Premio Dubito 2016



skate

Stupidi giocattoli di legno

www.bisk8visual.com (Issue #9), maggio 2015
+ Letture consigliate
Non capita molto spesso di trovarsi fra le mani un libro riguadate lo skateboarding italiano, Stupidi giocattoli di legno è un resoconto della storia italiana e non solo, scritta da Flavio Pintarelli e raccontata anche grazie alle parole di alcuni piloni italiani come Matteo DiNisio, Renè Olivo e Max Bonassi. Giusto per citarne alcuni…
Edito da Agenzia X è in vendita anche su Amazon.
Un libro da avere obbligatoriamente nella propria collezione.

“Lo scopo del libro è organizzare, in maniera coerente e fruibile, il mio flusso di pensieri e riflessioni sullo skateboarding e, in parallelo, far emergere le testimonianze di chi lo skate lo vive, lo ha vissuto, fotografato, raccontato, filmato e anche venduto. Un punto di vista nomade e molteplice, localizzato in Italia, ma aperto al mondo.”

www.bunkerskatepark.org, 24 aprile 2015
+ Stupidi giocattoli di legno
Quando abbiamo sentito parlare per la prima volta del libro di Flavio Pinteralli ci è subito venuta la curiosità di sapere come aveva raccontato questo senso che tutti noi che andiamo con lo skate abbiamo in più degli altri.
Flavio ha fatto un ottimo lavoro, soprattutto di scelta dei testimoni di ciò che la città rappresenta per chi si muove con lo skate. Le interviste a Marco Morigi, Luca Basilico, Max Bonassi e a tutti gli altri sono una garanzia della bontà del messaggio che si vuole far passare, e cioè che lo skateboarding ha il suo lato antropologico, è un fatto culturale. Quando è venuto a presentare il libro al Bunker ci è piaciuto l’impatto che le storie raccontate e i fatti vissuti hanno avuto nelle menti dei ragazzi. Certo! Perché noi quelle storie, quegli anni, li abbiamo vissuti, loro a malapena ne hanno sentito parlare. Li abbiamo vissuti, chi a livello locale, chi a livello internazionale, ma con la stessa voglia nei piedi. Siamo nati in una cultura, è parte del nostro DNA, probabilmente la stiamo trasmettendo geneticamente. Facevamo quei gesti, chi a Roma, chi a Milano, chi a Ravenna e ovunque, quegli stessi gesti; ricercavamo quelle stesse vibrazioni, persino i suoni che ricordiamo sono gli stessi. OGS. Organismi geneticamente skateboardizzati. Mentre leggi Stupidi giocattoli di legno, se sei uno skater degli anni ’80, è come se ti ritrovassi con un amico che ti dice “ti ricordi…”.

di Marla

Radio onda d’urto, 8 aprile 2015
+ Stupidi giocattoli di legno
Intervista a Flavio Pintarelli Stupidi giocattoli di legno. Lo skate nel cuore della metropoli Ascolta qui.
Rumore, gennaio 2015
+ Flavio Pintarelli. Stupidi giocattoli di legno
Voto: 7/10
La frase: “Lo skate è un modo di sfuggire all’istanza disciplinante del potere attraverso l’instaurazione di un’idea differente, che ha il proprio obbiettivo nella riconquista dello spazio attraverso l’interazione tra un oggetto (la tavola) e un corpo (quello dello skater).”
Parlare di skateboarding significa tirare in ballo vari temi: dal look streetwear (“scarpe basse stile Adidas [...] siccome le usavano i Beastie Boys le volevamo anche noi”) alle riviste e fanzine di culto, dal cinema (su tutti Trashin’ e Dogtown and Z-Boys fino alla musica (che “ha degli stili propri, delle tendenze, dei generi” come lo skate). in Stupidi giocattoli di legno l’autore articola pensieri attorno allo skate, anche interpellando esponenti storici della scena italiana. Centrale è il rapporto tra la tavola, chi skata e gli spazi urbani, dunque vengono coinvolte spesso urbanistica e architettura. Lo slancio ambizioso è quello di dare: al saggio un taglio da trattato filosofico. Nel sottotitolo di un capitolo ci si chiede “Lo skate ha una sua musica?” per concludere che c’è “un sostrato comune di canoni e stili a disposizione degli skater ai quali resta la possibilità e la libertà di decidere quali tra questi adottare per costruire la propria identità tecnica ed estetica”. Il linguaggio di questo passaggio rappresenta bene lo stile dello scritto. Subito dopo si parla anche di punk. Suicidal Tendencies, NOFX – tra gli altri – e vari racconti degli anni d’oro sono più sentimentali che intellettuali, ma l’approccio originale del saggio sta proprio nel privilegiare le strade del ragionamento in un discorso che prende vita da un oggetto dai più visto come un semplice giocattolo.

