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Rave in Italy

not.neroeditions.com, 27 novembre 2018
+ Rave illegali a Roma, 1993-1996

Dal rapporto tra techno e centri sociali al fenomeno Fintek e l’avvento delle prime tribe: breve storia orale del movimento che trasformò Roma nell’epicentro della rave culture italiana. Pubblichiamo un estratto dal libro Rave In Italy, a cura di Pablito el Drito, da poco uscito per Agenzia X. Ringraziamo l’editore e Anna Bolena, autrice del seguente intervento, per la disponibilità.

Sono sempre stata appassionata di musica. Mia madre suonava il pianoforte e insegnava musica nelle scuole primarie. Sono cresciuta in una casa in cui c’erano dischi sia di classica sia di altri generi. Alla fine degli anni ottanta, venendo dalla scena post-punk, avevo un’idiosincrasia nei confronti della musica elettronica da ballo che consideravo di cattivo gusto e superficiale. Era un mio pregiudizio, una chiusura mentale che negli anni ho superato. Anche perché un genere musicale va studiato, approfondito, vissuto e compreso.
Quando mi sono ritrovata a Roma nella scena di movimento, il suono che girava era punk o rap. Era musica di protesta, una colonna sonora con precise parole d’ordine e contenuti politici che caratterizzavano quel periodo. Nel 1990 ho partecipato al movimento studentesco della Pantera all’Università della Sapienza. Poi sono entrata in contatto con centri sociali, radio di movimento, comitati di quartiere, sedi politiche, ho militato nel circuito anarchico e fatto parte del collettivo Controcultura al Pigneto. In quel periodo i fascisti avevano iniziato a riaprire luoghi di aggregazione in diversi quartieri, non solo quelli storici di appartenenza. Era una situazione pericolosa, ci sono stati scontri anche fisici durante gli attacchinaggi notturni. L’elettronica era considerata dai compagni troppo commerciale, anche perché era ballata principalmente nel circuito delle discoteche. Quando noi abbiamo cominciato a suonare e a organizzare rave, la musica che mettevamo era quella che compravamo da Remix, un negozio romano che è stato fondamentale per diffondere techno/electro e musica sperimentale come l’Idm.
Il movimento dei rave illegali è iniziato nel 1993-94 grazie a un gruppo di musicisti e compagni stanchi delle solite canzoni dentro i consueti luoghi di aggregazione sociale della sinistra extraparlamentare. Alcuni di noi componevano già musica da ballo e non solo con apparecchiature elettroniche. Suoni acidi, più in sintonia con il mood di queste prime feste che si svolgevano in periferia. La musica rappresentava solo uno degli aspetti del movimento anche se per me è diventato sempre più preponderante. All’inizio l’occupazione degli spazi periferici aveva un aspetto prettamente politico. Si andavano a prendere luoghi abbandonati lontani dalle solite organizzazioni, sia da quelle commerciali, sia dagli spazi occupati. Anche perché nei centri sociali c’erano delle restrizioni di tipo estetico, culturale, musicale. E anche dei pregiudizi. Io sono sempre stata una persona molto curiosa e aperta, che ama trasgredire. Mi ero resa conto che l’elettronica aveva una valenza culturale. Basta pensare alla tradizione inglese o a quella americana. Poi, ascoltando la scuola romana, mi sono definitivamente innamorata di quel suono.
Continuo a ritenere che il Suono di Roma sia quello che si continua a sentire anche nelle mie produzioni attuali. L’utilizzo della musica techno aveva una sua funzione: riportare un po’ di novità e creatività (come momento di rottura dal consueto suono «sociale») dentro il discorso dell’autogestione e del controllo del territorio all’interno delle situazioni politiche. La nostra aspirazione era quella di strappare al «muretto fascista» il ragazzo di periferia, indottrinato alla cultura dell’intolleranza e della violenza, che era attratto da questo tipo di musica. Ricordo che all’inizio del movimento dei rave illegali arrivava gente con i bomber con sopra cuciti gli scudetti dell’Italia, ragazzi e ragazze che appartenevano a questo tipo di comunità di borgata, cresciuta a techno e saluti romani. La nostra sfida è stata quella di presentare a questi ragazzi un’alternativa alla discoteca, mostrando direttamente sul campo come si organizza dal basso un party di elettronica.
