eprecaria

Piccola enciclopedia precaria

Radio Onda D’Urto, 9 novembre 2015
+ Intervista a Cristina Morini e Paolo Vignola
“…Le nostre armi si costruiscono e si affilano con la parola dei precari e precarie, l’unica che può aiutarci a vivere – che non è sopravvivere – nella giungla del lavoro contemporaneo.” È così che la rivista “I Quaderni di San Precario” ha inaugurato una Piccola enciclopedia precaria, di cui questo libro raccoglie i lemmi (da bioeconomia a trappola della precarietà) e invita a scriverne di nuovi. Elisa intervista Cristina Morini che, insieme a Paolo Vignola ha curato questa raccolta di saggi uscita per Agenzia X.
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La Repubblica, 3 novembre 2015
+ Piccola enciclopedia precaria, una guida all’Aut Aut
“Nella giungla della precarietà ci sentiamo soli, tuttavia i precari non sono più un’eccezione, ma una maggioranza, che si fermasse fermerebbe il paese.” Mercoledì scorso l’AutAut 357 di via delle Fontane a Genova ha ospitato la presentazione collettiva della Piccola enciclopedia precaria curata per Agenzia X da Cristina Morini e Paolo Vignola dei “Quaderni di San Precario”. Una narrazione partecipata cui hanno contribuito attivamente anche i ragazzi dell’AutAut, che in questi anni si sono confrontati e continuano a “sperimentare strade per vivere e lottare in tempi di precarietà lavorativa ed esistenziale”. All’incontro hanno preso parte la curatrice del libro Cristina Morini e l’economista Andrea Fumagalli (video di Pietro Barabino).
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Lavoroculturale.org, 16 luglio 2015
+ Insolvenza precaria
Pubblichiamo “Diritto all’insolvenza” di Lesto Fante
È ravvisabile in tempi recenti un interesse verso due (con linguaggio d’altri tempi, ma a me caro) “parole d’ordine” che emergono impetuose dal rivolgersi dei movimenti: “diritto alla bancarotta” (o all’insolvenza) e “diritto al default”. Si tratta di due pretese assunte dalla moltitudine (dal precariato che prova a farsi moltitudine) in relazione:
a) alla propria posizione soggettiva (diritto alla bancarotta) quale consacrazione – in senso lato giuridica – della sentita necessità di non pagare i propri debiti “personali” (più propriamente, come meglio cercherò di esprimere in seguito, di non vedersi inibito l’accesso al credito nonostante l’insolvenza);
b) alla comunità di consociati (diritto al default) laddove questa ritenga che lo stato di appartenenza non debba procedere al pagamento del debito sovrano. Imprescindibile premessa è l’attuale sistema di produzione laddove la ricchezza è prodotta dalla moltitudine degli uomini in forma di comune (pur misconosciuto e, talvolta, negato) e lo stato si è dissolto nella funzione di polizia, cosicché il default dello stato non sarà auspicio dell’ente ma di persone “casualmente” ritrovatesi ristrette dalle medesime frontiere.
Per quanto riguarda il diritto al default (nell’accezione sopra data), rilevo la necessità del riferimento alla “comunità” di partecipanti lo stato e non allo stato in quanto tale, in ragione del fatto che lo stato-nazione neppure può ipotizzarsi insolvente, pena il venire meno della propria entità. Ed è questo il limite, ma anche la grandezza dell’ipotesi: auspicare il default della propria patria appare primo tentativo di superamento dell’identità statuale come normalmente intesa. Il pericolo paventato dai sostenitori del “pagamento a ogni costo”, ovvero l’eutanasia dello stato, è anche la mirabile conseguenza da prodursi che procede, appunto, dal mancato rispetto dello stato; stato che il precario (come in passato il proletario), non riconosce (del resto neanche il capitale pare riconoscere lo stato nazione né le sue prerogative fittiziamente attribuitegli dal diritto internazionale). Peraltro, si avrà qui riguardo alla sola situazione “soggettiva” del precario cognitivo, da assumersi non quale soggetto “a sé stante”/individuo isolato, poiché per sua natura egli opera all’interno di reti ed è comunque completamente immerso nel sistema di capitale-crisi per la cui sopravvivenza egli ha posto al lavoro la propria vita. Il principio è questo, insomma: possono l’uomo indebitato [e lo stato (per altro verso)] desiderare la propria fine? E il desiderio o il puro fatto del default come possono essere agiti? Ecco un’analisi schematica e volutamente grossolana dei concetti utilizzati:
– insolvenza: incapacità di fare fronte alle proprie obbligazioni (ove legittimamente assunte, infatti una prestazione viziata non può comportare l’insorgere del correlativo obbligo);
– bancarotta: è tecnicamente istituto che rileva per il caso di fallimento del debitore e procede, per l’ipotesi più lieve, dal caso in cui il fallito abbia effettuato spese di carattere personale o familiare che siano eccessive o sproporzionate in ragione della sua condizione economica, riguardando in genere fenomeni distrattivi operati dall’imprenditore in difficoltà.
Non è inutile accennare al concetto di “bancarotta” nel diritto romano arcaico e al consolidarsi del termine “bancarotta”. Per la legge delle XII tavole, il creditore (come tale riconosciuto “giudizialmente”) se non era soddisfatto entro trenta giorni, poteva agire contro il debitore che diveniva addictus ovvero sottoposto a una sorta di carcerazione privata da parte del creditore che tratteneva l’addictus presso di sé per sessanta giorni e aveva l’obbligo di condurlo per tre volte consecutive al mercato (che si teneva ogni nove giorni) affinché qualcuno potesse riscattarlo. Decorso tale termine, il soggetto poteva essere venduto come schiavo o ucciso a discrezione del creditore, addirittura si poteva arrivare allo smembramento (una sorta di macabra realizzazione della par condicio creditorum). Non meno significativo è l’origine del termine “bancarotta”. Presso i romani coloro che “commerciavano” (non si perda il senso del banchiere come commerciante che si ritrova immutato sino alla codificazione del ’42) in denaro, stavano dinanzi a un banco detto mensa argentaria sul quale disponevano il denaro necessario per gli affari della giornata. A questo antico uso debbono la loro origine i termini banchiere e banca-rotta, uso poi passato nel corso del medioevo per mezzo dei fiorentini al mondo intero. Anche questi esponevano il loro denaro sopra un banco di legno (donde il nome di banchieri); se qualcuno non poteva soddisfare i suoi obblighi, il suo banco era immediatamente rotto, fatto in pezzi e a questi era impedito di continuare più oltre a fare affari. La connotazione dell’istituto (bancarotta e insolvenza erano dapprincipio termini pressoché equivalenti) è evidente: la messa a disposizione del “corpo” del debitore e l’espulsione del medesimo dal “corpo sociale”. La spogliazione del corpo del fallito era qui tutt’altro che simbolica e andava di pari passo con l’espulsione del medesimo dalla comunità degli “affari”, comunità che risolveva in sé l’intero stato e il diritto. Non differente era ed è la situazione nella società capitalistica che, osservava Pasukanis, è «prima di tutto una società di possessori di merci […] allo stesso tempo che il prodotto del lavoro acquista la proprietà di merce e diviene portatore di valore, l’uomo acquista la proprietà di soggetto giuridico e diviene portatore di un diritto”. E ancora annotava: “non appena l’uomo merce, vale a dire lo schiavo opera come possessore di merci e diviene compartecipe dello scambio, assume per riflesso valore di soggetto. Nella società moderna, invece, l’uomo libero, cioè il proletario, quando cerca come tale il mercato per vendere la sua forza lavoro, viene trattato come oggetto e nelle leggi sull’emigrazione resta sottoposto agli stessi divieti e norme di contingentamento ecc. come le altre merci esportate oltre la frontiera dello stato (E.B. Pasukanis, La teoria generale del diritto, in Teorie sovietiche del diritto, p. 157, nt. 2)».
Sin d’ora si può affermare che se la società dei possessori di merci, doverosamente espelleva dal proprio corpo l’insolvente per conservare la fiducia (il credito) nel traffico delle merci (il mercato) quindi in se stessa, d’altra parte essa era sempre pronta ad arruolare colui che potesse partecipare allo scambio [il capitale rendeva (anche nuovamente) compartecipe di sé il debitore]. L’insolvente era ed è eliminato dal consesso sociale unicamente laddove “inutile” al perpetuarsi del capitale, se tale inutilità poteva ravvisarsi nel capitalismo industriale al verificarsi dell’insolvenza, lo stesso non può dirsi nel capitalismo finanziario e nell’economia basata sulla conoscenza, laddove ciascuno per il solo fatto che vive, esprime ricchezza, contribuisce alla creazione di rendita. Si diceva, partire dalla finanziarizzazione ovvero dal dato che siamo tutti immersi e viviamo nella finanza e per la finanza. Ovviamente, diritto all’insolvenza non può essere inteso quale “diritto a essere insolventi” cioè diritto a essere dichiarati insolventi [paradosso come “diritto a essere” sfrattati o licenziati (al più, nelle attuali condizioni, per il precario esiste un obbligo all’insolvenza)].
