roma_ko

Roma k.o.

http://www.terranullius.it, 27 maggio 2013
+ Roma Ko. La lotta continua. Intervista al Duka
TN intervista il Duka, protagonista da anni della lotta per la diffusione dei Saperi.
Un intellettuale “contro”, che legge solo romanzi di genere e guarda action movie orientali.

Come nasce il progetto Agenzia X e quale politica culturale persegue?
Nasce nel 2006 da una scissione della casa editrice Shake. Abbiamo scelto la X come acronimo di Idee per la Condivisione dei Saperi, oppure come un’incognita ancora da scoprire, oppure come augurio di una X intesa come pareggio dei conti. Anche se economicamente siamo sempre sotto, come idee vinciamo sempre.

Soprattutto, cosa significa fare cultura?
Non lo sappiamo, dovreste chiederlo alla redazione della rivista “Conflitti Globali” che pubblichiamo noi.

Come trattate – non solo in tema di libri – il concetto di underground e controcultura, termini con i quali spesso vengono “ghettizzati” gli stili artistici ed espressivi delle culture giovanili o suburbane?
Il concetto di underground negli ultimi anni ha assunto un significato mainstream, con questo orrendo ritorno del termine hipster hanno svuotato il personaggio errante degli anni cinquanta, ora è buono solo per qualche mese in giro con l’Erasmus. L’underground è solo per chi gravita nei bassifondi e rischia ogni giorno di cadere nella merda, senza mai dimenticare quello spirito di solidarietà che contraddistingueva i protagonisti della beat generation.

Qual è stata la capacità di incidenza della cultura sulla politica e la società civile degli anni Novanta?
Gli anni novanta hanno prodotto solo il politicamente corretto, la cosa peggiore che ci potesse capitare. Grazie all’attitudine cyberpunk, i centri sociali hanno iniziato a interrogarsi sulle nuove tecnologie e su pratiche di attivismo mediatico.
Hanno beneficiato del clima di pacificazione dopo il crollo del muro di Berlino, surfando sulla bolla speculativa del benessere diffuso. Sono cresciuti su questo nulla riuscendo a partecipare da protagonisti un movimento globale come quello scoppiato a Seattle e poi a Genova. Peccato che ci siamo portati dietro solo la classe media.

Quali obiettivi si può porre oggi un intellettuale in un panorama politico degenerato, prima di tutto, proprio nella sua capacità di dire qualcosa sul mondo?
Chiedilo agli intellettuali, sempre se esistono ancora, io leggo solo romanzi di genere e guardo action movie orientali.

In realtà, tu in qualche modo rispondi a tutte queste domande con un libro, Roma KO, una cronaca che spazia in 30 anni di controcultura romana o di opposizione sociale-culturale nella nostra città. Rispondi con un mezzo narrativo a metà tra fiction e realtà. Ce ne puoi parlare?
Non penso di essere riuscito a rispondere, al massimo ho aggiunto nuove domande. In Roma KO ho semplicemente fotografato la nefasta politica culturale veltroniana che con le sue “Notti Bianche”, la festa del cinema e il linguaggio per pariolini di sinistra ha spianato la strada alla destra sociale. Per il resto il romanzo è la mia vita, i miei ricordi e il mio punto di vista sugli avvenimenti e le trasformazioni che ho attraversato. Penso di essermi interrogato, molto di più, sullo stato della cultura in Italia nel romanzo Rumble Bee dove il protagonista, che di professione è uno standista/scrittore, è costretto a fare i conti con il mondo dell’editoria in crisi non solo economicamente ma anche con scarsità di idee.

Come “raccontatore” e ricercatore di storie, come pensi che le storie scritte possano raggiungere oggi il pubblico, anche quel pubblico che prevalentemente per motivi di soldi o possibilità o cultura personale, non accedono al mondo dei libri scritti? Per Roma KO, direi di farti raccontare un po’ lo stile misto tra fiction e realtà, di -questo romanzo che spazia in 30 anni di controcultura romana o di opposizione sociale-culturale nella nostra città.
Ho iniziato a raccontare storie in giro per strada attaccando delle pippe mostruose ai miei amici e conoscenti. Siccome nessuno mi menava e spesso ridevano, ci ho preso gusto, ed essendo un disoccupato cronico ho pensato di affinare l’arte. Poi mi hanno fatto scrivere e ho pensato di mischiare la realtà alla finzione. Da una parte perché non mi piace prendermi troppo sul serio, dall’altra perché sono un drogatone e come tale mi piace viaggiare, sognare e prendere tangenti assurde.

Infine: a quali progetti stai lavorando?
Ho appena pubblicato il libro Il tacco del Duka tratto dalle sbobinate della omonima rubrica radiofonica che tengo nella trasmissione del sabato pomeriggio Daje pure te, su Onda Rossa. Il libro uscirà a settembre, per ora lo potete trovare solo nelle mie presentazioni o ordinandolo sul sito di AgenziaX.

di Marco TN

www.lisolachenoncera.it, marzo 2009
+ Romanzo d’amore droga e odio di classe
“Romanzo d’amore droga e odio di classeo”, recita così il sottotitolo di questo romanzo sui generis firmato da Marco Philopat, scrittore e giornalista legato a doppio filo con la scena punk milanese, e Duka, che si definisce “ironico bardo della controcultura romana”.Tutta la vicenda comincia al Corviale, edificio serpentiforme lungo un chilometro e situato nella periferia romana: i gravi danni strutturali costringono le autorità a evacuare le case. Il sindaco V. (sì: proprio quello) decide di spostare l’enorme quantità di persone negli studios di Cinecittà, in una tendopoli allestita alla bisogna. E tutto comincia ad andare per il verso sbagliato. La folla prende d’assalto un vicino centro commerciale, in piena rivolta contro il potere costituito.La polizia è effimera e, d’altra parte, il sindaco non può permettersi il danno d’immagine in diretta televisiva. Dicevamo romanzo sui generis, e lo è davvero, perché la vicenda dell’evacuazione del Corviale immaginata in modo così eccessivo, quasi caricaturale, mette alla berlina la società attuale, i vizi nei rapporti con i media, i viziosi esercizi di poter politico di stampo demagogico. Ma Roma k.o. è anche l’occasione per raccontare la controcultura romana degli ultimi trent’anni.
Il Duka, infatti, entra nel libro oltre che come autore, anche come personaggio, a cui vengono messi in bocca decine di aneddoti legate all’underground della città. La città, appunto. Non assomiglia alla Roma dell’arte e dell’archeologia che le varie amministrazioni hanno cercato di vendere al popolo dei turisti internazionali, ma nemmeno ha il sapore romantico di molte rappresentazioni cinematografiche. Non assomiglia nemmeno a quella caciarona e gioviale di Aldo Fabrizi o Alberto Sordi. La Roma della street life raccontata da Philopat e il Duka è una città che si fa memoria storica dei movimenti. Attraverso le iperboliche testimonianze del Duka si mettono in riga il Chiapas, il movimento rave, la new wave (italica e non), gli scontri dei separatisti baschi, il microcosmo della curva romanista che riflette il macrocosmo e tanto altro ancora. Roma k.o. è il romanzo che si erge contro qualsiasi normalizzazione e si fa beffa di qualsiasi sindaco V.

