messico

Por la vida y la libertad

www.carmillaonline.com, 12 luglio 2019
+ Por la vida y la libertad. Il Messico di Amlo tra resistenze e capitalismo

[Pubblichiamo come segnalazione un estratto di Fabrizio Lorusso dal libro, a cura di Andrea Cegna, Por la vida y la libertad. Il Messico di Amlo tra resistenze e capitalismo, Agenzia X, Milano, 2019. Il libro, illustrato, contiene un’interessante introduzione sulla storia recente del Messico di Andrea Cegna, un prologo di Pino Cacucci e interviste con Juan Villoro, Paco Ignacio Taibo II, Raúl Zibechi, Fernanda Navarro, Gilberto López y Rivas, Fabrizio Lorusso, Oswaldo Zavala, Pablo Romo, Araceli Olivos, Gustavo Esteva, Amaranta Cornejo, Federico Mastrogiovanni, Claudio Albertani, Carlos Fazio, Guillermo Briseño].
Nota di contesto. Alla guida di una coalizione di centrosinistra e supportata da alcuni movimenti sociali, Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo, è il vincitore delle ultime presidenziali in Messico, un’elezione che ha suscitato molte speranze, anche se le riforme proposte non sono molto diverse da quelle di chi lo ha preceduto.
Por la vida y la libertad è una visione caleidoscopica del Messico di oggi e una tesi, ovvero che nulla come l’insurrezione zapatista e la firma del Nafta, entrambi nel 1994, hanno determinato una radicale trasformazione del paese. Due fronti opposti per un conflitto che ha molto da insegnare anche a noi. Il 2019 è un anno cruciale per capire i nuovi rapporti di forza che si stanno sviluppando tra il potere costituito e l’Ezln, tra Obrador e tutte quelle voci fuori dal coro che non hanno alcuna intenzione di illudersi. In questi anni l’autore ha collezionato numerosi viaggi nel paese centroamericano, le opinioni qui raccolte rappresentano alcuni punti di vista critici, un insieme di riflessioni da diversi profili intellettuali, artistici e militanti che garantiscono al lettore una straordinaria immersione nella contemporaneità messicana.
Di seguito l’intervista di Andrea Cegna a Fabrizio Lorusso.

Immaginando due linee, la prima che rappresenta il potere, le leggi, lo stato, l’economia e la repressione; la seconda le resistenze, le ribellioni, i movimenti Possiamo immaginarle che si muovano con direzioni differenti per lunghi tratti dello spaziotempo che va dalla fine della rivoluzione messicana al luglio 2018. In questo loro movimento indipendente, però, ci sono stati dei momenti in cui le due linee si sono incrociate. Nel 1968, nel 1988, nel 2012 e sicuramente il 1° gennaio del 1994 con l’entrata in vigore del Nafta da una parte e l’inizio dell’insurrezione zapatista dall’altra. Cosa è diventato il Messico venticinque anni dopo quel primo gennaio del 1994?
L’incontro-scontro tra la linea dei movimenti e quella politica istituzionale è sicuramente una costante della storia messicana. Anche nel 1985, l’anno in cui il terremoto del 19 settembre fece circa 10.000 morti e decine di migliaia di persone si riversarono per le strade in preda al panico ma altre invece erano lì con la voglia di aiutare e organizzarsi. Così facendo, però, segnalarono l’inerzia e le menzogne del governo del presidente Miguel de la Madrid che voleva far credere alla comunità internazionale che tutto andava per il meglio, che i morti erano relativamente pochi e che lo stato aveva mantenuto il controllo e l’ordine.
Era l’epoca del vecchio Pri, il partito egemonico e quasi unico della “dittatura perfetta” del Novecento e della transizione al neoliberalismo. Oggi le famiglie dei desaparecidos hanno creato un imponente movimento di “cercatori di tesori”, di resti dei loro familiari scomparsi, e hanno trovato migliaia di ossa nelle fosse clandestine. Oggi, come nel 1985, la società è sottoposta a vessazioni e repressioni che evidenziano l’incapacità, la mala fede e la collusione narco-politica delle autorità. Per mesi e mesi anche Enrique Peña Nieto, presidente del Messico rappresentante del cosiddetto nuovo Pri neoliberista dal 2012 al 2018, il quale dopo la sparizione forzata dei quarantatré studenti e l’uccisione di tre di loro e di altre tre persone a Iguala, il 26 e 27 settembre 2014, ha provato in tutti i modi, senza riuscirci peraltro, a ricostruire un’immagine del Messico da cartolina a uso e consumo della platea internazionale dei turisti e degli investitori stranieri. Ha cercato anche di nascondere le responsabilità statali, federali e governative specialmente dei depistaggi nelle indagini condotte dalla procura, anche mediante l’uso di tortura e manipolazione delle prove.
