Rave

Rave new world

Blow up, marzo 2016
+ Rave new world
Sottotitolo L’ultima controcultura, Rave new world è un viaggio appassionato di Tobia D’Onofrio verso quel passato prossimo in cui, per citare le parole dell’introduzione di Valerio Mattioli, “l’utopia significala ribadire lo slancio prometeico del futuro immaginato”, e quindi un lungo tour vissuto in prima persona tra Roma e Londra, Castaneda e Mutoid, arcaismo e tecnologia, tarantismo e hardcore techno, Spiral Tribe e Stay Up Forever, ecstasy e soprattutto ketamina, il nomadismo circense dei teknival, psy, goa e tribal trance, con grandi documentazioni, interviste incrociate, uno studio esperienzial-sociologico nella restituzione del senso di un movimento sotterraneo che ha lasciato tutta una serie di indicazioni da rielaborare.

di Christian Zingales

Nuovo Quotidiano di Puglia, 14 dicembre 2015
+ Rave, alle radici di un fenomeno internazionale
Tobia D’Onofrio ricostruisce la stagione dei rave proibiti. Un percorso storico delle controculture che si sono susseguite dagli anni Settanta agli Ottanta
Qual è stata in ordine cronologico l’ultima controcultura in grado di coinvolgere musica, politica, attivismo e stile di vita? Tobia D’Onofrio, giornalista leccese di stanza a Milano, in Rave new world edito da Agenzia X, parla dall’interno della stagione dei rave party: una spinta inarrestabile capace di unire spontaneamente migliaia di persone in feste “illegali” sparse in tutta Europa e non solo, creando una traccia ed un’impronta pirata, tutt’altro che astratta, ancora lontana dall’esaurirsi.
Se la stagione dei rave inizia nei primi anni Novanta in Gran Bretagna, catalizzando istanze politico-esistenziali, aspiranti comunità liberate, lotte per i diritti e soprattutto tanta sperimentazione elettronica. D’Onofrio traccia il percorso storico della sua ricerca a partire dalle controculture britanniche che si sono susseguite dagli anni Sessanta agli anni Ottanta. Free festival, movimento hippy, lo scontro nichilista con la cultura punk alla fine dei Settanta ma anche la Summer of love di Ibiza e la conseguente diffusione della musica house.
Ai rave, come sottolineato nelle interviste ai personaggi che hanno animato la scena internazionale raccolte all’interno del libro (Simon Reynolds, Spiral Tribe, Mutoid Waste Company, D’Arcangelo, Dj War, Atari Teenage Riot, Kernel Panik, Tekno Mobil Squad) non si arriva per caso.
Il cammino di questa forma di “festa libertaria”, che intende liberare i vincoli legati alla legge ed alla quotidianità, teorizzato fra le altre cose nel libro T.A.Z. (Zone temporaneamente autonome) del filosofo Hakim Bey, parte da lontano nella storia per poi esplodere e dissolversi nel giro di un decennio, mutando forma e facendo i conti con le pesanti contraddizioni del caso.
Da un lato emergeranno provvedimenti schiaccianti come il Criminal Justice Bill, che vieterà severamente in tutta la Gran Bretagna la possibilità di poter organizzare questi raduni, dall’altro l’enorme crescita incontrollata delle feste ed il relativo libero uso di sostanze stupefacenti all’interno, vedi ad esempio la ketamina, contribuiranno a creare dei cortocircuiti insanabili.
Come facevano diecimila persone a radunarsi in un’area industriale dimessa, magari alla periferia estrema di una metropoli, senza il supporto di alcuna pubblicità legale? Cosa spingeva migliaia di giovani in tutta Europa a radunarsi per giorni interi a ballare e stare insieme? Qual era il clima di queste feste? Quali i personaggi, le aspettative, le ragioni? Qual era la reazione delle comunità locali? Come vivevano questi gruppo di ragazzi?
Cosa resta del fenomeno? Sono tutte domande alle quali il lavoro di Tobia D’Onofrio riesce a dare risposte convincenti. Nel libro, inoltre, viene dato ampio spazio al ruolo strategico del Salento e di alcuni suoi personaggi che, come primo motore di questo stile di vita alternativo, prima ancora delle migliaia di turisti, durante la bella stagione, appena due decenni fa, attirava nelle nostre pinete carovane di raver e traveller da tutta Europa.