Ero in contatto con alcuni musicisti e dj che stavano dentro il Forte Prenestino e al centro sociale Pirateria. Mi sono ritrovata a fare con loro un paio di feste nei centri sociali e qualcuna nell’hinterland. Nelle borgate est ho cominciato a ballare la techno e lì mi sono messa a studiare generi e sottogeneri: electro, trance, hardcore. La scena romana produceva techno sperimentale. Penso a Lory D e Leo Anibaldi. Poi c’era la scena detroitiana, legata al nome di Andrea Benedetti e Marco Passarani. Leo Anibaldi, giovanissimo, già lavorava a livello internazionale e produceva dischi. C’erano anche i gemelli D’Arcangelo che hanno influenzato il mio suono industriale. Tuttavia io amavo molto la scuola inglese Idm: Aphex Twin, Squarepusher… La trance, nonostante il grosso della produzione fosse stato nel 1992-93, andava ancora forte in città. Alcuni suonavano goa, di cui non sono mai stata una grande appassionata. La presenza variegata e variopinta della musica è un aspetto molto bello di quel periodo, che secondo me negli anni si è andato perdendo. Si è sempre più asciugato in categorie tipo techno e house. Addirittura c’è gente che ancora pensa che l’electro non faccia parte della techno!
Negli anni novanta ci interessava poco definire il genere, ci intrigava di più la dimensione alternativa della riappropriazione degli spazi e della produzione musicale. Che poi è un movimento parallelo di integrazione a quello che era l’eredità culturale e politica dei centri sociali. Era un’esigenza portare freschezza, quindi anche il fatto di usare la techno come veicolo per aggregare persone è stato un aspetto fondamentale. Questo avvenne dopo quella fase di rave commerciali. Io in discoteca ci sono andata a sentire la musica dark, a Roma frequentavo il Uonna. Quando ho incominciato a comprare dischi di elettronica mi sono appassionata a due generi: industrial e Idm. Ho comprato anche materiale più dancefloor, trance a 150-160 bpm e acid techno. L’acid techno è un genere che ogni tanto ritorna di moda: il bassline usato in maniera esagerata esiste da sempre e non morirà mai. La musica acid dal mio punto di vista è musica più facile. L’acid di Leo Anibaldi rimane anche un prototipo del genere, che però, a differenza di altri prototipi, mantiene sempre quell’eleganza e ricercatezza che solo Leo ha saputo esprimere.
Un cosa positiva della scena romana è stata che dopo i primi due anni di rave illegali, nel biennio 1995-96, è nata l’esperienza della Fintek che ha coinvolto tante persone. La Fintek è stato un rave illegale continuato, ogni party durava tre o quattro giorni a settimana. L’occupazione è andata avanti un paio d’anni. Alla Fintek per la prima volta si sono riusciti a portare artisti importanti come Panacea, che noi all’epoca adoravamo. La drum’n’bass che produceva è stata definita darkstep e ci ha appassionato subito. Quando è venuto a suonare per la prima volta in una delle salette eravamo solo una ventina di persone. Anzi, forse diciannove! Quando tornò al Forte Prenestino in compenso lo attesero le folle. Vero è che lì era già famoso.
Position Chrome è una delle etichette fondamentali del genere. Altre persone che hanno influenzato la mia conoscenza sono stati Christoph Fringeli della Praxis, Rachael Kozak della Zhark e Dan Hekate. Hanno portato una grande ventata di novità nella scena. La Praxis la conoscevo già, o meglio, conoscevo già le produzioni. Avere incontrato Christoph e soci della Praxis è stata una cosa fondamentale, perché poi abbiamo fatto anche tante belle cose insieme. Per me Praxis è tuttora una delle etichette più importanti. Il suono è molto radicale, va dalla breakcore passando per il noise fino all’hardcore, però con venature molto sperimentali, molto ricercate. Sono dischi che vanno calibrati. All’epoca li suonavamo parecchio perché eravamo rimasti in fissa! Li prediligevamo perché avendo come base la cassa spezzata li usavamo per contrastare la noia del 4/4 alla Spiral Tribe. Lo dico con tutto rispetto per loro, abbiamo pure organizzato cose insieme, ma il loro suono mi ha sempre appassionato poco. Mi attraeva tutto ciò che si contrapponeva alla ripetizione noiosa e lo suonavo. Si creò una contrapposizione tra chi suonava la cassa dritta e chi quella spezzata. Cosa che a me irritava pure, perché a me piaceva sia una cosa sia l’altra. Certo, tra un suono che abbraccia un consenso maggioritario e uno che ne abbraccia uno minoritario, io mi schiero con quest’ultimo.