Il 1985 credo sia stato un punto di svolta importante in cui la società civile è potuta riemergere come un attore decisivo, almeno nella capitale, e ha portato alla vittoria delle sinistre guidate da Cuauhtémoc Cárdenas alle elezioni del 1988. Sappiamo però che la storia andò diversamente. Durante i giganteschi brogli del sistema, Salinas de Gortari, del Pri, si insediò alla presidenza e spinse il Messico sempre più nella direzione della globalizzazione neoliberale. Il suo modo di condurre il paese fu sregolato, selvaggio, incomparabile rispetto alle realtà europee. Il mercato e la concorrenza cominciarono ad applicarsi sfrenatamente in ogni campo, erodendo il tessuto sociale e la solidarietà in ampi settori della popolazione, distruggendo le comunità indigene e rurali perché, secondo il dogma, sarebbero stati “ostacoli per la modernizzazione del paese”. Nel 1994 le promesse di Salinas relative all’ingresso del Messico nel “primo mondo” si infransero contro il muro della degna rabbia dell’insurrezione zapatista, di certo uno dei momenti più importanti nella storia dei movimenti sociali a livello globale contro il capitalismo, specialmente nella sua versione neoliberale e la globalizzazione, non quella delle culture, dei popoli e dei saperi ma quella della finanza, del gran capitale e dell’accumulazione per spoliazione. Forse a Seattle nel 1999, a Porto Alegre nel gennaio 2001 e a Genova nel luglio dello stesso anno si vissero momenti più alti e intensi, ma anche i più duri dei movimenti globali che lottavano per un altro mondo possibile e contro la globalizzazione neoliberale, del quale gli zapatisti del Chiapas erano un riferimento importantissimo.

Il Nafta non nasce il 1° gennaio del 1994, quella è la data simbolica che norma una legge che permette a Peña Nieto, durante il suo mandato, di applicare le cosiddette cinque riforme strutturali che erano già state progettate da Salinas de Gortari negli anni Come e perché il Nafta è stato deflagrante per il Messico e come si inserisce dentro le logiche del potere messicano?
Quando il Messico entra nel Gatt, nel 1986, inizia ad applicare le politiche di aggiustamento strutturale dell’economia secondo le ricette standardizzate dell’Fmi. Salinas promulga la legge mineraria e apre la possibilità di vendere le terre comuni delle campagne messicane. Intanto si privatizza e liberalizza l’economia a marce forzate. Questi provvedimenti, potenziati e ampliati dai governi successivi, aprono la strada al land grabbing, cioè all’espropriazione di terre e all’incremento drammatico delle concessioni per lo sfruttamento del sottosuolo e delle risorse naturali. Il Nafta diventa quindi il suggello di una strategia più ampia e articolata ed è questa la condizione che influenzerà gli eventi futuri, tanto dal lato dell’espansione capitalista accelerata, quanto da quello delle resistenze, delle assimilazioni, delle pratiche e delle socialità che emergono come conseguenza. Dal 2000 in poi le imprese minerarie, in gran parte statunitensi e canadesi in associazione con poche poderose famiglie appartenenti al Consiglio messicano degli affari (Cmn, Consejo mexicano de negocios), vedranno moltiplicarsi le concessioni e saranno al centro di conflitti sociali a causa degli avvelenamenti e della distruzione del territorio. Soprattutto con il fracking e le mine a cielo aperto, ma anche perché non pagano praticamente le tasse e operano in combutta con il crimine organizzato e le autorità pubbliche per reprimere la dissidenza sociale, far sparire o ammazzare persone, oppure corrompere le autorità locali e statali. Solo una misera parte dei loro guadagni finisce alle comunità, che vedranno compromessi per sempre il tessuto sociale e la loro salute, vedendo invece una quantità di soldi considerevole confluire nelle casse di politici locali, in quelle delle forze armate nazionali e in quelle di gruppi criminali difficili da descrivere come narcotrafficanti che assomigliano sempre più ai paramilitari colombiani.
Nel 1994 Salinas lascia il governo a Ernesto Zedillo e il sogno “da primo mondo” si trasforma in un incubo quando all’inizio del 1995 esplode una delle più gravi crisi finanziarie e del debito nota come El efecto tequila: svalutazione e nuove misure draconiane fanno sprofondare il paese nella morsa delle istituzioni creditizie internazionali e delle agenzie di rating. La povertà torna ad aumentare, arriva a oltre il 60% e, come negli anni ottanta, si parla di un altro decennio perduto. Gli economisti dicono che la medicina neoliberale va rinforzata e che la crisi è dovuta alla poca risolutezza nell’applicazione della formuletta magica.
Il Nafta era entrato in vigore nel gennaio del 1994, e proprio il primo giorno di quel mese l’Ezln ricordava al mondo e al governo messicano che esisteva un “Messico altro” che era stato abbandonato e che ora esplodeva, rivendicando autonomia e riconoscimento. Curiosamente, anzi in modo calcolato, il trattato di libero commercio che avrebbe dovuto sancire il take off del Messico, entrava in vigore mutilato: piena libertà commerciale in Nord America, anche se gli Usa si riservavano la protezione a oltranza del settore agricolo e della proprietà intellettuale, con libera circolazione dei capitali, ma nessuna libera circolazione delle persone. Anzi, Clinton si dedica alla costruzione del muro alla frontiera e la militarizza pesantemente, una politica seguita praticamente da tutti i suoi successori. Trump non ha inventato nulla, solo qualche tweet in più e una retorica razzista palese, ma di fatto la frontiera è stata blindata giusto quando entrava in vigore il trattato per evitare i flussi di persone. La frontiera è diventata dunque una risorsa strategica per la creazione di valore e di consensi politici. La migrazione si è trasformata in una questione di sicurezza. Questo ha provocato il Nafta. I principi classici del libero commercio in economia sono stati violentati perché, direbbe Smith, senza la libera circolazione di tutti i fattori produttivi non c’è libero commercio ed equilibrio. Ma va meglio così, anzi il modello è pensato apposta per lo sfruttamento della frontiera e per i territori che si estendono a sud di essa.
