di_giulio

Quello che brucia non ritorna

www.misteriditalia.it, dicembre 2012
+ Quello che brucia non ritorna
Sono scappato dal paese che amo e che odio, quell’Italia fascista fatta di vecchi testardi convinti che la paura di cambiare le cose sia una virtù. Milano, poi, è una città dove il sangue puzza di cemento; grigio abbandono e ortodossia asociale per un palcoscenico di serie B. Non è una metropoli ma una pallida imitazione. Ho visto gran parte dell’Europa e so di cosa parlo.Questo romanzo, uno dei migliori prodotti negli ultimi anni dalla nuova generazione di scrittori italiani, è un tuffo nella nostalgia per una breve stagione passata come una meteora sotto il cielo milanese fra gli anni Ottanta e Novanta. Chi è stato adolescente in quel periodo se la ricorderà certamente: la stagione del punk rock, così veloce che i più non l’hanno nemmeno percepita, mentre i pochi che lo hanno fatto senza esserne stati protagonisti, continuano ad associarla all’immaginario delle mode cretine della Milano da bere, all’evaporazione del pensiero, al rampantismo bottegaio, alla tivù spazzatura, alle siringhe nei giardinetti… a tutto, tranne che a quello che fu realmente: musica, arte, sperimentazione, genialità, rabbia, impegno ed etica pura, come può esserlo quella straight edge (no alcol, no droga, no alimenti di origine animale, no fumo, no sesso occasionale…) che sembra modellarsi più sui monaci buddhisti che sui ragazzi crestati.
Tutto ha inizio quando Smalley, in fuga da un episodio oscuro che lo ha inseguito per tutta l’Europa, scopre per caso, ad Amsterdam, che dalla sua Milano, abbandonata frettolosamente dieci anni prima, è stato cancellato, insieme con le scritte sui muri, anche il mitico ‘Laboratorio anarchico’ di via De Amicis, il centro sociale, che per lui e per gli altri componenti della sua band ‘Krakatoa’: Max, Lupo e Drew, era stato casa, officina, scuola e vita. Sconvolto, decide di tornare da clandestino. Dovrebbe essere una breve visita, giusto il tempo di mettere a posto alcuni tasselli del passato, invece si trasforma in un’indagine. Che fine ha fatto Max? Perché nessuno vuole parlare di lui?
Una precisazione: il ‘Laboratorio anarchico’ è esistito davvero proprio là dove l’autore lo ha collocato nel romanzo. Considerato culla del punk rock milanese e centro di controcultura underground, era uno scantinato nella centralissima via De Amicis più volte fatto sgomberare dalla forza pubblica e rioccupato. Vi si faceva soprattutto musica. Buona musica punk rock e pessima musica frutto di improvvisazione estemporanea. Musica veloce, arrabbiata, spesso rubata ai gruppi stranieri. Quasi sempre musica segnata dalla tripla X di hardcore, cioè estremizzata ai limiti del sopportabile. L’autore, Matteo di Giulio, ottimo bassista, quello scantinato negli anni novanta lo ha realmente riempito di note con la sua band ‘Mururoa’. Quasi tutto quello che entra nella narrazione, compreso l’epilogo, non è finzione letteraria, ma compone una pagina vera della Milano più marginale ma non per questo meno importante. Anzi, certamente una delle pagine più belle e più sincere degli aridi e culturalmente miserevoli anni Novanta.

di Adele Marini

http://thrillerpages.blogspot.it, aprile 2012
+ Recensione: Quello che brucia non ritorna
Non avrei mai scommesso cinque centesimi su un libro che parla di punk, centri sociali e soprattutto degli anni ’90 (che anni anonimi, quelli, altro che i vituperati anni ’80) in una Milano underground arrabbiata e marginale.
Ebbene, ecco quel che reputo la bravura di uno scrittore; parlare di cose che stanno alla periferia del tuo habitat naturale, del tuo entourage, e saperle mettere a fuoco in modo nuovo, stimolante ed arricchente. Matteo Di Giulio, con la sua prosa rapida fatta di nitidi fotogrammi, è riuscito a coinvolgermi nella storia disperata di Davide “Smalley”, punk straight-edge (no fumo, no alcool), alla ricerca di una vendetta che possa riconciliarlo con i fantasmi del suo passato.
Una lista infinita di gruppi musicali della scena hardcore milanese e internazionale, i luoghi ormai mitici come lo Zabriskie Point di un mercato sensibile, che curava gli stock in un modo culturale e non commerciale, consigliava LP, promuoveva concerti e perfino inaugurava amicizie. Ora tutto questo è inghiottito nel ventre chiassoso dei centri commerciali, schiacciato da pochi click ed una connessione.
La storia di amicizia tra Smalley e i vecchi componenti della sua band è esemplare di come un mondo per il quale si era disposti a mettere la mano sul fuoco si sgretoli con l’arrivo dell’età adulta. Ci si ingrassa e si invecchia cercando le proprie sicurezze; gli ideali si spezzano, e quella che era una rabbia sociale diventa tristemente una rabbia privata.
Certo, questo libro è un noir, ed è pure costruito bene. Ma alla nostra generazione, quella X, che ha vissuto la sua meglio gioventù negli anni ’90, questo libro griderà dritto al cuore; o almeno, lo farà a chi in quegli anni ha avuto un ideale, una passione bruciata che, appunto, non torna più.

di Paolo Parisini

http://noiritaliano.wordpress.com, 3 aprile 2012
+ Un calice di vino con: Matteo di Giulio
Matteo di Giulio, milanese, è uno scrittore di sicuro talento, curatore di un bel blog, dove si possono trovare parecchie (e belle) riflessioni noir. Noir Italiano beve un buon bicchiere in sua compagnia, per cercare di capire cosa intenda per “noir” e come lo viva. Ciao Matteo, benvenuto a Noir Italiano. Io prendo un calice di Donna Fugata, tu?
Matteo Di Giulio: Visto che ora è mattina dovrei dire un caffè. Ma facciamo un bicchiere di Nebbiolo, prediligo i rossi della Langhe.

Cosa significa per te “noir?”
È una parola francese. Forse dovremmo dire semplicemente nero, in italiano, è meno chic, è più concreto. Noir, per me, significa esplorare il lato oscuro della società in cui viviamo, lì dove non si vedono le suddivisioni tra buono e cattivo. Noir è un luogo in cui la realtà supera sempre, e in peggio, la fantasia.

Cosa rende Milano una città da noir?
Il fatto che è contradditoria, una contraddizione in termini di violenza e disuguaglianze: è paese e metropoli, è provinciale e multietnica. Ed è divisa nettamente in due: i pochi ricchi speculatori al centro e i tanti poveri che fanno fatica ad arrivare a fine mese sparsi intorno, in disordine.

L’angolo più oscuro di Milano?
È molto soggettivo. Ti direi un sottopassaggio ferroviario poco lontano da dove vivo. Di notte è suggestivo ma può inquietare, si trova dietro una piccola chiesetta in mattoni rossi, a due passi dai Navigli, però quando cala il buio è sempre deserto e c’è un passaggio a livello con un paio di case abbandonate cui si arriva passando da questa piccola galleria poco illuminata e maleodorante. È un posto gotico.

La tua musica per scrivere?
Dipende molto da quello a cui sto lavorando e da come voglio che la musica mi guidi. John Fahey, Fine Before You Came, Sergio Endrigo, Aldrin, sono loro che mi hanno più ispirato di recente.

Quanto tempo dedichi in media alla scrittura?
Un paio d’ore al giorno tutti i giorni, sempre che il lavoro e gli altri impegni me lo permettano.

Cosa fai quando sei a caccia d’idee?
Passeggio per la città e leggo i quotidiani.

L’errore che uno scrittore noir non dovrebbe mai fare?
Continuare a scrivere sempre lo stesso romanzo, spesso senza rendersene conto.

Il consiglio che dai a uno scrittore che voglia cimentarsi con il noir?

Di non accontentarsi di una trama ben confezionata con personaggi e dialoghi funzionali ma di osare di più e cercare nei meandri della cronaca gli spunti per una storia forte, che sia viva.

Ti ringrazio. Regalaci una frase noir…
È di Léo Malet: “Il sogno era stato delizioso. Troppo. La realtà ne risultava ancor più tremenda”.

di Riccardo Besola

www.and.re.it, 18 agosto 2011
+ Quello che brucia non ritorna – Matteo Di Giulio
Quando devo mettere nero su bianco le mie impressioni su un libro, io che non sono un giornalista nè un recensore per professione spesso mi domando cosa devo scrivere. In questo caso dovrei forse dire che questo è un romanzo che narra la storia di un ragazzo, ex straight edge, ex componente di un gruppo hardcore che, fuggito ad Amsterdam dopo un’adolescenza un pò borderline, torna a Milano per fare i conti con il suo passato?
Non è forse che questa è roba che si legge su tutti i siti di vendita di libri online che spesso copiano e ricopiano i risvolti o la quarta di copertina?
Questa volta inizio dicendo che non mi ricordo di aver letto un libro che mi ha preso così tanto e che era tanto che non finivo un libro con il nodo in gola, i lacrimoni e la certezza di aver letto qualcosa che sento decisamente mio.
In questo romanzo (hardcore) c’è tutto quello che io cerco quando apro un libro: gioventù, musica, ribellione, amici, nemici, aggregazione, rapporti (con i genitori, con la polizia, con altri gruppi di giovani), sogni, idee, insomma vita, cazzo!
Quello che brucia non ritorna è il libro ideale per chi ha sognato di fuggire, per chi ha sognato di suonare, per chi ha sognato di ribellarsi, per chi l’ha sognato e anche per chi l’ha fatto davvero. E vi assicuro che lo è anche per chi non è mai stato e non sarà mai straight edge – come me – e la musica hardcore non l’ha considerata mai più di un rumoroso fastidio – come me – perché queste cose sono solo un corollario, quello che è centrale nel racconto sono gli ideali, il loro valore e come questi poi si scontrano con le urgenze quotidiane e con i vincoli che la società in cui viviamo ci pone.
È un romanzo ruvido per quanto ci presenta una realtà scomoda ma dolce per la sincerità del suo protagonista e per quanto ci si innamora di lui e della sua purezza. A completare la bellezza di questo libro che consiglierò per i prossimi 70-80 anni è il modo di scrivere dell’autore il quale alterna il racconto del presente, da quando Smalley, il protagonista, riceve una lettera e decide di tornare in Italia con flashback che a poco a poco svelano il passato dello stesso e, di conseguenza, i motivi che lo spingono a fare determinate scelte.
Uno di quei libri che se ne leggi un capitolo vieni risucchiato inesorabilmente fino alla fine in pochi giorni.
Da leggere ascoltando: no io proprio hardcore non ce la faccio e poi non riesco a leggere con quella roba nelle orecchie. Direi P.A.I.N., Oh my god! We are doing it, per me la colonna sonora della rivoluzione che avrei voluto fare.

