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Rave in Italy

DolceVita, gennaio-febbraio 2019
+ Rave in Italy
Sovrastimolati da sostanze psichedeliche e da interminabili danze sciamaniche, i raver hanno anticipato di due decenni ciò che è diventata l’attuale realtà: la morte della politica e la fine del mondo come lo conoscevamo prima. Di questo spaccato da conto Rave in Italy (240 pagine, euro 15), una raccolta di interviste e contributi che ricostruiscono gli albori e lo sviluppo della scena rave in Italia a partire dai primi anni Novanta, fecalizzandosi sulle tribù autoctone di Torino, Roma, Milano e Bologna. Al timone di questa collezione c’è Pablito el Drito, aka Pablo Pistoiesi, attivista, scrittore, dj e produttore che ha già pubblicato con la casa editrice milanese Agenzia X Once we were ravers. Cronache da un vortice esistenziale e che avendo vissuto in prima persona quei luoghi e quel movimento è riuscito a creare una reale fotografìa della musica techno e degli spazi – periferie post-industriali in cui non saresti mai passato – e le persone che essa attraversava, non solo musicisti e dj, ma anche elettricisti, grafici, baristi, allestitori, performer, squatter, produttori, pusher, “buttadentro”, traveller e frequentatori assidui.
il manifesto, 16 febbraio 2019
+ Anatomia di un rave

Come nascono i movimenti? “Non c’è dubbio che ogni evento rappresenta per così dire, il ‘foro d’uscita’ di un processo che è avvenuto al di sotto della superficie della società attraverso progressive accumulazioni e, come quei fenomeni tettonici di crisi, come i grandi terremoti, a un certo punto emerge alla superficie in forma di evento. Cioè, non c’è dubbio che ogni evento rappresenta, per certi versi, la spia di processi invisibili accumulatisi nel tempo e poi bruscamente emersi alla superficie. E tuttavia – in questo sta la problematicità del rapporto – gli eventi non sono strettamente riconducibili ai processi: pur esprimendo questi processi, sono anche portatori di un novum, di un qualche elemento che è irriducibile alla serialità storica e che ne spiega l’esplodere lì ed ora. In ogni evento, in sostanza, si esprime una processualità e si esprime una istantaneità del fenomeno: si esprime una ripetitività di atti e di gesti nel tempo e si esprime l’irrompere dell’inedito. Ogni evento, in sostanza, esprime un processo di accumulazione ma anche l’esistenza di un detonatore irriducibile alla semplice processualità”, così mirabilmente scrive Marco Revelli in Le spie ricorrenti del disagio sociale: jacqueries, rivolte urbane, proteste giovanili, subculture della protesta, pubblicato nel volume collettivo Repubblica, Costituzione, trasformazione della società italiana. 1946-1996: percorsi di cittadinanza.
Sono parole che fanno pensare anche al fenomeno dei gilette jaune, a noi servono per chiederci come e perchè nacque il movimento rave. L’uscita di due titoli importanti delle edizioni Agenzia X ci invita a fare un resoconto della cultura rave a oltre trentacinque anni dai suoi inizi. I due testi sono entrambi necessari e trattano l’argomento in maniera diversificata, pur facendo parlare a volte gli stessi protagonisti. I libri in causa sono: la seconda edizione aggiornata e ampliata di Rave new world. L’ultima controcultura (351 pagg, 16 euro) di Tobia D’Onofrio e Rave in Italy. Gli anni novanta raccontati dai protagonisti (237 pagg, 15 euro) di Pablito el Drito, aka Paolo Pistolesi.

Tobia D’Onofrio e Paolo Pistolesi sono due ricercatori autonomi, o “ricercatori coinvolti”, per riprendere la definizione che Rémi Hess usa nella significativa prefazione a Rave new world, due giovani intellettuali, che nelle loro argomentazioni passano senza difficoltà dalle ultime tendenze della musica elettronica alle ricerche sociologiche e filosofiche. Appassionati delle controculture sociali e musicali, quello che colpisce nei loro racconti è la cognizione degli argomenti e la loro contestualizzazione dei momenti storici specifici. Entrambi sono degli attivisti politico-culturali, D’Onofrio è un giornalista musicale, allievo dell’indimenticabile sociologo Pietro Fumarola, che con altri compagni cura l’importantissimo Archivio e biblioteca dedicati ad Antonio Caronia, ospitati alla cascina autogestita Torchiera Senz’Acqua di Milano (sia l’archivio – con riviste e libri introvabili, tra cui la collezione della mitica rivista “Un’ambigua utopia” – sia il centro sociale meriterebbero un articolo a sé per l’importanza e la continuità della proposta culturale). Pistolesi, storico di formazione, redattore di MilanoX, scrittore e libraio a Milano, è un dj sperimentale, animatore di ReXistenz, etichetta autogestita e anonima, senza marchio, che – come suggerisce il nome – tiene assieme scenari musicali cronemberghiani e radicalità politica.
Diversità e complementarietà dei due libri. Il libro di Tobia ha un’estensione storica e internazionale del fenomeno rave – la nascita della musica techno tra Chicago e Detroit, la nascita del movimento in Inghilterra, fino alle ramificazioni e alle trasformazioni odierne con un interessantissimo capitolo dedicato alla Palestina; una visione etnologica, con i capitoli dedicati alla trance e al rapporto con la pizzica che, grazie a Dj War, Sud Sound System, l’apporto teorico di Pietro Fumarola, etc, ha vivacizzato e vivificato la cultura salentina. Ideale per chi non ha vissuto il movimento rave – di cui lascia emergere un’interpretazione – e voglia avere una panoramica delle culture di riferimento. Il testo è denso di riferimenti, interventi e interviste, dal critico Simon Reynolds a Valerio Mattioli, da Spiral Tribe a Chris Liberator ai Mutoid, tribù di scultori sociali cyberpunk.
Invece nel libro di Pablo le interpretazioni sono 32, cioè una diversa dall’altra a seconda del testimone che racconta la scena. Quello che accomuna le interpretazioni e sorprende è la densità creativa che quel movimento ha prodotto. Dalle quattro città prese in esame: Roma, Bologna, Torino, Milano, emergono figure notevoli della visionarietà creativa musicale contemporanea, a iniziare dal plagiarsita Dj Balli (impedibile anche il suo Frankenstein goes to holocaust. Mostri sonori, hypper mash-up, audio espropri) passando per Anna Bolena, Max Durante, Luciano Lamanna, Fire at work, Andrea Benedetti, Okapi e i gemelli d’Arcangelo. Il libro di Pablo storicizza quello che è stato il periodo d’oro del movimento in Italia, ne spiega l’essenza, la parte più bella, i momenti chiave, ma lascia che il quadro venga fuori dal racconto dei protagonisti.
Pablo, a fine 2017, ha pubblicato un romanzo sugli stessi temi, si tratta di Once were ravers (sempre Agenzia X), dove i protagonisti viaggiano tra feste, riti, dissipazioni e droghe, tra Firenze, Viareggio, Milano e Bologna, tra i capannoni industriali abbandonati dalla produzione fordista. Era già la fase calante del movimento rave, prima e dopo il G8 di Genova, evento che fa da spartiacque percettivo tra “altro mondo possibile” e spaesamento. Ambientato ai tempi in cui i rave erano un nuovo modo di riappropriarsi di spazi abbandonati, ne racconta lo spirito senza cadere in idealizzazioni. Sballo, musica, sentirsi parte di un tutto, vivere fuori da orari e regole imposti; ma anche down da post-party, domande esistenziali, paranoia e contraddizioni. Un romanzo neorealista dopato, o alter/realista, che racconta con umorismo il reale e l’immaginario, il sogno e l’allucinato, da leggere assieme a Muro di casse, il romanzo di Vanni Santoni, l’altro classico della narrazione raver italiana.
Reynolds, in Energy Flash (altro testo sul tema, dedicato alla scena inglese), scrive: “nonostante la sua natura escapista, l’esperienza rave mi ha realmente politicizzato, inducendomi a riflettere profondamente su questioni di razza, genere, classe e tecnologia”. Non a caso, in alcuni appuntamenti si distribuivano dei volantini con queste indicazioni su cos’è un rave: affronto alla proprietà privata attraverso l’occupazione di spazi abbandonati delle grandi città e la loro autogestione temporanea; attacco alle forme di produzione commerciale delle discoteche, al valore del denaro, ai rapporti sociopolitici di dominio; negazione del dj visto come “star” dell’evento; autoproduzione come concetto di massa, dalla produzione stessa della musica alla creazione di una vera e propria microeconomia alternativa, compreso il baratto; approccio allo sconosciuto con empatia; sperimentazione di stati di coscienza diversi da quello tipico della quotidianità lavorativa (con o senza l’uso di sostanze); ricerca di una consapevolezza comune, grazie alla messa in rete e della condivisione di conoscenze su un uso creativo e sovversivo della tecnologia; uguaglianza nelle diversità, al di fuori, e, dalla politica tradizionale.
Vanni Santoni, nell’introduzione a Rave new world, giustamente sottolinea la natura nomade della controcultura rave: “In un momento come questo, di fronte al rigurgito dei più rivoltanti nazionalismi, tale aspetto della cultura rave è quello su cui vale maggiormente la pena di soffermarsi […] nasce e si diffonde con la forza che l’ha caratterizzata proprio a causa di tale elemento, capace negli anni di ribaltare il tavolo da gioco e trasformare gli attacchi in spinte proiettive”.