Il periodo della Fintek è stato molto interessante e vivace e ha avuto anche un’importanza sociale. Il fatto di avere un posto fisso dove poter fare party è stato importante. Ha anche dettato delle regole e poi ha rappresentato quello che succede in tutti i movimenti. Non dico che si sia trattato di «imborghesimento», ma sicuramente un rendere la cosa forse un po’ più noiosa e meno ricca di sorprese. Le persone che arrivavano alla Fintek erano le stesse che venivano ai rave «mordi e fuggi» dei due anni precedenti, cui si sono poi aggiunte altre persone. Noi siamo arrivati a organizzare rave fino a seimila persone e la Fintek faceva più o meno gli stessi numeri. Però mentre negli illegali classici si organizzava il sabato e poi la domenica si andava via, con la Fintek si iniziava il venerdì, a volte persino il giovedì. C’era un afflusso di gente da tutto il mondo e non necessariamente tutti erano politicizzati. Dentro la fabbrica ci vivevano, con grosse difficoltà, molte persone. Il posto fu preso in origine da un gruppo di amici di Sasha, un dj inglese che era morto in India. Per ricordarlo gli amici fecero una prima festa nella fabbrica dismessa. Doveva essere un evento singolo, ma divenne un’occupazione stabile che portò al mescolamento di persone di vario genere, tra cui alcuni traveller legati alla scena (Spiral Tribe, Kamikaze e OQP) insieme a una serie di musicisti sia della scuola romana sia di quella internazionale.
Frequentavo la Fintek ogni fine settimana, avevo una sorta di residenza. Ci suonavo spesso. Appartenevo a un gruppo, quello della rivista «Peti Nudi». Stiamo parlando del 1997-98. La rivista è nata quando ci fu il grosso evento per Sasha e di conseguenza uscì il primo foglio che mi comparve come un’apparizione notturna. In questo primo scritto c’erano dei riferimenti sia a Sasha sia alla scena romana. Erano interventi provocatori, incorniciati in maniera irriverente dal grafico Matteo Swaitz. Noi di «Peti Nudi» abbiamo portato il dark nella scena. Per noi nelle feste c’era un approccio troppo colorato e fricchettone che non ci piaceva. Quindi abbiamo tematizzato i contenuti musicali e estetici, in modalità esoterica, in chiave «loggia massonica». Ma era un modo per divertirci, per prendersi in giro. Da lì «Peti Nudi» è uscito in varie edizioni, non tantissime. Non era facile farlo perché la maggior parte della fanzine la scrivevo io. C’era qualche altro sparuto intervento, ma principalmente erano testi miei, combinati con le foto di Stefania e la grafica di Matteo.
La nostra presenza alla Fintek ha portato ricchezza culturale. All’interno si era creata una socialità anche drammatica a volte. Alcuni sviluppavano atteggiamenti psicotici, perché si faceva una vita durissima. Qualcuno ha iniziato ad avere dei problemi sociali e comunitari che sono sfociati in litigi anche molto pesanti. Qualcuno è anche morto là dentro… Però penso che con la partecipazione di 5-6000 persone possono accadere dei drammi. In tutti i fenomeni giovanili qualche morto c’è sempre scappato… Non è facile mettere tutto in sicurezza.