Dunque il Messico di oggi è la conseguenza di decisioni politiche che invece vengono spesso presentate come scelte tecniche, economiche e neutrali, come se l’economia non fosse parte delle scienze sociali e della politica. Però il Messico che lotta e resiste è senza dubbio debitore dell’insurrezione zapatista e di tutta la storia dei ribelli chiapanecos. La costruzione dell’autonomia nei caracoles e di altre comunità messicane come Cherán o Ostula serve da esempio per le nuove e le vecchie generazioni, anche se l’élite preferisce cancellarla o occultarla dietro al miraggio del consumismo e al mito della meritocrazia e le pari opportunità. Una linea contestataria dal basso ha continuato a creare immaginari e rinnovare repertori a favore della trasformazione con i movimenti dei genitori dei quarantatré studenti di Ayotzinapa, con il femminismo, il movimento per la pace Giustizia e dignità, il #YoSoy132 e le proteste dei docenti democratici della Cnte (Coordinadora nacional trabajadores de la educación) contro la riforma educativa, che in realtà punta solo a precarizzare il lavoro. Ricordo che la Cnte rappresenta l’ala dissidente dei docenti, nata negli anni settanta e molto forte a Oaxaca, Guerrero, Michoacán, Chiapas e Città del Messico, un’organizzazione che lotta per la difesa dei diritti dei lavoratori, non per la loro cooptazione governativa, e per la democratizzazione del sindacato più grande dell’America Latina, il Snte (Sindicato nacional trabajadores de la educación) che per anni è stato legato a livello corporativo ai governi del Pri e del Pan. Dall’altra parte il neoliberalismo, nonostante il suo discredito dopo la crisi del 2007 e 2009, è incarnato nella politica dei tecnici che con Peña Nieto hanno approvato le riforme strutturali, tra cui spicca quella energetica, e resta un sistema di pensiero egemonico che deve essere sconfitto attraverso un lavoro fino di accompagnamento delle grandi lotte nazionali o regionali a livello locale.
Il Nafta entra nella logica del potere messicano da due punti di vista: esterno e interno. Da una parte è un trattato geopolitico con il Messico che si separa idealmente dal resto dell’America Latina e dalla solidarietà subcontinentale per abbracciare Washington. In Sud America il caso più simile è forse quello della Colombia. La politica statunitense passa da questi fedeli alleati che, guarda caso, sono anche quelli più coinvolti e penalizzati, in termini di vittime e di economia, dalla cosiddetta guerra alle droghe: sangue e armi a sud, droghe e denari a nord. Ma c’è dell’altro. Questo posizionamento, forse più stringente nel caso messicano per motivi geografici e storici, implica una sovranità limitata e il pagamento di un costo umano enorme: oltre 250.000 morti in Messico e 36.000 desaparecidos dal 2007 a oggi per una guerra al narcotraffico che, in realtà, si traduce in una politica di sicurezza interna militarizzata. E qui arrivo agli affari interni. La guerra alle droghe giustificata e rilanciata dagli Usa, dopo che si è spenta la guerra al “pericolo comunista” con la caduta dell’Urss, è la versione latinoamericana della guerra al terrore o al terrorismo post attentato alle Torri gemelle del 2001 e in qualche modo la completa, la rinforza.

Andiamo al 2006, alla guerra alla droga di Calderón. Possiamo responsabilizzare il Nafta o i taciti accordi congiunturali se il Messico è diventato un paese di transito di droghe e migranti?
Internamente Messico e Colombia usano questa guerra e i finanziamenti generosi del governo americano per fini di controllo sociale della popolazione, non delle droghe. I due paesi vivono in uno stato di eccezione permanente, come descritto da Walter Benjamin, che è diventato la regola: i militari s’incaricano della sicurezza pubblica, che sarebbe appannaggio delle polizie, con la scusa che un presunto nemico dello stato (i narcos) sta prendendo il sopravvento, lo stato in parte è colluso e corrotto, ma apparentemente sta combattendo dal lato dei buoni contro i cattivi trafficanti. Con questa retorica ufficiale il governo può militarizzare intere regioni e violare costantemente i diritti umani (sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziarie, spostamenti di popolazione, tortura), la lotte ai narcos, che vengono mitizzati ed esaltati oltremodo mediante narrazioni propagate dalle autorità e dai mass media, è solo una scusa mentre il vero obiettivo è l’espropriazione dei territori e l’implementazione di politiche neoliberiste che favoriscono una minoranza rapace di investitori stranieri e nazionali.
