pablito

Once were ravers

Corriere della Sera, 26 agosto 2017
+ La musica è finita e il mondo non cambia
Quindici anni fa c’era chi ballava per giorni ai rave party underground, lontani da giri commerciali, senza pensare al domani. Una voglia di “No future” dal taglio punk che era scelta politica, contro la società globalizzata e delusa dal tragico G8 di Genova, avvolta nei ritmi della techno con droghe sintetiche d’ogni genere. Il romanzo d’esordio di Pablito el Drito, dj e attivista milanese One were ravers, attraversa tra risate grottesche e documentazione quella scena tra ritmi frenetici e centri sociali. Cero, spente le casse e usciti dall’hangover ha vinto la delusione: ancora una volta la musica non ha cambiato il mondo.

di Alessandro Beretta

Noisey.vice.com, 1° agosto 2017
+ «Once were ravers» è il romanzo sulla scena rave italiana degli anni Zero

“Nei primi rave non esistevano distinzioni di ruolo. Il DJ era un anonimo, nascosto dietro un tendone militare, e gli organizzatori erano gli stessi che gestivano i sound system e il bar. I rave erano spazi liberati dove il rifiuto del capitalismo era totale. E la festa gratis. Per non parlare della libertà di sperimentare ogni genere di musica, anche la più assurda. Senza paletti né censure, aperti a tutte le contaminazioni: punk, rastafariani, fricchettoni, gente dal background hip hop, squatter, alternativi, fighetti, persino i moralisti dei centri sociali, tutti in una stessa tribù. A volte ci trovavi anche gli pseudofasci. Unica cosa, che non avessero addosso simboli come croci celtiche o bandiere dell’Italia, ed erano della ballotta pure loro. Nel pacifico rispetto di se stessi e degli altri. Sai quanti si sono convertiti a idee meno stronze grazie alla techno?”

Once Were Ravers. Cronache da un vortice esistenziale è un romanzo biografico scritto da Pablito El Drito, spacciatore di libri, DJ e producer dell’etichetta Rexistenz. Edito da Agenzia X, racconta la storia di Ernestino, un attivista politico che tra l’estate del 2002 e la primavera del 2003 decide che ne ha piene le palle dei sistema e che vuole smettere di lavorare per dedicarsi alla sua unica passione: i rave. Inizia a muoversi randagio da un party all’altro nell’illusione dell’impegno politico, e si mantiene spacciando fumo tra furgoni scassati, pasticche di tutti i colori dell’iride, capannoni industriali, incontri fortuiti e k-hole. Le sue vicende di pusher ventottene si svolgono nell’area di un triangolo tekno-geografico i cui estremi italiani sono Viareggio, Bologna e Milano.
L’autore, che ha vissuto la scena in prima persona, racconta vicende, personaggi e viaggioni con una scrittura fluida e con la prospettiva di un quarantenne che non rinnenga la sottocultura di cui fa ancora parte, ma la guarda con il binocolo critico dei 15 anni di distanza. Le linee direttrici della narrazione sono la droga e la disillusione, perché se da un lato è figo sentirsi un dio dell’empatia con l’ego azzerato sotto un muro di casse, dall’altro la botta prima o poi scende, e se sei uno spacciatore magari arrivano anche gli sbirri a ricordarti che il sistema, purtroppo, esiste ancora.
Per farmi spiegare l’età bella dei rave in Italia e l’amara dolcezza della disillusione, ho incontrato in diverse occasioni Pablito – sempre amorevolmente munito di birre, canne legali e dischi di Polygirl.

Noisey: Le storie che racconti nel romanzo sono tutte realmente accadute?
Pablito: Sì, anche le persone di cui parlo sono tutte realmente esistite.

Quali contraddizioni della cultura rave volevi far emergere nel tuo libro, a 15 anni di distanza?
Be’ il tentativo di uscire fuori dal sistema. Nel caso del protagonista, la contraddizione si traduce in un impegno continuo nello spaccio. Cercando di scappare dalla routine borghese, Ernestino entra in un’altra: quella dell’illegalità. C’è una componente di alienazione pari a quella di un lavoro normale, anzi forse peggio, perché c’è anche la paranoia di essere beccato. Arriva a spacciare anche nel sonno, un po’ come succede in La classe operaia va in Paradiso. In sostanza, non fa nessun salto di qualità rispetto al sistema da cui fugge.