Ci siamo improvvisati su molte cose, non solo in consolle. Si parlava molto di stati alterati di coscienza e le droghe giravano. C’era di tutto e di più, anche cocaina ed eroina. Il tabù su queste due sostanze era un detto, ma non un fatto. Non stupisce che molta gente sia finita nell’abuso, ma questo sarebbe superfluo raccontarlo. La Fintek divenne un grosso luogo di spaccio e perciò creava molti problemi. Le droghe arrivavano principalmente da fuori, anche se qualche laboratorio nella zona tra Roma e Napoli avrà dato certamente il suo contributo. Però quelle di qualità superiore venivano dall’Olanda, dall’India via Londra, qualcosa arrivava pure dalla Francia. In questo eravamo molto internazionali, non c’è che dire. Se un posto è fermo gli apparati della sicurezza e del controllo sociale sono più forti quindi ti rompono le scatole pesantemente, inoltre chi sta fermo soffre di un adagiamento. Qualcuno un po’ meno sveglio, in quel periodo di fragilità, ha subito una forte crisi… Le polemiche e le critiche sulla Fintek sono state tante, ma prima di arrivare alla scritta «Fintek rave di stato» nei pressi dell’entrata, io avevo pubblicato un pamphlet sul fatto che il rave illegale era morto. Per me era finito nel 1996.
Quando abbiamo iniziato ad avere un pubblico di 6000 persone non c’era più niente dello spirito dei primi illegali. Si raccoglievano tante persone che facevano già un utilizzo smodato di sostanze, dove anche l’elemento musicale iniziava a perdere la sua efficacia. C’è stata come una liberalizzazione di tante cose, ma che poi liberate non erano! Per esempio non si è mai discusso la questione del gender, l’aspetto della relazione tra uomini e donne. Per molto tempo sono stata l’unica dj donna all’interno del nostro gruppo. Adesso le cose stanno cambiando. Ma alla Fintek la parte organizzativa era quasi tutta maschile. Le donne, quando c’erano, davano una mano al bar o in altre funzioni. Io però ero quella che allestiva le consolle. Ho sempre avuto molto rispetto forse anche perché avevo un ruolo importante. Poi alcune altre ragazze hanno iniziato a suonare, ma dopo di me, però c’è stato un lungo periodo in cui ero l’unica donna a maneggiare dischi.
Dopo alcuni anni il rave è finalmente approdato al centro sociale e quindi siamo ritornati da dove eravamo partiti! All’inizio l’intellighenzia di movimento era contraria, i compagni più grandi erano molto scettici. Soprattutto quelli che venivano dagli anni settanta/ottanta. Non capivano questa cultura oppure intravedevano una china pericolosa. Secondo me erano dei conservatori che non avevano voglia di affrontare una generazione meno politicizzata della loro. Cosa che avrebbe richiesto un grosso sforzo. Questa sfida è stata promossa dalla mia generazione. Noi avevamo voglia di confrontarci con il nuovo. C’è anche un’altra questione che legava centri sociali e rave: le stesse droghe che giravano ai rave giravano nei centri sociali. È normale che ci fosse un collegamento tra le due scene. Perché se all’inizio c’erano tensioni con la vecchia guardia, i più giovani volevano fare parte del movimento rave. Alcuni dei dj venivano proprio dai centri sociali. Anche se io non ho mai fatto parte di nessun collettivo, c’è stato un tentativo di tirare dentro gente come me. Perché noi eravamo il nuovo che avanzava. Loro avevano bisogno di gente come noi per rivitalizzarsi. Ma per me il centro sociale era un ghetto.
Anche a Radio Onda Rossa, la radio del movimento romano, c’era chi era contro la cultura rave. Però c’è da dire che il primissimo movimento rave romano è stato caratterizzato dalla presenza anche radiofonica di Hard Raptus, che era una trasmissione techno. Altre radio erano pronte a seguire. Ma Radio Onda Rossa era la radio che stava nel territorio sociale e politico, con un collettivo che controllava le tematiche. All’inizio degli anni novanta su una radio commerciale c’era pure il Virus di Freddy K, una trasmissione che è stata fondamentale per sdoganare la techno. Però stiamo parlando di un circuito che era quello delle discoteche.
Nel 1999, quasi al volgere del nuovo millennio, ho fondato la mia etichetta Idroscalo Dischi, tuttora attiva. È stata la mia risposta alla fine del rave. Ho voluto spingere le mie energie organizzative verso la produzione musicale. Ho pensato che la musica dovesse essere la risposta a questo riflusso, al controllo sociale, alla caduta nell’abuso di sostanze. Una controffensiva all’approccio consumistico in chiave antiborghese. La musica mi ha salvata, da sempre: sono nata con la musica e continuo a farla.