di Andre’s house

http://www.punk4free.org/articoli/14-libri/1644-matteo-di-giulio-quello-che-brucia-non-ritorna.html
+ Matteo di Giulio – Quello che brucia non ritorna
“Sono scappato dal paese che amo e che odio, quell’Italia fascista fatta di vecchi testardi convinti che la paura di cambiare le cose sia una virtu’. Milano, poi, è una citta dove il sangue puzza di cemento; grigio abbandono e ortodossia asociale per un palcoscenico di serie B. Non è una metropoli ma una pallida imitazione. Ho visto gran parte dell’Europa e so di cosa parlo. L’ho abbandonata a se stessa, alla sua lussuosa decadenza, come una vecchia squillo una volta da assegno a quattro zeri, che oggi zoppica per fare marchette in strada in cambio di un assaggio di estasi che non dura mai abbastanza a lungo.
Speravo di non dover mai fare dietrofront.
Pensavo di aver chiuso il passato in un cassetto, a doppia mandata. Purtroppo mi sbagliavo.”
Si apre cosi’, dopo una degna citazione tratta da “Lo Spirito Continua” degli incomparabili Negazione, il primo capitolo di uno dei piu’ bei romanzi che io abbia letto negli ultimi tempi e di cui sono onorata di presentarvi la recensione.
Un titolo che dice tutto: Quello Che Brucia Non Ritorna. Un tuffo nel passato, e non soltanto in quello del protagonista, ex straight edge convinto, detto Smalley, come Dave Smalley dei Dag Nasty.
In un certo senso, queste 220 pagine rappresentano un cassettone strabordante di ricordi nostalgici, di sogni mai realizzati e di desideri repressi per chiunque abbia vissuto quegli anni, anzi mi correggo: per chiunque abbia vissuto. Quest’ultima espressione è senz’altro più esatta della precedente.
Davide è scappato, senza voltarsi indietro. Ha interrotto la sua vita, una vita che voleva solo dimenticare, trasferendosi in Olanda. E un bel giorno, dopo ben dodici anni, decide di fare i conti col suo passato, di riaprire una ferita aperta che brucia ancora più che mai, tornando nella sua grigia Milano, quell’anonima metropoli vista dai suoi occhi come una madre snaturata e traditrice.
Davide aveva una vita, degli ideali, degli amici. Massimo detto Max, Luca detto Lupo, Andrea detto Drew. Insieme avevano un gruppo hardcore. Non servirebbe aggiungere altro per capire che la loro era Vita, allo stato puro. Senza freni inibitori. Piena di innocenza giovanile e al contempo di rabbia e passione. Un vecchio palco di cemento, più precisamente quello del Laboratorio Anarchico di Milano, la loro vera casa, ha scolpito per sempre nei loro cuori una ferita: da ragazzini li ha trapassati con una freccia di Cupido. Una volta cresciuti, l’amore si e’ trasformato in sofferenza. Il Laboratorio è stato chiuso, murato. E con esso, sono stati murati nel cemento anche i ricordi, le passioni, la gioventù, la militanza, l’odio e l’amore.
Il sudore sulla fronte.
Le mani che violentavano gli strumenti partorendo note hardcore che incendiavano il palco.
Le parole vomitate sul pubblico con la più schietta e sincera rabbia giovanile.
La folla delirante.
Lo stage-diving come simbolo di vita e di libertà. Il pogo incessante. Adesso prendete tutto questo e osservatelo dall’esterno. La vita, la giovinezza, i sogni, gli ideali, l’amore. Tutti sentimenti confinati in un centro sociale, fuori dal mondo, un ritrovo per sottosviluppati, derisi ed emarginati, come canterebbero gli Affluente. E fuori cosa c’è?
Fuori c’è il sistema, con la sua interminabile schiera di servi. Una massa informe di individui senza volto e dalle diverse maschere, sotto le quali covano il medesimo marciume: i nazi, i vecchi e i giovani borghesi felici di essere intrappolati ed incasellati in realtà decise da qualcun altro, i politici, ed infine le divise infami pagate dallo stato per punire, a loro modo, i ribelli, i sovversivi, le minacce per una società sterile e per un paese fondamentalmente dittatoriale spacciato per democratico, intriso di disgustosa ipocrisia. Uomini armati, pagati per infrangere sogni.
Al fianco di Jan, l’unico amico che si sia fatto ad Amsterdam, anch’egli segnato da un’infanzia di merda e da una crescita per niente facile, Davide parte per l’Italia dopo aver ricevuto una lettera da Lupo, il quale lo informa che il Laboratorio Anarchico è stato sgomberato e l’ingresso murato. Torna a Milano alla ricerca dei suoi compagni, i fratelli di una vita. Ritrova Lupo, invecchiato e con una visione del mondo spenta e disincantata; ritrova Viviana, l’ex ragazza di Max di cui forse è sempre stato segretamente innamorato. Drew è morto per overdose. L’unica cosa da fare adesso, anche se coscienti che il proprio passato è bruciato e non ritornerà mai più, è andare a cercare Max. Il suo più caro amico, scoprire cosa gli è successo e, se necessario, avere giustizia per le loro vite stroncate. Quello Che Brucia Non Ritorna è ben scritto, ricco di nomi di gruppi hardcore storici, americani e non, e soprattutto di attacchi, alcuni velati ed altri no, alla realtà italiana. Centra in pieno l’obiettivo, il messaggio è chiaro ed esplicito. Più sincero di così si muore. Un romanzo, questo, in cui ci si può identificare perfettamente. Un ragazzo innocente, di quelli che dicono ti amo alla ragazza con cui fanno per la prima volta sesso, di quelli che piangono ad un concerto, di quelli che la vita ha indurito e trasformato in individui aridi di sentimenti, all’occorrenza violenti e pieni di paure: paura nel vivere, nell’affrontare i propri fantasmi, nel provare nuove emozioni. Bellissimo e malinconico affresco dai toni grigi sulla società contemporanea: forte nell’odio, commovente nell’amore.
RENINTERVISTA ALL’AUTORE MATTEO DI GIULIO.
Parlaci un pò di te… una piccola biografia della tua vita.
Nato e cresciuto a Milano, studi classici, mai laureato in legge, oggi impiegato in una multinazionale, nel tempo libero mi sono occupato di cinema come critico e di recente sono riuscito a incanalare nella narrativa il piacere di scrivere. Dopo il primo romanzo, un noir intitolato La Milano d’acqua e sabbia, è da poco uscito il mio secondo lavoro, Quello che brucia non ritorna. Ho collaborato con riviste e festival, amo gli animali, sono vegetariano e spero, provando a fare qualcosa in prima persona, in un futuro un pò migliore di quello che sembra prospettarsi.Il motivo per il quale hai scritto un romanzo sull’hardcore?
Ho scoperto l’hardcore un’estate di fine anni Ottanta, al mare, conoscevo già i Sex Pistols e i Ramones, i Clash, le basi del punk. Il cugino di un amico mi ha prestato una cassetta con un pò di gruppi italiani, Creepshow, Raw Power, Negazione, One Step Ahead, roba del genere, molto sconosciuta. E’ stata una rivelazione. Ho consumato quella cassetta, ho iniziato a leggere Blast!, la rivista che facevano a Roma e che parlava solo della musica più underground possibile, e una volta tornato a Milano ho stretto amicizia con quel ragazzo, che mi ha fatto da Virgilio nel mondo di Zabriskie, dei concerti hardcore, dello straight edge, dell’animalismo. Ho vissuto quella scena, la seconda ondata dopo i punx a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, in prima persona, è stata una stagione selvaggia. Ho cominciato a suonare, a organizzare a mia volta concerti, avevo una piccola fanzine fotocopiata (prima You’re not Alone, poi I Think, so I Am), è lì che ho cominciato a scrivere; verso la metà degli anni Novanta si è addirittura trasformata in etichetta e distribuzione discografica (I Think Records). Tutto è nato come una scintilla, una combustione spontanea. Un periodo così felice e così complesso che, da scrittore, mi sembrava inevitabile cercare di trasmettere a tanti anni di distanza, con quel pizzico di malinconia dovuto al paragone con la piattezza che vedo oggi per le strade di una città che pur avendo lo stesso nome sembra distante anni luce. Così, per una sorta di scommessa fatta con Andrea Scarabelli e Marco Philopat di Agenzia X, che ringrazierò sempre per questa opportunità, un mio racconto che commemorava il mitico Laboratorio Anarchico in via De Amicis, un piccolo storico lurido centro sociale in pieno centro, oggi scomparso, si è trasformato in un romanzo che è si’ amarcord, ma è anche un resoconto orale di un periodo storico e culturale ben preciso.

Come hai vissuto quegli anni?
A mille all’ora. L’hardcore è velocità, e noi eravamo ragazzi curiosi. Si correva da un concerto all’altro, si parlava davanti alle vetrine di Zabriskie Point, il negozio di Stiv “Rottame”, il guru di qualunque controcultura musicale a Milano, e non solo. Si scopriva il significato di straight edge, sull’onda delle canzoni dei Minor Threat, si imparava a vivere in maniera consapevole, pur nel rispetto di ogni idea. Ecco, credo che tutto stia nella voglia di condivisione, di comunicare, di fare gruppo. Brotherhood, cantavano tanti gruppi di quel periodo, ed era vero, perché le collaborazioni erano a 360 gradi, tra gente che la pensava e si comportava in maniera diversissima. Basti pensare allo “zoo” che affollava il selciato di fronte a Zabriskie: mod, grunge, punk, metallari, redskin e apolitici, tutti insieme a prendere spunto dalla musica per parlare di Milano, dell’Italia, delle frustrazioni quotidiane, delle velleità sopite.

Cosa rappresenta per te (metaforicamente s’intende) la fuga di Smalley in Olanda?
La fuga di Smalley in Olanda è un pretesto narrativo, per sottolineare attraverso gli occhi di un esule la spaccatura profonda tra l’Italia di ieri e quella di oggi. Dieci anni rendono un posto completamente diverso da come lo si poteva ricordare. Chi vive nella stessa città rischia di non accorgersene, a volte servono dei segnali per far scattare il campanello d’allarme. Nel mio caso è stato un servizio fotografico su un quotidiano, una foto d’epoca di via De Amicis raffrontata alla stessa strada, ai giorni nostri. Manca qualcosa, mi sono ripetuto: sapevo che il Laboratorio Anarchico era stato sgomberato da tanti anni ma rivedere quell’assenza così, nero su bianco, sulla carta stampata, mi ha fatto venire il magone. Da lì ho ripercorso i luoghi della mia “infanzia hardcore” e la conta dei superstiti è stata un atto di dolore.

Cosa consigli ai giovani italiani, visto che tantissimi ragazzi vanno fuori perchè non sopportano più la situazione sociopolitica ma c’è qualcuno che stringe i denti e resiste per l’inevitabile legame alla sua città e al suo paese?
Non sono in condizione di dare consigli, ma ammiro chi resta, resiste e combatte per qualcosa in cui crede. Però non posso neanche biasimare chi pensa che altrove si possa seminare un raccolto migliore. Sono entrambe scelte difficili, personali. Io sono sempre rimasto a Milano, e dopo un periodo di riflessione credo sia fondamentale cercare di dire la propria con ogni mezzo necessario. Ma è anche vero che la realtà moderna, globalizzata, con tanti canali comunicativi a disposizione, permette di esprimersi in presa diretta anche da lontano. L’importante, secondo me, è non sedersi, non accettare l’omologazione imposta dall’alto. Bisogna credere in ciò che si fa: senza idee e senza ideali non si va da nessuna parte. E senza l’unione, concetto banale ma che purtroppo si sta perdendo, c’è troppa poca forza.