di Luca Gricinella

www.terranullius.it, 23 dicembre 2014
+ Stupidi giocattoli di legno che riscrivono le città – Intervista in Ipertesto
Stupidi giocattoli di legno è recentemente uscito per l’editore Agenzia X. Ci è sembrato da subito una miniera di spunti, non soltanto per l’argomento che tratta, (in apparenza la pratica, lo stile e la storia dello skateboarding nel nostro Paese, più sottilmente la capacità di questi stupidi giocattoli di legno di interagire con lo spazio urbano), ma anche per come lo tratta: un saggio, un tutorial, video, codici QR, interviste. Sfrutta cioè le tante potenzialità del digitale per espandere il discorso, proponendone un arricchimento e non una dispersione nella quale a volte si incappa perdendosi nei molteplici ami aguzzi e scintillanti che la rete web ci tende senza una guida sensata.
Abbiamo incontrato Flavio Pintarelli ma con lui abbiamo fatto un patto: non sarà la solita intervista di dieci domande e dieci risposte, no, sarà una piccola scrittura parallela che prenderà le mosse da alcune nostre suggestioni, dalle quali Flavio si dovrà muovere utilizzando tutti i linguaggi del libro. Quel che ne è venuto fuori è quanto segue. Il patto, ci sembra, è stato rispettato.Ciao Flavio, intanto dobbiamo dire che una affinità tra TerraNullius e il taglio che tu hai dato al libro attraversa tutte le pagine digitali di Stupidi giocattoli, e la sentiamo nostra, dentro e fuori i libri, nelle pratiche quotidiane che ci appartengono: la strada può (e deve essere) uno spazio creativo. Tu ci racconti come effettivamente questo è accaduto con l’utilizzo (e con il mito) dello skate, a partire dagli Stati Uniti, fino ad arrivare in tutto il mondo e in Italia. Quindi la serie di sketch che noi di TN ti lanciamo parte proprio da qui.
#1 La strada spazio creativo
Creatività, per strada, può significare molte cose, specialmente a bordo di uno skate. Ho scelto di illustrare l’idea di creatività con il video della costruzione di uno spot DIY, a Zagabria, in Croazia. Perché? Perché mi pare il modo migliore per mostrare quanto la pratica dello skateboarding possa incidere sul disegno della città, modificandolo in base alle proprie esigenze senza per questo alienarla a suo esclusivo uso e consumo. Gli skater trasformano un elemento di arredo urbano, cambiandone il senso, e lo utilizzano creativamente per la propria disciplina. Ci vedo l’essenza della città come spazio attraversato da flussi di intelligenza.
#2 La città è un palcoscenico privilegiato
Ho scelto di usare un video anche per illustrare questo sketch, ma avrei potuto usarne decine di altri simili. Skate City è una serie realizzata dal canale YouTube Ride Channel. Ogni puntata racconta una città, vista attraverso gli occhi di uno skater local. In questo caso c’è Rick McCrank che ci porta alla scoperta di Vancouver. Comunque quello che è importante è il rapporto stretto che lega uno skater alla sua città. Questa è palcoscenico inteso come spazio in cui ha luogo la performance, ma anche come spazio in cui ci si rende visibili e lo skateboarding è un’attività che ricerca la visibilità in molte forme diverse. Essere presente nel cuore della metropoli è una di queste forme.#3 Nuova semiotica urbana: street art e skateboarding
Street art e skateboarding hanno un’infinità di cose in comune tra loro. Stesso palcoscenico, la città, stessa attenzione alla performance, tecnica, atletica e creativa, stesso modo di incidere sulle grammatiche che regolano la vita urbana, proponendone di nuove e sovversive. Insomma sono due modi per inscrivere e tracciare delle traiettorie, incidendole nel tessuto urbano.

