rifugiato

Rifugiato

www.nuoveradici.world, 6 luglio 2019
+ Rifugiato. Un’odissea africana

Anticipiamo un estratto del libro, edito da Agenzia X, scritto da Emmanuel Mbolela, giovane attivista di origini congolesi, perseguitato nel suo Paese d’origine e diventato profugo, che racconta quelle che per lui sono le vere ragioni (politiche) dell’immigrazione odierna.

Emmanuel Mbolela è nato nel 1973 nella Repubblica Democratica del Congo, ex Zaire. Nel 2002, perseguitato per ragioni politiche sin da quando era studente, ha dovuto lasciare il suo Paese diventando un profugo. Uno dei tanti che attraversano mari e monti per raggiungere l’Europa. Il suo viaggio è durato sei anni, prima di ottenere lo status di rifugiato. In questo libro, tradotto con successo in Germania e in Francia, questo attivista che ha fondato l’Associazione dei rifugiati congolesi in Marocco Aircom, non racconta solo le angherie e le violenze subite. Il suo è anche un manifesto politico. Uno straordinario j’accuse contro i veri responsabili dell’odissea senza fine di milioni di africani: “C’è una sola verità: l’immigrazione è la conseguenza dei programmi del Fondo Monetario Internazionale e del saccheggio delle risorse da parte delle multinazionali. Non prendetevela con noi e puntate il dito sui veri responsabili”.
Per gentile concessione dell’autore e della casa editrice Agenzia X pubblichiamo l’introduzione all’edizione italiana

Nel giugno del 2014 il mio libro è stato pubblicato per la prima volta in tedesco e nel gennaio del 2016 in francese. Le conferenze nei diversi paesi d’Europa in cui l’ho presentato mi hanno permesso di incontrare molte persone che non sono rimaste insensibili alla causa che difendo e che all’inizio è stata solo la mia, ma che poi è diventata quella di tante altre perso- ne costrette, come me, a lasciare i loro paesi per varie ragioni. Molti tra coloro che hanno ascoltato le mie conferenze o letto Rifugiato, si sono impegnati a sostenere questa causa che è quella degli esseri umani ai quali è stata rifiutata l’umanità.
La loro unica colpa è di essersi incamminati verso l’Europa. Uomini, donne e bambini che vengono lasciati morire nel Mediterraneo anche se si hanno tutti i mezzi necessari per salvarli.
Le persone e le organizzazioni solidali che cercano di dare un aiuto sono perseguitate e condannate, quando in realtà stanno compiendo il loro dovere d’assistenza in presenza di esseri umani che rischiano la morte. I viaggiatori, sopravvissuti al terribile percorso del deserto, si trovano bloccati in alcuni paesi del Nordafrica, dove subiscono un trattamento umiliante e inumano. Il recente reportage sulla tratta dei migranti in Libia, diffuso dal canale televisivo americano Cnn, ha rivelato al mondo la sorte riservata alle persone che migrano. Ora gli europei al potere fanno finta di esserne sorpresi, sebbene sia la conseguenza delle inconcludenti politiche che mettono in atto. Le loro collaborazioni con le milizie libiche per il controllo delle frontiere e delle vittime favoriscono invece le persecuzioni. La rabbia provocata da quelle orribili immagini non sembra aver suscitato l’indignazione che ci si aspettava. Pertanto questa odiosa pratica, che ci ricorda quella subita dai nostri nonni e bisnonni, esiste con la complicità degli stati membri dell’Unione europea, malgrado essi si dichiarino garanti della protezione dei diritti umani.
L’Italia, paese vicino alla Libia, può osservare quotidianamente la lotta per la sopravvivenza di migliaia e migliaia di persone che combattono per la propria dignità. Per questo motivo si incamminano verso il deserto, il mare e l’oceano come facevano gli europei qualche decennio fa. La necessità dà coraggio, partiamo perché non abbiamo alternativa.
Come diceva una signora con la quale ho parlato nel nostro centro di accoglienza per le donne: “Nel mio paese, dopo gli studi, mi sono sposata, ho avuto dei figli e, improvvisamente, io e mio marito abbiamo perso il lavoro. Non riuscivo neanche a comprare un pezzo di pane per i miei piccoli. Per questo ho deciso di partire. Li ho lasciati a mia madre dicendo che andavo alla ricerca della loro dignità. Non sono morta nel deserto ma potrebbe succedere nel mare, almeno i miei figli sapranno che ho lottato fino alla fine. Se riesco ad attraversare il mare e arrivare in Europa, lavorerò sodo per loro. La cosa peggiore per me sarebbe quella di ritornare nel mio paese e guardarli in faccia. Non sopporterei di vederli soffrire”.
L’Europa, verso la quale ci dirigiamo per tentare di sopravvivere, si fortifica. Le frontiere sono ermeticamente chiuse. Si costruiscono muri da est a ovest e da nord a sud. Alcuni accordi stanno per essere imposti a diversi paesi africani per controllare le proprie frontiere, contro quella che chiamano l’immigrazione clandestina. Questi muri si erigono sempre di più all’interno dell’Africa, al punto che un giorno ci sveglieremo senza trovare più il sentiero per andare dal vicino.
Per proteggere i suoi confini, l’Europa ci lascia morire nel Mediterraneo, con il pretesto che la nostra salvezza causerebbe un flusso d’arrivi esponenziale. Chi non ce la fa non ha né nomi né origini. Tutti vengono chiamati clandestini. A lungo lasciati in pasto ai pesci, oggi sono abbandonati nelle mani della milizia libica, ormai senza fede né legge. Le loro vite non hanno alcun valore e le loro morti non provocano nessuna emozione.
Il Mediterraneo è diventato la fossa comune per migliaia di migranti e la Libia il mercato degli schiavi del XXI secolo! Tutto ciò non accade, come nel deserto, lontano dalle telecamere dei canali televisivi e dai giornalisti, anche se tutti ne sono al corrente. I corpi ritrovati sono inumati senza che alcuna indagine venga svolta per ritrovare le famiglie e avvertirle. Per salvare la faccia ci si commuove, ma in realtà nessuno sforzo è compiuto per liberare le persone in ostaggio dalla milizia libica. È degno di nota il silenzio complice dei potenti africani quanto di quelli europei. Assistiamo senza reagire alla cooperazione tra i paesi europei e la criminalità, finanziata per rinchiudere e infliggere un trattamento crudele e inumano ai migranti.
Io sono una di queste persone. In cammino verso l’Europa, come tanti altri migranti, sono stato derubato dai banditi nel deserto, ho dovuto lavorare in nero a Tamanrasset in Algeria, nascondermi per mesi ad Algeri, per poi passare clandestinamente la frontiera con il Marocco, dove sono rimasto bloccato per quattro lunghi anni. Insieme ad altri compagni abbiamo lottato per i nostri diritti.
Ho scritto questo libro per raccontare la nostra storia.

