazzo fare, non c’era nessun locale in cui andare, in confronto ad allora oggi la città pare Disneyland”.
Movimento inizialmente atipico rispetto agli altri movimenti italiani, soprattutto per i buoni rapporti con il PCI. “Diciamo che il PCI negli anni ’80 era come un parente stretto – precisa Falorni – DS un parente di 3° o 4° grado un po’ antipatico, il PD il nemico di classe”.
Le vicende del libro si snodano tra luoghi fisici e di elaborazione culturale come Collettivo spazi sociali, Villa Sansoni, Godzilla, Teatrino occupato, Teatro del Porto, la Fabbrica, Teatrofficina Refugio, Federazione anarchica, lo stadio, Caserma occupata, Centro politico 1921, “Senza Soste”, associazione Don Nesi, L’impulso, Centro per la pace, Teatro Mascagni, i fondi…
Una ricostruzione sferzante che tocca tanti temi, dalla droga diffusa in città, prima in periferia poi ovunque, alla chiusura delle fabbriche e dei cinema, alla mancanza di una politica culturale convincente e condivisa. Il tutto a suon di musica e di teatrini off. Molti vi si riconosceranno, altri inorridiranno, urtati.
Difficile invece restare indifferenti: nel bene (poco) e nel male Falorni fotografa un’epoca, e documenta da un preciso punto di vista – il suo – una Livorno appunto con tanta musica underground in un locale che si chiamava The cave, e tanta droga, lontanissima dalle atmosfere dei film di Virzì e dalla mitologia della città scherzosa e accogliente, un po’ ignorante ma tanto bonaria.
Definitivamente smitizzata dalla “vicenda più agghiacciante di razzismo degli anni zero in città e nell’Italia intera”, cioè la reazione della città alla morte dei quattro bambini rom nel rogo della loro baracca, che a suo avviso ha spazzato definitivamente via il mito “della pietas labronica”. Vicenda che gli ha confermato: “Ho fatto bene a andarmene”.

di Ursula Galli

aspettandoilcaffe.com, 12 febbraio 2018

+ Voci possenti e corsare

La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda (Jean Cocteau)

