Premio Dubito 2016



Renegades2

Renegades of funk

Alias – il manifesto, 30 giugno 2012
+ Norman Cook, quel tour del 1981 mi ha sconvolto l’esistenza
Nel 1981 inizia a circolare il vinile The Adventures of Grandmaster Flash on the Wleels of Steel (Sugar Hill records), disco fondamentale cui un dj mixa vari pezzi di altri artisti scratchando. Gli strumenti infatti sono tre giradischi. A firmarlo è Joseph Saddler (1958), meglio conosciuto come Grandmaster Flash, uno dei padri dell’hip hop. I Clash, molto attenti alle subculture urbane, invitano il dj afroamericano ad aprire alcuni dei loro live, sia negli Stati Uniti, sia in Europa, II concerto a cui si riferisce Fatboy Slim nell’intervista qui a fianco, quello che gli ha cambiato la vita, ha avuto luogo a Londra, dove ii pubblico “bianco”, grazie al peso della comunità caraibica e alla forza del reggae, era quanto mai abituato a vedere esibizioni di un dj accompagnato dall’Mc o toaster di turno. Se Fatboy Slim ci fornisce un retroscena riguardo la data londinese, il connubio The Clash & Grandmaster Flash è passato agli annali anche per la reazione non certo magnanima dei pubblico newyorchese.
“(…) I Clash – scrive u.net a p. 215 del suo saggio Renegades of Funk. II Bronx e le radici dell’hip hop, – innamoratisi del rap grazie ai primi vinili che stavano arrivando oltreoceano, incisero un omaggio a quella cultura con la canzone The Magnificent Seven, inclusa nello storico triplo album Sandinista. Ma non si limitarono a questo: volevano dimostrare il loro amore per l’hip hop e lo fecero non appena si presentò l’occasione. Nel giugno del 1981, infatti, chiesero a Futura 2000 di realizzare il poster promozionale del loro tour statunitense e di accompagnarli per realizzare graffiti live durante i loro spettacoli; inoltre chiesero a Grandmaster Flash and the Furious Five di essere il loro gruppo di apertura. L’esito di questo connubio non fu dei migliori, come scrisse Michael Hill sul ‘Village Voice’: ‘Invece di un crossover culturale, si è rischiato di ampliare le differenze’. Sommersi dal lancio di bottiglie e di oggetti di altro genere, Flash e i suoi Mc furono costretti ad abbandonare il palco tra gli insulti del pubblico. Sebbene parte dei punk statunitensi non fossero pronti per un tale clash di culture, il gruppo inglese invece era parte integrante di quell’avanguardia estetica che stava emergendo come nuova élite della scena dei club downtown”.
Pubblicato dalla stessa casa editrice, Agenzia X, anche Oltre l’Avenue D. Un punk a New York – 1972-1982, il libro del francese Philippe Marcadé, racconta dello stesso live citato da u.net. Ma da un altro punto di vista: “La sera dopo ci siamo ritrovati sul palco davanti a ottomila persone. Prima di noi suonavano i Treacherous Three, un gruppo rap della Sugar Hill Gang legato a Grandmaster Flash, ai Furious Five e altri della scena. Cera anche Futura 2000, il graffitista, chiamato a dipingere con le bombolette un immenso muro metallico dietro al palco, mentre suonavano i Clash. Volendo sempre essere all’avanguardia, amavano molto il movimento hip hop che stava esplodendo nei club del Bronx e del Queens. Adoravano i rapper newyorkesi, al contrario del punk rock Usa che considerava quella musica come parte del mondo della disco, il nemico, la peggior musica del mondo. I Treacherous Three si fecero cacciare in malo modo. Piovevano migliaia di bottigliette di Coca-Cola. Se ne presero parecchie in piena faccia. Era il diluvio”. Un live passato alla storia, di cui ha scritto per esempio anche lo scrittore di Brooklyn Jonathan Lethem (1964) sul “New York Observer” nel 2000 parlando di un connubio frutto dello “scomodo e appassionato idealismo” dei Clash. Ma l’esperimento di Joe Strummer e soci, dopo la vivace prima assoluta newyorchese, presto avrebbe avuto altra sorte e, grazie alla mentalità i londinese, ora si può dire abbia dato il via alla camera di Fatboy Slim. Senza dimenticare la lunga lista di esponenti della scena punk italiana che si sono interessati all’hip hop i fino a diventarne parte: per quanto questo aspetto possa rincuorarci però stiamo sempre parlando del decennio successivo. Lasciando stare le tempistiche di ogni nazione e mettendo in conto le bottigliate, non si può che lodare la scuola punk.

di Luca Gricinella

www.rockit.it, giugno 2009
+ Renegades of Funk
Renegades of Funk si propone come perlustrazione antologica di una realtà nata dal nulla e diventata, con gli anni, una delle industrie statunitensi – e non solo – dal fatturato e dall’influenza maggiori. Parliamo del movimento hip hop. L’autore U.net, studioso di cultura afroamericana lascia la parola ai protagonisti, che ricordano il vissuto sul campo con aneddoti che vanno dall’esilarante al tragico, in una sorta di specchio sociale che ben rappresenta gli Stati Uniti, e New York in particolare, del periodo. Dalla trinità Dj Kool Herc, Grandmaster Flash, Afrika Bambaata, padri di tutti i dj e veri e propri mastermind del movimento, fino ai Run DMC che inaugurano una nuova era. Tutti gli interessati parlano di una stagione magica ed irripetibile, fatta di creatività e collettivismo, pratiche ormai dimenticate in quello che, troppo spesso, risulta essere l’hip hop di oggi, fatto di gioielli e automobili grandi come quartieri. In allegato un cd che fa da perfetta colonna sonora alla lettura.