Queste politiche distruttive del tessuto sociale hanno suscitato nel 2017 circa 1200 conflitti sociali legati all’attività delle compagnie minerarie. La repressione, specialmente per quanto riguarda quella armata interna, viene delegata alle forze armate con uno stato d’eccezione, sostenuto da training e finanziamenti degli Usa. Certamente esistono gruppi criminali più o meno potenti e più o meno organizzati, ma ormai la maggior parte lucrano tanto con il traffico di droga quanto con quello di persone e armi, con l’estorsione e la tratta, con il furto di combustibile e il riciclaggio. I business criminali si sono moltiplicati, ma va detto che quelli che sono stati ampliati o legalizzati con le riforme strutturali degli ultimi sei anni, per esempio quelli relazionati alle concessioni minerarie, alla privatizzazione dell’acqua, allo sfruttamento dei boschi e all’estrazione di idrocarburi, sono diventati preda dei poteri de facto sul territorio, cioè delle compagnie straniere o nazionali, comunque private, e dei gruppi armati organizzati che lavorano per queste e cogestiscono l’estrazione di risorse, oltre che delle autorità stesse. L’esercito in molte zone si dedica a controllare gli affari leciti e illeciti e a partecipare come azionista nella ripartizione delle prebende del narcotraffico, utilizzando come braccio armato le polizie locali colluse con gli stessi gruppi criminali. Si può parlare tranquillamente di paramilitarismo in ampie zone del paese. Lo stato e la politica, nell’ambito del modello socioeconomico adottato, sono da intendersi come precondizioni per lo sviluppo dei business illeciti: paramilitarizzazione, vendita di protezione e traffico di armi e persone, droghe, espropriazioni, land grabbing, furto e contrabbando di combustibili, compravendita di permessi, appalti e concessioni, estorsioni ecc. E si occupano anche di creare mercati attraverso la regolazione selettiva dell’economia per favorire i settori più potenti delle élite. Il potere dei gruppi armati e dei narcotrafficanti, a volte notevole, è spesso sovrastimato dall’opinione pubblica e dalla mitologia del narco come se si trattasse di entità onnipotenti. Questo deriva da una serie di affari legali, nel limbo della legislazione oppure totalmente illegali, i quali non sarebbero possibili senza la partecipazione di alcuni apparati statali, funzionari pubblici e imprese regolarmente operanti nel mercato. La situazione è dunque molto più articolata e complessa, frammentata e diversa a seconda delle regioni e delle autorità coinvolte, rispetto a quella dipinta dai media in questi anni.

Anche l’insurrezione zapatista non nasce il 1° gennaio del 1994. Si forma in almeno dieci anni di preparazione clandestina e ha le sue radici a Monterrey con le Fln. In che maniera lo zapatismo ha influenzato i movimenti messicani e in generale tutta la società?
I movimenti messicani, almeno dal 1968 in poi e di nuovo dal 1994, hanno vissuto fasi alterne, ondulatorie con esplosioni entusiasmanti e riflussi, senza riuscire del tutto a vincolarsi a livello nazionale, internazionale o nelle singole lotte. Spesso quando nasce un movimento, i resti dei suoi predecessori tendono a unirvisi e a sommare le domande sociali, con il rischio però di diluire l’essenza del nuovo movimento e creare contraddizioni. Si percepisce quindi una certa discontinuità, determinata anche dalla vigorosa repressione e dagli strumenti di cooptazione che lo stato messicano ha dispiegato dall’epoca del partito egemonico (Pri al governo dal 1929 al 2000) fino a quella attuale in cui la violenza di stato viene giustificata e legittimata dalla permanente “narcoguerra” militarizzata. Il Chiapas e il Guerrero, da sempre in povertà estrema, sfruttati e militarizzati per le loro immense ricchezze naturali, esprimono alti potenziali di ribellione dovuti alle disuguaglianze e grazie alla tradizione storica di lotta indigena e dissidenza sociale. Queste regioni sono state dagli anni sessanta dei laboratori della repressione e delle sue legittimazioni ideologiche in voga attualmente. Ciudad Juárez e la frontiera settentrionale lo sono stati dalla metà degli anni novanta con l’entrata in vigore del Nafta, il boom delle maquiladoras e il fenomeno criminale dei femminicidi. Juárez inquadrata mediaticamente dal governo come “il centro del male”, è stata un laboratorio dove sperimentare la militarizzazione in modo diverso perché si trattava di una metropoli di frontiera, non di una regione montagnosa o tropicale come il Guerrero e il Chiapas. In realtà però i centri del dolore e della violenza sono stati e sono molti di più, al di là delle costruzioni mediatiche e politiche di alcuni luoghi ben delimitati ed emblematici. È provato inoltre che, come è successo a Juárez, la strategia d’invasione militare del governo ha portato a maggiori indici d’omicidio, femminicidio e violenza in generale, mostrando apertamente come l’obiettivo non era risolvere un problema (il narcotraffico, i business illeciti, le pandillas, l’insicurezza ecc.) ma mantenerlo e magari riportarlo sotto il controllo delle forze federali e della sovranità centrale. A ogni modo le diverse grida di ribellione e ondate dei movimenti messicani degli ultimi anni, almeno dal 1994 zapatista in avanti, hanno sempre lasciato boccioli d’insurrezione, repertori, esperienze condivise, narrazioni e immaginari che sono passati e si sono riprodotti nel tempo grazie al lavoro incessante di mantenimento e rielaborazione della memoria, individuale e collettiva, di militanti e attivisti, dei loro movimenti, delle loro azioni, delle loro vittorie e dei loro errori.
