smagliature

Smagliature digitali

milanoinmovimento.com, 2 luglio 2018
+ Smagliature digitali – Un viaggio, tra teoria e pratica, nella nuova ondata femminista
Smagliature digitali nasce da una relazione analogica e digitale tra quattro autrici che, oltre a essere attiviste, femministe e ricercatrici, vivono l’intersezione tra le tecnologie e i corpi come un punto di partenza per confrontare i propri saperi situati. Il libro, sin dalle sue prime pagine, esprime anche un’esigenza, forse più nascosta ma non meno importante, ossia quella di condividere con un pubblico più ampio le riflessioni emerse ai margini per creare le condizioni di un dibattito che non può prescindere dalla lettura di alcuni scritti ancora poco diffusi in Italia, se non in ambito accademico.
Stiamo assistendo e vivendo, non senza un certo piacere, l’emergere di un nuova ondata di femminismo che si è resa più visibile a partire dal movimento Non una di Meno, nato in Argentina nel 2015, e diffusosi in Italia pochi mesi dopo. Si parla di quarta ondata perché ciò che lo distingue dai movimenti precedenti è innanzitutto un maggiore approccio inclusivo e intersezionale che vede dialogare, non senza grande sforzo di mediazione, femminismo storico, centri anti-violenza, collettivi femministi di nuova generazione, collettivi transfemministi e queer e collettivi legati ai centri sociali. Ma ciò che la caratterizza di più e la differenzia rispetto alle precedenti esperienze, è la relazione con le tecnologie digitali, a partire dai mezzi di mobilitazione utilizzati, in particolare i social network e internet per organizzare gli interventi nelle strade, per la comunicazione di gruppo, e per diffondere il messaggio oltre i confini dell’attivismo.
Le pagine del libro ci accompagnano in un viaggio a cavallo tra la produzione teorica, riflessioni personali e sperimentazioni pratiche di un femminismo contemporaneo che potenzia la sua capacità di crescita attraverso l’utilizzo di strumenti digitali, e allo stesso tempo riesce a guardare con capacità critica quegli stessi strumenti tecnologici di cui fa uso.
In questo contesto lo sguardo delle curatrici, transfemminista e queer, diventa una prospettiva privilegiata perché più ricettiva nell’individuare la complessità del presente. Così come la semplificazione binaria che divide maschi e femmine nasconde una costruzione sociale arbitraria che adatta i corpi all’ordine sociale stabilito; allo stesso modo la relazione che abbiamo con le tecnologie diventa trasparente, quasi scontata, da farci dimenticare la sua genealogia e i passi che ci hanno portato fino a qui; ancora di più oggi che siamo equipaggiati volontariamente di un mini computer portatile, sempre connesso alla rete, dotato di sensori che inviano costantemente dati sui nostri comportamenti, dati biometrici e ambientali, a cui qualcuno, prima o poi darà un senso.
Tra i vari capitoli del libro, particolarmente centrale la comparazione tra i tre manifesti che hanno ripensato il rapporto tra corpo, lavoro e tecnologia e che negli anni hanno creato accesi dibattiti in vari contesti, fornendo alcune parole chiave per aiutarci a ri-orientare il nostro immaginarci il futuro per decidere come agire nel presente. Tradotto e uscito in italiano nel 1995, il Manifesto Cyborg di Donna Haraway (1985), è uno dei primi esempi in cui si riflette come i corpi femminili possono usare la tecnologia invece di farsi usare da essa a partire dalla consapevolezza che la realtà della vita moderna è caratterizzata da una relazione così intima tra persone e tecnologia che non è più possibile dire dove finiamo noi e dove iniziano le macchine. Ispirato dalle intuizioni di fine millennio del filosofo inglese Nick Land, il Manifesto per un politica accelerazionista pubblicato nel 2013 da Alex Williams e Nick Srnicek propone di intensificare l’automazione del lavoro, così che siano robot a svolgere le occupazioni più alienanti e ripetitive, e superare la nostalgia per un’età dell’oro del capitalismo “dove il lavoratore (maschio) otteneva uno standard di vita minimo e sicuro, in cambio di una noia mortificante e di repressione sociale. Tale sistema si appoggiava a una gerarchia internazionale fatta di colonie, imperi, e periferie sottosviluppate; una gerarchia nazionale di razzismo e sessismo; e una rigida gerarchia familiare di sottomissione femminile”. Sino ad arrivare al Manifesto Xenofemminista di Labora Cubonkis (2015), collettivo di teoriche, artiste e ricercatrici, che raccoglie l’eredità di entrambe i manifesti e si spinge anche oltre.
Ed è però nel terzo capitolo attraverso il racconto di un workshop di autocostruzione di sex-toy per trans che risulta evidente come nello spazio della creazione, nel contatto diretto con le pratiche dell’hacking, il rapporto con la tecnologia diventa un processo più trasformativo, di costruzione di consapevolezza. È importante notare come questo non accada solo nel contesto dello spettro delle corporeità trans, ma è valido in presenza di qualsiasi tipo di diversità e mette al centro l’individuo e le sue possibilità nella vita quotidiana in relazione con la tecnologia. I processi di apprendimento orizzontali diventano pratiche politiche di empowerment, dove i corpi non sono passivi fruitori di tecnologia ma attivi creatori di dispositivi che ri-significano le relazioni.
Se “Dal forno a microonde, al telefono, alla pillola anticoncezionale, alla robotica e ai software, la tecnologia ha un ruolo nella strutturazione dei ruoli sociali, e l’emarginazione delle soggettività che non aderiscono alla norma cis-etero-bianca da parte della comunità tecnologica ha una profonda influenza sul contenuto, il design, la tecnica e l’uso di artefatti tecnologici.” (p.11); allora la capacità di ri-appropriarsi delle competenze tecnologiche assume tutto un altro significato perché diventa luogo in cui iniziare a costruire una società possibile.
Le smagliature sono una metafora che riesce a rappresentare le inconsistenze, le fessure, gli strappi, i glitch che sempre più spesso vediamo emergere dalla narrazione del progresso tecnologico mainstream che vuole sembrare uniforme, lineare intrecciata e sostenuta dai rapporti di subordinazione che tengono insieme la società. Quell’esperienza forzatamente frictionless, senza attrito e senza sforzo, a cui tende lo storytelling di tutte le tecnologie si rivela invece fatta di corpi, la cui pelle non tiene più, perché la sua elasticità è stata forzata da eventi che l’hanno spinta ai limiti della sua resistenza rivelando spazi attraverso cui le relazioni di potere possono essere contestate.
Smagliature digitali diventa quindi una raccolta indispensabile perché guarda alle teorie e pratiche del più recente passato per ripensare la nostra azione presente e futura alla luce di una percezione della tecnologia che stiamo facendo diventare permeabile alle necessità di corpi consapevoli.