di Ennio Ciotta

Coolclub, 9 dicembre 2015
+ Tobia D’Onofrio. Passato, presente e futuro dei rave party
Qual è stata l’ultima controcultura? Come mai dopo la stagione dei rave non si è più affermata una spinta creativa capace di unire migliaia di persone? Nata negli anni novanta in Gran Bretagna, con un piede nei club e l’altro nell’era cyberpunk, la scena dei rave e del movimento free tekno è stata un’avventura che ha forgiato nei suoi circuiti underground generi musicali innovativi, come hardcore, gabber, jungle, drun’n’bass, grime, dubstep. Nonostante la natura utopica, questo immaginario pirata ha avuto un impatto sulla società tutt’altro che astratto: dalle origini fino agli anni zero si è concretizzato in un crogiolo di istanze politico-esistenziali, unendo spesso trasversalmente, in una danza collettiva, sognatori di comunità liberate, sperimentazione elettronica, lotte per i diritti gay ed esperienze dei controvertici. Parliamo di questo e molto altro con Tobia D’Onofrio, giornalista salentino, collaboratore anche di Xl Repubblica, che ha pubblicato da poco Rave new world (Agenzia X).

Partiamo dall’inizio. Che cos’è un rave?
A questa mi piacerebbe rispondere con le parole di Astrid Fontaine e Carolen Fontana che cito nel libro: “Il rave nella sua essenza è rottura, gioco, trascendenza. Il rave è una festa-transe, un’esperienza di sacro-selvaggio. […] Nel cuore della festa si ricrea il legame sociale. All’interno di una folla eterogenea la festa fa rinascere un accordo, una solidarietà, un valore comune. Essa si oppone all’indifferenza della massa, all’esperienza quotidiana della solitudine dell’uomo che si nega fino a non esistere più. […] I raver non hanno un Dio comune, sono soli nel loro delirio, soli nella loro transe, anche se essa è collettiva. Ma le loro esperienze sono abbastanza vicine da sentirsi insieme, in accordo da poter scambiarsi, essere presenti gli uni agli altri, senza parlare, durante la festa. […] Di fronte a un malessere sociale diffuso, la cui causa non è identificabile, il rave veicola per molti la fede in un’altra realtà possibile, spirituale e non. La festa risponde in questo senso a un eccesso di energia che lo sommerge in alcuni momenti facendo scoppiare il quadro sociale e culturale”.

Come nasce l’idea di scrivere il libro?
Da qualche anno mi girava in testa un articolo che raccontava l’esplosione di un movimento rave a livello internazionale e l’incontro/scontro con l’universo dei centri sociali italiani. Poi ho conosciuto Marco Philopat di Agenzia X e ho capito che potevo scrivere un libro.

Che ruolo ha avuto il Salento nello sviluppo del movimento dei rave?
Diciamo nessuno, a parte il fatto che i Tekno Mobil Squad, una delle prime crew italiane tekno, erano per metà salentini. A Lecce, nel 1995, Matteo metteva dischi techno al centro sociale Stazione Ippica. Qualche anno dopo avrebbe organizzato feste al Livello 57 a Bologna. Bisognerebbe chiedere, al contrario, che ruolo ha avuto il movimento dei rave nello del Salento. I rave e poi i teknival sono arrivati a fine anni ’90 e in realtà non hanno cambiato più di tanto la realtà salentina, perché all’epoca si organizzavano già imponenti dance-hall illegali, anche se la musica era differente. La cultura delle feste illegali, ovvero delle “occupazioni” musicali che duravano per giorni e giorni, era già ben radicata in Salento, anche se oggi sono in pochi a ricordarsene. Oltretutto lo stesso Dj Wr iniziò a suonare musica jungle subito dopo la fuoriuscita dai Sud Sound System, a meta degli anni ’90. In Salento, come a Londra, la cultura rave ha quindi pagato il suo debito nei confronti della cultura giamaicana. Oggi invece niente più dance-hall né rave, tutto è incanalato principalmente in eventi legali. Una solida eredità sopravvive, quindi, anche se la repressione è forte. Ma il legame più profondo del nostro territorio con la scena rave fu scoperto nei primi anni ’90 da due docenti universitari, Piero Fumarola e George Lapassade, che contribuirono a sciogliere i legami più arcani tra la pizzica tradizionale salentina, il taranta-muffin autoctono dei Sud Sound System e la transe estatica dei rave. Furono proprio loro ad inventare il termine techno-pizzica e a lanciare band come i Nidi D’Arac. La riscoperta della pizzica a metà anni ’90 si è innestata proprio su questo terreno artisticamente molto fertile, e tali dinamiche sono spiegate esaustivamente all’interno del libro.