#4 Un attimo di storia parte 1: Dogtown e gli Z Boys
Tony Alva, Jay Adams, Stacy Peralta, Peggy Oki e tutti gli altri. Se c’è un momento fondativo dello skateboarding come sport, cultura e immaginario quelli sono senza dubbio gli anni di Dogtown. Dal surf allo skate, dall’oceano ai bank dei canali in secca, dalle onde alle curve delle piscine. E poi la periferia, l’attitudine bully e ribelle, l’esplorazione urbana, lo squatting. Lo skateboarding viene da lì, quelle sono le sue radici, quelle profonde, quelle che ancora oggi germogliano. A dispetto dei vari carrozzoni, del business, della professionalizzazione.

#5 Slang
Più che uno slang, lo skateboarding possiede, secondo me, un vero e proprio gergo. Fatto di termini tecnici che spesso hanno etimologie che vale la pena di scoprire. Ad esempio, il nome della manvora base dello skate, l’ollie, nasce dal soprannome del suo inventore, Alan “Ollie” Geldof. Nel video si vede un Caballerial, ovvero un fakie backside ollie 360° (a cui Ryan Sheckler aggiunge un flip, tanto per gradire). Il nome del trick si deve a Steve Caballero, che lo inventò nel 1981. Insomma c’è spesso una storia da raccontare dietro questi termini apparentemente misteriosi. Bisogna solo disseppellirla.

#6 Immagine Emulazione Apparenza
Tre parole che userei per descrivere il concetto e l’idea di stile, centrale per quanto riguarda lo skateboarding. Lo skate è un modo per costruirsi la propria identità ovvero l’immagine di sé stessi. L’identità si costruisce per differenza a partire dall’emulazione di un modello. Il principiante cerca di scrivere come il suo scrittore preferito o di skateare come il suo skater preferito. Di conseguenza ne adotta le pose e le mode, creandosi un’apparenza. Poi, mano a mano che cresce, capisce che lo stile può e deve essere una cosa sua e così, come lo scrittore affina la sua lingua, lo skater affina il proprio gesto tecnico e lo adatta alla sua personalità o, meglio, costruisce questa integrandolo al suo interno.

#7 Un attimo di storia parte 2: il 1989, lo skate sbarca in Italia
Diciamo che, per essere precisi, lo skate in Italia c’era arrivato una decina d’anni prima del 1989, ma è a partire da quell’anno che si ha il primo, vero boom dello skate nel nostro Paese. Sulle televisioni locali gira un film che si chiama Trashin. Corsa al massacro e un po’ ovunque lungo lo stivale nascono scene locali di skater. Le tavole sono ancora quelle larghe, a forma di pesce, ma di lì a poco le cose cambieranno, lo street la farà da padrone e le tavole diventeranno sempre più strette, le ruote sempre più piccole e i trick sempre più tecnici. Da quel momento in avanti si può solo crescere.

#8 Mainstream e Underground
Come amavamo dire su Futbologia, anche nello skateboarding “i bei tempi non sono mai esistiti”. Nel senso che fin dalla nascita delle prime tavole, lo skate ha intrattenuto un rapporto stretto con il business e il mainstream. Nella DDR, negli anni ’80, lo Stato, accortosi che non poteva combattere il virus nichilista e individualista dello skateboarding, decise di istituzionalizzarlo, creando delle vere e proprie accademie e delle squadre di Stato (lo raccontano in un film bellissimo, This ain’t California). Oggi qualcosa del genere lo stanno facendo in Cina. In ogni caso c’è da dire che senza contest, sponsor e ricerca sui materiali lo skateboarding moderno non esisterebbe e non esisterebbe nemmeno uno skateboarding underground. La verità è che tra questi due elementi c’è e ci deve essere sempre una dialettica sufficientemente consapevole delle contraddizioni che questo stato di fatto comporta.

#9 Skate al femminile
L’unico rimpianto che ho per Stupidi giocattoli di legno è di non aver trattato l’argomento dello skateboarding femminile. Ed è una dimenticanza abbastanza grave. Perché per quanto l’immaginario dello skate sia legato a quello del giovane maschio bianco lo skateboarding femminile esiste da sempre ed è una solida realtà. Ci sono un sacco di ragazze che vanno in skate e spaccano. Ma anche se non spaccano non importa, perché lo skate è un modo per rompere certe barriere. Persone come Ellen O’Neal, Peggy Oki, Vicki Vickers, Elissa Steamer o Steffi Weiss non si sono mai preoccupate di essere donne, erano e sono innanzitutto delle skater ed è questo che, secondo me, fa tutta la differenza.