di Stefano Fanti

MoodMagazine, giugno 2009
+ Renegades of funk
Renegades of funk è il libro che tutti gli amanti dell’hip hop dovrebbero leggere per capire la genesi di uno dei movimenti culturali più importanti dell’ultimo trentennio – l’hip hop appunto. Che cos’è l’hip hop? Com’è nato? Da dove viene? Sono le domande a cui u.net ha cercato di rispondere attraverso centinaia di testimonianze raccolte in ben oltre dieci anni di ricerca, e per ricerca intendiamo che u.net si è preso il bell’aereo, è andato negli Stati Uniti e si è fatto raccontare dai pionieri di questa cosa quello che questa cosa ha rappresentato per loro, in un ben preciso momento storico-culturale. Se, come dice Bambaataa, la quinta disciplina dell’hip hop è la knowledge, u.net – alias Giuseppe Pipitone (che da un paio di numeri collabora anche al nostro magazine) – ne è uno dei più grandi esponenti, perlomeno in Italia, perché la sua opera, aldilà dei chiari meriti divulgativi, è un’autentica fonte di imput per tutti gli appassionati. È solo conoscendo le radici che questa cosa può progredire, perché immedesimarsi nelle intenzioni e nei pensieri dei pionieri è una vera e propria occasione per ritornare al futuro. Perché Herc suonava quei dischi? Perché Flash mixava in quel modo? Perché Bam ha iniziato a fare il dj? Non sono domande di esclusiva pertinenza storica, ma sono questioni alla base di questa cultura, e che possono aprire nuovi orizzonti a tutti coloro che si dilettano a comporre e/o suonare musica hip hop. Non mi dilungo in una vivisezione dei vari capitoli o dei temi trattati, mi limito a dirvi che se avete 20 euro in tasca dovete comprarlo, se non li avete potete sempre prenderlo in prestito in biblioteca, ma l’importante è che lo leggiate, e che ci riflettiate sopra. Ah, in allegato c’è anche un cd contenete dodici inediti di artisti hip hop italiani e non: ogni mc rappa con il suo stile il contenuto di un capitolo del libro, grandiosi i contributi di Assalti Frontali, Cuba e D-Sastro, Tormento e Bonnot, e Lord Bean e Painé.

di Filippo Papetti

Rolling Stone, giugno 2009
+ Renegades of funk
Ad esempio Michael Holman, uno che addirittura tentò di fare una band di rock sperimentale con Basquiat e Vincent Gallo, racconta nel libro di u.net che un amico gli presentò Malcolm McLaren, a New York per promuovere i Bow Wow Wow. Andarono insieme a un party di Bambaataa, tra risse e cutting di Jazzy Jay, Malcolm fu colpito da quello che stava vedendo e gli commissionò uno show in apertura al suo gruppo. Qualche tempo dopo in una tv inglese McLaren raccontava di essere il creatore di un movimento di strada blablabla. “L’unico Malcolm che noi neri conosciamo è Malcolm X”, disse l’amico D.St. Ecco, questo secondo libro di u.net è così, troppo dentro forse se la mc/dj/bboy/writer non v’interessa, molto affascinante, invece se avete una vaga idea dell’importanza socio-culturale dell’hip hop nel 900.

di Michele Wad Caporosso

theremin mag, 1 giugno 2009
+ Renegades of funk
Renegads of Funk, il Bronx e le radici dell’hip hop, è un libro che narra di storie e di personaggi “periferici” della New York inizi anni ‘70. A partire dagli anni ‘80 quelle storie e quei personaggi ebbero una diffusione mediatica senza precedenti: l’hip hop diventa un movimento senza distinzioni di razza.
Certo, se guardiamo alla più recente diffusione del movimento in Europa, la scena hip hop è soprattutto legata alle seconde generazioni di immigrati. Dalla Francia – dove il fenomeno ha assunto sempre più rilevanza con gli scontri nelle banlieue parigine del 2005 – alla Germania, dall’Inghilterra all’Italia, negli ultimi vent’ anni il rap ha assunto, per i ragazzi figli di immigrati e che vivono le immense periferie metropolitane, un significato simile a quello che già ha svolto per la comunità afroamericana degli Stati Uniti.
Ma la verità è che leggendo Renegades of funk ci si rende conto di come il movimento hip hop ai suoi albori sia stato molto diverso da tutto a cui siamo stati abituati a pensare. Prima della sua commercializzazione, diffusione e stravolgimento, la scena hip hop è stata valvola di sfogo per migliaia di ragazzi del Bronx, una scena nata e sviluppatasi spontaneamente dalla volontà di reagire al degrado.
Niente a che fare insomma con gli Articolo 31. E neanche con Fifty Cent.
Negli anni ‘70 il Bronx non rappresentava di certo il sogno americano: popolato per la stragrande maggioranza da immigrati afroamericani e sudamericani, si presentava come l’osceno risultato di decadimento, povertà, violenza, criminalità. Le gang giovanili di strada si contendevano il controllo di aree e strade del quartiere. Le risse erano molto frequenti e con conseguenze disastrose. Questo fino al giorno dell’armistizio: le gang decidono di smettere di provocarsi a vicenda, di picchiarsi e di accoltellarsi, in una parola: la pace. In un posto come il Bronx, in cui è difficile crescere e crearsi una propria identità, gli abitanti reagiscono optando alla costruzione di una identità unica, che raccolga elementi di culture diverse, tutte quelle che fino a poco tempo prima non riuscivano a convivere insieme.
I giovani si riprendono il quartiere, lo trasformano. Occupano gli edifici abbandonati e li trasformano in club abusivi, improvvisando feste bizzarre. Suonano anche per strada, nei parchi, ovunque.
Da questo background culturale spuntano personaggi come Afrika Bambaataa, capobanda dei Black Spades prima (una delle gang più temibili del Bronx) e più importante Dj e portavoce della scena hip hop dopo, o come Grandmaster Flash, lo scienziato del mix, che inizia la sua carriera costruendosi da solo l’impianto per il djing. La gente smetteva di ballare per guardare meglio le sue acrobazie ai piatti.
Questo è solo l’inizio del libro, che continua ad indagare la nascita e lo sviluppo del fenomeno hip hop proprio attarverso le testimonianze di quelli che all’epoca ne hanno fatto la storia.
Personalmente avevo una conoscenza poco approfondita della scena hip hop, più che altro in passato ho letto quasi esclusivamente di writing. Conoscevo già alcuni dei writer più interessanti, soprattutto Phase II. Renegades of funk racconta anche di loro, della nascita di questo fenomeno, non tralasciando particolari divertenti ed inediti (es. tattiche utilizzate dai writer per rubare le bombolette spray nei negozi). Il libro racconta anche di altre attività tipiche dell’hip hop, come il b-boyng, la breakdance, l’MCing e di storie divertenti ce ne sono molte altre. Come ad esempio quando Malcom McLaren (il manager dei Sex Pistol) vestito da pirata partecipa ad un party hip hop rimanendone terrorizzato (altro che punk…).
L’aspetto interessante del libro è l’aver scelto di raccontare l’hip hop attarverso testimonianze dirette ed interviste. L’autore, U.net, ha seguito in prima persona la scena hip hop, visitandone i luoghi principali per raccogliere storie ed informazioni dai diretti interessati. Così si colgono aspetti di questa scena culturale e musicale difficilmente comprensibili in altro modo. Per esempio, ciò che mi ha colpito è la componente mediatica. I mass media hanno giocato ovviamente un ruolo importante nella diffusione dell’hip hop. È grazie ad essi che il movimento esce dai confini del Bronx per appordare in tv e nelle gallerie d’arte; è sempre grazie ad essi che purtroppo, col passare del tempo, tutte le attività artistiche e musicali, lo stile di abbigliamento e le attitudini tipiche, sono state malamente imitate e mercificate. Si è parlato degli aspetti più superficiali e meramente estetici del movimento, sfruttati persino per fare pubblicità e vendere scarpe. Sarà per questo che oggi, come risultato, si associano all’hip hop personaggi più che discutibili.
Renegades of Funk, il Bronx e le radici dell’hip hop, è pubblicato da Agenzia X. Costa 20 euro ed ha in allegato un cd musicale che contiene i capitoli del libro rappati da alcuni musicisti hip hop italiani. La bella notizia è che potete leggerlo gratuitamente scaricandolo dal suo minisito.
Vi lascio con The Message di Grandmaster Flash and the Furious Five. Brano dei primi anni ‘80 che parla di quella giungla che era il Bronx, del degrado, della povertà e dell’immancabile voglia di scappare via.