di Marco Boscol

Soft Secrets, 1 gennaio 2009
+ Roma K.O. Furia e delirio al Corviale
(Dalla rivista antiproibizionista internazionale Soft Secrets, Versione online su: www.softsecrets.nl, sezione in lingua italiana)Siamo all’ultimo guizzo di follia creatrice di Marco Philopat e del Duka. I due folletti del movimento italiano operanti rispettivamente tra Milano e Roma e che in Roma K.O «romanzo d’amore droga e odio di classe ripercorrono lungo cinque catastrofiche giornate trenta anni di sconvolgimenti che hanno cambiato la storia e la cultura del movimento antiproibizionista del nostro paese. Sono stati bravi nell’attualizzare il mitico droga e rock’n’roll nel corso delle loro a affabulazioni in un paese meschino dove vige una guerra non dichiarata ai poveri e ai diversi, dove tutto è proibito ma come afferma qualcuno occorre cercare di “conquistarsi il futuro con le unghie e con i denti”.
I due kamikaze si dimostrano all’altezza dell’arduo compito di rappresentare l’hard core italiano. Estremamente loquaci sono soprattutto in grado di ricomporre in maniera esilarante una profezia auto-avverante sulla prossima e definitiva distruzione di Roma. Marco Philopat, animatore del mitico Virus di Milano, il primo centro del movimento punk italiano a cui aveva dedicato Lumi di punk e Costretti a sanguinare, nel corso di questi anni, è divenuto sempre più avvezzo nel dipanare alcune interessanti leggende metropolitane come nel suo La Banda Bellini, la storia di un gruppo dell’autonomia milanese degli anni Settanta, d’estrazione proletaria e composto di “randa” dell’hinterland milanese che, armati di chillum e di carabine winchester, erano riusciti a mettere in crisi il centro di Milano ma anche le logiche della maggior parte dei gruppi politici dell’epoca.
Un’atmosfera di follia creatrice che avvolge il lettore anche in Roma K.O. che rappresenta la storia di un’intera generazione e che in certi tratti potrebbe ricordare Paura e delirio a Las Vegas. Il libro nasce da un canovaccio rielaborato da oltre cinquanta ore di registrazioni tra protagonisti dei movimenti sociali a cui si sono prestati centinaia di collaboratori e con i contributi più svariati che andavano dagli aperitivi del Mariani, mitico bar di San Lorenzo ai consigli del poeta e scrittore Nanni Balestrini, protagonista indiscusso della letteratura italiana e del Gruppo 63, a cui molti giovani scrittori sono debitori per la sua incredibile abilità d’intreccio tra biografie personali e flusso poetico. Uno per tutti, Balestrini ha da sempre espresso con procedimenti semantici sempre all’avanguardia i punti alti dell’avanguardia politico-artistica e letteraria del nostro paese fin dai tempi di “vogliamo tutto”.
Ma è il Duka il vero ispiratore di Roma K.O. a cui come succede per i tanti personaggi il cui nickname altisonante come Il Conte a Venezia o Pino Angoscia a Bologna, svela qualità nascoste o per lo meno perturbanti. La sua pistola è ancora calda come potrete vedere su un bislacco filmato uscito sulla rete. Duka è considerato a torto o a ragione il dandy della scena alternativa romana. Forse perché ai tempi andava a Londra e ci teneva ad avere un aspetto curato pur militando nei centri sociali in cui il look ma non necessariamente importante.
Ignorato per ora incoscientemente dal l’establishment della sua città, la presenza e la prosa del Duka costituiscono una seria minaccia per l’ordine costituito, una vera e propria miccia accesa sotto una Città che si riteneva eterna o almeno prima del Duka che peraltro non odia i media e ne fa parte. Nella vita si occupa di cultura e di musica e ne scrive su “Liberazione” ed ha anche composto un clamoroso I hate music/Odio la Musica per la casa editrice Meridiano Zero.
Sarà una percezione molto soggettiva, ma Philopat e Duka mi ricordano entrambi Peter Pan o forse anche Pinocchio per i caratteristici nasi allungati e per le situazioni più impensabili vissute all’insegna dell’ironia e dell’humour in frangenti spesso drammatici o d’importanza. I loro guizzi e la loro inventiva sono ben rappresentati nel testo che riesce a far scompisciare non solo i già convertiti dell’underground a pugno chiuso o dell’antiproibizionismo militante ma anche la gente comune e forse perché no, gli stessi abitanti delle borgate protagonisti della grande esplosione-implosione di cui parla il libro. Il romanzo fila liscio con un ritmo incessante in una cornice in cui le sostanze e le rivolte improvvise e l’implosione del quartierone romano e che sfociano inesorabilmente in un finale apocalittico: la definitiva e totale distruzione della Capitale.
La storia è ambientata all’interno di un set surreale, nella zona del Corviale, un gigantesco e squallido palazzone che rappresenta egregiamente la periferia romana tanto decantata da Pasolini fino alle storie tossiche di Guido Blumir. Questo vero e proprio postaccio lungo un chilometro concorre per il premio Frankenstein con analoghi scempi edilizi come lo Zen di Palermo, il Virgolone e il Treno di Bologna o i palazzoni di Quarto Oggiaro a Milano. Al Serpentone in futuro potrebbero aggiungersi le centrali nucleari o gli inceneritori, pudicamente chiamati termo-valorizzatori. Ma la lista dei palazzoni implodenti potrebbe allungarsi fino a coinvolgere la stessa Sede Rai di Saxa Rubra a Roma che oltre che materia di numerose inchieste della magistratura e d’arresti eccellenti, secondo una leggenda metropolitana quasi inestirpabile, non sarebbe altro che la copia conforme del supercarcere peruviano di Lima poi riadattata a studio televisivo tra le proteste e i mugugni di tanti giornalisti Rai.
In questo contesto da “nessun dorma” e soprattutto in attesa della tanto auspicata esplosione/implosione di Roma, Philopat e Duka viaggiano in un completo trip pazzoide fatto di rivolta ed allucinazioni e che sembra indicare la strada per il definitivo esodo psichedelico rivoluzionario. Tra la defezione e la protesta è la prima che sembra prevalere nell’immaginario delle plebi in rivolta accampate nella tendopoli di Cinecittà apprestate dal Sindaco V. Siamo a Roma nel settembre del 2008 in un Leviatano che hanno chiamato Il Corviale e che improvvisamente comincia a cedere come durante un’apocalisse preistorica in cui subisce gravi danni strutturali. Come annuncia il sito di un noto quotidiano romano “La tragedia è stata evitata per un soffio. Ieri notte alcuni teppisti hanno improvvisato un falò nelle cantine del Corviale, e solo il tempestivo intervento dei Vigili del fuoco ha evitato una strage. Secondo una prima ricostruzione, un gruppo di ragazzini adolescenti… Ribattezzato dai suoi abitanti ‘il Serpentone’, il gigantesco modulo abitativo è stato realizzato nel 1970 da un team d’architetti capitanato da Mario Fiorentino, ispirandosi ad un progetto simile di Le Corbusier a Marsiglia. Doveva essere una struttura autosufficiente e dotata di tutti i servizi necessari, una vera e propria città satellite. Il progetto però non e mai stato ultimato, e il gigantesco palazzone (il ‘diaframma che indica la fine della città e l’inizio della campagna’, secondo l’architetto Bruno Zevi) si è da subito trasformato nel luogo simbolo del degrado urbano”.
In questa situazione alla New Orleans il sindaco V. decide di trasferire i seimila aitanti abitanti in una tendopoli allestita a Cinecittà e a ridosso di un Ipermercato dove la rabbia degli sfollati e l’irrefrenabile desiderio della “roba” fanno scattare un meccanismo fuori dagli argini della razionalità, destinato a cambiare persino gli equilibri meteorologici della città eterna. In questo romanzo d’amore droga e odio di classe edito dall’Agenzia X il Duka si prodiga anche in consigli per i viandanti: “Con le sostanze devi stare attento – ogni tanto rischi di annegarci dentro. È come fare surf. Quando l’onda ti travolge non bisogna andare in panico – basta chiudere gli occhi e la bocca – ti lasci scorrere addosso la massa d’acqua e ti fai trascinare per un po’ senza perdere la calma… Solo così puoi riemergere e affrontare fonda successiva”.
Ma l’apoteosi alla Nerone che scatta nel lettore di fronte al Serpentone che brucia sembra anticipare nuove apocalissi per Roma e per l’Italia dopo le conflagrazioni avvenute in quel castello di carte che nel romanzo appare il Corviale. In un crescendo megalomane non resta che rendere omaggio al Duka proprio come fa Gerardo, uno dei protagonisti: “…Penso anche a Ginevra, magari ha sentito pure lei questa bomba, l’aeroporto di Fiumicino e così vicino. Forse il rumore dell’esplosione l’ha raggiunta proprio nel momento in cui saliva la scaletta dell’aereo diretto in Corea del Nord. Forse il Duka ha calcolato anche il momento giusto per darle l’ultimo saluto… Che colpo! Un vero pugno da K.O. per Roma. BUM! Il Duka ha messo l’intera città al tappeto con un diretto in faccia, un colpo da campione.