#10 Interviste
Nella seconda parte del libro ci sono interviste a tante persone che hanno fatto dello skate una ragione di vita. Che domanda faresti invece allo skater tredicenne che eri?

Gli chiederei “dove ti vedi tra vent’anni?”
E lui risponderebbe: sullo skate! Anche se in skate, tra ginocchia doloranti e necessità di lavoro, ci vado sempre meno. Ma quello che mi ha lasciato, lo sguardo e l’attitudine, la voglia di non mollare mai, fanno ancora parte di me. E di questo lo ringrazio.

Corriere innovazione, 20 dicembre 2014
+ Stupidi giocattoli di legno, così lo skateboard ridà vita alle città
Un saggio sullo skate e una galleria fotografica sui nove luoghi più conosciuti e più insoliti sui quali fare acrobazie a bordo della tavola: dalle scalinate alle piazze, dai ponti ai boschi
Da Nord a Sud, ecco nove luoghi (in gergo tecnico «spot») dove gli skaters si sfidano a suon di acrobazie. A selezionarli Flavio Pintarelli, semiologo, social media editor, blogger di Corriere Innovazione e ovviamente skater. Pintarelli ha appena pubblicato per Agenzia X «Stupidi Giocattoli di Legno. Lo skate nel cuore della metropoli», il trattato più completo sulla storia di questa disciplina nel nostro Paese. Il saggio ripercorre i primi passi di questa disciplina in Italia – più sottocultura che sport – intrecciando architettura, urbanistica, semiotica, filosofia e scienze cognitive. Intrecciando interviste e approfondimenti. Ma soprattutto riflette sulla capacità dello skater di rileggere lo spazio urbano, di sfidarne le regole e convenzioni per generare nuovi significati, riqualificando aree degradate e obbrobri urbanistici.
«Spesso chi pratica lo skate – spiega Pintarelli – ama dire che è uno stile di vita; io preferisco pensare che lo skate sia un abito mentale. Un modo (uno dei tanti a nostra disposizione) per riflettere sul mondo che ci circonda: è così che lo skateboard – inteso come manufatto – è a tutti gli effetti un medium». «Stupidi giocattoli di legno» è accompagnato da un reportage fotografico di Andrea Pozzato sullo skateboarding a Milano.

di Luca Barbieri

Corriere fiorentino, 20 dicembre 2014
+ Consigli natalizi
[…] Per quanto riguarda la scena nazionale andrei a cercare nelle nicchie più nascoste e punterei su Stupidi giocattoli di legno di Flavio Pintarelli, un testo in apparenza solo per appassionati, nel suo parlare di skateboard, ma in realtà interessanti per tutti dato che usa lo skate per parlare di qualcosa che riguarda tutti, ovvero lo spazio pubblico e il suo utilizzo. […]
www.dolcevitaonline.it, 15 dicembre 2014
+ Stupidi giocattoli di legno. Lo skate nel cuore della metropoli – Flavio Pintarelli
Con questo interessantissimo saggio edito da Azienda X e pubblicato ad ottobre 2014, Flavio Pintarelli propone un primo tentativo di riflessione nel nostro paese sul fenomeno dello skateboarding, il quale coinvolge sempre più giovani delle nuove generazioni in Italia.
A metà fra attività sportiva e stile di vita vero e proprio, il fenomeno viene analizzato tramite un ricco approccio enciclopedico che porta i contributi di discipline come architettura, urbanistica, scienze cognitive, filosofia e semiotica ed arricchisce la trattazione con la voce di diversi protagonisti, tra i quali vi sono: skater, film-maker, progettisti e produttori. All’interno del libro sono inoltre presenti gli scatti di Andrea Pozzato.