di Mariangela Savoia

Groove, maggio/giugno 2009
+ Le radici della cultura
Non un MC o un DJ, nemmeno un writer o un breaker. Semplicemente u.net è un appassionato che si è messo alla ricerca delle radici di questa cultura, con la stessa passione con cui un b-boy pulisce la con la schiena il pavimento. “Amore sviscerato per l’America Nera e per l’hip hop mi hanno portato a vivere un numero di esperienze tale da creare una rete di relazioni che, a un certo punto, hanno reso necessaria la loro condivisione con un pubblico sempre più ampio”, ci dice l’autore. È infatti da poco uscito il suo secondo libro, Renegades of funk, che vuole essere prima di tutto storia della nascita del fenomeno, a metà tra il racconto orale e la testimonianza scritta, opera squisitamente divulgativa, che ogni amante dell’hip hop dovrebbe leggere con attenzione e spirito critico. “Conoscenza, Cultura e Comprensione rappresentano il quinto elemento della cultura hip hop, la base del mio agire quotidiano e la ragione della pubblicazione di Bigger than hip hop e Renegades of funk. La scarsa conoscenza di questa cultura e delle forme espressive a essa associate, infatti, sono causa di una pessima rappresentazione e conseguente incomprensione di uno dei fenomeni culturali più importanti del nostro tempo”. Il libro si focalizza principalmente sulla nascita e la rapida evoluzione di quattro discipline che, intrecciandosi e dialogando tra loro, hanno dato e continuano a dare senso alla vita di migliaia di persone in tutto il mondo, senza distinzione di razza o estrazione sociale. Se gli chiediamo se ha ancora un senso la visione dell’hip hop come comune denominatore delle quattro suddette discipline lui risponde così: “I quattro elementi universalmente associati alla cultura hip hop erano già presenti nella tradizione culturale nera e caraibica, nel Bronx hanno trovato una sintesi particolare dando vita a questo movimento. Questa visione unitaria formatasi verso la metà degli anni settanta era già scomparsa nei primi anni ottanta quando il rap, l’elemento vocale – l’ultimo a essersi aggiunto – assunse il predominio, tanto che molti utilizzavano l’espressione rap e hip hop come sinonimi. Al giorno d’oggi questa visione ha senso solo per una percentuale minoritaria dei fan di questa cultura, quella componente più vicina alla visione proposta da Afrika Bambaataa”. L’approccio di u.net alla ricerca è del tutto atipico: Pipitone è più un fratello maggiore che ti parla dei suoi viaggi a New York che uno storiografo vero e proprio, non ha pretese di universalità, semplicemente ti racconta di quello che gli è stato raccontato, con l’ardore di chi si fa promotore di un messaggio da divulgare. “La creazione di una rete di conoscenze, iniziata più di dieci anni fa, di raccogliere storie e aneddoti, e di condividere vecchie foto e locandine. Sin dalla metà degli anni ottanta, dall’ascolto dei primi dischi rap, mi sono trovato catapultato in una dimensione del tutto estranea. Quella di dedicarmi all’approfondimento storico piuttosto che alla pratica di una particolare disciplina non è stata una scelta, ma una necessità, proprio come quella avvertita da quei giovani che hanno dedicato la loro vita scrivendo tag, rime, suonando breaks incredibili facendo scatenare i b-boy in acrobazie che sfidano la legge di gravità”.

