rumble_bee

Rumble bee

www.doppiozero.com, 31 gennaio 2012
+ Duka e Marco Philopat. Rumble Bee
Rumble è una parola onomatopeica inglese che significa “rimbombo”, “boato”, “frastuono”, “fracasso”, ma è anche riferibile ai movimenti interni del corpo e delle sue viscere: “brontolio (di stomaco)”, “gorgoglio”. Il romanzo di Duka e Marco Philopat Rumble Bee è il racconto di un rumbe, la registrazione fedele dei rumori e sommovimenti impressi nel cervello di Malcolm, un “ragazzo” quarantenne romano, dipendente precario di una piccola casa editrice e standista presso le moltiplicantesi fiere del libro.
Gli autori non ci vogliono presentare un’anima con una storia e pensieri definiti; quello di Malcolm è un cervello fatto di tessuti, neuroni e sinapsi, che entrano volta per volta in profonda risonanza con ciò che li contatta: gli scontri con la polizia nelle manifestazioni di piazza, l’hashish “Temple Ball” e varie sostanze psicoattive, ambienti e paesaggi come il Deserto del Sinai il biancore gelido di Copenhagen. Malcolm muta con ciò che gli sta intorno, i suoi pensieri si riorganizzano e reagiscono a ogni situazione delineando un profilo psicologico in continuo movimento, mantenendo di sé costante un solo aspetto: una connaturata e resistente attitudine ribelle. I pensieri del protagonista arrivano come scariche elettriche, emergono col movimento dei suoi passi nella Torino attraversata dall’Onda degli studenti, si strutturano e prendono forma al ritmo del digitare delle sue dita sul pc quando, dal contro-summit sull’ambiente di Copenhagen, invia email sugli scontri riflettendo su violenza e ribellione.
Malcolm è un conduttore di energia, catalizza e rielabora le urgenze del momento senza mai appropriarsi di parole e connessioni già frequentate; tenta caparbiamente di “camminare e guardare il mondo al livello della strada su un piano orizzontale, un modo di viaggiare onesto, senza sguardi dall’alto”. La sua posizione è scomoda e mantenerla richiede uno sforzo notevole, ma l’intento si realizza e il romanzo conserva questa tensione fino alle ultime righe, in un intrecciarsi ritmico di eventi reali o sognati che sorprendono continuamente il lettore.
Il punto di vista di Malcolm è inesorabilmente attraente, un antidoto contro le retoriche trasversali che da anni si sono innestate nelle coscienze e depositate senza far rumore nella corteccia cerebrale; il romanzo funziona come dinamite per le menti assopite e si rivela un concentrato di anfetamine per chi vuole svegliarsi. Gli autori, con l’ausilio di una storia articolata, a tratti molto divertente e eccessiva grazie anche all’utilizzo di alcuni audaci espedienti narrativi, hanno cercato di raccontare l’incomprensibile: il formarsi e il trasformarsi rizomatico di quel “movimento” protagonista delle piazze degli anni zero, che non può essere descritto e giudicato con il linguaggio tradizionale della politica, ma solo narrato da uno sguardo interno, dallo sciame di voci che al momento giusto, quando il potenziale di energia è colmo, prendono corpo, si spostano senza direzione, attaccano e si ritirano, rendendo impossibile qualsiasi descrizione che le individui: rumble bee.

di Eleonora Zucchi

Rumore, novembre 2011
+ Rumble bee
Vecchia conoscenza di “Rumore”, Philopat è stato capace autore di una rubrica, “Philo Diretto”, che di certo mancherà a qualcuno. Firma nota per chi ama leggere di musica, torna in combutta col Duka, con il quale aveva diviso Roma k.o.. Che lo si preferisca romanziere, “storico” o articolista, Marco sforna un libro fluido e amabile. Rumble bee è un raduno di imput per le generazioni più riottose. Precariato, Genova, G8, contestazioni, Londra e Deutsche Bank, sono quasi infinite le ragioni del malessere sociale di Malcolm, protagonista “perso” di questo romanzo. Diviso tra “strada, amore e merda” (come il titolo del suo libro), da anni è (dis)occupato nell’improbabile ruolo di “scrittore standista”. Frustrato, immaginiamo. Di sicuro disilluso. Non come tanti coetanei intrappolati nell’editoria alternativa, ma più dei molti dentro un sistema che non riesce a farsi piacere. La sua sensazione è quella di chi crede che l’unica difesa possibile, arrivati alla sua età, con la crisi che gli divora il già misero esistere, sia quella di spingere l’acceleratore e battersi a suon di musica, fino allo stremo di cià in cui crede. Se fossimo nel 1978, Malcolm avrebbe probabilmente scelto il terrorismo come hobby; ma il terrorismo (rosso o nero che sia) non c’è più e quindi si divide tra un lavoro detestabile e una rivoluzione-discount che si appoggia a qualsiasi cosa più che odiare una supposta società borghese che per obbedire a un movimento (che si crede) rivoluzionario. Ma non è difficile cogliere nella sua testimonianza la preminenza del motivo personale: attacca perché la vita lo ha deluso, spara perché nel momento di entrare nella società come adulto scopre che questa non corrisponde alle sue speranze e alle sue utopie, ma a un vivere mediocre, noioso e umiliante. Come dargli torto?