di Gianluca Carfi

franzmagazine.com, 15 dicembre 2014
+ Stupidi giocattoli di legno: analisi seria di un gioco che fa sul serio
Scrivere un libro sullo skate non è un gioco da ragazzi, il bolzanino Flavio Pintarelli nel suo Stupidi giocattoli di legno racconta la storia della tavola con quattro ruote attraverso testimonianze di nomi illustri del settore, si addentra negli aspetti sociologici, non annoia con quelli tecnici e riesce ad incuriosire pure chi -tra ponti e canali- di skateboard ne ha visti pochi…
A pochi giorni dalla presentazione ufficiale di questo “libro con le ruote”, ho incontrato Flavio.
Stupidi giocattoli di legno, valeva la pena scrivere un libro su questo “giocattolo” che è lo skateboard?
Beh, visto che rivolgi questa domanda all’autore del libro è piuttosto improbabile che la risposta possa eesere diversa da “Sì, valeva la pena scrivere un libro sullo skate”. Risatine a parte, scrivere di skate è qualcosa che volevo fare da parecchio tempo, per cui ne valeva sicuramente la pena dal punto di vista personale, per restituire qualcosa ad una cultura che mi ha dato molto. Ne valeva la pena anche da un punto di vista commerciale, perché non esisteva un prodotto analogo nel panorama editoriale italiano. Infine, ne valeva la pena perché scrivere un libro è un modo per conoscere gente e situazioni nuove prima, durante e dopo che lo hai scritto. Per cui sì, in definitiva, ne è valsa davvero la pena.
Nel tuo libro parli dello skateboard come medium, come uno strumento per appropriarsi dello spazio urbano. In cosa, se lo è, lo skate è diverso da un paio di pattini o da una bicicletta?
È molto semplice, lo skate non è solo un semplice attrezzo perché ci coinvolge in un rapporto “affettivo” con esso. È più di un utensile, è una protesi che controlliamo grazie ad una grammatica tattile, fatta di carezze e sfregamenti, vagamente erotica o onanistica. Possiamo avere lo stesso rapporto con un paio di pattini o con una bicicletta, non è che questo essere medium sia un attributo ontologico esclusivo della tavola. Solo che con la nostra bici, se la usiamo prevalentemente come mezzo di trasporto, è più difficile avere un rapporto del genere, anche perché non la usiamo per dare vita ad un gesto tecnico e creativo allo stesso tempo. O almeno non sempre e non in maniera generalizzata.
Com’è il mondo da sopra una tavola?
Da sopra una tavola si vedono più o meno le stesse cose che si vedono normalmente, solo che le si vedono più velocemente o con l’occhio di chi cerca qualcosa nello spazio che lo circonda e non solo con l’occhio di chi questo spazio lo attraversa come se fosse alieno da lui.
Per quanto lo skateboarding sia diffuso e accessibile, la comunità degli skater sembra mantenere un’immagine di tribù chiusa. È davvero così?
Senza dubbio sì. Lo skate è una sottocultura e come tutte le sottoculture ha bisogno di differenziarsi da ciò che sta attorno a lui usando codici estetici e linguistici ben precisi. Per cui è assolutamente vero che gli skater possono apparire come una “tribù chiusa”, ma la chiusura è solo apparente. Basta avvicinarsi alla tavola con autenticità e la chiusura svanisce.
Nel tuo libro si parla di skate con immagini e per immagini. Leggo poi della consuetudine a farsi riprendere durante l’esecuzione dei tricks (evoluzioni, acrobazie) e penso all’estrema discrezione di molti climber. Considerata la componente “ribelle” del mono skater, trovo curioso questo “narcisismo di iconoclasti”…
Di sicuro lo skate ha un’estetica e un immaginario ribelle, d’altronde è una sottocultura e come tale cerca momenti di rottura. Come ogni sottocultura ha grande attenzione per l’estetica -pensa ai punk o ai dark e a quanti hanno influenzato la moda di questi movimenti- e quindi per l’immagine.
Non c’è contraddizione, anzi. Mentre il paragone coi climber lo trovo poco centrato, il cinema e il documentario d’alpinismo, così come la fotografia – penso a Comici, ad esempio, che si portava attrezzature fotografiche pesantissime per documentare le ascensioni- fanno parte della disciplina da sempre. Come lo skate, anche l’alpinismo è un’attività altamente cinetica e gli strumenti per la produzione di immagini sono perfetti per rendere conto di queste attività. Senza contare che i video e le foto sono fondamentali nel circuito sportivo e commerciale a cui sono legate queste attività per quanto riguarda sponsorizzazioni e carriere professionisti.
Flavio Pintarelli insieme al giornalista Luca Barbieri presenterà ufficialmente Stupidi giocattoli di legno alla Weigh Station for Culture di Bolzano (Piazza del Grano) il giorno 17 dicembre alle ore 18:00. Vi faranno entrare anche senza skate.