Anna Bolena è nata in Sardegna, trapiantata a Roma, vive per intero la scena rave della capitale, di cui è una delle organizzatrici e una delle poche dj donne. Nel 1999 fonda Idroscalo Dischi, etichetta indipendente dedicata al suono elettronico di matrice industriale. Vive a Berlino dove prosegue la sua carriera di dj e produttrice.

booksnormali.blogspot.com, lunedì 26 novembre 2018

+ Rave in Italy

Seguendo le tracce di una trentina di protagonisti suddivisi in quattro città (Torino, Roma, Milano, Bologna), Pablo Pistolesi organizza una storia orale dei rave in Italia nell’ultimo decennio del ventesimo secolo. Sono tutti concordi nel sottolineare che i rave erano espressione delle “zone temporaneamente autonome” di Hakim Bey, sia che si svolgessero all’aperto, negli spazi naturali, sia che prendessero forma nelle aree dismesse del tessuto metropolitano. Appare subito chiaro che la mutazione dei luoghi, degli scenari era una parte fondamentale di quella che Andrea Benedetti definisce “la rappresentazione di un futuro inaspettato”. Partiva dalla necessità di superare forme di aggregazione tradizionali e limitate, per scoprire un’idea di musica autoprodotta e indipendente che trovava con “Una convergenza tra una critica culturale a quello che era l’aspetto più repressivo e opprimente dello status quo e quella che era una proposta artistica che riusciva a farsi interprete di questo tipo di istanze”, come l’ha definita Fabrizio Rossi. Le diverse voci spiegano in forma diretta, senza particolari mediazioni letterarie, lo sviluppo dei rave, le connotazioni, gli ingredienti, le passioni, prima di tutto come spiega Øcapi alias Filippo Edgardo Paolini: “Eravamo noi partecipanti, ragazze e ragazzi di varia provenienza, ricchi o poveri non importava, a disegnare un significato rinnovato dello stare insieme, non solo ballando ma parlando intensamente per ore intorno a un fuoco o passeggiando all’alba insieme ai nuovi amici di turno. Il centro però rimaneva la musica, quel ritmo cardiaco elettronico che ho scoperto proprio in quegli anni”. Se l’aspetto individuale e quello collettivo hanno trovato una sintesi attraverso i suoni e le visioni prodotti (tra gli altri) da Mutoid Waste Company, Aphex Twin, Spiral Tribe, Acid Drops, nei rave c’erano tutti “i presupposti di rottura, di alterità, di differenza” perché diventassero “un momento di critica radicale”, come dice ancora Fabrizio Rossi. Avendo “creato situazioni da migliaia di persone fuori controllo, bloccato interi quartieri con musica assordante e incomprensibile”, ricorda lo stesso Pablo Pistolesi nella prefazione i rave si sono distinti come l’ultima, vera espressione controculturale. Una ribellione che germogliava dall’esperienza e dalle emozioni personali (come racconta Stek: “Il nostro atto politico era essere felici. Era una rivoluzione. Sono felice nonostante voi”), dalla gioia delle danze senza fine, ma che poi nella costante condivisione di piaceri, ruoli, strumenti, materiali e spazi è diventata, da una parte, come la definisce Fricchio “una resistenza contro un sistema che non ci piaceva” e dall’altra, nella percezione di Andrea Benedetti, “una specie di utopia, di un abbattimento di barriere, di piccoli paraventi culturali che mettiamo uno di fronte all’altro, per cui non riusciamo a comunicare”. I ricordi, assemblati da Pablo Pistolesi senza alcuna censura, sono ricchissimi di riferimenti culturali e politici, e non nascondono nulla, neanche in merito all’uso delle sostanze psicotrope. Anzi, l’opinione diffusa tra tutte le voci è che proprio il drastico cambio nell’assunzione di additivi sia stato uno dei motivi della trasformazione (se non del declino) dei rave negli ultimi anni. Nello spirito originario delle tribù di tutta Italia, le “smart drug” erano una componente quanto la musica, la consapevolezza politica, persino il rispetto nella gestione e nella condivisione degli spazi occupati. Con il proliferare della ketamina, e poi della cocaina e dell’eroina, spesso il consumo è diventato fine a se stesso, ed è stato quando, come scrive Timothy, “la farmacia aveva preso il sopravvento sulla musica” con tutte le conseguenze prevedibili e immaginabili. Non è solo quello: cresciuto in modo esponenziale, l’underworld dei rave è stato fagocitato certi suoni ormai si ritrovano ovunque, dagli spot televisivi alle sonorizzazioni sulle passerelle. Qui vale ancora una testimonianza diretta, quella di Violentina: “Sono andata anche a Roggwil, in Svizzera, a un megarave sponsorizzato da Redbull. Era roba supercommerciale da diecimila persone, forse di più, con file di pullman dall’esterno… Uno schifo tremendo”. La (brutta) sorpresa è comprensibile perché alla fine rimane pur sempre l’idea di Kainowska, “il viaggio che tutto questo sia contro il sistema”, e che tra le sue svolte, rivela un’umanità brulicante di vita.