di Zoe Romano

Effimera.org, 13 giugno 2018

+ Dove i margini non sono confini

Pubblichiamo un estratto dalla ottima introduzione al libro Smagliature digitali. Corpi, generi, tecnologie (Agenzia X Edizioni, Milano 2018), scritta dalle quattro curatrici. “Nelle riflessioni sulla relazione tra corpi e tecnologie si pone spesso l’accento sui processi di disincarnazione, di smaterializzazione, da un lato con i toni dell’entusiasmo, dall’altro con quelli della catastrofe”. “Questo libro è invece incarnato, si sottrae al binarismo, si insinua negli spazi in beetween, là dove i margini non sono confini”. Gli interventi raccolti nel testo “provano a elaborare nuove teorie e pratiche di critica radicale al tecnocapitalismo, uniti da un filo conduttore: smascherare i dispositivi di potere e i loro complicati intrecci”.

***

Le riflessioni sulla relazione tra corpi/tecnologie/cyber-spazi si concentrano spesso sui processi di disincarnazione, di smaterializzazione, da un lato coi toni dell’entusiasmo, dall’altro coi toni della catastrofe, “oscillano tra deliri d’onnipotenza e paranoie d’impotenza totale”,[1] ma “guardare criticamente alle contraddizioni della tecnica, nonché ai rapporti di forza del presente, non necessariamente coincide con una condanna della tecnica”.[2] Sono posizioni polarizzate, che tendono, volutamente, ad annullare tutto quello che si trova in mezzo. Concreto vs Astratto, Fisico vs Virtuale, Spazio vs Cyberspazio, sono tutte medaglie a due facce, sono la dimostrazione di quanto sia difficile uscire dalla coazione a pensare per poli opposti.
“Binarism is for computer” recitava una scritta nera su un cartello fucsia alla manifestazione bolognese di Non Una di Meno dell’8 marzo 2018. Ma il pensiero binario è riposante, dà l’impressione di fare una scelta, è come un’opzione Tutto Incluso, fa sentire corretti e, forse ancora più importante, fa sentire sorretti.
Questo libro è un@ cyborg transfemminista queer che si rifiuta di giocare a testa o croce.
[…]
Se “nella cultura dominante il sistema operativo di default è Windows, la sessualità di default è bianca, monogama, monoparentale, l’abitudine è una nicchia di mercato”, scrive Lucia Egaña Rojas, solo strumenti conoscitivi che possano aiutarci a riconoscere e sfidare le gerarchie e i sistemi di potere impliciti in un sistema di pensiero polarizzato e dicotomico possono condurci verso “una tecnologia transfemminista (che) si fonda sull’irripetibilità del piccolo gesto, sulla serendipità e sulla casualità”.[3] Mettere in discussione le categorie e gli strumenti attraverso i quali si osserva il mondo per comprendere le nuove relazioni tra corpi, generi e tecnologie, apre una serie di questioni epistemologiche di ridefinizione del rapporto tra sapere e tecnologia. In questa direzione Haraway[4] contesta il concetto di oggettività, insistendo sulla necessità di riconoscere come parziale ogni punto di vista. La riflessione femminista sulla costruzione del sapere rivendica, infatti, una pratica consapevole in cui le “storie personali” siano utilizzate come strumento per illuminare le scelte teoriche, dove le differenze siano considerate dimensioni relazionali e non connaturate, dove ai corpi sia riconosciuta consapevolezza sociale e culturale. Da dove parlano, dunque, le autoru di questo libro? A partire dal concetto centrale nell’epistemologia femminista per cui il soggetto è situato in un determinato contesto, e di conseguenza il sapere sviluppato è un sapere incarnato, le autoru di questo libro sviluppano un sapere intorno a, e con, le tecnologie che si nutre prima di tutto di corpi e delle esperienze. Dando vita, così, a un processo di costruzione di conoscenza incarnato, in movimento, che ridefinisce i confini tra margine e centro, sfidando rassicuranti dicotomie di pensiero e pratica.
[…]
“Le strade libere le fanno le donne che le attraversano” non è uno slogan, è un progetto, un pensiero che si incarna, e vale anche per le strade elettroniche. Si può leggere “Gli spazi, compresi quelli cyber, li fanno le soggettività fuorinorma che li attraversano”, implica riconoscere che anche gli spazi non sono univoci, si trasformano e, soprattutto, si possono trasformare.
Da un punto di vista transfemminista il corpo stesso diventa uno spazio, “il corpo è un luogo dove la performance prende vita e ha un valore di strumento di resistenza e di rottura delle norme che regolano gli spazi pubblici. In questa prospettiva il corpo può diventare uno strumento di trasgressione delle norme sociali dominanti in un determinato spazio”.[5]
Il corpo è spazio biopolitico per eccellenza, è luogo che definisce luoghi, su di esso si agisce la violenza della norma, attraverso di esso si agisce il cambiamento.
Il corpo ri/crea lo spazio che attraversa, cambia i suoi connotati. Parafrasando un passaggio di Alice nel Paese delle Meraviglie: Se lo conoscessi come lo conosco io non parleresti di LUI. Parleresti di LORO.[6]