Diritto all’insolvenza è presa d’atto del progressivo indebitamento del precario per sopperire alla demolizione del welfare e alla precarizzazione dei rapporti di lavoro, per giungere alla privatizzazione della vita, all’obbligo (impossibile da assolvere) per il precario di onorare (i prestiti d’onore?) a ogni rapporto obbligatorio (salute, scuola, casa, in una sola parola la vita) con il suo patrimonio (non più rinveniente, o sempre meno, da un salario). Il precario nasce insolvente. Nonostante questo vive e produce, la vita necessariamente collaborativa della singolarità fa sì che la sola morte elida il rapporto vita/produzione. Diritto all’insolvenza significa il diritto di proseguire a vivere e quindi a lavorare nonostante la sopravvenuta/originaria incapacità finanziaria. Non è rivendicazione di impotenza ma affermazione, al contrario della potenza del proprio essere quale creatore di ricchezza attraverso il realizzarsi della rendita finanziaria. Il privato deve andare in bancarotta e non deve essere punito, perché la sua bancarotta è il futuro del capitale. Il rivolgimento costituente dell’accezione della bancarotta ne è la reale cognizione, il nuovo senso da attribuirsi al concetto: abuso e/o distrazione, immediata appropriazione della rendita nel momento della sua formazione. Riconoscere al precario indebitato il diritto a essere, pur insolvente, soggetto di diritto e come tale di accedere al credito, comporta la fine del diritto proprietario sul quale si regge l’ordinamento mondiale. Si invoca il diritto di non pagare la merce in nome della produzione della stessa; meglio, il diritto a non essere esclusi dal mondo dei “possessori di merci” poiché, pur deprivati, creatori di ricchezza. Diritto all’insolvenza significa disconoscere:
– il patto di produzione;
– il patto di rispetto reciproco tra possessori di merci (meglio il rispetto dei patti);
– il senso di tradimento;
– il senso di impotenza;
– il senso di inutilità.
Tutti principi mortiferi come la famiglia, il lavoro, la scuola, lo stato. Rifiutare il pagamento e pretendersi comunque “creditore” per il solo fatto di esistere è proclamare la fine della scuola, il rifiuto del lavoro, la morte dello stato. Il diritto alla bancarotta/insolvenza del privato sarà: – riconoscimento dell’uomo-impresa; – riconoscimento dell’uomo indebitato; – riconoscimento dell’uomo-impresa indebitata all’interno di un mondo indebitato e finanziarizzato; – negazione del diritto quale limite al proprio sviluppo (per esempio della fondamentale regola cosiddetta pacta sunt servanda); – stravolgimento del principio del merito (creditizio) che sarà dato non dal sapersi “accreditare” ma dalla capacità di realizzazione del comune.
Ma può invocarsi l’attivazione immediata del diritto all’insolvenza? Si può rinvenire nell’ordinamento una possibilità di lecita insolvenza? In maniera assolutamente riformistica si può affermare di sì. La lettura del fenomeno dell’insolvenza dell’imprenditore che negli ultimi trenta anni ha visto lo stravolgimento dei principi fallimentari ci induce a pensare in tal senso.
La crisi e il concetto di insolvenza non sono cambiati anche quasi dopo settanta anni. Tuttavia l’esigenza di dissolvere le imprese inadempienti con la liquidazione atomistica dei loro beni è certamente venuta meno, perché il mercato e le imprese sono cambiate. Il valore patrimoniale dell’impresa, infatti, ha lasciato il passo al valore reddituale e immateriale dei beni che la compongono. Il legislatore del 2006, dopo anni di attese e dibattiti ha finalmente modificato la legge fallimentare e ha abbandonato la visione del fallimento (la bancarotta) come condizione sanzionatoria dell’imprenditore, spostando il proprio focus dall’imprenditore all’impresa. Quest’ultima, soggetto svincolato dall’imprenditore, deve essere preservata tutte le volte che sia possibile e, deve aggiungersi, sempre che ne esistano le opportunità e convenienze. Ecco dunque il dilemma shakespeariano “liquidare o risanare”
che affligge oggi tutti coloro che debbono affrontare la crisi delle imprese. In realtà la spinta alla continuità aziendale prevale su di ogni alternativa. Le aziende tutte operano per sopravvivere, la stessa prospettiva di sviluppo può essere vista come condizione di sopravvivenza e anche quando in assenza di autosufficienza economico patrimoniale taluni sistemi assistiti sopravvivono, emerge che la forza di continuità è talmente forte da prevalere su altre prospettive e ciò anche in prospettive di patologie divenute croniche (Marcello Pollio, Gli accordi per gestire la crisi di impresa, Euroconference, Verona 2009).
L’azienda è il vero centro d’interessi, si autonomizza dall’imprenditore. Questo perché la sola vita dell’impresa è rendita. Per il solo fatto di “essere” (magari non produce, non realizza profitto ma crea rendita). L’impresa odierna è l’emblema della creazione di ricchezza, fittizia nel concepimento, ma che si concreta nello spiegarsi dell’esistenza: l’impresa truffa lo stato, i dipendenti, froda i contributi europei, modifica le leggi, pretende credito: tutto per il solo fatto di essere impresa. La partecipazione alla finanziarizzazione del mondo [dai sistemi più artigianali (il ricorso al credito portando allo sconto fatture inesistenti) a quelli più sofisticati delle cartolarizzazioni dei mutui subprime] comporta la permanenza dell’impresa nel sistema “dei produttori di merci”. Analoghe osservazioni possono svolgersi per il precario nella ristretta e partigiana accezione di consumatore. Nello spiegarsi dell’economia fordista, parve affermarsi il principio del cosiddetto favor debitoris quale criterio ermeneutico per interpretare i rapporti tra il lavoratore indebitato e il “padrone” (di fabbrica, di casa, di merci, di servizi). Ritenendo alcuni servizi essenziali si giunse ad affermare che non potessero cessarsi l’erogazione dell’acqua, del riscaldamento, del telefono (anche sotto la spinta di massicce lotte per l’autoriduzione o per la concessione dei ridetti servizi a prezzi “sociali”).
Il capitale in cerca di rivincita, fermo il concetto di base, ne operò l’astrazione ponendo il soggetto all’interno del mercato e operando fattivamente poiché nonostante i debiti potesse continuare a consumare. Tutta la normativa cosiddetta consumeristica agisce in tal senso: il capitale per continuare a vendere doveva tutelare il consumatore e a tal fine furono predisposte norme anche assai penetranti. Anche in questo caso il capitale non agiva per il “bene comune” ma unicamente per perpetuare la propria esistenza. Il produttore non vedeva certamente di buon occhio: 1) le maggiori garanzie predisposte a tutela della bontà del prodotto venduto; 2) la facoltà di ripensamento attribuite al consumatore; 3) la necessità di regolamenti trasparenti. Era il prezzo che si doveva pagare nell’epoca del “capitalismo maturo” per la sopravvivenza del sistema di produzione. Venendo a tempi più vicini a noi, anche consentire ai poveracci di avere una casa attraverso la concessione di mutui, già al loro sorgere certi nella sofferenza, non fu azione benevola o munificente. Ma allora, se questo è il riconoscimento che l’ordinamento offre all’impresa/truffa perché non estendere tale riconoscimento al precario/indebitato? Il precario, impresa tra imprese, oggetto di costante captazione da parte del capitale deve svolgere una duplice resistenza: dal lato passivo predicando appunto il diritto all’insolvenza, l’urgenza di continuare a partecipare al processo di farsi rendita del profitto, dal lato attivo sottraendosi alla captazione e moltiplicando la propria propensione alla messa in comune della conoscenza. Il precario deve partecipare attivamente al processo del proprio sfruttamento, non quindi sfruttati ma felici, bensì sfruttati ma felici di esserlo un po’ meno o magari con un bel po’ di merce nella dispensa. Il precario offre al capitale la più “reale” tra le garanzie: la propria vita. Un vincolo costante e intrasmissibile perché comune. Ogni lotta deve essere diretta, pertanto, all’affermazione del precario/impresa indebitata, alla rivendicazione di potere partecipare alla realizzazione e all’appropriazione di rendita sin dall’atto del suo sorgere. Accesso al credito incondizionato, riscadenziamento dei debiti, transazioni a stralcio, adesione a consorzi fidi, per una modificazione sensibile delle condizioni di vita: verso il superamento della forma impresa, di tutte le imprese, per il comune. A conclusione di queste considerazioni, su suggestione di un caro amico e soprattutto maestro e soprattutto compagno, mi sono imbattuto in un articolo che intendeva demolire il percorso logico-(anti)giuridico che induce all’affermazione del diritto (moltitudinario) all’insolvenza. La lettura, sortendo un effetto probabilmente indesiderato dall’autore mi ha ritemprato nel corpo e nell’anima e mi induce ad affermare: il precario/impresa/indebitato non è “soggetto debole”. La forza antigiuridica che egli esprime dissolve ogni limite alla realizzazione del proprio agire “in comune”.
Il precario pur indebitato e “strangolato” dalle banche (terminologia cara a Scilipoti, sedicente difensore degli usurati) vive e vivendo collabora, nel senso rivoluzionario sopra visto, al perpetuarsi del capitale. Il capitale necessita della vita precaria e non può dargli la morte. Di qui la ricordata legislazione favorevole al consumatore, al cliente di banche, il dilatato accesso al credito anche per persone prive di qualsivoglia garanzia (che non sia la propria vita, appunto). Il precario è soggetto immediatamente costituente nella propria rivendicazione di vita e quindi di credito (a ogni costo). “Credito organizzato” non sono le banche, i poteri forti, la finanza. L’unico creditore (non ancora, purtroppo, o non tanto quanto dovrebbe) organizzato è il precario che con il proprio agire, reclamando rendita, proclamando diserzione, si rivela creditore del capitale e lo fa con forza che potrà diventare costitutiva in quanto moltitudinaria assunzione del superamento dell’individuo-impresa. [da “Quaderni di San Precario”, 3, maggio 2012]

