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Università della strada

Buscadero, gennaio 2019
+ Università della strada tra i libri del mese

Moltissimi anni fa in uno dei tanti convegni istituzionali, chiamato “Bande giovanili”, un gruppo di ragazzi fece irruzione e con un’azione molto punk si lacerò la pelle con le lamette e sparse il proprio sangue sul regolamentare tavola della presidenza. Il senso era esplicito: volete analizzarci? Ecco, cominciate da qui. Ne è passata di acqua nei Navigli, Milano si è trasformata (non più del tanto) e quei personaggi bizzarri oltre a imparare, come direbbe Woody Allen, che il sangue è meglio che stia al suo posto, sono cresciuti, si sono moltiplicati e, pur non avendo perso di un filo il coraggio dell’epoca, hanno coltivato altri modi di comunicare, oltre alla (necessaria) provocazione. Università della strada è il primo risultato di Moicana, un nome collettivo dedicato a “nuove forme di aggregazione spontanea in contrapposizione al dominante, qualunque esso sia; proprio come lo furono i nativi americani”, ma che non può non ricordare le creste dei punk. L’ironia del titolo è palese. Più dell’università, conta la strada perchè come scrive Ferruccio Cappelli “il volume, nell’insieme, aiuta a ricostruire un quadro di come si è evoluto il clima culturale della città negli ultimi cinquant’anni: le grandi fratture sociali e politiche di questo mezzo secolo sono state accompagnate da altrettante scansioni culturali. L’underground, ci suggerisce il libro, ha probabilmente anticipato questi bruschi sommovimenti: lo ha fatto negli anni della speranza, ma anche quando gli orizzonti hanno cominciato a rinchiudersi”. Milano è una città ambivalente, capace di lasciare spazi enormi, ma anche di ripararsi in un ottuso provincialismo, fatto più che altro di apparenza e ipocrisia. È su quel territorio che i fermenti controculturali hanno avuto una visione molto più ampia, verrebbe da dire metropolitana, di sicuro più fantasiosa ed eccentrica. Come scrive l’antropologo Andrea Staid in Controculture, resistenza e capacità abitative informali, questi movimenti di lotta modificando la città vetrina con dei processi di mutazione culturale, portano a una revisione molto interessante dell’abitare urbano: quasi una forma di eterotopia, non un’utopia inarrivabile, ma realtà diverse create e custodite, ogni giorno. È importante non smettere di pensare all’avvenire ma è altrettanto importante darsi da fare nel qui ed ora, creare degli esempi e sperimentare come vivere in un mondo diverso, dove l’abitare smetta di essere qualcosa che ha a che fare con la merce, la solitudine, la chiusura e la proprietà privata”. Si va da Addio a Barbonia City (siamo nel 1967) dedicata all’esperienza beat in via Ripamonti, “una breve estate di tentativi di amore e di rivolta” come li chiama Gianni De Martino in un’area dove l’ingenua tendopoli dei nostri beatnik venne poi sepolta dalla speculazione edilizia. È anche il periodo in cui prendono forma L’inquieta repubblica popolare di Brera nella vivida descrizione di Matteo Guarnaccia e le prime avvisaglie del Femminismo raccontate da Lea Melandri. Il decennio successivo sarà ancora più movimentato, con i suoi festival, riportato da Eugenio Finardi, Nicola Del Corno e Gianfranco Manfredi e le coraggiose innovazioni, dalla psichiatria al teatro, all’arte in generale. L’avvento del punk genera un’onda lunghissima che spinge “mezzo secolo di controculture” fino a oggi: si parla di fanzine, di occupazioni, di cultura digitale, di rap e di rave, di poesia e di box. Tutto autoprodotto, indipendente e brillante di luce propria nel narrare i Repentini cambiamenti di stagione, come li chiama Massimo Pirotta, intrisi fino al midollo di grande musica, in un arco ideale che va dal 1964 di The Times Are a Changin’ di Bob Dylan al 1991 di Smell Like Teen Spirit dei Nirvana. In un angolo c’è anche il Buscadero. Non sappiamo se siamo underground o mainstream, ma resistiamo anche noi”.