di Filippo Papetti

www.sound36.com, 10 maggio 2009
+ Il Bronx e le radici dell’hip hop
La nostra storia ha inizio in uno dei quartieri più poveri e degradati della città di New York: il Bronx. Siamo sul finire degli anni sessanta e mentre nel resto del mondo tantissimi giovani sono impegnati a combattere contro il potere per un mondo più giusto e libero, nel Bronx i ragazzi sono impegnati a darsi battaglia. Poveri, senza troppe prospettive per il futuro, abbandonati a loro stessi, questi giovani prevalentemente di etnia latina o afroamericana si organizzano in gang, ognuna con un proprio nome e un isolato da controllare e difendere dalle altre gang.
Ed è in questo contesto urbano che nasce l’hip hop come ci racconta egregiamente u.net, pseudonimo di Giuseppe Pipitone, nel suo Renegades of Funk. Libro correlato da cd, Renegades of Funk, è un viaggio alla scoperta della cultura hip hop a partire dagli albori. Per poter, infatti, comprendere appieno un movimento culturale è necessario conoscerne il contesto sociale e storico in cui è nato e si è sviluppato. La veridicità dei fatti è comprovata, dalla scelta dell’autore di riportare i racconti orali di chi ha vissuto in prima persona questa storia, lasciando la parola ai protagonisti, senza mediazioni né interpretazioni di sorta.
Tra i principali protagonisti della nascita della cultura hip hop riveste un ruolo di primo piano Afrika Bambaataa, fondatore dalla Universal Zulu Nation. A lui il merito di aver portato fuori dal ghetto l’hip hop diffondendolo non solo nella città di New York ma in tutto il mondo.
Bambaataa era membro di una delle più grandi gang del Bronx, i Black Spades. Nel 1975, durante un periodo di tregua stabilito dalle principali gang e soprattutto a seguito della morte del suo migliore amico, Soulsky, decise di cambiare vita e di fare qualcosa di positivo per la propria gente formando la Bronx River Organization, divenuta in seguito la famosa Universal Zulu Nation, la prima organizzazione dedita all’educazione e all’insegnamento della cultura hip hop e alla sacra religione del divertimento. La sua attività creò un modello alternativo di vita, post gang, basato sulla musica e sul ballo piuttosto che sulla violenza.
Nel 1976 diede la sua prima festa ufficiale nel Bronx e in breve divenne il dj più eclettico della scena. Famoso e rispettato in tutto il quartiere era sempre accompagnato da una corte di almeno cinquanta ragazzi pronti a seguirlo ovunque andasse. Tutto ci ò rese Bambaataa leader incontrastato di un esercito di DJ, MC, bboy e bgirl e writers, figure chiave della cultura hip hop. I cosiddetti 4 elementi.
Renegades of Funk è anche una storia musicale fatta di brani appositamente realizzati dai più noti musicisti hip hop italiani con l’intenzione di narrare i diversi capitoli del libro.
“L’intenzione secondo U.net è di superare i limiti imposti dalla pagina scritta, di andare oltre le parole dei saggi e delle interviste contaminandole con la musica, vera protagonista di questo progetto, trascendendo la prosa per creare un percorso che ripercorra le principali tappe dell’evoluzione della cultura hip hop presenti nel libro.”

di Tiziana Cantarelli

Rumore, 1 maggio 2009
+ Renegades of funk alle radici dell’hip hop
“Il rap è qualcosa che fai, l’hip hop è un modo di vivere”. Parole di Busy Bee in una delle tante interviste raccolte da u.net per dare forma a Renegades of funk – secondo saggio del Nostro dopo Bigger than hip hop (Agenzia X, 2006).
Quel “un modo di vivere” è una chiave di questo libro, che investiga sulle condizioni propedeutiche all nascita e allo sviluppo delle 4 discipline in un Bronx regnato dalle gang nei primi anni Settanta. Insomma, il ‘modo di vivere hip hop’ ma ancora prima che questa cultura venisse riconosciuta: u.net ci cala nello scenario che ha dato forma concretamente e naturalmente a writing, b-boying, DJing e MCing. Un’investigazione “indiretta”, ovvero attuata più che altro tramite la voce dei protagonisti, e non sono quelli più in vista, anzi.
Una Storia piena di ‘sottostorie’ utili a decifrarla e conoscerla come si deve. Un coro di racconti in cui l’hip hop è àncora di salvezza, passatempo di cui vantarsi, tramite per socializzare e sperare, mezzo di sovversione (spesso incosciente) o ancora “luogo” pacificatore.
Afroamericani che dal disagio creano uno svago che si articola e cambia le vite di motli di loro per poi imporsi nel resto della città, del Paese e, oggi si può ben dire, nel resto del mondo.
D’altronde u.net, pur figurando tra i più riconosciuti ricercatori di storia e cultura afroamericana anche a livello internazionale, viene dalla provincia Italia (da Milano). Ecco allora un’occasione per dare slancio all’hip hop di queste parti. Occasione sfruttata esplicitamente: allegato al libro c’è un cd in cui figurano molti artisti della nsotra scena – nonché Donald D – che hanno scritto testi ispirati ai racconti del saggio.
Per altre occasioni il discorso pare aperto, magari seguendo attivamenteo il lavoro di u.net sul suo sito hiphopreader.it