Intervista a Tobia D’Onofrio e Pablito el Drito

Raccontare la cultura rave a oltre trentacinque anni dalla sua nascita, questa è l’idea alla base dei libri di cui parlaimo in queste pagine, ne abbiamo discusso con gli autori.

Com’è nato il movimento rave?
Tobia D’Onofrio Difficile rispondere, posso dire, ripensando ai suoi inizi in Italia, che la cosa bella della nascita del movimento rave è stata la sensazione che tutto fosse fluido, in mutazione: ai primi rave si potevano trovare i punk, alcuni hippy e freak, i cyberpunk, le posse, altre componenti meno definite, che poi in qualche modo si amalgameranno per formare qualcosa di diverso, ma non c’era una coscienza di cosa fosse il fenomeno in sé, né tantomeno la consapevolezza che si stava diventando sempre di più, anche se si vedeva crescere l’interesse per questi eventi di tipo nuovo. La sensazione di un movimento che si sta creando senza codificazioni, senza cristallizzazioni e l’estrema libertà di partecipazione erano le caratteristiche del movimento nascente. Per esempio non c’era ancora il cliché dell’abbigliamento del raver con le scarpe da skate, i dreadlocks, etc. Ai rave c’era più libertà che in una festa in un centro sociale, la differenza in fondo era quella tra taz e paz, tra zone temporaneamente autonome (così come teorizzate da Hakim Bey, uno dei riferimenti della cultura rave) e zone permanentemente autonome. In un luogo più strutturato e codificato è più facile ripetersi, in un luogo in fieri le potenzialità sono “infinite”.
Pablito el Drito La situazione di espansione ed evoluzione si sommava a una voluta anonimità, l’essere anonimo è un’altra delle caratteristiche del movimento rave nel suo stadio iniziale. Non si sapeva chi organizzava il rave, non si sapeva chi suonasse, c’era addirittura la possibilità di proporre il proprio live-set. C’era una forte esigenza di affermare una zona esterna alle dinamiche imposte dalle istanze economiche, amministrative e istituzionali che regolano la quotidianità dello spazio “pubblico” e di chi lo attraversa. Ma ci fu una sordità e rigidità – almeno iniziale – da parte del movimento dei centri sociali verso la musica tecno, inoltre l’idea di zone temporanee di sperimentazione oltre le codificazioni spingeva alcune frange a rompere con le tradizionali occupazioni. A questo si va a sommare l’arrivo in Italia delle tribe dall’Inghilterra, dopo la repressione del Criminal Justice Act, che scardinano ulteriormente gli schemi politici. In Italia le tribe trovano un’altra cultura politica antagonista dal cui confronto nasceranno esperienze positive.

Qual è la differenza tra cultura rave e le controculture che l’hanno preceduta? È solo una fusione degli elementi psichelici, cyber, punk ecc… o una propria originalità?

Pablito el Drito Certamente la techno è la musica che permette di mettere il corpo al centro della festa, mentre nelle altre musiche c’è sempre il palco, il corpo è sempre quello delle star che si esibiscono, mentre nel rave il corpo diventa plurimo, è quello dei corpi che ballano a oltranza. La centralità del corpo e la lunga durata delle feste sono tra le caratteristiche principali dei rave. L’originalità della musica techno in quel momento è data dal legame tra la musica nera, il funk e il soul, e l’elettronica. È l’ultima musica che non si guarda indietro – la famosa retromania, individuata da Simon Reynolds – ma guarda avanti verso una utopia musicale fantascientifica in un futuro possibile.
Tobia D’Onofrio Penso che una delle caratteristiche principali del rave sia quella individuata da Georges Lapassade, ossia la centralità del ballo estatico. Anche molte feste hippy e giovanili degli anni sessanta settanta nei migliori casi si trasformavano in festa trance, ma nei rave c’è una tabula rasa di tutto il resto e il fine ultimo diventa la ricerca dell’estasi attraverso la musica e il ballo, la festa. Certo ci sono il do it yourself del punk, le autoproduzioni, la cultura psichedelica e l’approccio consapevole alle sostanze, il nomadismo, ma la centralità è quella della festa. Si ritorna a qualcosa di primitivo, si ritorna a parlare di Dioniso, dei misteri di Eleusi, di sciamanesimo, per andare a scoprire quello che è il senso ultimo della festa. Una festa fuori dal comune per il raver è tutto. I rave hanno cambiato le persone proprio perché dopo aver vissuto esperienze così forti dal punto di vista emozionale, il tuo sguardo sul mondo non può più essere lo stesso. A questo proposito c’è ancora dibattito sul rave “politico”. Ci sono stati dei momenti politicizzati nella storia dei rave, soprattutto nel periodo del movimento altermondialista, ma bisogna anche dire che la maggior parte di quelli che vi partecipavano avevano un interesse prevalentemente edonistico, ciò non toglie però che l’esperienza vissuta non abbia prodotto cambiamenti importanti. Molta gente ha contestualizzato a posteriori le esperienze dei rave, andando a costruire il puzzle che dà sostanza culturale e politica. Non credo dunque all’idea dei rave “consapevoli” ad ogni costo, ma credo nella festa selvaggia e autogestita che agisce a livello subliminale nell’esperienza dei partecipanti.

Qual è stata la contaminazione con i movimenti politici tout-court?

Pablito el Drito Nelle street rave parade, penso a quella di Bologna o alla MayDay di Milano, nei Pride, certi aspetti della cultura rave si sono travasati. E anche la contaminazione politica tra le tribe nomadi inglesi e i centri sociali italiani c’è stata, proprio Tobia a conclusione del suo libro ci racconta della nascita dei social centre inglesi dopo la scoperta di quelli italiani. Ma penso ci sia stata una ibridazione positiva che ha modificato i paradigmi del fare comunicazione, del fare musica, del fare politica. I centri sociali avevano le loro ragioni, ma i raver avevano capito che tra la discoteca e gli spazi liberati dei centri sociali c’era un’alternativa che era appunto quella del nomadismo, delle taz.
Tobia D’Onofrio Il fenomeno rave è continuato negli anni con le sue modificazioni spesso dovute a cambiamenti socio-politici e ha influenzato altri movimenti con la pratica dell’azione diretta. Teniamo presente che nell’arco di vent’anni la società è radicalmente cambiata, per fare un esempio la densità di telecamere che ci controllano oggi è paurosa e dove non arrivano le telecamere arriva la tracciabilità dei telefonini, proprio per questo il desiderio di momenti liberatori soprattutto da parte dei giovani è fisiologicico. Tutto sta nell’interpretare questi bisogni e aspettare che da momenti di liberazione nascano desideri di libertà più articolate. Libri come i nostri sono strumenti che si spera vadano a ispirare ragazzi che non hanno potuto conoscere gli inizi del movimento.
Pablito el Drito I nostri libri sono rivolti a questi ragazzi, che nella lettura e nelle presentazioni possono confrontarsi su temi scivolosi. Per esempio, il movimento è nato come radicale utopista libertario, però in certi frangenti può prendere – come è successo – una piega anarcocapitalista con quelli che organizzano i concerti per fare soldi, una contraddizione che c’è sempre stata. Recentemente è avvenuto un fatto inquietante. Un centro sociale occupato è stato a sua volta occupato per una festa rave, provocando molti problemi agli attivisti del centro, che nei giorni successivi hanno dovuto subire una dura repressione. In un momento come questo, dove nel pacchetto sicurezza del governo ci sono parti durissime dedicate alle occupazioni, forse sarebbe il caso che le zone temporaneamente autonome (i ravers) dialoghino con le zone permanentemente autonome (gli attivisti) come forme di autodifesa da questo governo nero. Invece si creano situazioni di conflitto che sono deleterie e non facili da ricomporre.