Da qualche decennio Livorno è stata, inaspettatamente, reinventata come scenario di storie banalotte da vendere e consumare – da Ovo sodo al recente Romanzo famigliare – nonché innumerevoli spot commerciali e foto di moda con il lungomare come set.
Dal disordine sottoproletario dei quartieri marginali all’ordine lustrato dell’Accademia navale, prevale così un’immagine lontana dal reale sopravvissuto e dalle sue contraddizioni, compresi livelli di sofferenza sociale che niente hanno da invidiare a quelli metropolitani.
L’autenticità umana e l’originalità urbana di questa città sono ridotte a merce, tanto da stravolgerne la percezione anche da parte dei suoi stessi abitanti che, sovente, sembrano compiaciuti nell’adeguarsi al ruolo di comparse e a stereotipi caricaturali.
Realtà portuale e post-industriale, simile per molti versi a Piombino, La Spezia o Savona, quella livornese rimane annegata e non solo figurativamente tra un passato di fabbriche dismesse e un improbabile futuro di provincia “a vocazione turistica”.
Persino l’alone piratesco e l’antico ribellismo diventano quindi “colore”, attrattive alla stregua del cacciucco; tanto che, mentre tanti fuggono altrove: “Livorno a chi viene da fuori solitamente piace! Di più che a noi che ci si abita! Ci viene a trovare tanta gente da fuori e si vorrebbero tutti trasferire qui!”.
Gli anni Ottanta sono stati l’epicentro di questa crisi senza uscita, ma anche quelli che, sconfinando nei Novanta, hanno visto svilupparsi un movimento alternativo, fatto di occupazioni di spazi ed esperienze autogestionarie, che non solo l’ha avuta vinta sul paternalistico modello di lavoro e di governo del PCI e delle sue successive mutazioni genetiche, ma che rappresenta tutt’ora una consistente e vivace area di controculture, solidarietà e autorganizzazione.
Quanti allora, in piena desolazione craxiana, ruppero in prima persona il ghiaccio, mai avrebbero immaginato gli sviluppi e gli approdi, seppure alquanto diversi, della loro avventura. Davvero, da questo punto di vista, come osservava Tolstoj, “la storia la fa chi non sa di farla”.
Tutto nasceva dall’insofferenza, non soltanto giovanile, per la mancanza di spazi, ma anche verso il vivere quotidiano e il divertimento alienato e da questo underground giunsero pratiche extralegali, inedite anche nell’ambito locale dei superstiti gruppi alla sinistra del Partito comunista. Infatti, anche la partecipazione di quanti si ritenevano autonomi, anarchici o comunisti, rimase sempre a carattere individuale, a fianco di “cani sciolti e gatte slegate”.
Ora a distanza di un trentennio, nel suo Voci possenti e corsare, Luca Falorni ha provato, con ironia e spericolato affetto, a mettere insieme i tanti e scombinati tasselli di quel periodo, tra narrazione personale, ricordi individuali e memorie collettive, corredate da foto e documenti.
Un lavoro storico-letterario non semplice, quello di Luca, nell’onesto tentativo di annodare, cucire, ritagliare, connettere sentimenti, percorsi, convinzioni, approcci diversi e non sempre compatibili tra loro. E il materiale da lui usato è stato l’iniziale paziente raccolta di numerose testimonianze videoregistrate, dalle quali sono stati trascritti e “montati” i passaggi ritenuti più significativi su momenti di festa, iniziative, concerti e risvolti anche tragici.
Il risultato non è e non poteva essere una storia, ma un flusso di storie. Ricorda un po’ il confuso rumoreggiare di un’incasinata assemblea di movimento o di una discussione al mercato, con tante voci contrastanti che si parlano sopra, vogliono raccontarsi, dire la loro, sostenere la rispettiva visione politica.
E, come in ogni assemblea che si rispetti, c’è chi ha fatto e visto come quelli che sparivano, emerge il militante e il passante, quello che introduce e chi sceglie di stare zitto, ma pure il solito che parla per sentito dire e colui che non ha dubbi. Inevitabile poi a distanza di parecchi anni, oltre alle amnesie e alle suggestioni, così come avviene in tutti i processi di recupero delle memorie orali o scritte, la rielaborazione più o meno conscia del vissuto, alla luce di successive riconsiderazioni critiche ma anche di nostalgie, mutamenti ideologici o dissocianti scelte esistenziali.
Anche in questa inchiesta, forse i meno attendibili appaiono proprio i diretti testimoni a causa del sentito coinvolgimento soggettivo, ma pure le ricostruzioni degli osservatori esterni – e allora magari avversi – non possono non risentire di pregiudizi e giudizi a posteriori.
Finisce infatti per prevalere una sorta di narrazione mainstream su alcuni passaggi problematici, in parte riflettendo prevenzioni e luoghi comuni di chi scuoteva la testa oppure assumendo conclusioni date per scontate non sempre in grado di distinguere le cause dagli effetti.
E, aldilà di ogni sforzo di inserire gli eventi in un quadro economico e rendere politicamente organico quell’iniziale sommovimento cittadino, riaffiora un fotogramma che allora esprimeva un sentire “contro e nonostante” Livorno, in un rapporto di amore-odio oggi meno conflittuale.
In un freddo sabato pomeriggio del dicembre 1986, un nutrito corteo per gli spazi sociali e contro la repressione transita per via Grande, tra lo sconcerto della gente. Dal gruppo alla testa, in cui prevale il nero, sul ritmo di una nota canzone degli amati Cccp viene intonato e ossessivamente ripetuto il ritornello: LIVORNO PARANOICA! LIVORNO PARANOICA!… PA RA NOI CA