di Giorgio Moltisanti

Il Piccolo, 1 settembre 2011
+ Il punk Philopat presenta all’Ausonia il romanzo “Rumble bee”
Oggi, alle 18, allo stabilimento Ausonia in Riva Traiana 1 a Trieste, lo scrittore milanese Marco Philopat presenta il suo nuovo romanzo, scritto in collaborazione con il Duka: Rumbe bee, pubblicato da Agenzia X.
Marco Philopat è stato uno dei primi punk in Italia (tra i fondatori del Virus…), da sempre un agitatore culturale e profondo conoscitore dei movimenti underground, collabora con il mensile XL di “Repubblica”, ha pubblicato: Costretti a sanguinare, I viaggi di Mel, La banda Bellini, Lumi di punk e Roma k.o. (a 4 mani con il Duka, “l’ironico bardo della controcultura romana”).
Rumbe bee è un romanzo in presa diretta, che racconta la cruda realtà (soprattutto le rivolte e la crisi che divora le certezze), ma le mescola con gli incubi, i sogni e le allucinazioni del protagonista Malcolm, che da anni occupa un ambiguo ruolo nell’editoria indipendente, a metà tra lo scrittore e lo standista (dice nel libro: “Sono disoccupato anche quando lavoro”).
“Il personaggio è costruito all’incrocio delle nostre due personalità, siamo un po’ io e un po’ il Duka” spiega Philopat. Che aggiunge: “Per non perderci troppo nell’autolesionismo ipocondriaco, ci venne l’idea del Rumbe bee, un universo parallelo dove sognare un mondo impossibile”.
L’ironia tagliente e il ritmo punk-rock del romanzo rendono la lettura molto piacevole, Rumbe bee è un’opera che invita alla mobilità, a credere ancora ai propri sogni, anche se per citare il maestro Monicelli: “La speranza è solo una trappola dei padroni”.
La serata sulla terrazza dell’Ausonia si aprirà alle 18 con un reading, su testi tratti da Roma k.o., curato da due artisti triestini: l’attore Fulvio Falzarano e il musicista Franco “Toro” Trisciuzzi.
A seguire sono in programma una cena in compagnia di Marco Philopat, un secondo reading, dello stesso Philopat, su testi tratti da La banda Bellini, e in chiusura un dj set dubstep del triestino Cannibal Selecter (direttamente dal collettivo Electrosacher).

di Ricky Russo

Il Salvagente, 4-11 agosto 2011
+ Uno sciame velenoso
Zzzzz… come un rombo d’api, il rumoreggiare fastidioso e molesto di uno sciame velenoso. Pacifico se non disturbato, pronto a pungerti se provocato. Un’orda all’occorrenza, imprevedibile e ingovernabile per natura. Tutto questo è Rumble bee, di Duka e Marco Philopat (Agenzia X, 301 pagine, 15 euro), piccolo gioiello di letteratura underground dal titolo onomatopeico, che non basta a esaurirne il significato. L’idea è presa a prestito infatti da un grande classico della cinematografia americana, quel “Rumble Fish” impropriamente trasposto in italiano con il nome di “Rusty il Selvaggio”, che ha alimentato per generazioni il mito della gioventù ribelle e mai domata. Assonanze, analogie, metafore, coincidenze? Chiamatele come volete, ma non perdete per nessun motivo le avventure di Malcom, precario nel mondo dell’editoria, aspirante scrittore, votato alla rivolta in ogni declinazione: dal terremoto in Abruzzo fino alle code alla Deutsche Bank in fallimento, da una Londra messa a ferro e fuoco alle cavalcate a dorso di un cammello in Egitto prima e a quelle in renna al controvertice di Copenaghen dopo. Fino agli scontri del 14 dicembre 2010 in piazza del Popolo a Roma. In attesa del prossimo Salone del Libro di Torino, con l’augurio che sia il suo ultimo da standista.

di Monia Cappuccini

http://opinionista.noblogs.org, 1 giugno 2011
+ Rumble bee
Torno a recensire ma soprattutto a leggere con continuità, dopo un paio di settimane di malattia. La stessa che bloccò Nando Mericoni “dall’andare nel Kansas City”. E riparto da un titolo che avevo pensato di presentare a Tabula Rasa, poi brillantemente sostituito dal mio socio del venerdì mattina, ossia Rumble bee, ultima fatica della coppia Philopat-Duka, tre anni dopo il fortunato Roma KO.
Protagonista è Malcolm, un mix delle personalità e vite dei due autori, quarantenne precario del mondo dell’editoria. Standista scrittore, così si definisce, con ironia e rabbia. La stessa rabbia che lo porterà a rimettersi in gioco, a girare mezza Europa, mentre la crisi si diffonde a macchia d’olio, scopre l’ipocrisia che si celava dietro la presunta ricchezza occidentale, focolai di rivolta sconquassano la Grecia, come l’Inghilterra, la Spagna, fino ad attraversare con qualche scossa anche l’Italia. E Malcolm, frustrato e rabbioso, senza una lira in tasca, sottopagato e pronto a qualsiasi lavoro precario, compresa la fiera del kiwi di Latina, affronterà con determinazione quello che la vita gli offre, che è sempre troppo poco. “La felicità non si paga, si strappa” recitava uno striscione fuori un’occupazione romana e Malcolm forse è troppo rancoroso e incazzato per preoccuparsi di essere felice. La precarietà è questa. È la ricerca continua di rimanere a galla, impossibile pensare di essere anche felici. O sopravvivi o sei felice. Entrambe è difficile.
“Poi la visione si fa confusa. Torna a colori, anzi no! C’è solo il giallo, una nuvola gialla… Uno sciame. Un rombo d’api. Rumble bee… Sì Malcolm pensa anche a questo, ma soprattutto pensa anche che non è il momento giusto per addormentarsi”.
Se Roma K.O. aveva raccontato pezzi di movimento tra gli anni 90 e l’inizio del nuovo millennio, Rumble Bee racconta l’Italia dei nostri giorni. Del G8 universitario torinese, dove studenti e studentesse hanno alzato il livello dello scontro, fino al 14 dicembre del 2010, quando una fiumana umana ha deciso di scontrarsi per ore contro la polizia e tentare l’assalto al palazzo d’inverno. Un pomeriggio di liberazione e insurrezione, ahimè rimasto un po’ troppo fine a se stesso. In mezzo ci sono scorci, storie, aneddoti, su un movimento a tratti agonizzante ma capace di sorprendere, a volte, grazie al capitale umano di cui dispone, non sempre supportato da una intelligente analisi politica.
Tornando a noi e al romanzo, se avrete l’intelligenza si approcciarvi senza pretese, non rimarrete delusi. Forse qualche situazione o personaggio è un po’ troppo stereotipato però anche vero che si sorride nel “ritrovare” amici o persone conosciute, celate sotto falso nome. Un romanzo pop, un po’ lisergico, a tratti divertente, che si lascia leggere e scivola via. E questo forse è il pregio migliore, quello di lasciarsi leggere facilmente. E poi se lavorate nel campo dell’editoria, del “lavoro intellettuale”, allora avrete un ritratto spietato, devastante, di un ambiente piuttosto mediocre, fatto di sfruttatori e sfruttati, che di intellettivo e culturale non ha proprio niente. La cultura è merce, ormai. E viceversa.