Pur sapendo che può essere limitativo, potreste fare un elenco – ad uso dei “non addetti ai lavori” – di dieci musicisti o musiche significative del movimento rave?
Pablito el Drito Dreadzone, Fight the power; Orbital, Satan; The Infiltrator, The extraction; Mad Mike, Acid rain; D’arcangelo, Diagram VI; Zion Train, Babylon’s burning; Aphex Twin, Elephant song; Curley, Dancing with the devil; M Lory D, Road hog; Dj Scud, Are you down (with the underground)? .
Tobia D’Onofrio Evitando nomi sconosciuti direi The KLF, Prodigy, Aphex Twin, The Orb, Spiral Tribe, Goldie, Autechre, Dizzee Rascal, The Streets, Sleaford Mods.

di Marc Tibaldi

www.dinamopress.it, 6 gennaio 2019
+ Rave in Italy

Sono passati quasi vent’anni dagli albori del movimento free tekno italiano, e negli ultimi mesi una serie di libri in Italia provano a raccontare l’arco storico di quell’esperienza. Tra questi Rave in Italy (Agenzia X) di Pablito el Drito che attraverso una serie di interviste e concentrandosi soprattutto sulla scena di Roma, Torino, Milano e Bologna racconta il passaggio dai proto-rave a quello che è stato un vero e proprio movimento militante
Quando, nel 2013, ho cominciato a scrivere Muro di casse, romanzo in cui ho cercato di sintetizzare l’esperienza del movimento free tekno italiano ed europeo, mi sono affidato, oltre alle esperienze mie, di amici, conoscenti e protagonisti storici, a una bibliografia per lo più straniera: oltre ai tanti libri di impianto più puramente filosofico o antropologico, come i cruciali saggi sulla trance di Georges Lapassade o l’ineludibile T.A.Z. di Hakim Bey, o ancora ai saggi dedicati al primissimo (e prettamente inglese) momento della storia dei rave, come Energy flash di Simon Reynolds, solo cinque anni fa la bibliografia puramente “free tekno” contava due libri inglesi – Traveller e raver. Racconti orali dei nomadi della nuova era di Richard Lowe e William Shaw (Shake 1996) e Atti insensati di bellezza. Le culture di resistenza hippy, punk, rave, ecoazione diretta e altre TAZ, di George McKay (Shake 2008) – e due libri francesi, non tradotti in Italia: 3672 la free story di Sarah De Haro e Wilfrid Estève Wilfride Free party. Une histoire, des histories, di Guillaume Kosmicki. A questi si aggiungeva l’unico testo italiano sul tema, Free party: technoanomie per delinquenza giovanile di Francesco Macarone Palmieri, edito da Meltemi nel 2002 e molto centrato sulla scena romana. Le cose sono cambiate rapidamente.
Nel giro di qualche mese, dopo l’uscita di Muro di casse per Laterza, nel 2015, sono arrivati altri tre libri, di impianto e approccio diverso ma tutti scritti da autori della mia generazione, che avevano vissuto le stesse esperienze (in diversi casi, proprio le stesse feste): il romanzo Tekno free doom di Syd B./Gino Roberti (Nobook); il reportage Rave new world di Tobia D’Onofrio (Agenzia X, recentemente ripubblicato in edizione ampliata) e il memoir Kernel Panik: sound against system di Alessandro Kola (Nobook). Due libri potevano essere una coincidenza; quattro sono, evidentemente, un segnale: probabilmente del fatto che, giunto a conclusione un certo arco storico – circa vent’anni: un periodo lunghissimo per una controcultura – chi lo aveva vissuto in prima persona sentiva il bisogno di raccontarlo, anche per rendere possibile una storicizzazione più oggettiva, diversa da quella che arrivava dai media, i quali da diversi anni si erano “accorti” del movimento e lo raccontavano a modo loro – un modo che era sempre poco documentato, quasi sempre distorto e molto spesso criminalizzante. C’era una necessità forte. E infatti non era finita lì. Dopo due anni è arrivato anche Pablito el Drito, nome ben noto a chi ha frequentato la scena del nord Italia, con Once were ravers, romanzo molto vicino a Tekno free doom nel suo inquadrare l’era di mezzo del movimento e i nodi morali che cominciavano a vedersi, anzitutto quello che contrapponeva la possibilità di “fare business” ai valori libertari e ribelli alla base della free tekno. A un anno di distanza, Pablo completa il suo percorso e in qualche modo anche la bibliografia italiana sulle feste, con questo Rave in Italy, che concentra le attenzioni, attraverso una serie di interviste, sulla scena nazionale degli anni ’90, e in particolare su Roma, Torino, Milano e Bologna, le quattro città che furono, con specificità anche molto differenti, le culle del passaggio dai proto-rave alla free tekno propriamente detta, e quindi della fioritura del movimento nel nostro paese, con l’incontro – e a volte lo scontro – con le sottoculture preesistenti e con coloro che sulla pratica dell’occupazione e della liberazione degli spazi avevano già costruito altri percorsi.
Chi come me faceva base a Firenze ricorda bene cosa rappresentassero quelle città nella fase storica in cui la “discesa” delle tribe prima dall’Inghilterra, con Spiral, Desert Storm, Hekate, Total Resistance, e poi dalla Francia, con OQP, Tomahawk, Ubiq e Metek, solo per citare i nomi più significativi, si fuse con le energie preesistenti, a volte legate alla trance, essa pure agli albori (chi ricorda le serate goa, con tanto di smart bar, all’occupazione dell’Indiano?), e più spesso al punk hardcore o all’hip-hop, tutte realtà quasi sempre orbitanti attorno a qualche spazio autogestito. Per quanto Firenze si fosse quasi involontariamente trovata all’avanguardia – le primissime feste Spiral Tribe in Italia, già tra il ’95 e il ’97, furono all’Osmannoro, periferia industriale fiorentina, in vari capannoni abbandonati di cui il più memorabile fu senz’altro quello della “Fabbrica dei Frutti Canditi” – da noi non ebbe luogo il radicamento visto altrove, con esperienze più o meno fortunate, come il leggendario Livello 57 (a Bologna) o la sinistra Fintech (a Roma) e la nascita di una pletora di crew. A Firenze, al netto di esperienze di minor durata, come crew tekno c’erano solo gli OTK, e la scena rave fiorentina conobbe un’epoca d’oro piuttosto tardiva, quando, a partire dal 2003 (e dalla cruciale esperienza dell’Elettro+), si affermò il festone annuale della “72-ore”, peraltro portatore di una commistione tekno e goa non vista altrove; ma quelli erano anni in cui il movimento stava letteralmente esplodendo, c’erano feste importanti ogni settimana e anche le città minori avevano il loro “local soundsystem”. Prima di allora, alla fine degli anni ’90 e ancora nei primi anni Zero, noi ragazzi della provincia fiorentina che, come tanti degli intervistati di Rave in Italy, avevamo scoperto che l’elettronica non era necessariamente roba da tamarri e che, combinata con un approccio libertario e psichedelico, poteva portare a esperienze di liberazione personale e collettiva ben più significative di quelle che mai avrebbe offerto il solito concertino hardcore, dovevamo necessariamente guardare fuori. Il festone poteva essere in campo aperto – Sassomarconi, Bolsena, Aprilia, Bassano del Grappa sono nomi che fanno ancora rizzare i peli sulle braccia a chi ha vissuto la prima parte della storia del movimento – ma le città erano quelle: Milano, Roma, Torino, Bologna; quelli i luoghi in cui si progettava, anzi si realizzava, il futuro.
E tra i meriti di Rave in Italy, al di là della pura documentazione, c’è quello di mostrare in modo efficace quanto il movimento, agli albori, prima delle beghe, del business, dell’omologazione, dell’arrivo di droghe non psichedeliche che con l’aspirazione alla libertà c’entravano molto poco, fosse anzitutto un movimento militante, che dietro una (pur esaltante) aspirazione al caos, aveva piena coscienza della propria natura politica e di cosa significasse creare zone autonome tanto a livello fisico quanto mentale. Da far leggere – a forza – ai grulli che, non trovando di meglio (o meglio, non essendo in grado di trovare e prendersi di meglio), hanno “occupato” per una festa di capodanno uno spazio già occupato, la Fornace di Rho, senza prima consultarsi coi suoi militanti.