di Enrico Fletzer

DNews, 8 ottobre 2008
+ Cinecittà o Cinacittà?
Roma guarda al futuro. Lo confermano tre libri recenti e una mostra in corso che restituiscono l’immagine della città in fondo più nota e impenetrabile, quella della sua proverbiale indifferenza. Proprio per questo, suggerisce Elena Stancanelli nel suo A immaginare una vita ce ne vuole un’altra, proiettata al possibile. Verso un domani tratteggiato nelle tinte fosche del Cinacittà di Tommaso Pincio, celebrato nell’assalto al cielo dal palazzone del Corviale di Roma ko di Duka e Marco Philopat, o nella progettualità extraterrestre della mostra “Uneternal city” alla Biennale di Venezia. In Cinacittà di Tommaso Pincio la troviamo ex Capitale, tutti gli abitanti scappati dopo l’anno senza inverno. Una canicola perenne in un’immensa China Town, in cui si aggira e si racconta un protagonista – l’ultimo romano – che Oblomov al confronto è Johnny Halliday. Una Via Veneto decadente, la stanza dell’Excelsior dove Kurt Cobain ha tentato la prima volta il suicidio, un Go Go Bar e un omicidio. Una Dolce Vita smantellata e ricombinata. Come l’autore ama fare con i miti contemporanei fin dagli esordi di Lo spazio sfinito o Un amore dell’altro mondo. E va in pagina un romanzo che racconta le nostre paure. Quanto di più attuale. Attuale, e ucronico, Roma ko di Duka e Marco Philopat. Uno “ironico bardo della controcultura romana”, l’altro punk milanese della primissima ora che anni fa ha raccontato con linguaggio miracoloso quel movimento con Costretti a sanguinare. Il palazzone lungo un chilometro del Corviale, vero topos della periferia romana, subisce gravi danni strutturali e il sindaco V. con grande senso dello spettacolo trasferisce i 6.500 abitanti del complesso a Cinecittà. I corvialini invadono l’adiacente centro commerciale di Cinecittà 2. Comincia un racconto adrenalinico in cui luoghi e quartieri – San Lorenzo, Trullo, Tuscolano – diventano punti di fuga che risucchiano verso le teorie situazioniste e la fantasmagoria delle merci, la Sapienza della Pantera, le Taz di Hakim Bey, il cyberpunk, i Paesi baschi, i rave a Goa, il G8 a Genova. Punti di fuga. Come le derive metropolitane di Elena Stancanelli, che in A immaginare una vita ce ne vuole un’altra raccoglie e integra scritti in parte già pubblicati. Libro che solo in apparenza parla al presente. Si capisce nel tour finale nelle plastiche e le protesi al servizio del sesso in compagnia dei fantasmi di Carmelo Bene e Pasolini. “Da quando abito a Roma – scrive l’autrice – sento parlare di progetti”. Che poi non si realizzano o si realizzano solo in parte. Progetti impossibili e extraterrestri quelli di “Uneternal City”, in mostra nella Biennale di Architettura a Venezia fino al 23 novembre. Dodici studi a lavoro per immaginare le aree periferiche della capitale. Il futuro nei bordi della città. Non necessariamente reale e realizzabile. Quando l’architettura fa domande più che fornire risposte. Cosa sta succedendo alla Città eterna? Qualsiasi cosa sia i romani – che “se ne fregano” – aspettano di stupirsi, consumare e gettare un altro pezzo di futuro.

di Angelo Di Mambro

L’Espresso, 25 settembre 2008
+ Vita da Duka
Marco Philopat, una delle voci più interessanti della cultura underground milanese, sbarca a Roma. Lo fa con un libro di memorie e d’attualità, come è d’uso nella sua produzione di scrittore. Il protagonista è Duka, “ironico bardo della controcultura romana”, dalla fine degli anni Settanta sino all’attuale desolazione metropolitana. E poiché a Philopat sembrava che le ore di registrazione con Duka non dessero bene l’idea di quello che era stata la vita di questa minoranza oppositiva tra il 1977 e il 2007, imbastisce una storia che fa da cornice al racconto. S’immagina che qualcuno dia fuoco al Corviale, il leviatano edilizio che cinge Roma, e lo renda inagibile. L’umanità che ci vive viene deportata in alberghi e residence vicino a Cinecittà. Qui decide, istigata da Duka, di saccheggiare un centro commerciale con un esproprio proletario in stile anni Settanta. A raccontare la storia è Gerardo, l’amico dal quale Duka si rifugia dopo l’esproprio, iniziando a recitare la sua vita al registratore. E il libro procede su due piani: nel primo, il racconto fantastico-realistico, c’è il vissuto quotidiano; nel secondo, la storia raccontata da Duka. Il punto d’incontro tra i due è una sorta di malinconia, mista di rabbia e orgoglio, che è poi lo stigma della scrittura di Philopat, il cui posto nella nostra letteratura di vita è, da “Costretti a sanguinare” in poi, stabilito: un ricercatore che è anche un ricercato, ovvero auto-antropologia della vita quotidiana vissuta contromano.

di Marco Belpoliti

il Messaggero, 22 settembre 2008

+ Roma K.O. e il crollo del Corviale: la battaglia (sempre persa) di chi non ha niente.
Roma k.o., per le Edizioni X book (pagg. 217, euro 16, 00), è il primo romanzo sulla capitale del dopo-Veltroni. Anzi, ancora meglio, Duka e Marco Philopat, eroi e cantori della controcultura rispettivamente romana e milanese, quello schianto lo anticipano nella simbolica esplosione del chilometrico, titanico palazzone del Corviale, laddove i sogni muoiono all’alba. Capita nel libro ciò che il protagonista della Vita agra dell’anarchico Luciano Bianciardi aveva solo desiderato di compiere, ossia far saltare in aria il Pirellone, emblema del capoluogo lombardo, ossia dell’Italia post-ricostruzione prima illusa e dopo disillusa e tradita dal miracolo economico.Le due opere, pure così distanti e non solo cronologicamente, hanno in comune una totale mancanza di fede nelle “magnifiche sorti e progressive” evocate e messe in campo da un modello di sviluppo che è poi la macchina morbida in grado di stritolare il conflitto mentre lo provoca.E il Duka, la cui epica disperata e folle egli stesso narra in prima persona senza enfasi e autoindulgenze a nome e per conto di un’intera generazione, passa di conflitto in conflitto, a reclamare diritti e giustizia, per città e strade e piazze di tutta Europa, implacabile e mite tuttavia nel disincanto e nella pungente, straziata indifferenza per le sconfitte. Egli sa, come ogni rivoluzionario disarmato, che conta l’esserci, il gesto reiterato della rivolta, il segnale e il seme lanciato verso il tempo che verrà come una freccia che certo troverà il bersaglio nel cielo del futuro. Passa molta Roma in queste pagine scritte a quattro mani – e di Philopat vanno almeno ricordati Costretti a sanguinare e La banda Bellini, entrambi editi da Einaudi Stile Libero – e passa la sua bellezza tante volte ferita dalle frustate della storia, passano i suoi quartiere popolari e i suoi miti e le lotte e le battaglie per le conquiste essenziali di chi non ha niente.Senza tregua, fino all’ultimo respiro il Duka – creatura incline alla malinconia al pari di un Corazzini degli anni nostri, eterno figlio e ragazzo per sempre, pieno d’incanto e di compassione, mai arreso e mai riconciliato con un mondo, per dirla con Pasolini (al quale questo libro sarebbe forse piaciuto), che non lo vuole più e non lo sa – il Duka, dunque, compie il gesto estremo di purificazione dell’aria e di liberazione. Crollato il Corviale, il vento ponentino torna finalmente a soffiare su Roma e si porta via, nel nulla brillante delle nuvole, il suo Duka, il suo ragazzo, il condottiero celeste.

di Enzo Di Mauro

XL – la repubblica, 1 settembre 2008
+ Brucia ragazzo Brucia
Quattro pagine di esatratto da Roma K.O. con illustrazioni di Dr. Pira. Ecco la prima:

di testi Duka e Marco Philopat – disegni Dr. Pira

L’Unità, 4 agosto 2008
+ Due «gonzi» a spasso per Roma
Roma K.O., scritto da due protagonisti della controcultura romana e milanese, Duka e Marco Philopat, è un libro di fiction politica e sociale che nasce da memorie registrate e riversate in un romanzo dove i ricordi si intrecciano alla ricerca storica. Con l’originale stile del gonzo journalism di Hunter Thompson, il racconto ha l’abilità di raccontare altre storie, condividendo soggettività nonostante le differenze di coscienza, di cultura e di tempo. Accanto a Philopat, nella doppia veste di protagonista e autore c’è il Duka autodefinitosi negli anni – con necessario gusto dell’ossimoro – «punk arcimondano, aristocratico ultras, dandy di borgata». In un fluxus continuo di parole e vita, il Duka dà forma al racconto capace di rappresentare l’interconnessione di complesse culture urbane, dove l’ascolto delle storie è già rielaborazione. Come annuncia il sottotitolo è un «romanzo d’amore, droga e odio di classe», un racconto mitizzato quasi una letteratura prodotta dall’inconscio che segna una storia dove sono riconoscibili accanto ad esseri individuali personaggi di un’epica collettiva. Il criterio della deriva psicogeografica e storica è l’esatta cifra della memoria vissuta a l’interno del racconto immaginato e ambientato in un presente che riflette un terribile e immediato futuro, quello di Roma nel settembre 2008 dove il palazzo di Corviale, il mostro edilizio lungo un chilometro, viene colpito da gravi danni strutturali. Il sindaco decide di evacuare i suoi seimila abitanti ed insediarli in una tendopoli allestita negli studios di Cinecittà, proprio a ridosso di un grande centro commerciale. Memori della lezione dei resistenti agli zombies di Romero, la rabbia degli sfollati con l’imperativo e quasi unico desiderio di possedere merci, affiancati dalla presenza militante del Movimento fanno scattare la rivolta dentro la Roma dei barbari e della barbarie, fino allo scontro frontale con esiti imprevedibili. Un giornalista raccoglie, per 5 giorni e in cinque capitoli, la testimonianza dell’adrenalico Duka. Uno storytelling, termine omnicomprensivo, che precede la letteratura ed include la cultura orale e la letteratura nel senso più ristretto, riferita a storie che sono state trascritte. Il Duka, «giovane di professione» sa raccontare oltre le rotture sociali e culturali della sua generazione, una serie di flashback multisequenziali anche delle scene e delle storie cult appartenenti alle penultime generazioni di contestatori. Si registra un racconto non lineare che salta dal movimento del ’77 agli ’80 «fatti» di musica dove grazie al punk si resiste e nei ’90 con Posse e Pantera si riparte galoppando fino a Genova nel 2001. In mezzo «viaggi» di vario taglio, amori romantici, lavori estremi e consueta indolenza. Flâneur assoluto del movimento e vate della storia della controcultura capitolina, il Duka ha vissuto ogni frammento della vita delle subculture romane. Autodidatta e ricco di interessi, di famiglia proletaria di tradizione comunista da dove apprende il senso del bene, da vero ex punk – cresciuto a sputi – ha pure prestato la sua carica eretica a piccole stampe del comunismo rifondato e ai suoi catechisti che sognando di non essere dei parastatali, pubblicandolo, per dirla alla Flaiano, «credevano di essere noi» il movimento. Nella filigrana dei protagonisti chiamati a giudizio, si respira senza agiografie anche una «poetica della sconfitta» dai molti talenti sprecati negli anni, passando per la crisi dei centri sociali, fino alla totale incapacità delle varie tribù metropolitane di rovesciare il presente. Dentro questi racconti – che nobilitano con la citazione folli, folle e follie di varie risme – si percepisce l’assoluto horror vacui del panorama politico sociale attuale. Come se fossimo noi tutti ancora e per sempre figli di noi stessi, volti a raccontare come forma di riscatto le radici della nostra vita pubblica. Dove per leggere un libro ci si può mettere anche trent’anni.