Raccontaci una storia degna di attenzione.
Nel 1998, quando mi trasferii Londra, all’interno di un rave illegale mi sono imbattuto in un banchetto informativo sulle droghe. C’erano volantini dettagliati per ogni sostanza in cui venivano spiegate caratteristiche, precauzioni d’uso, controindicazioni e interazioni con altre droghe e una ragazza offriva persino un test gratuito delle pasticche di ecstasy con delle strane cartine al tornasole che ne verificavano il contenuto. Mi sembrava roba da folletti. Tempo dopo capii che era prassi abbastanza ordinaria in Inghilterra, ma anche in Olanda, per non parlare della Francia, e così via. In Italia invece no. Gli unici che in tempi non sospetti (e in ambito illegale) hanno offerto un servizio di riduzione del danno sono stati i ragazzi del Lab57, al Livello57 di Bologna. Da qualche anno ormai alcune associazioni hanno iniziato a muoversi grazie alle regolamentazioni della comunità europea. Possono effettuare assistenza sanitaria, informare con volantini esplicativi, ma ancora, in Italia, non possono effettuare liberamente i test. Ti rendi conto? Sono passati vent’anni, ma qui siamo particolarmente retrogradi e ignoranti in materia: poi però inorridiamo quando accadono tragedie come quella di quest’estate al Cocoricò…

Quale eredità musicale e sociale ci ha lasciato la scena dei rave?
A livello musicale l’eredità è enorme: pensa a quanto la musica dance ormai influenzi il pop, l’hip hop e tutto l’indie rock, a partire dall’underground più oscuro; e pensa a tutti i Festival rock odierni, che da un certo orario m poi si trasrormano praticamente in superclub. A livello sociale, invece, la cultura rave ha stravolto il modo di pensare e di agire di molti: tra le tifoserie degli hooligan inglesi, nei centri sociali italiani, tra gli attivisti di social forum internazionali; ha addirittura modificato l’assetto di quartieri e città e nel libro si racconta di Ostia. Oggi l’utenza che frequentava i rave negli anni ’90 e nei primi anni del 2000 è stata comunque assorbita dai numerosi bar, club e locali sparsi un po’ per tutta l’Europa in cui si consuma liberamente il rito dionisiaco. Ma il rave illegale in senso stretto torna e ritorna ciclicamente. L’artista inglese Burial qualche anno fa parlava nostalgicamente dei rave che non aveva vissuto in prima persona per motivi anagrafici. Oggi gli italiani Aucan ammettono di essere influenzati dalla scena rave. Probabilmente al più sfugge la percezione di quanto questo movimento sia stato e sia ancora importante. Rave new world racconta le ramificazioni e le implicazioni di una scena rivoluzionaria che ormai si è spinta fino in Palestina.