Che rapporto hai con la tua città, visto che prima di questo romanzo ne hai scritto un altro che riguarda ugualmente Milano?
Un rapporto di amore e odio. Milano è una città dalle mille facce, raccontarla è impresa difficile, perché è a strati. Oggi la vedo come ciambella, con un buco al centro, dove il vuoto – ideologico, politico, sociale – si è fatto dominante, e con un contorno ricco nelle periferie, dove c’è più spazio per iniziative non conformi, meno omologate alla massa. Milano è la città dove purtroppo si stanno corrompendo più in fretta la voglia di resistere, dove è sempre più difficile alzare la voce, fuori dal coro. Ma è anche una metropoli che offre possibilità concrete di realizzare qualcosa: le realtà dei centri sociali, dei circoli Arci, delle manifestazioni di piazza (vedi il Mayday del primo maggio), dei free press eretici come MilanoX non sono casuali. C’è voglia, in questo momento, di uscire nuovamente dagli schemi. Bisogna ritrovare il collettivo per resistere alle brutture come il precariato, come le censure, per lottare contro il sistema dittatoriale mal incarnato da istituzioni miopi nel non riuscire mai a comprendere il territorio che dovrebbero rappresentare. I cittadini non hanno punti di riferimento, occorre che prendano coscienza dei loro reali bisogni per sfuggire al non-pensiero del consumismo e del Berlusconismo.

Come mai questo titolo? E’ quello che pensi in generale oppure il romanzo è in qualche modo autobiografico, nel senso che la tua visione della tua città e della giovinezza in generale è frutto delle tue esperienze passate?
Il titolo è un omaggio a un disco che amo, What Fire Burns Never Returns, dei Don Caballero. Incarnava alla perfezione, secondo me, quel sentimento acre – odio, vendetta, rimpianti, rabbia – che ho cercato di trasmettere nel romanzo. Quello che brucia non ritorna mai, ne sono convinto, ma credo anche che possa essere qualcosa di positivo, perché se la fiamma che fa bruciare gli ideali è salda, dalle ceneri potrà nascere qualcosa di nuovo, rafforzato dall’esperienza e, perché no, anche dalle sconfitte. Gli ideali che bruciano si trasformano, si plasmano, crescono. Per citare un famoso film: solo chi cade può risorgere. E visto che oggi siamo in caduta libera bisogna rimboccarsi le maniche e stringere denti e pugni.

Ok Matteo, grazie mille per la tua disponibilità e per averci dato l’opportunità di recensire il tuo romanzo!

di REN

www.rockit.it, 1 luglio 2010
+ Quello che brucia non ritorna
Un romanzo crudo e feroce, che ti toglie il fiato come una gomitata altezza stomaco ad un concerto degli Youth Of Today. O dei Black Flag che però mai non ho visto e mai vedrò. È veloce, velocissimo, come un pezzo dei Minor Threat o dei Gorilla Biscuits. Questi sono i nomi che caratterizzano il secondo romanzo di Matteo di Giulio, – già bassista dei Mururoa, fulminea (in tutti i sensi) meteora dell’hc milanese anni ’90 e fondatore della I Think Records – che non eccelle per linguaggio o elaborazione, ma ti sputa tutto in faccia, i luoghi, la gente, il lato buono e quello cattivo di Milano e della sua scena di alcuni lustri fa, quando i concerti si facevano al Laboratorio Anarchico e i vercellesi Indigesti – una delle migliori band italiane di sempre – non erano un lontano ricordo. Tra realtà e sprazzi di finzione letteraria, Quello che brucia non ritorna hai il pregio di essere sincero nel suo esporsi all’erosione degli anni, e anche in un mare – quello dei libri sulla scena punk/hc nostrana che fu – dove i pesci sono sempre di più, rimane a galla senza fatica. Due ore di lettura sanguigna, dritti alla meta.

di Stefano Fanti

Mangialibri, 23 giugno 2010
+ Quello che brucia non ritorna
Davide “Smalley” vive ad Amsterdam, città nella quale è approdato dopo aver girato mezza Europa. La sua, in realtà, è stata una fuga da una colpa misteriosa che lo ha costretto a lasciare la sua città: Milano. Nella città olandese Davide ha trovato il suo equilibrio, il suo stile di vita ma le cose cambiano quando compra per caso un giornale italiano in cui un articolo gli rivela la fine dell’esistenza del Laboratorio Anarchico, simbolo della sua adolescenza milanese, culla della sua crescita e del suo sentimento di ribellione. Smalley quindi fa ritorno nella sua città natale accompagnato da Jan, il suo migliore amico. Giunto a Milano carico di rancore, inizia la sua indagine personale alla ricerca della verità mentre i luoghi che ritrova lo riportano indietro nel tempo: i primi vinili da Zabriskie, l’incontro con Max, Lupo e Drew – i componenti della sua band, i Krakatoa – la scena underground milanese, la ribellione, l’etica “straight edge”, il Laboratorio Anarchico…
Quello che brucia non ritorna è il secondo romanzo di Matteo Di Giulio, il quale, dopo aver descritto in La Milano d’acqua e sabbia una periferia in preda al degrado e alla malavita, ci immerge nel pieno degli anni Novanta delle controculture milanesi, delle periferie che si ribellano a colpi di riff taglienti e sudore, nel cuore della scena hardcore. Protagonista è Davide “Smalley”, il cui nome è un omaggio a Dave Smalley, cantante e chitarrista celebre per aver fatto parte di gruppi come DYS, ALL e Dag Nasty; è lui a narrarci i fatti in prima persona seguendo un ritmo diaristico, senza filtri, creando un rapporto diretto con il lettore. Il tempo della narrazione è il presente, che diventa presente storico nei numerosi flashback in cui il protagonista racconta il suo passato. L’intera vicenda è un viaggio. Verso una città che è profondamente cambiata in peggio; verso un passato che ritorna con il suo tributo di ricordi e rabbia; verso la voglia di liberarsi dai demoni e raggiungere una catarsi personale; verso una vendetta per qualcosa che non può più esistere per colpa di qualcuno. Questo viaggio Matteo Di Giulio ce lo racconta attraverso una scrittura carica di cinismo, rabbia, disprezzo, con uno stile tagliente e senza fronzoli, proprio come l’hardcore, uno stile di vita grezzo e sincero, in cui gli ideali vengono urlati con voci cacofoniche ma dirette. Una scrittura che si vela di malinconia quando Smalley afferma che “quello che brucia non ritorna mai; e al tempo stesso non muore, dentro di noi”.

di Lorenzo Strisciullo

www.thrillermagazine.it, 29 maggio 2010
+ Quello che brucia non ritorna
“Il periodo che stavo vivendo non era per niente felice, quel contrasto di emozioni forti ha fatto scaturire un romanzo cupo permeato di rabbia e dolore. Quel romanzo rappresenta perfettamente un momento nero della mia vita, credo si riesca a sentire”Da Amsterdam a Milano, un’aria che si dilata dal cosmopolitismo europeo al municipalismo di un capoluogo, quello lombardo, che si porta addosso, sdrucite e impolverate, le mancanze del suo passato. Davide, detto Smalley, torna in questa città con un compito ben preciso, dove la memoria ha un ruolo determinante. Perché la memoria rimanda costantemente ai momenti paradigmatici della sua formazione e ai personaggi che ne hanno costruito le vicende: Max, Drew, Lupo, Viviana. Flashback vividi alternati a un presente pastoso, un presente dove la trasformazione del tempo ha coperto di opaco persone e ideali. Un tempo erano ragazzi e ci credevano e tutto il contorno assumeva la forma precisa di tasselli non incastrati. Musica hardcore in sottofondo, la spensieratezza dell’inizio, il gruppo i Krakatoa fondato con Max Lupo e Drew, i luoghi che la politica di oggi ha portato al disfacimento: il Laboratorio Anarchico, i centri sociali, la passione sfrenata per una filosofia di vita, la straight edge. Le tematiche di questo romanzo sono diverse e profonde: l’ideologia, l’amicizia, la fuga, l’abuso militare, la potenza costruttiva (e distruttiva) delle scelte. Dal passato al presente, e lo scenario di chi guarda al futuro non è consolante: «Si è perduta l’idea di appartenere a un qualcosa, di essere legati ad altre persone, alle idee da condividere. Questo concetto sembra non esistere più nei moderni figli di papà, i falsi youth of today, per citare il più famoso gruppo hardcore di fine anni ottanta. I quindicenni che organizzavano concerti nelle scuole autogestite hanno lasciato il posto a piccoli menefreghisti dopati di televisione e inibiti da steroidi di consumismo di massa. L’etica è scivolata giù per lo sciacquone della maleducazione, una tendenza che non si è mai invertita.» Matteo di Giulio ha cominciato a scrivere questo libro perché sentiva quella storia pulsagli dentro: «Il periodo che stavo vivendo non era per niente felice, quel contrasto di emozioni forti ha fatto scaturire un romanzo cupo permeato di rabbia e dolore. Quel romanzo rappresenta perfettamente un momento nero della mia vita, credo si riesca a sentire.» L’autore crede nel valore terapeutico della scrittura e ancor di più della lettura e si è messo al lavoro quando gli abbiamo chiesto di compilare il bugiardino del suo romanzo.

ISTRUZIONI PER L’USO

Denominazione: Quello che brucia non ritorna (titolo di lavorazione: La città asociale)
Autore: Matteo Di Giulio, ex punk, ex bassista hardcore, vegetariano e animalista, ex critico cinematografico, impiegato, oggi anche scrittore, sempre più interessato agli aspetti del quotidiano con connotazioni sociali e politiche. Sempre più interessato a esplorare la realtà che ci circonda. Al secondo romanzo, dopo La Milano d’acqua e sabbia, uscito nel 2009 per Frilli.
Editore: Agenzia X
Pag. 224
Euro: 15,00
Se questo libro fosse un farmaco sarebbe:
Un antiemetico, ma completamente omeopatico, non ci sono ingredienti chimici.
Composizione ed eccipienti:
Rabbia, violenza ma anche e soprattutto curiosità e ideali da difendere.
Indicazioni terapeutiche:
Indicato per chi è indignato, per chi vuole ricordare, per chi non si arrende. Ma anche per chi vuole conoscere realtà diverse e non ha paura di sporcarsi le mani al di fuori dei pregiudizi e degli stereotipi.
Consigliato a tutti, benefico per:
Per chi ama la musica e le storie forti, per chi crede nell’amicizia, per chi vuole rivivere una Milano, un’Italia, che non esiste più.
Controindicazioni:
Può provocare rimpianti e pessimismo, far arrabbiare, storcere il naso. Far riflettere, spero, anche se di sicuro non è una controindicazione ma un effetto benefico.
Posologia, da leggersi preferibilmente:
Quando non si è giù di morale ma di buon umore. È un romanzo di dolore, accumularne troppo potrebbe essere controproducente.
Effetti indesiderati:
Il protagonista potrebbe risultare antipatico, la nicchia in cui è ambientata la storia potrebbe spaventare chi non bazzichi musica e centri sociali, ma è solo una parte della storia, dietro ce ne sono altre.