di Luca Gricinella

news.hotmc.com, 17 aprile 2009
+ U.net – Renegades of Funk
Come con una cinepresa, l’occhio di Giuseppe Pipitone aka u.net (gia intervistato da Hotmc per l’uscita del primo libro è in grado di zoomare l’immagine ed entrare nel dettaglio, minuzioso come orologiaio svizzero.
Dopo Bigger than hip hop (Agenzia X, Milano, 2006) esce Renegades of funk, sua seconda pubblicazione, che questa volta restringe il campo alla culla dell’hip hop: il Bronx post battaglie tra gang.
“Puoi non vedere ancora nulla in superficie, ma sottoterra il fuoco già divampa”…Il viaggio comincia infatti nel momento in cui viene deposta l’ascia di guerra e l’hip hop, come ricorda anche Henry Chalfant nell’intervista fatta per Hotmc, si fa portavoce di una nuova identità sociale. È qui che a poco a poco la voce del narratore diventa sempre più velata e cede il posto alle molteplici voci di chi ha fatto la storia e continua a farla.
Tutti pionieri di quel movimento che ha impedito al degrado di soffocare definitivamente una generazione che ha invece dimostrato di avere moltissimo da comunicare.
Ribellione fatta di musica e parole, attraverso le storie di Afrika Bambaata e Kool Herc.
Le tavole rotonde e le testimonianze raccolte da u.net hanno alla base la ricerca dettagliata e trasversale in tutte le discipline dell’hip hop; è per questo motivo che una delle tappe fondamentali del percorso è il writing, non solo in quelli che furono i suoi albori ma anche e soprattutto in quello che ne conseguì a livello sociale e artistico.
Questa parte riprende le tematiche di altri testi storici come Taking the Train, Subway Art, Hip Hop Files e Can’t Stop Won’t Stop… solo per citarne alcuni…che vedono spesso al centro della discussione il passaggio del writing dalla strada ai luoghi del’arte istituzionalizzata, la repressione reaganiana, i treni, le yard . Anche qui, voci che si incrociano dando un punto di vista molto più ampio rispetto a quello di critici e storici dell’arte dell’ultima ora.
Non manca, poi, coerentemente con la multidisciplinarità della materia trattata, la rievocazione di quelli che sono stati fino dall’inizio l’anima di qualsiasi party: il dj e l’mc.
Vengono menzionati Grand Wizard Theodore, Disco Wiz, Red Alert e molti altri.
Interventi determinanti per capire quanto la ricerca non si lmiti alla storicizzazione degli eventi ma spesso anche ad una vera e propria analisi tecnica. È per questo che alcune pagine sono dedicate alle invenzioni tecniche che nel tempo hanno arricchito la pratica del turntablism da G.W.T. a Q- Bert in tutto quello che riguarda lo sviluppo di tricks e virtuosismi.
Cuore pulsante di ogni party che si rispetti è l’mc, a cui u.net non manca ovviamente di dare ampio spazio con approfondimenti su round tables e succosi talks, documentati da riproduzioni di flyer e foto di jam, convention e serate storiche che ospitavano Busy Bee, Kurtis Blow, Mele Mel e tutti gli altri storici personaggi la cui lista sarebbe lunghissima.
Protagonisti indiscussi delle serate i b-boys: “Durante l’estate mi svegliavo la mattina pregando il Signore affinché ci fosse una jam!”… non necessita commenti questa frase di Popmaster Fabel, che riassume in meno di una riga quanta energia ci fosse all’epoca e quanto questa energia fosse veicolata in tutte le direzioni. Jam come momento di aggregazione, di cultura e al tempo stesso di fisicità dove le battle non dividono ma servono ad unire e a creare connessioni e il ballo è puramente stile in movimento.
Altri focus interessanti sono quello sulle donne dell’hip hop, i capitoli monografici, e la panoramica spazio-temporale di come dal Bronx la cultura hip hop si sia spostata verso gli altri boroughs newyorkesi, assumendo sfumature diverse ma mantenendo, alla base, il medesimo spirito.
Ovviamente un colpo d’occhio va anche verso moda e quotidiano, allo Stile, con “S” maiuscola che non può non rimandare alle mitiche foto di Shabazz e di Martha Cooper.
Uno degli aspetti più trasversali in tutto ciò è sicuramente come negli ’80 questa cultura, così radicata nella strada, si sia poi propagata verso ambienti molto più elitari e fashion come il cinema, la moda e l’industria televisiva. Si parla quindi di Wild Style, Breakin’ Bogaloo, Graffiti Rock e produzioni che hanno reso questo movimento parte integrante della cultura di fine millennio.
È a questo punto che u.net tira le somme, e lo fa chiamando in causa anche personaggi apparentemente discostati dall’hip hop in quanto tale, come Debbie Harry e Glenn O’Brien: voci appartenenti a quella scena underground della downtown anni ’80 in cui le espressioni artistiche e le culture convivevano tra gallerie d’arte e locali notturni.
Impossibile non pensare al commovente Face Addict e alle storiche immagini di Downtown ’81 di Edo Bertoglio.
Incroci di mondi solo all’apparenza antitetici… e non per niente “u.net” è l’abbreviazione di “underground-network” un progetto in movimento continuo che mette in relazione mondi e immagini, suoni e metriche differenti come nel cd in allegato, a cui partecipano molti protagonisti del rap italiano.
Insomma, un lavoro che sicuramente ha richiesto tempo e dedizione, ma che alla fine ha il grande pregio di non limitarsi alla statica narrazione di una storia cominciata ormai quasi trent’anni fa, ma che rappresenta una raccolta di interventi, capaci di perdurare nel tempo, comunicando qualcosa di diverso ad ogni lettore.
Rock on!

di Georgia FxLd

Dispenser (Radio Rai 2), 4 marzo 2009
+ Libro del giorno per Dispenser
Renegades of funk di u.netlibro del giorno per Dispenser – distributore automatico di stimoli quotidiani

su Radio Rai 2

di Angela Buccella

Blow Up, marzo 2009
+ Renegades of funk
Nel mondo delle scorciatoie e delle soluzioni a portata di mano, uno come u.net non riesci proprio a incasellarlo da nessuna parte: non giornalista, non scrittore, non dj/producer prestato alla causa della divulgazione. U.net è uno strano e raro caso di ricercatore sul campo, uno con una passione così smodata per la storia dei movimenti artistici e politici afro-americani, da aver di fatto dedicato gli ultimi dieci anni della sua vita alla comprensione (rigorosamente diretta) di quell’incredibile fenomenologia. Come logica conseguenza anche i suoi libri (andatevi a ricercare pure l’ottimo Bigger Than Hip Hop, Agenziax, 2006) elidono le categorie più convenzionali della saggistica di genere, preferendo invece rincorrere un contesto adatto all’esperienza sinestetica: racconti affidati prevalentemente ai protagonisti della prima ora, istantanee vivide, senza mediazione o interpretazione o interpretazione di sorta, capaci anche solo per un attimo di farci toccare con mano quella speciale vibrazione, la stessa che permise ad un pugno di giovani leoni metropolitani di scrivere la più importante rivoluzione sotto-culturale degli ultimi 35 anni. Frammenti, flash, impressioni e ricordi fieri che abbracciano in egual misura i 4 elementi della cultura hip hop fino a subliminarsi compiutamente nel quinto, quello auspicato dal profeta Bambaataa: la conoscenza. Straordinaria in tal senso l’idea del disco-guida, “storia musicale che facilitasse la comprensione di questa cultura a tutti gli appassionati… pezzi originali che hanno una relazione strettissima con i saggi presenti nel libro”. Non dunque una raccolta dei brani dei pionieri, ma un vero e proprio lavoro su commissione (ognuno ha preso in cura un capitolo) che ha coinvolto la crema della scena italiana: fra i tanti, segnaliamo uno straordinario omaggio ad Afrika Bambaataa degli Assalti Frontali, un pezzone firmato da Cuba & Disastro che racconta la mitica riunione delle gang del dicembre del ’71 (ovviamente con sample de “I Guerrieri della Notte), Tormento e Bonnot su Grandmaster Flash, e poi (un gradino sotto ma sempre di grande impatto) Esa & Shablo su Kool Herc e Mastino & CeeMass (Motus Operandi). L’operazione, complessa e ambiziosa, fila che è una bellezza, con tanto d’introduzione a 24 carati di Henry Chalfant e un’infinità di aneddoti sfiziosi svelati dall’interno. Unica nota parzialmente stonata, la prolissità delle round table sui temi specifici, che dopo qualche pagina perdono un po’ di presa sul lettore. Ma in definitiva l’autore sembra aver colto la sfida originaria: “creare uno stile originale con il quale nessuno sia in grado di competere, nello spirito autentico delle hip hop battle”. Sucker giornalisti, siete avvisati. (pag 100)