di opinionista

www.pisanotizie.it, 28 maggio 2011
+ Il progetto Rebeldìa presenta Rumble bee
Il progetto Rebeldìa presenta Rumble bee di Duka e Marco Philopat
Presentazione “itinerante” da piazza La Pera a Logge dei Banchi. Philopat: “Sono qui anche per partecipare al mio primo Canapisa”
Qual è la location migliore per la presentazione di un libro? Le risposte potrebbero essere innumerevoli e tutte declinate secondo il gusto di chi risponde.
Il Progetto Rebeldia, da quattro mesi privato di una sede dopo le vicissitudini deglli ultimi tempi, ha dato ieri la sua fulminante risposta, in sintonia con il tradizionale estro creativo che da sempre ne connota le iniziative: in mezzo a una strada.
E ancora, non solo in mezzo a “una” strada, ma due, tre, cinque, tutte le vie attraversate dal folto gruppo pellegrino che nella giornata di ieri (venerdì 27 maggio) da piazza della Pera fino a Logge dei Banchi ha dato luogo alla presentazione itinerante dell’ultimo libro dell’unico, grande (sia concessa un po’ di enfasi) Philopat, e Duka: Rumble bee edito da Agenzia X.
“Conquistata” Logge dei Banchi gli organizzatori rebeldi e l’ospite si sono lanciati alla scoperta del nuovo lavoro di uno dei mentori della scena punk italiana (“Il punk è l’anello di congiunzione tra due generazioni combattenti” dirà Philopat nel corso della presentazione), moderati da Mariangela Priarolo, membro fondatore del Club Epikurus nonché fresca a sua volta di pubblicazione (Il determinismo. Storia di un’idea, Carocci).
La premessa di Philopat è prima di ogni cosa “metodologica”: “Preferisco mille volte presentare i miei libri in mezzo alla strada piuttosto che in una libreria”, tanto per acquietare gli animi più dubbiosi. Poi il racconto della lavorazione di Rumble bee, definito dall’autore “romanzo in presa diretta” o, come argomenta la Priarolo “romanzo corale”, definizione – come lei stessa ammette – “che farebbe imbestialire il protagonista del libro…”.
Il senso di Rumble bee, oltre alle tante novità che differenziano un libro di Philopat e Duka dall’altro, è il desiderio di andare oltre la dimensione di Roma k.o. (Agenzia X), lavoro definito “introspettivo, dove la memoria delle cose viste e conosciute diventa una sorta di dipendenza”. “Con Duka – racconta – abbiamo sentito il bisogno di creare un mondo che non è questo ma un altro, una sua proieizione ulteriore, dove le città, i movimenti si incrociano e scoprono un’identità nuova, che prima non avevano. È quella dello “sciame”, dell’organismo plurale e coordinato da un sentire comune, fatto non più di tante individualità, ma di una collettività in lotta, come quella che abbiamo visto a Roma il 14 dicembre del 2010”.
Non a caso il protagonista Malcolm, “entità a metà strada tra me e il Duka – racconta Philopat”, è una sorta di “portatore di mattoni”, “manovalanza attiva di una rivoluzione in corso”.
Philopat in chiusura non manca di citare l’evento che più di altri ha riempito le cronache cittadine negli ultimi giorni, ovvero l’undicesima edizione della street antiproibizionista Canapisa: “Voglio fare un applauso a Canapisa che conduce una battaglia basilare di vera civiltà. La mia venuta oggi corrisponde anche alla mia prima partecipazione a Canapisa”.

di Pisanotizie

RadioOndaRossa, 25 maggio 2011
+ Rumble bee. Intervista al Duka
ASCOLTA l’ntervista del Duka a RadioOndaRossa
www.carmillaonline.com, 24 maggio 2011
+ Rumble bee
Oggi entra in libreria Rumble Bee di Marco Philopat e Duka. Per l’occasione hanno scritto una cronaca inedita di Malcolm, il protagonista del loro nuovo romanzo alle prese con le proteste precarie nell’ultima edizione del Salone del libro di Torino.

Dopo il 14 dicembre, preso dalla rivolta che dilagava anche nella realtà, Malcolm era stato dapprima in Tunisia, poi, sempre più affascinato dalle coincidenze psichiche che lo coinvolgevano fino al midollo, aveva raggiunto il Cairo per seguire le manifestazioni in piazza Tahrir. In Libia invece non era andato, non si fidava di quella insorgenza che reputava troppo manovrata da francesi e americani. Aveva preferito passarsi qualche settimana a Dahab insieme a Guendalina, aspettando in tranquillità un nuovo segnale. In Italia era riapprodato verso fine aprile perché il suo editore Paul Di Campo, oltre ad avergli pubblicato un instant book sulle sottoculture intitolato “Dai Teddy boys alla Millbank Tower ”, gli aveva proposto il solito ruolo di standista al salone del libro di Torino.

Mentre si prepara alla nuova partenza per il capoluogo piemontese, Malcolm viene a sapere che un gruppo di lavoratori precari dell’editoria sta organizzando delle azioni di protesta che gli ricordano lontanamente quelle da lui immaginate durante l’allucinazione. Ne parla con l’amico Pino che dopo aver letto il resoconto del sogno, non vedeva l’ora di rimettersi in pista. Prima di prendere in mano il volante e rientrare nel suo ruolo di driver, Pino aveva portato in tintoria il suo completo grigio con cravattone giallo per poi riporlo con cura nella valigia. Dopo un lungo viaggio con l’ormai inseparabile camper del cugino Manoaforbice, i due amici arrivano a Torino e passano dal centro sociale Gabrio con l’intenzione di partecipare alla riunione dei Re.Re.Pre. Rete Redattori Precari. In assemblea Malcolm non può stare zitto e perciò riporta alcune intuizioni del sogno a proposito dell’attacco all’editoria italiana. Alla fine di un discorso più contorto di un romanzo di Philip Dick, i redattori precari sono frastornati a tal punto da non riuscire a distinguere se quello di Malcolm era stato un incasinato intervento politico o una performance teatrale mal riuscita. Comunque, siccome necessitano di qualche testa di ponte all’interno del Lingotto, accettano il suo appoggio.