di Vanni Santoni

Danceland, dicembre 2018
+ Rave in Italy
Un’epoca unica e irripetibile, raccontata senza freni da chi c’era e l’ha vissuta in prima linea
L’epoca dei rave è stata sempre più vissuta che raccontata. I club ed i festival concepiti nelle modalità attuali devono molto – da ogni punto di vista – a quanto accadde negli anni ottanta e novanta, quando si diffusero questi raduni misteriosi, potentissimi, con poche indicazioni se non un parcheggio dove ritrovarsi ed un passaparola. Altro che post sui social, altro che chat su WhatsApp.
Per chi c’era e soprattutto per chi non c’era, si suggerisce una più che attenta lettura del libro Rave In Italy (Agenzia X) di Pablo El Drito, all’anagrafe Fabio Pistolesi, attivista, dj e produttore, fondatore dell’etichetta discografica Rexistenz ed autore di testi per diversi siti di cultura alternativa e del libro Once were ravers. Cronache da un vortice esistenziale (2017, sempre per Agenzia X). E così il sito di Agenzia X presenta Rave In Italy: “Se i punk gridavano “no future”, i raver sono andati oltre il futuro. Non è più il tempo delle provocazioni nichiliste nel tentativo di combattere da un’altra angolazione il capitalismo, per i raver la catastrofe è già avvenuta. Inutile lottare per cambiare la società, molto meglio trovare delle zone temporaneamente autonome dove sperimentare una vita libera dopo l’apocalisse”. “Sovrastimolati da sostanze psichedeliche e da interminabili danze sciamaniche, i raver hanno anticipato di due decenni ciò che è diventata l’attuale realtà: la morte della politica e la fine del mondo come lo conoscevamo prima. Rave In Italy è una raccolta di interviste e contributi che ricostruiscono gli albori e lo sviluppo della scena in Italia a partire dai primi anni novanta, focalizzandosi sulle tribù autoctone di Torino, Roma, Milano e Bologna. Raccontano la loro storia e quella del movimento non solo musicisti e dj, ma anche donne e uomini che ne hanno fatto parte a vario titolo: elettricisti, grafici, baristi, allestitori, performer, squatter, produttori, pusher, “buttadentro”, traveller e frequentatori assidui”.
Questo invece un estratto della prefazione: “Quando il tum tum tum tum cessa tra fischi, sudore e applausi, sento quanto le vibrazioni della cassa siano ormai parte di me. Questa pulsazione primordiale e ossessiva, tesa tra Africa nera e un futuro a tinte fosche, non mi abbandonerà più. È il suono della generazione diventata adulta dopo il crollo del muro di Berlino, una generazione di ribelli senza illusioni né utopie”.
Rave In Italy va letto, sia da chi abbia voglia di guardarsi indietro, di cambiare idea, di farsi qualche domanda in più o di ritrovarsi ancor più convinto nelle proprie idee, pro o contro che siano.

di Dan Mc Sword

Tonyface.blogspot.com, 14 dicembre 2018

+ Pablito el Drito: Rave in Italy

La scena RAVE ha fatto irruzione negli anni 90 in modo deflagrante e allo stesso tempo “invisibile”, volutamente e sempre fuori dal legale e dall’ufficialità, sfuggente, propaggine “ludica” delle esperienze antagoniste dei centri sociali ed evoluzione dell’estremismo hardcore punk, virato in chiave elettronica.
«Tu potevi fare da solo in una stanza la tua musica, un passaggio inimmaginabile per chi è nato ai tempi dei gruppi e delle sale d’incisione.» (Andrea Benedetti)
In mezzo tanta creatività, un approccio anti capitalista, contro l’omologazione e una delle ultime forme (l’ultima?) di lotta contro l’appiattimento odierno.
«Il concetto di creare dal nulla una festa, costruirla, viverla e poi smontare tutto, con il posto che torna come prima.» (Shockraver)
Le droghe, dapprima aggreganti e funzionali alla musica e agli eventi, sono poi diventate la piaga che ha inciso in profondità nel tessuto originario, diventando spesso prioritarie e totalmente invasive.
In Rave in Italy sono raccolte le storie, le impressioni, le riflessioni di molti dei protagonisti (delle scene di Roma, Trino, Milano e Bologna) che ne raccontano le fasi, indicando i nomi più importanti tra DJ, tribe, serate, luoghi, eventi, i dischi, le etichette, tra Spiral Tribe, DEA, OLSTAD, le rappresentazioni estreme dei Mutoid Waste Company e mille altri nomi e distinguo.
Un racconto asciutto, diretto, senza filtri, essenziale per capire una realtà “nascosta” e inafferrabile.
«Il rave ha cambiato molto la società e ha prodotto un qualcosa di simile a quello che ha determinato il rock negli anni 60, forse in maniera ancora più radicale, meno recuperabile, più difficile da riportare all’ordine, da ricondurre ad una dimensione funzionale della società. E quindi un qualcosa che non poteva sopravvivere a lungo.» (Fire at work)

di TonyFace

radiocittaperta.it, 10 dicembre 2018
+ Intervista a Pablito el Drito, autore di Rave in Italy + djset di Kilfa
“Quelli che rimbombavano nel capannone erano vinili sovrapposti, suonati a 45 giri, che raggiungevano velocità folli, intorno ai 200 battiti al minuto (la house viaggia poco sopra i 120bpm, la techno detroitiana raramente supera i 140 bpm). Era musica accelerata che non dava tregua, più per cyborg e mutanti che per i fighetti lampadati da club”.
Rave in Italy, pag. 9
Sabato 1 dicembre 2018, per Zone de Teuf – la tekno radio rubrica a cura di Skatèna, io e Dj Kilfa abbiamo avuto il piacere di intervistare Pablito el Drito, autore del romanzo Once were ravers e di Rave in Italy, quest’ultimo uscito pochi giorni fa per Agenzia X Edizioni.
Ecco il link al podcast, dove dopo l’intervista potrete ascoltare il meraviglioso set di Dj Kilfa!
http://www.radiocittaperta.it/djmix/stream-of-musicness-con-karol-del-01-12-2018/

di Karol/Skatèna

not.neroeditions.com, 27 novembre 2018

+ Rave illegali a Roma, 1993-1996

Dal rapporto tra techno e centri sociali al fenomeno Fintek e l’avvento delle prime tribe: breve storia orale del movimento che trasformò Roma nell’epicentro della rave culture italiana. Pubblichiamo un estratto dal libro Rave In Italy, a cura di Pablito el Drito, da poco uscito per Agenzia X. Ringraziamo l’editore e Anna Bolena, autrice del seguente intervento, per la disponibilità.

