trap

Trap

Blow Up, aprile 2020
+ Trap

Arrivata in Italia verso la metà dello scorso decennio, quando in pratica era già sparita dalle scene di origine, la trap è l’ultimo trend musicale giovanile di un certo rilievo, almeno per quanto riguarda il Belpaese. Nata nel sud degli States a fine anni ’90 (epicentro Atlanta) come derivazione storta, rallentata e oppiacizzata dell’hip hop sudista (che in pochi hanno notato ma pare si trattasse di una scena rigogliosa e molto creativa), la trap assorbe in sé molti dei tratti “etici”, diciamo così, del gangsta rap: nata neo ghetti abbruttiti e dimenticati del sottoproletariato suburbano delle assolate megalopoli del sud, fortemente collusa con delinquenze & tossicodipendenze e portatrice insana di testi sboccati, iperdrogati, sessisti e violenti. La trap italiana naturalmente non ha nulla a che fare con la madre americana, non foss’altro perché da noi le voci delle delinquenze urbane utilizzano tutt’altri canoni musicali per esprimersi. La nostra versione è solo l’ennesimo trend adolescenziale con cui bullarsi, un modello interamente slavato col pop sanremese e messo a bagnomaria nella rete (Instagram + YouTube) che della matrice originaria mantiene unicamente una velleità da provocatorio neorealismo off limits che però, calato nella realtà nostrana del mammismo istituzionalizzato e del welfare parrocchiale, finisce solo per apparire come la versione grottesca, più viziata che viziosa, delle vecchie boy band. Ma tanto basta ai giovani e giovanissimi italici: la nostra cartoonesca trap è per tutti il modello vincente del momento (droga + soldi + moda), fermo restando che nel mazzo ci sarà pure chi sta male sul serio e magari ci rimette le sue giovani penne.
Tutto ciò detto, questo libro è decisamente molto riuscito e il suo autore, nascosto dietro il nick UFPT, è uno che la sa lunga e la sa raccontare anche meglio. Linguaggio puntuale, disamine perfette, analisi ricche e appuntite, condiscendenza e interpretazione ma non immedesimazione: tutto è al posto giusto, anche le rivelatorie interviste. Lo consiglio senza se e senza ma a chiunque legga questo giornale, principalmente a chi, come il sottoscritto, è interessato alla trap quanto alla pesca d’altura: scoprirà un universo brulicante, musicalmente (per me) valido meno di zero ma comunque intellettualmente stimolante perché tra i pochi a lanciare segnali di vita in questi anni disastrati (scrive l’autore: “Trap è musica del fallimento”, e questo basti).

di Stefano I. Bianchi

il manifesto, 7 marzo 2020
+ Anatomia della trap, il fascino indiscreto della trasgressione

Uno dei fenomeni (musicali e non) più criticati osteggiati, sbeffeggiati da musicisti, critici, pubblico. La trap ha coagulato intorno a sé un unanime. fronte di repulsa. A partire dalla irritante essenzialità musicale, passando per il contenuto dei testi, concludendo con un aspetto estetico che difficilmente può trovare approvazione. Le coordinate che appartenevano al punk degli esordi. Ma dove il punk era in qualche modo una prosecuzione di discorsi socio culturali e artistici già affermati in precedenza (garage, glam, rock’n’roll), la trap e il suo corollario estetico, pur essendo figlio di rap e hip hop, ostentano ogni mancanza di contenuto “politico”) o contro culturale. A fronte di un modo che viaggia, scientemente, verso il disastro ambientale ampiamente annunciato, preda di un capitalismo senza ormai alcun freno, in cui il mercato determina ogni singola mossa, non solo escludendo ma semplicemente annientando ogni voce dissidente, chi canta o ascolta trap, abbraccia una visione nichilista, dove il “no future” urlato provocatoriamente dai Sex Pistols nel 1977 è una realtà, un dato di fatto. Le nuove generazioni hanno in mano il mondo, hanno tutto lo scibile terracqueo a portata di click ma in realtà non possiedono nulla di tangibile, tanto meno un futuro. Lo stesso incedere ritmico della trap è il suono di un’epoca che si lascia cullare nell’abbandono ansiolitico, nell’appiattimento emotivo, nervoso, cerebrale. Contro l’ansia, l’insonnia, la paura della catastrofe, personale e globale, imminenti. E allora l’ostentazione becera della ricchezza, del lusso (spesso “inventato” e irreale), l’esaltazione della dipendenza da droghe rilassanti, sono un grido rassegnato di chi accetta l’ineluttabilità della dipendenza tecnologica, della sempre più scarsa attenzione al reale e al circostante, di una condizione sociale che ti imprigiona, fin da adolescente, in una gabbia classista da cui è impensabile pensare di uscire. Dove sei nato, rimani, nessuna possibilità di emanciparti, crescere, “diventare qualcuno”.