il manifesto, venerdì 2 febbraio 2018

+ Livorno, la ribelle

Livorno possiede un’autenticità innegabile, molto viva nell’immaginario italiano e bene ha fatto Marco Philopat, l’editore, a commissionare a Luca Falorni Voci possenti e corsare. La Livorno ribelle dagli anni ottanta a oggi (Agenzia X, 260 pp, 15 euro). La città è stata spesso raccontata, in libri e film, forse perché, come dichiarò Piero Ciampi nel 1976: “Livorno è un’isola, è la città più difficile, c’è tutta la contraddizione di questo mondo: ci sono gli americani, c’è il più grande monte di Pietà […] una delle più numerose comunità ebraiche, qui è nato il partito comunista e c’è anche una squadra di calcio che milita in serie C ma che meriterebbe lo scudetto in A”. Ma le storie difficili spesso sono anche quelle più interessanti. Livorno è sponda per varie mitologie ribelli, nella politica, nell’arte, come non ricordare l’azione situazionista delle “teste di Modigliani”, nello sport, con la sua celebre curva, e anche nell’umorismo, con il “Vernacoliere”. E si potrebbe continuare con le scritture diversissime ma entrambe insubordinate di Giorgio Caproni e Carlo Coccioli. C’era però una storia non raccontata, quella degli spazi e delle persone che hanno movimentato la città negli ultimi trent’anni, lo fa ora Voci possenti e corsare, raccogliendo – con il metodo insegnato da Danilo Montaldi in Autobiografia della leggera – le dichiarazioni di attivisti di realtà sociali che rappresentano esperienze dissidenti da quella ufficialità istituzionale che, con la transizione dal Pci al Pd, ha governato il comune fino al 2014, quando i grillini hanno sfruttato l’onda dello scontento per vincere le elezioni.
Trent’anni corrono veloci tra luoghi e gruppi: Collettivo spazi sociali, Villa Sansoni, Godzilla, Teatrino occupato, Teatro del Porto, la Fabbrica, Teatrofficina Refugio, Federazione anarchica, lo stadio, Caserma occupata, Centro politico 1921, “Senza Soste”, associazione Don Nesi, L’impulso, Centro per la pace, Teatro Mascagni, i fondi… Come in L’onda d’urto, storia della radio lombarda, pubblicato sempre da Agenzia X, anche qui colpisce la vitalità degli anni ’80 che reagiscono al riflusso politico con esperienze non di massa ma seminali. “Creature simili” attraverseranno gli ’80 tra analisi della ricomposizione di classe, autonomia creativa, tensioni libertarie, punk, nuovi linguaggi e tecnologie, ma con una particolare predilezione per il teatro e l’arte performativa.
L’intreccio delle dichiarazioni è preceduto da tre testi importanti: l’“educazione sentimentale” di Falorni (che è anche videomaker e poeta) dentro la livornesità, un emozionante e raffinato pezzo di scrittura che ricorda le prose di Luciano Bianciardi e fa sperare a ulteriori prove narrative; e due analisi sull’anomalia e l’originalità del movimento livornese di Silvano Cacciari e di Franco Marino, redattore di Senza Soste, interessante esperienza mediatica.
È Giorgio Caproni a benedire simbolicamente questo titolo. Il poeta muore a Roma nel 1990, ma i suoi ultimi splendidi versi pubblicati in Res amissa contengono la “verità livornese” fatta di poesia, provocazione, immaginazione e ribellione che percorre il libro: “Guardateli bene in faccia. / Guardateli. / Alla televisione, / magari in luogo di guardar la partita. / Son loro, i ‘governanti’. […] / I ‘tutori’ / – eletti – della nostra vita. […] / Guardateli, i grandi attori: / i guitti. / Degni / – tutti – dei loro elettori. / Proteggono i Valori / (in Borsa!) e le Istituzioni… / Ma cosa si nasconde / dietro le invereconde / Maschere? / Il Male / che dicono di combattere? / Toglieteceli davanti. / Per sempre. / Tutti quanti”.

di Marc Tibaldi

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