Fabio Poletti

Pulp libri, gennaio 2018
+ Non prendetevela con noi. Lotte e organizzazioni dei migranti
Colpisce nel memoir di Emmanuel Mbolela (ma il libro, uscito in Germania qualche anno fa e ora tradotto in italiano da Agenzia X, è molto di più di un semplice resoconto di viaggio) il grande posto riservato alle donne. Esse sono certo le prime vittime dei viaggi dei migranti, abusate in ogni passaggio di frontiera così come nei ghettoes che si formano nei pressi dei confini, oggetto di lotte fra bande e a volte violentate dagli stessi connazionali, ma sono anche le più determinate e radicali: pronte alla solidarietà auto-organizzata e alle lotte per i diritti dei migranti.
Il racconto di Emmanuel Mbolela, (fuggito nel 2002 dalla Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire per sottrarsi alle persecuzioni politiche, e arrivato nel 2008 in Olanda dove è stato riconosciuto come rifugiato politico) si differenzia da altri racconti della migrazione – altrettanto tragici – per la lucidità politica con cui individua le cause prime della migrazione e la necessità dei migranti di organizzarsi collettivamente in prima persona.
In una recente intervista Mbolela afferma che i migranti non hanno aperto “vie nuove”, ma semplicemente ripercorrono al contrario quelle aperte a suo tempo dall’Europa per penetrare in Africa: sono le vie degli antichi imperi coloniali, le politiche del Fondo Monetario Internazionale e la geopolitica delle multinazionali che ancora determinano il destino di quei Paesi e con la destabilizzazione dei Paesi africani fanno i loro guadagni. Le fabbriche di armi che guadagnano sui conflitti “tra africani” non sono certo in Africa. Queste sono le cause prime della migrazione che l’Europa non vuole vedere.
Quando Mbolela – dopo un viaggio massacrante – arriva in Marocco dove rimarrà per 4 anni, ben presto si accorge che il Paese Nord Africano funziona come frontiera esterna dell’Europa e che l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) più che difendere i diritti dei migranti (come da mandato ONU) esercita la gestione dell’esternalizzazione delle frontiere e il controllo dei flussi di persone per conto dell’Europa, dalla quale riceve cospicui finanziamenti. Così come in Turchia, in Libia… ma anche in Bosnia dove in questi mesi sono bloccati i migranti della “nuova rotta Balcanica”, picchiati e rimandati indietro dalla polizia croata, per conto della democratica Europa, ogni volta che tentano di attraversare la frontiera. Mbolela lo dice chiaro: “Quando più tardi cominciai a lottare in Marocco contro questi atti, scoprii che il trattamento disumano di cui noi subsahariani eravamo vittime nei paesi del Magreb, era stato fortemente incoraggiato dall’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori, come dicevano gli euro-burocrati”.
Lo status di richiedente asilo rilasciato dall’UNHCR non vale nulla in Marocco, puoi essere in continuazione rastrellato dalla polizia, rimandato indietro e abbandonato senza tanti complimenti nella trappola del deserto, non hai la possibilità di lavorare o di accedere ai servizi minimi sanitari, i bambini non possono andare a scuola, gli uomini si devono arrangiare col lavoro nero, le donne sono consegnate alla prostituzione, non puoi affittare una casa…
(Per inciso il Decreto Immigrazione – Sicurezza appena diventato legge in Italia con la norma che impedisce alle amministrazioni comunali l’iscrizione dei richiedenti asilo all’anagrafe va ad incidere proprio su questo fondamentale diritto – il diritto all’iscrizione anagrafica – gettando i migranti nella totale insicurezza e impossibilità di costruirsi una vita normale: senza carta di identità non puoi iscriverti a un corso di formazione, andare in una agenzia per cercare lavoro, e giù a cascata…).
Effetto “collaterale” della mancanza dei diritti fondamentali è il razzismo che si sviluppa contro chi mancando di documenti è di fatto inesistente e viene visto come un “pericoloso fuorilegge”. Ben lo sperimenta Mbolela sulla sua pelle in Marocco, dove finanche i bambini si sentivano liberi di insultare i migranti.
In questa situazione Mbolela insieme ad altri rifugiati e facendo leva su un istituto informale molto interessante di autorganizzazione dei migranti – vale a dire le “chiese dal basso” che si costituiscono intorno a figure che durante il viaggio si sono distinte per solidarietà e coraggio e che ne diventano i pastori (Man of God) – organizza l’ARCOM (Associazione dei Rifugiati Congolesi) che, oltre a far pressione sulle ONG e l’UNHCR per avere i documenti e quindi l’accesso a diritti come il lavoro o la scuola elementare per i bambini, si è battuta contro la deportazione dal Marocco degli africani subsahariani tutelati – solo a parole – dallo status di richiedenti asilo.
Non siamo criminali, come ci vuole rappresentare nella vulgata razzista, ma non siamo neanche delle semplici vittime, siamo dei soggetti che in prima persona prendono in mano il proprio destino – insegna Mbolela – che da ultimo dice una cosa semplice, ma che nessuno oggi riconosce ai migranti: si scappa dalle guerre, si scappa dalla miseria economica, si scappa dagli effetti indotti dai cambiamenti climatici, ma si esercita anche il desiderio fondamentale – che appartiene da sempre a ogni essere vivente – di voler vedere e stare in luoghi nuovi e che non si conoscono. Un desiderio questo che solo i turisti e il ceto cosmopolita sembra abbiano il diritto di esercitare.

di Elisabetta Michielin

www.carmillaonline.com, 31 dicembre 2018

+ Libertà di migrare, lotte e solidarietà

Intervista a Emmanuel Mbolela, autore di Rifugiato. Un’odissea africana.
Libertà di migrare, solidarietà, lotta, questi sono forse i tre concetti su cui si articola il libro Rifugiato. Un’odissea africana di Emmanuel Mbolela, pubblicato prima in Germania e Francia e ora tradotto in Italia da Agenzia X (pp.190, 15 euro). L’autore del libro, Emmanuel Mbolela, è stato militante dell’opposizione e ha dovuto fuggire dalla Repubblica Democratica del Congo nel 2002, ha poi ottenuto asilo politico in Olanda, nel 2008. Il suo viaggio è durato sei anni durante i quali ha affrontato – come migliaia di altri africani in questi anni – difficoltà e sofferenze: racket, contrabbandieri, agguati nel deserto del Sahara, lavoro nero e, infine, la rete del Marocco, dove è rimasto bloccato per quattro anni. Lì con altri compagni fondò l’associazione dei rifugiati congolesi in Marocco, rifiutando di essere vittime silenziose e impotenti, organizzando lotte e reti di solidarietà. Da lì ha incontrato reti di attivisti pro-rifugiati in Germania e co-fondato l’associazione Afrique-Europe Interact.
Le migrazioni sono la questione sociale globale in cui l’indifferenza si sposa all’ipocrisia, con un capovolgimento dell’evidenza: i soggetti che partono dall’Asia e dall’Africa, migranti o profughi, che affrontano viaggi interminabili e rischiano la morte per terra e per mare, sarebbero i privilegiati che sottraggono agli sfortunati europei le risorse indispensabili al benessere e minacciano la sicurezza. Le vittime diventano così carnefici delle presunte identità nazionali. Il rovesciamento ha effetti paurosi. Le organizzazioni umanitarie, che si occupano di salvare i migranti, sono state bersaglio di una campagna di diffamazione – a cui hanno partecipato partiti e giornali di destra, trasmissioni scandalistiche, magistrati e ambienti fascistoidi che si nascondono dietro associazioni di studi geo-politici. Tutto questo è servito a legittimare, agli occhi di un’opinione pubblica disinformata e indifferente, le politiche europee e italiane di “contenimento dei migranti”. Con Emmanuel Mbolela abbiamo cercato di decostruire questa narrazione. Fin dalle prime risposte è evidente che Emmanuel non è interessato a parlare di sé, non vuole essere biografico. Le sue dichiarazioni sono frutto del sapere delle lotte e delle reti di solidarietà che ha vissuto e contribuito a creare. Porta il discorso sempre sul piano politico, mai su quello personale, non vuole fare l’eroe o il leader, ma dare un contributo politico a questioni politiche.