di Marco Guarella

BookChannel, 17 luglio 2008
+ Videointervista al Duka
La videointervista del Duka per il portale Bookchannel: per vederla basta cliccare QUI.

di bookchannel.it

RaiLibro, 8 luglio 2008
+ Intervista a Marco Philopat
Romanzo d’amore droga e odio di classe. Mi spieghi questa definizione?A un certo punto della storia Gerardo, il giornalista che raccoglie le testimonianze del Duka, davanti all’esplosione frattalica dei suoi racconti dice che gli sembra di parlare con una specie di Emily Bronte imbottita di droghe e odio di classe. Il sottotitolo racchiude le sfaccettature delle fiabe di strada del Duka, ma anche la loro ironia dissacrante.
L’amore è movimento incapace di crescere nei percorsi convenzionali di coppia, diventando quindi instabile e nichilista, ma è anche ricerca costante e voglia di capire anche le ragazze più giovani…
Di droga ce n’è una vera e propria abbuffata, è il carburante imprescindibile per uno psiconauta come il Duka, in coerenza con lo spirito No Future del punk ma anche con l’impossibilità di adattarsi a qualsiasi forma di normalizzazione. Riempie le pagine del romanzo perché questa è una storia che è impossibile raccontare senza aver adottato un punto di vista allucinogeno.
L’odio di classe invece è quello che ha segnato fin dall’infanzia la sua scelta di campo. Una presa di posizione che non è rancorosa ma piena di energia, d’azione, la bussola che permette di non perdersi anche surfando un’onda lunga dal 1977 ai giorni nostri come quella narrata nel libro.Il tuo incontro con il Duka. Perchè hai deciso di assumere il suo punto di vista? Perchè un milanese sceglie di raccontare gli ultimi trent’anni di vita underground dal di dentro della Capitale? Ho conosciuto il Duka quasi vent’anni fa e tutte le volte che andavo a Roma lui era il mio cicerone personale che mi illustrava le cronache più avventurose della Roma underground mischiate alle sue vicende di amori impossibili e del suo impegno e passione verso la politica di base, il tutto manipolato da allucinazioni stupefacenti.
In totale avrò passato almeno un paio di mesi della mia vita ad ascoltare i suoi esilaranti racconti. Di materiale ce n’era in sovrabbondanza e infatti dopo una serie di incontri per le registrazioni, lo sbobinato aveva già abbondantemente superato il milione di battute. Dentro c’era tutta la storia coatta di una Roma sconosciuta, o meglio conosciuta solamente da chi come me l’ha ascoltato in quei circoli che si formano tuttora intorno a lui mentre si lancia in nuove affabulazioni. Era ora che qualcuno mettesse su carta almeno parte di quell’inedito e prezioso sapere di strada.

Roma, la periferia che esplode e il centro-sinistra che non c’è più. Tutto prefigurato molto tempo fa. Come?

Anche se il libro è stato chiuso (titolo compreso) molto prima del crollo delle elezioni amministrative romane, era chiaro che qualcosa stava per accadere. I loft e i salotti democratici sono stati finalmente messi davanti alla loro incapacità di rappresentare gli interessi delle classi popolari. La capitale raccontata da questo libro non ha nulla a che vedere con le immagini patinate a uso e consumo di turisti, palazzinari, prelati, stelle del cinema e politicanti. È quella delle periferie, dei diseredati furiosi e dei teppisti sognatori, che ha fatto sentire la sua voce sferrando un colpo da K.O., appunto. Questo romanzo le periferie prova a raccontarle dal basso, tramite la voce ironica e coatta di un bardo d’eccezione.

Alla narrazione degli eventi si alternano e si affastellano gli inserti del Duka: ricordi iperbolici, conversazioni strampalate, riflessioni visionarie.. Un cut-up molto burroughsiano…

Be’, il “Pasto nudo” è un libro che mi ha cambiato la vita! Scherzi a parte, avete mai provato a passare una nottata a registrare e tentare di star dietro alla parlantina del Duka? Per rendere giustizia alle sue storie e alle loro infinite contaminazioni, ma anche al suo formidabile stile di affabulatore dell’underground e al grande valore storico di queste storie, quella della commistione di luoghi, tempi e linguaggi era l’unica strada percorribile. Solo così si può rendere la pluridimensionalità di quello che, per sua stessa definizione, è un “matto” votato al non-lavoro ma proprio per questo indaffaratissimo, perennemente impegnato a “portare mattoni” per la costruzione di un edificio dai contorni indefiniti.

di Claudia Bonadonna

Rumore, numero 198/199 luglio/agosto 2008
+ Roma K.O.
Romanzo d’amore, droga e odio di classe, recita il sottotitolo. “Macché romanzo – ribatte il Duka – al massimo un raccontino di malefatte! Messo insieme da un tossico, perché i tossici sono scrittori da sempre”. “Io lo chiamo romanzo orale – dice Philopat -. Mi piacciono le fiabe di strada e conosco la gente che ha vissuto e sa raccontare le rotture sociali e culturali della mia generazione”. Quasi un derby Roma-Milano, giocato sul campo comune dell’underground metropolitano. Marco “Duka” Anastasi i più lo conoscono come il “bardo” del movimento romano – in prima linea dal 77, memoria storica della città, affabulatore. Philopat ha vissuto gli albori del punk milanese e da tempo va collezionando personaggi e storie (dai viaggi fanfaroni di Melchiorre Gerbino alle gesta temerarie della banda Bellini). Uno inventa, l’altro raccoglie e ritaglia (sublimandosi nell’alter ego del giornalista Gerardo). Cinque giorni in un futuro così prossimo che è vero in cui il nuovo sindaco V., a sorpresa al potere dopo uno scioccante risultato elettorale che ha sancito la rottura del monopolio di centro sinistra sulla Capitale (ma gli autori ci tengono a precisare che “il lavoro sul romanzo è iniziato oltre tre anni fa”), decide che il lungo serpentone di appartamenti noto ai romani e non col nome famigerato di Corviale è a rischio crollo. E sancisce lo spostamento delle seimila famiglie che lo popolano. Cinque giorni in cui la tendopoli allestita per gli sfollati alle porte di Cinecittà prende fuoco come una banlieue: fulmini, fiamme, saette e assalti ballardiani ai prossimi centri commerciali. Cinque giorni di mobilitazioni, dibattiti e ricordi forsennati tra il futuro che c’è e il passato alternativo degli ultimi trent’anni (ed è tutto un cut-up burroughsiano di punk no future, ipotesi di complotto e coattissime dinamiche di periferia…). Esagerato, funicolare, allucinato, deciso, straniante e bello. Come sempre quando ci si sente raccontare.

