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To the wonder

Sette – Corriere della Sera, 6 gennaio 2017
+ Alla ricerca dei registi visionari
È curioso: nata come rivista online, anche per sottolineare la distanza che si voleva mettere con il resto della critica, il gruppo che fa capo a “Filmidee” (www.filmidee.it) ha scelto la carta per fare il bilancio dell’anno, come se la forma tradizionale e “pesante” della rivista/almanacco avesse in sé una valenza particolare. Quella di un messaggio affidato a una bottiglia, non più di vetro ma di cellulosa. E in effetti i numeri “monografici” che Alessandro Stellino e Daniela Persico hanno curato l’anno scorso e quest’anno sono più dei manifesti a futura memoria che dei vademecum o dei centoni riassuntivi: l’anno scorso il tema unificante era quello della cinefilia, come a stimolare una riflessione sugli strumenti della critica; quest’anno è piuttosto una scommessa sui registi-filosofi, «capaci di elaborare – come si legge nell’introduzione – una pratica cinematografica che non smette mai d’interrogarsi sulla fondatezza di ogni scelta». Autori, cioè, che non vogliono solo trovare i modi di esprimere il loro mondo di idee ma che lo fanno pensando anche al destino (e al futuro) del cinema, all’evoluzione del mezzo e ai suoi nuovi possibili utilizzi.
Quasi inevitabile, allora, che la prima parte del corposo “Filmidee” #2, intitolato To the wonder. Gli ultimi visionari (240 pagine, 15 euro), sia dedicata a Terrence Malick, al regista forse più osannato e detestato del nuovo Millennio, che dopo un inizio di carriera lento e tribolato (quattro film in 32 anni! Probabilmente un record), da The Tree of Life ha cominciato a sfornare titoli sempre più ravvicinati, sconcertando i suoi “vecchi” fan che faticavano a ritrovarsi dentro a strutture narrative sempre più sfrangiate e impalpabili e a opere che mescolano documentari e finzioni, immagini di altissima qualità e riprese “dilettantesche” fatte col telefonino. Per qualcuno Malick ha perso decisamente la bussola del racconto cinematografico, altri – e i critici di “Filmidee” tra loro – vedono nelle sue opere il tentativo più alto e stimolante di confrontare il cinema «Con il flusso della rete, con la discontinuità del videoclip, l’opacità dell’immagine pubblicitaria, l’estemporaneità del film amatoriale», con tutti i modi cioè in cui l’immagine cinematografica cerca di sopravvivere alla concorrenza degli altri mezzi e ai ripetuti annunci della propria morte. Senza dimenticare, come fa un bel saggio di Pasquale Cicchetti, di rielaborare nei suoi film anche gli stimoli che vengono dalla riflessione filosofica (che Malick ha insegnato negli intervalli dei suoi primi film, con un occhio particolare al pensiero di Heidegger).
A fare da eco alla prima parte del volume, la seconda raccoglie una serie di interviste a quei nomi che sono stati individuati come «cineasti del futuro» i cui film permettono di «guardare il mondo in maniera diversa» perché «non si sono adagiati sulle regole imposte dalle convenzioni». Davvero notevoli i due lunghi incontri con Albert Serra (da vedere Il canto degli uccelli, del 2008) e Miguel Gomes (Tabu, 2012, e la trilogia Le mille e una notte. Arabian Nights, 2015) perché non solo scavano nella loro storia di registi ma aiutano il lettore a capire le sfide – e le risposte – che hanno posto con i loro film. E che insieme ai lavori di Lav Diaz, Michelangelo Frammartino o Virgil Vernier e agli altri film trattati nella terza parte del volume possono indicare le strade per cui il cinema ha sicuramente un futuro davanti a sé.

di Paolo Mereghetti

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