In un bel libro recente dal titolo Libertà di migrare. Perchè ci spostiamo da sempre ed è bene così (Einaudi, pp. 144, 12 euro), Telmo Pievani e Valerio Calzolaio, appoggiandosi alle ricerche del genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, dimostrano – oltre all’unica origine africana – che le popolazioni umane migrano da milioni di anni, per necessità o per scelta. È così che l’essere umano si è evoluto. Si emigra per necessità, ma si emigra anche per desiderio…
Da che il mondo esiste le migrazioni sono sempre avvenute, e sicuramente nei giovani che partono c’è una compresenza di motivazioni. Con la planetarizzazione delle comunicazioni e dell’informazione, c’è il desiderio di conoscere, di viaggiare, di avere la possibilità di essere più liberi. Il pianeta Terra è la casa di tutti e le strade che gli uomini e le donne migranti intraprendono per venire in Europa non sono gli africani che le hanno create, le hanno create gli europei per saccheggiare l’Africa, queste strade oggi devono essere libere e sicure per i migranti che vogliano farle nel senso inverso. D’altro canto vorrei sottolineare che per molti non si dovrebbe parlare di migrazione economica, ma di persecuzione economica, perché la povertà e la mancanza di risorse da cui si fugge è il risultato del colonialismo prima e oggi dello sfruttamento delle multinazionali che hanno la protezione di governi corrotti. Uno dei discorsi che si ascoltano in Europa è che con la conquista dell’indipendenza dal colonialismo la colonizzazione nei Paesi africani sia stata annullata. Purtroppo non è così l’eredità del colonialismo e la colonizzazione sono continuati con lo sfruttamento delle risorse e delle materie prime da parte delle multinazionali e dal ricatto – a livello strutturale ed economico – delle politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.

Quando sei partito avevi idea di cosa avresti dovuto affrontare?
Avevo partecipato alle lotte contro la dittatura e a causa della repressione ho dovuto decidere di partire senza preparazione. Prima in Congo Brazaville, e poi attraverso quattro Paesi e migliaia di chilometri ho raggiunto il Mali, per affrontare la durissima traversata del deserto e arrivare in Algeria. Dopo due anni di viaggio riuscii a raggiungere il Marocco. Ma il calvario no era finito, lì non avevamo nessun diritto, non avevamo la possibilità di lavorare, la repressione era feroce e anche la possibilità di essere respinti di nuovo in Algeria.

È allora che vi rifiutate di essere vittime inattive…
Migranti e rifugiati non sono solo vittime, si sanno organizzare. Ci sono due cose importanti, che ho cercato di far emergere nel libro, da un lato, la solidarietà pragmatica e diretta. I migranti si aiutano e si consigliano, non pensano solo a se stessi. È un piccolo mondo che nessuno conosce e che garantisce la sopravvivenza di migliaia di persone. E poi c’è l’auto-organizzazione, la lotta. Forte della mia esperienza politica, ho contribuito a fondare l’associazione dei rifugiati congolesi in Marocco. Organizzammo le prime dimostrazioni davanti all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e abbiamo rivendicato dignità e diritti. Abbiamo iniziato a porre richieste al di là del singolo aiuto e della carità per la sopravvivenza. Abbiamo posto questioni politiche. Quattro anni di lotte. Di sofferenze e di lotte.

Qual è la tua opinione sull’esternalizzazione delle frontiere da parte dell’Europa?
Esternalizzare le frontiere è immorale e illusorio, così com’è illusorio cercare di fermare la migrazione inviando nei Paesi africani le immagini dei morti nel mediterraneo. Il Marocco ha giocato un ruolo di precursore nella politica migratoria europea dell’esternalizzazione: l’Europa, con il primo provvedimento euroafricano del 2006 istituzionalizza formalmente l’esternalizzazione dell’asilo: finanziare il Marocco per rinviare gli esseri umani nel deserto. La caratteristica fondamentale del processo di esternalizzazione voluto dall’Unione Europea apre delle trattative con paesi terzi senza tenere in considerazione quale sia lo stato dei diritti umani in questi luoghi o come vengano gestite dai governi locali le questioni migratorie. L’unico elemento che viene preso in considerazione è quello dell’interesse geopolitico, nel senso che vengono aperte trattative con Paesi “chiave” alla luce della loro vicinanza con l’Europa. Se da sempre si fa un utilizzo strumentale dei fondi allo sviluppo, adesso si è proprio messo nero su bianco che tali aiuti sono incentivi o penalità per chi collabora o meno nelle procedure di espulsione e rimpatrio. Gli aiuti allo sviluppo sono così diventati ufficialmente uno strumento di attuazione di politiche di controllo nei paesi di origine e transito dei flussi migratori. In pratica il traffico di uomini e soldi di cui sono accusati i passeurs viene gestito dall’Unione Europea e dagli Stati coinvolti. Si parla dei trafficanti di uomini come il peggior esempio della specie umana, ma quando le negoziazioni vengono fatte a livello istituzionale, come si è fatto con la Turchia, Marocco, Algeria, così come ora con le milizie libiche, lo stesso traffico di uomini assume un carattere non moralmente denunciabile. Il viaggio viene reso più difficile ma non viene sicuramente fermato il flusso migratorio.

Hai dei consigli o delle critiche per i movimenti europei antirazzisti che appoggiano le lotte e i diritti dei migranti?
Capire realmente perché i migranti si muovono dai propri Paesi d’origine e soprattutto la realtà di quei Paesi, senza accontentarsi di spiegazioni generiche tipo “vengono dalla guerra, vengono dalla miseria”. Sono spiegazioni macro-geografiche che non fanno comprendere i motivi reali e conoscere i reali responsabili di questa situazione.

Sostieni che il libro sia uno strumento di lotta, perché?
Ho fatto più di 300 presentazioni dell’edizione tedesca in Germania, Svizzera e Austria. Poi c’è stata l’edizione francese e ora quella italiana. La vendita del libro serve per dare informazioni reali sulla questione, creare relazioni e collaborazioni, e per sostenere le associazioni di rifugiati subsahariani in Marocco, in particolare un centro per donne migranti a Rabat e anche per la scolarizzazione dei figli dei migranti (prima del 2013 l’istruzione pubblica per i bambini migranti era negata, ora sulla carta è possibile, ma la realtà di povertà la rende difficile).

Nel libro scrivi del “disgusto di vivere, la voglia di morire” che hai provato in certi momenti durante il tuo viaggio, ma scrivi anche che “o reagiamo o finiremo ‘consumati’”, cioè accettando apaticamente ingiustizie e sofferenze. Molto forte è la determinazione delle donne, che ti dicono: “preparati perché verremo a prenderti per andare a fare un sit-in davanti agli uffici del Unhcr e ci rimarremo finchè non ci presenteranno soluzioni degne di questo nome…”. E una giovane madre per spronarti alla lotta: “…se tu hai paura della morte, sappi che io mi considero già morta e quindi non ho paura”.
Una parte interessante del libro è dedicato a come le donne vivono violenza e sfruttamento maggiori rispetto agli uomini, ma anche come siano promotrici di iniziative di resistenza e protesta. Il ruolo della donna in Africa sta cambiando, anche nella mia esperienza di lotta in Marocco senza il coraggio delle donne non saremmo stati così incisivi.