di Mauro Zanda

Mucchio selvaggio, marzo 2009
+ Spot on Renegades of Funk
Ci sono musicisti che partono prevenuti verso i giornalisti, e che forse le interviste non le dovrebbero proprio fare almeno non quelle al telefono. Grandmaster Flash è uno di questi. Ecco come sono andate le cose: quando finalmente riusciamo a parlargli (dopo un suo clamoroso bidone due giorni prima), dopo due minuti al telefono cominciamo una delle domande. Una cosa tipo: “Allora Flash, se ripensiamo agli anni 80…”. Al che lui interrompe e fa: “Avete rotto il cazzo voi giornalisti. Non sapete nulla. Siete ignoranti. Tutti a parlare degli anni 80, Flash di qua, Flash di là, sempre e solo stramaledettissimi anni 80, quando invece l’hip hop è nato nel 1969, hai capito? Sei un ignorante, ecco cosa sei, tu e tutti i tuoi colleghi!”. Caro Grandmaster Flash: sei un grande, sei uno dei padri dell’hip hop, ma ahinoi sei anche un cafone. Se tu non lo fossi stato, e se c’avesse fatto finire la frase, la domanda sarebbe stata: “Se ripensiamo agli anni 80, si va a parare su quando l’hip hop è diventato un fenomeno riconosciuto dalla discografia e dai media ufficiali; ma in realtà le cose nascono almeno un decennio prima, tu non solo c’eri ma sei stato uno dei protagonisti cruciali, è di questo che vorrei farti parlare”. Già. Flash avrebbe sentito questa domanda. Non è andata così. Peggio per lui. Anche perché tutto quello che ci ha detto, in venti minuti, è stato un misto di arroganza e svogliate banalità. Ma, attenzione, cosa ci importa di Grandmaster Flash se abbiamo Renegades of Funk di u.net? In realtà ci sarebbe piaciuto eccome parlare con uno dei padrini dell’hip hop e raccogliere aneddoti cruciali, ma il libro appena citato – perché di libro si tratta, pur con cd allegato – è una fonte di enorme valore di aneddoti diretti su quelli che sono i veri inizi dell’hip hop, quelli lontano dai riflettori di radio, tv ed etichette. Dietro lo pseudonimo u.net si nasconde Giuseppe Pipitone, da sempre studioso e fervido appassionato di quel filone della cultura e della storia nera che collega le Pantere Nere con Mos Def passando per le gesta dell’hip hop più autentico, quello originario. Già autore di Bigger than hip hop, con Renegades of Funk approfondisce il suo viaggio alla ricerca delle origini del rap quanto dei graffiti, del deejaing e della breakdance, secondo il sacro principio (che si rischia di dimenticare) per cui l’hip hop è l’insieme di quattro discipline. Si va direttamente alla fonte. Non è infatti un libro da musicologo che disseziona con piglio da accademico e/o storico della musica quello che è l’hip hop (l’approccio più comune, vedi alla voce David Toop), è un libro in media res, dove si parla direttamente con alcuni protagonisti – quelli sfuggiti alla ribalta mediatica, quindi per certi versi ancora più interessanti, nel 2009 – affrontandoli con gran rispetto.
Insomma venti euro da sganciare in libreria assolutamente necessari se si vuole respirare l’aria che per davvero ha generato una cultura musicale e non dominato nei decenni successivi, evitando di restare intossicati da generalizzazioni da osservatore freddamente esterno o dai lustrini del mainstream. u.net forse non ha la scorrevolezza dei grandi giornalisti musicali (Reynolds in primis), ma questo a ben vedere più che un difetto diventa quasi un pregio: con la sua scrittura diretta ed essenziale Renegades of funk guadagna in autenticità, è lo scrittore/studioso ad essere al servizio della Storia (con la “s” maiuscola) e non viceversa. E se qualcuno pensa che venti euro per un libro di 240 pagine siano tanti, tenga conto che c’è di mezzo anche un cd: dodici tracce dove per lo più sono nomi forti della scena nostrana contemporanea (Assalti frontali, Esa, Tormento, Macro Macro, e molti altri, diremmo davvero tutti bravi) a creare dei tributi in rap e in beat alla vecchia scuola, quella raccontata dal libro. Tracce davvero ottime, ben rifinite e godibili, non riempitivi monchi messi lì tanto per far numero. C’è cura, dunque, e amore dietro a questo prodotto editoriale. È c’è la testimonianza di una fase storica spesso e volentieri trascurata, sacrificata all’altare del Lill’ Wayne di turno. Ma anche per capire Madib e Flying Lotus e le destrutturazioni futuriste ipercontemporanee intellettuali odierne che tanto ci piacciono è doveroso sapere quali sono le radici, le nude, semplici, sincere radici.
Una delle parti più interessanti del libro è il momento in cui si traccia la storia del primo pezzo hip hop nella storia della discografia, ovvero Rapper’s Delight della Sugarhill Gang. Una storia non propriamente cristallina, dove ad avere la meglio sono i furbi e i biters, ovvero coloro che usano idee altrui: un peccato quasi mortale in un movimento artistico nato unico e originale e che metteva queste stesse qualità in cima alla scala dei valori, all’epoca. Bei tempi.