di Mauro Sp

agustinthegallery.wordpress.com, novembre 7, 2014
+ Scivolare è una cultura
La volete sfogliare qualche bella pagina tra un trick e l’altro o no? ruotenelvento già si era fatto quattro chiacchiere con Paolo Pica, autore di Skate. Metodologia, tecnica e propedeutica degli elementi base dello skateboard (Miraggi Edizioni, 2010). Ora da Agenzia X è appena uscito Stupidi giocattoli di legno. Lo skate nel cuore della metropoli di Flavio Pintarelli, che trovate ancora più sciolto sul suo blog. L’autore esamina tutti gli aspetti della tavola a rotelle, alternando alle valutazioni fondate sugli strumenti delle scienze umane le esperienze narrate in prima persona da esperti del settore: pro e meno pro, fotografi e riprenditori, organizzatori di eventi, immaginatori di linee e suoni di skatepark, per chiudere con l’intervista finale a Iain Borden (lo storico dell’architettura di Skateboarding, Space and the City: Architecture and the Body, [Berg, 2001]), tutti comunque provenienti dalla pratica in strada. Traccia la storia del movimento in Italia a partire più o meno dalla fulminazione collettiva di Trashin’ e le sue ondulazioni non solo tra boom e declino, ma soprattutto quel dinamismo che porta lo skate e tutti i fenomeni connessi – moda, musica e immagine – tra sottocultura e mainstream, in finale tra criminalizzazione (un’aspirazione, anche, e un’esigenza irrinunciabile) e cooptazione (da parte del Mercato, delle Istituzioni, di sé stessi, ecc ecc).
Pintarelli descrive puntualmente anche gli stili e la loro evoluzione. Nell’ambito del freestyle magari il duro e puro mi rimane un po’ così, ma Gou Miyagi lascia sempre a bocca aperta.
Protagonista è lo street con la sua lunga e tormentata relazione con la città, ma anche chi va in long riconoscerà molti elementi comuni – lo sguardo ossessivo sui segni che sfuggono a chi non è del giro dell’uretano, l’appagamento, la libertà di espressione, il flow, la ricerca di uno stile, piacere del gruppo e biRetta – ed è uno stimolo per confrontare le proprie sensazioni. Ci potrebbe essere anche chi non si ferma ai 5 sensi e nemmeno all’intuito, perché influisce anche una dimensione culturale che varia sempre – per esempio a Roma – dal muoversi all’ex parcheggio “personale navigante” a Magliana o “al Foro che portava e porta ancora il nome di Mussolini”, come parlerebbe Remotti. Del resto anche la tavola lunga sta cercando una sua più precisa collocazione spaziale. Se il freeride rimane libertà da strada – con tutti i problemi che questo comporta, fino all’intervento di un senatore FI nel recente caso del Passo Giau – i movimenti cittadini conquistano con successo le strade – come il civile e affollatissimo reclaim the street di Long Skate Night del mercoledì a Roma – e Paesi più sensibili si avviano addirittura verso spazi dedicati, come il Longboard Park a Kamloops, in British Columbia, Canada.
Situazioni nel resto del mondo, musica, progresso tecnico, semiosfere (semioAbec quanto? buahahahahah), qualche parola di speranza per i vecchi, tutto questo e altro in Flavio Pintarelli, Stupidi giocattoli di legno. Lo skate nel cuore della metropoli, Agenzia X, Milano 2014, pp. 170 – euro 13,00

di Enrico Azzini

www.milanox.eu, 3 novembre 2014
+ Flavio Pintarelli. Stupidi giocattoli di legno
Scrivere di skateabording non è certo cosa facile: un’attività così veloce e cinetica non si presta a venir fissata in statiche parole stampate. Ma Flavio Pintarelli raccoglie la sfida, e ollando agilmente tra tecnica, filosofia, sociologia e urbanistica, ci porta in giro su quattro rotelle di poliuretano per la storia e la semiotica dello skate.
Dalla sua nascita – da quando cioè il surf ha deciso di colonizzare anche l’asfalto – ad oggi, ne sono successe di cose. Prima fra tutte il passaggio dall’illegalità e il vandalismo con cui venivano etichettati i primi skater alla possibilità per quelli di ora di fare della loro passione un vero e proprio lavoro. Creatività, intelligenza e versatilità sono però rimaste costanti nel tempo. “Il paragone più calzante è con la musica”, perché anche lo skate ha diverse tendenze, generi, evoluzioni e, come la musica, regala ai suoi praticanti una sensazione di appagamento e libertà.
Numerosi sono gli spunti del libro, che intervalla capitoli più descrittivi a riflessioni e interviste agli stessi protagonisti della scena, rimanendo in ogni caso interessante e accessibile anche per i profani.
Più che la tecnica e gli stili, emergono come fondamentali le relazioni che lo skater intesse con il resto del mondo: con la propria tavola e con gli altri skater, ma anche con l’istituzione, la legalità e la città e, ancora, con altri ambiti, come la moda, la musica, i video e la fotografia.
A proposito di foto, belle quelle che corredano il testo, realizzate appositamente da Andrea Pozzato e regalate all’autore dal collettivo milanese Chef Family.