di Marco Denti

noisey.vice.com, 16 novembre 2018

+ Questo libro racconta la storia dei rave in Italia

Abbiamo incontrato il suo autore, Pablito El Drito, per farci spiegare come la politica e le droghe hanno cambiato la storia dei rave in Italia.

C’è sempre un momento nella vita in cui uno sceglie qualcosa in cui credere. A volte si scelgono il caos o il nulla, altre volte la musica. Agli inizi degli anni Novanta, una parte sempre più consistente di giovani europei ha scelto di credere nel potere sovversivo della techno e in un certo modo di ballarla a oltranza sotto effetto di droghe. I raver si sentivano portatori di una nuova cultura inclusiva e anti-capitalista, destinata a cambiare le sorti del mondo, a costruire un futuro alternativo a suon di bpm accelerati ed empatogeni.
In Italia, agli albori, non si usava nemmeno la parola rave. Sui volantini c’era scritto techno non-stop 24 ore, techno party. Non c’erano video delle serate, fanzine particolarmente rappresentative della scena – a parte, forse, “Torazine” – o giornali che ne parlassero. A nessuno fregava niente di chi organizzava o di chi suonava. C’erano feste senza console, i dj erano spesso nascosti e se portavi con te una macchinetta fotografica c’erano buone possibilità che qualcuno si incazzasse. I free party, insomma, erano “un virus dentro la metropoli” in cui l’anonimato era un valore.
Alle prime feste non c’erano neanche i pusher. Era buona norma andarci già muniti di droghe per evitare che si creasse un business dello spaccio. Poi la scena, crescendo, è invece diventata sempre più legata alle droghe e per una serie di ragioni fisiologiche è lentamente deflagrata. Oggi il rave, in tutte le sue declinazioni, è uno dei format del divertimento. Ma come tutte le controculture si è svuotata di una parte della sua forza sovversiva originaria, scalfita dall’impatto dei mutamenti sociali e dal cambio generazionale.
A distanza di più di vent’anni, l’esigenza principale è quella di storicizzarla, di raccontare i valori di cui era portatrice per inserirla sempre più legittimamente tra le manifestazioni culturali del secolo scorso. Rave in Italy, uscito ieri per la casa editrice milanese Agenzia X, è una raccolta di testimonianze dirette di chi ha visto nascere questo movimento in Italia, in particolare a Torino, Roma, Bologna e Milano. L’autore, Pablito el Drito, aka Pablo Pistoiesi, è un attivista, dj e produttore ed è a sua volta un membro storico della scena rave milanese.
È un libro di facile lettura e allo stesso tempo utile per avere una consapevolezza della controcultura che stiamo celebrando quando ci ritroviamo alle sei di mattina con i bassi che ci rimbombano nella cassa toracica. È anche fonte inesauribile di etichette interessanti e nomi di producer sconosciuti. Io, da pseudo-digger quale sono, ho incontrato Pablito nella sua casa-studio-libreria armata di una certa gratitudine.

Noisey: Rave in Italy è una raccolta di interviste di cui hai evitato volutamente di avere un taglio “critico”. Come hai organizzato il lavoro?
Trattandosi di una ricostruzione storica mi sono limitato a riportare quanto detto delle fonti. Ho iniziato intervistando persone del mio giro di conoscenze, poi la rete si è allargata e alla fine ho pubblicato 32 interviste. La maggior parte degli intervistati sono uomini, ma ci sono anche alcune donne – in questo ho cercato di mantenere le proporzioni realistiche dell’epoca. Ovviamente è un lavoro con dei limiti, soprattutto perché mi sono focalizzato su quattro città, anche se erano le più attive.