di Redazione

il manifesto, 30 aprile 2015

+ L’estetica del buon precario

La semplicità diffìcile a farsi. A usare questa espressione è stato Bertolt Brecht. Il drammaturgo e poeta tedesco aveva in testa niente poco di meno il percorso che doveva portare alla società dei liberi e degli eguali. Ma andrebbe ricordata per segnalare la difficoltà nel tradurre politicamente la «scoperta» della precarietà come modalità dominante nelle relazioni di lavoro e della diffidenza, ostilità dei precari, uomini e donne, a organizzarsi per contrastare la loro condizione lavorativa e esistenziale. In altri termini, più prosaici e mondani, i precari non sempre vogliono rappresentarsi come classe sociale.
D’altronde chi propone questo cortocircuito privilegia, spesso, una lettura generazionale – precari sono i giovani, mentre garantiti sono i vecchi –, oppure indugia in una lettura di settore, assegnando, di volta in volta, ai lavoratori della conoscenza, al cosiddetto lavoro cognitivo o ai freelance la palmarès della condizione precaria. Rimuovendo così il fatto che ormai «siamo tutti precari». La semplicità difficile a farsi dovrebbe prevedere un iniziale movimento teorico. Ricostruire, ad esempio, come è avvenuta la cancellazione di una intera costellazione di diritti sociali di cittadinanza, di interventi di welfare state, per poi passare in rassegna le strategie di resistenza – il mutuo soccorso, ad esempio – che «fanno società» per poi immaginare, finalmente, una innovazione del Politico che vada oltre il diffuso rifiuto della rappresentanza politica, senza cadere nella seducente trappola del populismo.

La scoperta degli invisibili
Non è dunque un peccato di storicismo la ricostruzione di questa grande trasformazione nei rapporti tra capitale e lavoro vivo. In aiuto arrivano due volumi collettivi recentemente pubblicati da altrettante piccole e indipendenti case editrici. Il primo ha come titolo Piccola enciclopedia precaria (Agenzia X, pp. 236, euro 15) è curato da Cristina Morini e Paolo Vignola e raccoglie gli scritti che nel corso degli anni sono stati pubblicati dai milanesi «Quaderni di San precario» redatti da precari, ricercatori universitari, giornalisti, avvocati del lavoro che hanno provato negli anni a tessere, con pazienza e tenacia, la tela per far emergere dall’invisibilità una condizione sociale e lavorativa divenuta maggioranza nella città lombarda.
I quaderni di San Precario nascono all’interno di un percorso teorico-politico più che decennale proprio su una figura ormai maggioritaria nel mercato del lavoro e nella vita metropolitana. Percorso che ha avuto nelle May Day (la manifestazione del primo maggio convocata a Milano, dal 2001, spesso in aperta polemica con i sindacati «ufficiali») il momento di massima visibilità. Ma come ogni tentativo che si rispetti di ricostruire la storia di un percorso spesso sotterraneo, in questo volume sono ricordati il collettivo di Chainworkers, l’apparizione di San Precario, l’ironica e dissacrante figura del santo protettore dei precari, ma anche le tante biforcazioni, le deviazioni dall’iniziale sentiero. La Piccola enciclopedia precaria può infatti essere letta come la cronaca di un diversificazione intervenuta nello sviluppo dei movimenti sociali in Italia intervenuta quando una componente del movimento noglobal ha denunciato la rimozione del lavoro dall’agenda politica del movimento, interessato soprattutto ad affermare alcuni principi – la giustizia sociale, il potere senza possibilità di controllo delle multinazionali –; un’attitudine etica che entrava in rotta di collisione con la presa di parola di chi era risucchiato nella spirale di un lavoro che tornava a ridurre resistenza a mercé proprio quando il lavoro non era più la stella polare nella vita.

Il ritorno dei bohémien
Sono stati, quelli d’inizio millennio, gli anni di una diffusa presa di parola di uomini e donne che denunciavano bassi salari, assenza di diritti sociali e relazioni di tipo servile nell’università, nell’industria culturale, nella pubblicità, nelle case editrici, nella produzione cinematografica e televisiva. E se il movimento noglobal ha pagato il prezzo di sangue della sua diffusione e capacità di creare consenso attorno alle sue tematiche con la macelleria messicana di Genova, il percorso della MayDay e di San Precario si inoltrava in un continente dove le bussole del pensiero critico non sempre indicavano la direzione di marcia giusta.
San Precario si è diffuso viralmente nella penisola. È apparso in ogni città, veicolando, suo malgrado, una «narrazione» legittimata dall’industria culturale attraverso la pubblicazione di romanzi e saggi sulla condizione precaria. Un’inflazione di titoli che ha alternato buoni romanzi a patinati seppur scialbi racconti dì giovani scapestrati, novelli bohémien di metropoli che invece dei passages della Parigi di Walter Benjamin aveva nei centri commerciali i luoghi dove giovani da ottocento euro al mese si incontravano per il rito pomeridiano dell’aperitivo.
Sia ben chiaro, la May Day e i collettivi di San Precario hanno tessuto la tela anche dell’iniziativa politica, hanno accumulato vertenze, manifestazioni; hanno stilato anche progetti di legge sul reddito di cittadinanza, hanno provato a esercitare un potere di condizionamento sulle istituzioni locali affinché sviluppassero politiche di sostegno ai disoccupati e ai precari. Ma si sono sempre arenati su una estetica del precariato dove l’agire politico era relegato a dimensione marginale, residuo di un passato da rottamare per poter afferrare al volo le infinite opportunità offerta dalla cancellazione dei diritti sociali di cittadinanza. La forza persuasiva dell’attuale presidente del consiglio sta proprio nell’invito a fare piazza pulita di un passato ingombrante e inutile per sopravvivere in un mondo dove gli spiriti ammali del capitalismo possono liberamente scorrazzare.
Ed è a questa estetica del precario che si concentra il secondo volume dedicato a Le culture del precariato (ombre corte, pp. 203, euro 18). Scrittori, filosofi, ricercatori sociali passano al setaccio la produzione culturale attorno alla figura del precariato. Sono analizzati i romanzi che hanno accompagnato la costruzione spesso ideologica di una figura sociale che da vittima diventa imprenditore di se stesso. Con ironia, viene ricordata la frase del filosofo tedesco Peter Sloterdijk quando parla di un «io SpA» che, tra narcisismo, solitudine e cinismo, è disposto a passare sul corpo di uomini e donne che vivono la stessa condizione di sfruttamento. Da qui la domanda sul perché una condizione sociale così diffusamente «narrata» non si traduce in potenza politica.

Non solo mutualismo
L’impossibilità di sintesi definite a priori, l’indisponibilità alla delega, il carattere multiforme, nomade di una condizione lavorativa e il rifiuto programmatico di qualsiasi ingegneria istituzionale che imponga misure di sostegno al reddito in cambio della dell’accettazione di un lavoro qualsiasi sono si gli elementi della presa di parola dei precari, ma più che fattore propulsivo diventano la ripetizione di un mantra celebrativo della condizione precaria. In fondo la scommessa dello sciopero sociale lanciata nei mesi scorsi è stata lanciata per rompere la paralizzante ricorsività di una presa di parola autoreferenziale.
Un lettore attento riconosce in questi due volumi un accumulo di sapere critico e di esperienze politiche già note. Ma non trova sicuramente la risposta alla domanda del perché una condizione sociale divenuta la norma nelle relazioni di lavoro non si traduca anche in capacità politica di modificare i rapporti di forza e dunque di potere nella società. È quella semplicità difficile a farsi, che inquietava a suo tempo Bertolt Brecht. Quel che è certo, però, è la constatazione della diffusione di pratiche sociali incentrate sul mutualismo e delle iniziative economiche basate sulla messa in comune di conoscenza e risorse, come il coworking o l’occupazione di fabbriche dismesse per sviluppare iniziative di lavoro in cooperativa. In tutto ciò, sono evocate le radici del movimento operaio ottocentesco, con il loro carico di mutuo soccorso, di reciprocità, di «fare società». Tutto bene, dunque. La direzione di marcia sembrerebbe essere stata individuata. Ma più che una ripetizione del sempre eguale andrebbe cercata la differenza, cioè quella capacità di non ripercorrere strade già note. Non tratta cioè di tornare all’innocenza delle origini, dopo la parentesi dei rigidi partiti operai, ma di comprendere il perché il mutuo soccorso, la cooperazione sociale ha avuto, a suo tempo, bisogno del Politico per modificare i rapporti di forza nella società.