Cosa ti aspetti dalle presentazioni italiane? L’Italia è il Paese dove la retorica dell’“aiutiamoli a casa loro” viene utilizzata da destra a “sinistra”…
L’Italia è un Paese importante nella questione delle migrazioni, è una porta d’ingresso, è il Paese in cui si assiste agli annegamenti, si lascia morire la gente in mare nonostante si abbiano tutti i mezzi per salvarla, e quindi è importante questa traduzione. Penso che la conoscenza e l’informazione reale delle situazioni dei Paesi d’origine sia fondamentale. La retorica dell’“aiutiamoli a casa loro”, sostenuta da partiti e movimenti di varia estrazione, non è valida, è falsa e ipocrita, non solo perché – mi ripeto – il pianeta Terra è la casa di tutti, ma anche perché le strade che oggi gli uomini e le donne migranti intraprendono per venire in Europa non sono gli africani che le hanno create, ma sono le strade che gli europei hanno creato per andare in Africa, oggi devono essere libere e sicure per i migranti che vogliano farle nel senso inverso. Quando gli europei sono arrivati in Africa non sono stati mandati via, anzi, si sono impossessati delle ricchezze e delle materie prime (e i benefici in maggior parte non rimangono in Africa), cosa che le multinazionali continuano a fare, destabilizzando politicamente quei Paesi per avere più facilità nei loro intenti. E le armi che nei Paesi africani vengono usate per le guerre non sono prodotte in Africa, vengono dall’Europa.
Se dobbiamo cercare soluzioni ai problemi del pianeta dobbiamo trovarle assieme, rendendo possibile la libertà di migrare degli esseri umani e ragionando sull’uso delle materie prime.

Nota: Emmanuel Mbolela e il collettivo delle traduttrici che hanno curato l’edizione italiana di Rifugiato saranno di nuovo in Italia a inizio 2019, chi volesse organizzare una presentazione del libro può contattare l’editore Agenzia X.

di Marc Tibaldi

www.dinamopress.it, 15 novembre 2018

+ Rifugiati: o reagiamo, o saremo consumati!

Intervista a Emmanuel Mbolela, attivista e rifugiato congolese, che con il suo libro “Rifugiato, un’odissea africana”, ci mostra e ci ricorda l’importanza della presa di parola dei protagonisti delle migrazioni contemporanee nel circuito migratorio internazionale

Emmanuel è un attivista congolese, perseguitato per ragioni politiche e costretto a lasciare il suo paese d’origine. Dopo due anni di viaggio attraverso l’Africa, Emmanuel arriva in Marocco dove rimarrà bloccato per 4 anni a causa dei dispositivi securitari messi in atto dai paesi dell’accordo Schengen. È proprio in Marocco che Emmanuel, senza possibilità di accesso al lavoro e privato dei diritti basilari, decide di ricominciare la lotta politica che l’aveva costretto a fuggire dal Congo. Da così vita ad un progetto inedito per il Marocco: fonda, insieme ad i suoi compagni esiliati, l’Arcom (Associacion des réfugiés et demandeurs d’asile congolais au Maroc), un’organizzazione per la rivendicazione dei diritti dei rifugiati e dei richiedenti asilo congolesi. Dopo anni di attivismo, l’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite) gli concede la possibilità di chiedere asilo politico in Olanda.
Il trasferimento in Olanda non indebolisce il desiderio di Emmanuel di raccontare al mondo non solo la sua, ma le innumerevoli storie delle persone conosciute durante gli anni dell’esilio, dalla fuga dal Congo, all’attraversamento dei mille confini lungo la rotta migratoria. Da queste memorie nasce l’idea del libro Rifugiato, pubblicato per la prima volta in lingua tedesca nel giugno del 2014. Segue la pubblicazione francese nel gennaio del 2016 e quella italiana nel 2018 per Agenzia X.
Emmanuel racconta la sua storia, cominciata nel 2002 con la partenza dalla sua città natale, Mbuji Mayi, in quanto perseguitato politico. Le vicende che si susseguono sembrano mostrare un quadro comune a tante persone che scelgono di salvarsi e di intraprendere il lungo cammino verso l’Europa.
Quel che emerge dal racconto di Emmanuel ci mostra quanto sia importante narrare una storia complessa e poliedrica, una storia d’esilio e di migrazione, ma anche una Storia, con la S maiuscola, di una regione dell’Africa, che diviene paradigma di un’epoca: da una parte quella delle frontiere e dei “nuovi guardiani d’Europa”; dall’altra quella degli esuli e dei rifugiati alla continua ricerca di una via di fuga. Ma l’importanza di una presa di parola da parte dei migranti stessi contribuisce a mostrare il vero volto delle migrazioni, per sottrarne i protagonisti da quella categorizzazione univoca di “vittima” bisognosa di qualcun altro che parli per lei. Emmanuel invece parla, prende parola, rivendica la propria soggettività, la propria dignità, attraverso un racconto polifonico che diventa il racconto di molti uomini e donne che con Emmanuel condividono un percorso, uno status e “un’odissea africana”.
Il libro di Emmanuel sembra una risposta articolata a quell’idea parziale di un continente africano omogeneo, senza storia, se non come riflesso della Storia di coloro che quel continente hanno dominato, sfruttato e umiliato nel nome della superiorità razziale, dello sviluppo e della civilizzazione. A quest’immagine Emmanuel contrappone la sua narrazione, che si fa storicamente profonda, senza far passare in secondo piano il ruolo del colonialismo e dei suoi strali. Attraverso la narrazione dei nuovi movimenti politici africani, grandi e piccoli, delle organizzazioni solidali e delle azioni conflittuali di coloro che hanno ottenuto un permesso di soggiorno o sono ancora incastrati nel circuito dell’irregolarità, si può riaffermare il legame con una Storia comune e quindi il possesso di una soggettività.
«Spesso si tende ad avere dei migranti un’immagine di vittima» – ci dice Emmanuel – «ma quest’immagine non corrisponde alla realtà. Ad esempio, una volta rimasto bloccato in Marocco e fondata l’organizzazione Arcom con i miei connazionali, molte altre comunità di rifugiati hanno seguito l’esempio e hanno cominciato a organizzarsi. Possiamo dire che oggi in Marocco ci sia una profonda sensibilità politica tra i migranti, i quali stanno prendendo parola e che stanno lottando per denunciare le loro condizioni e per rivendicare i loro diritti, ma anche per porsi la questione fondamentale, alla base di tutto questo, vale a dire del perché ci siamo trovati in questa condizione».
La storia che Emmanuel ci racconta comincia infatti molto tempo prima dell’inizio del suo viaggio nel 2002. Era il 1885, quando alla Conferenza di Berlino (il cosiddetto “scramble for Africa”) venne decisa la spartizione dell’Africa e il Congo divenne un possedimento di Leopoldo II del Belgio che ne fece la sua azienda privata, dichiarando al contempo di portarvi civilizzazione e sviluppo. Tramite un sistema di sfruttamento delle materie prime, la popolazione locale fu di fatto utilizzata come forza lavoro, martoriata e sfruttata nelle piantagioni di caucciù. Nel 1908 una legge parlamentare dichiarò il Congo una colonia belga. «Doveva essere un modo per porre fine alle violenze perpetuate da Leopoldo II» – prosegue Emmanuel – «ma in realtà quando i colonizzatori arrivarono in Congo, le violenze e lo sfruttamento si intensificarono, a causa della scoperta di numerose materie prime. In quegli anni, le lotte dei lavoratori non sono mai cessate, nonostante le azioni di conflitto e le rivendicazioni venissero messe a tacere con la forza».
Arriviamo agli anni ’50 del Novecento, vale a dire gli anni in cui in diversi paesi dell’Africa cominciarono ad agire i movimenti di liberazione. In Congo questa lotta venne capeggiata da Patrice Emery Lumumba. «I colonizzatori belgi scelsero di destabilizzare il paese mettendo in conflitto le diverse etnie presenti e attribuendo la responsabilità di questo disordine a Lumumba, il quale venne accusato di tendenze comuniste, xenofobe e contrarie alla Chiesa cristiana. Tutto questo aveva lo scopo di screditare l’immagine di Lumumba al fine di eliminarlo politicamente». Fu così che, nel 1961, Lumumba venne arrestato e assassinato con un’azione congiunta dei belgi e della CIA. Alla morte del leader congolese, prese il potere, grazie allo stesso appoggio occidentale, Mobutu, che governò per oltre trent’anni, passando alla storia come lo spietato dittatore del Congo. «Mobutu è stato messo al potere solo affinché il Belgio e gli americani potessero continuare a sfruttare le materie prime per le proprie industrie. Il Congo è ricco d’oro, di diamanti, di rame, di uranio, quello stesso uranio che è stato utilizzato per costruire la bomba atomica sganciata su Hiroshima e Nagasaki. Oggi la nuova materia strategica presente in Congo è il Coltan, che serve per produrre i cellulari. A causa di queste pratiche di sfruttamento della popolazione, si è diffusa una profonda sofferenza che ha condotto a una ribellione e a una guerra che ha causato la morte di 6 milioni di persone, un milione e mezzo di sfollati, e centinaia di migliaia di donne violentate: lo stupro è diventato un’arma di governo».
All’epoca Emmanuel era uno studente universitario. L’indignazione e la rabbia di fronte alle contraddizioni di un paese così ricco di risorse naturali e la povertà estrema in cui viveva la sua popolazione lo spronarono ad impegnarsi politicamente. Cominciò la sua militanza nel partito d’opposizione, l’Unione per la Democrazia e lo Sviluppo in Congo (UPDS). Sarà questo impegno politico che lo costringerà a scegliere la via dell’esilio. Nel 2002 Emmanuel e i compagni dell’UPDS organizzarono una manifestazione pacifica contro lo sfruttamento della popolazione congolese, alla quale Mobutu rispose con la forza, inviando polizia ed esercito.
«Ci hanno torturato, arrestato e sparato addosso. Ogni volta che parlo di questa manifestazione non posso fare a meno di pensare a due miei amici morti in quell’occasione. Io e altri compagni siamo stati arrestati e portati in carcere. Sapete che le carceri in Congo non sono come quelle in Europa. Non c’è acqua potabile, non ci sono bagni e non ti danno da mangiare. L’unica cosa che ti è riservata è la tortura, giorno e notte. La mia unica fortuna è stata la presenza dei miei genitori che mi hanno aiutato a evadere di prigione. A quel punto ho dovuto lasciare il mio paese».
Comincia così il secondo capitolo del libro, con la descrizione del viaggio, prima nel Congo Brazzaville, per poi passare in Camerun, Nigeria, Benin, Burkina Faso, Mali, Algeria e infine Marocco. Nel descrivere questo viaggio Emmanuel riporta con grande lucidità e dovizia di particolari i volti e le storie delle persone incontrate che come lui si trovavano ad affrontare le stesse difficoltà. Un segno indelebile nella memoria di Emmanuel è legato al destino delle donne incontrate nel tragitto: «spesso le donne subiscono delle violenze atroci e a volte vengono utilizzate come merci di scambio per poter passare le frontiere».
Una volta arrivato in Marocco l’attivismo di Emmanuel si rivolge alle vicende dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Egli stesso ottiene protezione a Rabat attraverso l’UNHCR, ma si rende subito conto che quella protezione ha poco valore: «[l’asilo politico] non dava molti diritti e non avevamo accesso alle cure sanitarie, non avevamo il diritto di accedere al mercato del lavoro e persino i figli dei rifugiati non avevano accesso alle scuole pubbliche».
Da quel momento il racconto di Emmanuel si fa intenso e dettagliato rispetto alle vicende della migrazione, delle sue difficoltà esistenziali che si intrecciano costantemente con questioni politiche di più ampio raggio.
«Argon è stata creata come una risposta alle violenze di cui eravamo testimoni» –prosegue l’intervista. «Abbiamo pensato che, se non avessimo reagito, saremmo stati consumati. La maggior parte di noi era costretta a vivere nei ghetti, dai quali non potevamo uscire per la mancanza di documenti, così che la nostra prima azione è stata quella di provare a uscire da questi ghetti per denunciare le autorità marocchine e le violenze che ci stavano facendo in osservanza degli accordi con l’Europa. Per questo la nostra organizzazione ha sempre condotto una denuncia delle politiche europee, dell’esternalizzazione delle frontiere, degli accordi che l’Europa ha fatto con il Marocco, con la Tunisia, con l’Algeria, con la Libia. Rivolgere e indirizzare lo sguardo verso i veri artefici delle politiche inique sui migranti e che, allo stesso tempo, criminalizzano i rifugiati ha sempre fatto parte del nostro impegno politico. Nelle nostre conferenze e nelle nostre manifestazioni abbiamo sempre denunciato il ruolo e l’ipocrisia dell’Unione Europea, che al posto di costruire frontiere farebbe bene a porsi delle domande di fondo sul perché le persone prendano il cammino dell’esilio e qual è la responsabilità degli stati europei per le condizioni economiche e di sfruttamento dei paesi di partenza dei migranti. Oggi l’Europa costruisce muri e frontiere che le persone non possono oltrepassare, ma attraverso cui merci e capitali continuano a circolare liberamente».