di Ennio Ciotta

www.justkidsmagazine.it, 3 dicembre 2015
+ Rave new world
Il principale timore che nutro nei confronti di Rave new world. L’ultima controcultura, è che resti confinato a un pubblico di appassionati, per i quali questo libro di Tobia d’Onofrio non rappresenterà altro che una serie di ricordi e approfondimenti su un movimento di cui conoscono già quasi tutto, avendolo vissuto dall’interno. Una tendenza che ho notato in recensioni come questa e nella (pur interessante) prefazione di Valerio Mattioli.
Sarebbe una bellissima occasione perduta, perché Rave new world, a mio parere, esprime il suo massimo potenziale proprio se indirizzato a chi – come il sottoscritto – a un rave non ci è mai stato, e perfino a chi ha quella conoscenza grossolana e approssimativa del fenomeno suggerita dai mezzi d’informazione dell’epoca, che facevano di tutta l’erba un fascio accomunando club parties e rave illegali nell’unico, approssimativo calderone di “droga + stragi del sabato sera”.
Il punto di forza di questo esaustivo trattato è proprio quello di offrire una prospettiva diversa del movimento rave, ovvero quella di una persona che ne è stato partecipante attivo e ne conosce a menadito quelle implicazioni politiche e sociali che non saranno mai trattate in alcun libro di storia. Tobia d’Onofrio illustra i propositi di sovversione dell’ordine costituito e la matrice anticapitalista dei raver, le radici culturali del fenomeno (che affondano nel rito tribale di festa come modo per esorcizzare la routine quotidiana), il terreno musicale in cui si definisce – e di cui Tobia ha una conoscenza ai limiti dell’autismo – e ovviamente il ruolo della droga, che qui non è il cardine fondamentale del movimento ma ne rappresenta comunque un elemento importante, trattato con un’audacia e una libertà di pensiero a cui forse non siamo più abituati.
Rave new world. L’ultima controcultura è un saggio corale, con interviste ad alcuni dei più importanti rappresentanti del movimento rave (come la Mutoid Waste Company e la Spiral Tribe) e il giusto dosaggio di esperienza personale: l’autore entra in prima persona nella narrazione con gusto, solo quando il suo apporto è fondamentale e arricchisce il filo logico del discorso. Non ultimo, va sottolineato il ruolo delle gallerie fotografiche, che contribuiscono a spiegare il fenomeno come rito di festa collettiva che mette lo spettatore al centro di tutto, come spiega Tobia stesso: “La musica che esce fuori dal nulla, il dj non esiste, invisibile dietro un totem: il muro di casse acustiche. La musica penetra sottopelle e muove le viscere. Nessun palco, nessun performer, tranne il pubblico stesso che incrocia sguardi e passi di danza galleggiando su un’invisibile Jacuzzi in sincronia con la pulsazione dell’universo. La gente stessa è la festa. Il raver è l’unico protagonista. Non c’è alcun fine, nessuno scopo. Soltanto totale libertà d’espressione in condivisione. Uno spazio liberato. Una Zona temporaneamente autonoma”.
Qualcuno potrebbe pensare che se non si è preso parte al movimento rave sarà impossibile capire le parole di Tobia in questo libro edito da Agenzia X. Io, al contrario, sono convinto che proprio chi non sa nulla di quanto sia stato importante questo fenomeno dovrebbe assolutamente leggere Rave new world e consigliarlo a chi è disposto ad aprire la propria mente per superare i preconcetti imposti dai media.

di Claudio Delicato

Mucchio selvaggio, novembre 2015
+ Rave new world
Voto: 8
Archeologia industriale, cavalcavia, polvere sul suolo, spazi verdi e “giardinaggi” tribal-danzanti. L’accoglienza è insolita: ci si arrangia in diverse migliaia. Spiriti liberi, in corpo un mix di rabbia e solitudine. La “Comune” e l’empatia, corpi mutanti e consapevoli dell’essere sull’orio del precipizio o sorridenti nello sventolare una t-shirt in cima a un sound-system. Effetto paracadute, techno “mala musica”, individui che “riciclano” recapiti non più mappati e il loro essere (lì). Diffìcilmente il r’n’r potrà essere la colonna portante del XXI secolo. Derive: la chitarra di Hendrix che prende fuoco e il trittico del dosaggio. Approdi: la parata sulla strada (ma non è la banda comunale) e lo spirito edonista e allucinato. Pagine, ricche di citazioni: Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono. (Bertolt Brecht). E poi: il rock racconta esperienze in cui l’ascoltatore può identificarsi: il rave hardcore costruisce insieme all’ascoltatore un’esperienza che contribuisce a creare e modellare un immaginario. (Simon Reynolds).
Nell’era del dubbio permanente, del ticchettio esistenziale e in cui la vita pare sia un resto che qualcuno ti dà, Tobia D’Onofrio eccelle nel ripercorrere scenari, stati d’animo, quel “filo rosso” che va dagli avamposti agli ultimi spazi territorializzati. Interviste (Mutoid Waste Company, Alec Empire ecc.), significative immagini e soprattutto un ripasso pluri-decennale che è un soffio che spinge a eludere controlli: cyberpunk, rituali nel corso del tempo, free festival, raduni “martello”, tecno-paganesimi, idilliaci traveller. L’accurata analisi di stili di vita non convenzionali, danzatori che sono masse eterogenee, provocazioni nichiliste, antiautoritarismo, l’essere elemento alternativo vietato dalla legge (nei fatti, nei proclami, nella criminalizzazione a prescindere). Continua “autonoma”: tra punti critici, druida, trascendentale. Si partecipa: onde di configurazioni connesse o non connesse.