Spazio, come femminismo, come corpo, è plurale, anche quando lo si legge al singolare. Pensiamo il corpo-spazio nei termini di una somateca (Preciado), ossia come un archivio di finzioni politiche vive che in nessun modo possono costituire un unico corpus. Le tecnologie digitali occupano oggi una superficie molto ampia di questo archivio, per gli ineluttabili, poiché voluti ma anche subiti, legami che i nostri corpi hanno intessuto con esse.
“Questo archivio è in realtà un corpo, o meglio, questo archivio è il mio corpo. […] Questo mio corpo-archivio, non è apparso dal nulla, la sua esistenza sarebbe stata impossibile senza il riconoscimento della genealogia di altrx dissidenti del genere e della sessualità”.[7]
Tuttavia, questo spazio-archivio subisce continue trasformazioni e “se il “cyberspazio” un tempo offriva la promessa di sfuggire alle costrizioni delle categorie identitarie essenzialiste, il clima dei social media contemporanei ha oscillato con forza nella direzione opposta ed è diventato un teatro dove ci si prostra continuamente all’altare dell’identità”.[8]
La tecnologia è sempre il prodotto di un’organizzazione sociale della quale mira a riprodurre i rapporti di potere e le categorizzazioni, e il gesto di decostruirla è un gesto politico proprio perché spezza questa catena di riproduzioni inserendo variazioni, consapevolezza, posizionamenti e materialità. Rinunciare a utilizzare gli strumenti del padrone, quindi, non significa rinunciare alla tecnica, ma all’organizzazione dalla quale è prodotta e che ricrea. Per questo è fondamentale tenere conto dell’invito di Rachele Borghi e Zarra Bonheur a rivolgere lo sguardo verso il margine più che verso il centro, verso gli usi impropri delle tecnologie più che verso il loro sviluppo lineare, perché questo “ci permette non solo di vedere i margini ma soprattutto di vedere che sono abitati, che ad ogni spazio-centro corrisponde un margine occupato, spazi liberati che possono diventare il terreno in cui edificare l’utopia”.[9]
Nei vari interventi di questo testo, significativamente, i margini e i confini sono indagati in molti aspetti diversi: da quelli tra il corpo e le tecnologie e quelli molto concreti degli spazi urbani (come nell’esperienza di un ebook che diventa passeggiata di Eva Kunin), fino a quelli tra gli Stati. Anna Casaglia, ad esempio, ci parla del confine tra Messico e Stati Uniti come di un luogo di sessualizzazione e di riproduzione di immaginari, mettendo in luce come “attraversare i confini significa spesso andare oltre i propri limiti, maturare, scoprire cose nuove, e le immagini che accompagnano questo attraversamento sono di frequente legate a un’idea di seduzione. […]”.[10]
[…]
Parlare del rapporto corpi-tecnologie-genere, significa situarsi esattamente all’interno di tale spazio di mostruosità e abiezione. Significa occuparsi di tutto ciò che sconvolge, snatura, riarticola e rende visibili i legami normativi – generalmente dati come scontati – tra la specificità biologica del corpo umano genderamente differenziato, i ruoli sociali e gli status che una particolare conformazione corporea è presupposta introiettare. È questa una prospettiva che, in altre parole, mette a tema il rapporto soggettivamente vissuto tra la percezione di genere, le aspettative sociali ad esso correlate e i meccanismi culturali che lavorano per sostenere o contrastare specifiche configurazioni gendered. Situarsi dall’interno di tale rapporto indica anche la possibilità di una comprensione diversa dei significati e delle rappresentazioni dei corpi narrati come “legittimi”: questioni a prima vista teoriche che tuttavia hanno conseguenze concrete sulle condizioni di vivibilità delle soggettività.
Nel lavoro di boicottaggio del sistema dualistico dei generi, sono centrali le nuove tecnologie, mezzi materiali e discorsivi capaci di fornire tanto l’accesso agli script di genere, quanto le chiavi per la sottrazione da questi.
Il corpo si rivela lo spazio attraverso cui le relazioni di potere possono venire contestate o confermate e nel quale i significati simbolici e culturali che gli individui assegnano ai loro stessi corpi (e ai corpi altrui) si scontrano o si convalidano a contatto con i valori e le norme attraverso cui un’intera società pensa i corpi.
[…]
Sono le esperienze tecno_trans_femministe che portano alla luce l’indissolubilità del rapporto esistente tra soma – il corpo, come costrutto culturale intellegibile – e technè – le tecniche nelle quali e attraverso le quali i corpi prendono forma, si trasformano e si (ri)posizionano. Le biotecnologie di mutazione del corpo trans, così come i dispositivi atti alla produzione del piacere per e attraverso quegli stessi corpi, non sono dunque mere “protesi” artificiali, installate su corpi “naturali” ma – proprio perché biosono il corpo stesso.