Marco Denti

Blow Up, gennaio 2019
+ Università della strada
Probabilmente la controcultura in Italia a cavallo tra i ’60 e i ’70 e poi oltre, come traspare da questo bel libro, ha avuto più di un epicentro – Roma, Torino, Napoli, Bologna hanno avuto i loro momenti, per non dire di luoghi “magici” come Positano e Terrasini, crocevia di fatali incontri lungo le strade che portavano in oriente… Ma di certo Milano è stata la prima e più importante capitale di ogni controcultura. A partire dalla tendopoli Beat di Via Ripamonti ribattezzata Barbonia City, che apre la storia con il racconto dettagliato ed appassionato di Gianni De Martino, e poi la Brera di fine ’60 primi ’70, quartiere magico popolare e centrale dove poteva accadere di tutto, animata da artisti, musicisti, hippies e creativi, molto prima che diventasse moda, come ben racconta in prima persona Matteo Guarnaccia. Poi c’è l’esplosione del femminismo e di una rivista importante come “L’Erba Voglio” di Elvio Facchinelli, con la voce autorevole di Lea Melandri. Eugenio Finardi ci parla di rock, festival e radio libere, mentre non manca l’appuntamento con il ’77 su cui interviene con la consueta ironia Gianfranco Manfredi. Intorno poi c’è il brulicare mondo delle fanzine underground con “Re Nudo” in testa, senza dubbio, la più longeva, tormentata e “nazionale” testata controculturale. E poi c’è il Teatro alternativo, quello dell’Elfo, il Piccolo Teatro di Dario Fo, saltabeccando ecco la nascita dei primi centri sociali occupati, Leoncavallo e Santa Marta. Il libro naturalmente corre veloce, con i repentini cambi di stagione, l’irrompere del punk e in seguito del post punk e dark con le miriadi di autoproduzioni grafiche e musicali. E via di seguito il passaggio dagli 80 ai 90 con il cyberpunk e con una rivista bella e importante come “Decoder”, ancora la scena rave, dove per un attimo i ’90 sembrano i ’60 rovesciati, per chiudere con le ultime “resistenze” quando è ovvio che tutto è cambiato, tra occupazioni e sgomberi e quando come nelle parole di Davide Passoni, basta solo un panino con il prosciutto per scoprire il poetry slam e il centro si chiama ora Macao.