Lo stand è situato nel punto più periferico dell’intero salone del libro. A Malcolm era bastato dare un’occhiata per capire che quell’edizione avrebbe portato nuovi debiti nelle tasche di Paul Di Campo e forse sarebbe saltata persino la sua paghetta. Nemmeno il tempo per esporre i libri che nella sala autori B, praticamente davanti al suo stand, va in scena una contestazione. Avrebbe potuto accadere in una qualsiasi altra sala conferenze delle tante sparse per i padiglioni e invece il caso ha voluto farla scoppiare proprio a pochi metri di distanza da lui. Una trentina di giovani ragazze è riuscita a penetrare dentro ricompattandosi di fronte alla conferenza antiabortista del Movimento per la vita, la federazione degli ultra cattolici. Le donne stendono uno striscione e urlano slogan contro i tre relatori che tentano di parlare davanti a una striminzita platea di ascoltatori. Malcolm e Pino schizzano al loro fianco lasciando incustodito lo stand. Malcolm si affianca alle donne tentando di incoraggiarle e a un tratto viene rapito dalla bellezza di quel momento. Le ragazze sono giovanissime e molto determinate, una di loro parla al megafono mentre tutte le altre restano compatte per rivendicare i loro diritti. Malcolm le guarda intensamente e non si accorge che le guardie del Salone stanno già avventandosi sul loro striscione. Pino invece è rapidissimo, si pone di fronte alla guardia più grossa cominciando a smanacciare per difendere la protesta. Il suo cravattone giallo non aspettava altro per mettersi in mostra. Dopo le spintonate, le guardie vanno a chiamare la polizia che arriva con caschi e scudi assestandosi alle spalle del gruppo di donne le quali continuano imperterrite a urlare slogan. Vanno avanti ancora un quarto d’ora prima che la digos ordini ai celerini di farle sgombrare. In quel frangente Malcolm, che avrebbe voluto seguire il corteo improvvisato, ha una discussione metafisica con un carabiniere che sembra uscito dal film di Pinocchio. “Lei si deve allontanare per la sua sicurezza.” Gli dice l’appuntato. “La mia sicurezza? Ma se non sta succedendo nulla.” “E allora le ordino io di allontanarsi!” “Mi ordina? Ma se non sono un militare.” “Allora mi dia i documenti e mi segua.” Malcolm si deve calmare per forza rientrando allo stand. Dopo neanche 10 minuti di fiera, lui e Pino sono già stati segnalati e ammoniti dai numerosi digos in borghese che s’aggirano nei dintorni. Un buon inizio. Peccato che per il resto del giorno è una noia clamorosa con al massimo quattro o cinque libri venduti. Le conferenze fanno schifo, non ce n’è una buona, a parte William Vollmann, l’autore americano che studia le ragioni della violenza umana. Malcolm non riesce a credere che l’unico incontro decente è così poco frequentato. Dentro quella grande sala ci saranno state venti persone.

Il venerdì è la giornata peggiore. I ReRePre hanno deciso di presentarsi solo il giorno successivo e le vendite non decollano. Nonostante una minuziosa ricerca nel programma delle conferenze, non trova nulla di interessante, in compenso gli scrittori sono stati sostituiti dai giudici. Giudici che parlano di mafia, politica e società, giudici esperti di antropologia e narrativa, giudici che danno lezioni sui fumetti e sulla musica, giudici sondaggisti e giudici psicoterapeuti. Per non entrare nella sindrome del carcerato immaginario Malcolm non si fuma nemmeno una cannetta. Per quella è costretto ad aspettare la notte quando, dopo una catastrofica giornata di lavoro, si fionda finalmente al Gabrio. La sconvoltura istantanea gli permette di liberare la parlantina e così riesce a coinvolgere i ReRePre e la samba band del centro sociale a invadere la festa di Minimum Fax con tanto di tamburi, trombette e attitudine pink alla comunicazione creativa. Malcolm, Pino e due attivisti del Gabrio entrano nella villetta che ospita l’appuntamento notturno più popolare del Salone grazie ai quattro inviti scroccati. Dall’interno avrebbero dovuto condurre le operazioni per l’imbocco delle truppe sonore dei precari dell’editoria. Purtroppo una barista, Carmen, è un’amica dei centri sociali e regala ai quattro agenti infiltrati una quantità incredibile di free drink. Il progetto era quello di far passare la samba band sul retro della villetta, nel giardino che dà direttamente sulle sponde del Po, proprio sotto le grandi terrazze dove si affolla la gente della festa. Malcolm e gli altri, ormai mezzi ubriachi, non captano le numerose telefonate e messaggini che si accumulano nei loro telefonini e quindi i ReRePre decidono di sfondare direttamente dall’ingresso. Il parapiglia con il servizio d’ordine del locale avviene sulle strettissime scale che introducono alla dance hall. Pino si lancia nella bagarre con un volo degno di uno straight edge in un vecchio concerto dei Minor Threat. Affronta un energumeno di oltre cento chili dicendogli con tutta calma nell’orecchio che quei trenta musicisti pink sono solo l’avanguardia dei trecento altri contestatori che stanno per arrivare. “Se non ci fai passare subito, sarai il primo a finire nel Po.” Il palestrato non si è tanto impaurito, anche se quella tranquillità proferita da Pino lo ha un po’ disorientato. Intanto la samba band spinge e si procede gradino dopo gradino a suono dei tamburi mentre una troupe di Rai3 li riprende. In ogni caso la festa non è coinvolta come si sperava. Malcolm s’arrabbia con se stesso per non aver visto a suo tempo i messaggini sul cellulare, ormai è impossibile passare nel giardino sul retro per farsi vedere da tutti. Partecipa agli spintonamenti cercando di far ragionare i padroni del locale. La situazione si fa tesa anche perché un giovane editor rampante, o forse uno scrittore in carriera, si mette a gridare: “Che cazzo fate? Questa è una festa privata, andatevene via…” Malcolm lo prende di petto chiedendogli dove lavora e con quale stipendio. “Sono anch’io disoccupato.” “E allora perché non protesti anche tu?” “Lo faccio, lo faccio… Ma non certo con queste pagliacciate.” “Che cosa fai? O ci passi una buona idea o te ne vai fuori dalle palle.” L’editor o scrittore che sia, tira una spinta a Malcolm che inesorabilmente viene scaraventato al di là della barriera del servizio d’ordine, ritrovandosi al fianco di Pino e dei ReRePre a spingere per guadagnare terreno. Dopo una decina di minuti, gli organizzatori della festa, dopo aver visto cameraman, fonico e regista della Rai in azione, convincono i padroni del locale a fare entrare i contestatori. In breve quelli del servizio d’ordine si ricompongono e l’energumeno palestrato si dilunga nei complimenti a Pino per la tranquillità dimostrata nel momento di maggior tensione. Per festeggiare portano una decina di free drink che si assommano a quelli continuamente offerti da Carmen. Alle quattro del mattino Malcolm si rende conto di aver perso le chiavi del camper di Manoaforbice. Il panico dura poco, seppur barcollante, raggiunge Carmen che oltre all’ennesimo cocktail gli va a prendere le chiavi che qualcuno ha trovato e portato diligentemente al bar. Nella nebbia alcolica Malcolm rivede in Carmen la più pura idealizzazione dell’amore.