Nel libro parli della cultura rave degli anni duemila come una reazione al fallimento politico del G8 di Genova. Per quanti i rave rappresentavano davvero una scelta politica cosciente? Quanti, invece, ci andavano solo per sfasciarsi?
All’inizio l’idealismo politico era sicuramente molto forte. Per la mia esperienza, a Milano, nel giro dei centri sociali, moltissimi frequentavano i rave con questo spirito. L’idea era quella di svecchiare l’approccio politico con un modello di vita alternativo e trasversale. Poi ovviamente, con il tempo, questo tipo di approccio si è andato dissolvendo.

Come è successo, secondo te?
Sicuramente c’entra l’abuso di droghe, che alla lunga porta alla tossicodipendenza e a tutto ciò che essa comporta. Ma c’entra anche il fatto che, essendo degli spazi liberi, i rave erano luoghi in cui arrivava chiunque. Pian piano sono diventati sempre più frequentati, anche da persone che non appartenevano al giro delle controculture e che non erano interessate al discorso politico ma solo alle nuove forme di edonismo. Gente che vedeva il rave come una semplice alternativa alla discoteca. Il che, di per sé, non è un male, ma ha consumato la scena dall’interno.

E questa contaminazione ha innescato anche una conseguente crisi ideologica?
A un certo punto la fine del lavoro teorizzata da alcuni raver si è dimostrata un’utopia bella e buona, a prescindere. La tua piccola “rave-oluzione” si inserisce in un sistema di relazioni in cui sei immerso e che è molto più grande di te, c’è poco da fare. È la contraddizione di qualsiasi teoria dell’esodo, dal punk politico alla psichedelia degli anni Sessanta. È solo questione di tempo prima che il sistema ti ingoi, prendendo ciò che c’è di assimilabile dall’esperienza della controcultura e mercificandola. I capannoni occupati hanno lasciato il posto ai club.

Ma rispetto alla società tutta, la rivoluzione dei rave come si poneva? Cioè, io singolo individuo posso scegliere una vita alternativa fatta di free party sotto cassa, ma i miei ideali come si estendono a tutti gli altri?
All’epoca l’idea era che la techno operasse conversioni senza proselitismi. C’era l’utopia di una società orizzontale che includesse persone completamente diverse, e che mettesse in comunicazione le menti e i corpi. Questa sensazione non emergeva soltanto al momento della festa, ma aveva il potere di cambiare il modo di ragionare delle persone, di farle pensare in maniera diversa dopo la fusione del corpo-macchina del rave.

Quali droghe venivano assunte principalmente, all’epoca? Ci sono stati dei cambiamenti nel tempo?
Negli anni novanta le droghe principali erano trip e pasticche. Poi con la progressiva accelerazione dei BPM sono arrivate le anfetamine e la ketamina, che inizialmente veniva usata soprattutto per far scendere la botta una volta a casa, non durante la festa. Poi a un certo punto tutte le droghe sono entrate prepotentemente nella società intera, anche quelle tipiche del rave. E viceversa. La cocaina, per esempio, non è una droga da rave, eppure a un certo punto si è affermata prepotentemente nel circuito. E ha contribuito a sputtanare tutto.

In che misura l’approccio alle droghe era consapevole?
Dipende molto dai singoli casi: c’erano gli scienziati delle droghe, superinformati e che sapevano cosa mescolare con cosa e in che quantità, e poi c’erano persone che si sfasciavano senza un criterio. In generale parlerei sicuramente di abuso, un po’ per tutti. Parlando di approccio consapevole, c’erano persone che facevano informazione, preparavano tisane, informavano sui rischi. Anche loro avevano un approccio politico. Penso a Max al Livello 57, che a metà anni novanta aveva già i reagenti per analizzare la purezza delle sostanze.

Come è cambiata, invece, la musica nel periodo in cui hai frequentato maggiormente i party?
La musica è andata accelerando. Nei primi anni novanta alle feste si ascoltava roba più lenta, sono state le tribe anglo-francesi a portare in Italia il genere crusty, come lo definisce Simon Reynolds. Nel giro di poco tempo da 130 BPM circa si è passati a 170/180. In Italia c’era già roba così veloce che girava in circuiti tipo il Number One, una discoteca bresciana in cui suonavano hardcore e gabber. Ma era roba commerciale. Il suono crusty era diverso, aveva un’attitudine più acida e punk, la musica perfetta per un rave. I dischi oltretutto erano autoprodotti, proprio come nel punk politico.

