vietato

Vietato partecipare

www.piano-terra.net, 8 novembre 2019

+ Vietato partecipare. La storia di Fabio Vettorel

Esce in questi giorni il libro di Jamila Baroni e Margherita D’Andrea intitolato: Vietato partecipare. Amburgo G20. Storia di un processo.
I libro contiene una breve ma intensa presentazione di Christian Raimo, noto scrittore e giornalista romano, la cronaca della storia di Fabio Vettorel, giovane feltrino arrestato nel corso delle manifestazioni contro il G20 nel luglio 2017 raccontata dalla madre Jamila Baroni e un saggio sull’evoluzione dei sistemi repressivi del dissenso nella società moderna di Margherita D’Andrea membro dell’Associazione Giuristi Democratici, che nel processo di Amburgo ha svolto la funzione di osservatore internazionale.
Fabio Vettorel, poco più che diciottenne viene arrestato ad Amburgo ancora prima dell’inizio delle manifestazioni contro il G20 e rinchiuso in carcere dove rimarrà in stato di detenzione preventiva per più di 4 mesi, per essere finalmente rilasciato a novembre del 2017, il relativo processo è stato sospeso a gennaio 2018 e probabilmente riprenderà nei prossimi mesi.
Fin da subito risultò evidente la sproporzione tra le accuse mosse al giovane feltrino e quanto da lui fatto, l’atteggiamento draconiano della Procura Tedesca, tale evidenza portò il sistema informativo italiano a denunciare come la gestione del processo evidenziasse la volontà di utilizzare Vettorel come capro espiatorio e punirlo per i disordini avvenuti successivamente al suo arresto che evidenziarono l’assoluta incapacità degli organi di polizia tedeschi a gestire l’ordine pubblico nel corso del G20 di Amburgo.
Fabio è dunque diventato il simbolo, come vittima, della volontà indiscriminata di punizione dello stato moderno, con evidenti tratti di continuità tra la repressione dei fatti di Genova e Seattle e, 20 anni dopo, Amburgo.
La parte centrale del libro è il racconto fatto dalla madre di Fabio dall’arresto del figlio e dal suo arrivo ad Amburgo per seguire da vicino la vicenda detentiva e processuale fino al loro ritorno in Italia dopo la sospensione del processo.
Lo definirei un diario di viaggio, scritto con meticolosità e apparente distacco, frutto di note scritte dall’autrice di giorno in giorno, dunque un bollettino che vorrebbe apparire (e forse lo è) oggettivo ma da cui invece traspaiono con con forza i sentimenti, le paure, le delusioni di una madre che assiste ad un procedimento kafkiano nei confronti del figlio. Jamila non racconta direttamente le sue emozioni, ma le fa uscire da una cronaca serrata e scarna ma anche rabbiosa per tutte le piccole e grandi ingiustizie che il figlio sta subendo.
Ma non è una cronaca solo intima, infatti racconta anche il di fuori: il tratto pubblico e politico della vicenda del figlio, delle manifestazioni a suo sostegno, delle altre vicende processuali correlate al G20 di Amburgo.
Jamila non fa solo la madre, ma rivendica con orgoglio le scelte politiche e processuali fatte in autonomia dal figlio anche quando queste erano difficili e costose e hanno portato ad un prolungamento della sua detenzione. Infatti, ove Fabio avesse “ammesso” le proprie asserite colpe e chiesto scusa per aver manifestato il suo dissenso, dopo pochi giorni dall’arresto sarebbe stato scarcerato. Ha invece scelto di affrontare il processo per rivendicare il suo diritto a manifestare in modo pacifico e non violento anche contro i grandi del mondo, allora riuniti ad Amburgo, accettando così il rischio dell’abnorme prolungamento della sua detenzione preventiva come in effetti è avvenuta.
Il saggio conclusivo di Margherita D’Andrea parte proprio dall’elemento politico e giudiziario che accompagna il processo a Fabio, fa una analisi lucida dei percorsi repressivi in atto negli stati moderni della gestione del dissenso e dell’ordine pubblico, i riferimenti filosofici e giuridici alla migliore cultura penalistica e sociologica contemporanea e moderna sono evidenti ed espliciti e usati con efficacia e portano ad un saggio agile, di facile lettura ma non per questo banale che è utile corollario della cronaca proposta da Jamila Baroni.
Penso sia un libro che merita di essere acquistato e letto per ricordare una storia che è emblematica dei tempi bui che stiamo attraversando, in cui la compressione dei diritti individuali non ha solo ricadute personali ma anche collettive e importanti sulle vite di tutti e non solo del momentaneo imputato o detenuto.