di Gino Dal Soler

booksnormali.blogspot.com, giovedì 27 dicembre 2018
+ Moicana
Moltissimi anni fa in uno dei tanti convegni istituzionali, chiamato Bande giovanili, un gruppo di ragazzi fece irruzione e con un’azione molto punk si lacerò la pelle con le lamette e sparse il proprio sangue sul regolamentare tavolo della presidenza. Il senso era esplicito: volete analizzarci? Ecco, cominciate da qui. Ne è passata di acqua nei Navigli, Milano si è trasformata (non più del tanto) e quei personaggi bizzarri oltre a imparare, come direbbe Woody Allen, che il sangue è meglio che stia al suo posto, sono cresciuti, si sono moltiplicati e, pur non avendo perso di un filo il coraggio dell’epoca, hanno coltivato altri modi di comunicare, oltre alla (necessaria) provocazione. Università della strada è il primo risultato di Moicana, un nome collettivo dedicato “nuove forme di aggregazione spontanea in contrapposizione al dominante, qualunque esso sia; proprio come lo furono i nativi americani”, ma che non può non ricordare le creste dei punk. Più dell’università, conta la strada perché come scrive Ferruccio Cappelli “il volume, nell’insieme, aiuta a ricostruire un quadro di come si è evoluto il clima culturale della città negli ultimi cinquant’anni: le grandi fratture sociali e politiche di questo mezzo secolo sono state accompagnate da altrettante scansioni culturali. L’underground, ci suggerisce il libro, ha probabilmente anticipato questi bruschi sommovimenti: lo ha fatto negli anni della speranza, ma anche quando gli orizzonti hanno cominciato a rinchiudersi”. Milano è una città ambivalente, capace di lasciare spazi enormi, ma anche di ripararsi in un ottuso provincialismo, fatto più che altro di apparenza e ipocrisia. È su quel territorio che i fermenti controculturali hanno avuto una visione molto più ampia, verrebbe da dire metropolitana, di sicuro più fantasiosa ed eccentrica. Come scrive l’antropologo Andrea Staid in Controculture, resistenza e capacità abitative informali, “questi movimenti di lotta modificando la città vetrina con dei processi di mutazione culturale, portano a una revisione molto interessante dell’abitare urbano: quasi una forma di eterotopia, non un’utopia inarrivabile, ma realtà diverse create e custodite ogni giorno. È importante non smettere di pensare all’avvenire ma è altrettanto importante darsi da fare nel qui ed ora, creare degli esempi e sperimentare come vivere in un modo diverso, dove l’abitare smetta di essere qualcosa che ha a che fare con la merce, la solitudine, la chiusura e la proprietà privata”. Si va da Addio a Barbonia City (siamo nel 1967) dedicata all’esperienza beat in via Ripamonti, “una breve estate di tentativi di amore e di rivolta” come li chiama Gianni De Martino in un’area dove l’ingenua tendopoli dei nostrani beatnik venne poi sepolta dalla speculazione edilizia. È anche il periodo in cui prendono forma L’inquieta repubblica popolare di Brera nella vivida descrizione di Matteo Guarnaccia e le prime avvisaglie del Femminismo raccontate puntualmente da Lea Melandri. Il decennio successivo sarà ancora più movimentato, con i suoi festival, riportati da Eugenio Finardi e Filippo Del Corno e Gianfranco Manfredi e le coraggiose innovazioni, dalla psichiatria al teatro, all’arte in generale. L’avvento del punk genera un’onda lunghissima che spinge mezzo secolo di controculture fino a oggi: si parla di fanzine, di occupazioni, di cultura digitale, di rap e di rave, di poesia e di boxe. Tutto autoprodotto, indipendente e brillante di luce propria nel narrare i Repentini cambi di stagione, come li chiama Massimo Pirotta, intrisi fino al midollo di grande musica, in un arco ideale che va dal 1964 di The Times Are a Changin’ di Bob Dylan al 1991 di Smell Like Teen Spirit dei Nirvana.