Decadenza
Negli anni Sessanta per uscire dalla “miseria” (non necessariamente economica) potevi fare il cantante o dedicarti a calcio o boxe, Ma ora gli sportivi sono merce costruita in laboratorio. Se non ce l’hai fatta a 14 anni sei già out. Nella musica e nell’arte non è molto diverso ma in questo ultimo ambito un’ultima speranza ancora ce l’hai. Il guizzo, l’intuizione, il colpo di fortuna, una concatenazione di circostanze possono aprirti una strada, darti una luce. La trap può essere un mezzo immediato in tal senso.
Un suono, un’attitudine, un modus vivendi che nasce, non a caso, in luoghi di spaccio e consumo, ad Atlanta. Case abbandonate (le trap house) dove ci si ritrova clandestinamente e che generano il mood, lento, cupo, disperato e decadente, del genere. Brani fatti con il minimo indispensabile. Basi elettroniche minimali, scarne, essenziali a cui si sovrappongono narrazioni personali (caratterizzate da un volutamente esagerato e quasi parodistico uso dell’autotune sulla voce) di ciò che accade, allo stesso modo dei primi toaster reggae giamaicani che su brani remixati e allungati in loop, raccontavano la realtà circostante, fin dagli anni Settanta.
Si innesta in questo modo il concetto del Do It Yourself, dell’autogestione del brano e della proposta artistica. Un concetto “volatile”, musica distribuita non sul canonico cd o supporto fisico ma via web, con un concetto di degradabilità quasi immediata. E che si espande in breve tempo ovunque. La facilità di produzione a basso costo è tra le particolarità più immediate, mutuata da rap e hip hop. Lo studio di registrazione è facilmente riducibile a un portatile, un microfono e un paio dl cuffie. Autogestione a prezzo (e chilometro) zero. Dalla propria stanza alla conquista del proprio paese o del mondo. A cui si unisce l’immediatezza della fruizione, il linguaggio quasi carbonaro comprensibile solo agli adepti ma che ha il fascino perverso del proibito, del mondo delinquenziale e della trasgressione, che sono tra i propulsori dell’espansione In tutto il mondo. Diventando uno dei fenomeni giovanili di maggior seguito di sempre. Non necessariamente fautore di tatuaggi in faccia o comportamenti estremi ma nuovo meta linguaggio con le variabili adattate ai luoghi geografici. Che si sviluppa esclusivamente sul web, veloce, immediato. Che non ha bisogno di tour in locali, prove incessanti in cantina, strumentazioni complesse ed economicamente onerose.

Usi e abusi
In Italia la trap arriva a metà degli anni Dieci e si può fare idealmente coincidere con il successo dell’esordio di Sfera Ebbasta con XDVR, inizialmente distribuito in download gratuito e solo successivamente pubblicato dall’etichetta di Marracash in una riedizione dove compare il brano Ciny in cui offre uno spaccato della periferia da cui viene, Cinisello Balsamo. Il tutto corredato da liriche con riferimenti chiari all’uso di droghe, dalla marijuana all’abuso della codeina. È il disco che lancia il talento del produttore Charlie Charles, factotum della scena trap nostrana, dietro ai primi successi di Ghali (uno dei personaggi più interessanti, latore di messaggi e testi più profondi e concreti), Tedua, Izi. E che è riuscito, in poco tempo, partendo da una condizione di totale autogestione, a diventare l’artefice di una vittoria al Festival di Sanremo, dove nel 2018 ha trionfato Mahmood con Soldi, grazie anche alla sua produzione. La Dark Polo Gang è la punta di diamante della scena romana. Anche loro escono autoprodotti, con una propria etichetta e un produttore alle spalle, stretto collaboratore e coetaneo del gruppo, Sick Luke. Nel 2015 il primo album viene, anche in questo caso, distribuito gratuitamente. Anomali nel porsi in modo sfrontato, esaltando il lusso, il danaro, ostentando ricchezza, sfacciataggine e disprezzo per povertà e umiltà, e atteggiamento sempre unpolitically correct, attirandosi le ire e le critiche di molti rapper e trapper. Non a caso non avranno alcun problema ad abbracciare una major. Assimilabile al fenomeno trap, solo per vicinanza elettiva ma mai effettivamente parte integrante della scena, c’è il periodo degli esordi di Achille Lauro, ormai traghettato ad un successo trasversale e musicalmente orientato in ben altre direzioni. Non dimenticando uno dei personaggi più estremi, provocatori e controversi come Young Signorino, cialtrone per molti, genio per (pochi) altri ma che, come buona parte dei trapper, non passa inosservato.
Dato significativo è la pressoché totale assenza, perlomeno in Italia, di importanti nomi femminili, a testimonianza di una scena non necessariamente considerabile misogina ma sicuramente poco incline a dare spazio a personaggi non maschili. E infine occorre sottolineare come in questo ambito sia fiorita la prima generazione di musicisti figli di immigrati, nati o cresciuti in Italia, da Ghali a Mahmood a Laioung.
La trap è il fenomeno più significativo in ambito musicale negli ultimi anni, testimonianza di un cambiamento epocale che ha modificato per sempre la modalità di fruizione della musica. Piaccia o meno. Agenzia X ha da poco pubblicato un libro di UFPT, Trap. Storie distopiche di un futuro assente, importante e basilare per chi vuole cogliere gli aspetti sociali, culturali e artistici del movimento. Contiene spunti essenziali per comprendere ciò che sta accadendo, in ambito strettamente musicale e (sotto) culturale. Chiamale sottoculture giovanili ed è curioso di comprenderne le evoluzioni e i cambiamenti farebbe bene a provare a capirne di più. Anche grazie a questo libro.