Sono sempre stata appassionata di musica. Mia madre suonava il pianoforte e insegnava musica nelle scuole primarie. Sono cresciuta in una casa in cui c’erano dischi sia di classica sia di altri generi. Alla fine degli anni ottanta, venendo dalla scena post-punk, avevo un’idiosincrasia nei confronti della musica elettronica da ballo che consideravo di cattivo gusto e superficiale. Era un mio pregiudizio, una chiusura mentale che negli anni ho superato. Anche perché un genere musicale va studiato, approfondito, vissuto e compreso.
Quando mi sono ritrovata a Roma nella scena di movimento, il suono che girava era punk o rap. Era musica di protesta, una colonna sonora con precise parole d’ordine e contenuti politici che caratterizzavano quel periodo. Nel 1990 ho partecipato al movimento studentesco della Pantera all’Università della Sapienza. Poi sono entrata in contatto con centri sociali, radio di movimento, comitati di quartiere, sedi politiche, ho militato nel circuito anarchico e fatto parte del collettivo Controcultura al Pigneto. In quel periodo i fascisti avevano iniziato a riaprire luoghi di aggregazione in diversi quartieri, non solo quelli storici di appartenenza. Era una situazione pericolosa, ci sono stati scontri anche fisici durante gli attacchinaggi notturni. L’elettronica era considerata dai compagni troppo commerciale, anche perché era ballata principalmente nel circuito delle discoteche. Quando noi abbiamo cominciato a suonare e a organizzare rave, la musica che mettevamo era quella che compravamo da Remix, un negozio romano che è stato fondamentale per diffondere techno/electro e musica sperimentale come l’Idm.
Il movimento dei rave illegali è iniziato nel 1993-94 grazie a un gruppo di musicisti e compagni stanchi delle solite canzoni dentro i consueti luoghi di aggregazione sociale della sinistra extraparlamentare. Alcuni di noi componevano già musica da ballo e non solo con apparecchiature elettroniche. Suoni acidi, più in sintonia con il mood di queste prime feste che si svolgevano in periferia. La musica rappresentava solo uno degli aspetti del movimento anche se per me è diventato sempre più preponderante. All’inizio l’occupazione degli spazi periferici aveva un aspetto prettamente politico. Si andavano a prendere luoghi abbandonati lontani dalle solite organizzazioni, sia da quelle commerciali, sia dagli spazi occupati. Anche perché nei centri sociali c’erano delle restrizioni di tipo estetico, culturale, musicale. E anche dei pregiudizi. Io sono sempre stata una persona molto curiosa e aperta, che ama trasgredire. Mi ero resa conto che l’elettronica aveva una valenza culturale. Basta pensare alla tradizione inglese o a quella americana. Poi, ascoltando la scuola romana, mi sono definitivamente innamorata di quel suono.
Continuo a ritenere che il Suono di Roma sia quello che si continua a sentire anche nelle mie produzioni attuali. L’utilizzo della musica techno aveva una sua funzione: riportare un po’ di novità e creatività (come momento di rottura dal consueto suono «sociale») dentro il discorso dell’autogestione e del controllo del territorio all’interno delle situazioni politiche. La nostra aspirazione era quella di strappare al «muretto fascista» il ragazzo di periferia, indottrinato alla cultura dell’intolleranza e della violenza, che era attratto da questo tipo di musica. Ricordo che all’inizio del movimento dei rave illegali arrivava gente con i bomber con sopra cuciti gli scudetti dell’Italia, ragazzi e ragazze che appartenevano a questo tipo di comunità di borgata, cresciuta a techno e saluti romani. La nostra sfida è stata quella di presentare a questi ragazzi un’alternativa alla discoteca, mostrando direttamente sul campo come si organizza dal basso un party di elettronica.
Ero in contatto con alcuni musicisti e dj che stavano dentro il Forte Prenestino e al centro sociale Pirateria. Mi sono ritrovata a fare con loro un paio di feste nei centri sociali e qualcuna nell’hinterland. Nelle borgate est ho cominciato a ballare la techno e lì mi sono messa a studiare generi e sottogeneri: electro, trance, hardcore. La scena romana produceva techno sperimentale. Penso a Lory D e Leo Anibaldi. Poi c’era la scena detroitiana, legata al nome di Andrea Benedetti e Marco Passarani. Leo Anibaldi, giovanissimo, già lavorava a livello internazionale e produceva dischi. C’erano anche i gemelli D’Arcangelo che hanno influenzato il mio suono industriale. Tuttavia io amavo molto la scuola inglese Idm: Aphex Twin, Squarepusher… La trance, nonostante il grosso della produzione fosse stato nel 1992-93, andava ancora forte in città. Alcuni suonavano goa, di cui non sono mai stata una grande appassionata. La presenza variegata e variopinta della musica è un aspetto molto bello di quel periodo, che secondo me negli anni si è andato perdendo. Si è sempre più asciugato in categorie tipo techno e house. Addirittura c’è gente che ancora pensa che l’electro non faccia parte della techno!
Negli anni novanta ci interessava poco definire il genere, ci intrigava di più la dimensione alternativa della riappropriazione degli spazi e della produzione musicale. Che poi è un movimento parallelo di integrazione a quello che era l’eredità culturale e politica dei centri sociali. Era un’esigenza portare freschezza, quindi anche il fatto di usare la techno come veicolo per aggregare persone è stato un aspetto fondamentale. Questo avvenne dopo quella fase di rave commerciali. Io in discoteca ci sono andata a sentire la musica dark, a Roma frequentavo il Uonna. Quando ho incominciato a comprare dischi di elettronica mi sono appassionata a due generi: industrial e Idm. Ho comprato anche materiale più dancefloor, trance a 150-160 bpm e acid techno. L’acid techno è un genere che ogni tanto ritorna di moda: il bassline usato in maniera esagerata esiste da sempre e non morirà mai. La musica acid dal mio punto di vista è musica più facile. L’acid di Leo Anibaldi rimane anche un prototipo del genere, che però, a differenza di altri prototipi, mantiene sempre quell’eleganza e ricercatezza che solo Leo ha saputo esprimere.
Un cosa positiva della scena romana è stata che dopo i primi due anni di rave illegali, nel biennio 1995-96, è nata l’esperienza della Fintek che ha coinvolto tante persone. La Fintek è stato un rave illegale continuato, ogni party durava tre o quattro giorni a settimana. L’occupazione è andata avanti un paio d’anni. Alla Fintek per la prima volta si sono riusciti a portare artisti importanti come Panacea, che noi all’epoca adoravamo. La drum’n’bass che produceva è stata definita darkstep e ci ha appassionato subito. Quando è venuto a suonare per la prima volta in una delle salette eravamo solo una ventina di persone. Anzi, forse diciannove! Quando tornò al Forte Prenestino in compenso lo attesero le folle. Vero è che lì era già famoso.
Position Chrome è una delle etichette fondamentali del genere. Altre persone che hanno influenzato la mia conoscenza sono stati Christoph Fringeli della Praxis, Rachael Kozak della Zhark e Dan Hekate. Hanno portato una grande ventata di novità nella scena. La Praxis la conoscevo già, o meglio, conoscevo già le produzioni. Avere incontrato Christoph e soci della Praxis è stata una cosa fondamentale, perché poi abbiamo fatto anche tante belle cose insieme. Per me Praxis è tuttora una delle etichette più importanti. Il suono è molto radicale, va dalla breakcore passando per il noise fino all’hardcore, però con venature molto sperimentali, molto ricercate. Sono dischi che vanno calibrati. All’epoca li suonavamo parecchio perché eravamo rimasti in fissa! Li prediligevamo perché avendo come base la cassa spezzata li usavamo per contrastare la noia del 4/4 alla Spiral Tribe. Lo dico con tutto rispetto per loro, abbiamo pure organizzato cose insieme, ma il loro suono mi ha sempre appassionato poco. Mi attraeva tutto ciò che si contrapponeva alla ripetizione noiosa e lo suonavo. Si creò una contrapposizione tra chi suonava la cassa dritta e chi quella spezzata. Cosa che a me irritava pure, perché a me piaceva sia una cosa sia l’altra. Certo, tra un suono che abbraccia un consenso maggioritario e uno che ne abbraccia uno minoritario, io mi schiero con quest’ultimo.