di Daniela Galiè

A-Rivista anarchica, novembre 2018

+ Nel deserto non ci sono macchine fotografiche

Dal Congo all’Europa, attraversando il deserto e poi il Mediterraneo. Tra violenze e soprusi. Emmanuel Mbolela racconta la sua storia e fa un’analisi della situazione sociale e politica del continente africano.

Emmanuel Mbolela è uno scrittore e attivista congolese, che dopo molti anni di stazionamento forzato in Marocco è riuscito a ottenere uno status di rifugiato in Europa. II libro che racconta la sua avventura – intitolato appunto Rifugiato – va ben oltre la testimonianza, per quanto tragica, e getta una luce interessante sulle lotte autogestite dei migranti: è un testo combattente ma al contempo intriso di grande sensibilità umana.
Oggi Mbolela è impegnato nell’associazione Afri-que-Europe-Interact, una rete che si propone di combattere il land grabbing delle multinazionali in Africa difendendo lo sviluppo locale e sostenibile – il “diritto a restare” in condizioni dignitose, parallelo e coincidente al diritto di muoversi liberamente nel mondo.
Grazie, a Marco Philopat ho avuto la fortuna di intervistare Mbolela durante il suo tour di presentazioni in Italia, nel settembre 2018: qui di seguito la nostra chiacchierata.

Partirei dall’inizio, cioè dall’introduzione storica che precede il resoconto del viaggio dal Congo all’Europa.
Per gli europei la storia dell’Africa comincia con la colonizzazione: generalmente si ignora la storia delle culture e delle civilizzazioni che l’hanno preceduta. Anche per questo ho voluto scrivere un testo introduttivo dove non solo rivendico il passato del Congo, ma anche la tragicità dell’impresa coloniale.

Non a caso il tratto originale del libro è la sua anima politica. La storia dei suoi anni di viaggio è inserita in un’ottica di analisi che interroga la situazione africana in modo radicale. Mi sembra più un saggio che un testo autobiografico, o un ibrido fra i due.
È cosi. Prendendo la strada per l’Europa io e i miei compagni abbiamo subito numerose atrocità. Ma quando ho pensato di scrivere un libro al riguardo, mi sono detto: se racconto solo i dettagli delle violenze subite durante il viaggio – o anche in precedenza nel mio paese – a cosa serve? Non potevo fermarmi lì, dovevo illustrarne anche le cause. Usando un lessico ormai comune, posso dire che ci siamo tutti mossi per “ragioni economiche”. Ed è vero, più o meno. Ma dove trovano origine queste “ragioni”? In Europa c’è una visione stereotipata dell’Africa povera e derelitta: invece il mio continente è di per sé molto ricco. In quasi tutti i paesi africani ci sono risorse straordinarie: sia naturali – penso solo alle miniere, alle materie prime – sia umane. La giovinezza, per esempio. Eppure la gente fugge.