Nel libro si parla spesso di musica ma mai di una crew in particolare, perché?
Nel libro non faccio nomi di DJ per scelta. C’è solo un punto in cui si parla degli Spiral Tribe e degli Acid Drops. I nomi dello star system dei rave sono stati evitati per rendere la storia più generazionale e meno specifica. Mi interessava un racconto non connotato, perché potesse rappresentare un po’ tutti. Comunque non c’era l’idea di andare a sentire un producer o un altro, nessun culto della personalità. I nomi delle crew cambiavano piuttosto spesso, anche perché era tutto illegale. Era anche difficile trovare i dischi di quel genere, perché non si sapeva come e dove cercarli. La musica la ascoltavi solo nei capannoni, se avevi culo potevi tornare a casa con dei vinili venduti dalla crew.

Oggi, al contrario, mi sembra che ci sia un culto della personalità sproporzionato nel mondo della musica. È così anche nella cultura rave contemporanea?
La scena è cambiata molto, parallelamente alla società. L’epoca dei volantini fotocopiati e delle telefonate a casa è finita. Ora tutto gira su Internet.

Cosa pensi della scena attuale? Che significato hanno ancora i rave nel 2017?
Il significato del rave oggi è sempre lo stesso: fare le cose senza permesso. È una dimostrazione di volontà di potenza, di affermare se stessi oltre le regole e le istituzioni. Oggi però con i social media è cambiato tutto. All’inizio il rave era nato come un fenomeno fortemente anti-identitario, di spersonalizzazione. L’ego veniva azzerato, sia dalle droghe che dalla musica. Era una cultura basata sui flyer fotocopiati, sul passaparola, su appuntamenti al parcheggio dell’Esselunga di un quartiere dimenticato da dio. Oggi da un lato sopravvive l’illegalità, ma dall’altro c’è la voglia di mostrarsi, c’è più individualismo. E ci sono gli smartphone e la diffusione pervasiva della tecnologia del web. Noi non avevamo questi mezzi, e i pochi che li usavano erano dei pionieri. E comunque invece di mostrarci ci nascondevamo: la nostra volontà di potenza, citando Hakim Bey, era volontà di scomparsa.

Antonella Di Biase

Brescia Oggi, 22 luglio 2017

+ Pablito el Drito. Chimica da «rave» e vortici interiori

Peace Love Unity Respect. In Inghilterra gli eroi della seconda stagione dell’amore, anno di nostro Signore 1988, sintetizzarono il concetto con l’acronimo «PLUR», che fece epoca e divenne persino uno slogan da appiccicare sulle t-shirt comode, perfette se indossate preferibilmente dopo aver ingerito un fantomatico aeroplano chimico che dopo aver fatto proseliti a Ibiza stava per fare la sua epifania su scala mondiale con il nome Ecstasy.
Per moltissimi giovani attratti da viaggi fuori porta sulla luna e invasi da un nuovo miracoloso senso di unione e fratellanza fu una rivelazione divina. La rave culture nacque e morì come un’utopia. Ma in qualche modo resuscitò, prendendo altre forme e altre strade, anche lontano dalla perfida Albione che l’aveva vista nascere, crescere e degenerare in un fenomeno di massa commercializzato, ormai lontano anni luce dall’essenza. Pablito el Drito ha aggiornato l’epopea al nuovo millennio, ambientando da queste parti la sua declinazione del trinomio sesso-droga-dancehall: il risultato è Once were ravers. Cronache da un vortice esistenziale, libro che l’autore presenterà all’M bar di contrada del Carmine (dalle 19, ingresso libero).
Trama in pillole: «Italia, 2002. Ernesto, un giovane al tramonto dei vent’anni, lascia il lavoro e decide di dedicarsi alla sua passione: il randagismo da un rave all’altro alla ricerca di piaceri chimici e amori impossibili». Un sottofondo dietro cui si agita molto di più: è l’epoca del rimbambimento televisivo, dell’euro-ottimismo, ma soprattutto del dopo G8, «che oltre ad avere lasciato un morto in terra e mostrato il lato duro della repressione, ha frantumato in mille pezzi i movimenti della controcultura».
Le sensazioni amplificate del protagonista si mescolano al flusso dei ritmi ossessivi e sciamanici della tekno. Sullo sfondo le fabbriche, enormi dinosauri dell’età industriale, che riprendono vita grazie a una miriade di giovani provenienti da tutta Europa: studenti fuori tempo massimo, rivoluzionari che hanno perso la bussola, gypsies, cubiste, rapinatori, papponi, punx, squatter, ma soprattutto truffatori e pusher… «Sotto l’effetto delle droghe sintetiche sembrano tutti amici ma, spente le luci psichedeliche, ammutoliti i sound system e svanita la scenografa fiabesca, capisce che intorno a lui ci sono solo colleghi, clienti e competitor». Ironico e dolceamaro, realtà che sfuma nelle allucinazioni per raccontare dall’interno una scena che ha segnato nel profondo una generazione di sognatori.