Non credo che il Nafta sia il solo responsabile del fatto che il Messico sia diventato lo snodo di flussi migratori ed economici, tra cui anche il trasporto di droga. Tuttavia il Nafta e la globalizzazione, non controllabile del tutto, hanno anticipato e accelerato processi e problematiche in atto, anche perché il contesto era quello di un paese in forte crisi, con un sistema politico in disfacimento alla fine del periodo egemonico del Pri e con una democrazia in transizione, una struttura sociale ed economica sempre più esposta e lasciata alle forze del mercato e anche al capitalismo de compadres. C’è anche da tenere da conto la democratizzazione lenta e deludente dei paesi del Centroamerica dopo la fine delle guerre civili negli anni ottanta e novanta. In realtà la regione non ha recuperato la pace e i problemi che segnalavano los de abajo si sono esacerbate con il neoliberalismo. La migrazione è di certo un fatto prevedibile e strutturale in una situazione del genere. Inoltre il Messico è diventato un paese di transito di droghe e, in parte, di consumo, soprattutto dagli anni 2000. È tra i primi al mondo in quanto a produzione di oppiacei e marijuana. La coca colombiana e peruviana, così come i precursori chimici per produrre metanfentamine, hanno nel Messico un grande hub, uno snodo di elaborazione e redistribuzione, per cui le organizzazioni criminali messicane hanno guadagnato importanza da una parte, ma dall’altra la loro supremazia e le loro attività dipendono dalla presenza e dalla partecipazione degli apparati di stato agli affari criminali. Storicamente buona parte del business del narcotraffico è stato gestito dal potere politico. Quando l’alternanza al potere in vari stati e a livello federale si è rotta, il sistema si è spezzettato in tanti centri di potere, legittimati dalla legge e non, ma comunque in rapporto dialettico tra loro. La guerra al narcotraffico può anche essere intesa come una forma di riconquista di equilibri di sovranità in parte perduti dalle autorità federali rispetto a quelle locali e ai gruppi armati, siano essi criminali o legali, come alcune polizie comunitarie e autodefensas. Ma non penso si possa prescindere dal fatto che il narcotraffico è stato nella storia un affare di stato, cogestito da bande paramilitari di poliziotti e militari di vari livelli gerarchici che, in momenti diversi della loro “carriera”, si unirono alle file della delinquenza organizzata o furono da questa stipendiati e fondarono nuovi gruppi armati per proteggere interessi del capitale privato.
Nel nord del Messico la storia racconta che sono stati proprio i governatori, per esempio nel Sinaloa, a cominciare i traffici di morfina e marijuana nella prima metà del XX secolo. Gli Stati Uniti in questa partita sembrano uscirne vincitori, i soldi che si muovono beneficiano il sistema finanziario, sempre meno regolamentato e controllato. Per anni le droghe sono state usate negli Usa anche come strumento di controllo sociale. Si pensi al crack, sottoprodotto dannosissimo della coca, spacciato o spinto dalla Cia nei ghetti neri di Los Angeles, in accordo con i narcotrafficanti messicani che cogestivano il business con la Dfs (Direzione federale di sicurezza, la Fbi messicana negli anni ottanta). I guadagni venivano reinvestiti dalla stessa Cia, illegalmente e a insaputa del Congresso, per armare i paramilitari-contras che facevano la guerra sporca al regime rivoluzionario sandinista in Nicaragua. Infine gli americani muovono anche la loro industria bellica con la scusa della guerra alle droghe attraverso la Iniziativa Mérida (Messico) e il Piano Colombia, oltre a mantenere il controllo più o meno diretto delle risorse naturali in territori strategici. Dire che il Messico è governato dai narcos o altri gruppi criminali fa parte di una narrativa che giustifica la lotta a quel poco che resta di buono dello stato contro le sue parti viziate e i delinquenti trafficanti. In realtà mi pare che ci sia maggiore complessità e anche zone oscure che ancora non riusciamo a decifrare. Non è che non esista la violenza tra bande o cartelli, nel senso di criminalità organizzata, ma il ruolo principale della violenza che vive il Messico, ai massimi storici nel 2017 e nel primo semestre 2018, con oltre centotrenta candidati e politici ammazzati nei nove mesi di campagna elettorale del 2018, deve essere spostato dalle organizzazioni criminali alle forze di sicurezza, specialmente i militari e i federali. Prima della “guerra” lanciata nel 2006-2007 da Calderón, il Messico viveva gli anni più pacifici della sua storia, ma da allora la militarizzazione dei territori e il tentativo di stabilire uno stato di eccezione ha reso le masse, i militanti, gli indigeni, i cittadini comuni, i giornalisti e più o meno tutto il popolo, il bersaglio casuale di una violenza senza controllo in una situazione che alcuni esperti, come Andreas Schedler, definiscono come una guerra civile non ideologica o politica, ma economica.