di Claudia Bonadonna

Il Mucchio Selvaggio, n. 648/649 luglio agosto 2008
+ Roma K.O.
Dall’inizio alla fine questo romanzo si presenta come un apologo sulla conquista degli spazi sociali, in particolare negli ultimi trent’anni di storia romana. Tutto nasce da uno scenario fantapolitico di occupazione e depredazione di un centro commerciale capitolino da parte degli sfollati del Serpentone di Corviale, edificio popolare lungo circa un chilometro alla periferia sud-occidentale della città. In realtà ben presto la trama apocalittica viene quasi del tutto accantonata (ed è un peccato) per fare spazio alle confessioni e i ricordi del Duka, co-autore e personaggio di questa auto-fiction molto densa e divertente, in rotta a casa di Gerardo dopo la repressione della polizia. Il Duka, dandy ribelle, racconta tutto a Gerardo, un giornalista freelance che conosce dai tempi della pantera universitaria alla Sapienza. E allora i ricordi politici e sentimentali si miscelano, perché il Duka non vive né racconta la propria vita in compartimenti stagni: a Gerardo il compito di portarlo sulla strada giusta e di limitarlo fin dove la sua fascinazione e il perenne stato alterato della sua mente lo permettono. E soprattutto quando Gerardo è più lucido questa interazione funziona davvero bene, probabilmente una riproposizione in scala di quella tra i due autori reali del romanzo. Le storie, dagli anni 70 alla nascita dei centri sociali, dalla stagione di Radio Onda Rossa al G8 del 2001, sono riesumate in una lingua viva e brillante, ma mai compiaciuta, e rivelano davvero qualcosa di molto vicino a un desiderio primitivo di raccontare per salvarsi e liberarsi, senza il desiderio di ridipingersi nuovo e impeccabile, né quello di prendersi delle rivincite verso compagni perduti per strada. E non perché si tratti di un libro rassegnato o qualunquista, ma perché anche gli attacchi (a dire il vero rari) sembrano sinceri e non indeboliti da acredini o livori. Solo, ogni tanto, si ha l’impressione che la cornice sia solo un pretesto per l’eccellente libro di memorie di un protagonista della controcultura romana (della quale, va detto, si impara davvero tanto). Il tutto fino alla fine, in cui i fili pendenti vengono riannodati, un po’ in fretta forse, ma in maniera convincente.

di Antonio Bibbò

Rolling Stone, n. 57, luglio 2008
+ Roma K.O.
Tra il saccheggio di un centro commerciale a inizio libro e l’esplosione di un edificio in stile Zabriskie Point che lo chiude, 20 e più anni d’antagonismo. Gerardo, giornalista freelance, incontra durante lo sgombero del Corviale, un palazzo della periferia romana, un suo vecchio compagno di lotte ai tempi del movimento della Pantera. Il Duka, figura di spicco della controcultura romana, regala al vecchio amico ricordi e impressioni, furie e passioni, lamentazioni e innamoramenti. Gerardo trascrive tutto: il viaggio in Messico, quelli ad Amsterdam e nei Paesi Baschi, le prime posse e i pomeriggio a Villa Ada quando Frank Zappa piaceva a tutti. Da Costretti a sanguinare a questo nuovo racconto epico, Marco Philopat ha sviluppato una tecnica di narrazione che fa tesoro della tradizione orale per raccontare l’altra storia (quella di strada, battagliera, testosteronica) dei movimenti antagonisti, del loro accendersi e poi spegnersi (vedi No Global). Tutto anacronistico, ovvio. È grave?

di Franco Capacchione

Carta, n. 23, giugno 2008
+ La profezia del Duka
Il chilometro di cemento armato di Corviale, a Roma, simbolo della metropoli costruita come un falansterio in cui migliaia di persone potessero vivere in armonia, è diventato un ghetto che marca il confine tra la città e la campagna. Uno dei luoghi che in un altro recente romanzo, «Il contagio», il postpasoliniano Walter Siti ha descritto con scientifica e sconvolgente crudezza. È da queste parti che prende le mosse la storia di «Roma K.o.», il romanzo del Duka e Marco Philopat. Un gruppo di giovani torna da un rave e cerca di smaltire le droghe in uno scantinato del palazzone. Ma, metonimia divampante, le fiamme danneggiano le fondamenta del simbolo della metropoli del sindaco V.: il casermone deve essere sgomberato, e gli abitanti vengono sfollati in un accampamento all’interno degli studios di Cinecittà, altro posto-chiave della città-spettacolo. Da qui prende le mosse una storia che tira in ballo le tante storie dell’arcipelago del movimento romano. Il cantastorie della controcultura romana e l’agitatore culturale milanese hanno cucito realtà e fiction. Così, la vita del «bardo del movimento romano» entra a pieno titolo in un’avventura di movimento. Le scuole medie superiori del ‘77 al Plinio, un liceo in cui se eri di Dp eri considerato troppo «di destra». La classe esultò quando arrivò il trafelato annuncio del rapimento di Moro, solo il Duka e un suo compagno capirono che voleva dire la fine di tutto. Poi gli anni ottanta, quando si riempiono i granai e gli arsenali per l’esplosione dei centri sociali degli anni novanta. Leggendo del rodeo dei carrelli della spesa durante l’occupazione della Pantera alla Sapienza [«Siccome con la polizia non succedeva niente era partita questa famosa battaglia tra lettere e scienze politiche »] pare di assistere a un peplum postmoderno. Sono irresistibili anche le avventure del Duka nel mondo del lavoro: l’assistenza al ragazzo handicappato [«Li chiamo così perché non sono uno politicamente corretto», dice il Duka] che la mamma vestiva involontariamente come uno dei Devo e che lui portava a prendere l’aperitivo o al sexy shop. Negli anni novanta, c’è la missione a Corviale e Scampia, alle dipendenze del sociologo Ugo Bresaola e della sua fidanzata Rita Di Giuseppe: dovevano spiegare le prodigiose sorti dell’autoimprenditoria in quartieri in cui «l’unico negozio che conservava consistenti nicchie di mercato è la farmacia, che poteva contare su trionfanti moltitudini di consumatori, eroinomani, anziani e depressi». Insomma, sorprende la storia della vita vissuta del Duka più delle peripezie verosimili della trama che scorre lungo le pagine del romanzo. Ma non bisogna pensare che il Duka abbia semplicemente svelato alcune pagine del suo diario o abbia sbobinato alcuni dei suoi monologhi. Siamo di fronte a un’operazione più ambiziosa. L’azione è scandita dalle droghe consumate per calmare l’ansia e da quelle per stare svegli e continuare a dettare la storia. Fino alla corsa affannata della ultime pagine verso il tramonto oscurato dal palazzone di Corviale, sempre con la paura ipocondriaca dell’infarto che si è portato via Valerio Marchi e Joe Strummer e quella ossessiva di perdersi un corteo. Un libro spavaldo e mai troppo compiaciuto di se stesso o reducista, che incarna con poesia i pregi e i difetti della vicenda dei centri sociali romani. Il «surfer di movimento» durante la Pantera lavorava ai fianchi della costruzione di immaginario e poi si faceva le fantomatiche «riunioni notturne» delle avanguardie più politicizzate: segno di un’avventura che turberà sia gli apologeti ideologici della militanza a tutto tondo che i sostenitori spontaneisti della «creatività al potere».