di Massimo Pirotta

Rumore, novembre 2015
+ Rave new world
Voto: 9/10
La scena internazionale dei rave, in ordine cronologico l’ultima delle controculture, raccontata in maniera didascalica ed appassionata da Tobia D’Onofrio, giornalista che ha vissuto dall’interno il movimento. Il racconto parte da lontano: dai free festival britannici a cavallo fra gli anni sessanta e gli anni ottanta, passando dalla nascita dei fenomeno Ibiza e della scena acid house, fino ad arrivare agli anni novanta in Gran Bretagna: dove una danza collettiva, mossa da sognatori e da comunità liberate guidati da flyer scritti in codice, infoline e motivazioni politiche e sociali, si radunava come d’incanto sotto un muro di casse nella periferia della città, trasformando le feste in rituali liberatori e la propria vita in un profondo senso d’appartenenza alla scena. Il libro, oltre a raccogliere le interessantissime testimonianze degli studiosi e dei protagonisti della scena – Simon Reynolds, Spiral Tribe, Mutoid Waste Company, D’Arcangelo, Dj War, Atari Teenags Riot, Kernel Panik, Tekno Mobil Squad i quali raccontano dettagliatamente la nascita e l’evoluzione del fenomeno – analizza con cura tutte le connessioni fra musica, trance, dissociazione e uso di sostanze; spiegando la nascita delle derive elettroniche underground come hardcore, jungle, grime, drum’n’bass, gabber, dubstep. L’occasione giusta per cogliere i1 senso di uno stile di vita ad altissimo livello di apertura e libertà in tutte le sue contraddizioni.