di E.ZUP.

Corriere della Sera, 20 luglio 2017
+ Once were ravers di Pablito el Drito
Once were raversQuando si parla di rave, spesso, purtroppo, la sezione è la nera. Eppure, questi enormi raduni in fabbriche abbandonate non sono solo rumorosi e allucinogeni consessi. Come narra Pablo “el Drito” Pistolesi, sotto la coltre dell’illegalità, si celano sottoculture, filosofie, storie di vita. Vedi quella dolceamara di Ernesto che cerca universi paralleli ai bordi di periferia. Non li troverà, ma ciò che conta, alla fine, è il viaggio.

di Matteo Cruccu

il manifesto, 15 luglio 2017

+ Il muro del suono e il disincanto delle «zone temporaneamente autonome»

I romanzo inizia con il Carnevale di Viareggio, non quello televisivo dei carri allegorici, ma quello vissuto nei rioni. Festa, rito, dissipazione. Il carnevale come antenato del rave. I protagonisti viaggiano tra Firenze, Viareggio, Milano, capannoni industriali abbandonati dalla produzione fordista e Bologna, soprattutto Bologna. E si viaggia con le droghe, agli inizi degli anni zerozero, prima e dopo il G8 di Genova e l’11 settembre, date che fanno da spartiacque percettivo e sentimentale tra “altro mondo possibile” e spaesamento. Stiamo parlando di Once were ravers di Pablito el Drito, nome d’arte di Paolo Pistolesi, uno dei più sperimentali dj della scena milanese, grande lettore e conosciutissimo spacciatore di libri.
Nonostante l’uso di sostanze psicoalteranti dei protagonisti non è una sorta di Trainspotting all’italiana, il libro – seppur distante in tempi, luoghi e situazioni – ricorda più Boccalone di Enrico Palandri, romanzo d’amore ambientato nella Bologna del ’77, e certi fumetti di Andrea Pazienza, per il linguaggio diretto e la narrazione generazionale. Pensate a un incontro onirico tra Maria Corti, per l’attenzione alla lingua e al gergo, Piero Camporesi, per l’attenzione ai riti materiali e collettivi, George Lapassade, per l’attenzione alle dinamiche singolari e collettive della percezione alterata, che discutono intorno a questo romanzo.
Ambientato ai tempi in cui i rave erano un nuovo modo di riappropriarsi di spazi abbandonati, ne racconta lo spirito senza cadere in idealizzazioni. Sballo, musica, sentirsi parte di tutto, vivere fuori da orari e regole imposti; ma anche down dopo post party, domande esistenziali, paranoia e contraddizioni.
Agenzia X due anni fa editò l’interessante inchiesta Rave new world di Tobia D’Onofrio, il cui sottotitolo è L’ultima controcultura, e in effetti dopo il fenomeno dei ravers-travellers non c’è stata nessuna cultura nata dagli ambienti underground, e sono passati ormai quindici anni! Il libro di Pablito si svolge nel contesto di quella cultura, ma – nonostante l’autore sia un eccezionale musicologo – dedica poco al muro di suono dei rave, agli stili musicali della tekno, ai famigerati 200 battiti per minuto. È un romanzo neorealista dopato, o alter/realista, che racconta con umorismo il reale e l’immaginario, il sogno e l’allucinato. Indimenticabili e divertenti i passaggi in cui il protagonista Ernesto – raver idealista e pusher equosolidale – incontra, nel reale/paranoico, sbirri e personaggi scombinati, così come nel alter/reale si imbatte periodicamente in William Burroughs, che lo saluta da vecchio amico.
La controcultura americana emerge anche nella rivendicazione dei rave come zone temporaneamente autonome (taz), teorizzate da Hakim Bey in un libro culto di quegli anni, che fece da connettore con l’ala più politicizzata del movimento. “La volontà di potenza come scomparsa” del teorico delle taz riappare nel desiderio di anonimato dei dj, nelle forme di condivisione e creazione della musica, nell’assenza di palco per le star, nelle comunità in divenire.
La necessità di continuare il viaggio e la ricerca è confermato dall’assenza non solo dell’happy ending ma di un finale vero e proprio, la storia si chiude ma lascia le porte aperte alla continuazione raccontata sul filo della sua ricerca musicale, del suo lavoro di libraio on the road e di attivista politico.
Ultimo elemento. Una nota di merito per i collage visionari di Paola Verde, che scandiscono i capitoli e regalano l’essenza visiva di quegli anni.