Nel suo caso, il tema politico precede anche il viaggio. La Repubblica democratica del Congo, da dove proviene, è uno dei dieci paesi più poveri al mondo: ma la povertà in cui versa ha ragioni strettamente legate allo sfruttamento coloniale e al tradimento delle speranze post-indipendenza. La sua storia di attivista comincia già in patria, durante il tentativo di portare pace nel paese all’ inizio del Duemila.
Qui è bene fare un passo indietro. Il Congo è sempre stata una nazione ricca di beni strategici, il caucciù prima di tutto. Re Leopoldo del Belgio, che lo considerava una sorta di proprietà privata, mise In piedi una mostruosa catena di sfruttamento per la raccolta e la vendita del caucciù, indispensabile per la produzione di pneumatici. Ogni raccoglitore doveva accumulare un tot di materiale di qualità: altrimenti, la punizione era il taglio della mano.
Quando le atrocità vennero allo scoperto, nel 1908, il Belgio trasformò il Congo in una colonia “ufficiale”: nominalmente per fermare quelle stragi, ma garantendosi comunque lo sfruttamento di altri beni strategici. Così i belgi cominciarono ad assumere congolesi e altri africani per farli lavorare nelle miniere: ma in condizioni inumane. Lentamente aumentarono le proteste, lotte e rivendicazioni.

Fino a Lumumba.
Sì, nel 1960 Patrice Lumumba proclamò l’indi-pendenza parlando innanzitutto di cambiamenti economici. Ma durò molto poco. Come tutti sanno fu assassinato con la complicità degli americani un anno dopo, e al suo posto salì al potere un uomo che garantisse ancora lo sfruttamento delle risorse da parte belga: Mobutu. Trentadue anni di dittatura, trentadue anni di sofferenza, trentadue anni di abuso delle ricchezze congolesi.
Nel 1996 il generale Laurent-Désire Kabila riusci a porvi fine, ma di lì a poco cominciò una guerra sanguinosa, terrificante, di cui in Europa non si parla mai. Milioni di morti. Nel 2001 Kabila fu ucciso e al suo posto venne piazzato il figlio, giusto per assicurare lo status quo internazionale. La crisi sembrava interminabile, così l’opposizione politica fece di tutto per portare il paese alla pace; un grosso sforzo collettivo portò al Dialogo Inter-Congolese del 2002, tenuto in Sudafrica. cui partecipai io stesso come racconto nel libro. Ma nonostante i proclami, fu una sconfìtta. Mentre noi discutevamo, le lobby al potere garantivano che Kabila restasse ai suo posto – e cosi fu.

Una delusione terribile.
Sì, per me è stata una grande delusione. Io e tanti altri avevamo investito parecchie energie in quel Dialogo. Constatandone il fallimento, ho deciso di partire.

Torniamo allora al suo viaggio. Un’altra cosa che sfugge spesso al discorso comune in Europa è il tempo necessario per attraversare l’Africa e la quantità di ostacoli che questo comporta.
Sì, molti non hanno un’autentica percezione di cosa sia una rotta migratoria. Ad esempio, ora siamo in Italia: il Mediterraneo è la porta dell’Afrtca, e tutti sanno cosa succede in quelle acque perché ci sono dei giornalisti che lo documentano e lo fotografano. Ma nel deserto non ci sono macchine fotografiche e non ci sono giornalisti; e quanto accade, lì è anche peggio

Dove ha trovato le maggiori difficoltà?
In Africa del nord, senz’altro. Nei paesi dell’Africa nera potevo nascondermi e mescolarmi alla popolazione locale: era difficile distinguermi da un maliano o da un burkinabé. Dopo aver passato il deserto – subendo ogni sorta di violenza, di furti e altre atrocità che racconto nel libro – arrivai in Algeria pensando che il mio calvario fosse ormai finito. E invece doveva ancora iniziare: il razzismo nei confronti di noi neri era molto forte, il che mi amareggiava ulteriormente perché le lotte algerine furono fondamentali per la liberazione del continente africano. Inoltre, senza documenti non potevo affittare un appartamento.

A tal proposito. Leggendo Rifugiato ho avuto la conferma di una sensazione terribile: la riduzione dell’essere umano non solo al possesso di documenti, ma innanzitutto alla sua possibilità di pagare. Pagare per attraversare una frontiera, per corrompere la polizia, eccetera. Sembra un effetto deforme e terminale del capitalismo.
Esatto. Tutto è danaro. L’uomo in sé non ha più alcuna importanza. Immagini le condizioni in cui arrivavamo a una frontiera, dopo giorni nel deserto senza cibo e senz’acqua: eppure la sola cosa che contava per chi ci fermava erano i soldi. O qualsiasi altra forma di pagamento.

Ad esempio le donne, oggetto di violenza continua e strutturale. Trovo che nel suo libro la questione femminile sia assolutamente centrale.
Già a partire dal Mali vedevamo i guidatori dei camion litigare per avere questa o quella ragazza. All’inizio non capivo, poi ho compreso che le donne sono considerate una moneta di scambio per attraversare le varie frontiere. E stato orribile. Noi uomini siamo stati picchiati e derubati, ma le donne subivano continuamente una doppia violenza: erano stuprate, erano davvero ridotte a oggetti. E in Algeria la polizia si comportava allo stesso modo: cacciava noi uomini e tratteneva le donne per violentarle. Per non parlare degli uomini della loro stessa comunità o nazionalità, che le maltrattavano o le sfruttavano. È una cosa che mi ha profondamente atterrito, e che peraltro continua tuttora. Un mese la ero di nuovo in Marocco e ho visto diverse ragazze incinte. Ho saputo che venivano ingannate dicendo loro che una gravidanza garantiva più possibilità di essere soccorse e ottenere documenti: ma dopo essere state violentate venivano abbandonate.

Veniamo dunque al Marocco: è la che, fra mille difficoltà, vi riappropriate del vostro ruolo politico attraverso una lotta comune. Come scrivete nel libro: “O reagiamo, o finiremo consumati”.
In Marocco era possibile trovare degli appartamenti in affitto, anche se al doppio del prezzo normale per un marocchino. La polizia conosceva le nostre abitazioni e organizzava spesso dei raid alle tre o alle quattro del mattino: arrivavano, ci arrestavano, ci pestavano e provavano a rispedirci nel deserto. A un certo punto mi sono detto: per quanto tempo dobbiamo restare m una situazione simile? O reagiamo, o finiremo consumati. Dunque ho preso contatto con degli amici e insieme abbiamo fondato un’associazione – l’Arcom, Association des Réfugiés Congolais au Maroc – per denunciare le violenze di cui siamo stati vittime, ribadendo che i nostri diritti erano diritti universali. Cosi è cominciata la lotta.