L’equivoco di una categoria
Nei due libri ricorre spesso il termine moltitudine. Alcune volte per metterla in relazione con un altro, impegnativo termine come «classe». E quando viene fatto è per veicolare la moltitudine come categoria sociologica che segnala la scomparsa appunto delle classi sociali, delle quali si da una arida e inessenziale definizione economica. Ma moltitudine non è una categoria sociologica, bensì un indicazione su come immaginare un Politico che nulla a che fare con i meccanismi della rappresentanza, della volontà generale, della riduzione della classe a popolo. È cioè una griglia teorica che può essere usata per evitare quella ripetizione del sempre uguale, in costante oscillazione tra innocua radicalità e subalternità al potere costituito.

di Benedetto Vecchi

effimera.org, 20 aprile 2015
+ La potenza e la disfatta
Pochi giorni fa, il 15 aprile 2015, le strade di decine di città statunitensi sono state attraversate da cortei che chiedevano l’innalzamento del salario minimo a 15 dollari all’ora. Le immagini più dirompenti sono quelle dei lavoratori e lavoratrici dei fast food, il simbolo stesso della precarizzazione del lavoro, che interrompono il lavoro ed escono dai ristoranti per unirsi alle manifestazioni. La politica nazionale ne discute e gli editorialisti spiegano che per vincere le primarie e le presidenziali Hillary Clinton dovrà confrontarsi non con la questione del salario minimo di per se, ma addirittura con quella cifra, 15 dollari, che è già realtà in alcune città progressiste come Seattle. Nel paese delle ingiustizie economiche estreme, per un partito non certo socialista come quello democratico sarebbe impensabile ignorare questo movimento o negare un dialogo, anche solo di facciata, con le richieste delle classi lavoratrici. Solo pochi giorni dopo, in Italia comincerà l’Expo, e migliaia di giovani volontari presteranno prestazioni lavorative gratuite per sostenere un evento sponsorizzato dalle multinazionali dell’agroalimentare, e lo faranno grazie a un accordo firmato dai sindacati confederali. Chi denuncia l’abuso di lavoro gratuito è un gufo, automaticamente espulso dal dibattito politico nazionale. Altro che 15 dollari all’ora!
Questo paragone azzardato non regge, certo. Ma potrebbe essere un indice della sconfitta subita dai movimenti di precari e precarie in Italia. Renzi, Poletti e un PD apertamente neoliberista, insieme al perdurare della crisi, non fanno che rendere ancora più netta la sensazione che i movimenti abbiano attraversato un passaggio epocale per approdare in un deserto anziché a Zion. Leggendo la Piccola enciclopedia precaria dai Quaderni di San Precario, appena pubblicata da Agenzia X e a cura di Cristina Morini e Paolo Vignola, ci si può interrogare su questo passaggio tramite la ricostruzione di almeno quindici anni di pensiero critico prodotto nel maelstrom della precarietà. Il libro raccoglie contenuti pubblicati sui cinque numeri dei “Quaderni di San Precario”, pubblicazione che ha per alcuni anni rappresentato uno dei luoghi di dibattito dei movimenti italiani. La prima parte, e la più vasta, raccoglie i lemmi di una piccola enciclopedia: Creatività, Eccedenza, Debito, Lavoro gratuito, Trappola della precarietà, per citarne alcuni. Gli autori sono parte di quel collettivo che ha animato i “Quaderni” dalla fondazione nel 2010: oltre ai curatori, Andrea Fumagalli, Gianni Giovannelli, Fant Precario, Alberto Mazzoni, ma compaiono anche nomi come Sergio Bologna, Carlo Vercellone o Toni Negri, insieme ad altre e altri che hanno fatto parte del gruppo di UniNomade.
Quello che colpisce è la distanza tra la potenza e lucidità dell’analisi emersa da lunghe frequentazioni con la precarietà più che con l’accademia, da un lato, e la situazione dei precari e delle precarie nel paese. Se possibile ancora meno tutelate, rappresentati o persino ascoltate di quanto non fossero vent’anni fa, quando gli scollamenti tra diverse forme di cittadinanza – precaria o garantita? – si fecero evidenti e di massa. I “Quaderni” rappresentavano il progetto di affinare una cassetta degli attrezzi che potesse essere messa al lavoro nel contesto di una soggettività politica, o protagonismo come lo chiamavamo, dei precari e delle precarie. Si tratta di un progetto riuscito? Con Foucault, gli stessi “Quaderni” sostengono che ogni sapere è in relazione con un sistema di rapporti e dispositivi di potere, e quindi il sapere precario si presenta come l’esito di un combattimento con le forme di comando e sfruttamento delle vite precarie. O vediamolo da un altro lato: il sapere precario è il prodotto dalla cooperazione sociale che eccede la messa al lavoro nel sistema capitalistico, come leggerete nei lemmi dell’enciclopedia.
In questo senso i “Quaderni” sono una raccolta dirompente per quanto sono attuali, radicati nel sapere e nelle lotte dei precari, nella sfide in tribunale, in piazza, al call center o in magazzino. Alcune voci dell’Enciclopedia mettono alcuni punti fermi che stabilizzano il dibattito avvenuto nel corso degli anni duemila all’interno dei movimenti italiani. Per esempio quella sulla Creatività, che traccia un’analisi dell’ideologia della creatività e della sua sottomissione al capitale mentre illustra le possibilità aperte dalle nuove forme di cooperazione in rete. Oppure quella sulla Trappola della precarietà, che avvolge le precarie e i precari costringendoli a un circolo vizioso di erosione dei diritti e della propria condizione di vita. Nella voce sul Comune si immagina la crisi come opportunità per destituire l’esistente e aprire un processo costituente per definire e costruire forme di cooperazione sociale liberatorie e basata su nuove forme di collettività.
Manca tuttavia dall’orizzonte quello su cui si è scommesso e lavorato a testa bassa per quindici anni: appunto l’emergere di una soggettività politica precaria. A chi resta allora in eredità questa cassetta degli attrezzi? Già nei “Quaderni” emerge che la frattura generazionale sta concludendo la sua parabola e nuove forme di comunità e mobilitazione sono per ora sommerse. Le eccezioni si trovano in settori cruciali per il modello di sviluppo italiano, come le lotte dei lavoratori della logistica nella pianura padana. Ma restano per ora minoritarie rispetto alle masse precarizzate. Inoltre la trasformazione ha subito un’accelerazione, con la diffusione del lavoro gratuito, l’istituzionalizzazione della precarietà a vita per tutti con il jobs act, e infine le leggi che hanno persino reso difficile rivalersi in sede giudiziaria facendo leva su un uso tattico di un’idea di progresso basato sulla giustizia. Infine, la crisi: causata dalla finanziarizzazione ma pagata dai lavoratori e in particolare dalle fasce deboli, anche anagraficamente. La disoccupazione giovanile che ha superato da un pezzo il 40%. In breve, le generazioni più giovani trovano una collocazione, un ruolo, nella società italiana solo in quanto consumatori e consumatrici. Questo non significa solo l’impossibilità di immaginare un riscatto attraverso il lavoro, sogno progressista del Novecento. La marginalizzazione dei giovani rappresenta anche la mancanza della possibilità di esercitare conflitto nella sfera produttiva e quindi di essere parte di processi di cambiamento basati sul lavoro o sull’opposizione al lavoro.
Secondo Gramsci – e molto più umilmente San Precario – non si può ridurre la sottomissione dei lavoratori al ricatto, alla paura di perdere il lavoro. L’altro polo è rappresentato dal consenso dei lavoratori e delle lavoratrici verso gli obiettivi dell’impresa. Ieri sembrava che questa doppia condizione spiegasse il perché i precari e le precarie faticassero a mobilitarsi e accettassero condizioni lavorative le più incredibili: altamente ricattabili, anche convinti che la precarietà fosse la porta di ingresso verso un futuro migliore tramite l’agognato tempo indeterminato. Oggi, all’epoca del lavoro gratuito, la prima parte del problema è svanita. Non c’è più nulla da perdere per chi lavora gratuitamente. Il ministro Poletti che invita i giovani a lavorare gratis d’estate, l’accordo sindacale per il lavoro gratuito firmato dai sindacati confederali per l’Expo, l’estensione di stage e tirocini che mascherano lavoro produttivo non ricompensato, incarnano un uso spregiudicato del consenso pur in mancanza della promessa più comune fino a pochi anni fa: un posto a tempo indeterminato per i più volenterosi, meno rompiscatole, più affezionate al brand aziendale e disposte allo straordinario non pagato.
Simbolicamente, l’uscita di questo libro coincide anche con la conclusione del ciclo della Mayday, il primo maggio di precari e precarie che per quasi quindici anni è stato parte importante del tentativo di introdurre la precarietà nell’agenda politica del paese costruendo autonomia dalle forze politiche istituzionali che avevano abbandonato le generazioni precarie e allo stesso tempo producendo quella che ha cercato di essere una comunità trasformativa. La Mayday del 2015, che è rivolta all’Expo criticandone l’idea di sviluppo, i contraccolpi ambientali, la corruzione, la crezione di nuove ingiustizie, ha abbandonato la centralità del problema del welfare e del lavoro. La precarietà è una variabile tra tante e non costituisce più ne la spinta propositiva ne il polo di attrazione verso le generazioni che hanno partecipato e costruito la Mayday negli anni passati.
Eppure solo cinque anni fa l’editoriale del primo numero dei “Quaderni di San Precario”, intitolato Welcome to the jungle, che resta uno dei testi più intensi del volume, parlava di una nuova scienza popolare al servizio di chi sguazza nella precarietà, cioè di chi vive nella precarietà ma sa anche trovarvi le occasioni di conflitto e di riscatto. Perché quella storia così produttiva e quel sapere emergente sono stati sconfitti, e cosa li sostituirà nei prossimi cicli di lotte? In questo libro ci sono certo alcuni attrezzi, ma le risposte dovremo cercarle di nuovo nei magazzini, negli uffici, sui furgoni e negli stand.