di Marta A

www.4snowboard.it, 12 ottobre 2014
+ Stupidi giocattoli di legno: lo skate nel cuore della metropoli
Stupidi giocattoli di legno è il titolo del nuovo libro di Flavio Pintarelli, lo skate infatti viene racchiuso come il tutto nella metropoli. Più stile di vita che sport, lo skate caratterizza l’identità di alcune comunità urbane, creando una precisa consapevolezza del ruolo del soggetto nello spazio in cui vive ogni giorno.
Stupidi giocattoli di legno è un saggio che propone un dialogo con una molteplicità di opinioni e differenti punti di vista, offrendo così uno sguardo originale sul fenomeno. Architettura, urbanistica, semiotica, filosofia e scienze cognitive sono le discipline mobilitate per leggere i codici di una cultura giovanile che ha l’irrefrenabile desiderio di riscrivere e piegare costantemente lo spazio che ci circonda, sfuggendo nel contempo alle costrizioni dominanti.
Un percorso a cui si aggiungono le voci dei protagonisti: skater, progettisti, filmaker e produttori. Il primo tentativo in Italia di riflettere su questo fenomeno usando la cassetta degli attrezzi delle scienze umane, lasciando la parola a chi lo skateboarding lo vive giorno per giorno, nella mente, sul proprio corpo e negli spazi che lo circondano.
Nel libro sono presenti le interviste a:
• Luca Basilico: skateboarder, giornalista, distributore • Iain Borden: professore di architettura e culture urbane presso lo University College London • Matteo Dinisio: negli anni no- vanta è stato uno dei più forti skater professionisti italiani • Marco Morigi: progettista di skatepark • Federico Romanello: fotografo e filmer di action sport dal 2006, ex editor in chief di “6:00AM” (ora 4Skateboard), la principale rivista italiana di skateboarding, ed editor di 4Skateboard.
www.lavoroculturale.org, 8 ottobre 2014
+ Cavalcando stupidi giocattoli di legno nel cuore della metropoli
Pubblichiamo un estratto da Stupidi giocattoli di legno. Lo skate nel cuore della metropoli, saggio sullo skateboarding e lo spazio urbano che esce oggi per i tipi di Agenzia X.Spazi da colonizzare: hey suburbia
Abbiamo già visto come lo skateboarding moderno sia nato intorno alla metà degli anni settanta, in California, quando una crew di surfisti, gli Z Boys, decise di trasferire la propria attitudine radicale dall’acqua all’asfalto, dal surf alle ruote. Una disciplina, lo skate, che già dieci anni prima aveva conosciuto un periodo di grande popolarità, tanto ampio quanto effimero.
Il salto evolutivo dal surf allo skate, cioè dall’acqua all’asfalto, proiettò di colpo gli Z Boys e gli skater che vennero in seguito, dagli spazi “naturali” dell’oceano a quelli artificiali creati dall’uomo. In particolare gli skater si appropriarono immediatamente di quella che viene chiamata suburbia (sobborgo).
Storicamente il sobborgo ha rappresentato quella fascia di urbanizzazione posta a metà tra gli spazi antropizzati della città e le zone della campagna. Un luogo lontano dalla confusione, dall’affollamento e dal sudiciume della città. Rifugio delle classi abbienti, ma anche spazio privilegiato per le sperimentazioni degli urbanisti alla ricerca di un modello di città sano sia per la mente sia per il corpo. Un modello protagonista di un declino tanto rapido, quanto irreversibile.
Mumford lo descrive con le seguenti parole: «Nato come meccanismo di evasione, il sobborgo finì col diventare esattamente l’opposto. La sola cosa che sia rimasta dell’impulso originale all’autonomia e all’iniziativa personale è il guidare l’automobile, che è però una condizione obbligatoria e inevitabile di questo tipo di esistenza; e del resto gli ingegneri già minacciano di sostituire al controllo individuale dell’auto un congegno di automazione. L’attuale costo di questo tipo di “libertà” per gli Stati Uniti – 40.000 morti all’anno, e più di un milione tra feriti e invalidi permanenti – deve essere in parte addebitato a questo movimento suburbano».