di Doctor Thriller

Rumore, maggio 2010
+ Il libro del mese. Quello che brucia non ritorna
L’hardcore è (era?) mollo più di un genere musicale. È un modus vivendi, una filosofia di vita, un’ottima scusa per canalizzare la propria rabbia, un surrogato di religione in cui riversare il fondamentalismo innato in noi. Ma è anche liberazione, sentirsi vivi, partecipi di qualcosa che sfugge alle catalogazioni e agli stereotipi dei movimenti di massa e di ideologie fallimentari: l’hardcore è “o ci sei o non ci sei, non puoi farci”. Davide, detto Smalley come quello dei Dag Nasty, se lo ripete come un mantra cosa sia l’hardcore, per dare un senso a una vita che forse senso non ne ha, sbalestrata e guidata da eventi traumatici e scherzi pesantissimi del destino.
Quello che Brucia non ritorna riporta come sottotitolo “romanzo hardcore”, giusto per ribadire quale sia il motore che spinge a vergare le parole rabbiose con cui sono immortalate le gesta dello Smalley presente e passato.
Smalley che se ne fugge ad Amsterdam e che torna nella Milano che lo ha tradito, che rimbalza con il pensiero tra i flashback e l’odierno, con l’adrenalina di un riff degli Youth Of Today, con la fede di un verso di lan MacKaye. Nelle duecento e qualcosa pagine di questo secondo romanzo – il primo è il noir La Milano d’acqua e sabbia – Matteo Di Giulio intinge una trama ricca di eventi e di sensazioni forti nei colori dello straight edge milanese che fu, quello che aveva in Zabriskie del grande Stiv Valli – chi se lo ricorda sulle pagine di questa rivista? – un immancabile luogo di ritrovo, un sancta sanctorum per una nuova setta di illuminati. E senza stare a scomodare Kerouac e il jazz, è evidente come sia il ritmo, pompato e intransigente, di quel sound unico a donare vita al torrente impetuoso delle vicende di Smalley, carico di rabbia, assetato di giustizia, forse prigioniero di un anacronistico idealismo. “Il mio corpo è come un tempio”.

di Emanuele Sacchi

www.ilrecensore.com, 28 maggio 2010
+ Intervista a Matteo Di Giulio
Quello che brucia non ritorna – romanzo Hardcore di Matteo Di Giulio, ha come protagonista Smalley, che vive ad Amsterdam, dove è arrivato per caso in fuga da un’Italia che detesta.
Dopo anni qualcosa lo riporta a Milano, insieme al suo amico Jan anche lui alla ricerca di se stesso. Ripercorrerà la città che ha lasciato, ritrovando angoli che aveva dimenticato, momenti passati in quelle strade con i suoi amici, con il suo gruppo, i Krakatoa, da cui tutto è cominciato.
Per Smalley è l’ultima occasione per stanare i nemici di una volta e scoprire se la fiamma di una vecchia amicizia brucia ancora.
La rabbia, il disagio sociale sono presenti costantemente nel romanzo, il protagonista ricorda eventi accaduti negli anni ottanta a Milano, i centri sociali e i movimenti giovanili. Cos’è cambiato in questi anni? E quanto è diversa oggi la nuova generazione da quella di allora?
È incredibile pensare come una decina d’anni, un periodo di tempo tutto sommato breve, abbia mutato così tanto la società moderna. Da metà anni Novanta agli anni Duemila sembra si sia formato un solco, un divario netto. È cambiata la politica, è cambiata la società, sono cambiate le persone, non soltanto le nuove generazioni, anche quelle precedenti si stanno accontentando e omolgando sempre di più.
Milano è lo specchio di un’Italia che fa fatica a ritrovarsi. Fatica a creare valori, a eleggere ideali, in un contesto così caotico è inevitabile che a farne le spese siano soprattutto coloro che stanno vivendo quella fase in cui gli ideali sono la benzina per le riflessioni quotidiane. Perdipiù viviamo lo spaesamento delle prime generazioni che soffrono un forte complesso di inferiorità con quelle che le hanno precedute: sono meno ricche, hanno meno possibilità, e solo ipoteticamente possono sfruttare mezzi di comunicazioni agevolati.
In realtà mi sembra che il grosso problema d’oggi sia che a fronte di una facilità tecnologica la gente ha perso il desiderio – la necessità, addirittura – di comunicare, e di conseguenza non riesce ad abbattere gli schemi preimpostati dalle istituzioni. Ribellarsi è più faticoso, per fortuna c’è sempre chi ci prova, sono loro la speranza. Serve però un contorno culturale e sociale che funga per questi pochi da appoggio, che dia loro linfa e non li lasci a predicare, soli, nel deserto.Milano è descritta grigia, sporca quasi dimenticata. La Milano del libro a confronto con quella di oggi, le differenze e le sensazioni che lei ha sentito e visto in quest’ultimo decennio.
Milano è grigia, sporca e dimenticata. Ma è anche ricca, di contraddizioni, di pluralità, di potenzialità. Una ciambella che ha perso sostanza nel centro cittadino, dove ormai impera la globalizzazione qualunquista, dove non è prevista la minima idea contrastante alle mode e allo status quo del mainstream, economico e politico che sia. In periferia, demonizzato, c’è invece più succo, più vitalità, resistono le ottiche di quartiere, le voci dissidenti. Spesso coincidono con i disagi dei migranti, dei precari, dei “diversi”, ma almeno c’è ancora un residuo di confronto ideologico.
Milano è un gigante dai piedi d’argilla. Potrebbe crollare da un istante all’altro, o potrebbe rimanere immutata per i prossimi decenni. Io vedo uscire dal torpore un certo cittadino medio, che forse è finalmente stufo di sentirsi dire cosa deve fare della sua vita. Nei centri sociali, nei luoghi di aggregazione alternativi (i circoli Arci, per esempio) si vedono i trenta-quarantenni con i figli, le famiglie, questo era utopico tanti anni fa. Chi opera nell’antagonista sociale si sta muovendo bene per radicare un’idea di territorio e di appartenenza allo strato cittadino, e questo farà la differenza con il passare del tempo. Non sono più servizi di nicchia ma alternativi utili e concrete nella ricerca di un vivere che sia migliore per chi oggi ha meno possibilità e non è interessato al Suv o al week end in Liguria.
Quanto c’è di personale in questo romanzo? E il protagonista che fugge dalla sua città, che la odia e la ama allo stesso tempo da dove nasce, solo dalla sua fantasia o in parte è vita vissuta? 

C’è molto di personale nel romanzo. Il protagonista è un incrocio di persone reali, in parte rispecchia me, le mie idee, il mio vissuto, ma non volevo che fosse eccessivamente autobiografico per cui ho canalizzato in lui gli elementi a farne un modello, ben riconoscibile, dell’ambiente in cui si muove. L’escamotage della fuga all’estero, come tanti altri dettagli del percorso di ritorno di Smalley e del suo accompagnatore olandese, Jan, sono invece mera finzione: un trucco per esaltare il disagio di chi, tornando a una realtà che ha perso di vista, nota a maggior ragione quanto sia cambiata.
Luoghi, persone citate nel testo, concerti, band: quello invece è tutto vero. Il mio obiettivo reale era documentare una scena, un movimento, le sensazioni di quel periodo. Riguarda Milano, ma non solo, perché l’hardcore/punk di metà anni Novanta era una realtà concreta in quasi tutta Italia; e anche in Europa direi.
Ci spiega esattamente cos’è l’hardcore?
Musicalmente parlando l’hardcore è un genere veloce, che deriva dal punk americano degli anni Ottanta (Descendents, Black Flag, Misfits) e lo estremizza. È musica ruvida, grezza, di grande impatto, dove i testi sono urlati con rabbia.
Da un punto di vista sociale è ribellione pura, è gridare il proprio malessere, un malessere non per forza politico, spesso anche interiore, nei confronti di una società che relega chi la pensa diversamente in ghetti. Una società dove la paura è l’arma predominante delle alte sfere per dominare e impedire di pensare. Screaming for a Change cantavano gli Uniform Choice. Il cambiamento passa da ogni tipo di presa di coscienza: essere vegetariani, non bere, non drogarsi, porsi dei quesiti sono degli ottimi punti di partenza.Matteo Di Giulio vive a Milano, dove è nato nel 1976. Il suo primo noir, La Milano d’acqua e sabbia, è stato finalista al Premio Belgioioso. Suoi racconti sono stati pubblicati su diverse antologie e su «Velvet – la Repubblica». Quello che brucia non ritorna è il suo secondo romanzo.

di Daniela Allocco

Oltreviste, 23 maggio 2010
+ Intervista a Matteo Di Giulio
ATTIVITA’:
impiegato, critico cinematografico, scrittore
SEGNI PARTICOLARI:
vegetariano
LO TROVATE SU:
www.matteodigiulio.com, facebook, anobii e myspaceDi cosa ti occupi oltre alla scrittura?
Sono impiegato per tirare a campare, mi occupavo di cinema ma il tempo è sempre meno e ora mi dedico quasi esclusivamente alla scrittura dei miei romanzi.Il tuo ultimo romanzo si intitola “Quello che brucia non ritorna”(Agenzia X Book). Un romanzo politico in un momento letterario (e sociale) in cui sembra quasi che la politica venga ridotta a ritrattistica scandalistica. Pensi che un libro possa dare il suo contributo?
Lo spero. Credo che la scrittura in questo periodo debba rispecchiare la realtà, studiarla e prendere una posizione ben precisa.

Tu hai fatto attività politica?
Marginalmente, anche se ho sempre frequentato luoghi dove la politica era in primo piano, ma ho sempre rifiutato gli schieramenti partitici, ho idee troppe trasversali e oggi mi sembra tutto uguale. Sto ricominciando a farne attraverso i miei libri, o almeno ci provo.

Un romanzo che parla anche di una certa gioventù. Sono cambiati i giovani d’oggi? In che senso?
Sono cambiati perché hanno meno riferimenti, soprattutto culturali, al di fuori della televisione e dei fenomeni di costume, ma lì è marketing, non cultura. Vedo meno voglia di comunicare, di condividere idee, quasi esporsi fosse un difetto e non un pregio. Ma ci sono anche tanti giovani che stanno riscoprendo il senso di aggregarsi, di far circolare le idee, spero molto che da loro si recuperi un sentimento etico comune.

“Quello che brucia non ritorna” Comincia ad Amsterdam. Pare che tu conosca bene quella città…
Ci sono stato più volte e ne apprezzo lo spirito libertario, la serenità del vivere quotidiano. È una città con molti difetti, ma che rappresentava un perfetto punto di partenza per la mia storia di esuli che devono fare i conti con il passato.

Poi prosegue a Milano. Ci spieghi il tuo rapporto di fascinazione/rifiuto/critica rispetto al capoluogo lombardo?
Milano è la città dove sono nato e cresciuto, dove vivo. Una città di contraddizioni, dai mille aspetti, dalle tante facce. Bisogna analizzarle tutte senza fermarsi alla superficialità delle apparenze: la moda, i Navigli da bere, i grattacieli ricoperti di ampie vetrate, la Borsa e il trionfo della globalizzazione. In questo senso è la città perfetta per un rapporto di amore/odio: offre tante possibilità ma è qui che si annidano le peggiori realtà, quelle che poi sono esportate in tutta Italia e la rendono il regno del qualunquismo.

Il romanzo è attraversato da musica hardcore. Tu suoni/suonavi? Cosa?
Suonavo il basso in un gruppo minore che pochi ricorderanno, abbiamo fatto concerti, ci siamo divertiti e nel nostro piccolo abbiamo cercato di dire la nostra fuori dagli schemi.

Un musicista a cui faresti un’intervista impossibile (perché non c’è più o è veramente irraggiungibile)
Ian MacKaye, un monumento di coerenza. Lui è vivo e vegeto, ma non riuscirei a spiccicare parola se ce l\\\\\\\\\\\\\\\’avessi di fronte, sarei solo lì a ringraziarlo con lo sguardo per quello che ha fatto e che continua a fare.