di Alessandro Delfanti

www.commonware.org, 17 aprile 2015
+ Il punto di vista precario
Welcome to the jungle, benvenuti nella giungla della precarietà”. Così si apre il primo editoriale del primo numero dei “Quaderni di San Precario”, la rivista nata nel 2010 dall’incontro tra le pratiche comunicative e conflittuali ispirate dal movimento di San Precario e le riflessioni di attivisti, avvocati e ricercatori ruotanti attorno all’ex collettivo UniNomade. L’obiettivo dei Quaderni, i quali s’inscrivono all’interno di un percorso ventennale di mobilitazioni, consiste infatti nel dichiarato tentativo di “sviluppare un discorso precario, come punto di vista di una soggettività politica attivamente precaria”. Questa breve citazione racchiude le due caratteristiche principali che specificano la pratica discorsiva del periodico: l’irriducibile parzialità della propria prospettiva e la rivendicazione esplicita della condizione particolare in cui si radica tale parzialità. Da qui l’urgenza di esprimere autonomamente la propria voce, aldilà dei sindacati confederali e dei partiti più o meno sinistrati, a cui “mancano letteralmente le parole del vocabolario per poter rappresentare i lavoratori precari”. I discorsi precari – di cui la Piccola enciclopedia precaria appena edita da AgenziaX a cura di Cristina Morini e Paolo Vignola costituisce un ottimo prontuario – “non rappresentano i lavoratori senza contratto a tempo indeterminato, le nuove partite iva o i disoccupati, bensì sono ciò che fa lo stesso precario, nel duplice e simultaneo senso del fare: sono discorsi costruiti, sviluppati e veicolati dai precari e al tempo stesso tali discorsi costruiscono la soggettività precaria”. L’intento performativo dei Quaderni risiede dunque nella volontà di forgiare delle nuove armi critiche che possano contribuire all’articolazione di un punto di vista conflittuale sulla precarizzazione esistenziale e lavorativa del capitalismo odierno; nel raccontare, tramite la pratica dell’inchiesta, della con-ricerca e dell’auto-inchiesta, le esperienze e i vissuti quotidiani dei lavoratori e delle lavoratrici al fine di promuovere la “ricomposizione di ciò che viene frammentato dalla precarietà”; e nel riportare infine le cause e le sentenze giuridiche favorevoli a questi ultimi fornendo così “degli attrezzi di ‘sapere precario’” volti a incentivare l’attivazione di pratiche politiche “dentro e contro” tale condizione.
La generalizzazione della precarietà non deve infatti essere ritenuta il semplice esito dell’imposizione dall’alto di un regime di vita sfavorevole a chi è costretto a guadagnarsi il necessario sul mercato del lavoro. Certo, a partire dagli anni 70 si sono via via sperimentate e dispiegate molte riforme tecnocratiche e manageriali volte a replicare all’ingovernabilità crescente del sociale – dall’ambito monetario e finanziario fino a quello lavorativo, passando per tutta una serie di metodi ancor meno idillici di quelli che da sempre regnano nell’economia politica. Ma sono state le lotte dal basso, per prime, a far saltare il coperchio del vecchio modo di regolazione keynesiano-fordista, a rimettere in causa la norma del lavoro salariato e a liquidare in modo risoluto l’ideologia disciplinare dell’impiego stabile e fisso. Il desiderio di autonomia e di auto-determinazione, il bisogno di realizzarsi oltre e non solo dentro il lavoro hanno giocato un ruolo decisivo in tale vicenda. E sono pertanto da rivendicarsi in tutto e per tutto come tali. Essi sono presenti nel rifiuto operaio del lavoro dipendente, così come risuonano a chiare lettere nelle parole d’ordine “più salario e meno lavoro”, “aumenti salariali sganciati dalla produttività”, o, ancora, “salario contro il lavoro domestico”, “salario studentesco”, etc. La critica dell’autorità e della gerarchia – di fabbrica, di genere e generazione –, la rivolta contro ogni tipo di subordinazione, di accentramento decisionale e di prescrizione, l’opposizione nei confronti del comando su tempi, luoghi e attività da svolgere non solo affonda il proprio riconoscimento in una storia che, per dirla col Marx dell’accumulazione originaria, rimane “scritta negli annali dell’umanità a caratteri di sangue e fuoco”, ma ha anche condotto all’istituzione positiva di nuovi legami interpersonali, di forme e stili di vita inediti, di immaginari, valori e relazioni sociali liberati dal moralismo e dall’ascetismo così tipici di molte traiettorie biografiche lineari e del tutto prive di interruzioni o di significativi cambiamenti di fase. Queste alcune delle istanze di auto-emancipazione che il progressivo acuirsi della crisi tende sempre più a impossibilitare o, peggio ancora, a strumentalizzare a suo vantaggio.
È dal combinarsi di questo doppio movimento – attivo e proveniente dal basso il primo, re-attivo e calato dall’alto il secondo – che si sono verificate quelle trasformazioni sociali di ampia portata che hanno affossato il vecchio regime d’accumulazione e che sono culminate nello scoppio della crisi del 2008. Alcune voci della Piccola enciclopedia precaria ci aiutano a svelarne l’arcano: “bioeconomia e capitalismo cognitivo”, “moneta”, “trappola della precarietà”, “ricatto al futuro”, “rendita versus profitto”, “debito”, “fabbrica della paura”, “poliziotto”. Ciò che altri lemmi raccolti nel volume non dimenticano di scandagliare, invece, è il rovescio della medaglia, ossia le potenzialità immanenti a questa nuova configurazione storico-sociale: “processi costituenti”, “comune”, “comun(e)ismo”, “eccedenza”, “riproduzione sociale”, “sapere vivo”, “diritto all’insolvenza”, “sciopero precario”, “reddito sociale garantito come reddito primario”, “potere in comune”. Altrettanto preziose, poi, diverse entrate volte a disinnescare le illusioni inerenti a dei feticci sempre più ideologizzati: “creatività”, “lavoro gratuito ed economia dell’evento”, “ricercatore: il mestiere più bello del mondo”, “i sogni infranti dei free lance”, “precario-impresa e cartolarizzazione”, “in odio alla meritocrazia”, “lavori inutili”.
Due nozioni, infine, portate alla ribalta dalla crisi, mi paiono suggellare lo sforzo collettivo che si compendia in questo agile libro, siglando l’ingresso in una nuova fase in cui il lato oscuro attinente alla precarietà ha preso decisamente il sopravvento su quello legato al suo potenziale emancipatorio. La prima, “impermanenza”, sonda lo stato di transizione insistente tale per cui ognuno di noi si ritrova (a prescindere dal contratto di cui dispone) sempre più esposto agli andamenti alterni della valorizzazione del capitale, della ricerca incessante del profitto e della governabilità dei processi socio-economici. L’altra, Kill the Poor, ci ricorda come una larga fetta di popolazione costituisca ormai un semplice costo di riproduzione (sussidi, aiuti, welfare), il quale, oltre a non recare alcun vantaggio economico o politico, pone dei seri rischi in termini di insubordinazione: nemmeno più “esercito industriale di riserva”, questo sovrappiù umano può pertanto essere eliminato fisicamente senza nessun problema (do you remeber la Grecia, Ferguson, i migranti, le Favelas, le banlieue etc. etc.?). Come già accennato all’inizio, a questa infame critica delle armi, la Piccola enciclopedia precaria risponde affilando le armi delle critica: le parole, infatti, “quando sono critiche, si trasformano in pietre e San Precario ama sedersi su un grosso cumulo per esserne provvisto al momento opportuno”. Ciò non è sicuramente sufficiente, ne siamo consapevoli. Ma non bisogna temere: ce n’est qu’un début