Il periodo della Fintek è stato molto interessante e vivace e ha avuto anche un’importanza sociale. Il fatto di avere un posto fisso dove poter fare party è stato importante. Ha anche dettato delle regole e poi ha rappresentato quello che succede in tutti i movimenti. Non dico che si sia trattato di «imborghesimento», ma sicuramente un rendere la cosa forse un po’ più noiosa e meno ricca di sorprese. Le persone che arrivavano alla Fintek erano le stesse che venivano ai rave «mordi e fuggi» dei due anni precedenti, cui si sono poi aggiunte altre persone. Noi siamo arrivati a organizzare rave fino a seimila persone e la Fintek faceva più o meno gli stessi numeri. Però mentre negli illegali classici si organizzava il sabato e poi la domenica si andava via, con la Fintek si iniziava il venerdì, a volte persino il giovedì. C’era un afflusso di gente da tutto il mondo e non necessariamente tutti erano politicizzati. Dentro la fabbrica ci vivevano, con grosse difficoltà, molte persone. Il posto fu preso in origine da un gruppo di amici di Sasha, un dj inglese che era morto in India. Per ricordarlo gli amici fecero una prima festa nella fabbrica dismessa. Doveva essere un evento singolo, ma divenne un’occupazione stabile che portò al mescolamento di persone di vario genere, tra cui alcuni traveller legati alla scena (Spiral Tribe, Kamikaze e OQP) insieme a una serie di musicisti sia della scuola romana sia di quella internazionale.
Frequentavo la Fintek ogni fine settimana, avevo una sorta di residenza. Ci suonavo spesso. Appartenevo a un gruppo, quello della rivista «Peti Nudi». Stiamo parlando del 1997-98. La rivista è nata quando ci fu il grosso evento per Sasha e di conseguenza uscì il primo foglio che mi comparve come un’apparizione notturna. In questo primo scritto c’erano dei riferimenti sia a Sasha sia alla scena romana. Erano interventi provocatori, incorniciati in maniera irriverente dal grafico Matteo Swaitz. Noi di «Peti Nudi» abbiamo portato il dark nella scena. Per noi nelle feste c’era un approccio troppo colorato e fricchettone che non ci piaceva. Quindi abbiamo tematizzato i contenuti musicali e estetici, in modalità esoterica, in chiave «loggia massonica». Ma era un modo per divertirci, per prendersi in giro. Da lì «Peti Nudi» è uscito in varie edizioni, non tantissime. Non era facile farlo perché la maggior parte della fanzine la scrivevo io. C’era qualche altro sparuto intervento, ma principalmente erano testi miei, combinati con le foto di Stefania e la grafica di Matteo.
La nostra presenza alla Fintek ha portato ricchezza culturale. All’interno si era creata una socialità anche drammatica a volte. Alcuni sviluppavano atteggiamenti psicotici, perché si faceva una vita durissima. Qualcuno ha iniziato ad avere dei problemi sociali e comunitari che sono sfociati in litigi anche molto pesanti. Qualcuno è anche morto là dentro… Però penso che con la partecipazione di 5-6000 persone possono accadere dei drammi. In tutti i fenomeni giovanili qualche morto c’è sempre scappato… Non è facile mettere tutto in sicurezza.
Ci siamo improvvisati su molte cose, non solo in consolle. Si parlava molto di stati alterati di coscienza e le droghe giravano. C’era di tutto e di più, anche cocaina ed eroina. Il tabù su queste due sostanze era un detto, ma non un fatto. Non stupisce che molta gente sia finita nell’abuso, ma questo sarebbe superfluo raccontarlo. La Fintek divenne un grosso luogo di spaccio e perciò creava molti problemi. Le droghe arrivavano principalmente da fuori, anche se qualche laboratorio nella zona tra Roma e Napoli avrà dato certamente il suo contributo. Però quelle di qualità superiore venivano dall’Olanda, dall’India via Londra, qualcosa arrivava pure dalla Francia. In questo eravamo molto internazionali, non c’è che dire. Se un posto è fermo gli apparati della sicurezza e del controllo sociale sono più forti quindi ti rompono le scatole pesantemente, inoltre chi sta fermo soffre di un adagiamento. Qualcuno un po’ meno sveglio, in quel periodo di fragilità, ha subito una forte crisi… Le polemiche e le critiche sulla Fintek sono state tante, ma prima di arrivare alla scritta «Fintek rave di stato» nei pressi dell’entrata, io avevo pubblicato un pamphlet sul fatto che il rave illegale era morto. Per me era finito nel 1996.
Quando abbiamo iniziato ad avere un pubblico di 6000 persone non c’era più niente dello spirito dei primi illegali. Si raccoglievano tante persone che facevano già un utilizzo smodato di sostanze, dove anche l’elemento musicale iniziava a perdere la sua efficacia. C’è stata come una liberalizzazione di tante cose, ma che poi liberate non erano! Per esempio non si è mai discusso la questione del gender, l’aspetto della relazione tra uomini e donne. Per molto tempo sono stata l’unica dj donna all’interno del nostro gruppo. Adesso le cose stanno cambiando. Ma alla Fintek la parte organizzativa era quasi tutta maschile. Le donne, quando c’erano, davano una mano al bar o in altre funzioni. Io però ero quella che allestiva le consolle. Ho sempre avuto molto rispetto forse anche perché avevo un ruolo importante. Poi alcune altre ragazze hanno iniziato a suonare, ma dopo di me, però c’è stato un lungo periodo in cui ero l’unica donna a maneggiare dischi.
Dopo alcuni anni il rave è finalmente approdato al centro sociale e quindi siamo ritornati da dove eravamo partiti! All’inizio l’intellighenzia di movimento era contraria, i compagni più grandi erano molto scettici. Soprattutto quelli che venivano dagli anni settanta/ottanta. Non capivano questa cultura oppure intravedevano una china pericolosa. Secondo me erano dei conservatori che non avevano voglia di affrontare una generazione meno politicizzata della loro. Cosa che avrebbe richiesto un grosso sforzo. Questa sfida è stata promossa dalla mia generazione. Noi avevamo voglia di confrontarci con il nuovo. C’è anche un’altra questione che legava centri sociali e rave: le stesse droghe che giravano ai rave giravano nei centri sociali. È normale che ci fosse un collegamento tra le due scene. Perché se all’inizio c’erano tensioni con la vecchia guardia, i più giovani volevano fare parte del movimento rave. Alcuni dei dj venivano proprio dai centri sociali. Anche se io non ho mai fatto parte di nessun collettivo, c’è stato un tentativo di tirare dentro gente come me. Perché noi eravamo il nuovo che avanzava. Loro avevano bisogno di gente come noi per rivitalizzarsi. Ma per me il centro sociale era un ghetto.
Anche a Radio Onda Rossa, la radio del movimento romano, c’era chi era contro la cultura rave. Però c’è da dire che il primissimo movimento rave romano è stato caratterizzato dalla presenza anche radiofonica di Hard Raptus, che era una trasmissione techno. Altre radio erano pronte a seguire. Ma Radio Onda Rossa era la radio che stava nel territorio sociale e politico, con un collettivo che controllava le tematiche. All’inizio degli anni novanta su una radio commerciale c’era pure il Virus di Freddy K, una trasmissione che è stata fondamentale per sdoganare la techno. Però stiamo parlando di un circuito che era quello delle discoteche.
Nel 1999, quasi al volgere del nuovo millennio, ho fondato la mia etichetta Idroscalo Dischi, tuttora attiva. È stata la mia risposta alla fine del rave. Ho voluto spingere le mie energie organizzative verso la produzione musicale. Ho pensato che la musica dovesse essere la risposta a questo riflusso, al controllo sociale, alla caduta nell’abuso di sostanze. Una controffensiva all’approccio consumistico in chiave antiborghese. La musica mi ha salvata, da sempre: sono nata con la musica e continuo a farla.