Due parole sul tuo romanzo d’esordio: “La Milano d’acqua e sabbia”. Com’è nato?
Era un giallo abbastanza canonico, nato un po\\\\\\\\\\\\\\\’ per scommessa con me stesso. Più andavo avanti nella scrittura e più mi immergevo nella storia, e più mi infangavo nella corruzione edilizia e nelle ingiustizie sociali. Non è un romanzo di denuncia ma spero che abbia sollevato qualche interrogativo nei lettori, così come è capitato a me: ma non mentre lo scrivevo, cosa strano, bensì dopo, quando l\\\\\\\\\\\\\\\’ho riletto.

Com’è la situazione del noir italiano?
Asfittica. Troppi scrittori che inseguono il successo facile secondo la moda del momento. Ci caschiamo tutti, me compreso. Se il noir ti permette di trovare una tua strada, un tuo percorso, allora è positivo, ma se è solo imitazione di cliché – italiani o esteri, poco importa – a cosa serve, per quanto piacevole possa essere?

3 tue passioni:
Leggere, camminare, cucinare.

3 libri che ti porteresti sulla Luna:
“Rabbia a Harlem” di Chester Himes, “La famiglia Winshaw” di Jonathan Coe, “La vita fa schifo” di Léo Malet. Posso portarne quattro? Tanto nel bagaglio ci sta… “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. 3 libri che non ti porteresti mai sulla Luna:
“Sulla strada” di Jack Kerouac, “Underworld” di Don DeLillo e “Il mio nome è rosso” di Orhan Pamuk. Sono gli unici tre libri che ho lasciato a metà. O forse farei meglio a portarmeli, lì sarei costretto a leggerli e a dar loro una seconda chance.

L’ultima volta che ti sei arrabbiato:
Era la prima settimana di gennaio.

L’ultima volta che hai pensato: “Questo è da dimenticare!”:
Lo penso spesso.

L’ultima volta che hai pensato: “Questo è da rifare!”:
Ieri, stavo rileggendo alcuni capitoli del romanzo che sto scrivendo ora.

L’ultimo bacio:
Ieri, anche se spero che non ci sia un ultimo bacio.

2 pregi e 2 difetti:
Paziente, generoso, insicuro, ingenuo. Scegliete voi quali sono i pregi e quali i difetti.

Progetti?
Ho un romanzo già finito che prima o poi uscirà, e sto lavorando a una nuova storia, la prima completamente fuori dai canoni del genere. Più in generale: continuare a vivere serenamente con me stesso.

Salutaci mentre bruci.
Il fuoco non è un nemico di cui aver paura, quindi è un arrivederci e non un addio.

Adesso salutaci mentre ritorni.

di Marilù Oliva

www.agoravox.it, 20 maggio 2010
+ In)ter(per)culturando: ‘Quello che brucia non ritorna’ di Matteo di Giulio
Di Milano, di scritture in divenire, storie tinte di nero, rosso e altri colori scuri, sbavati, frammentati; di tutto questo mi sono già occupata, e continuerò a farlo nella misura in cui le storie, le lingue e gli affondi si tendono per lasciare zampate nuove o semplicemente diverse.
Mi sono chiesta spesso, negli ultimi mesi, perché Milano? Perché sembra di sentire un certo rimbombo che investe storie, narrazioni e racconti con radici fra metropolitane e periferie milanesi? Perché tanta disperazione, tra personaggi diversi eppure si sente nell’aria, una sorta di rabbia trattenuta, fatica di fare, essere, vivere. Si sente, tra le maglie ampie di età che ormai rifiutano i vincoli generazionali, si sente che l’insoddisfazione in un qualche modo trasborda, non si trattiene.
Quello che brucia non ritorna e il suo autore, Matteo Di Giulio, rispondono in parte ai miei quesiti.
Il romanzo è stato pubblicato nel 2010 da Agenzia X, una piccola realtà milanese che si occupa di prodotti culturali in diverse forme e modalità realizzative, dunque non solo editoria.
Quello che brucia non ritorna è il secondo romanzo di Matteo Di Giulio e si sente che la lingua si evolve, si sta ancora cercando ma si muove con una certa padronanza di strumenti e gestioni spazio-temporali. Di Giulio sceglie di narrare in prima persona, cede all’effetto ‘narrativizzazione d’un reale noto’ che tra le pagine arriva forte e chiaro, e lo fa dando voce a un personaggio vagabondo e consapevole, spezzato da partenze e ritorni, incastrano in un passato che avrebbe voluto dimenticare ma che in realtà ha trattenuto in sé, un personaggio pieno di rabbia, abituato a cavarsela in ogni situazione, per strada soprattutto, un personaggio cha ama e odia Milano e un certo aroma che sente sulla pelle respirandola. Ma non c’è un solo personaggio, in questa storia. Di Giulio si attorciglia i cordoni ombelicali attorno al corpo fino a spezzarli. C’è un interiorizzazione pressante, nel suo narrare, ma che non mira a restare dentro un’unica pancia, un unico corpo, reale o di carta che sia.
Indubbiamente l’ambiente hardcore è cuore pulsante d’una trama giocata sulle scoperte lente e graduali, su una narrazione che si prende tutto il tempo (e forse qualche pagina in eccesso) per addentare i fondali della storia. La scrittura di Di Giulio che si tiene ben salda a un reale a lui noto, è immediata e cruda.——-Una parentesi buia, una caverna maleodorante in cui si inzuppa di fango e da cui, ripensando a Drew che spara merda nel braccio, Max esce presto, con una forza di volontà residua dei bei tempi, quando il suo corpo era il tempio di cui rispettava le fondamenta. Torna sui marciapiedi, portando cartelli su cui scrive Ho fame con pennarelli simili a quelli con cui ci tracciavamo le x sulle mani.
È questo pensiero, la distanza tra ieri e oggi, tra la felicità effimera e il presente bastardo, che mi rattrista di più.
Max è un eroe solo, un eroe azzoppato.

È l’alba e ho capito cosa posso fare per concludere questa storia. Max non ha voluto niente, neanche un paio di birre per quando farà troppo freddo. Gli ho nascosto duecento euro nella tasca della giacca. Quando li troverà, ne sono convinto, mi maledirà invece di ringraziarmi. La sua dignità resta forte anche nel momento peggiore.
Probabilmente perderà quelle quattro banconote spiegazzate e non penserà a se stesso. Le darà in beneficienza, comprerà del cibo che lascerà ammuffire, le elargirà a quattro mendicanti fortunati, le devolverà all’acquisto di qualcosa di superfluo ma con un valore rituale inenarrabile. Dischi o libri, la mia speranza. Se non per il corpo, che siano almeno nutrimento per l’anima.
(pag. 176-177, Quello che brucia non ritorna di M. Di Giulio, Agenzia X, 2010)

——–

Rivolgo alcune domande all’autore.

[D] Negli ultimi anni Milano è diventata uno dei centri pulsanti di scritture dure, attorno al noir ma non solo, scritture pregne di precise atmosfere. Una Milano che è più personaggio che mera ambientazione (“Ipotizzo che Milano sia cambiata, non vedo l’ora di capire quanto. La puzza, appena arrivati, è sempre la stessa”, pag. 28).
Ne eri consapevole mentre scrivevi? Ma anche: la Milano corrotta, sfasciata, che narri è funzionale alla storia o è semplicemente ciò che hai sempre voluto dire, della tua città natale e nel romanzo hai avuto l’occasione di approfondire?

[R] Milano è più di una città per chi ci vive: per quanto stia perdendo la sua anima, è un essere polimorfo. Forse è per questo motivo che è così ricca di contraddizioni, di valori contrapposti, di metà complementari che si attraggono, che generano odio e amore al tempo stesso. Ne ero consapevole, sì, e continuo a esserlo. Le Milano di cui narro, di cui ho parlato anche nel mio primo romanzo, anche se con meno rabbia e meno attenzione al sociale, sono facce di una stessa metropoli. La storia di Quello che brucia non ritorna mi ha permesso di mettere a confronto presente e passato, e di provare a tirare qualche conclusione, ovviamente del tutto soggettiva. La Milano che racconto coincide con la storia che racconto: il mio intento quando ho iniziato a scrivere questo romanzo era infatti un’operazione di memoria orale, di recupero storico, ma anche di critica contestualizzata. Parlare di Milano è una molla che mi permette scrivere romanzi, e il piacere di scrivere è una molla che mi spinge a riflettere su Milano e, più in generale, sul mio tempo.

[D] Parliamo della precisazione in copertina ‘romanzo hardcore’. Vorrei che mi spiegassi cos’è, oggi, l’hardcore (“L’hardcore è morto tanti anni fa, penso. Oggi la musica è solo moda” fai dire all’inizio del romanzo), quali sensi ancora resistono rispetto agli anni ottanta e cos’è – per te – al punto da precisarlo e immergerci intere parti della storia.

[R] Sarebbe più facile dirti cos’era l’hardcore negli anni Ottanta e Novanta per poi trarne la conclusione di cosa non sia più in questo momento; e di cosa tornerà probabilmente a essere in futuro, visto che la storia di questi tipi di antagonismi, per mia esperienza, è ciclica.
Hardcore è più della musica, è un modo di vivere la realtà cercano di sottrarsi all’omologazione. Significa esprimere se stessi, la propria grinta, la voglia di uscire dal coro, dalle masse predisposte dal sistema, quelle masse che per forza di cose non sono in grado di identificare tutte le idee in gioco.
Oggi hardcore, per quel poco che resiste, è più legato all’aspetto ludico-spettacolare che all’idea di resistenza sociale. Era importante, per me, poter creare un dialogo tra il presente e il passato: ho sfruttato l’idea del protagonista che torna in Italia per una vendetta per tracciare la linea di confine tra due modi di vivere – a Milano, ma non solo: il fenomeno non è così circoscritto e va ben oltre l’aspetto meramente musicale – che a soli dodici anni di distanza sono cambiati radicalmente. E con loro la concezione politica di musica, di comunicazione, di aggregazione. Di spinta verso la libertà, mi verrebbe da dire, come istinto primario.

[D] Dagli sviluppi della storia, dai pensieri di Davide traspare una rabbia sotterranea che a tratti esplode, una profonda insoddisfazione e tanta fatica per una generazione, quella degli attuali trentenni (poco più, poco meno), al punto che non basta nemmeno andarsene dall’Italia, cambiare vita e luoghi. Non basta perché prima o poi, si ritorna.
Mi racconti il tuo reale narrativizzato? Cosa c’è del tuo ‘vero’ nei personaggi, nei sentimenti, nelle piaghe fonde generazionali quanto natali, cosa proviene dal tuo vissuto, dalla tua diretta voce rispetto a quello che sembra quasi essere un ‘nuovo trend’ del mercato editoriale (la disperazione fonda e repressa dei ‘giovani’, alcune location a farne da sfondo-rampa di lancio, l’uso di una lingua indurita, diretta, quasi minimale ma che colpisce a fondo).