di Damir Ivic

Rodeo, marzo 2009
+ Renegades of funk
Nel Bronx, durante i primi anni 70, le gang stipularono una tregua. Nelle zone liberate del ghetto i giovani iniziarono a sfidarsi inventando uno stile nuovo nella danza, nella musica e nella spray art che pose le premesse per la nascita e la diffusione della cultura hip hop nel mondo. Renegades of Funk è l’appassionato saggio scritto da u.net, ricercatore di storia e cultura afroamericana. Il libro possiede un’inaspettaa forza vitale grazie alle testimonianze, i ricordi e le riflessioni di coloro che sancirono la nascita dell’hip hop. Qui un breve estratto in esclusiva per “Rodeo”.Sul finire degli anni sessanta a NYC si stava uscendo da un periodo di crisi, c’era molto caos e negatività. Le gang proliferavano ovunque e non avevano pietà per nessuno. L’unica cosa positiva per me fu trovare un modo per esprimere le mie frustrazioni. Vidi un treno e ci feci una tag e, prima che me ne accorgessi, avevo iniziato un movimento di massa. Libertà d’espressione, ecco di cosa parliamo: della possibilità di dire ciò che pensavamo e accadeva nella strade. Lo scrivevamo sui treni così chiunque poteva leggerlo!
Avevamo trovato la forma d’espressione più adatta a noi e alla situazione in cui vivevamo. Per la prima volta potevano dire ciò che pensavamo e non leggere solamente quella stupida propaganda che arrivava da televisioni e telegiornali. I graffiti nacquero per sfuggire alla disperazione della vita quotidiana. All’epoca, non potevi azzardarti a uscire dalla tua zona, se lo facevi e tornavi a casa vivo potevi considerarti fortunato. L’espressione artistica fu importantissima per noi poiché quando crei un pezzo non sono tanto importanti i colori con cui stai dipingendo quanto quello che stai realizzando. I pezzi e la qualità della loro realizzazione diventarono più importanti dell’appartenenza a una determinata gang. Ogni artista portava nelle sue opere il proprio background e stile.
è una forma d’espressione artistica davvero incredibile, capace di infrangere tutte le barriere; siamo tutti uniti in un’unica cultura grazie a questa caratteristica peculiare. Credo proprio che la nostra arte sia riuscita a far diventare il mondo un posto migliore e sono felice d’esser parte di questo movimento artistico. Riflettendoci è incredibile, non ci avrei mai scommesso sopra… Andavo in giro con un amico e facevamo tag. Non c’erano ancora i pezzi sui treni all’epoca, neanche tag sull’esterno. Un giorno feci una tag pensando che non l’avrei rivista mai più… quella stessa sera per pura coincidenza rividi quello stesso treno con la mia firma. Whoa! C’era qualcun altro che aveva aggiunto la sua proprio accanto alla mia. Quel che accadde da quel momento in poi è ormai storia. Iniziai a farne altre, più grandi, più belle, più colorate. Prima di rendermene conto stavo dipingendo interi vagoni. In questo modo, però, dando visibilità ai pezzi sull’esterno delle carrozze, avevamo gli sbirri alle calcagna. Ormai sapevano che andavamo nei depositi e sulle sopraelevate per dipingere. Nonostante la repressione, almeno all’inizio i nostri lavori non vennero cancellati e così girarono per la città come esposizioni itineranti.
I pezzi iniziarono a evolvere velocemente – due, tre colori, interi vagoni e poi treni. Non c’era limite alla creatività. Poi iniziarono a complicarsi le lettere e le forme. Era meraviglioso. Una bomba adrenalinica.
Per quanto mi riguarda non c’era nessuno a cui ispirarsi, perché sono tra i pionieri di questa forma d’arte. Capisci cosa voglio dire? Quando ho iniziato non c’era nessuno. Sono sempre stato il migliore, non scherzo. Ho sempre spaccato il culo a chiunque. Sono stato un precursore e sono sempre rimasto avanti.
Il wild style è ciò che vivo e respiro – la mia arte. La mia arte rappresenta il mio modo di vivere, una tecnica selvaggia. Devi trovare un proposito nella vita e una volta trovato cerchi di svilupparlo al massimo. Intendo dire dedicarsi a qualcosa per ore senza la minima fatica. Ho trovato la mia vita nell’arte. Quando trovi la tua via, puoi restituire qualcosa alla comunità da cui provieni. Proprio perché ami ciò che fai e lo vivi. Il wild style è un modo di vita per chiunque, che tu sia un ciclista, uno skater o anche solo un postino: vuol dire esser il migliore sempre, qualsiasi cosa tu faccia.
Alias, 14 febbraio 2009
+ I pionieri di u.net
Il Bronx, le gang e le radici della cultura hip hop. Un libro con cd allegato. Dopo Bigger than hip hop (2006) il milanese u.net, ricercatore di storia e cultura afroamericana, torna con Renegades of Funk per raccontare i primi passi della popolare cultura nata nel sobborgo newyorchese. Prima di tutto proprio tramite la voce dei protagonisti cresciuti nel Bronx e dintorni, e la spocchia con cui si raccontano sembra arrivare direttamente dall’adolescenza passata in strada, con o senza gang. In secondo luogo tramite il microfono di chi ha voluto rendere omaggio ai loro ispiratori e padrini: oltre al newyorchese Donald D – che ha vissuto in diretta quel periodo frequentando alcuni dei protagonisti citati –, figurano sul cd vari membri della scena italiana: Dj Pandaj, C.U.B.A. Cabbal & Dj Dsastro, Esa & Shablo, Assalti frontali, Lord Bean & Painè, Mastino & CeeMass, Tormento & Bonnot, Polo, Vaitea & Voolcano, Kiave, Lugi, Ghemon Science & MacroMacro, Pinto & 3D e The Reverse.
I pionieri delle quattro discipline hip hop raccontano aneddoti emblematici o che addirittura hanno segnato la storia di questa cultura che dalle origini a oggi si è diffusa e sviluppata in maniera massiccia continuando a sconfinare, a incidere in altri ambiti. Ecco allora u.net che dà giusto rilievo al rapporto, sempre più intenso, tra Afrika Bambaataa e il concetto di pace; che ci fa vedere – anche grazie ad alcune notevoli foto dellepoca – come l’hip hop abbia influito sulla moda (compreso il versante trendy-vintage odierno); che ribadisce come la prima hit rap, Rapper’s Delight, sia stata una mossa astuta per ottenere un richiamo internazionale senza correre rischi, visto che la Sugarhill Gang era composta da innocui outsider semisconosciuti nel giro; che ci fa scoprire come il blackout newyorchese dell’estate del 1977 sia stato non solo un momento di rivolta e saccheggio – anche di svolta per i dj che riuscirono ad appropriarsi delle migliori apparecchiature –, ma abbia anche mandato in crisi economica alcune famiglie. Questi e decine di altri risvolti compongono un suggestivo spaccato hip hop utilissimo per la comprensione di questa cultura. Abbiamo dialogato via mail con u.net, alias Giuseppe Pipitone.È una forzatura o si può dire che l’assunto di partenza del libro sia che le situazioni di degrado, disagio e violenza sono anche terreno fertile per la creatività e l’arte?
Più che un assunto direi che quelle appena descritte furono le condizioni in cui nacque l’hip hop, ciò che successe nel Bronx negli anni Settanta. La mancanza di qualsiasi tipo di prospettiva creò le premesse per la nascita del più importante movimento culturale del nostro tempo. Quello che fu il clima in cui lo scambio, la condivisione e la sintesi di tradizioni culturali differenti, che interagivano nel medesimo ambiente, posero le premesse per quell’esplosione creativa che dal Bronx conquisterà prima la città di New York, poi la nazione e, infine, il mondo intero. Quei giovani neri e latini hanno lottato per ottenere visibilità e riconoscimento in una società che li aveva spinti ai margini della vita politica e sociale, in una giungla postmoderna in cui svilupparono nuove forme d’espressione culturale e di intrattenimento attraverso l’uso di strumenti poveri, l’adattamento ambientale e la sintesi creativa delle contraddizioni, in pratica facendo tesoro proprio da “assenza e desiderio”.