di Gino Sperandio (presidente ANPI Belluno)

Corriere delle Alpi, 3 novembre 2019
+ Vietato partecipare, la mamma racconta tutto in un libro

L’INTERVISTA
Jamila Baroni ha vissuto otto mesi ad Amburgo tra il luglio del 2017 e il febbraio del 2018 per assistere suo figlio Fabio Vettorel nelle fasi più concitate e controverse del processo penale a suo carico per i disordini del G20 di due anni fa. Giovedì 7 novembre esce il suo libro Vietato partecipare, un racconto lucido e organico che si colloca a metà tra l’autobiografia materna (che però si perde poco nei dettagli emotivi) e la narrativa d’inchiesta (basata solo su fatti certi e soprattutto passati).

Come è nato questo libro?
«In ogni udienza di Fabio prendevo appunti per capire cosa stesse succedendo e non fare errori, per ricordare tutto ma sì, anche per sfogarmi. Potrei definirlo il diario di una serie di cose andate storte. Erano pagine che leggevo e rileggevo di continuo. Ho deciso di sistemarle e pubblicarle appena io e Fabio siamo tornati in Italia. L’idea iniziale era che lo scrivesse lui, poi però ho scelto di farlo io. Era la cosa giusta da fare».

È stato facile da scrivere?
«Sicuramente è stato più semplice che revisionarlo, ma scriverlo mi ha permesso di liberarmi. Ho scelto di non soffermarmi troppo sulla mia parte emotiva per non sviare chi legge e di non nominare le persone che mi hanno espresso solidarietà per non tralasciarne nessuna: sono tutte nel mio cuore, ma ho voluto fare una scelta di prudenza (il processo non è ancora stato archiviato, ndc), ecco perché racconto solo fatti già accaduti, riportati in articoli e documenti pubblici».

Com’è cambiata la sua vita?
«Più che la mia vita sono cambiata come persona, anche se la parte più difficile è stata rientrare a casa, non tanto per l’accoglienza visto che molti ci hanno manifestato solidarietà, quanto perché mi sono resa conto di essere diventata intransigente rispetto ai miei valori e questo potrebbe condizionare le mie relazioni. Molti genitori sono cambiati per questi avvenimenti».

E il rapporto con Fabio?
«Si è rinforzato diventando più profondo ed è uno dei pochi aspetti positivi di tutta questa vicenda, assieme al fatto di scoprire quanto si può essere forti nei momenti di difficoltà o di quali persone ci si può davvero fidare, o quali sono le vere priorità nella propria vita».

Cosa potrebbe accadere ora?
«È difficile dirlo. Nell’applicazione del diritto minorile potrebbero non esserci condanne ma multe o richiami, tanto che per Fabio verso la fine non si parlava nemmeno più di condizionale. Speriamo tutti che i nostri figli vengano assolti, ma a questo punto tutto può succedere. Siamo nelle mani dell’avvocata Gabriele Heinecke, che farà l’impossibile per far uscire Fabio nel migliore dei modi, anche perché nella sua carriera non si è mai trovata di fronte a un caso simile e l’ha preso a cuore».

Cosa si può apprendere dalla storia di Fabio?
«Il caso Rondenbarg è stato definito una “sperimentazione contro il dissenso”. I processi per i disordini del G20 dimostrano la volontà di reprimere con la forza le manifestazioni di protesta. Voglio ricordare però che anche ad Amburgo ci sono state espressioni pacifiche, una delle quali ho scelto come immagine della copertina: un migliaio di persone che hanno sfilato per le vie della città coperte di argilla, come protesta contro l’omologazione».

Cosa augura a chi leggerà il suo libro?
«Di riflettere sul concetto di “partecipazione”, una condizione sempre più ostacolata e lo vediamo tutti i giorni nelle grandi proteste di piazza esplose in tutto il mondo. Gli agenti dovrebbero essere identificabili – ad Amburgo lo sono solo i federali, non quelli dei corpi speciali – quantomeno per denunciare violenze e abusi di potere. Penso che il dissenso sia indispensabile per far evolvere una società, quindi andrebbe accolto, anche se a livello globale stiamo andando in tutt’altra direzione.

di Francesca Valente

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