Insisto sulla rivendicazione di questi diritti attraverso l’azione diretta, perché la trovo decisiva per una politica che non consideri i migranti come “oggetti” da accogliere o gestire, ma come soggetti autonomi. E in effetti, la vostra lotta funziona. Cito solo un risultato enorme: la possibilità per i figli di migranti di andare a scuola.
Sì, la lotta è lunga ma finisce sempre per pagare. Quando sono arrivato in Marocco nel 2004, i figli dei migranti non potevano accedere al sistema educativo. Nel 2006 abbiamo organizzato una piccola scuola per loro e intanto abbiamo scritto al Ministero denunciando questo abisso – che peraltro accade a pochi chilometri dall’Europa, dove tanto si parla di educazione e diritti dell’infanzia! Né le autorità marocchine né l’UNESCO o l’UNICEF presenti sul territorio hanno mai fatto nulla per questo. Così abbiamo lottato a lungo, finché nel 2013 i figli dei migranti hanno ottenuto il loro diritto alla scolarizzazione. E ne siamo fieri.

Pochi anni prima aveva ottenuto lo status di rifugiato e si era reinsediato in Europa, pur con l’amarezza di lasciare molti compagni e amici in Marocco. A tal proposito, scrive di soffrire una certa solitudine nel nostro continente. Pensa sia anche un problema politico?
Sì, qui c’è un individualismo creato dal materialismo. In Africa la cultura è basata sullo stare all’aperto, sulla condivisione. Faccio un esempio in apparenza semplice, la pratica di mangiare insieme: in Europa – all’epoca ero in Olanda – mi sono ritrovato solo in un appartamento con tutti i comfort, ma non avevo appetito. Non ero abituato a mangiare da solo, e mi colpiva come tutti gli altri inquilini si chiudessero direttamente in casa. Questo individualismo è una crisi dei valori di solidarietà, dei valori umanistici che l’Europa ha tanto preteso di insegnarci, mentre considerava la civiltà africana come arretrata.

Peraltro, come scrive in Rifugiato, l’Europa ormai ha spinto i propri muri sempre più fondo in Africa collaborando con i dittatori locali. C’é una sorta di volontà collettiva a ignorare il problema, spingendolo il più lontano possibile.
Sì, le frontiere dell’Europa sono ormai a livello del Mali o del Niger. Il vostro continente frima degli accordi con questi paesi per tentare di arginare gli esodi di massa, ma ovviamente non risolve il problema: obbliga solo le persone a cercare nuove strade migratorie, più pericolose e soggette alla violenza.
L’Europa dovrebbe avere il coraggio di affrontare il vero tema: perché la gente se ne va da casa? Io le ho parlato un po’ della storia del Congo per rispondere proprio a questa domanda. Si continua a dire che l’Africa non riesce a svilupparsi, non riesce a venire a capo della sua arretratezza nonostante i movimenti indipendentisti: ma ci si dimentica dei decenni di sfruttamento costante delle materie prime che ha continuato a subire. I proclami di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale non hanno fatto altro che distruggere il poco di sistema sociale che avevamo.
Gli accordi di partenariato economico e di libero scambio cancellano le modalità di commercio e sussistenza locali, il piccolo artigianato, E così la gente si impoverisce e scappa, senza nemmeno la certezza di potersi muovere liberamente. L’Europa dove tanti africani vogliono andare è forse il paradiso? No. Ma se avessimo i documenti e la possibilità di spostarci come ci pare, potremmo decidere di rimanervi o meno.

di Giorgio Fontana

Nigrizia, novembre 2018

+ Rifugiato. Un’odissea africana

Il racconto in prima persona delle ragioni che spingono un giovane a lasciare il suo paese (Rd Congo) nel giugno del 2002 riuscendo ad approdare in Olanda solo nel 2008, passando per Congo, Camerun, Nogeria, Benin, Burkina Faso, mali, Algeria e Marocco. Mbolela ha ottenuto poi lo status di rifugiato – in Rd Congo la situazione politica e sociale è tuttora incandescente – ma ha voluto mettere in pagina il proprio tragitto per smuovere l’opinione pubblica europea. I testo è stato pubblicato nel 2014 e nel 2016, anche in tedesco e francese.

Panorma.it, 28 settembre 2018

+ Rifugiato: l’odissea di Emmanuel Mbolela

Il discorso sull’immigrazione ha bisogno di uscire dai cliché, vuoi negativi, vuoi anche con intento positivo, in cui spesso viene relegato dalla politica. Il memoir Rifugiato. Un’odissea africana, di Emmanuel Mbolela (Agenzia X, 2018) fa proprio questo, inserendo movimenti migratori – in questo caso dall’Africa verso l’Europa – e vicende umane in una più ampia riflessione sul diritto alla lotta. È un libro prima di tutto politico, quello di Mbolela, scritto da una persona piena di dignità, estremamente consapevole delle proprie prerogative, che non chiede un cambiamento ma cerca di esserlo lui stesso, con le proprie azioni. Un esempio? I proventi dell’edizione tedesca e di quella francese di Rifugiato sono stati utilizzati da Mbolela per concretizzare il progetto di una casa che accolga le donne migranti di passaggio a Rabat, la capitale del Marocco.
Mbolela comincia il suo memoir con un capitolo in gran parte saggistico, in cui delinea la storia del paese da cui proviene, la Repubblica Democratica del Congo, quella che, ai primi del novecento, si chiamava Congo belga, e che è da distinguere dal Congo francese con capitale Brazzeville (la storia delle occupazioni coloniali in Africa è palese già in questa divisione). Mbolela racconta la sua terra e le colonizzazioni che l’hanno martoriata, da quella portoghese a quella belga, per continuare là dove la storia del Congo converge con la sua personale: la dittatura di Mobutu, le guerre, i processi sommari, i massacri di civili.
Leggendo la storia di Mbolela ci si rende conto non soltanto delle necessità pratiche che inducono ampie masse di individui a scappare da determinate condizioni politiche e sociali, ma anche il profondo dissidio interiore di chi ha dedicato la vita a lottare cercando di cambiare il proprio paese d’origine e che si trova costretto a doverlo abbandonare.
La vicenda di Mbolela non è tuttavia mai solamente individuale. Nel suo viaggio incontra uomini e donne di provenienza diversa, e se ciascuno ha una storia che racconta chi è e cos’ha vissuto, molte sono estremamente simili tra loro: parlano di torture, fisiche e psicologiche (su cui Mbolela non indugia ma che, anche soltanto in una riga di testo, rimandano il terrificante dramma di chi le ha vissute), stupri, minacce, e ricatti.
L’occhio dell’autore si sposta dalle vicende umane alle considerazioni sulle responsabilità dell’Europa, sulle problematiche interne all’UNHCR, sui problemi di burocrazia che, una volta arrivato in un paese europeo, chi richiede lo status di rifugiato si trova a dover affrontare. Quella di chi migra è un’odissea che non ha fine neppure una volta arrivato a destinazione: emblematica la vicenda appena accennata di un rifugiato che da dieci anni è costretto a vivere in un centro di accoglienza.
Si potrebbe allora dire che Rifugiato sia un memoir collettivo, che parte da un individuo per abbracciare la condizione di una moltitudine. Un memoir politico, che non vuole impressionare chi legge ma smuovere l’opinione pubblica, portare a un cambiamento pratico attraverso la diffusione di notizie, storie, e valutazioni sociali. Quello che resta al lettore è sicuramente la grande forza d’animo di Emmanuel Mbolela e la sua capacità di trasformare la nostra attualità in memoria e in letteratura.