di Ennio Ciotta

http://noisey.vice.com, 15 ottobre 2015
+ Rave new future
Tutti quelli che in Italia hanno più o meno la mia età, ovvero i nati tra il 1985 e il 1990, hanno avuto pesantemente a che fare con i free party. Anche per contrasto, anche per stabilire una distanza sarcastica col mondo dei “teknoranger”, un rifiuto totale in quanto abitanti di contesti politici e culturali opposti, oppure – al contrario – in quanto critici “dall’interno” delle controculture. Per lo più, però, li abbiamo attraversati in maniera potente, come invito a ritrovare un’intensità duratura e determinante nel godimento, come stimolo eccitante a partecipare a una produzione di cultura. Per quante contraddizioni e ipocrisia contenesse, per quanto fosse limitato, quel mondo rappresentava un’opportunità ricchissima. Oggi riesco solo a pensare che ne abbiamo completamente sprecato le potenzialità, che se pure il movimento è collassato per cause fisiologiche, noi di sicuro non ne abbiamo saputo raccogliere la lezione per farne qualcosa di ulteriore.
Sta comunque di fatto che, quando avevo sedici anni io, si dava per scontato che ogni sabato da qualche parte ci fosse una Festa, un rave, un free party, per non parlare degli occasionali e colossali teknival e delle street parade. Quando non ce ne erano di illegali, ci pensavano i centri sociali, ma quello non era che il palliativo di un’esperienza che, per definizione, doveva essere fatta in luoghi che venivano attraversati solo nell’arco della festa, ai margini della città e fruita da una rete di persone che si erano scambiate le informazioni in maniera diretta. In quei luoghi si sconvolgevano elementi del sistema produttivo (tecnologia di tutti i tipi, rifiuti, luoghi di lavoro abbandonati) nel loro nemico n.1. Bisognava però andarci con una mentalità che era il contrario dell’evasione che si va a cercare nei club, capire che la vita vera, l’energia vera, si riguadagnava perdendosi insieme ad altre migliaia di corpi e coscienze che l’invalicabile muro di casse proteggeva da eventuali scalate gerarchiche.
A chi ha quegli interessi, oggi, tocca in larga parte ricominciare daccapo, e non mi pare casuale che, a distanza di circa vent’anni da quando il fenomeno è arrivato in Italia, si ricominci pesantemente a parlarne. Non è solo una questione di storicizzazione regolare (il famoso riflusso ventennale), c’è invece un’urgenza che non trova più troppi modi concreti di esprimersi. “Io credo che abbiamo un’eccesso di energia che non si può sfogare in nessun in altro modo”, mi dice Tobia D’Onofrio facendo riferimento ad Astrid Fontaine e Caroline Fontana e al loro libro del 1997 Raver, uno dei testi che ha affrontato il mondo dei rave dal punto di vista dell’antropologia culturale, insieme a Dallo sciamano al raver di Georges Lapassade, del 2008. Il libro di Tobia, invece, si intitola Rave New World. L’ultima controcultura, ed è appena uscito per AgenziaX. Cita entrambi i testi che ho appena nominato, e al lavoro di Lapassade deve probabilmente molto di più degli altri. È questo che lo rende molto diverso da altri testi usciti di recente in Italia sull’argomento, a cominciare dal cruciale Free Party. Technoanimia per delinquenza giovanile (2002) di Francesco Macarone Palmieri, per seguire coi più narrativi Tekno Free Doom (Syd B) e Muro Di Casse (Vanni Santoni), usciti entrambi quest’anno.
Rave New World prova sia a differenziarsi che a riassumere la lezione di chi lo ha preceduto, facendo anzitutto una genealogia della cultura dance elettronica, poi interviste a tanti dei protagonisti della scena (di generazioni e provenienze molto diverse, da 69db a Kola dei Kernel Panic ad Alec Empire), provando anche a ricostruire sia l’intertestualità politica del movimento che il suo fondamentale rapporto con lo sballo psicoattivo, profondamente cambiato nel tempo. Oltre a questo, però, Tobia non si è scordato di toccare anche una serie di aspetti che potrebbero essere, a seconda dei punti di vista, il risultato della sovrapposizione di godimento, alterazione psichica e politica, oppure il loro fondamento. L’idea di rave illegale, quindi, come sovversione che nasce dalla necessità di riprendere una libera ritualità collettiva in cui l’individuo non si senta schiacciato ma sublimato, ricostruire una spiritualità fondamentale, fare una critica della separazione per immanentizzare l’assoluto. Se vogliamo chiamarla transe, facciamo pure.
Tobia spiega così il ritorno di interesse: “Tu dici che adesso si sta ricominciando a parlare di rave, io dico che il movimento rave sta cambiando. Da noi non c’è stato ancora il ritorno all’illegale, lo dico nel finale del libro, in Inghilterra ne stanno ricominciando a sentire l’esigenza. Come dice Simon Reynolds, ultimamente si sente molto meno la differenza tra il festival rave e il festival elettronico. In festival come Glastonbury [le cui radici druidico-hippy sono ancora ben piantate a terra, NdR] si sente ancora il bisogno energetico. Da altre parti no. Io sono andato a sentirmi gli Spiral Tribe al completo in un club e ti assicuro che non è la stessa cosa. Eppure anche loro ora stanno ricominciando a suonare agli illegali.”