di a.ba.

www.tomtomrock.it, 1° marzo 2020,
+ UFPT e il suo racconto ad ampio respiro sulla trap

Già da mo’: YouTube Killed The Tv Stars. Andirivieni, qui e ora: canali di successo, trucchi per le riprese, ottimizzazioni video, promozioni sui social-media. Scorciatoie necessarie? Calma, non è ancora detta l’ultima. Fragori istantanei con tanto di trucco e parrucco, piercing, corpi tatuati. Maori in Occidente?. Liriche bisognose della massificazione (out of the ghetto), allenamenti ed esercizi campionati, refrain dove mettere dentro il più possibile. Dall’esterno: valutare e non giudicare affinché sguardi e ascolti abbiano a che fare con il mare mosso delle contraddizioni. Giovani tra individualismi e collettivi, sberleffo alla “retromania” che sta invadendo pop, rock, persino il cosiddetto cantautorato/bandautorato.
In Trap. Storie distopiche di un futuro assente di UFPT (Agenzia X, pp.167, euro 14) si trovano più radici. Tempi remoti, ascese e declini. Johnny Lydon, il punk, che mixa se stesso con Afrika Bambaataa, ex “guerriero della notte” e poi esponente di spicco della pacifista Zulu Nation. Oppure, fratelli coltelli divenuti fratelli gemelli: punk-funk. Titoli emblematici: We Are All Prostitutes, singolo del Pop Group. E la Gang Of Four: ricordando Andy Gill, recentemente scomparso. Walk This Way dove Aerosmith e Run DMC facevano comunella. Giorni nostri: Vinicio Capossela e Young Signorino in +Peste: scatti umorali e creativi, “cellule dormienti”.

Chi è UFPT
UFPT, che firma il libro, è un giovane produttore, dj, diplomato in musica elettronica al Conservatorio Cherubini di Firenze e soprattutto meticoloso indagatore perfettamente a suo agio nel districarsi fra oggettistica e lavori a divenire, tanto che azzarda: “Siamo in crisi: se non altro abbiamo trovato la colonna sonora perfetta”.
Attitudini sequenziali e dove adesso c’è un elemento in più da prendere in considerazione. Sono o non sono sinonimi ricerca del consenso e precipitosa ricerca del successo? Approdi: un’isola dei sogni dove convivono picchi di genio e cadute stilistiche. Software craccati, spiragli neo-millenial, digitalizzazioni a macchia d’olio. Trap come nuova proto (sub) cultura. Non è l’ennesima etichettatura musicale da condannare o in cui finire infatuati. Sono nuove forme di linguaggi. Che ad alcuni provocano disgusto: ecco uno dei perché i trapper hanno già vinto. Quali scandali? No problem: successe così anche agli urlatori a Sanremo, ai complessi di capelloni, all’arrivo del punk, al sovraccarico dei bpm techno-disco-rave. La trap che sfida se stessa spingendosi in possibili afrofuturismi (come coniugare Mama Africa con chi inventò la bottiglietta del Campari), che si propaganda attraverso i mutamenti urbanistici, diviene declamazione monologante. Interpretazione linguistica spalmata per il mondo, slang (neo-dialetti ?!?!) che si insinuano tra decodifiche territoriali e fisicità terrestri. Trap- House ma anche Crack-House (Atlanta Scene e pure Memphis) dove capita di ascoltare: “vuoi sapere qualcosa in più sul rap?, prima regola se è reale, non è solo un contratto discografico, è una trappola”.
Ed allora, la trap come elemento transitorio, esaltazione periferica, logica progettuale, intenta a creare un nuovi personaggi “vendibili”. E in Italia? Mixtape tra l’essere contro-culturale e inaspettato mainstream. Centri sociali con staffette generazionali, case discografiche che vogliono investire su musicisti dai vestiti larghi, storytelling alla ricerca di nuove appartenenze geografiche, schermature sul quotidiano. Agorà tra l’Io e il Noi, sul muretto, nella cameretta, pronti ad entrare in scena. Tavola rotonda su sfoggi estetici, utilizzi tecnologici di massa, Mahmood che vince a Sanremo, giovani con la cittadinanza italiana ma figli di immigrati, nuove linfe. Drughi, parchetti, WhatsApp, desiderio di rivalsa, nuovi lasciti, grigi agglomerati urbani, lunghe ed insopportabili attese se risiedi in provincia.