di Davide Gallo Lassere

www.doppiozero.com, 8 aprile 2015
+ Ricercatore: il più bel mestiere del mondo
L’anno scorso a Genova l’università, di concerto con il comune e altre realtà regionali, ha promosso un convegno intitolato Il ‘mestiere’ del ricercatore. Testimonianze del lavoro più bello del mondo il cui obiettivo ancora oggi appare misterioso. Mentre l’accademia, giorno dopo giorno, sta ultimando lo scavo della propria fossa, e nel momento in cui anche enti cittadini di ricerca immediatamente e socialmente vitale come l’Ist di San Martino (ricerca antitumorale) elimina a ciclo continuo ricercatori e collaboratori, un convegno del genere non suona solo come un anacronismo, ma si rivela essere un autentico atto di umorismo cinico.
Solo pochi anni fa si parlava di «una carriera attraente per i giovani ricercatori». Ma le promesse non sono più quelle di una volta. Adesso nessuno più neanche ipotizza la possibilità di una carriera attraente. Si invita a intraprendere la professione del ricercatore perché il mestiere è bello, a farlo nonostante la carriera impervia, e lo si fa con il trucco (antiscientifico) di mostrare solo i biglietti vincenti della lotteria. Eppure questo discorso può far presa: è necessario riflettere sul legame quasi “affettivo” che tende a generarsi con il lavoro contemporaneo. Abbiamo due fasi di innamoramento con il proprio lavoro. La prima fase è quella dell’amore giovanile, del «cosa farai da grande? L’astronauta». È l’innamoramento con l’idea sognata di un lavoro, con il lavoro come si autorappresenta (pompiere/giornalista coraggioso, artista/scienziato geniale, avvocato/politico che migliora la vita delle persone, i mestieri che consentiranno di «vedere il mondo» ecc). È un lavoro onirico, senza questioni salariali, senza gerarchie, senza conflitto. Questo sogno può esistere come utopia/valvola di sfogo per tutta la vita senza mai concretizzarsi, ed è anche una delle autonarrazioni più frequenti nei precari («volantino per i Compro oro ma va bene perché in realtà sono giornalista e presto riuscirò a scrivere qualche articolo», «lavoro tutte le feste perché sono precario alla biglietteria degli Uffizi ma va bene perché in realtà sono un pittore e la sera dipingo e un giorno esporrò»). Visto che comunque, come dimostra il congresso a Genova, di precari cognitivi c’è bisogno, accade anche spesso che si riesca a fare il lavoro sognato. E allora è questione di tempo perché si realizzi quanto la potenziale bellezza sia sfregiata dalle modalità concrete del lavoro. Il lavoro della conoscenza sperimenta frustrazione e mancanza di senso proprio perché muove da menzogne che generano aspettative.
La seconda fase è invece quella della negazione della realtà. Capita che anche una volta che si è all’interno dei meccanismi lavorativi reali, anche quando si lavora gratis per fini che non condividiamo, permanga un’adesione quasi mistica alla “missione” che si associa alla professione. In ogni caso, e contro ogni evidenza, si continua a credere di aver realizzato il proprio sogno («È vero, sono pagato due lire e inietto tossine nei bulbi oculari dei topi per perfezionare i prodotti cosmetici, ma che bella la scienza!», «faccio uno stage non pagato e scrivo una marchetta non firmata per il piccolo ras politico locale, ma che bello il giornalismo!»). La stessa cosa accade nei casi in cui non vi sia una missione esplicita, sostituendola con l’orgoglio aziendale e con lo spirito di gruppo (che naturalmente include lavoratori e dirigenti). Questi amori, sempre, vengono trattenuti dallo stipendio.
Chiaramente, il convegno che fa da spunto a questo articolo non aveva l’obiettivo di affrontare le questioni inerenti il rapporto capitale-lavoro, né tanto meno di addentrarsi nella distinzione “realista” tra le diverse forme possibili dell’essere ricercatore (oltre al professore ordinario e al professore associato, ricercatore strutturato in università o in fondazione privata, ricercatore CNR, ricercatore a tempo determinato, assegnista di ricerca, borsista post-doc, ricercatore co.co.pro, dottorando ecc.). Trattandosi di un convegno rivolto prevalentemente a studenti delle scuole medie-superiori e universitari, l’obiettivo era mostrare la bellezza del sapere, della scienza e dell’attività di ricerca, ipocritamente epurata da tutte le scorie di disagio, di sfruttamento e di feudalesimo che accompagnano sempre «il lavoro più bello del mondo». Entrare nel merito delle differenze di status dei diversi ricercatori, mostrando la precarietà delle esistenze a cui spesso si deve far fronte, avrebbe significato rovesciare il senso del convegno, e così il titolo sarebbe potuto diventare: «Ricerca e umiliazione. Testimonianze dal mondo della precarietà generalizzata e psicotica».
L’umiliazione è infatti l’esperienza che più di qualunque altra connota la generalità del lavoro cognitivo oggi, e l’accesso al “mestiere” del ricercatore è tempestato di umiliazioni, angherie e soprusi di ogni genere. Ora, è chiaro che il mondo dell’Università, assieme a quello della politica istituzionale, abbiano tutto l’interesse a occultare i dispositivi di dominio che quotidianamente vengono da loro creati e impiegati per reprimere ogni margine di autonomia di un ricercatore. È altrettanto evidente che non si possa promuovere un convegno rivolto principalmente alle scuole e dichiarare: 1) che l’università è morta anche a causa delle stesse persone che organizzano convegni del genere e 2) che una moltitudine di ricercatori più o meno (ma soprattutto più che meno) sfruttati faccia muovere artificialmente il morto, spesso senza ricevere compensi oppure con stipendi perlopiù ridicoli (500/800/1.000/1.200 euro al mese) e sempre a rischio che il rapporto lavorativo possa concludersi da un mese all’altro. Quindi non ci si poteva di certo aspettare nulla dall’università che contempla se stessa nell’avanzare del suo stato di decomposizione; nulla se non, appunto, la sarcastica rappresentazione del «lavoro più bello del mondo».
D’altronde, più che di un convegno in pompa magna, con la benedizione di qualche macellaio sociale, la questione del ricercatore come icona dello sfruttamento, dell’umiliazione e della precarietà avrebbe bisogno di intrufolarsi in modo osmotico, cospirativo, all’interno di ogni dipartimento universitario, nei corridoi dei laboratori e nelle aule di lezione. Questa necessità, purtroppo, è lungi dall’essere soddisfatta, e la difficoltà risiede proprio nei dispositivi di dominio che il 90% dei professori ordinari e associati gestisce e olia quotidianamente; sono dispositivi che conducono il ricercatore – spesso se non strutturato – all’isolamento, all’individualismo e alla rivalità cronica con chi condivide la stessa sorte di precarietà e di proletarizzazione. Questi dispositivi sono anche altamente contagiosi, quindi è poi facile che vengano incarnati con gran solerzia dagli stessi ricercatori. Il virus del dominio è infatti particolarmente attivo quando il piacere del proprio lavoro è condiviso con chi sta sfruttando la passione e il merito del ricercatore.
Non sono certamente i ricercatori a scoprire che il lavoro è sfruttamento, e che quello cognitivo, affettivo o biopolitico lo sono al massimo grado, ma si fa sempre più impellente la necessità, per loro, di cercare un legame all’interno della precarietà che sappia superare le distinzioni di status – un legame fatto di amore e di rabbia: amore per i propri gesti e rabbia per chi li gestisce. Se i “Quaderni di San Precario” non possono e non devono essere considerati come un manuale “riformista” per aiutare a vivere meglio sul lavoro o a trovare l’impiego dei propri sogni, è perché vogliono essere precisamente lo strumento in grado di saldare la rabbia all’amore e, in questo, ritrovare il senso della lotta, anche e soprattutto dove lo spaesamento rende difficile vederlo.
Nel presente articolo non è in questione se il ricercatore sia realmente il mestiere più bello del mondo, e non si tratta nemmeno di fare una critica all’e(ste)tica del lavoro – critica assolutamente politica e, per questo, necessaria – ma innanzitutto di intendersi su chi è ricercatore e in quali forme. Gli autori di questo articolo, pur provenendo da due ambiti nettamente diversi della ricerca (scientifico e umanistico), credono nella possibilità di un legame tra tutte le diverse forme di ricercatore, ma per far capire cosa è in gioco quando si parla di precari della ricerca, hanno bisogno di descrivere ciascuno la propria particolare testimonianza.Il segreto della pubblicazione scientifica