Al sabato i ReRepre entrano in azione, un centinaio di loro sconvolgono il torpore del Salone e attaccano l’establishment denunciando la grave situazione di crisi del settore editoriale che si è diffusa come un cancro. Gli stand delle grandi aziende come RCS e Mondadori sono colpite dai flashmob, su tutti i libri esposti vengono appiccicati dei post-it fluorescenti: “Libro tre per due – fatto da tre redattori al costo di due”, oppure: “Libro D.O.P. – Denominazione di Origine Precaria”. I corridoi del Lingotto sono attraversati da un corteo di redattori, correttori, addetti stampa, impaginatori, traduttori e standisti, tutti uniti a urlare contro la loro condizione di schiavi legalizzati. Un anziano signore prende in mano il megafono e invita alla ribellione diffusa: “Dovete farlo proprio qui! Dentro il Lingotto per ricordare le tante lotte che sono state portate avanti dentro questa fabbrica.” Si prende una dose massiccia di applausi e continua il raffronto tra gli orgogliosi operai di una volta e i timidi precari di oggi. A un certo punto si fa sotto il responsabile dello stand di Mondadori che tenta di strappargli il megafono. L’oratore improvvisato non cade nel tranello, non reagisce e si limita a incollargli sulla fronte un post-it dopo l’altro. Tra le risate del pubblico, il funzionario della grande azienda di Segrate deve ritirarsi. La polizia controlla senza intervenire, lo farà più tardi chiedendo documenti a quelli più giovani che hanno manifestato. I ReRePre se ne vanno dandosi l’appuntamento per il giorno dopo a mezzogiorno in punto. Come Malcolm aveva previsto, il grande supermercato dell’editoria fa presto a ingoiare e dimenticare la protesta. Per organizzare un decente attacco alla cultura, oltre alla buona volontà, servirebbe ben altro, per esempio un sovvenzionamento inaspettato, tipo un traffico di cani pregiati, come quello dei molossi tibetani che aveva sognato. In realtà Malcolm sa benissimo che l’onda della rivolta sta salendo inesorabile e se non sarà questa edizione del Salone a dimostrarlo, ci saranno tante altre occasioni, magari in luoghi dove nessuno se l’aspetta. Durante la notte Malcolm e Pino si fanno un giro tra centri sociali e feste dell’editoria per vedere che aria tira sull’azione dell’indomani.

Domenica mattina si fa un giro nel nuovo capannone chiamato Oval che ha stravolto tutti i flussi circolatori del Salone di Torino. Per raggiungere Oval bisogna sgommarsi 500 metri di tunnel in plastica, caldissimo e soffocante. Tutti vanno di fretta per raggiungere le varie sale delle conferenze, nessuno può fermarsi a parlare in quel forno affollato. Salta così l’unica cosa buona del Salone: le relazioni spontanee e rilassate davanti agli stand delle case editrici. Dentro Oval non ci sono libri e sembra di stare in un’altra fiera, potrebbe essere quella del turismo o quella delle pompe idrauliche, niente a che vedere con il calore e il pathos che si crea davanti ai tanti volumi esposti nei tre padiglioni storici, che tra l’altro distano mezzo chilometro. Anche Lingua Madre, lo spazio che una volta era piazzato al centro dei flussi, dentro Oval perde il suo fascino. Poi c’è la mostra sui 150 anni dell’Italia. Una specie di rebus a zapping dove nessuno si ferma perché viene colto all’istante dal mal di testa, causato della farraginosità di un percorso labirintico e da una valanga di informazioni storiche che pretendono di coinvolgere l’intera produzione editoriale di un secolo e mezzo. Inoltre si tratta di un allestimento molto discutibile, con il tendenzioso oscuramento dell’unico periodo di geniale produzione editoriale italiana: gli anni settanta. Qualche giornalista ha già protestato, soprattutto perché si vocifera che sono stati spesi 750.000 euro per realizzare questa mostra che nessuno è riuscito a guardare o leggere per più di dieci minuti. È quasi mezzogiorno. È ora di tornare allo stand, dove sta per scattare il cosiddetto svelamento. I ReRePre hanno intenzione di occupare una sala conferenze facendo una presentazione di un finto libro che inneggia alla precarietà del lavoro come unica forma per superare la crisi. Vogliono coprire di urla e slogan i camuffati relatori del libro. Gli attivisti di San Precario questa volta sono tanti, riescono a portare anche alcuni giornalisti e qualche scrittore. L’azione è prevista più tardi e quindi c’è tempo per chiamare altri sostenitori e superare finalmente il numero di guardie e Digos che li stanno accerchiando. Nel frattempo alle due di pomeriggio sono in calendario gli unici incontri interessanti del Salone, il filosofo Slavoj Žižek e l’ormai sessantenne Nick Kent, il gonzo giornalista del “NME”, quello che fu preso a catenate da Sid Vicious a Londra nel 1977. Malcolm è in crisi, non sa dove andare. In quel momento appare il suo amico Fritz, questa volta non è accompagnato da Paco Taibo e Jonathan Lethem come nel sogno, però gli fa provare una nuova specie mutante di cannabis, l’Orange Clash. Mentre fuma spiega a Fritz l’incrocio malefico tra Žižek, Nick Kent e lo svelamento dei ReRePre. “Žižek in effetti sarà irraggiungibile”, dice Fritz guardando la fila d’ingresso alla sala dove il filosofo presenterà un suo libro, “però con Nick Kent non c’è problema, gli andiamo a parlare, troviamo un punkettino e insceniamo un’altra catenata a 35 anni di distanza… Sai che botta! Ne parleranno anche i giornali dall’estero.” “Ma perché? Povero Kent…” “Ma va! Sarà una farsa, una performance dadaista, Kent ha un innato senso dell’umorismo, lo si vede da come scrive. Vedrai che ci starà.” Dopo l’ultimo tiro di canna, lo scontro planetario che si svolge nel cervello di Malcolm è qualcosa di indescrivibile. Vaga per il salone e gli sembra che un tipo in doppio petto e Rayban lo segua. La sua visione comincia a virare in bianco nero. Arranca nella ricerca di Nick Kent, purtroppo gli dicono che è in ritardo, allora rientra nella propria appendice del Salone, quel piccolo quadrilatero periferico dove sono situati i contestatori, il suo stand e la sala conferenze da occupare. La tensione è fuori dal controllo. La polizia ha accerchiato con robusti agenti in borghese tutta la zona, nel cortile adiacente ci sono i blindati e i celerini in tenuta antisommossa già pronti a intervenire. La prima cosa che Malcolm riesce a mettere a fuoco è Fritz che sta parlando con un noto editore pieno di soldi e Antonio Moresco, il famoso scrittore milanese. Come ha fatto a portare lì quei due a pochi minuti dall’ora X, rimane un mistero. Finalmente si parte, la moltitudine precaria invade la sala. I due attori-relatori iniziano a parlare del libro a favore del neoliberismo. Malcolm urla e sbraita contro di loro insieme a tutti gli altri, la polizia lascia fare, forse qualche funzionario più anziano deve aver pensato al teatro d’avanguardia o a qualcosa del genere. Appena i Digos lo capiscono, l’ambiente si rilassa. Ma lui continua a gridare, a sfogarsi contro i relatori farlocchi che li vede ancora senza colori. Guarda il soffitto a travi del Lingotto per vedere se scorge uno sciame d’api gialle. Non ci sono, però a Malcolm gli viene voglia di gridare lo stesso le sue parole preferite del momento: “Rumble Bee… Rumble Bee… Rumble Beeeeee…” Slogan che ripeterà anche dopo lo svelamento di San Precario e il successivo corteo tra i corridoi del Salone. Solo più tardi, quando ormai la vista è tornata normale, gli arriva una telefonata da Madrid in cui viene avvertito che la Puerta del Sol sta per essere occupata. Malcolm cerca subito un volo low cost per la capitale spagnola senza dimenticare l’appuntamento per sabato 28 maggio a Pisa in occasione della street parade antiproibizionista più grande d’Europa.
Il viaggio continua.