Seguendo la pista indicata qualche anno fa dalla giornalista Dawn Marie Paley con il suo libro Capitalismo antidroga. Una guerra contro il popolo (disponibile on line gratis in spagnolo), non possiamo eliminare la dimensione politico-ideologica del conflitto messicano ma dovremmo invece considerarlo come una guerra di tipo antinsurrezionale per l’imposizione del neoliberalismo mediante il saccheggio e la combinazione di interessi, poteri e violenze di tipo simbolico, territoriale, economico-strutturale, sociale e politico, tanto legali (statali o sanciti dalla legge) quanto illegali, tanto nazionali quanto transnazionali.
Siamo come l’homo sacer di Agamben, umani sacrificabili, immersi nella precarietà della vita stabilita dal controllo biopolitico che si manifesta con le sparizioni forzate, con l’amministrazione del dolore, con gli omicidi, con le incarcerazioni ingiuste e le esecuzioni extragiudiziarie. In media, nel 2018, sono state assassinate ottantanove persone al giorno. Ci vuole un cambio di vedute e di rotta, a partire dalla revisione profonda del modello economico e dalla gestione della sicurezza.

In Messico la violenza di genere e le disparità uomo/ donna, oltre che quelle legate a differenti scelte e orientamenti sessuali, è un grosso Le donne zapatiste già nel 1994 hanno mostrato una via diversa. Si può pensare che il femminismo in Messico sia una chiave di volta per trasformare il paese andando oltre al paradigma capitalista, machista che si replica da anni. In questo che ruolo ha avuto e ha lo zapatismo?
Non sono un esperto del movimento femminista in Messico anche se ho vissuto qui molte manifestazioni di piazza e dibattiti. Mi pare sia un movimento vitale e attivo, anche se forse più frammentato e magari meno visibile rispetto all’Argentina o alla Spagna o il resto d’Europa, più concentrato in alcune città del paese, in primis la capitale. Il tema del femminicidio è un problema strutturale, si contano almeno sette donne uccise al giorno nel paese, la violenza di genere è molto presente, ma c’è da dire che Città del Messico e Guadalajara sono avanti una generazione rispetto alle altre città. Di fatto la capitale è un’isola rispetto al resto del Messico perché è riconosciuto il diritto ad abortire e al matrimonio egualitario. Vivo a León, nel Guanajuato, da un paio di anni. È lo stato più cattolico e conservatore del Messico, un feudo del destrorso Partido acción nacional e delle manifestazioni per la famiglia, antiabortisti detti pro-vida e contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso. La ferocia del conservatorismo qui è proverbiale e terrificante, i cortei per la Madonna di Guadalupe sono i più folti e partecipati del paese e le donne che interrompono la gravidanza sono incarcerate. Il Messico è molto eterogeneo e la lotta per l’uguaglianza (di opportunità e nei risultati) è condotta in un contesto di repressione e violenza estrema. Lo zapatismo in questo senso ha vissuto i suoi processi evolutivi, infatti inizialmente lo si tacciava di essere un movimento patriarcale dominato da figure maschili. In effetti il mondo rurale messicano e in parte le comunità indigene mantengono molti tratti di questo tipo. Con il tempo però le donne zapatiste, anche se non propriamente come parte di un movimento femminista di tipo occidentale, hanno saputo collocare il tema dell’uguaglianza e dei diritti nelle comunità proponendo cambiamenti nelle relazioni di genere. Nel marzo 2018 c’è stato un importante incontro in Chiapas in cui la Comandancia Generale dell’Ezln ha convocato 8000 femministe del mondo per il primo incontro internazionale, politico, artistico, sportivo e culturale delle donne che lottano. Un’iniziativa inedita per un internazionalismo femminista in cui le zapatiste hanno dato un messaggio di speranza e resistenza: “Non ti arrendere, non ti vendere, non rinunciare” per continuare “in vita e nella lotta”. Da quando è nato il movimento, le indigene zapatiste hanno lottato dentro e fuori le comunità per conquistare diritti negati mediante un femminismo sui generis, determinato soprattutto dalle differenze del patriarcato nei contesti urbani e rurali, per via dell’ambiente in cui si sviluppa e della situazione di subalternità dei popoli di cui fanno parte, come afferma per esempio l’antropologa femminista messicana Sylvia Marcos. Nel senso che si muovono su più fronti e in modo più collettivo in quanto comunità originarie che agiscono idealmente come uno stormo per tutti e tutte nel quadro di limiti strutturali e locali, specialmente evidenti nel mondo rurale. Il processo di autonomia e empoderamiento politico dello zapatismo sicuramente può favorire nello specifico l’organizzazione delle donne.

Il Messico è un paese di rivoluzioni e rivolte in cui l’assenza di strutture nazionali conflittuali è sempre stato un elemento asimmetrico rispetto al potere dello stato, soprattutto del partito-stato L’Ezln dalla sua nascita ha provato a colmare questo buco. Ti chiedo una valutazione sui risultati ottenuti dalle zapatiste e dagli zapatisti anche in relazione al tentativo di raccogliere le firme per candidare Marichuy alle elezioni presidenziali del 2018.