di Marc Tibaldi

Rumore, luglio 2017
+ Pablito el Drito. Once were ravers
Voto: 8/10
La frase: “Investi, risparmia, vota, obbedisci, credi alla parola rivelata e al Tg2”
Se corri troppo ti fermi di colpo. E non è bello. Incessanti i ritmi, i percorsi, le scorribande, le avventure, i piacevoli imprevisti. Le varie persone, in posti inenarrabili e, soprattutto, in condizioni difficilmente riproducibili su carta. Eppure il risultato c’è e mica male, via, narrare i rave dell’immediato giro di secolo, quando tutto scoppiava in aria dopo aver minacciato di farlo (ricordate il millennium bug?) Raccattare al volo un Bedford del ‘78 subito dopo aver preso la patente e tormentarne le casse con un nastro a 180 BPM. Confondersi con il caos per rimediare al deflagrare degli episodi, aggiungere energia sintetica per cavalcare il rombo nel più nascosto dei rave party. Sono i ricordi tumultuosi di Pablo Pistoiesi (aka Pablito el Drito) da Viareggio a Milano, attraverso le fermate più devastanti dei rave nel nord Italia. Attorno a lui i personaggi più improbabili quanto divertenti (tipo il sindacalista della UIL con la faccia da foto segnaletica o il segretario dell’Uninarcos), un po’ in keta, un po’ Morellino. Difficile fermarsi anche allo stop del fine capitolo, ma con il passare del tempo ci si concede anche la pausa per pensare. E come è inevitabile, la musica pian piano si modera, e atterra dal bleep acido al semplice Placebo. Come Ernestino e Susy, voci protagoniste, a viaggio ultimato.

di Fabio Striani

www.che-fare.com, 9 maggio 2017

+ Free tekno. La versione di Pablito el Drito

Quando ho scritto Muro di casse non esistevano romanzi ambientati nell’ambito della free tekno e, per quanto riguarda l’Italia, anche la saggistica si limitava a due testi, entrambi editi da Meltemi, di grande valore ma relativi a questioni o ambiti specifici, Free party, technoanomie per delinquenza giovanile di Francesco Macarone Palmieri e Techno: ritmi afrofuturisti di Claudia Attimonelli.
Poco dopo l’uscita del Muro, e senza che ci si fosse messi d’accordo, sono usciti altri tre libri: il romanzo Tekno free Doom di Syd B., il memoir Kernel Panik: sound against system di Alessandro Kola, entrambi editi da NoBook, e il saggio Rave new world di Tobia d’Onofrio, pubblicato da Agenzia X.
Sempre da Agenzia X arriva oggi un quinto titolo ad arricchire la bibliografia italiana su un movimento, quello free tekno, che, partito dal Regno Unito, ha avuto nell’Italia uno dei suoi maggiori crogiuoli assieme a Francia e Repubblica Ceca. Si tratta di Once were ravers di Pablito el Drito, lui stesso dj e faccia nota a chi ha frequentato il movimento rave.
Piuttosto che intervistarlo in modo classico ho preferito fargli commentare alcune frasi ricorrenti, anche contraddittorie tra loro, su cui mi sono confrontato spesso durante le presentazioni di Muro di casse e che in generale sono da anni leitmotiv all’interno della scena (o di quel che ne rimane).