Il manifesto, 17 maggio 2011
+ Corteo interno del Santo al Lingotto. Una casa editrice che non esiste e un libro beffa che inneggia alla precarietà
Rapidi, ironici, piacevolmente vocianti dietro un samba block improvvisato ma battente, almeno duecento fedeli di San Precario hanno sfilato nei padiglioni del salone del libro di Torino domenica pomeriggio. «Più denari, meno precari», hanno urlato con ritmo e ironia. Per la prima volta in 24 edizioni, i redattori precari che lavorano nelle case editrici, e nel loro indotto, hanno preso la parola contro il ricatto e il consenso verso le nuove forme della schiavitù del lavoro, la sua deregolamentazione e l’evasione fiscale e contributiva delle grandi e piccole aziende che mostrano i loro prodotti al Lingotto e ogni giorno nelle vetrine della grande distribuzione editoriale. Qualche esempio: Mondadori Oscar ha 9 cocopro con fisso mensile e altri 10 pagati a cottimo (cioè a cartella); Rizzoli-Bur ha 17 cocopro, 2 interinali, 4 stagisti e 1 partita Iva, mentre Piemme 27 collaboratori e 2 interinali. L’incursione è stata organizzata dai punti San precario di Torino e Milano, insieme alla rete dei redattori precari (ReRePre) e al centro sociale Gabrio.
L’appuntamento è stato comunicato a mezza voce sin dal mattino. Tra gli stand qualcuno ha bisbigliato, tra un sorriso e l’altra: vediamoci dopo pranzo dalle parti della casa editrice Agenzia X e poi partiamo con una sorpresa. Tutto sembrava ispirato alle scene raccontate in Rumble bee, il nuovo visionario romanzo scritto a quattro mani da Duka e Marco Philopat. Ambientato al salone del libro di Torino di quest’anno, i due bardi metropolitani immaginano che i redattori occupano il Lingotto e debordano nel centro storico dove c’è il Circolo dei lettori, un palazzo settecentesco con 30 camere e 6 saloni. Nella realtà vista a Torino tutto è iniziato dalla presentazione situazionista del volume Perché la precarietà ci salverà scritto da un professore ultra-liberista interpretato eroicamente dall’economista Andrea Fumagalli. Non è mancata la contestazione alla casa editrice «Narioca Pres(s)» che altro non è che l’anagramma di «San Precario». Alla spicciolata, e con discrezione, al corteo si sono uniti parecchi standisti, stagisti, redattori precari. Un buon modo per festeggiare San Precario che al Salone del libro è stato scelto come sedicesimo protagonista della storia culturale nazionale.