Sei partito proprio dagli albori della scena?
Sì, volevo capire cosa succedeva nelle città italiane prima dell’arrivo delle tribe anglo-francesi. Di solito, nella storiografia orale sui rave in Italia, l’arrivo degli Spiral Tribe e compagnia è visto sempre come il punto di partenza di tutto. Dopo la famosa legge anti-rave del 1994, infatti, le tribe del Regno Unito si sono spostate verso sud, prima in Francia e poi in Italia. Le interviste che ho raccolto dimostrano che c’erano già delle scene autoctone, a Roma e a Torino soprattutto. Non mi interessa l’orgoglio nazionale, ovviamente, è una questione di verità storica.

In che nicchie si è insidiata inizialmente la passione per la techno, in Italia?
Agli inizi degli anni Novanta ascoltavi musica principalmente in discoteche e disco pub, dove si metteva la commerciale, e nei centri sociali dove c’erano punk, hip-hop e reggae. I primi raver venivano da situazioni politiche di occupazione e autogestione, mantenevano i valori di sinistra ma volevano ascoltare la loro musica senza forzare le dinamiche dei centri sociali e senza piegarsi alle logiche dei club. Gradualmente il rave è diventato un luogo di aggregazione per chi voleva rompere con il passato, sia a livello estetico che politico. Ci andavano persone di tutti i tipi, ognuno portava i suoi valori e il suo stile.

Per esempio il torinese Stek, uno dei fondatori della crew DEA, racconta di feste dentro casa e piccole folle che si radunavano intorno alle auto fuori dalle serate-pacco. Centri sociali e musica techno erano così inconciliabili?
Diciamo che all’epoca negli ambienti di sinistra la musica elettronica era considerata musica di plastica, di consumo, collegata alle idee di destra. Per loro era roba da discotecari del sabato sera. In realtà si trattava di un pregiudizio, perché la scena dei producer techno, un po’ come quella punk il decennio prima, era fatta di gente che sperimentava davvero con i suoni e che pian piano ha iniziato a stampare dischi seriamente.

Parte fondamentale della cultura rave, in effetti, è l’appropriazione temporanea di spazi urbani inutilizzati.
Sì, organizzare feste in posti abbandonati era un modo di rendersi indipendenti dagli altri e allo stesso tempo era un atto politico. Tutti avevamo letto TAZ, Zone Temporaneamente Autonome di Hakim Bey, una bibbia dell’underground che sosteneva che il modo più efficace di sfuggire al controllo sociale fosse l’appropriazione temporanea di spazi. Inoltre, andare a un rave era un modo di esplorare la città, di vedere periferie post-industriali in cui non saresti mai passato. A dire la verità a volte eri talmente fatto che ti perdevi e ti ritrovavi al luna park, ma avevi comunque la netta sensazione di vivere in una metropoli.

Però c’erano anche posti come il Link di Bologna, occupato in maniera permanente, che costituivano dei punti di riferimento.
Sì, al Link c’è sempre stato un livello culturale incredibile, è stato assolutamente un nucleo della scena. Bologna era in una posizione per così dire tattica, perché non lontano c’era Mutonia, il luogo di residenza della Mutoid Waste Company. Anche a Milano c’erano situazioni di occupazione permanente come Sqott e Breda. Questi posti erano gestiti in maniera un po’ diversa rispetto ai centri sociali in senso stretto, ma erano fondamentali.

La ritualità, l’aspetto tribale, le ore sotto cassa avevano un valore che andava oltre l’edonismo, l’esigenza di sfogarsi. In che modo veicolavano un significato politico?
Una musica che ti fa ballare, esprimere col corpo, anche grazie all’utilizzo di empatogeni come l’ecstasy, lavora molto a fondo nella tua interpretazione della realtà. Ti fa cadere una serie di costruzioni preconcette. Dopo una festa magari tornavi a casa alle 4 del pomeriggio, stringevi forti amicizie, aprivi la mente entrando in contatto con persone diverse da te. Iniziavi a riflettere con un’altra prospettiva sul lavoro, sulla società in cui vivevi. In un certo senso riuscivi a immaginare un futuro alternativo, a sfuggire all’alienazione, dopo che avevi espresso liberamente te stesso.