Il futuro e non futuro della trap
La trap è efficace “perché sempre sul pezzo”, almeno dal 1998. Vibrazioni, mescolare, distruggere, ricostruire. Sampling come predisposizioni di pensieri-attack, grido che è percezione. Princess Nokia in “Morphine”, 2017: “La gente pensa che la mia vita sia puro divertimento, ma in realtà è solitaria, non c’è nessuno che possa salvarmi o consolarmi… uso i miei soldi come una coperta e mi ci avvolgo quando mi sento sola”. Sembra roba old new-
wave, roba da The Cure. Dunque la trap come questione aperta, imprevedibile nelle sue modalità d’uso. Uno spintone al deja-vu e all’auto-censura. All’interno: atti anti-discriminatori, misoginia, binarizzazioni, turbo-proletariato, messaggi costruttivi, ambiguità sparse. Tanto che risulta curiosa la postfazione di Stefano Di Trapani che inizia così: “Che futuro ha la trap? La risposta è: “Nessuno”. È abbastanza ovvio poiché non è un genere nato dalla speranza in qualcosa che arriverà, ma dall’incartarsi su un discorso “alla giornata, del qui e ora, del riuscire adesso a costo di bruciarsi”. E a concludere: “Bombardamento a tappeto dei sensi. Non ci capisci più nulla: ma il bello della trap è proprio questo.
Nel momento in cui finirà, forse non ce ne renderemo conto e saremo già andati oltre o forse (più probabile) si ritornerà indietro. Pensando di essere nel futuro, ovviamente”. Suggestivo inserto fotografico con luoghi e volti: il centro sociale milanese Macao, periferie metropolitane, Noyz Narcos, Kaos One, Fabri Fibra, Capo Plaza, Trap House e scuole di elite in Usa. Ulteriori testimonianze tra classi sociali in frantumazione, artisti felpati ed incappucciati ma con lo sguardo all’insù, sberleffo all’impantanata retorica del “come eravamo”. E che, piuttosto, a maggior ragione pongono la domanda sul “come saremo”.

di Massimo Pirotta

tonyface.blogspot.com, 18 febbraio 2020

+ Trap

La TRAP è il fenomeno più significativo in ambito musicale negli ultimi anni.
Piaccia o meno.
La Trap è l’espressione della youth culture con il maggior bacino di utenza di sempre.
Grazie al digitale e alla tecnologia (con cui è facile produrre canzoni) si è espansa in ogni angolo del mondo.
È musica volatile, destinata ad esaurirsi in pochissimo tempo, in continuo cambiamento, al 100% digitale, che non subirà mai il feticismo del collezionista affamato di ristampe.
È la testimonianza di un cambiamento epocale che ha modificato per sempre la modalità di fruizione della musica.
“La quantità ha distrutto la qualità, l’artigianato è morto.”
Questo libro per Agenzia X è importante e basilare per chi vuole cogliere gli aspetti sociali e culturali del fenomeno TRAP.
Contiene spunti essenziali per comprendere ciò che sta accadendo, in ambito strettamente musicale e (sotto) culturale.
Chi ama le sotto culture ed è curioso di comprenderne le evoluzioni e i cambiamenti farebbe bene a provare a capirne di più.

di tonyface

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