di Roberto Ciccarelli

San Precario, 17 maggio 2011
+ Comunicato stampa di NARIOCA PRESS alias SAN PRECARIO
Narioca Pres (s) – la nuova casa editrice contestata da San Precario al salone del libro in quanto presentava il volume Perché la precarietà ci salverà scritto da un accanito ultraliberista – non è altro che l’acronimo di San Precario. Tutto finto: la casa editrice, il libro, l’autore, il sito web, il catalogo, l’ufficio stampa. Finta anche la contestazione che ha rappresentato l’apice di una serie di azioni di informazione e disturbo nelle giornate della kermesse. Finto anche lo stand ma vere le case editrici che ci hanno ospitato: Bepress, OmbreCorte, AgenziaX che uscirà nelle librerie con un romanzo in presa diretta: Rumble bee avventure di uno standista/ scrittore precario di Marco Philopat e Duka.
Chiudendo con un vero tocco finale d’autore: la presentazione, in luogo della immaginaria opera ultraliberista, del secondo numero dei “Quaderni di San Precario”, rivista di critica giuridica, economica e sociale.
Si è voluto dar voce ai redattori precari che lavorano nelle case editrici in una condizione di invisibilità – ma sono persone reali – attraverso una casa editrice visibile – ma finta – cercando così di attirare l’attenzione sullo sfruttamento del lavoro precario messo in atto dalla stragrande maggioranza delle case editrici.
E poi c’è il gusto tutto ‘San Precario’ di burlarsi del patinato mondo del salone del libro e dei prestigiosi circuiti editoriali sbeffeggiandoli con le loro stesse armi.
I soggetti autorganizzati che hanno macchinato il tutto – San Precario, Rete dei Redattori Precari, Intelligence Precaria, Alato, Punti San Precario Centro Sociale Gabrio e Sos Fornace di Rho/Milano – hanno voluto denunciare una parte importante della precarietà nel nostro paese, peraltro in un settore che nonostante la crisi non è certo uno di quelli in perdita.
Alcuni numeri della precarizzazione: Adelphi 7 redattori assunti e 12 collaboratori di cui 6 a partita iva; DeAgostini Scuola 18 redattori assunti, 13 a progetto (ma con obbligo di presenza quotidiana in azienda); Mondadori (Oscar) 6 assunti, 9 cocopro con fisso mensile, 10 cocopro pagati a cottimo (cioè a cartella) e 1 collaboratore con partita IVA; Rcs (Rizzoli-Bur) 19 assunti, 17 cocopro, 2 interinali, 4 stagisti e 1 partita IVA; Mondadori Education 31 redattori assunti contro 31 atipici nelle sedi di Milano e Firenze; Piemme i dati dell’intera azienda contano 56 dipendenti assunti, 27 collaboratori, 2 interinali.
E proprio dal Salone del Libro si vuole lanciare un segnale forte: i redattori precari vogliono farsi vedere, vogliono diritti e non solo doveri, vogliono un nuovo welfare, vogliono un reddito di base universale e incondizionato. Vogliono che le case editrici inizino a sentirsi un po’ meno sicure nel fare il bello e il cattivo tempo con lavoro & contratti, che sappiano che qualcuno le sta tenendo d’occhio. Vogliono che altri redattori precari trovino il coraggio di rompere i vincoli di ricattabilità e consenso, trovino consapevolezza e fiducia nell’organizzarsi insieme.
E hanno tanta ma tanta voglia di sciopero precario.

REREPRE, Rete Redattori Precari
San Precario Milano
Punto San Precario Torino, sportello legale c/o centro sociale Gabrio
Punto San Precario Milano-Rho c/o centro sociale La Fornace
A.L.A.T.O. Assemblea dei Lavoratori Autoconvocati di Torino

di Narioca Pres (s)

Il manifesto, 12 maggio 2011
+ Lo sciame che terrorizza i mercanti del sapere
Rumble Bee, un romanzo di Marco Philopat e il Duka Un giovane scrittore per sbarcare il lunario gestisce incontri e iniziative negli stand delle case editrici. Ha viaggiato in lungo e in largo e conosce tutto l’underground dell’Europa e del Nord Africa. È il prototipo del lavoratore precario nell’industria culturale.

Un On the Road dei tempi nostri in contesto italiano. Non saprei come meglio definire questo Rumble Bee scritto da Marco Philopat e dal Duka (Agenzia X, pp. 304, euro 15). Il romanzo narra del girovagare di Malcolm, uno standista scrittore, attraverso tutta Europa, e perfino fuori, in cerca di occasioni di scontro frontale col sistema, attraverso i canali sotterranei dell’antagonismo. Si va dai centri sociali nostrani a quelli esteri, dai concerti rock alle dimostrazioni contro il G8, dai raduni antifa alle mischie londinesi. Il tutto con aria svagata, da routards esperti, pronto a immergersi nella bagarre ovunque sia necessario. Con un mix di cinismo e di consapevolezza. Un atteggiamento punk rivisitato (e i riferimenti al punk degli anni ‘70-’80 sono innumerevoli). Fino a trovare, a sorpresa, la rivolta nella stessa città, Torino, che si era lasciata perché troppo sonnolenta.
L’Europa alternativa
Gli autori sono i più indicati a guidarci in un viaggio così eccentrico. Il Duka è un nome storico dell’underground. Da quando ha iniziato a scrivere ha mostrato, sulla pagina, l’identica freschezza e inventiva dimostrate nella sua vita. Marco Philopat è scrittore ormai affermato. Reduce da un’esperienza punk (si veda il suo Costretti a sanguinare), ha dimostrato con La banda Bellini capacità d’autore che nessuno ormai oserebbe mettere in dubbio. E al tempo stesso coerenza totale col proprio percorso. È anche editore, proprio con Agenzia X, che ha sede vicino al centro sociale Cox 18 di Milano. Ha avuto il fegato di pubblicare libri scomodi, tipo La fuga in avanti di Manolo Morlacchi. Resta punk come un tempo, pur senza dirlo.
Torniamo al romanzo del Duka e di Philopat. In una girandola di situazioni e di collocazioni spazio-temporali, si passa dal comico, al tragicomico. Al tragico puro e semplice. Gli amici – ma il protagonista è sempre Malcolm – viaggiano, tra una canna e l’altra, alla ricerca di una specie di rivoluzione futura. Divagano, litigano, discutono, e attorno a loro gli scenari cambiano. Oltre all’Italia alternativa, percorsa in lungo e in largo, la Berlino alternativa, la Londra alternativa, la Copenaghen alternativa. Con escursioni in quell’Africa settentrionale che sarebbe esplosa di lì a breve.
Dentro un soffocante stand
Malcolm è in parte scrittore e in parte standista, condizione incerta come gran parte delle condizioni attuali. È costretto a sopportare, in tale veste, un bolso Umberto Eco, e frotte di agenti letterari pieni di sé, operatori culturali senza scrupoli, grotteschi conduttori radiofonici. Il Salone del Libro di Torino, in cui tiene un banchetto, lo disgusta. Ciò che lo sorregge è una donna idealizzata e distante, l’attrice Claudia Pandolfi; mentre il suo amore concreto va a una ragazza di buona famiglia che lo fa disperare. Questi fattori lo inducono alla sua odissea di rivolta, parzialmente soddisfatta dagli scontri a Roma del 14 dicembre 2010. Ma la sollevazione più concreta avverrà proprio nel luogo da cui voleva evadere: il Salone del Libro nell’edizione che si apre in questi giorni.
Sintesi, a livello di forza-lavoro intellettuale, di tutte le forme di subordinazione e di precariato oggi vigenti.
Non so come sarà accolto questo libro dalla critica corrente. Sospetto che sarà ignorato o, se preso in esame, sottoposto a censure moralistiche. Eppure sopravvivrà, perché è la più coerente illustrazione – dall’interno – di ciò che è oggi il proletariato giovanile che accende di fuochi l’area mediterranea, il nord Europa, località importanti degli Stati Uniti. Un Maroni che tuona contro i centri sociali, un Napolitano che mette in guardia contro possibili rigurgiti di violenza, una magistratura che colpisce a casaccio bersagliando di condanne impossibili lo «sciame di api» e il suo ronzio, hanno ben presenti l’oggetto dei loro fulmini, ma non lo conoscono. E non lo conosceranno mai, perché mai leggeranno questo libro. Se lo leggessero, non ne capirebbero il senso. Vale anche per i fascisti o per gli stalinisti più o meno rimodernati.
Contro i rais di turno
Una nuvola d’api dorate vola sui nostri scenari metropolitani. Ha connotati di classe, ma non le sono riconosciuti. Ha una cultura unitaria (dalle capitali europee al Maghreb), però non ne fa sfoggio. Crea alveari ovunque, in apparenza innocui. Anche il suo volo normale pare errabondo e inconcludente, quanto i viaggi di Malcolm e le sue pigre discussioni. Tuttavia, quando è attaccata, può farsi sciame, colpire come forza compatta, ronzare fino ad assordare, pungere in maniera spietata chi cerca di resisterle.
Non so se questa sia la metafora del libro. Io l’ho interpretata così: quale metafora di un’altra metafora. Dalle api agli umani, dagli umani a regole di vita e di pensiero irriducibili alla norma. Si divaga, ci si trascina di corteo in corteo, si accettano forme eclettiche di subordinazione quotidiana. Quando però viene il momento, ecco nascere lo sciame, apparentemente dal nulla. Ecco la riconquista della piazza, contro i rais di turno. Ecco il 14 dicembre a Roma.
Sia o non sia l’interpretazione giusta, un grande libro. Di quelli che afferrano tutta un’epoca e sanno condensarla.
Quanti critici saranno d’accordo con me? Temo nessuno. Allora avanti con i canali di distribuzione alternativi. Non mancano, e i nemici non sono ancora riusciti a farli saltare.