di Giuliano Santoro

TopFly – giugno 2008
+ Roma K.O. – romanzo d’amore droga e odio di classe
Marco Philopat non è solo bravo. E’ anche “brave”. Coraggioso. Cuor di Leone nell’espandersi, capace di trasfomare un’avventursa, poetica, suadente Odissea come l’infinita ribalderia della generazione punk anni ’70 in perle avvincenti di gioiosa e sofferta contaminazione letteraria. Costretta a sanguinare, poiché esteticamente valida. Quasi bella. Se sei bello ti tirano le pietre. Se sei bravo, te le scrivono. Pietre nient’affatto tombali ma perentorie come la decisa spavalderia, assetata di giustizia, della banda Bellini, in grado di mettere ko un’intera generazione di borghesia benpensante. Detesto i benpensanti. Sarà perché a pensar male si commette peccato. E ci si azzecca. Questa volta a finire “ko” è la Città Eterna e di un romanzo come “Roma K.O.” non posso che pensar bene. Uno spassoso e ribelle resoconto di cinque giorni adrenalinici, scandito dalla penna del Duka, accattivante bardo metropolitano che dispensa aneddoti a ritmo di imprese picaresche, percezioni sensoriali alterate, sesso, abuso d’autorità e abuso di sostanze eterogeneee, tanta musica e, soprattutto, tanta cultura underground. Questa però è una rivista per paninari che viaggiano in aereo. Meglio così. E’ bene diffondere il Verbo auspicando qualche (tardiva) conversione.
www.wumingfoundation.com, nandropausa #14, 15 giugno 2008
+ Roma k.o.
WM5 su NandropausaIl sindaco V. vuole sgomberare i seimila abitanti di Corviale, che ha subito danni strutturali, in una tendopoli a Cinecittà, proprio di fianco a un grande centro commerciale.
Non è il migliore dei piani. Scoppia la rivolta, come c’era da aspettarsi. Black Bloc e donne velate, hippoppettari e massaie corvialine, riot grrrls fuori tempo massimo, rasta, coatti di quartiere, compagni. Partono cinque giorni deliranti.
Ricordo la frustrazione adolescenziale dello specchiarsi nelle vetrine e vedere che non si è vestiti nel modo giusto, che non lo si può essere. Infiniti episodi di violenza urbana hanno la radice in questo fondo emotivo. Merci attraverso vetrine, imprendibili, oggetti che consentirebbero una forma momentanea di riscatto. Protesi contro l’impotenza, palliativi contro il disagio, effetto placebo sociale: la chiave del grottesco, dello smisurato, del deforme, se giocata con misura, sembra essere uno dei modi più efficaci per raccontare la quotidianità di questo paese, in questo momento storico, purché venga espunta ogni tendenza dolciastra, felliniana nel senso deteriore del termine, e purché si presti una cura iperrealista alla descrizione di volti, oggetti, contesti, parole, modi. In altre parole, non occorrono giochi di specchi per scoprire la deformità nella vita di tutti i giorni. Basta essere moderatamente lucidi e attenti. La deformità del paese, in più, non si è prodotta ora. È il risultato degli ultimi venticinque anni di storia.
In questo romanzo, davvero, manca solo la giraffa che si suicida buttandosi dalla finestra di un edificio in fiamme. Eppure qui c’è il quotidiano, qui ci siamo noi come comunità, di fronte a una impasse storica che chi è nato e vissuto in un quartiere di periferia, come me, può interpretare come invito alla rivolta, anche senza futuro, purché divertente. Del resto anche l’edificio-simbolo da cui parte la vicenda del romanzo è immediatamente grottesco. Un edificio lungo un chilometro, epitome del disagio da metropoli, mutazione italica di concetti funzionalisti. Si dice che la presenza di Corviale alteri il flusso dei venti in tutta la città, che impedisca al ponentino di spirare. Di certo vivere in simili contesti – ma anche in periferie “illuminate” come la Barca, da cui provengo, cantata dagli Scritti Politti in Skank Block Bologna, o nel grigiore da hinterland che Philopat conosce bene – altera la prospettiva, la rende angusta, oppure spinge all’apertura, instilla in chi ha avuto la forza o la fortuna di guardare dietro l’angolo voglia di ribellione, di libertà, di fuga.
Se c’è una cosa quindi che traspare da quest’ultimo lavoro di Marco Philopat e del Duka – vera e propria memoria storica che ha attraversato decenni di movimento e di street life romana- è il materiale di cui siamo fatti tutti, noi che apparteniamo a generazioni vicine. Cascami di ideologie, assemblaggi di stili di strada, drammi e farse, oggetti d’uso, oggetti di culto, nomi di atleti e attori, droghe, l’idea del viaggio come ombra del quotidiano difficile, una tendenza allo stoicismo coniugata con la pulsione forte, vivida, potente al consumo, all’edonismo, al piacere, al dandismo da poveri, da classe operaia, l’idea che è possibile non fare un cazzo e vivere felici, anche se questa cosa poi è uno sbattimento infernale. Attorno alle storie del Duka, che coprono vicende lontane, disparate, eppure risonanti – la nascita del tifo organizzato nella curva romanista, i primi rave party a Ibiza, il punk e la new wave, il Chiapas pre-insurrezione, Amsterdam, i Paesi Baschi – si snoda una vicenda urbana contemporanea, appena oltre il plausibile, risolta con efficacia, divertente, agevole, popolare nella migliore accezione del termine. Il rischio del reducismo è presente, ma viene dribblato agilmente, con un tocco da futebol bailado sudamericano, perché la storia tiene, le storie del Duka sono impagabili – vedi quella del Punk Secco e della corsa di carrelli da supermercato, o l’incontro con i casseurs nella Parigi dei rifugiati politici italiani – e i personaggi, specie il giornalista free lance ex compagno e pusher di coca (e anche un paio di presenze femminili) sono ben delineati, calati nella realtà, credibili.

di Wu Ming 5

il manifesto, sabato 14 giugno 2008
+ “Surfando” sull’onda del movimento
“Siamo il sangue nuovo che scorre nelle metropoli”. Il Majakovskij reinterpretato dagli attivisti del Leoncavallo sintetizzava bene la scommessa politica che i centri sociali volevano rappresentare alla fine degli anni Ottanta. Un decennio di controrivoluzione neoliberale aveva cambiato radicalmente il panorama sociale delle metropoli italiane. Le mappe di Milano, Roma, Bologna, Firenze, Napoli, Torino non si erano solo arricchite di nuovi quartieri, ma segnalavano anche la presenza di intere aree dismesse che avevano costituito, solo una manciata di anni prima, luoghi simbolici di quel conflitto operaio e sociale che aveva lanciato l’assalto al cielo. Capannoni industriali, laboratori artigianali, vecchi palazzi, scuole pubbliche fatiscenti e perfino vecchie caserme militari erano stati svuotati degli uomini e delle donne che li avevano fatti diventare punti di riferimento politici, sociali, perfino architettonici. Occuparli sembrava un gioco da ragazzi. E quando il Leoncavallo era riuscito vincente dal conflitto dalla giunta leghista che lo voleva sgomberare, il virus si era diffuso in tutta Italia.
L’essere riusciti a resistere alla marea limacciosa e conformista degli anni Ottanta portava a dire che chi stava in un centro sociale era legittimato a rappresentarsi come il sangue nuovo che scorreva nella metropoli. Perché i centri avevano imparato a memoria le nuove mappe delle città. E dei suoi nuovi centri di potere.
Il legame tra metropoli e centri sociali è d’altronde il filo rosso del godibilissimo libro scritto da Duka e Philopat, due personaggi che hanno attraversato quell’esperienza dal loro esordio alla loro crisi, vivendo il primo a Roma, il secondo a Milano. Ora il Duka alterna il lavoro di giornalista free lance all’attività di editore della Agenzia X. Philopat è uno scrittore e un editore. Questo scritto assieme è un libro di storia orale, che ha al centro il Duka, personaggio noto nel “movimento” romano, definito sarcasticamente un dandy di periferia. Affabulatore come pochi, “schizzato” come tanti frequentatori degli spazi occupati, il Duka ha vissuto il punk, la nascita e la diffusione dei centri sociali in tutta la loro parabola. Sempre con un’attitudine inquieta e refrattaria a qualsiasi deriva identitaria del movimento, anche quella verso la quale ha sentito e sente maggiore “affinità elettiva”.
Viene dalla periferia di Roma, conosce la cultura di strada e con pragmatismo e disincanto ha accompagnato l’esperienza delle Posse, ha spesso perorato la causa dell’“autoreddito”, cioè che i centri sociali dovessero “fare società” e dunque garantire un reddito a chi partecipava alla loro gestione. Ha spesso parlato dei luoghi autogestiti come spazi per organizzare il lavoro precario, nonostante il fatto che il Duka è per il rifiuto del lavoro. Eppure ha lavorato nei progetti di avviamento al lavoro promossi da sociologi fulminati sulla via del “capitalismo molecolare”. Ha vissuto la stagione del movimento no-global. È stato a Genova dove ha capito che la guerra permanente al terrorismo è anche operazione di polizia internazionale contro i movimenti. Ha visto molti attivisti scegliere di entrare in Rifondazione comunista, giudicando con lungimiranza quella scelta un suicidio politico. Ha visto consumarsi l’illusione, coltivata da alcuni centri sociali, di poter condizionare la governance messa in piedi sal sindaco Walter Veltroni. Insomma, il Duka “surfa” sempre sulle onde che il “movimento” produce.
Ma questo libro è un appassionato documento anche sulla crisi dei centri sociali, rappresentata nel libro dal finto sgombero di Corviale. In poco più di venti pagine, il Duka ne racconta le diverse anime. Ci sono i pink, gli amanti di Puffolandia, gli emmelle duri e puri, i deleuziani, i negriani, gli occupanti, i black bloc, i cobassini: tutti affettuosamente stigmatizzati per la loro inadeguatezza per quanto sta accadendo in città.
Il risultato elettorale che ha consegnato il Campidoglio ad Alemanno è stato solo la ratifica della loro crisi. Ma non della loro scomparsa. In queste settimane ci sono stati molti incontri e tutti assieme, cosa inedita vista la loro litigiosità, hanno cominciato tutti quanti assieme a fare i conti con il modello di metropoli che Walter Veltroni ha provato a realizzare. Un modello che aveva come perno una “economia dell’evento” che metteva al lavoro intellettualità di massa e una costellazione di piccole imprese e che aveva come polmone finanziario il “surplus” di profitti e di rendita proveniente da una sorta di “uso capitalistico del territorio” che le giunte di centro sinistra ha cercato di governare, ma non di contrastare. Ma ci sono anche i senza casa, i migranti, i precari sans phrase, tagliati fuori dal “modello romano”. Inoltre, incombe su di loro la minaccia di sgombero. Sanno che dovranno resistere.
Non c’è però nessuna possibilità di ritornare alle origini. Non potranno, credo, i centri sociali essere i fortini assediati da cui organizzare la resistenza. Dovranno semmai imparare a conoscere le nuove mappe della metropoli. Dovranno cioè pensare che ogni singola esperienza vada trasformata in inchiesta sulla metropoli, per parlare tanto alla forza-lavoro occupata nell’“economia dell’evento”, ma anche ai migranti, agli occupanti di casa, ai precari sans phrase. Solo così riusciranno a ritornare ad essere “il sangue nuovo che scorre della metropoli”. E solo così l’onda riprenderà la sua forza. Se così sarà, il Duka sarà lì di nuovo a “surfare”. Senza prendersi sul serio, anche quando racconta storie serie.