di Matilde Quarti

il manifesto, 18 settembre 2018

+ Migrare: declinazione di coloniale. Intervista a Emmanuel Mbolela

“La retorica dell’‘aiutiamoli a casa loro’, sostenuta da partiti e movimenti di varia estrazione, non è valida, è falsa e ipocrita, non solo perché il pianeta Terra è la casa di tutti, ma anche perché le strade che oggi gli uomini e le donne migranti intraprendono per venire in Europa non sono gli africani che le hanno create, ma sono le strade che gli europei hanno creato per andare in Africa”, ci dice Emmanuel Mbolela, fuggito nella Repubblica Democratica del Congo nel 2002 perché militante dell’opposizione a Kabila, prima di ottenere asilo politico in Olanda, nel 2008.
Il suo viaggio è durato sei anni durante i quali ha affrontato – come migliaia di altri africani in questi anni – difficoltà e sofferenze: racket, contrabbandieri, agguati nel deserto del Sahara, lavoro nero, per arrivare in Marocco, dove è rimasto bloccato per quattro anni.
Lì con altri compagni fondò l’associazione dei rifugiati congolesi in Marocco, rifiutando di essere vittime silenziose e impotenti, organizzando lotte e reti di solidarietà. In Europa ha co-fondato l’associazione Afrique-Europe Interact, assieme ad attivisti pro-rifugiati. E poi ha scritto il libro Rifugiato. Un’odissea africana, tradotto ora in Italia da Agenzia X (pag. 192, 15 euro), che in questi giorni sta presentando in Italia. Dopo il festival antirazzista in memoria di Abba a Milano, alla Gogol&Company, alla Fabbrica del Vapore, al Parco Trotter, a Csa Chiaravalle, venerdì è stato a Roma allo Spin Time Labs, poi a Brescia alla Casa del Quartiere. E quindi di nuovo a Milano al csoa Cox, in via Conchetta 18.
Fin dalle prime risposte è evidente che Mbolela non non vuole essere biografico. Le sue dichiarazioni sono frutto del sapere delle lotte. Porta il discorso sempre sul piano politico, non vuole atteggiarsi a eroe o il leader, ma dare un contributo politico a questioni politiche.

Quando sei partito avevi idea di cosa avresti dovuto affrontare?
Avevo partecipato alle lotte contro la dittatura e a causa della repressione ho dovuto decidere di partire senza preparazione. Prima in Congo Brazaville, e poi in attraverso quattro Paesi e dopo migliaia di chilometri ho raggiunto il Mali, per affrontare la durissima traversata del deserto e arrivare in Algeria. Dopo due anni di viaggio riuscii a raggiungere il Marocco. Ma il calvario non era finito, non avevamo nessun diritto, non avevamo la possibilità di lavorare, la repressione era feroce, con la possibilità di essere respinti di nuovo in Algeria.

Vi siete rifiutati di essere vittime passive…
I rifugiati non sono solo vittime, si sanno organizzare. Ci sono due cose importanti, che ho cercato di far emergere nel libro: la solidarietà pragmatica e diretta e l’auto-organizzazione, la lotta. I migranti si aiutano e si consigliano, non pensano solo a sé stessi. Abbiamo organizzato le prime dimostrazioni davanti all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’Unhcr, rivendicando dignità e diritti. Abbiamo iniziato a porre richieste al di là del singolo aiuto e della carità per la sopravvivenza. Abbiamo posto questioni politiche. Quattro anni di lotte. Di sofferenze e di lotte.

Si emigra per necessità, ma si emigra anche per desiderio?
Sì, è vero, da che il mondo è mondo le migrazioni sono sempre avvenute e sicuramente nei giovani che partono c’è una compresenza di motivazioni. Con la planetarizzazione delle comunicazioni e dell’informazione, c’è il desiderio di conoscere, di viaggiare, di avere la possibilità di essere più liberi. D’altro canto vorrei sottolineare che per molti non si dovrebbe parlare di migrazione economica, ma di persecuzione economica, perché la povertà e la mancanza di risorse da cui si fugge l’eredità del colonialismo e dello sfruttamento odierno delle multinazionali, che hanno la protezione di governi corrotti. Uno dei discorsi che si ascoltano in Europa è che con la conquista dell’indipendenza la colonizzazione nei Paesi africani sia stata annullata. Purtroppo non è così la colonizzazione è continuata da parte delle multinazionali e con il ricatto – a livello strutturale ed economico – delle politiche della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale.

Qual è la tua opinione sull’esternalizzazione delle frontiere da parte dell’Europa?
Esternalizzare le frontiere è immorale e illusorio, così com’è illusorio cercare di fermare la migrazione inviando nei Paesi africani le immagini dei morti nel Mediterraneo. La politica di esternalizzazione voluta dall’Unione Europea apre delle trattative con Paesi terzi senza tenere in considerazione quale sia lo stato dei diritti umani in questi luoghi o come vengano gestite dai governi locali le questioni migratorie. L’unico elemento che viene preso in considerazione è quello dell’interesse geopolitico, nel senso che vengono aperte trattative con Paesi “chiave” alla luce della loro vicinanza con l’Europa. Se da sempre si fa un utilizzo strumentale dei fondi allo sviluppo, adesso si è proprio messo nero su bianco che tali aiuti sono incentivi o penalità per chi collabora o meno nelle procedure di espulsione e rimpatrio. Gli aiuti allo sviluppo sono così diventati ufficialmente uno strumento di attuazione di politiche di controllo nei Paesi di origine e transito dei flussi migratori. In pratica il traffico di uomini e soldi di cui sono accusati i passeurs viene gestito dall’Unione europea e dagli Stati coinvolti. Si parla dei trafficanti di uomini come del peggior esempio della specie umana, ma quando le negoziazioni vengono fatte a livello istituzionale, come si è fatto con la Turchia, Marocco, Algeria, così come ora con le milizie libiche, lo stesso traffico di uomini assume un carattere non moralmente denunciabile.

Sostieni che il libro sia uno strumento di lotta, perché?
Ho fatto più di 300 presentazioni dell’edizione tedesca in Germania, Svizzera e Austria. Poi c’è stata l’edizione francese e ora quella italiana. Bisogna capire realmente perché i migranti si muovono dai propri Paesi d’origine e soprattutto la realtà di quei Paesi, senza accontentarsi di spiegazioni generiche tipo “vengono dalla guerra, vengono dalla miseria”. Sono spiegazioni macro-geografiche che non fanno conoscere i reali responsabili di questa situazione. La vendita del libro serve per dare informazioni reali sulla questione, per creare relazioni e collaborazioni, e per sostenere le associazioni di rifugiati subsahariani in Marocco, in particolare un centro per donne migranti a Rabat. Una parte interessante del libro è dedicato a come le donne vivono violenza e sfruttamento maggiori rispetto agli uomini, ma anche come siano promotrici di iniziative di resistenza e protesta. Il ruolo della donna in Africa sta cambiando, anche nella mia esperienza di lotta in Marocco senza il coraggio delle donne non saremmo stati così incisivi.

Cosa ti aspetti dalle presentazioni italiane?
L’Italia è un Paese importante nella questione delle migrazioni, è una porta d’ingresso, è il Paese in cui si assiste agli annegamenti, si lascia morire la gente in mare nonostante si abbiano tutti i mezzi per salvarla, e quindi è importante questa traduzione. Oggi le strade che gli europei hanno creato devono essere libere e sicure per i migranti che vogliano farle nel senso inverso. Quando gli europei sono arrivati in Africa non sono stati mandati via, anzi, si sono impossessati delle ricchezze e delle materie prime (e i benefici in maggior parte non rimangono in Africa), cosa che le multinazionali continuano a fare, destabilizzando politicamente quei Paesi per avere più facilità nei loro intenti. E le armi che nei Paesi africani vengono usate per le guerre non sono prodotte di certo in Africa, vengono dall’Europa.
Se dobbiamo cercare soluzioni ai problemi del pianeta dobbiamo trovarle assieme, rendendo possibile la libertà di migrare degli esseri umani e ragionando sull’uso delle materie prime.

di Marc Tibaldi

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