Per discutere il libro con gli autori, appuntamento allo stand R114, Pad 3 del Salone del libro di Torino. Sabato 14, alla ore 21.30, al centro sociale Gabrio di Torino è invece prevista la presentazione di Rumble Bee e dei Quaderni di San Precario.

di Valerio Evangelisti

Milano X, maggio 2011
+ Rumble Bee
A tre anni dall’uscita di Roma K.O. Duka e Marco Philopat, vecchie volpi della narrativa underground, sfornano il loro secondo romanzo scritto a 4 mani. Già l’incipit, che come ogni lettore sa è una specie di dichiarazione di intenti, la dice lunga sulla verve tragicomica che caratterizza Rumble Bee. “Malcolm, un uomo alto e secco con il taglio a due lunghezze per mascherare i capelli già in caduta e due occhi da triglia, nella vita era uno sballato”. I protagonista del libro (un incrocio genetico tra i due autori) è infatti un punkettone quarantenne con la sindrome di Peter Pan che cerca di svangarsela nel mondo dell’editoria indipendente. “Da grande” vorrebbe fare lo scrittore, ma il successo si fa attendere e la fresca pure. Per sbarcare il lunario fa lo standista per il suo editore, un brav’uomo che però lo sottopaga. La sua ultima fiamma, una trentenne fascinosa, ricca e irraggiungibile lo ha scaricato, lasciandogli il cuore è in frantumi e la schiena dolorante. Non c’ha il becco di un quattrino. Pure gli amici di sempre sembra che non lo sostengano più. Sembra che nella sua vita tutto sia fermo. La sensazione di “No future” avanza inesorabile giorno dopo giorno e lo paralizza. È in preda ad una crisi esistenziale, sentimentale, professionale (nonchè economica). Ma mentre Malcolm affoga nell’afa e nel tedio dell’estate romana, la crisi esplode in tutta Europa. Scioperi, manifestazioni, scontri di piazza si susseguono senza sosta. La sua vena ribelle gli da la carica e lo fa ripartire di slancio. Ne è sicuro: qualcosa di grosso succederà, basterà una scintilla per incendiare la prateria. Da vero randagio di professione si perde tra cortei noglobal, festival fricchettoni, camping militanti, improbabili impicci internazionali e altrettanto inafferrabili svolte lavorative in un allucinato trip tra vecchio continente, Asia e Africa. Si immerge a capofitto in un crescendo di situazioni sempre più grottesche e paradossali, in compagnia di creativi svalvolati, cannaioli cronici, fulminati dalla new age, centrosocialisti reali, zarri globalizzati, imprenditori senza scrupoli. Insieme ad abbondanti dosi di THC respira il fumo dei lacrimogeni a Copenaghen, il vento del deserto tra Asia e Africa, il caldo smog della pianura padana, alla ricerca di quella famosa scintilla che guizza e poi scompare come un miraggio, un’allucinazione. Qualcosa che sembra vicino eppure è lontano, come un’illusione ottica. Rumble Bee narra il nostro presente in maniera originale, con un linguaggio vivace e con ironia tagliente. Racconta i nostri giorni con gli occhi di chi non sa rassegnarsi alle miserie (materiali e non), si ostina a sognare un mondo nuovo, libero, migliore e di farlo pure con il sorriso sulle labbra. Perché anche se il tema del libro è la crisi, Rumble Bee è un romanzo pop, pieno di storielle divertenti e aneddoti surreali, che solo un geniale cazzeggiatore come il Duka e uno scaltro narratore come Marco Philopat potevano mettere insieme. A questo punto posso solo sperare che la coppia di scrittori punk più creativi della Penisola sforni il terzo libro al più presto.

di Pablito el drito

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