1. Non ci sono più le feste di una volta
Non vado più alle feste (illegali) da più di un decennio, immagino che siano diverse ma in realtà non so in che modo… Dall’esterno vedo che ora è tutto molto più mediatizzato: vent’anni fa se facevi una foto rischiavi le botte, ora sui social vedo selfie a go-go. Vengo dell’epoca del flyer in bianco e nero, senza i nomi dei dj. Alcuni volantini non avevano manco l’infoline, ma solo data luogo e ora del ritrovo (normalmente a 15 minuti in auto dal luogo del party), ora invece tutte quante le info sono ben visibili su Internet. Si è passati dall’“invisibilità come volontà di potenza” (Hakim Bey), ad uno star system alternativo, che utilizza però i canali mainstream (Facebook, Twitter ecc.). Da questo punto di vista è chiaro che il fenomeno è cambiato radicalmente.

2. Al contrario è in atto un rinascimento free tekno
Sicuramente dal punto di vista dei numeri non è un’affermazione azzardata, mi pare che la scena, per quel che sento dire visto che non la frequento più, sia viva e che abbia un buon potenziale. Però cosa si intende con free? Libero o gratuito? Perché, ragionando da dj, non capisco perché la musica debba essere gratuita quando invece si paga tutto il resto, dalla birra alle droghe.

3. Moriremo goani
Rispondo ironicamente, nessuno si offenda: i goani muoiono lontani (Thailandia, India ecc.): più che un movimento musicale mi sono sempre sembrati un’agenzia viaggi… Io che odio l’aereo morirò per forza in Europa, dove il rischio è quello di tirare gli ultimi con il baseball cap e urlando “yo” strafatto di sciroppi per la tosse.

4. La tekno come genere musicale è lettera morta
Probabilmente lo era già 10 anni fa dal punto di vista della ricerca musicale, però appassiona ancora molti che la scoprono proprio ora. La vedo un po’come il punk 77, il reggae o lo ska. Credo che la sperimentazione debba continuare, al di fuori della gabbia dei generi. Ai primi party si suonava di tutto e lo si mischiava, e i più fighi secondo me erano proprio quelli che cercavano di andare oltre le “gabbie” e gli stilemi di ogni singolo genere. La scena breakcore e post-techno è quella che più si è mossa in questa direzione.

5. La scena rave è stata rovinata dal cambiare delle sostanze dominanti
Quello sicuro! Con pasticche e trip si stava benone. Le polveri hanno fatto parecchi danni… Ora si pippano cose che non sanno più manco cosa sono. In più, mi dicono gli amici che si occupano di riduzione del danno, c’è un pericoloso e disinvolto utilizzo di eroina anche nella scena rave, cosa che per noi era tabù. L’eroina è un problema: si inizia e non si finisce più, per questo a mio avviso dovrebbe essere tenuta fuori dalle feste.

6. L’uscita pressoché contemporanea di libri come Muro di casse, Tekno Free Doom, Kernel panik: sound against system, Rave new world e ora il tuo è di per sé la prova di una storicizzazione, e quindi della fine del movimento
Dopo vent’anni di scena italiana era normale che qualcuno cominciasse a parlarne. Ed è stato un bene che a farlo sia stata gente che è stata parte del movimento o che lo ha frequentato comprendendone la filosofia. Credo che sì, il fatto di parlarne, mediando le nostre esperienze, storicizzi. Se pensi al punk, la grande ondata creativa precedente, è successo lo stesso e con le stesse tempistiche. A distanza di vent’anni sono usciti Costretti a sanguinare di Philopat e I ragazzi del mucchio di Bernelli.

7. C’è ancora spazio per la psichedelia nella società futura
Eccome! Pensa alla realtà virtuale o aumentata, credo offra la possibilità di creare e condividere mondi ed esperienze. Io uso il computer quasi solo per scrivere, ma ho amici psiconauti che adorano gli ambienti creati al computer. Poi, dal mio punto di vista, spero che rinasca la psichedelia più tradizionale, quella basata ad esempio, sui funghi magici, da sempre usati in gran parte del pianeta.

8. Il desiderio utopico contemporaneo si è annidato in luoghi astratti e immaginari come la “bolla” delle feste o quella dei giochi di ruolo, o ancora quella della virtualità digitale
Certo, la fantasia si annida dove la realtà diventa plasmabile. Dove il mondo concreto perde importanza, lasciando spazio all’immaginazione. Senza immaginare siamo condannati alla realtà, con le sue brutture. Invece immaginare e plasmare con la mente una realtà diversa è fondamentale, anche dal punto di vista politico!
Per cambiare la realtà bisogna prima sognare qualcosa di diverso, di migliore.