La candidatura di Marichuy è stata una sfida enorme, come direbbe Boaventura, “anticoloniale, antipatriarcale e anticapitalista”, dunque diversa dalle altre e di rottura. È stata osteggiata dal sistema elettorale, pensato per le classi medie e le città. L’app che si usava per raccogliere le firme dei candidati indipendenti era disfunzionale, inaccessibile ai più, soprattutto dove il Congresso nazionale indigeno ha le sue basi. I due candidati che sono riusciti a raccogliere le oltre 860.000 firme necessarie, Margarita Zavala (moglie ed erede politica dell’ex presidente guerrafondaio Calderón) e Jaime Rodríguez “El Bronco” Calderón (governatore del Nuevo León legato al Pri), l’hanno fatto in modo evidentemente fraudolento, sostenuti dal tribunale elettorale in modo irregolare. Marichuy ha raccolto decine di migliaia di firme vere e soprattutto ha portato le tematiche care a poveri, indigeni, comunità rurali in resistenza in giro per il paese, collocandole nell’agenda nazionale e suscitando non pochi consensi ed entusiasmi. In questo senso la campagna dal basso che ha condotto con scarse risorse è stata coraggiosa ed efficace, visti anche i vari incidenti e attentati che ha subito, un vero esempio di candidatura indipendente. Quest’iniziativa non cercava il potere, ma ha comunque riportato l’Ezln e il Consiglio nazionale indigeno al centro della scena e nella tessitura di nuove reti fuori dal Chiapas. Dopo le escuelitas e l’ideale passaggio generazionale, annunciato da Marcos dopo l’assassinio paramilitare del maestro Galeano e la marcia dei quarantamila, gli incontri di questi ultimi anni nei caracoles e San Cristóbal, anche con scienziati e femministe per un altro mondo possibile, e la campagna di Marichuy hanno rappresentato un nuovo impulso costruttivo e dialogante, al di là dell’arena politica tradizionale dei partiti e oltre i confini del Chiapas e del Messico.

Cosa pensi succederà con la nuova amministrazione di Amlo?
Con la vittoria schiacciante di Andrés Manuel López Obrador, candidato di parte delle sinistre messicane alle presidenziali del 1° luglio 2018, ci saranno sicuramente dei cambiamenti anche se la profondità della tanto sbandierata “IV trasformazione del Messico” sarà tutta da vedere. Obrador e il suo partito, Morena (Movimiento de regeneración nacional), non rappresentano forze anticapitaliste, ma promettono una certa discontinuità per lo meno con il neoliberalismo. Le maggioranze nel parlamento e le correnti non sono sempre stabili e Morena si è alleato con un partitino della destra evangelica e conservatrice (Partido encuentro social) che potrebbe influire sugli alleati e bloccare alcune riforme specialmente nell’ambito sociale. Sul fronte dei diritti c’è poco da sperare nei primi anni, anche se si potrebbero indire dei referendum. Non è la via migliore, certo, però anche in molti altri paesi aborto e matrimonio tra persone dello stesso sesso, o la legalizzazione delle droghe, sono passati grazie al voto diretto popolare.
Almeno nel campo economico, nella lotta alle disuguaglianze e nei modi per affrontare la guerra e la crisi umanitaria e dei diritti umani, ci sono speranze e aspettative. Già dai primi giorni dopo il voto tante forze sociali e popolari si sono unite al dibattito sui grandi problemi nazionali, una situazione inedita dopo le elezioni in Messico dato che normalmente si viveva un periodo refrattario e quasi di addormentamento. Invece si è vissuto un momento di fervore, lettere pubbliche, proposte e dibattiti. Il programma del nuovo governo contiene proposte per contrastare vari aspetti del neoliberalismo, non il capitalismo tout court. E per farlo si propongono ricette economiche in gran parte keynesiane e, diremmo in Europa, socialdemocratiche che, sebbene abbiano molti limiti, rappresentano comunque un orizzonte migliore per un paese come il Messico che ha vissuto un neoliberalismo selvaggio e prolungato, disuguaglianze estreme e processi brutali di accumulazione per espropriazione. Sarà da vedere se il modello estrattivista, come successe nel Brasile di Lula, seguirà il suo corso senza limiti come succede oggi o se verrà profondamente ripensato, visto che causa centinaia di conflitti sociali, repressioni, paramilitarizzazione e violenze. La speranza è che si favoriscano nuovi canali di dialogo per l’emersione e la risoluzione concertata dei conflitti, tenendo da conto la diagnosi generale critica e riformista del sistema attuale. Il problema è che le politiche redistributive che sono state promesse, seppur senza incrementi delle tasse, prima o poi potrebbero generare una rivolta o un boicottaggio dell’élite, specialmente dei gruppi imprenditoriali e quelli corporativi legati ai partiti Pan e Pri, e la caduta prematura del presidente che, già lo ha annunciato, cercherà di introdurre l’istituto della revoca del mandato a metà sessennio. Un’operazione delicata in un Messico in cui i poteri forti si sono consolidati per oltre trent’anni e in soli tre o sei anni potranno essere scalfiti, non cancellati. Insomma, un governo solido, con una maggioranza parlamentare storica come quella ottenuta il 1° luglio da Amlo, non significa “potere” o “cambio strutturale”. Comunque percepisco un ottimismo inedito e la sensazione che si tratti di una fase storica. Non ho visto in campagna da parte delle sinistre grossa attenzione per lo zapatismo o per la questione indigena, anche se esistono voci sicuramente sensibili all’interno del partito Morena. Sarebbe già un passo avanti se un nuovo governo antineoliberale e progressista riuscisse a rimandare l’esercito nelle caserme, specialmente in Chiapas, nel Oaxaca e Guerrero, stati colpiti duramente dalla repressione sin dagli anni settanta. Andrebbe anche sospesa immediatamente la Iniziativa Mérida, il Piano Colombia alla messicana che ha significato l’aumento dell’ingerenza americana e della militarizzazione con il fine reale di implementare politiche a favore degli investimenti stranieri. Il 1° gennaio 1994 resta un emblema del passato e del presente allo stesso tempo, ma è anche un’utopia, una guida che ha saputo costruire immaginari e autonomie che vanno oltre i caracoles, i territori del Chiapas e le sue comunità autonome, per spingersi globalmente a creare immaginari e rinnovare repertori di lotta.