di Marco Denti

il manifesto, 22 dicembre 2018

+ Mappe dell’underground milanese e le controculture

A Milano, nella primavera del 1967 i redattori di una strana rivista, «Mondo Beat», fingendosi boy scout, affittano un terreno in via Ripamonti, una lunga arteria che, partendo da Porta Vigentina, si perde nelle campagne lombarde, per insediarvi un campeggio dove accogliere «scappati di casa» e giovani desiderosi di nuove avventure. Lo scandalo è immediato. Subito si parla di Barbonia city. Molti onesti cittadini si appostano nei dintorni per dare un’occhiata, con un misto di indignazione e voyeurismo, al luogo dove si radunano «capelloni» e «ninfette», questi gli epiteti prevalenti nella stampa del tempo per connotare quella gioventù dissidente, non inquadrabile nelle opposte e speculari discipline di chiesa o partito. Adriano Celentano si fa interprete del panico morale della maggioranza silenziosa con una canzone, Tre passi avanti, in cui, dopo avere sentenziato che «crolla il mondo beat», stigmatizza i giovani promiscui, con i capelli lunghi («Visti di spalle chi è la donna non si sa»), che non si lavano, si drogano e hanno pure dimenticato Dio.
LO SGOMBERO non tarda a venire, sotto lo sguardo di una folla che plaude alla fine dell’impero del vizio. Da lì inizia, nel nostro paese, la storia delle controculture, e inevitabilmente proprio di lì, attraverso la narrazione in prima persona di uno dei protagonisti di quella vicenda, Gianni de Martino, prende avvio il tentativo di mappatura delle molteplici storie dell’underground milanese di Università della strada. Mezzo secolo di controculture a Milano (Agenzia X, pp. 224, euro 15).
Il volume raccoglie gli interventi di un incontro tenutosi alla Casa della cultura, promosso da Moicana, un’anomala agenzia di ricerca sulle controculture promossa da Nicola Del Corno e Marco Philopat. Si tratta di contributi che privilegiano il terreno della narrazione e dell’autonarrazione di chi c’era o chi c’è sul distacco analitico dello specialista, con una particolare sensibilità per la dimensione geografica delle subculture o controculture, per le mappe urbane costruite e vissute, contemporaneamente o in sequenza, dalle diverse tribù. Si parte con «Mondo Beat», e si prosegue con il profilo della Brera pre-gentrification tracciato da Matteo Guarnaccia, in cui si mostra come lo specifico degli stili controculturali impatti su un pre-esistente humus fatto di bohème, avanguardie artistiche, dopolavoro dell’industria culturale. Passando agli anni Settanta, Eugenio Finardi affronta il tema della scena rock e dei festival, Nicola Del Corno quello di «Re nudo», mentre Gianfranco Manfredi si sofferma sulla soglia di quel ciclo, il movimento del 77. Non mancano incursioni sulle declinazioni artistiche (Giorgio Zanchetti) e teatrali (Ferdinando Bruni e Francesco Frongia) della dimensione underground.
A QUEL PUNTO interviene una cesura, si consuma la svolta degli anni Ottanta. Poi verranno il punk (Valcavi), e il post punk (Tosoni e Zuccalà), fino alla cosiddetta «ultima sottocultura», quella legata al rave, le cui specificità milanesi sono ricostruite da Pablito el Drito. Considerando i vari contributi, emergono alcune problematiche di fondo. In primo luogo, abbiamo la questione delle scelte terminologiche, e inevitabilmente concettuali, utilizzate da Moicana per definire il proprio oggetto. Come si desume dal sottotitolo, si opta per controcultura. Non mancano i riferimenti all’underground, che in generale si caratterizza soprattutto in termini estetici, in contrapposizione al mainstream o al gusto legittimo, e che pur costituendo una dimensione interna all’ambito controculturale appare dotata di una propria autonomia e di una specifica genealogia. Per definire le culture dissidenti giovanili, tuttavia, a partire dalla pubblicazione, sulla scia del punk, di un fortunato volume di Dick Hebdige (recentemente riproposto da Meltemi), si è affermato l’uso, specie in ambito accademico, del termine «sottocultura». Nel corso del tempo, non sono emerse numerose critiche nei confronti di un approccio incentrato sull’idea di una «resistenza tramite rituali».
A entrare in crisi, tuttavia, sembra essere non solo lo stile analitico tipico dei British Cultural Studies ma anche il referente a cui si applicava. La precarizzazione delle condizioni lavorative e dei vincoli familiari, che costituivano la soglia di accesso all’età adulta, dilata progressivamente l’interstizialità nella quale si collocava la dimensione giovanile. In tal modo, si disinnesca il meccanismo di scansione generazionale che fin dai tempi del rock n’ roll aveva ritmato il succedersi delle ondate sottoculturali. I segni distintivi, a partire dall’abbigliamento, se da una parte proliferano, dall’altra non rimandano più ad alcun significato che vada oltre la distinzione individuale in un contesto in cui gli stili sottoculturali del passato tornano continuamente, ibridandosi e sovrapponendosi. In proposito, si potrebbe parlare di fine delle sottoculture, nell’orizzonte più generale del chiudersi di una parabola, quella dei giovani come categoria sociale sui generis. Oppure, ed è questa la scommessa di Moicana, ciò a cui assistiamo altro non è che una dislocazione verso nuovi codici. Non a caso, nei contributi più centrati sul presente, che si concentrano su pratiche che vanno dal writing al poetry slam, passando per metabrand e sport popolare, la questione della musica e della «manipolazione simbolica» legata al look sembrano svolgere un ruolo non certo centrale.