Un valore aggiunto del libro è, senza dubbio, il funzionare secondo una pluralità di linguaggi; il tono prevalentemente saggistico non impedisce una narrativa personale, un racconto di esperienze dirette e un netto posizionamento politico. In mezzo a ciò, le interviste spezzano il flusso e lanciano suggestioni per argomenti che arriveranno più avanti, o ricompongono idee già apparse, sotto punti di vista nuovi. Il discorso diretto, sia quello dell’autore che degli intervistati, non serve ad altro che a evitare di allontanarsi da quella che è l’essenza del raving: l’esperienza, appunto. L’attraversamento individuale di un tempo che si dilata col tempo e di uno spazio che si espande e comprime a seconda della distanza e della relazione che si stabilisce con il suono e con gli altri corpi, comprese le architetture e i paesaggi – svuotati e poi ri-colmati di senso – in cui i rave si tengono. Anche a fronte dell’impossibilità di rendere a parole quel genere di emozione spirituale caricata a sostanze (chiamiamole per nome: MDMA, Speed, LSD, Ketamina), è importante provare a mettere più il proprio percorso libidinale che il proprio ego dentro il testo.
A differenza di Tobia, io dei Rave ricordo soprattutto la frustrazione che mi davano, il senso di spreco. Per motivi anagrafici ho cominciato a frequentare le feste intorno al 2003/2004, fino a circa il 2008, durante quello che per Vanni Santoni è stato forse il momento di maggiore potenza del movimento, ma che per molti della prima ora, specialmente della scena romana (da Macarone Palmieri al Duka, a Matteo Swaitz) era già una fase “postuma”, di manierismo a ripetizione. Non riesco a dare torto a nessuno dei due fronti: per come l’ho vissuta io e l’hanno vissuta quelli della mia età, ripeto, fu una roba enorme, che coinvolgeva di volta in volta migliaia di persone in tutte le parti d’Italia e in grosse parti d’Europa. Ricordo un proliferare quasi ridicolo di feste, fino a una moltiplicazione incredibile anche all’interno della provincia più sfigata. In questo senso ricordo un’energia notevole, ma per forza di cose ricordo anche una ferocissima banalizzazione del potenziale sovversivo delle feste stesse: da esperimenti di costruzione della Zona Temporaneamente Autonoma, i rave si stavano paradossalmente trasformando in spazi normati, regolati da una serie di convenzioni consumistiche. Avevano già ripiegato su un linguaggio statico, dove i cliché erano molto più forti di qualsiasi apertura all’innovazione e dove forme fiacche di tekno zompettante e facilona la facevano da padrone. Insomma, quelli della mia età erano arrivati già con la pappa pronta e non l’avevano manco voluta rimescolare.
A generare la mia frustrazione era proprio questo, la contraddizione tra le motivazioni e l’articolazione di queste, che poi era la stessa che c’era tra gli slogan e la realtà. “Free” doveva significare soprattutto libertà di sperimentazione, sia nelle dinamiche sociali che nei modi di esprimersi. Invece, per una parte mi pareva che stessimo tutti acriticamente a consumare un pacchetto preconfezionato di significanti estetici, la memoria di qualcosa che era stato grande, fortissimo, e che stava andando in necrosi proprio quando la gente che voleva farne parte era tantissima. Uno spreco pazzesco, appunto. Nel libro, chiunque venga interpellato dice la sua, e insieme compongono un mosaico di concause che, in fondo, sembrano anche tutte correlate. Me lo riassume Tobia: “Nel libro dico la mia, dico che secondo me il grasso che ha iniziato a colare dall’industria discografica ha rovinato il movimento. Luciano Lamanna invece dice che sono state le droghe ad avere la meglio, perché il movimento non diceva ‘eliminiamo le droghe’ ma ‘autogestiamole’. Per quanto mi riguarda, su questo discorso, credo il cambio radicale sia avvenuto nel 2000, nel momento in cui sono state sdoganate le roccette di crack e le stagnole di eroina. È un’opinione personale, altri dicono che invece è stata la ketamina a rovinare la scena. In Inghilterra inizialmente veniva usata alla fine dei party, i problemi sono poi iniziati quando la gente ha voluto portarla ai party.”
Stranamente, in pochi parlano dei cambiamenti più legati alla musica. Quando andavo alle feste volevo sentire musica che avrebbe dovuto asportarmi pezzi di cervello e sostituirli con periferiche psichedeliche, mettendomi alla prova da un punto di vista di ciò che potessi aspettarmi da un’esperienza sonora, e allo stesso tempo darmi una gran botta di energia. Quella che invece trovavo non mi pareva che una vaghissima ombra di un passato glorioso, fatta senza troppo sbattimento da qualcuno che riusciva funzionalmente a sentire solo la cassa. Mi pareva che non le venisse data importanza, così come man mano vedevo che si dava importanza alla trasformazione dello spazio in qualcosa di esteticamente stimolante. Eppure, se proprio non eravamo lì solo per fare quello (ascoltare musica), di sicuro la cura di quegli stimoli era fondamentale. Invece mi pareva che la scusa dell’inclusività (che, non scordiamocelo, era fondamentale) avesse alla lunga reso tutto molto vacuo.