Nella parte dedicata alla città di Roma, l’antropologo-raver Warbear parla di come il giro rave sia riuscito a mitigare certe derive fasciste. È successo anche in altre parti d’Italia?
Agli inizi a Roma la destra radicale, in combutta con la criminalità, aveva cercato di monopolizzare la scena, soprattutto in certi quartieri. Si cercava di veicolare messaggi razzisti, omofobi e xenofobi attraverso la techno. Fu fatto un lavoro politico molto forte da parte dei compagni. C’erano un sacco di ragazzi con la testa rasata che giravano con il bomber e la toppetta dell’Italia. Molti di loro non sarebbero mai entrati in un centro sociale, eppure a un certo punto hanno iniziato a sentirsi a proprio agio ai free party. A Roma c’era sicuramente una situazione peculiare.

Quindi c’era proprio gente di tutti i tipi?
Sì, c’erano punk, skinhead, gente del giro hip-hop, neo-psichedelici, zarri. A volte capitava che arrivasse un businessman in giacca e cravatta che si metteva sotto cassa e ballava. Il principio era che tutti avevano diritto a divertirsi. Anche dal punto di vista musicale non esisteva un vero e proprio stile. Si ballava sempre techno ma si passava dalle robe più psichedeliche alle sonorità più dure, dal suono di Detroit alla bassline inglese, passando i producer tedeschi. I set erano spesso incasinati, sperimentali, decostruiti. Molto spesso i dj non si vedevano, governava un’assoluta logica anti-idolo. Per esempio la DEA, i capostipiti della scena torinese techno-trance, registrava i set in anticipo e faceva le feste senza console. Era una dichiarazione politica per dire: noi non siamo i divi, vogliamo solo ballare.

Una delle questioni ricorrenti nei racconti, infatti, era la difficoltà di procurarsi i dischi. Su molti non c’era nemmeno scritto il nome del producer. Alcune etichette corrispondevano a un numero di telefono, tipo la storica Fax . Oggi è impensabile.
Non c’era internet, c’erano a malapena i cellulari. Napster è arrivato nel 1999, vedi tu. Per comprare i dischi dovevi andare a Londra, o in qualche negozio sperando che avesse degli import decenti. A volte se eri fortunato potevi prenderli alle feste. Roba senza etichetta, materiale anonimo, di cui sapevi poco o nulla.

Molti degli intervistati parlano del fatto che la ketamina ha contribuito a uccidere la scena. Secondo te è così?
La keta l’hanno portata le tribe nel 1997. All’epoca era ancora legale, praticamente te la regalavano. La dieta del tipico raver degli albori invece era fatta di ecstasy, speed e acidi. Solo dopo sono entrate le altre droghe. Diciamo che, quando è arrivata la ketamina, le persone che ho intervistato avevano già quasi smesso di fare festa. Sicuramente non è una droga da party, ti porta ad andare in botta e a isolarti, ma i problemi sono stati vari. Se proprio vogliamo parlare di droghe, i danni grossi secondo me l’ha fatto l’abuso in generale. In particolare quello di eroina e cocaina, che in un primo tempo alle feste erano tabù.

Ho l’impressione che la cassa dritta sia diventata ufficialmente cool. Penso, per esempio, al festival Terraforma. Mi ha impressionata vedere un pubblico modereccio e molto giovane che ballava senza sosta a bpm sostenuti.
Di sicuro c’è una rinascita della techno anche in Italia, ci sono dei producer niente male. Il fascino della cassa dritta poi lo capisco benissimo, io stesso lo subisco da 25 anni. Da un certo punto di vista è normale. È il ritmo più facile da ballare, ti butta in uno stato di trance.

Secondo te, oggi, cosa è rimasto della cultura rave?
Partiamo dal fatto che i rave si fanno ancora, a Milano ne hanno recentemente sgomberati un paio. Io non ci vado quasi mai perché da appassionato di musica cerco più che altro l’innovazione. Il problema del rave oggi è la ripetizione. Negli anni Novanta invece la techno è stata dirompente soprattutto dal punto di vista estetico, è stata un cambio di paradigma totale. Andavi alle feste per meravigliarti. Per rispondere alla domanda, dove c’è una pratica di occupazione e autogestione che propone cultura per me c’è un rave. La logica del rave la crea una forza in espansione, che si tratti di musica, teatro, slam di poesie. Pensa alla realtà di Macao qui a Milano.

Al presidio contro la chiusura di Macao a Palazzo Marino però c’era un decimo delle persone che vengono alle feste “rave”.
Vero, però i partecipanti erano molto belli, giovani, liberi. E per alcuni aspetti sembravano molto più avanti di molti raver.

di Antonella Di Biase



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