Un passaggio che assurge a classico nelle vite di molti artisti che citi è il momento della redenzione, il ripudio della vita violenta…
Possiamo tranquillamente affermare che l’80% dei pionieri della cultura hip hop fossero membri di una gang, La violenza era la quotidianità nel Bronx di quegli anni e le gang rappresentavano una sorta di struttura organizzata, un elemento di sopravvivenza per i giovano che abitavano quell’area. Dopo la tregua del 1971 tra le gang, che pose le premesse per la nascita e l’evoluzione della cultura hip hop, la violenza non terminò all’improvviso, come avrebbe mai potuto accadere? L’esempio classico del passaggio tra la vita violenta e la redenzione (se così la vogliamo definire) è esemplificata dalla figura di Bambaataa, passato dall’esser capo guerra dei Black Spades a maestro dei dischi per i giovani che affollavano le sue serate. Bam partecipò direttamente a molte “guerre” e scontri e lentamente comprese la necessità di un cambiamento. La morte dell’amico Soulski ad opera della polizia nel 1975, loo convinse dell’urgenza di una svolta e così si adoperò per trasformare gli Spades in un’organizzazione che avesse un impatto positivo sul territorio, la Zulu Nation. L’esempio offerto dalla personalità magnetica di Bam fu cruciale per moltissimi giovani che iniziarono a sfidarsi a passi di danza o in rima invece di scontrarsi fisicamente. Molte gang si trasformarono in crew e operarono come security ai party, i Casanovas con Flash così come gli Zulu con Bam.

Nel libro insisti nel sottolineare il ruolo giocato dalla comunità ispanica nella storia dell’hip hop. Perché in questo ambito rispetto agli afroamericani gli ispanici sono passati in secondo piano (esperti in materia a parte)?
Negli anni Ottanta l’elemento che ottenne maggiore visibilità mediatica fu il rap (o MCing), l’ultimo elemento a nascere e svilupparsi all’interno della scena hip hop del tempo. I protagonisti dei primi dischi sono per lo più afroamericani e l’MCing richiama con forza la tradizione orale afroamericana: ecco probabilmente una delle ragioni principali per il tipo di atteggiamento di cui parli. Prendendo a riferimento invece i diversi elementi inclusi sotto il nome di hip hop, con particolare riferimento al Bboyng, ci accorgeremo di come le componenti latina e caraibica abbiano giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione del genere. La danza conosciuta dai più come breakdance altro non è che il risultato della sintesi dei diversi apporti di etnie differenti e delle loro tradizioni culturali. Per comprendere meglio ciò di cui sto parlando consiglio a tutti la visione di Mambo to Hip Hop (2008) di Henry Chalfant, regista, fotografo e autore dell’introduzione di Renegades of Funk.

Che livello ha raggiunto la cultura hip hop in Italia? Spostandoci anche fuori dal giro degli appassionati, nella società italiana inizia ad esserci una coscienza nei confronti dell’hip hop?
Una domanda complessa a cui non saprei come rispondere. La cultura hip hop non è così diffusa e pervasiva in Italia come invece accade in altri paesi; di conseguenza l’importanza di questo movimento culturale non è ancora percepita a pieno. Il fenomeno su sta diffondendo lentamente e ciò è riscontrabile nel numero di sigle, pubblicità e film che utilizzano l’hip hop come colonna sonora. Le trasmissioni musicali, però, anche quelle specificatamente hip hop non operano per diffondere conoscenza ma solo prodotti e video musicali e non.
La maggior parte degli adolescenti conosce l’hip hop per quello che vede su Mtv o legge su riviste musicali patinate e di dubbia validità culturale. Nel tentativo di ovviare a tutto ciò, di diffondere conoscenza, di avvicinare i giovani alla lettura e, soprattutto, con l’idea di andare oltre alla pagina scritta, ho chiesto ad alcuni MC e producer italiani di collaborare con me nel tentativo di trasformare la prosa in rima e di affiancare alla storia orale una storia musicale da quest’ultima direttamente influenzata. L’esperimento sembra perfettamente riuscito, soprattutto, grazie all’aiuto, alla dedizione e all’entusiamo dimostrato dagli artisti coinvolti. L’obiettivo è proprio quello di creare una base di coscienza critica che possa portare a nuove realizzazioni e progetti che non tocchino solo e unicamente la produzione musicale.

Un po’ di musica per integrare al meglio la lettura di Renegades of Funk?
Jimmy Castor, It’s Just Begun (Rca, 1972), Incredible Bongo Band, Bongo Rock (Pride, 1973), Chic, Good Times (Atlantic, 1979), Sugarhill Gang, Rapper’s Delight (Sugar Hill, 1979), Afrika Bambaataa & Soul Sonic Force, Planet Rock (Tommy Boy, 1982).

di Luca Gricinella

Tags:



I commenti sono chiusi.

Torna su ↑