di Massimiliano Guareschi

la Repubblica, 10 novembre 2018
+ Dagli hippie al rap viaggio nelle utopie con la camminata della controcultura
In altri tempi si sarebbe forse guadagnata la definizione di “adunanza sediziosa”. Oggi la presentazione del libro Università della strada. Mezzo secolo di controcultura a Milano è un “trekking urbano” per ripercorrere tappa dopo tappa decenni di movimenti, utopie, desideri, lotte, musiche, occupazioni, cercando i segni tracimati nel presente. Un pellegrinaggio in dieci tappe da Brera a Porta Ticinese alla ricerca del filo rosso della contestazione che lega luoghi e storie raccontate nel libro, frutto del convegno dallo stesso titolo di un anno fa alla Casa della Cultura.
Eccoci, quindi, in marcia guidata dagli autori che hanno firmato i vari capitoli: partenza alle 17.00 in via Formentini. Facile individuare il corteo: la bicicletta sonora di Madsoundsystem segue il percorso con musiche a tema. Primo agit-prop Matteo Guarnaccia, artista, storico del costume, scrittore, organizzatore di eventi. “Racconto la Brera come era, prima della gentrificazione forzata, quando si tirava mattina nei locali. Un luogo dove la diversità era incoraggiata, grazie all’Accademia e ai suoi artisti, da Manzoni a Bianciardi” dice Guarnaccia. Da qui, facendo tappa in Cordusio, si arriva in piazza Duomo, sotto la statua del “pirla a cavallo”, come Marco Philopat (anima di Agenzia X e promotore del convegno con Nicola Del Corni, docente della Statale) definisce il monumento a Vittorio Emanuele II. E qui, negli anni sessanta come a Londra in Piccadilly Circus e ad Amsterdam in piazza Dam, si trovavano i giovani globe trotter di tutta Europa. A ripercorrere il periodo ci pensa Gianni De Martino, scrittore e giornalista, uno dei promotori della rivista “Mondo Beat”, che ci porta (ma solo con i ricordi) anche a Barbonia City, quel mega campeggio abitato da hippie in via Ripamonti, poi sgomberato con litri di insetticidi e Ddt. Dal Duomo alla Statale il passo è breve. E qui arriva Gianfranco Manfredi, un veterano dell’utopia, quello che cantava Ma chi ha detto che non c’è. E non si può non perdersi nei movimenti studenteschi, in “Re Nudo”, nel parco Lambro, nell’Ultima Spiaggia, ka casa discografica di Nanni Ricordi. Passaggio nel contemporaneo, nella prima sede occupata del centro sociale LUMe, e si arriva in via Torino. “Passaggio imprescindibile: la via dei punk milanesi” dice Marco Philopat che tiene le fila di tutta la “camminata delle controculture”. Dal punk al cyberpunk alle Colonne di San Lorenzo, cena alle 21.00 al Bar Rattazzo, storico locale del Ticinese. Dai movimenti femministi a quelli Lgtb con Carlotta Cossutta che ci porta ai nostri giorni. Poi, esplode la festa. O meglio: spazio alle controculture contemporanee: “rapper, slammer, hiphopper – annuncia Philopat – da Pablito al Vandalo a Serpicanaro”.

di Valeria Cerabolini

Corriere della Sera, 10 novembre 2018

+ I luoghi milanesi della controcultura
Matteo Guarnaccia parla della “Repubblica hippie” di fianco al Bar Giamaica e Gianni De Martino riflette su beat e capelloni sotto la statua del Re in piazza Duomo, poco dopo, davanti all’Università Statale, Gianfranco Manfredi racconta il decennio 1968-1977. Sono alcune delle tappe della Controcultura in cammino, la passeggiata di autori multipli ideata da Marco Philopt per la presentazione del libro Università della strada. Mezzo secolo di controcultura a Milano edito da Agenzia X e firmato da diversi autori che ripercorre mezzo secolo della storia “altra” della nostra città, pagine che oggi prendono voce nei luoghi dove la controcultura milanese è nata. “Noi punk ci trovavamo in piazza S. Giorgio, all’ex negozio di dischi New Kary in via Torino”, dice Philopat, “oggi in piazza alle ore 20 parliamo di no future con Angela Valcavi, poi ci spostiamo alle Colonne di San Lorenzo dove si ritrovavano dark e cyberpunk, lì ci saranno Simone Tosoni ed Emanuela Zuccalà”. E dopo la pausa polpette da Ratazzo (ore 21) il leggendario bar di via Vetere, tutti in piazza XXIV Maggio per il gran finale con performance, rap e poesie di Tempi diVersi. Per partecipare alla Controcultura in cammino, il ritrovo è alle ore 17.00 davanti all’ex chiesa di San Carpoforo, via Formentini.