[R] Tolto il trucco narrativo dell’esilio, la finzione della fuga e ritorno, che per me erano fondamentali per tracciare un solco emotivo e temporale, quello che si legge nel romanzo è tutto vero. Non ho avuto remore a fare nomi, a citare i luoghi reali, le band, i concerti. L’intento era documentare, sotto forma di romanzo, un periodo e le sue sensazioni.
Personalmente non credo nelle fughe, non credo che gli esili, se dettati dalla paura o dall’impossibilità di continuare a lottare, siano una soluzione. Se alle spalle c’è un problema irrisolto, tornerà a tormentare. Nel mio caso, gli ideali che sono bruciati, che sono diventati cenere; ma la speranza finale, dopo tanta rabbia, dopo fiumi di amarezza, è che da quelle stesse ceneri possa rinascere qualcosa di nuovo, basato su presupposti simili ma non per forza uguali, non gli stessi ideali.
È inevitabile, per me, narrare la mia realtà, le mie quotidianità. Ho trentaquattro anni e non ho ancora trovato il mio posto nel mondo, in questa società. Le domande che affido ai miei personaggi, alle loro azioni, ai loro dialoghi, sono le mie, i miei dubbi, le mie pulsioni. Siamo la prima generazione, scriveva Alessandro Bertante nella prefazioni di Voi non ci sarete, che sarà meno ricca di quelle che l’hanno preceduta. È uno shock economico, sociale e culturale che giustamente terrà banco a lungo, che ci dà da pensare sul nostro stato attuale. Dall’individualismo, dall’interiorizzazione di questo disagio deve nascere la voglia di ritrovarsi collettivamente, di aggregazione, di comunicazione. Perché, per quanto malmessa, io non credo che la mia generazione, né quella che la sta seguendo a ruota, abbia voglia davvero di smettere di pensare.

Grazie a Matteo Di Giulio.

di Barbara Gozzi

DNews, 7 maggio 2010
+ Riecco le penne “della teppa” tra fuga e farsa senza rimpianti
In Quello che brucia non ritorna e Giovani, nazisti e disoccupati, il filo rosso del conflitto giovanile.C’era una volta l’antagonismo politico giovanile. Il rifiuto dell’esistente non si chiamava ancora “angst”, ma rabbia e si faceva “movimento”. Oggi va per altre strade: la presa di consapevolezza della fuga, come in Quello che brucia non ritorna di Matteo Di Giulio (Agenzia X); o l’affermazione di una radicalità che si rovescia nel suo opposto – con esiti tragicomici – pur di cambiare alcune piccole cose, come in Giovani, nazisti e disoccupati di Michele Vaccari (Castelvecchi). Due libri che rievocano la figura dello “scrittore della teppa”, come lo chiama Marco Philopat, illustre esponente della schiera, col compianto Valerio Marchi e Riccardo Pedrini, oggi Wu Ming5, agli esordi. Lo scrittore della teppa, per vocazione e convinzione,racconta il conflitto, soprattutto giovanile, tenendo il filo che unisce la deflagrazione del “movimento” alla rivolta dello stile degli anni ottanta, fino alle officine creative occupate. Adesso che il “movimento” è stanco, resta la rabbia. E la voglia di raccontarla. Inevitabilmente nel segno del noir, matrice della narrativa italiana degli ultimi anni. Di Giulio lo fa con un mix di racconto orale, storia underground e romanzo, in cui rivive la stagione dell’hardcore milanese. Vaccari usa il paradosso per raccontare un’individualità che si annulla per ritrovarsi. E riprendere la strada.

di Angelo Di Mambro

http://nonsolonoir.blogspot.com, 5 maggio 2010
+ Quello che brucia non ritorna
“Sono scappato dal paese che amo e che odio, quell’Italia fascista fatta di vecchi testardi convinti che la paura di cambiare le cose sia una virtù. Milano, poi, è una città dove il sangue puzza di cemento: grigio abbandono e ortodossia asociale per un palcoscenico di serie B. Non è una metropoli ma una pallida imitazione.
Ho visto gran parte dell’Europa e so di cosa parlo.
L’ho abbandonata a se stessa, alla sua lussuosa decadenza, come una vecchia squillo una volta da assegno a quattro zeri, che oggi zoppica per fare marchette in strada in cambio di un assaggio di estasi che non dura mai abbastanza a lungo.
Speravo di non dover mai fare dietrofront.
Pensavo di aver chiuso il passato in un cassetto, a doppia mandata.
Purtroppo mi sbagliavo.”(1)Davide “Smalley”, è un milanese originario del quartiere “Baggio”, naufragato ad Amsterdam dopo una breve deriva sullo sfondo dell’Europa dei tardi anni ’90. Espatriato in seguito a una misteriosa colpa e ridotto a fare della fuga “uno stile di vita”,(2) conduce un’esistenza anonima, divisa tra attività insulse, inutili passatempi e pranzi della domenica con l’unico amico Jan, finché, lo speciale fotografico di un quotidiano italiano -comprato più per ingannare la solitudine di un’umida giornata di ottobre, che per nostalgia o per vera curiosità- gli rivela la fine del “Laboratorio anarchico”, simbolo della sua tarda adolescenza milanese, dedicata all’hardcore-punk e allo stile “Straight edge” di Ian MacKaye e dei suoi “Minor Threat”.
Possibile che nessuno dei vecchi amici Drew, Lupo e Max, co-fondatori della band “Krakatoa” e compagni di mille lotte, abbia tentato di mettersi in contatto con lui?
Incredulo ma deciso, l’ex ragazzo ormai “alla soglia dei quarant’anni”, accompagnato dall’impenetrabile Jan, torna in città per fare i conti con il passato. Tra amori mai confessati, amicizie dimenticate e tradimenti subiti a metà, dovrà rendersi conto che alcune scelte non ammettono smentite, che certi conti non si possono saldare, e che “quello che brucia non ritorna”…Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe scorrendo le note biografiche dell’autore,(3) e in contrasto con scelte sempre più popolari nel panorama della letteratura di genere italiana (d’altra parte, la stessa appartenenza “al genere” di Quello che brucia non ritorna, è tutt’altro che assodata, e se non mi fossi già risolutamente espresso contro l’etichetta “post-noir”, me ne servirei ora senza esitazione…) e internazionale, la tecnica narrativa del romanzo, non è di derivazione cinematografica. Invano si cercano, qui, le sequenze ipercinetiche e costruite per pezzi brevi tipiche dell’action movie o del poliziesco di Hong Kong:(4) la vicenda, riportata in prima persona, con oscillazioni verbali tra presente e passato prossimo, come per voler eliminare tutti i filtri tra personaggio e lettore(5) ha i ritmi pacati e regolari delle auto-narrazioni incentrate sull’interiorità. E, in effetti, è proprio il protagonista e narratore Smalley, a fare da soggetto e oggetto d’indagine,(6) in un continuo rincorrersi di presente e passato, costruzione, scoperta e ricostruzione.
Pregevoli le ambientazioni contemporanee, ben costruiti e credibili (a dispetto delle biografie a volte eccessive(7)) i personaggi, e semplicemente perfette le ricostruzioni della “fine del movimento” e della defunta Milano anni ’90. In fondo è proprio questo, “Quello che brucia non ritorna” (e chi non è convinto, vada a rileggersi l’incipit dopo aver concluso il romanzo): una dichiarazione di amore e d’odio per una città relitto, “un monumento, un gigantesco sepolcro” – la vecchia “Milano da bere”, diventata “Milano da pippare” e pronta a trasformarsi nella “Milano da imbalsamare” –,(8) accompagnata dalla profonda nostalgia per la fine di un’epoca, e il crollo di una serie di ideali.

(1) Matteo Di Giulio, Quello che brucia non ritorna, Agenzia X, Milano 2010, p. 5).
(2) Ivi, p. 6.
(3) Matteo Di Giulio, milanese, classe 1976 si è guadagnato una meritata notorietà grazie a pregevoli lavori di critica cinematografica.
(4) Il cinema resta comunque, come serbatoio di immagini da richiamare anche in maniera tematica (si pensi alla riflessione sull’amicizia virile nell’opera di John Woo), e al quale attingere, non tanto per agevolare lo scorrere della vicenda, quanto per conferire spessore e carattere ai personaggi, dotati gusti propri, e dunque di un personale immaginario di riferimento.
(5) Ma senza rinunciare a qualche piccolo passo indietro: in apertura al XVII capitolo, nel quale la vicenda sembra volgere al termine, il dialogo tra Smalley e Jan -pronti lanciarsi in un’azione folle pur di chiudere i conti col passato (e il fatto che le loro storie personali, ormai note, siano così diverse, sembra già anticipare la vanità del gesto)- è riportato in maniera indiretta, al chiaro scopo di mettere in ellissi elementi essenziali per l’anticipazione del finale, rafforzando l’effetto sorpresa.
(6) E questo vale sia dal punto di vista del lettore, che da quello del personaggio: se il protagonista, tentando di rimettere insieme i tasselli si trova a far chiarezza su se stesso, per buona parte del romanzo, è proprio la curiosità relativa alla sua misteriosa colpa passata a spingere il lettore ad andare avanti.
(7) Penso in particolare all’affascinante personaggio di Jan…
(8) Ivi, p. 180.

di Fabriziofb

http://corpifreddi.blogspot.com, 3 maggio 2010
+ Quello che brucia non ritorna
Sono scappato dal paese che amo e che odio, quell’Italia fascista fatta di vecchi testardi convinti che la paura di cambiare le cose sia una virtù. Milano, poi, è una città dove il sangue puzza di cemento: grigio abbandono e ortossia asociale per un palcoscenico di serie B. Non è una metropoli ma una pallida imitazione. Ho visto gran parte dell’Europa e so di cosa parlo.Davide “Smalley” ha lasciato l’Italia, Milano, la sua famiglia i suoi amici. È scappato via, girato l’Europa come un nomade per fermarsi ad Amsterdam. Forse. “Un tempo avevo degli ideali e sogni. Oggi sono tutti svaniti.Un pomeriggio d’inverno di una decina di vite fa ha frantumato la mia giovinezza. È stato la mia guerra del golfo: innocenza addio”. Il suo passato ce lo racconta con continui flashback. L’hardcore degli anni novanta, la sua passione, il suo gruppo i Krakatoa fondato con Max Lupo e Drew, le serate al Laboratorio Anarchico, il negozio di Zabrinskie, la straight edge, l’anticonformismo, la voglia di cambiare il mondo, di combattere, la rabbia che scorre nelle vene insieme al sangue. Il sangue sputato per terra insieme ai denti durante gli scontri con i naziskin, i lividi le ossa rotte contro le cariche della Polizia. Davide ha tagliato i ponti, o almeno ci ha provato, non si è più guardato indietro, ha cercato di andare avanti inesorabilmente, trascinandosi, schiacciato dal peso dei ricordi. Ma la notizia che legge sul Corriere della Sera lo colpisce in pieno, una mazzata così forte da fagli prosciugare l’aria nei polmoni, il Laboratorio Anarchico non c’è più, è stato sgombrato, al suo posto la facciata rifatta di un palazzo d’epoca “Hanno distrutto casa nostra e io non ne sapevo niente”. Scrive, riprende i contatti, chiede notizie, riceve un altro colpo. Di nuovo quella rabbia, più forte di prima lo attanaglia, è li, è sempre stata li si era solo assopita. Deve tornare, vedere con i suoi occhi, deve sapere cosa è successo, soprattutto deve sapere se è vero che “quello che brucia non ritorna mai. E al tempo stesso non muore, dentro di noi”. È per seguire il suo cuore che rientra, lui pieno di rabbia e rancore, macerato dai ricordi, dai sensi di colpa, torna per un amico, l’amicizia fa crollare quel muro di gomma, quella serie di paletti che si è costruito intorno e che hanno tenuto fuori il presente e conservato il passato. Il suo amico, il più importante quello che più di una volta gli ha parato il culo. Deve rivedere lui, andare fino in fondo e chiudere gli spiragli che ancora sono rimasti aperti sul suo vissuto da cancellare. Le ultime pagine sono quelle delle rivelazione e dell’amarezza. Una stretta allo stomaco.
Ogni riga, ogni parola di questo libro trasuda cinismo, disprezzo, rabbia, quella profonda, cattiva, che ti fa incazzare e urlare contro il mondo. Non c’è posto per l’amore, neanche per quello di un genitore. Matteo Di Giulio ha scritto un libro bello, veramente bello. Uno stile narrativo, freddo, sporco, tagliente come una lama, colpisce affonda e scava fino a farti sentire veramente il dolore, come un calcio nelle costole, un cazzotto alla tempia. Il ritmo serrato non da tregua, le parole, le frasi ti circondano, ti avvolgono come una mosca in una ragnatela, non si può scappare, non te lo permette, non ti lascia chiudere il libro fino alla fine. Una lettura forte, diretta, chiara, coinvolgente e appassionante che consiglio a tutti, sarebbe veramente un peccato lasciarsi sfuggire questa emozione.