[…]
I contributi che si trovano in questo testo, ci dicono che le esperienze tecno_trans_femministe sono capaci di rivelare il funzionamento dei sistemi e delle istituzioni che producono contemporaneamente possibilità di vivibilità per alcuni soggetti mentre le precludono ad altri; esplicitano dimensioni problematiche che investono il rapporto tra corpi e tecnologie (basti pensare agli sviluppi relativi alla fecondazione in vitro, al trapianto di organi, all’ingegneria genetica), rendendo sempre più evidente la labilità dei confini dei corpi e la loro stessa duttilità. Non di meno, il divenire risorsa economica del corpo nell’attuale contesto neo-liberista – proprio come conseguenza dello sviluppo delle biotecnologie, delle industrie farmaceutiche e del piacere – ne ha portato alla luce nuove possibilità e contraddizioni, a partire dal suo essere spazio di creazione di significati e, al tempo stesso, significante culturale e sociale.
[…]
Come mette in luce Elisa Virgili “corpo e tecnologia non sono mai stati così ibridi, il confine tra corpo singolo, collettivo e tecnologie digitali viene frammentato per produrre resistenza”.[11] I corpi, quindi, diventano porosi ed emerge in maniera più chiara l’artificialità delle distinzioni sessuali e di genere grazie alla possibilità di modificarle attraverso diverse tecnologie. Ma i corpi si portano dietro anche la storia delle loro oppressioni e, come sostiene Lucía Egaña Rojas, “il corpo ha una memoria, non bisogna andare troppo lontano, una tecnologia transfemminista porta incisa sulla carne la reclusione di Angela Davis, la caccia alle streghe, le trans morte in una qualsiasi frontiera, nelle loro case. […] La tecnologia è materiale. Non è un’astrazione. Nella Silicon Valley la banda larga sorvola i tetti delle maquiladoras. La tecnologia è un fatto geologico, colmo di strati sovrapposti a formare disegni strutturali a partire da cataclismi, cicatrici e piogge dorate”.[12] Non soltanto, quindi, la tecnologia permette di ripensare i corpi, ma i corpi stessi sottolineano la materialità della tecnologia, della sua storia e delle sue applicazioni. Angela Balzano, ad esempio, ci mostra i lati oscuri delle tecnologie riproduttive, che reificano i desideri di genitorialità e finiscono per rivolgersi soltanto alle potenziali madri: “riaffiora così la retorica della sacralità della riproduzione, anche ai tempi dell’intersezione tra dispostivi informatici e mercati bio-tech: ma superare la natura in nome del miracolo della vita, insistendo a senso unico sul “sogno della maternità”, non vuol dire riproporci, con mezzi nuovi, la vecchia ricetta essenzialista della donna-madre?”.[13]
E questa enfasi sui corpi e sui loro posizionamenti è fondamentale per non cadere nella tentazione di vedere nelle tecnologie delle utopie già in atto.
[…]
Certo, “le relazioni con i luoghi, come quelle con le persone, sono costellate da pregiudizi, lacerate da contraddizioni e complicate da opache risposte emotive”,[14] non ci sottraiamo al dolore, non vogliamo essere eroine, lo attraversiamo. I nostri corpi-spazi sono vulnerabili, li proteggiamo, li rifiutiamo, li travestiamo, li spogliamo, li occupiamo, li lasciamo. È proprio in questa esplosione dei plurali negata dall’eteronormatività che abita il transfemminismo queer.
Scrive Lucía Egaña Rojas: “Una tecnologia transfemminista cercherà di superare la vulnerabilità nello spazio pubblico della tecnomeccanica di internet. Google non è uno spazio di sicurezza. I suoi server sono iscritti nella lista degli attrezzi necessari al discorso eteropatriarcale, in un rack blindato. Possiamo entrare e uscire da essi (e il più delle volte ci obbligano a uscire con la forza e senza spiegazioni) perché, in un certo senso, abbiamo sempre vissuto in spazi insicuri, costruendo fortezze collettive e affettive di protezione. Ma io chiedo una tecnologia transfemminista che crei i suoi spazi di sicurezza, nella città e nella rete. Chiedo server liberi, senza censura, nei quali non si debbano dissimulare i contenuti né autocensurare i video. Chiedo di organizzarci per ottenerlo”.[15]
Risponde Laboria Cuboniks: “Intervenire sulle egemonie più chiaramente materiali è tanto importante quanto intervenire sulle egemonie culturali e digitali. Le modifiche all’ambiente costituito riservano alcune delle possibilità più significative nella riconfigurazione degli orizzonti delle donne e dei soggetti queer. In quanto materializzazioni di costellazioni ideologiche, la produzione dello spazio e le decisioni adottate per organizzarlo sono in ultima analisi articolazioni su noi stess* e, reciprocamente, sulle modalità con cui è possibile articolare un noi”.[16]
Le cose sono complesse e per capirle, per spiegarle, per abitarle, quello che ci serve è un pensiero complesso che non sia consolatorio.
Un pensiero stupendo.