Uno dei nemici più paradossali del ricercatore è la matematizzazione della realtà. Il ricercatore non produce tot oggetti al giorno, non lavora tot ore, non vende prodotti o li trasporta per tot chilometri, non fa la guida a tot gruppi turistici di tot persone, non si prende cura di tot pazienti, non fa tot telefonate tot delle quali si concludono con un contratto. In questo il ricercatore porta all’estremo molte delle caratteristiche del precario cognitivo. Non a caso, tra le forme di lotta più incisive durante le ultime proteste universitarie c’è stato lo sciopero bianco: i ricercatori si limitavano a fare quello previsto dal loro contratto e niente di più e questo bastava a bloccare le università. Nella lotta continua per restringere i salari, molte attività fondamentali per la ricerca diventano non solo gratuite ma invisibili, in particolar modo alle valutazioni che dovrebbero poi consentire di vedere il proprio contratto rinnovato. Per le aree scientifiche, l’ultimo “concorso” per l’abilitazione da associato prevedeva tre soglie, tutte basate sulla metrica delle citazioni degli articoli. In alcuni casi per dare un posto si tiene conto dei finanziamenti che si è riusciti ad acchiappare e dell’esperienza di insegnamento (nella ricerca applicata ci sono i brevetti, ma concentriamoci su quella di base). Il grande assente da queste misure è la collaborazione, lo scambio di idee. Come misurare i consigli dati/ricevuti, le discussioni, i seminari, le letture fatte/seguite, insomma la circolazione del sangue della ricerca? C’è una modalità di collaborazione particolare della quale vorremmo parlare adesso, invisibile, ma sulla quale si basa l’intera scienza moderna…
Ogni ricercatore riceve con una certa frequenza articoli scientifici da valutare da parte delle riviste del settore. La valutazione deve essere completa e minuziosa poiché essa è il dispositivo con cui viene determinata la verità, per dirla alla Foucault. Se l’unanimità dei valutatori (di solito in numero da due a cinque) reputa la ricerca corretta e interessante questa sarà pubblicata sulla rivista scientifica ed entrerà a far parte della conoscenza accademica a tutti gli effetti. In particolare la si potrà usare come metro di verità di una affermazione: per dimostrare la verità di una asserzione la si può dimostrare o citare un articolo pubblicato nel quale essa è dimostrata, le due cose si equivalgono. Questo naturalmente fino a che le tesi dell’articolo non siano confutate o superate da nuove scoperte. Riassumendo, senza il lavoro di revisione non c’è verità scientifica ufficiale.
In questo contesto quello che ci preme discutere è come tale lavoro sia gratuito e non riconosciuto. Nel cv si citano al massimo le riviste principali per le quali si è svolto questo compito, ma averlo fatto una o venti volte non fa differenza. Nei concorsi, abbiamo visto, ciò non vale niente – al di fuori dell’accademia non si capisce neanche bene quale sia la questione. Non è un lavoro trascurabile: ci vuole un giorno per una revisione fatta bene e di solito ogni articolo viene rivisto almeno due volte. Tempo sottratto al lavoro di ricerca “da contratto”, all’insegnamento o, spesso, direttamente alla vita privata. E allora perché? Desiderio di contribuire, felicità di essere considerati esperti del proprio campo? Cose buone e giuste, ma che non devono mai, mai, sostituirsi alla giuste rivendicazioni di guadagno/riconoscimento.
Di recente il caso è scoppiato. Le case editrici scientifiche sono state accusate di trarre profitti eccessivi dalle pubblicazioni, visto che la parte scientifica è svolta gratuitamente dai ricercatori (anche i redattori che scelgono gli esperti a cui sottoporre gli articoli sono scienziati che lavorano gratis) e la parte di editing è appaltata in Asia. Inoltre le riviste scientifiche fanno pagare tanto chi legge (un abbonamento costa centinaia di euro per un singolo ricercatore e migliaia per una istituzione) quanto chi scrive (centinaia di euro per ogni figura a colori). Questo, quando sia al lettore sia allo scrittore probabilmente la medesima rivista chiederà prima o poi di lavorare gratis. Al solito, si tratta di un trasferimento di denaro dal pubblico al privato: il ricercatore è pagato da un ente pubblico (tipicamente) e si trova a lavorare gratis per la casa editrice, nonché a utilizzare i suoi fondi (spesso pubblici) per pagare la stessa casa editrice per leggere/scrivere.
Visto che you can fool some people some time but you cannot fool all the people all the time, si odono i primi passi della protesta – ma dove si dirigono? Per cominciare, nessuno chiede che i ricercatori vengano pagati per il lavoro di revisione. Giusto, sbagliato? Registriamo che non accade. Un pagamento indiretto sarebbe garantire al revisore di scrivere/leggere gratuitamente la rivista per la quale ha fornito l’opera. Visto che tali spese sono solitamente affrontate separatamente dal salario, al ricercatore non verrebbe in tasca nulla, ma almeno forse questo servizio verrebbe valutato seriamente. La direzione delle rivendicazioni è forse più interessante dal punto di vista politico. La strada che si sta cercando di percorrere è quella dell’accesso libero all’informazione per tutti. Del resto, il profitto si può fare solo sui segreti, sulle informazioni riservate, difficilmente su ciò che è conosciuto da tutti. Molte nuove riviste di rilievo (la serie “Public Library of Science”, la serie “Frontiers”) sono già gratuite per il lettore, anche se non ancora per lo scrittore. Questo è controintuitivo ma giusto: la pubblicazione è già ricompensata dal peso nel curriculum, e così si sposta il peso contributivo verso gli istituti più ricchi che sono quelli che pubblicano di più. Si tratta di una lotta tra poveri ricercatori/redattori? No, il principale metodo di ammortizzamento dei costi è la rinuncia totale al cartaceo (così siam pure ecologisti).
Ma si può fare di meglio, perché rimane una questione aperta. Il web 2.0 dà sempre la sensazione dell’interazione reale, ma è un falso. Se interagisci con qualcuno via Facebook, sei costretto a utilizzare come filtro di comunicazione l’ideologia stupido-reazionaria di Zuckeberg e soci, così come chi fa discussione politica sul sito del M5S o su YouTube (pari sono) dimentica di essere ospite in casa altrui e che è quindi normale che spariscano post, video, commenti, (condi)visioni ecc. In modo simile, è faticoso interagire con gli altri scienziati via riviste. Se siamo tutti d’accordo sui principi di base (ci deve essere revisione, la descrizione dei metodi deve consentire la riproduzione dell’analisi ecc.) è faticoso dover sottostare alle varie limitazioni formali (numero di parole/pagine/figure) e contenutistiche (questo va contro la nostra linea editoriale quindi no, questo è pieno di belle figure colorate quindi sì, questo lo prendiamo o meno a seconda di chi l’ha scritto ecc.).
E allora esodo. Che le idee siano scambiate di persona, ai congressi (il momento più bello di questa professione) magari via chat o per posta, che si creino altri siti come Arxiv, praticamente autogestiti e ovviamente gratuiti, dove non solo sei libero di postare quel che più ti aggrada, ma addirittura puoi modificare la tua ricerca dopo aver ricevuto i commenti dei colleghi, in un meccanismo di revisione orizzontale continua che veramente rispecchia la scienza. Naturalmente niente di tutto questo servirà a darci reddito o a farci avanzare verso una posizione da professore. Ma è con questi metodi che il nostro lavoro quotidiano si fa direttamente produzione di comune.Il fascino indiscreto del lumpen-ricercatore
La condizione del ricercatore precario in ambito umanistico è, il più delle volte, quella di Fantozzi, per cui l’umiliazione e la paura sono i fedeli compagni della ricerca. Umiliazione quotidianamente iniettata dai chiarissimi professori, dalle gentilissime segretarie, dai governi e governissimi che hanno fatto dei dottori di ricerca e dei precari del settore il capro espiatorio di ogni riforma universitaria. Se non si è strutturati, infatti, non si può accedere ai progetti di ricerca nazionali (Prin), difficilmente si può avere contratti di insegnamento, non si possono ottenere fondi per pubblicazioni o rimborsi delle missioni. Si può unicamente fare le badanti ai professori, correggendo le bozze dei loro saggi, aiutandoli a compilare progetti e richieste di finanziamento (ai quali appunto non si potrà accedere), accompagnandoli a fare commissioni, scrivendo per loro articoli “in ghost”, dandogli una mano per i traslochi o lavandogli la barca (tanto per fare due esempi genovesi). La paura, chiaramente, è stretta compagna dell’umiliazione: paura di non vedersi rinnovato l’assegno o il contratto co.co.pro; paura che il concorso venga affossato o che venga vinto da qualche “rivale”; paura di essere messo da parte; paura di venire umiliato ogni qual volta si tenta di esporre una richiesta che si considera legittima. Considerando che la maggior parte dei ricercatori versano in tali condizioni, risulta piuttosto pacifico affermare che il ricercatore non sia il mestiere più bello del mondo.