di Benedetto Vecchi

Corriere della Sera (edizione milanese), 4 giugno 2008
+ Le borgate romane raccontate da Philopat
Un romanzo ambientato nel futuro, ma che attraversa la storia delle periferie negli ultimi 30 anni. Il libro “Roma K.O.” (Agenzia X) di Marco Philopat e Duka racconta “dal basso” delle borgate romane e altre periferie: lo presentano oggi il coautore, Marco Philopat (“La Banda Bellini” e “Lumi di punk”) con gli scrittori Vincenzo Latronico e Andrea Scarabelli. “Il Duka”, spiega Philopat, “viene dalla generazione del ‘No Future’”. Nel romanzo, il protagonista Gerardo è un giornalista che raccoglie la testimonianza del Duka sulla storia di un palazzo di periferia, il Corviale, durante lo sgombero ordinato dal “sindaco V.”… “Emergono le tensioni sociali delle periferie di cui le cronache parlano in questi giorni, e che il protagonista ha visto nascere da anni”, conclude Philopat.

di Ida Bozzi

il manifesto (edizione milanese), 4 giugno 2008
+ Roma K.O.
Marco Philopat e Duka si incontrano per presentare il romanzo scritto a quattro mani “Roma k.o.”, viaggio allucinato e frenetico in trent’anni di storia antagonista, dal 1977 al g8 di Genova. Per l’occasione il luogo dell’incontro è il Biko, poco distante dalla Stecca degli Artigiani ormai sgomberata, esempio di realtà sociale metropolitana soffocata; di questa e altre storie parlano gli autori del libro, insieme a Vincenzo Latronico e Andrea Scarabelli, seguiti dalle performance noise-elettroniche del collettivo “NoHumanNoCry”, con voi fino a notte.
Repubblica Milano, 25 maggio 2008
+ Ironico amarcod degli eterni antagonisti dal ’77 al G8
Più che un romanzo, è un viaggio in forma di fiction a ritmo lisergico. Ma anche un formidabile archivio storico del movimento underground in Italia. Visto da Roma, guardando verso Milano. E’ appena uscito per Agenzia X Roma K.O., firmato a quattro mani da due protagonisti della controcultura, il romanissimo Duka e il milanesissimo Marco Philopat. Il risultato è un romanzo (“d’amore droga e odio di classe”, come ironicamente recita il sottotitolo) che si legge tutto d’un fiato, agile, divertente, disincantato. La vicenda si svolge in cinque giorni del settembre 2008 tra scontri con le forze dell’ordine, assalti a centri commerciali in stile Ballard, assemblee e varia umanità militante. Ma poiché i protagonisti non sono più dei ragazzini, ogni pretesto è buono per raccontare ciò che è stato, trasformando i fatti in una moltitudine di agganci a metà strada tra l’amarcord e la cronaca storica antagonista, dal ’77 al G8 di Genova: la musica, il frastagliato arcipelago dei centri sociali, il catalogo di ogni tipo di droga naturale e sintetica, i punk e i fricchettoni, le occupazioni e il sesso, i viaggi e la letteratura alternativa. Il tutto, per fortuna, senza autocompiacimento da reduci.

di Sara Chiappori

D donna, 17 maggio 2008
+ Punk Ottanta
È la storia del Duka, cantore alterato e romantico della controcultura romana, dal movimento del 77 alla rivolta studentesca della Pantera, al Genova Social Forum del 2001. È un “romanzo d’amore, droga e odio di classe”, come annuncia il sottotitolo, firmato a quattro mani dal Duka e da Marco Philopat, uno che ha fatto la storia del punk italiano e che da qualche anno, libro dopo libro, ne racconta l’epopea. E un intreccio di due sguardi che osservano e raccontano centri sociali, rave, manifestazioni, punk rock. Qualcosa che per essere narrato ha bisogno dell’accelerazione e della pluridimensionalità delle droghe, perché bisogna arrivare all’estremo, allo stremo, al mitologico. Anche se tutto quello che hai è una vita precaria. Racconta il Duka, per cinque giorni e cinque capitoli avvolto nella fiction dove si nasconde Philopat/Gerardo, il giornalista che regista la storia e ne contiene il flusso inarrestabile di parole e di vita.Philopat, che cosa è questo ibrido che mischia invenzione e biografia?
Io lo chiamo romanzo orale. Mi piacciono le fiabe di strada e conosco la gente che ha vissuto e sa raccontare le rotture sociali e culturali della mia generazione. Come il Duka, che dal ’77, quando aveva 15 anni, ha vissuto sulla scena romana tutto quello che si muoveva, da protagonista.
Cosa avete in comune tu e il Duka?
Veniamo da quartieri popolari, io di Milano lui di Roma. Li negli anni ’80 i ragazzi venivano falcidiati dall’eroina. Noi due ne siamo usciti grazie a quel sussulto controculturale che è stato il punk.
Il Duka e ingordo di droghe e di griffe…
Nel romanzo c’è molta droga, moltissima, tutta. C’è lo spirito autodistruttivo del no future punk. C’è l’edonismo degli anni ’80 con la passione per le griffes e c’è l’amore romantico… Perché il Duka è testimone del suo tempo; vuol capire quello che piace alle pischelle, rifiutare i modelli ammuffiti degli anni ’70 e intrecciare il tutto con i nuovi linguaggi e la rivolta dello stile.
Romanzo anche d’amore, dunque?
Piuttosto dell’impossibilità di rimanere fisso dentro un percorso di crescita della coppia, una spinta nichilista che viene fuori sia nell’amore sia nella droga.
E l’odio di classe?
E quello che ti fa muovere, ti dà la botta di straordinarietà.