NOTE
[1] Paul B. Preciado, La tecnologia cambia i corpi e le coscienze, “Internazionale”, 30 gennaio 2017, https://www.internazionale.it/opinione/paul-preciado/2017/01/30/tecnologia-corpi-coscienze
[2] Brunella Casalini, Federico Zappino, Prefazione, in Karin Harrasser, Corpi 2.0. Sulla dilatabilità tecnica dell’Uomo, Firenze, goWare, 2018, p. 171.
[3] Lucía Egaña Rojas, Tecnofemminismo. Appunti per una tecnologia transfemminista (versione 0.3) , infra.
[4] Donna Haraway, “Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective”, Feminist Studies, 14(3),1998, pp. 575-99.
[5] Rachele Borghi e Zarra Bonheur, Appunti dai margini del centro, infra.
[6] “If you knew Time as well as I do said the Hatter, you wouldn’t talk about wasting it. It’s him.”
[7] Diego Marchante “Genderhacker”, Transcyborgllera, infra.
[8] Laboria Cuboniks, Manifesto Xenofemminista, infra.
[9] Rachele Borghi e Zarra Bonheur, Appunti dai margini del centro, infra.
[10] Anna Casaglia, Border Porn e la sessualizzazione delle donne migranti, infra.
[11] Elisa Virgili, If I was a rich girl, infra.
[12] Lucía Egaña Rojas, Tecnofemminismo. Appunti per una tecnologia transfemminista (versione 0.3) , infra.
[13] Angela Balzano, Le interfacce virtuali della riproduzione biotech, infra, p.
[14] Jack Halberstam, In a Queer Time and Place: Transgender Bodies, Subcultural Lives, New York, New York University Press, 2005, p. 22 (traduzione di Valentina Greco).
[15] Lucía Egaña Rojas, Tecnofemminismo. Appunti per una tecnologia transfemminista (versione 0.3) , infra.
[16] Laboria Cuboniks, Manifesto Xenofemminista, infra.