Potete immaginare quanto ho rosicato leggendo i racconti dei vari Mutoid Waste Company e pionieri simili quando parlano del loro modo di intendere l’esperienza totale della festa. Che poi è lo stesso rosicamento che provo ad ascoltare la musica di certe tribe delle origini che, quando sono arrivato io, si era già mostrizzata in una controparte infinitamente più “barattolara”. Tobia è, in fondo, abbastanza d’accordo: “Però parli con la persona sbagliata. Io per esempio in Inghilterra andavo ai party degli Hekate, e li adoravo. Loro facevano roba sperimentale, ma se vai a vedere nei vari forum di raver in cui sono iscritto io, nessuno li può sopportare, anche se sono una tribe storica… Incancrenirsi sul sound non ha giovato e che senso ha? Il bello dei rave era anche la possibilità di creare spazi diversi e scegliere dove andare. Nel libro dico che l’idea era ‘abbiamo sentito della musica pazzesca, mai sentita’… Mi è capitato molte volte stare sotto cassa… per me ora è impossibile definirlo, ma ricordo ad esempio molto bene il capodanno del 2000 con la Sound Conspiracy, quando ad un certo punto ci siamo guardati tutti con gli occhi sbarrati e non capivamo se quella che stavamo ascoltando era musica o veniva da qualche altra parte. Quando ti capita questa cosa è un’emozione che non puoi trovare in altre situazioni. Andare al rave per sentire quello che già sai che sentirai è un controsenso: l’esperienza è tanto più potente quanto più è inedita. Come dice Simon Reynolds, il movimento rave è andato avanti mutando e seguendo i cambiamenti della scena musicale.”
E non solo: in quanto parte di un movimento di resistenza transnazionale, i raver hanno vissuto sulla loro pelle anche l’andamento (va detto) tragico della lotta politica. Negli anni Duemila, se tra chi faceva politica antagonista si respirava un terribile senso di confusione e di ansia, questo stesso nichilismo si andava spesso a riversare sui modo di intendere il godimento, e quindi sulle feste. Ecco allora il progressivo inasprirsi di uno sfascio sempre più politicamente contraddittorio e sempre meno spirituale, che non poteva non generare un’ondata di diffidenza che ha portato il movimento antagonista a non occuparsi più del godimento, perlomeno non per farne più un’arma di deprogrammazione radicale. Per Tobia è molto difficile dividere le cose: “Per chi ha vissuto la cultura rave, anche a livello emozionale era scontato associarla al movimento No Global. La direzione che la politica ha preso ha influenzato sicuramente il movimento. Probabilmente è vero, la repressione post-Genova ha generato ancora più nichilismo. Non ne sono sicuro.”
Ricordo, dopo quello che è successo lo scorso 1° maggio a Milano, di avere discusso con amici che sostenevano che le violenze fossero anche un riflusso del fatto che la storica May Day era da tempo stata trasformata, che il suo carattere edonistico-raver fosse stato cancellato dai movimenti milanesi. Sulle prime non sono stato molto d’accordo. Ripensandoci ora, mi sembra di avere avuto torto io. Certo, non c’è sicuramente una correlazione diretta, però è vero che lo iato completo tra i due movimenti li ha impoveriti entrambi in maniera terminale. È anche oggettivamente chiaro che la diminuitissima attitudine all’occupazione e all’autogestione di spazi abbia indebolito una rete che faceva tesoro di competenze e forze collettive.
Mi accorgo di avere, finora, scritto praticamente solo di cosa ha ucciso i rave. Eppure, per tornare da dove siamo partiti, il fatto che se ne riparli dimostra che non è tardi per rielaborare la lezione dell’ultima controcultura. L’eccesso di energia è tangibile, nei down irrisolti del lunedì mattina e nell’amarezza che anche le trentasei ore di clubbing alla berlinese non riescono a esorcizzare. È vero, come dice Tobia, che si sta tornando agli illegali, che anche “Le teste di serie del movimento” stanno tornando a sentire la necessità di starsene fuori dai club? Forse sì, ma mi pare più rilevante rendersi conto del fatto che mai come ora l’urgenza antagonista è un tutt’uno con la necessità pratica di avere il controllo delle proprie vite. Se la società disciplinare è sempre più invasiva, il “delirio” (rave) diventa un bisogno di tutti. Ma chi se ne fotte dei luoghi comuni che associamo alla parola “raver”, chi se ne fotte delle forme musicali usate e non usate: l’unico patto col passato che andrebbe fatto, sarebbe la promessa di recuperarne l’intensità e, soprattutto, il coraggio insurrezionale.

di Francesco Birsa Alessandri

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