di Rosella Simone

Queer, supplemento di Liberazione, 11 maggio 2008
+ Amore, droga e odio di classe: Roma K.O. già prima di Alemanno
Anticipiamo un brano dal nuovo romanzo del Duka e Marco Philopat, nelle librerie dal 15 maggio Tra l’altro avevamo una cazzo di città dove c’erano pochissimi luoghi di ritrovo notturni – io andavo a San Lorenzo perché si diceva che era il quartiere degli autonomi e per la pizza che costava poco… C’erano solo due pizzerie allora a San Lorenzo – l’Economica e la Formula 1… Quando eravamo ragazzini ci facevano uscire giusto al sabato sera – avevamo undici – dodici anni e andavamo all’Economica. Pigliavamo l’autobus per andare a San Lorenzo a mangiare le pizze a 250 lire – alla fine te ne potevi sbranare tre – quattro – facevi la gara. C’era un amico mio – er Banana – che era un fenomeno. Una volta per una scommessa se ne mangiò cinque di seguito – poi ne vomitò tre… Le altre location notturne erano le due birrerie Peroni – una a via Nizza – una a Santi Apostoli – c’era pure il bar San Callisto a Trastevere – ma quello è sempre stato un bar tosto… Tuttora un punto di riferimento – una delle poche barricate metropolitane che restano – io alzo sempre tanto di cappello davanti al bar San Callisto – ogni volta che trovo una sacca di resistenza in un quartiere ormai di ricchi sfondati – che siano gli ultimi dei miserabili o l’eroinomane storico – io mi metto così – a pugno chiuso – perché sono barricate viventi – porco giuda! Ora poggiare il culo in un locale a Trastevere significa mollare dei soldi – porco dio – ti danno una pizzetta del cazzo e fatta pure male e ti costa più del sushi. San Callisto è una garanzia… Vai lì e con due euro ti pigli una vodka. Ecco – c’era il San Callisto – poi il bar della Malva e la birreria Trilussa – sempre a Trastevere. Questi erano i pochi locali di Roma. Ai tempi col fatto che non c’era niente – in ogni quartiere potevi anche aprire una birreria e sarebbe stato un affare – cosa che adesso non conviene – oggi funziona la logica del distretto – o la pigli a San Lorenzo – o al Testaccio – o la pigli a Trastevere o l’apri nella zona tra Garbatella e Ostiense – vicino a via Libetta… Funziona il distretto adesso – soprattutto al venerdì e al sabato quando c’è l’invasione dei ragazzini – come a Camden Town a Londra…Il mio cellulare sta squillando. Due clienti balordi mi chiedono di passare per il rifornimento.
“Vabbè smettiamo un attimo, riprendiamo dopo.”
Fuori dalla finestra il cielo nero sta virando al marrone. L’alba non è lontana. Il Duka ha gli occhi ridotti a due fessure arrossate, gli offro un po’ d’acqua per pulirsi le labbra dalla saliva bianca ormai secca.
“Che vita da bestie.” il suo viso è tirato in una smorfia schifata “tu sei un cazzo di laureato costretto a fare una vita infame e a smazzare per il minimo sindacale… E io sono trent’anni che mi sbatto, mi metto in mezzo, sono incasinato in tutti i modi possibili… Per cosa? Per vedere tutto affondare!”
“Duka, ma che stai a dire? Ti metti a fare il depresso?”
“Non si tratta di fare il depresso, ma di guardare le cose come stanno! Questo schifo di città va sempre peggio. Si gonfia ma non cresce… Ok, adesso ci sono tanti locali, tante cose da fare la sera e di notte, ma le persone disposte a mettersi in gioco dove sono? Si fanno tutti i cazzacci loro. Le persone stanno sole, isolate, al massimo nello stesso giro di conoscenze che non va al di là di quattro o cinque amici… Non c’è più la voglia, ma manco la curiosità di stare insieme con chi non si conosce. I rapporti sono sempre i soliti e noiosissimi oppure sono rapidi e superficiali. Tutto sfugge via veloce, anche i turisti fanno fatica a ritrovare i paesaggi delle cartoline, quello che hanno davanti è un corteo funebre… La gente, invece d’incazzarsi, si organizza la vita nello stesso modo… Tutti in fissa con l’ascesa professionale, a mordersi le caviglie uno all’altro.”
“Ma di che parli?”
“Guarda per esempio Ginevra! Che cazzo ci va a fare in Corea? Semplice, porta avanti la sua carriera, l’unica cosa che davvero conta per lei. Ormai se uno non è disposto a fare il pendolare tra Roma e l’altro capo del mondo non fai strada, non è dinamico, non è abbastanza flessibile. Anche quando si sbatteva in politica era una leader, come tutti quelli che predicano l’orizzontalità.”
“Ma quelli sono cazzi suoi, che c’entra adesso Ginevra con Roma…”
“C’entra, e anche col movimento! I compagni stanno cambiando, è un momento di merda, un periodo di riflusso! Forse è finita una fase e io non ci sto più dentro con questa gente… Non li capisco più.”
Non so se lasciar passare l’onda o cercare di calmarlo, facendogli capire che sta esagerando. Lui vede la mia espressione, la mia bocca che sta per pronunciare qualche stupida parola di conforto, allora si alza ed esce.
“Ok, hai ragione… Vado sul balcone a sbollire un po’.”
Che strano… Mi ha lanciato uno sguardo fin troppo lucido considerate la stanchezza e la sconvoltura. Alle volte penso che non sia così idiota come vuole far credere. Fa il brillante, l’ironico, oppure l’incazzato, il lamentoso, l’ipocondriaco, il ribelle senza causa, senza progetto, quello che s’impegna solo a portar mattoni, da matto, da fattone. Magari sono mille facce per nascondere quella vera… Provo ad ascoltare le ultime registrazioni. Resisto solo qualche minuto, poi lo raggiungo sul balcone.
Appoggiato sul bordo fissa il Corviale, le braccia incrociate a tenersi stretto il torace mentre il viso si contrae in un mezzo sorriso…
“Lo senti che non c’è un filo d’aria?” non si è nemmeno voltato a guardarmi “Vedi quanti cazzo di gabbiani ci sono? Lo sai perché? Sono peggio dei piccioni, dei topi volanti. Non circola più l’aria a Roma e il suo ventre molle è sempre più marcio… Per i gabbiani è l’ideale… Sentono la puzza di carogna e se ne vengono qui a banchettare… Prima se ne stavano alla foce del Tevere, era lì la nostra merda! Ora è tutta qui e loro svolazzano urlando di gioia sopra le nostre teste come corvi, avvoltoi…”
Che cazzo c’entrano i gabbiani, cosa rappresentano? Con chi ce l’ha?
Liberazione, 5 aprile 2008
+ Pazza storia di periferia con bardo metropolitano
Primo Moroni sosteneva che esistono due scuole che hanno la stessa importanza; l’università tradizionale e quella della strada. Marco Philopat, scrittore, editore e agitatore culturale, è cresciuto grazie a maestri incontrati per caso, proprio come il fondatore della Calusca, leggendo e scrivendo nelle fanzine, innamorandosi delle letture di Nanni Balestrini e Cesare Bermani, i primi a sperimentare e a studiare il racconto orale trasformato in scrittura e la sua valenza storica. Dal suo primo libro, Costretti a sanguinare, Philopat ha sempre cercato di narrare le controculture con un punto di vista interno e coinvolto. E dove si è fermata la sua esperienza, ha raccolto quella degli altri, lunghe chiacchierate senza fine, registrate e riversate in romanzi dove i ricordi si intrecciano alla ricerca storica. Convinto come è sempre stato che il racconto orale sia più reale, emozionante se non più obiettivo, della storiografia ufficiale. Da questo suo peculiare modo di affrontare le controculture, la necessità della memoria e il mondo della narrativa, sono nati romanzi come La banda Bellini, I viaggi di Mel, Lumi di punk, così come la serie di articoli che hanno composto le “Milaneidi” dei fascicoli di Liberazione sui 70. Nel solco di questa tradizione si inserisce a pieno titolo il lavoro, realizzato in 3 anni, Roma K.O. Romanzo d’amore droga e lotta di classe che uscirà a maggio per Agenzia X. Accanto alla milanese penna di Philopat, nella doppia veste di protagonista e autore, c’è il Duka, autentico bardo del movimento, di cui ha attraversato quasi trenta anni di storia. Figlio della borgata, nato e cresciuto tra la strada, i cortei, e i posti occupati, il Duka ha vissuto ogni singolo brandello della vita controculturale romana, e non solo, pronto a organizzare presentazioni di libri e dibattiti, a incordonarsi nei cortei, occupare case e difenderne gli abitanti, così come a lanciarsi nel più sfrenato rave. Autodidatta, ricco del sapere di strada, ma allo stesso tempo lettore guidato da una raffinata sensibilità, ha saputo formarsi riuscendo a miscelare le sue esperienze con lo studio, la cultura in ogni sua accezione. Non c’è nessuno nell’underground romano che non abbia ascoltato almeno una volta uno dei suoi racconti, storie con cui affascina chiunque; vuoi perché di solito narrate in piena notte, alticci dopo una serata a San Lorenzo, vuoi perché ogni sua esperienza ha il sapore del romanzo, vuoi per le continue inserzioni e riferimenti al mondo musicale, narrativo e cinematografico. La necessità che questi suoi racconti non andassero persi nel limbo di parole che volano via senza lasciare traccia, si annida da anni tra le persone più vicine a quest’insolito bardo metropolitano. È l’esigenza da cui nasce Roma K.O. , romanzo di tradizione orale, sì, ma allo stesso tempo diverso e originale, dove la fiction e la più sfrenata fantasia si intersecano con i racconti “dukali”, dove immaginazione e realtà creano un mix esplosivo che farà sorridere ogni lettore. Una storia che parte nel settembre 2008 quando gli abitanti dell’osceno serpentone di Corviale sono costretti a sfollare e vengono sistemati dal sindaco di Roma negli studios di Cinecittà. Ma gli abitanti non sono soli, c’è il movimento che, in un impeto di follia, decide di farsene carico e, con tutti i 6mila “corvialini” occupa l’intero centro commerciale di Cinecittà 2. La rabbia proletaria e le varie anime del movimento si troveranno così a vivere un’avventura-baccanale lunga cinque giorni che terminerà con un colpo di scena che non ha nulla da invidiare alle migliori fiction. In questa storia iperbolica, dove l’invenzione si miscela con i camuffati, ma non troppo, animatori dell’undergound romano, si inseriscono, “come un fiume in rotta” i racconti del Duka. Stralci di una vita vissuta in equilibrio precario tra l’edonismo più sfrenato e l’intima vocazione all’impegno politico. Squarci inediti di una storia dell’antagonismo italiano che, forse, senza questo libro non avremmo mai potuto conoscere. Un romanzo scritto senza la pretesa di colmare vuoti storiografici, ma con l’intima consapevolezza di aver raccolto e fissato sulla carta un patrimonio culturale che non poteva andare perso.

di Emanuela Del Frate

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