Livia Grossi

tonyface.blogspot.com, 24 ottobre 2018
+ Moicana – Università della strada
Moicana è un centro studi sulle controculture che si propone di tenere viva l’attenzione di studiosi, ricercatori, militanti, così come di semplici appassionati, sulle esperienze dell’underground in Italia e nel mondo tramite la pubblicazione di libri, l’organizzazione di convegni, reading e mostre, ma anche attraverso la raccolta di materiali d’archivio, testimonianze orali e iniziative di strada.
Il termine Moicana ci ricorda come le controculture, in quanto declinate al femminile, non saranno mai le ultime e quindi sempre in grado di generare nuove forme di aggregazione spontanea in contrapposizione al dominante.
Università della strada. Mezzo secolo di controculture a Milano (stampa Agenzia X) raccoglie gli interventi dei relatori durante il convegno svoltosi il 27 ottobre 2017 alla Casa della Cultura a Milano durante il quale si è tracciato il filo rosso che collega le esperienze dei 60′s di Mondo Beat per passare a “Re Nudo”, alle Feste del Proletariato a Parco Lambro, Virus, Leonka, “Decoder” e il cyberpunk, femminismo, il Ladyfest, occupazioni di luoghi e case, poetry slam, rivolte, palestre popolari.
Un patrimonio interessantissimo da conservare, preservare, tramandare per voce dei protagonisti, senza filtri o interpretazioni.

di Tony Face

Il Cittadino, 12 ottobre 2018

+ Mezzo secolo di controculture. Dalla Milano dei festival alla Brianza del poetry slam

Mezzo secolo fatto di beat, capelloni, hippie oppure freak e indiani metropolitani, punk, dark, post-punk, hip-hopper, rapper, raver. Fino agli slammer che reinventano la poesia. Si tratta di controcultura, un termine un po’ vago che comunque classifica tutto ciò che non è fatto per entrare necessariamente in un’antologia ufficiale.
Il centro studi “Moicana” ne ha fatto un racconto a tante voci per raccontare tutto quello che succede nel sottosuolo (già, proprio l’underground) e ogni tanto riesce a mettere la testa fuori per diventare se non mainstream (la strada principale, quella frequentata da tutti) almeno “fenomeno” capace di scrivere un paragrafo della storia culturale dell’Italia.
Che l’accademia lo approvi o no, la controcultura è un pezzo portante del Paese e il volume Università della strada. Mezzo secolo di controculture a Milano torna a raccontarlo a distanza di un anno dal convegno alla Casa della cultura di Milano. Dentro ci sono le firme tra gli altri di Ferdinando Bruni, Nicola Del Corno, Eugenio Finardi, Matteo Guarnaccia, Lea Melandri e Marco Philopat, ma anche quelle di Davide ScartyDoc Passoni e Massimo Pirotta che la controcultura l’hanno vissuta a Milano e l’hanno trasferita (in andare e ritorno) dalla Brianza. Il volume è in uscita oggi e racconta mezzo secolo di Molano-Monza in cui sono nati “giornali, teatri, festival, radio llibere, librerie, gallerie d’arte, centri sociali e case occupate; un insieme di iniziative e luoghi dove incontrarsi e produrre una propria cultura, ogni volta alternativa e di contestazione, dando vita a un caleidoscopio di esperienze. Cifra comune di tali milieu è stato un continuo nomadismo metropolitano, coinvolgente il centro quanto le periferie, che ha finito per caratterizzare l’intero tessuto urbano.

di Massimiliano Rossin

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