di Cristina “cristing” Di Bonaventura

Repubblica, 29 aprile 2010
+ Formidabili quegli anni ’90 l’amarcord degli underground
Esce un libro che, in chi ha speso l’adolescenza o giù di lì nella Milano underground anni ’90, accende una malinconia da senilità precoce. Una storia che traduce la mitologia alternativa del decennio su mappa, in un lucido da sovrapporre alla città del presente per rivelare quanto non è sopravvissuto al passaggio di millennio. Quello che brucia non ritorna è il romanzo hardcore (così in copertina, l’editore è Agenzia X) con cui Matteo Di Giulio ripercorre l’epica di formazione clandestina e musicale dell’ultima generazione milanese cresciuta senza cellulari e pc, da qualche parte tra il punk rocke l’anarchia.
Nato nel ’72, Di Giulio parte dalla verità dei suoi 16 anni. «Ho cambiato solo qualche nome per delicatezza». Oggi è impiegato in una multinazionale informatica, nei novanta era un liceale che impugnando per la prima volta un basso Gibson LesPaul lo scambiava per una chitarra tra le risate dei presenti. Breve umiliazione, in cambio scopriva un mondo. «La mia adolescenza milanese è passata attraverso l’avventura di una band, i Mururoa, suonavamo hardcore ed eravamo straight edge». Genere di nicchia, costola del punk, suoni duri e ritmi svelti ma anche una filosofia di vita: niente alcolici, tabacco, droga, a volte neppure carne. Nel libro il nome della band è Krakatoa e il protagonista si chiama Smalley, maschera di Di Giulio che dopo anni trascorsi ad Amsterdam torna a Milano sulle tracce di vecchi amici. Il giallo, che gioca con i flashback del protagonista, è la scusa dichiarata per rimpiangere qual che fu.
«Oggi è ripulito, restaurato e ha una targa come una nuova carta d’identità, Palazzina De Amicis, la scritta punzonata. Puzza tanto di finto Rotary»; siamo al 10 di via De Amicis, qui c’era il Laboratorio Anarchico che della scena punk rock fu capitale. Smalley passeggia per Ticinese e trova il parco delle basiliche con il suo fresco recinto verde: «Basta guardarlo per sentirsi in gabbia». Lampi di memoria. C’è il mercatino di Senigallia sulla Darsena, prima dello spostamento al chiuso nei vecchi magazzini ferroviari di Porta Genova. C’è l’umanità varia per stili e generi che si scontrava alle Colonne di San Lorenzo. I metallari, i camicioni di flanella del grunge, le presenze destrorse di skinhead e mods, i rockabilly che ogni sabato si trovavano alla gelateria La Versiliana di largo Carrobbio.
Ancora centri sociali: reggae in Pergola e i Casino Royale al Sant’Antonio Rock Squat in via Garigliano. «La differenza tra quella Milano e questa? Che allora per comunicare bisognava sbattersi, mandare lettere e non mail per trovare gruppi all’estero, i centri sociali e la strada servivano per confrontarsi, toccarsi, conoscersi e mi sembra sinceramente producessero più ideee vita di facebook». Dove i malinconici hanno anche un gruppo “Noi quelli dei centri sociali degli anni ’90” – che celebra l’epoca d’oro dell’okkupazione alla milanese.
Trasversale e leggendaria, svetta su tutti nel libro la figura di Stiv “Rottame” Valli. Punk militante negli anni ’80, grafico di manifesti e copertine, poi spacciatore di dischi estremi nei ’90 con New Zabrinskie Point in Santa Maria della Valle (“Zabro” per i connoisseurs), Stiv è stato la chioccia rock di mezza Milano. «Adesso lancio satelliti in orbita» prova a scherzare al telefono da Como, dove vive, con la sua parlata biascicante da freak veterano. Invece lavora in un’azienda tessile. Enciclopedia umana di sottogeneri, sugli scaffali di Zabro (di cui restano intatte le insegne) decine di band milanesi autoprodotte hanno messo in vendita le loro demo. Ska, punk, hardcore, crossover. C’era di tutto. «Altri tempi, con Internet sono morti i dischi. Peccato, un po’ mi manca parlare di musica con quello zoo di sbandati. Ma la vita va avanti e l’underground è fatto per finire sottoterra».

di Simone Mosca

http://senzaunadestinazione.blogspot.com, 14 aprile 2010
+ Quello che brucia non ritorna
Si è portato dietro il rancore, soprattutto, ma anche un passato dal quale non riesce a scollarsi, come se il divenire del tempo e delle cose fosse una colpa. È tornato da Amsterdam per ritrovare una Milano destinata a deluderlo, e ad alimentare la sua distanza. Mentale, soprattutto. Davide Smalley è una creatura di Matteo Di Giulio, protagonista del suo secondo romanzo, Quello che brucia non ritorna . Arriva da un’epoca carica, esasperata, priva di leggerezza, dove la superficie non aveva spazio. Erano gli anni Novanta delle controculture, delle periferie, della voglia di lanciare messaggi. L’indagine che lo obbliga al ritorno sarà molto di più di una rincorsa di una giustizia nella quale non crede. È un’immersione nel passato, un confronto perdente con l’idealismo, la perdita delle tracce che lo legano al suo vissuto.Perché “romanzo hardcore”?
Perché il mondo di Quello che brucia non ritorna è un sottobosco musicale dove il genere predominante è l’hardcore/punk di metà anni Novanta. Ma hardcore per me significa anche rabbia grezza, velocità, sincerità, senza filtri, ed è il sinonimo ideale per un romanzo dove nostalgia e vendetta vanno a braccetto. Smalley si aggrappa alla ricerca degli ideali, o presunti tali, di un’epoca che nel frattempo si è evoluta.
Cosa impedisce a Smalley di adattarsi al piano di realtà che lo circonda e di cercare altri punti di riferimento?
Smalley è un controsenso. Ha vissuto un’epoca di petto ma pur sempre nell’ombra del suo miglior amico, il vero leader. Vive di dubbi, era in un certo senso un emarginato allora, e lo è ancor di più oggi, perché annaspa nei ricordi, nei rimpianti, ha troppi conti in sospeso, con se stesso e con la sfortuna, per poter capire dove andare. Il suo viaggio, il ritorno a casa dopo dodici anni passati da esule, potrebbe servirgli come catarsi. Ritrovare il suo passato è un modo per ripensare il suo futuro, liberarsi da quei fantasmi che lo tormentano continuamente. Finché Smalley non scrosta la maschera del ragazzo ribelle che era, non ha possibilità di affrancarsi da un peso spirituale e generazionale che si è autoimposto.
Cosa ti ha colpito maggiormente di quell’epoca che racconti?
La voglia di comunicare, la capacità di non fermarsi di fronte a ostacoli spesso ostici, l’unione. Paradossalmente oggi che abbiamo internet, i voli low cost, la televisione via satellite, il mondo sembra più frammentario, più disgregato. Allora si dovevano fare salti mortali per stringere legami, si usavano carta, penna e francobolli, non c’erano i telefoni cellulari, eppure si rimaneva in contatto in maniera più solida. Ogni occasione era preziosa per creare opportunità, a tutti i livelli, sia per divertirsi che per intraprendere sentieri sociali, culturali o politici. Oggi è tutto più omologato, si preferisce seguire binari già tracciati dall’alto. E questo secondo me è un vero peccato visto quanto sarebbe facile oltrepassare tanti limiti.
www.sickgirl.it, 7 aprile 2010
+ Straight edge e narrativa
Smalley vive ad Amsterdam, dove è approdato dopo una fuga da un’Italia che detesta e un passato oscuro da dimenticare. Una voce lontana lo strappa dalla vita clandestina riportandolo a Milano in un viaggio carico di rancore. Decide di affrontare una cupa indagine alla ricerca di un’impossibile giustizia. Percorre le strade di una città imbarbarita; i rapidi colpi di scena del presente si mischiano in un mosaico di tracce lasciate dal punk hardcore anni Novanta: gli introvabili vinili di Zabriskie, i concerti al Laboratorio Anarchico, i Gorilla Biscuits, i Sottopressione e gli Indigesti, infine la sua band, i Krakatoa, da cui tutto è cominciato. L’etica straight edge è ancora intatta e nei nervi scorre la stessa determinazione, per Smalley è l’ultima occasione per stanare i nemici di una volta e scoprire se la fiamma di una vecchia amicizia brucia ancora. L’autore di Quello che brucia non ritorna (Agenzia X), Matteo di Giulio, risponde a questa intervista sick-hardcore.Ciao Matteo, benvenuto su Sick girl. La prima cosa che ti vorrei chiedere è di presentarti ai lettori del Magazine. Chi è Matteo di Giulio?
Uno scrittore che nel tempo libero cerca il modo di mettere su carta le storie che sente dentro. Ho scritto due romanzi finora, più un terzo ancora inedito: il primo è un giallo abbastanza classico, La Milano d’acqua e sabbia, il secondo un romanzo punk generazionale, si intitola Quello che brucia non ritorna e sarà dal 8 aprile in libreria. Sono impiegato di giorno, e ho lavorato per tanti anni come critico cinematografico, occupandomi di cinema orientale per festival e riviste di settore. In gioventù ho suonato il basso in un gruppo hardcore/punk che nessuno, o quasi, ricorda più.
Milanese, ma dalle pagine di Quello che brucia non ritorna traspare una rabbia intensa verso la tua città.


La rabbia, l’odio sono spesso il cemento per le rivoluzioni, per le critiche costruttive. Milano sta peggiorando, giorno dopo giorno, e il fattore negativo, al giorno d’oggi, è l’assenza di movimenti forti che si pongano in contrasto con lo status quo. Nel loro piccolo, i punk hanno alzato la voce, anche solo usando la musica come arma. Anche in questo aspetto sociale la musica mi sembra si stia rintanando dentro il sistema, cercando più che altro modi per sfociare nel guadagno facile, nello star system fatto di televisione e vizi. Che differenza c’è tra le rockstar, anche quelle più arrabbiate, i calciatori e le veline? Milano perde i valori delle controculture: il romanzo è nato constatando, con grande amarezza, che i centri sociali stanno scomparendo, che quelli superstiti si stanno trasformando in qualcos’altro, che la voglia di condividere idee e azioni è sempre meno. È più facile la polemica, la stereotipazione, e dall’alto delle istituzioni latitano le alternative, le proposte diversificate per differenti bisogni dei cittadini: o ti adegui o sei una pecora nera, nel nome di un Expo per cui si svendono realtà consolidate nel territorio – vedi il Cox18, il Torchiera, ma anche un circolo meno “sovversivo” come l’Arci Bellezza, tutti a rischio. Nel sottobosco, per fortuna, qualcosa ancora si muove, anche se l’energia e l’entusiasmo mi sembrano troppo smorzati rispetto a qualche anno fa.
Pensi sia rimasto qualcosa del punk hardcore che ha scosso gli animi di tanti giovani arrabbiati negli anni novanta?