Anna Bolena è nata in Sardegna, trapiantata a Roma, vive per intero la scena rave della capitale, di cui è una delle organizzatrici e una delle poche dj donne. Nel 1999 fonda Idroscalo Dischi, etichetta indipendente dedicata al suono elettronico di matrice industriale. Vive a Berlino dove prosegue la sua carriera di dj e produttrice.

booksnormali.blogspot.com, 26 novembre 2018

+ Rave in Italy

Seguendo le tracce di una trentina di protagonisti suddivisi in quattro città (Torino, Roma, Milano, Bologna), Pablo Pistolesi organizza una storia orale dei rave in Italia nell’ultimo decennio del ventesimo secolo. Sono tutti concordi nel sottolineare che i rave erano espressione delle “zone temporaneamente autonome” di Hakim Bey, sia che si svolgessero all’aperto, negli spazi naturali, sia che prendessero forma nelle aree dismesse del tessuto metropolitano. Appare subito chiaro che la mutazione dei luoghi, degli scenari era una parte fondamentale di quella che Andrea Benedetti definisce “la rappresentazione di un futuro inaspettato”. Partiva dalla necessità di superare forme di aggregazione tradizionali e limitate, per scoprire un’idea di musica autoprodotta e indipendente che trovava con “Una convergenza tra una critica culturale a quello che era l’aspetto più repressivo e opprimente dello status quo e quella che era una proposta artistica che riusciva a farsi interprete di questo tipo di istanze”, come l’ha definita Fabrizio Rossi. Le diverse voci spiegano in forma diretta, senza particolari mediazioni letterarie, lo sviluppo dei rave, le connotazioni, gli ingredienti, le passioni, prima di tutto come spiega Øcapi alias Filippo Edgardo Paolini: “Eravamo noi partecipanti, ragazze e ragazzi di varia provenienza, ricchi o poveri non importava, a disegnare un significato rinnovato dello stare insieme, non solo ballando ma parlando intensamente per ore intorno a un fuoco o passeggiando all’alba insieme ai nuovi amici di turno. Il centro però rimaneva la musica, quel ritmo cardiaco elettronico che ho scoperto proprio in quegli anni”. Se l’aspetto individuale e quello collettivo hanno trovato una sintesi attraverso i suoni e le visioni prodotti (tra gli altri) da Mutoid Waste Company, Aphex Twin, Spiral Tribe, Acid Drops, nei rave c’erano tutti “i presupposti di rottura, di alterità, di differenza” perché diventassero “un momento di critica radicale”, come dice ancora Fabrizio Rossi. Avendo “creato situazioni da migliaia di persone fuori controllo, bloccato interi quartieri con musica assordante e incomprensibile”, ricorda lo stesso Pablo Pistolesi nella prefazione i rave si sono distinti come l’ultima, vera espressione controculturale. Una ribellione che germogliava dall’esperienza e dalle emozioni personali (come racconta Stek: “Il nostro atto politico era essere felici. Era una rivoluzione. Sono felice nonostante voi”), dalla gioia delle danze senza fine, ma che poi nella costante condivisione di piaceri, ruoli, strumenti, materiali e spazi è diventata, da una parte, come la definisce Fricchio “una resistenza contro un sistema che non ci piaceva” e dall’altra, nella percezione di Andrea Benedetti, “una specie di utopia, di un abbattimento di barriere, di piccoli paraventi culturali che mettiamo uno di fronte all’altro, per cui non riusciamo a comunicare”. I ricordi, assemblati da Pablo Pistolesi senza alcuna censura, sono ricchissimi di riferimenti culturali e politici, e non nascondono nulla, neanche in merito all’uso delle sostanze psicotrope. Anzi, l’opinione diffusa tra tutte le voci è che proprio il drastico cambio nell’assunzione di additivi sia stato uno dei motivi della trasformazione (se non del declino) dei rave negli ultimi anni. Nello spirito originario delle tribù di tutta Italia, le “smart drug” erano una componente quanto la musica, la consapevolezza politica, persino il rispetto nella gestione e nella condivisione degli spazi occupati. Con il proliferare della ketamina, e poi della cocaina e dell’eroina, spesso il consumo è diventato fine a se stesso, ed è stato quando, come scrive Timothy, “la farmacia aveva preso il sopravvento sulla musica” con tutte le conseguenze prevedibili e immaginabili. Non è solo quello: cresciuto in modo esponenziale, l’underworld dei rave è stato fagocitato certi suoni ormai si ritrovano ovunque, dagli spot televisivi alle sonorizzazioni sulle passerelle. Qui vale ancora una testimonianza diretta, quella di Violentina: “Sono andata anche a Roggwil, in Svizzera, a un megarave sponsorizzato da Redbull. Era roba supercommerciale da diecimila persone, forse di più, con file di pullman dall’esterno… Uno schifo tremendo”. La (brutta) sorpresa è comprensibile perché alla fine rimane pur sempre l’idea di Kainowska, “il viaggio che tutto questo sia contro il sistema”, e che tra le sue svolte, rivela un’umanità brulicante di vita.

di Marco Denti

noisey.vice.com, 16 novembre 2018

+ Questo libro racconta la storia dei rave in Italia

Abbiamo incontrato il suo autore, Pablito El Drito, per farci spiegare come la politica e le droghe hanno cambiato la storia dei rave in Italia.

C’è sempre un momento nella vita in cui uno sceglie qualcosa in cui credere. A volte si scelgono il caos o il nulla, altre volte la musica. Agli inizi degli anni Novanta, una parte sempre più consistente di giovani europei ha scelto di credere nel potere sovversivo della techno e in un certo modo di ballarla a oltranza sotto effetto di droghe. I raver si sentivano portatori di una nuova cultura inclusiva e anti-capitalista, destinata a cambiare le sorti del mondo, a costruire un futuro alternativo a suon di bpm accelerati ed empatogeni.
In Italia, agli albori, non si usava nemmeno la parola rave. Sui volantini c’era scritto techno non-stop 24 ore, techno party. Non c’erano video delle serate, fanzine particolarmente rappresentative della scena – a parte, forse, “Torazine” – o giornali che ne parlassero. A nessuno fregava niente di chi organizzava o di chi suonava. C’erano feste senza console, i dj erano spesso nascosti e se portavi con te una macchinetta fotografica c’erano buone possibilità che qualcuno si incazzasse. I free party, insomma, erano “un virus dentro la metropoli” in cui l’anonimato era un valore.
Alle prime feste non c’erano neanche i pusher. Era buona norma andarci già muniti di droghe per evitare che si creasse un business dello spaccio. Poi la scena, crescendo, è invece diventata sempre più legata alle droghe e per una serie di ragioni fisiologiche è lentamente deflagrata. Oggi il rave, in tutte le sue declinazioni, è uno dei format del divertimento. Ma come tutte le controculture si è svuotata di una parte della sua forza sovversiva originaria, scalfita dall’impatto dei mutamenti sociali e dal cambio generazionale.
A distanza di più di vent’anni, l’esigenza principale è quella di storicizzarla, di raccontare i valori di cui era portatrice per inserirla sempre più legittimamente tra le manifestazioni culturali del secolo scorso. Rave in Italy, uscito ieri per la casa editrice milanese Agenzia X, è una raccolta di testimonianze dirette di chi ha visto nascere questo movimento in Italia, in particolare a Torino, Roma, Bologna e Milano. L’autore, Pablito el Drito, aka Pablo Pistoiesi, è un attivista, dj e produttore ed è a sua volta un membro storico della scena rave milanese.
È un libro di facile lettura e allo stesso tempo utile per avere una consapevolezza della controcultura che stiamo celebrando quando ci ritroviamo alle sei di mattina con i bassi che ci rimbombano nella cassa toracica. È anche fonte inesauribile di etichette interessanti e nomi di producer sconosciuti. Io, da pseudo-digger quale sono, ho incontrato Pablito nella sua casa-studio-libreria armata di una certa gratitudine.

Noisey: Rave in Italy è una raccolta di interviste di cui hai evitato volutamente di avere un taglio “critico”. Come hai organizzato il lavoro?
Trattandosi di una ricostruzione storica mi sono limitato a riportare quanto detto delle fonti. Ho iniziato intervistando persone del mio giro di conoscenze, poi la rete si è allargata e alla fine ho pubblicato 32 interviste. La maggior parte degli intervistati sono uomini, ma ci sono anche alcune donne – in questo ho cercato di mantenere le proporzioni realistiche dell’epoca. Ovviamente è un lavoro con dei limiti, soprattutto perché mi sono focalizzato su quattro città, anche se erano le più attive.

Sei partito proprio dagli albori della scena?
Sì, volevo capire cosa succedeva nelle città italiane prima dell’arrivo delle tribe anglo-francesi. Di solito, nella storiografia orale sui rave in Italia, l’arrivo degli Spiral Tribe e compagnia è visto sempre come il punto di partenza di tutto. Dopo la famosa legge anti-rave del 1994, infatti, le tribe del Regno Unito si sono spostate verso sud, prima in Francia e poi in Italia. Le interviste che ho raccolto dimostrano che c’erano già delle scene autoctone, a Roma e a Torino soprattutto. Non mi interessa l’orgoglio nazionale, ovviamente, è una questione di verità storica.