Il movimento costante dei cittadini verso la suburbia, secondo Mumford, aveva lentamente eroso, fino ad annullarli, i vantaggi che il modello urbanistico della città giardino comportava. Fu in questo scenario che fece irruzione lo skateboarding, con la sua carica eversiva.
Gli skater cominciarono a utilizzare le architetture urbane per le loro manovre: leggevano lo spazio in maniera imprevedibile, usando le lenti che avevano sviluppato praticando il surf. Le pareti inclinate dei canali, le grandi tubazioni in cemento abbandonate ai confini della città, le piscine senz’acqua a causa della siccità, le strade e i marciapiedi. Ogni elemento diventava una superficie su cui era possibile riprodurre le movenze e i trick imparati nell’oceano.
Ma poco a poco gli skater si resero conto che sui nuovi terreni appena colonizzati c’era bisogno di indossare nuove lenti. Pian piano lo skateboarding cominciò a sviluppare le proprie peculiarità. Nacquero così manovre che potevano essere eseguite soltanto sull’asfalto.
Fino a quel momento, i sobborghi non erano stati altro che una gabbia di disperazione da cui fuggire, dalla quale isolarsi, attraverso un ritorno alla natura, mediato proprio dal surf. Ma dall’alto di una tavola da skate quelle strade, quelle case, quei marciapiedi assumevano una nuova fisionomia.
Gli skater cominciarono ad attraversare gli spazi urbani con occhi nuovi, a vederli sotto una luce diversa. Giravano in gruppo, in auto, alla ricerca di spot adatti alla loro nuova disciplina. Impararono a riconoscere quei segni che testimoniavano la presenza di una casa abbandonata o di una piscina vuota, di un canale in secca o di un condotto fognario in disuso; se ne appropriavano in una tensione espressiva e creativa in cui il corpo, la tavola e lo spazio davano vita a una performance coordinata ed entusiasmante: perché contraddiceva in ogni istante le regole con cui quegli spazi erano stati vissuti fino a quel momento.
In parte flaneur, in parte cartografi, gli skater stavano dando vita a un modo innovativo di entrare in rapporto con luoghi che fino a quel momento erano stati abituali. Nuove letture di quegli spazi si dispiegavano sotto ai loro occhi, nuovi modi per esprimere una particolare forma di creatività corporea, un mondo nuovo che nasceva dall’esplodere di una percezione diversa, dovuta all’interazione tra un essere umano, un utensile tecnologico e una forma di organizzazione dello spazio.
Lo street skating nasceva così, come appropriazione e riscoperta dell’ambiente (sub)urbano, per diventare nel tempo il più influente stile di skateboarding, quello in grado di imporsi nell’immaginario di una cultura determinandone i canoni. Non ci volle poi molto tempo agli skater per portare le loro tavole dalle periferie suburbane al cuore delle metropoli. Mano a mano che cresceva come movimento e disciplina, sempre più spazi venivano colonizzati e davano vita a un numero maggiore di riletture. Dopo il balzo evolutivo che li aveva portati dall’acqua alle ruvide superfici d’asfalto, gli skater non si fermarono. Ma la loro corsa verso le nuove praterie fu tutt’altro che lineare: vi furono numerose deviazioni, perché altri spazi stavano nascendo contestualmente all’evoluzione dello skateboarding.Il libro possiede anche una serie di declinazioni transmediali. Potete seguirlo su Twitter con l’hashtag #stupidigiocattolidilegno oppure su Pinterest, per rincorrerlo vi basta leggere Stupidi giocattoli di legno: tutto quello che c’è da sapere, il post di presentazione sul blog dell’autore. Sempre qui potete leggere #stupidigiocattolidilegno arriva lo #skatemolotov, piccolo manifesto del libro a metà tra memoria personale e riflessione.

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