Sì, qualcosa è rimasto. Ma se negli anni novanta c’era una “scena” numerosa e consapevole di quanto stava facendo, oggi è un focolaio meno coordinato, più disparato. Nonostante i mezzi di comunicazione abbiano semplificato le possibilità di creare una rete, sembra che sia avvenuto il contrario e che la voglia di confronto sia diminuita. Allora si pensava più al messaggio che alla musica in sé, oggi probabilmente le parti si sono invertite e la tecnica musicale prevale sulla necessità di trasmettere qualcosa a chi ascolta. Se si ripensa al movimento punk non si può non pensare come il primo pensiero di chi vi era coinvolto fosse urlare qualcosa, anche su chitarre scordate e con voce cacofonica.
Quanto c’è di tuo, delle tue esperienze e della tua rabbia nel personaggio di Smalley?
Parecchio. Se la storia principale, il filo conduttore, è inventato, i personaggi, le situazioni, i posti, i gruppi citati nel romanzo sono tutti reali, raramente camuffati sotto falso nome. Smalley è me e insieme gli altri ragazzi che come me hanno vissuto quel periodo. È un insieme di ricordi, di pensieri, di caratteri, un melting pot di ciò che significava essere intrisi di hardcore. Racchiude in sé, soprattutto, lo spirito del tempo, vorrei fosse una sorta di icona facile da riconoscere in quel mare di contraddizioni, emotive e fisiche, che lo contraddistingue. Molti singoli episodi – i nazi da Zabriskie, il concerto al Breda occupato, quello al Garibaldi, gli indimenticabili Los Crudos al Laboratorio Anarchico – sono splendidi ricordi che mi ha fatto piacere rispolverare e mettere nero su bianco.
Una tematica molto forte nel tuo ultimo romanzo è l’amicizia che sembra sopravvivere nonostante gli orrori del quotidiano.


L’amicizia, i legami personali, devono essere valori forti. In Quello che brucia non ritorna si passa dall’amicizia alla vendetta, un salto netto e logico, quasi lineare, come fosse una conseguenza inevitabile del mutamento della società, che non rispettando le singole specificità costringe le persone ad alienarsi, a dover ricorrere anche controvoglia alle maniere forti. Gli orrori del quotidiano… è una bella definizione dello stato attuale delle cose, in particolar modo in quelle grandi città dove i media riescono ad attecchire profondamente e a generare una sorta di strategia della tensione psicologicamente molto pericolosa. Mi auguro che nella superficialità generale l’amicizia resti sempre, il più possibile, un punto saldo, un motore vitale e virale. Nella letteratura, per quella che è la mia esperienza limitata di lettore, per fortuna ricopre ancora un ruolo primario.
”Odiava tutto, adorava soltanto leggere”, vorrebbe incidere il protagonista sulla sua lapide. Credi nel potere terapeutico della letteratura?


Assolutamente sì. La lettura, di qualsiasi cosa, perché davvero io sarei disposto a leggere in mancanza d’altro anche l’etichetta del cartone del latte, è un’abitudine irrinunciabile. Leggere aiuta a capire dove viviamo, aiuta a sognare, a crescere, a evadere, a imparare. Leggere è un presupposto fondamentale per chi vuole cimentarsi con carta e penna: per me leggere è sicuramente ancora più importante che scrivere. Non sarei qui, oggi, se in passato non avessi letto centinaia di romanzi e saggi. Sarei di sicuro una persona differente. C’è chi dice che siamo ciò che mangiamo, io aggiungo che siamo anche ciò che leggiamo.
E i giovani d’oggi? Mi sembra che ne traspaia un ritratto poco rassicurante.


Ho usato la scorciatoia del bullismo per sottolineare un disagio giovanile che è evidente, anche senza ricorrere agli episodi più sconvolgenti cui ci sta abituando la cronaca nera. C’è uno scollamento generazionale piuttosto forte. I giovani, la prima classe che non sarà più ricca di quella che l’ha preceduta, per citare Alessandro Bertante, hanno evidenti problemi di orientamento. Sotto tutti i punti di vista. Hanno alle spalle una generazione instabile, i primi precari, i primi flussi multietnici, i primi veri innesti massicci di culture portati da internet e dalla televisione. Milano oggi sembra Londra dieci anni fa, stessa smania di correre, di crescere, di fare tendenza. Ma dietro a questo vuoto c’è anche uno straniamento ideologico che è evidente. Mancano i punti di riferimento, nella politica, nella cultura, nella società: come biasimare se un ragazzo di vent’anni fatica a inserirsi in un mondo dai confini tanto elastici e tanto sfumati? Ci stiamo adeguando a un modello di società del tutto nuovo. L’ultimo grande punto di rottura è stato il G8 di Genova, sono passati dieci anni e non c’è stato più nulla. Le controculture, gli antagonisti mi sembrano in grossa crisi, con loro anche i giovani. È venuta a mancare l’intera generazione di mezzo, i trenta-quarantenni di oggi, troppo preoccupata a sopravvivere in un sistema economico stagnante per potersi occupare seriamente di alzare la voce e imporre dei canoni da seguire ma anche da criticare. In questo grande nulla si sono imposti i valori prestabiliti dai mercati, ma sono passeggeri e non permettono una continuità di ragionamento critica, purtroppo. I giovani sono vuoti, si sente dire in giro: i giovani sono svuotati, dico io, e sono anche vittime della società. Qualcuno ogni tanto riesce a prendere coscienza e tutto sommato è un miracolo che non subisca l’anestesia globale che tocca alle maggioranze.
Nella nota finale veniamo a sapere che gran parte degli avvenimenti sono reali. Puoi svelarci com’è nato Quello che brucia non ritorna? Una sorta di omaggio o un testamento?
Entrambi. Agenzia X, la casa editrice che fin dal primo momento ha creduto nell’idea di raccontare un periodo ben preciso di Milano e della sua storia, si è proposta, sin dalle sue origini, quattro anni fa, con il preciso intento di salvaguardare e tramandare la tradizione orale, la storia fatta nelle strade, i punti di vista alternativi. Il romanzo in sé è nato in modo abbastanza casuale. Avevo scritto un racconto che omaggiava uno dei luoghi della mia maturazione hardcore/punk, il Laboratorio Anarchico, Marco Philopat e Andrea Scarabelli hanno avuto modo di leggerlo. Eravamo già in contatto per altri motivi e loro cercavano scrittori in linea con la loro politica editoriale, mi hanno lanciato il guanto della sfida, scrivere un libro per loro, se avessi avuto una storia che avessimo reputato interessante. Io ho rilanciato dicendo che avrei trasposto proprio quel racconto in romanzo, e mi sono dato tre mesi di tempo. Ne sono seguiti altrettanti di editing ma è stato tutto molto rapido. Un romanzo hardcore anche nella stesura, l’ho scritto di getto, con rabbia, con quella furia tipica dei ritmi rapidi della musica punk.
Chi sono i tuoi autori guida?
Mi piace molto la letteratura di genere che sa coniugare schiettezza e temi sociali, che sa mescolare autorialità e artigianato: Joe Lansdale, Chester Himes, James Sallis. Ma leggo talmente tanto e talmento diversificato che le mie ispirazioni vanno a periodi. Ultimamente ho scoperto Luciano Bianciardi, che con La vita agra ha scritto uno spaccato talmente importante da essere valido anche oggi. La banda Bellini di Marco Philopat, che oltre a essere il mio editore è un grandissimo scrittore, mi ha ispirato moltissimo. Parla degli anni settanta, dei movimenti studenteschi, ma la rabbia che traspira dalle pagine è simile a quello che ho cercato di catturare io. Mi piacciono i romanzi dove la violenza è lo sfogo di una realtà amara, come Un bell’avvenire di Marco Videtta o Italian Svaria di Paolo Grugni. Cerco di studiare lo stile degli altri, di comprenderne le motivazioni, mi piace confrontarmi con amici scrittori perché spesso è dalle idee diverse che nascono nuovi stimoli, spunti differenti.


Hai voglia di parlarci del tuo prossimo progetto?


Ho tanti progetti in mente. Un romanzo completo e ancora inedito, che è poi il seguito del mio primo giallo, con lo stesso protagonista, è nel classico cassetto. Ora sto cercando ancora di sperimentare, di cambiare stile: ho iniziato da pochi giorni a scrivere un nuovo romanzo cui tengo molto, una storia di alienazione sociale e amore-odio, un po’ politica e molto drammatica, tuttavia difficile da inquadrare in uno schema preciso. Insieme alla promozione di Quello che brucia non ritorna è quello su cui conto di lavorare nei prossimi mesi.
E per finire la nostra intervista puoi dirci qualcosa di sick-hardcore?
L’hardcore è sofferenza. Lo ripetevamo sempre in sala prove, ridendo. Poi, un giorno, vado a vedere una due giorni sulle colline del modenese, qualcosa come venti gruppi non stop. Salgono sul palco gli Evolution, se ben ricordo il nome, e il loro cantante, Gianluca, detto Er Cipolla – perché nel girone hardcore tutti hanno un soprannome di battaglia – tira fuori una lametta e inizia a tagliarsi, da vero punk. Sangue ovunque. Anni dopo, in un altro concerto, a Bologna, ne hanno addirittura fatto la parodia con del ketchup, e chi suonava ha poi confessato che l’odore della salsa ha provocato nausea un po’ a tutti. Hardcore è sofferenza, ma per davvero!

di Barbara Baraldi

Milano nera, aprile 2010
+ Quello che brucia…
Esistono molte rappresentazioni di Milano: l’immaginario comune cel a descrive come la capitale italiana della finanza e del lavoro, la città da bere, il tempio della moda. Nessuno ce ne aveva mai parlato come di una metropoli grigia e dal sapore metallico, un luogo odiato dove si annidano rancori ed errori, un passato violento.
Davide Smalley fugge da Milano una notte qualunque, senza neanche rendersi conto per quale motivo. Da quel momento inizia il peregrinare per gli squat della Germania, finché non approda ad Amsterdam. Tipico degli italiani all’estero disprezzare il nostro paese, renderlo più ridicolo di quello che non sia in realtà, millantando le virtù di realtà nordeuropee dove però “la merda ha la stessa consistenza che nel Belpaese”, come dice Jan, compagno d’avventura di Smalley.
Una lettera imprevista costringe Smalley a tornare nella sua odiata Milano per cercare di regolare i conti con un torbido vissuto.
Un road book che esplora le zone sulfuree della città, gli aalberghi di quarta categoria, i peggiori bar, i negozi di dischi alternativi, i sottopassaggi della metropolitana. Questa è la parte più interessante del libro, che si avvale di flashback che riportano alla cultura metropolitana stright edge degli anni 90, agli ideali e alla filosofia di vita legata alla scena musicale punk di quegli anni.
Un noir (potremmo definirlo più un grey) impegnato, dove l’autore Matteo Di Giulio scrive con passione e grande consapevolezza.

di Giampietro Marfisi

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