In che nicchie si è insidiata inizialmente la passione per la techno, in Italia?
Agli inizi degli anni Novanta ascoltavi musica principalmente in discoteche e disco pub, dove si metteva la commerciale, e nei centri sociali dove c’erano punk, hip-hop e reggae. I primi raver venivano da situazioni politiche di occupazione e autogestione, mantenevano i valori di sinistra ma volevano ascoltare la loro musica senza forzare le dinamiche dei centri sociali e senza piegarsi alle logiche dei club. Gradualmente il rave è diventato un luogo di aggregazione per chi voleva rompere con il passato, sia a livello estetico che politico. Ci andavano persone di tutti i tipi, ognuno portava i suoi valori e il suo stile.

Per esempio il torinese Stek, uno dei fondatori della crew DEA, racconta di feste dentro casa e piccole folle che si radunavano intorno alle auto fuori dalle serate-pacco. Centri sociali e musica techno erano così inconciliabili?
Diciamo che all’epoca negli ambienti di sinistra la musica elettronica era considerata musica di plastica, di consumo, collegata alle idee di destra. Per loro era roba da discotecari del sabato sera. In realtà si trattava di un pregiudizio, perché la scena dei producer techno, un po’ come quella punk il decennio prima, era fatta di gente che sperimentava davvero con i suoni e che pian piano ha iniziato a stampare dischi seriamente.

Parte fondamentale della cultura rave, in effetti, è l’appropriazione temporanea di spazi urbani inutilizzati.
Sì, organizzare feste in posti abbandonati era un modo di rendersi indipendenti dagli altri e allo stesso tempo era un atto politico. Tutti avevamo letto TAZ, Zone Temporaneamente Autonome di Hakim Bey, una bibbia dell’underground che sosteneva che il modo più efficace di sfuggire al controllo sociale fosse l’appropriazione temporanea di spazi. Inoltre, andare a un rave era un modo di esplorare la città, di vedere periferie post-industriali in cui non saresti mai passato. A dire la verità a volte eri talmente fatto che ti perdevi e ti ritrovavi al luna park, ma avevi comunque la netta sensazione di vivere in una metropoli.

Però c’erano anche posti come il Link di Bologna, occupato in maniera permanente, che costituivano dei punti di riferimento.
Sì, al Link c’è sempre stato un livello culturale incredibile, è stato assolutamente un nucleo della scena. Bologna era in una posizione per così dire tattica, perché non lontano c’era Mutonia, il luogo di residenza della Mutoid Waste Company. Anche a Milano c’erano situazioni di occupazione permanente come Sqott e Breda. Questi posti erano gestiti in maniera un po’ diversa rispetto ai centri sociali in senso stretto, ma erano fondamentali.

La ritualità, l’aspetto tribale, le ore sotto cassa avevano un valore che andava oltre l’edonismo, l’esigenza di sfogarsi. In che modo veicolavano un significato politico?
Una musica che ti fa ballare, esprimere col corpo, anche grazie all’utilizzo di empatogeni come l’ecstasy, lavora molto a fondo nella tua interpretazione della realtà. Ti fa cadere una serie di costruzioni preconcette. Dopo una festa magari tornavi a casa alle 4 del pomeriggio, stringevi forti amicizie, aprivi la mente entrando in contatto con persone diverse da te. Iniziavi a riflettere con un’altra prospettiva sul lavoro, sulla società in cui vivevi. In un certo senso riuscivi a immaginare un futuro alternativo, a sfuggire all’alienazione, dopo che avevi espresso liberamente te stesso.

Nella parte dedicata alla città di Roma, l’antropologo-raver Warbear parla di come il giro rave sia riuscito a mitigare certe derive fasciste. È successo anche in altre parti d’Italia?
Agli inizi a Roma la destra radicale, in combutta con la criminalità, aveva cercato di monopolizzare la scena, soprattutto in certi quartieri. Si cercava di veicolare messaggi razzisti, omofobi e xenofobi attraverso la techno. Fu fatto un lavoro politico molto forte da parte dei compagni. C’erano un sacco di ragazzi con la testa rasata che giravano con il bomber e la toppetta dell’Italia. Molti di loro non sarebbero mai entrati in un centro sociale, eppure a un certo punto hanno iniziato a sentirsi a proprio agio ai free party. A Roma c’era sicuramente una situazione peculiare.

Quindi c’era proprio gente di tutti i tipi?
Sì, c’erano punk, skinhead, gente del giro hip-hop, neo-psichedelici, zarri. A volte capitava che arrivasse un businessman in giacca e cravatta che si metteva sotto cassa e ballava. Il principio era che tutti avevano diritto a divertirsi. Anche dal punto di vista musicale non esisteva un vero e proprio stile. Si ballava sempre techno ma si passava dalle robe più psichedeliche alle sonorità più dure, dal suono di Detroit alla bassline inglese, passando i producer tedeschi. I set erano spesso incasinati, sperimentali, decostruiti. Molto spesso i dj non si vedevano, governava un’assoluta logica anti-idolo. Per esempio la DEA, i capostipiti della scena torinese techno-trance, registrava i set in anticipo e faceva le feste senza console. Era una dichiarazione politica per dire: noi non siamo i divi, vogliamo solo ballare.

Una delle questioni ricorrenti nei racconti, infatti, era la difficoltà di procurarsi i dischi. Su molti non c’era nemmeno scritto il nome del producer. Alcune etichette corrispondevano a un numero di telefono, tipo la storica Fax . Oggi è impensabile.
Non c’era internet, c’erano a malapena i cellulari. Napster è arrivato nel 1999, vedi tu. Per comprare i dischi dovevi andare a Londra, o in qualche negozio sperando che avesse degli import decenti. A volte se eri fortunato potevi prenderli alle feste. Roba senza etichetta, materiale anonimo, di cui sapevi poco o nulla.

Molti degli intervistati parlano del fatto che la ketamina ha contribuito a uccidere la scena. Secondo te è così?
La keta l’hanno portata le tribe nel 1997. All’epoca era ancora legale, praticamente te la regalavano. La dieta del tipico raver degli albori invece era fatta di ecstasy, speed e acidi. Solo dopo sono entrate le altre droghe. Diciamo che, quando è arrivata la ketamina, le persone che ho intervistato avevano già quasi smesso di fare festa. Sicuramente non è una droga da party, ti porta ad andare in botta e a isolarti, ma i problemi sono stati vari. Se proprio vogliamo parlare di droghe, i danni grossi secondo me l’ha fatto l’abuso in generale. In particolare quello di eroina e cocaina, che in un primo tempo alle feste erano tabù.

Ho l’impressione che la cassa dritta sia diventata ufficialmente cool. Penso, per esempio, al festival Terraforma. Mi ha impressionata vedere un pubblico modereccio e molto giovane che ballava senza sosta a bpm sostenuti.
Di sicuro c’è una rinascita della techno anche in Italia, ci sono dei producer niente male. Il fascino della cassa dritta poi lo capisco benissimo, io stesso lo subisco da 25 anni. Da un certo punto di vista è normale. È il ritmo più facile da ballare, ti butta in uno stato di trance.

Secondo te, oggi, cosa è rimasto della cultura rave?
Partiamo dal fatto che i rave si fanno ancora, a Milano ne hanno recentemente sgomberati un paio. Io non ci vado quasi mai perché da appassionato di musica cerco più che altro l’innovazione. Il problema del rave oggi è la ripetizione. Negli anni Novanta invece la techno è stata dirompente soprattutto dal punto di vista estetico, è stata un cambio di paradigma totale. Andavi alle feste per meravigliarti. Per rispondere alla domanda, dove c’è una pratica di occupazione e autogestione che propone cultura per me c’è un rave. La logica del rave la crea una forza in espansione, che si tratti di musica, teatro, slam di poesie. Pensa alla realtà di Macao qui a Milano.

Al presidio contro la chiusura di Macao a Palazzo Marino però c’era un decimo delle persone che vengono alle feste “rave”.
Vero, però i partecipanti erano molto belli, giovani, liberi. E per alcuni aspetti sembravano molto più avanti di molti raver.

di Antonella Di Biase

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