9. La scena rave italiana ha avuto forti specificità regionali e legate alle singole città
Sicuro! E soprattutto in un paese come il nostro. Roma ha avuto una sua scena autoctona, un suo suono riconoscibile; Milano, che è più aperta e cosmopolita ha accolto tanti suoni da ogni dove, per questo la scena milanese è meno caratteristica e più trendy; Torino è stata molto importante per il suo immaginario ex industriale e per gli ampi spazi che ha offerto ai raver.

10. Business / No Businness. Però se poi al party non c’è niente, dispiace
Ehehe. Questa è l’enorme contraddizione della scena rave, ne parlo proprio in Once were ravers. L’utopia della gratuità della festa si scontra con il fatto che le sostanze costano e che si crei un mercato. Il problema vero secondo me è chi gestisce questo mercato. Sarebbe bello se i partecipanti autoproducessero le sostanze e le gestissero in maniera intelligente. Il problema di fondo è che per farlo bisogna superare il proibizionismo, che è un’ideologia che ha fatto solo danni. Dal mio punto di vista sarebbe utile iniziare un percorso autonomo e condiviso di ricerca del piacere, evitando gli eccessi, magari riscoprendo l’uso di sostanze naturali molto antiche (erba, funghetti, efedra, oppio…). Suona un po’ come una fricchettonata, però è l’unica via per non alimentare le mafie che dominano gran parte del mercato. Però deve essere fatto riscoprendo anche la dimensione del rito, il suoi tempi dilatati, che si contrappongono alla frenesia delle nostre vite.

11. Bonus track (questa è una domanda): come nasce e si sviluppa Once were ravers?

Il libro nasce dall’esigenza di raccontare la scena rave di inizio millennio senza censure, in maniera diretta, veloce, sgamata. L’ho iniziato quando vivevo in uno squat alla periferia di Parigi, quasi cinque anni fa; l’ho finito al mio ritorno in Italia. Una volta scritto, l’ho lasciato a macerare qualche anno, fino a che Marco Philopat, direttore editoriale di Agenzia X, la scorsa estate mi ha esortato a modificarlo in alcune parti. Massimo Berni, un ottimo editor, mi ha aiutato ad accorciarlo e velocizzarlo ulteriormente. Il protagonista Ernesto è un ventottenne che ha un passato da precario e attivista. È uno che un anno prima, nel 2001, era al G8 di Genova. Nell’estate del 2002 lascia il lavoro e si dedica a tempo pieno ai rave. Lo scontro con la realtà è sempre duro, e non solo il lunedì mattina… perché da idealista e sognatore Ernesto diventa un abile pusher. È un romanzo divertente, dolceamaro, pieno zeppo di droghe sintetiche, si legge tutto di un fiato. Non aggiungo altro per non rovinarvi la lettura!

di Vanni Santoni

Il mucchio selvaggio, maggio 2017
+ Pablito el Drito. Once were ravers
Voto: 7
Il weekend: chi l’aperitivo-cena con sedie e tavolini, chi l’area dismessa e mani al cielo e tutti giù per terra. Ernestino è un “postino” illegale. Ha basi itineranti e frequenta ambiti sia esilaranti sia opachi. È uno spacciatore, ha vissuto tempi migliori ma non li ricorda. È sempre di fretta, guardingo e scaltro come un vecchio del mestiere. La sua mente è sovraccarica di punti di domanda. Clienti da agganciare e da evitare. Ha a che fare con sguardi innocenti e incazzosi. Egli stesso è un consumatore “contro la società dei consumi”. Sta sul leggero, qualcosina di chimico, ma eroina e bamba tagliate ne come venditore ne come fruitore. Ha a che fare con corpi tatuati, abbigliamenti-divise, battiti b.p.m. e occhiaie all’alba. Il suo slang è cronaca. Partecipa ai rave party perché anche la musica lo convince: intona-rumori, retaggio punk, sintetica-abbagliante. Ma i tempi sono cambiati. All’erta sta. Alcuni furgoni-abitazioni non lo interessano. Non è avido di denaro, solo quello che basta per sbarcare il lunario e un calendario di appuntamenti non imposti ma pensati con diligenza. Non mancano situazioni improvvise tra Milano, Bologna, Firenze e Viareggio. Di queste città conosce paranoie, tasselli deboli, glamour di circostanza, tradizioni orali. La sua testa è un travel-book redatto da mani super specializzate. Sua madre lo avvisava: niente caramelle da sconosciuti. E lui che fa? Talvolta regala o condivide più di quello che vende. È un pusher “armonico”. Pablo Pistolesi, autore di questo romanzo scalpitante, dalla scrittura ironica, pimpante e in perfetto equilibrio tra probabile e improbabile, narra in maniera convincente ambiti con molte sfaccettature, di coreografie visibili e invisibili, di sceneggiature godibili e difettose e sembra dirci: ma la vita (non) è un film. Documento-filo rosso col cyberspazio e impollinazioni sound System. PablitoelDrito è davvero un pusher: ma di libri. Abbinare la visione del film Lo spacciatore di Paul Schrader. Manhattan? Anch’essa era ed è senza bussola.