Immagine in apertura: illustrazione della copertina di Valeria Bertolini

di Carlotta Cossutta, Valentina Greco, Arianna Mainardi, Stefania Voli

Radiocittàdelcapo.it, 8 giugno 2018

+ Corpi, cyborg e robottoni

Bologna, 4 giu. – La tecnologia incontra i nostri corpi. Non serve arrivare fino in Svezia, dove tremila persone hanno un microchip NFS sottopelle, basta guardare ai progressi nel mondo delle protesi, gli esoscheletri, mani robotiche, occhi bionici oppure quanto usiamo in maniera sempre più frequente dispositivi “indossabili”, occhiali, bracciali, corpetti, che monitorano il nostro stato fisico.
Riflettiamo di queste trasformazioni e del rapporto con la tecnologia, in chiave transfemminista, con Valentina Greco e Arianna Mainardi, autrici con Carlotta Cossutta e Stefania Voli, di Smagliature digitali (AgenziaX) e con Angela Balzano, che ci parla del Manifesto Cyborg di Donna Haraway.
In chiusura facciamo il punto sullo stato di evoluzione dei robot umanoidi con Claudio Simbula, autore di Professione Robot.

di Damiana Aguiari

Letteradonna.it, 29 maggio 2018

+ Quali sono i pro e i contro di social media e smartphone?

Il punto di vista di due studiose italiane sugli effetti, negativi e positivi, delle nuove tecnologie e dei nuovi mezzi di comunicazione.