Eppure si è intellettuali, si firmano articoli per riviste scientifiche, magari anche internazionali, si pubblicano monografie, si scrive in due o tre lingue diverse, si curano numeri monografici, si partecipa a venti o trenta conferenze all’anno, si assiste il professore agli esami e lo si supplisce a lezione. Mentre però il professore, che tendenzialmente pubblica meno e spesso cose meno interessanti, è invitato a ogni genere di festival di divulgazione culturale (pagato e/o rimborsato), ha accesso alle pubblicazioni di articoli “d’opinione” sulle testate di quotidiani e settimanali, riceve proposte editoriali, è nel CdA di fondazioni, associazioni o aziende dell’industria culturale, il ricercatore precario, generalmente, può solo guardare da fuori questo mondo fatto di cortesie, di parole raffinate, di elogi, complimenti, applausi, cene offerte e gettoni di presenza.
Non che questa realtà attragga chi sta scrivendo, ma se il lavoro gratuito alla lunga fa venire i crampi per la fame, la continua rimozione dei propri risultati da parte di questo mondo fa comprendere una cosa, molto semplice: il merito, nel migliore dei casi, è un mito, tendenzialmente è una parola d’ordine per far produrre di più, per incentivare la formazione permanente (che è sfruttamento allo stato puro) e, soprattutto, è un formidabile dispositivo di sapere/potere per mettere i precari gli uni contro gli altri, a partire da quando sono studenti. Attenzione, però, il mondo in questione non è solo quello della borghesia accademico-massonica e prona al governo di turno, tecnico-politico o liberal-ideologico che sia. Sebbene abbia sempre criticato, tanto sulla carta quanto in piazza, queste realtà e le loro ciniche manovre ideologiche, la stessa sfera militante, con i suoi feudi, le sue parole d’ordine, le sue relazioni di potere, le sue case editrici cieche di fronte al non raccomandato, in questi ultimi anni non ha fatto molto per rovesciare questa situazione di umiliazione che colpisce chi, attraverso la ricerca e nonostante gli ostacoli della precarietà e della povertà materiale, produce conflitto, esprime dissenso e ragiona sulla ricchezza del possibile. L’area della cultura e della ricerca militante deve insomma monitorare le dinamiche di feudalizzazione e censura che vengono a crearsi in modo trasversale e che rischiano di ricalcare quelle tradizionalmente accademiche. Sto facendo riferimento all’esclusione dei ricercatori precari non autenticamente cooptati da tutta una serie di “comodità”, di servizi, di pubblicazioni, riservati sempre alle stesse persone, che rimbalzano da un quotidiano a una collana di libri, da una grande conferenza a un meeting. Da un lato, è fisiologico che si creino sedimentazioni di potere, empasse del senso politico e cristalizzazioni gerarchiche, anche nei movimenti e nei collettivi più partecipati; dall’altro lato, però, la cultura militante e i metodi della ricerca che a essa fa riferimento, hanno fornito a un’intera generazione strumenti straordinari di analisi critica del reale, ed essi devono essere utilizzati a 360 gradi, per individuare e analizzare i dispositivi di potere, ovunque essi agiscano, a partire da “casa propria” – altrimenti si rischia che le critiche prodotte non facciano avanzare di un centimetro il movimento.
Tutti questi dispositivi di sapere/potere, che vengano dall’accademia o dalla militanza, hanno determinato il costituirsi di una figura a suo modo anfibia, capace cioè di essere ignorata tanto dall’accademia quanto dall’intellighenzia militante: lo si potrebbe definire il lumpen-ricercatore, il paria del pensiero o (per riprendere e detournare la splendida figura descritta da Cristina Morini: il precario come casalinga proletaria del capitale) il maggiordomo del capitalismo cognitivo.
Intellettuale costui non può non esserlo, dato che non solo è cresciuto e si è costruito in questo modo ma è l’unica cosa che spesso sa fare ed è ciò di cui ha assolutamente bisogno per vivere in salute (non solo psichica). È però anche lumpen, quindi costretto a vivere di espedienti e di lavori pagati una miseria, quindi sfigato, subalterno, assolutamente non organico a nulla (dunque a un passo da diventare inorganico, cioè morire pubblicamente o, il che è un po’ lo stesso, non esser mai nato nella vita pubblica). Come quasi tutti i lumpen – dal lumpenproletariat in poi – l’unica ala delle istituzioni che lo riconosce è quella della giustizia e, in particolare, della questura e della digos: tra di loro sì che il lumpen-ricercatore è famoso! Anzi, spesso è proprio la digos a ricordargli che esiste e che c’è chi lo segue…
Lumpen-ricercatore rinvia poi alla figura generale del lumpen-intellettuale, che è un autentico ossimoro, un accostamento discordante, incompossibile, tra quella che una volta era la trascendenza dell’intellettuale e la miseria immanente al sottoproletariato: lumpen-intellettuale è una contraddizione vivente, anzi una contraddizione biopolitica, e come tale costantemente rimossa: in modo consapevole dall’università, dal Miur nonché dal ministero e dagli assessorati alla Cultura; in modo inconscio da molte delle persone che gli sono vicine o dai ricercatori strutturati che magari provano anche a studiarne il fenomeno per farne un idealtipo, dunque un elemento sociologico, un case study da analizzare accademicamente, perdendo così di vista l’elemento cruciale: è solo dal lumpen-intellettuale che potrà emergere il nuovo nel pensiero politico, poiché oggi egli è il maggior aggregatore di contraddizioni, di resistenze, di pratiche e di saperi. Come si è chiesta Cristina Morini: “Che ‘teoria’ si potrebbe mai produrre fuori da queste condizioni? E a che scopo?”.
È il lumpen-ricercatore, di fatto (se il diritto gli viene negato), a ricordarci quanto sia importante comprendere che in gioco non è il merito, ma i legami e le relazioni che si creano. Se attraverso l’accademia o le fondazioni private la soggettività antagonista del ricercatore precario pretende un reddito, nel mondo dell’antagonismo o della militanza è l’accesso alla produzione relazionale di senso, nonché alla sua veicolazione tra i soggetti, ciò di cui c’è più bisogno e che deve essere preteso.
Quel che l’accademia e la militanza distratta nei confronti delle soggettività di ricerca possono distruggere, infatti, sono le relazioni tra i soggetti, che nel primo caso sono le uniche dinamiche in grado di creare dissenso e nel secondo, invece, dovrebbero produrre senso e processi di soggettivazione. Quando nella militanza tutto si chiude all’interno dello stesso giro, quando cioè la produzione di senso si riduce ai soliti noti, il comune della cooperazione e delle lotte si corrompe e, di conseguenza, le soggettività si atrofizzano.Conclusioni
Le due descrizioni qui presentate sono chiaramente il frutto di ragionamenti che partono da esperienze soggettive e il cui fine non è né la polemica personalistica né lo strappo generazionale, bensì l’individuazione di una cura di fronte ai sintomi evidenti di de-composizione del lavoro intellettuale. Si tratta di sintomi politici, che si manifestano sia quando il lavoro intellettuale vuole essere scientifico, sia nella misura in cui pretende di svolgere un ruolo politico di antagonismo ai dispositivi di sapere e di potere.
Se in queste riflessioni si è puntato il dito non solo sul capitale e sull’accademia, ma anche sulla sfera dell’antagonismo cognitivo e, più in generale, sulla cultura militante e alcuni suoi punti deboli, il motivo è dettato dal desiderio di innescare un dibattito che focalizzi l’attenzione sui processi di soggettivazione propri a chi fa ricerca; si tratta di processi che devono assolutamente essere transgenerazionali. Siamo animati dalla convinzione che solo i luoghi antagonisti – e le persone che li vivono – possono offrire la chance per ripensare il ruolo, le relazioni e l’esistenza stessa dei ricercatori precari, trasformando una lamentela pseudo-corporativa in un progetto politico degno dei concetti e delle teorie che la cultura e il pensiero militanti hanno saputo costruire in questi “anni d’inverno”. Da questo punto di vista, se il lumpen-ricercatore è un concetto polemico che non fa sconti a nessuno, è anche la figura che esonda il recinto dei titoli accademici e delle pubblicazioni scientifiche, e arriva ad abbracciare chiunque, da precario, prova ad analizzare il presente, per trasformarlo.
Per abbracciare chiunque, però, è necessario che i
lumpen-ricercatori si trovino tra loro, riescano a comunicare al di là degli steccati di argomento come abbiamo provato a fare qua, e siano in grado di costituire forme di produzione del comune come quelle affrontate nella sezione “scientifica”. Al solito, quando la produzione è immediatamente collettiva come nel caso dei ricercatori, l’unico modo per mantenere vitale il “sapere vivo” è saper individuare gli strumenti di captazione e incalanamento del comune e saper emanciparsene.Questo articolo è stato pubblicato nei “Quaderni di San Precario”, n. 5, luglio 2013 ed è estratto da Piccola enciclopedia precaria, a cura di Cristina Morini e Paolo Vignola, Agenzia X, Milano 2015

di Alberto Mazzoni e Paolo Vignola

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