Andrea Cegna agitatore sociale, giornalista e organizzatore di concerti, è redattore di Radio Onda d’Urto, collaboratore di Radio Popolare e “il manifesto”. Ha pubblicato 20zln. Vent’anni di zapatismo e liberazione, Strade strappate. Storia rappata dell’hip hop italiano, Elogio alle tag. Arte, writing, decoro e spazio pubblicoe Por la vida y la libertad. Il Messico di Amlo tra resistenze e capitalismo.

il manifesto, 3 luglio 2019
+ La lunga e cruciale trasformazione messicana
Andrea Cegna è diventato giornalista sul campo, nel Chiapas rebelde che ha frequentato da attivista a partire dai primi anni Duemila. Oggi – redattore di Radio Onda d’Urto oltre che collaboratore di questo giornale – ha raccolto in un libro maturo tutta «la polvere del Messico» (parafrasando il titolo di un libro cult di Pino Cacucci, che qui firma la prefazione).
È arrivato così in libreria per Agenzia X Por la vida y la libertad (pp. 196, euro 15), una raccolta di interviste che offre al lettore una visione caleidoscopica del Messico del 2019. Quello in corso è un anno cruciale: celebra i 25 anni dalla sollevazione armata dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale, l’esercito degli indigeni del Chiapas, i 25 anni dall’entrata in vigore del «Nafta», l’ccordo di libero scambio tra Stati Uniti d’America, Canada e Messico, in vigore quando ancora non esisteva l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), e vede il Paese governato per la prima volta da una sinistra parlamentare, da Andrées Manuel Lopez Obrador, Amlo.
La tesi del libro è che il primo gennaio 1994, la «data di nascita» dell’Ezln e del Nafta, rappresenti uno spartiacque, che quel giorno abbia determinato una trasformazione cruciale. La ricchezza di questo testo, anche (o soprattutto) per chi di Messico è digiuno, è però che l’autore – che si definisce un «agitatore sociale», ed è su posizioni filozapatiste – non cerca di dimostrarla scegliendo interlocutori allineati, ma offre uno sguardo allargato, coinvolgendo docenti universitari, ricercatori, editorialisti, attivisti, avvocati e giornalisti che non la pensano tutti allo stesso modo.
A tutti Cegna ripete però le stesse sette domande, che vanno dai cambiamenti nella società innescati dall’Ezln e dal Nafta negli ultimi 25 anni alle prospettive del Messico di Amlo, passando per la violenza di genere e l’attualissima questione migrante (Donald Trump ha ottenuto da López Obrador di chiudere la frontiera con il Guatemala, continuando così il «lavoro sporco» dell’ex presidente Peña Nieto). Non ha senso stilare una graduatoria tra gli interlocutori scelti da Cegna, frutto di un’agenda da vero giornalista, di relazioni maturate e sedimentate negli anni, di letture e di ricerca, ma qui segnaliamo alcune importanti indicazioni, che possono disorientare il lettore: «Lo zapatismo ha posto la causa indigena nell’agenda della modernità» (Juan Villoro); «secondo me c’è una rivoluzione in corso una profonda trasformazione di una situazione sociale che oggi ha preso una forma elettorale con il progetto di López Obrador» (Paco Ignacio Taibo II).
Prima di leggere questo libro, e per provare a capire il Messico, è però necessario abbandonare gli stereotipi più beceri: «Riconoscere il Messico come un narco-stato, come una democrazia fallita, sposta la responsabilitò internazionale da quel che sta accadendo nella realtà del Paese. Questa cosiddetta guerra contro il traffico di droga avviata nel 2006 è contro la popolazione civile» (Amaranta Cornejoh).

Luca Martinelli

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