di Massimo Pirotta

Corriere della Sera, 21 marzo 2017
+ Viaggi libertari della comunità dei rave
La comunità dei raver si sposta per l’Europa in furgoni, vive tra centri sociali, passa le giornate in “sballo” ai margini della società aspettando che nel weekend, in luoghi segreti, tutto esploda nella libertaria “cassa dritta”, il battito che dà ritmo alla musica elettronica delle feste lunghe giorni. È in questo modo che si muove Ernestino, protagonista di Once were ravers, romanzo di Pablito el Drito, attivista e dj che lo presenta stasera alle 21.40 al Cinema Beltrade (via Oxilia 10). Oltre al volume viene proiettato il documentario Nothing Essential Happens in the Absence of Noise di Silvia Biagioni e Pablito condenserà in mezz’ora da dl la storia della techno. L’autore milanese, il cui vero nome è Pablo Pistolesi, 43 anni, ha frequentato anni fa la scena dei rave e il suo personaggio ha il piglio di una gioventù che cerca una libertà alternativa. Un raver idealista, che si ritrova a fare il pusher di droga leggera per mantenersi tra i party, diventa la guida di un girone onirico e psichedelico, dove si ride spesso tra i personaggi scombinati. Fino a che la musica si ferma, per tanti, insieme con un’età: la giovinezza.

di Alessandro Beretta

MilanoX, 6 marzo 2017
+ Once were ravers
Finalmente Pablito el Drito esordisce anche come scrittore.
Il suo primo romanzo, Once were ravers, è un bel libro, non c’è che dire.
Ambientato ai tempi in cui i rave erano un nuovo modo di riappropriarsi degli spazi – illegali, difficili da raggiungere, difficili da lasciare – ne racconta lo spirito senza cadere in comodi rimpianti o idealizzazioni. Lo sballo e la musica, il sentirsi parte di un tutto, il vivere fuori da orari e regole imposti; ma anche il down del post-party, le domande esistenziali, la paranoia e le contraddizioni.
Il protagonista, prima raver e poi spacciatore, accompagna il lettore dalla presa bene alla presa male, dal divertimento all’ansia, dal pieno al vuoto, dalla realtà alla surrealtà. E viceversa. I suoi compagni di vita sono molti, ognuno con la sua storia, ma tutti parte di una stessa storia: una grande famiglia. Milano, Viareggio, Bologna, Firenze. Viaggi in auto, treno, furgone. Ci si incontra e ci si re-incontra, ci si perde e ci si ritrova. E alla fine tutto torna.
“Sesso, droga e dance-hall”, si potrebbe dire, ma sarebbe poco. Alcuni episodi fanno sbellicare dalle risate, altri fanno sentire palpabile la tensione, ma non è solo la storia a fare del libro quello che è: la sinossi è inframmezzata da efficacissime descrizioni e da profonde riflessioni, sia personali che sociologiche.
Lo sguardo dell’autore sa essere ironico ma anche disincantato e severo, intelligente. Il protagonista, nonostante il tipo di vita che conduce, sa esattamente dove si trova, vive appieno il proprio presente. Il G8 di Genova è passato da poco e il suo ricordo è ancora lì che brucia. Il significato più politico antisistema dei rave si va perdendo, si iniziano a vedere cliché da eventi commerciali. E, poi, il mito dello spacciatore che senso ha? Alla fine non è che un lavoro come un altro. Con lo sbattimento che è pure illegale.
La lettura è agile, la scrittura è veloce, diretta, in pieno stile AgenziaX. Completano il libro le immagini di Paolina: collage visionari che, posti ad ogni inizio capitolo, ne riassumono l’essenza.

di MartaX

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