Social media, smartphone, tablet. Mezzi che utilizziamo tutti i giorni, dalla mattina alla sera, per restare in contatto con amici, parenti e mondo del lavoro. E che hanno radicalmente influenzato una discussione, quella sui legami tra corpi e tecnologie, che esisteva da tempo. Ribaltando assunti che sembravano consolidati, e che invece devono essere ripensati da capo, come hanno fatto le autrici di Smagliature digitali: l’obiettivo del testo è «smascherare i dispositivi di potere e i loro complicati intrecci», come ci raccontano due delle autrici, Carlotta Cossutta e Arianna Mainardi. Perché le tecnologie hanno dei pro e dei contro, e a questi ultimi non si può certo rimediare rinnegando l’innovazione. «La tecnologia non è né giusta né sbagliata. La questione non è disintossicarsi ma abitare con consapevolezza il mondo digitale», spiega Arianna. Mentre per Carlotta la fuga è impossibile, a meno che «non si decida di vivere totalmente isolati. Il corpo è straordinario, consente sia a forme di controllo che di apertura. Con poco possiamo far sì che i bombardamenti non diventino schiaccianti». E allora cerchiamo di capire quali sono le due facce di questa complessa medaglia.

I PRO

Una voce per le minoranze
Ad esempio, è innegabile che la tecnologia abbia aiutato i movimenti femministi. Senza social, non sarebbe mai esistito #MeToo. Arianna e Carlotta sono d’accordo: la potenza di questi strumenti è innegabile. Per Carlotta, «bisogna ringraziare le tecnologie per la dimensione di questa esperienza. Se avessimo dovuto aspettare i tempi dell’analogico non sarebbe stato possibile». La Cossutta rimarca il concetto, pensando ovviamente al caso Weinstein: «Testimonia una forza delle donne che hanno avuto la forza di prendere parola pubblicamente. Questo ha decretato anche le critiche contro chi ha denunciato, soprattutto in Italia. Ma pensare che storie come queste succedevano anche prima e rimanevano in silenzio è assurdo».

Un difensore della diversità
Tutti noi frequentiamo spazi comuni e di condivisione, come i social network. È proprio qui che nascono i modelli di perfezione che a volte ci sembrano irraggiungibili. Per Arianna non si può essere solo critici: «I social sono una delle risorse di costruzione personale e delle relazioni con gli altri. Non parlerei di influenza perché siamo noi che li utilizziamo. Abbiamo in mano strumenti che ci consentono di formare nuovi modelli meno normativi della femminilità». Anche Carlotta interviene dicendo che tutto questo «Apre a nuovi giochi di cambiamento, come l’esplosione delle modelle curvy che senza i social non avrebbero avuto lo stesso successo. Tuttavia questi luoghi sono pubblici, paragonabili alla strada. Lì dove si possono subire pressioni, commenti maschili non richiesti. Il contesto è molto simile».

I CONTRO

Comandano le big
Le autrici stesse del libro ammettono che il lavoro svolto non sarebbe riuscito senza le opportunità digitali. E allora perché criticare gli strumenti del settore? Interviene Carlotta: «Ciò che è sbagliato è la struttura dei rapporti di potere che danno vita alle tecnologie. Facebook, Instagram, Skype, Twitter, possiamo usarli in tantissimi modi ma questo non toglie che i rapporti economici non siano controllati da noi. Più in generale, tutto questo è sviluppato in laboratorio, un luogo non neutro». Secondo Arianna è giusto anche dare al digitale una lettura diversa: «Bisogna avere gli strumenti per guardare tutto da un’altra prospettiva, costruendo contronarrazioni».

Il megafono del body shaming
I canoni di bellezza che siamo costretti a vedere ogni giorno non smettono di incuriosire gli utenti. Prima arrivavano solo dalla televisione, adesso dappertutto. Ma in rete non si vedono solo impeccabilità, ma anche offese senza limiti. La tendenza abbastanza pericolosa, il body shaming, è parecchio diffusa. Lo scopo è prendere di mira le forme femminili. La Mainardi sostiene che «la rete supporta la diffusione, ma sarebbe giusto ristrutturare il concetto della violazione sulla parità di genere». Della stessa opinione anche la Cossutta, che parla di «chiara violenza femminile. Riguarda categorie di tutte le età e spesso sono colpite le persone LGBT».

di Serena Santoli

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