pablito

Once were ravers

www.che-fare.com, 9 maggio 2017
+ Free tekno. La versione di Pablito el Drito

Quando ho scritto Muro di casse non esistevano romanzi ambientati nell’ambito della free tekno e, per quanto riguarda l’Italia, anche la saggistica si limitava a due testi, entrambi editi da Meltemi, di grande valore ma relativi a questioni o ambiti specifici, Free party, technoanomie per delinquenza giovanile di Francesco Macarone Palmieri e Techno: ritmi afrofuturisti di Claudia Attimonelli.
Poco dopo l’uscita del Muro, e senza che ci si fosse messi d’accordo, sono usciti altri tre libri: il romanzo Tekno free Doom di Syd B., il memoir Kernel Panik: sound against system di Alessandro Kola, entrambi editi da NoBook, e il saggio Rave new world di Tobia d’Onofrio, pubblicato da Agenzia X.
Sempre da Agenzia X arriva oggi un quinto titolo ad arricchire la bibliografia italiana su un movimento, quello free tekno, che, partito dal Regno Unito, ha avuto nell’Italia uno dei suoi maggiori crogiuoli assieme a Francia e Repubblica Ceca. Si tratta di Once were ravers di Pablito el Drito, lui stesso dj e faccia nota a chi ha frequentato il movimento rave.
Piuttosto che intervistarlo in modo classico ho preferito fargli commentare alcune frasi ricorrenti, anche contraddittorie tra loro, su cui mi sono confrontato spesso durante le presentazioni di Muro di casse e che in generale sono da anni leitmotiv all’interno della scena (o di quel che ne rimane).

1. Non ci sono più le feste di una volta
Non vado più alle feste (illegali) da più di un decennio, immagino che siano diverse ma in realtà non so in che modo… Dall’esterno vedo che ora è tutto molto più mediatizzato: vent’anni fa se facevi una foto rischiavi le botte, ora sui social vedo selfie a go-go. Vengo dell’epoca del flyer in bianco e nero, senza i nomi dei dj. Alcuni volantini non avevano manco l’infoline, ma solo data luogo e ora del ritrovo (normalmente a 15 minuti in auto dal luogo del party), ora invece tutte quante le info sono ben visibili su Internet. Si è passati dall’“invisibilità come volontà di potenza” (Hakim Bey), ad uno star system alternativo, che utilizza però i canali mainstream (Facebook, Twitter ecc.). Da questo punto di vista è chiaro che il fenomeno è cambiato radicalmente.

2. Al contrario è in atto un rinascimento free tekno
Sicuramente dal punto di vista dei numeri non è un’affermazione azzardata, mi pare che la scena, per quel che sento dire visto che non la frequento più, sia viva e che abbia un buon potenziale. Però cosa si intende con free? Libero o gratuito? Perché, ragionando da dj, non capisco perché la musica debba essere gratuita quando invece si paga tutto il resto, dalla birra alle droghe.

3. Moriremo goani
Rispondo ironicamente, nessuno si offenda: i goani muoiono lontani (Thailandia, India ecc.): più che un movimento musicale mi sono sempre sembrati un’agenzia viaggi… Io che odio l’aereo morirò per forza in Europa, dove il rischio è quello di tirare gli ultimi con il baseball cap e urlando “yo” strafatto di sciroppi per la tosse.

4. La tekno come genere musicale è lettera morta
Probabilmente lo era già 10 anni fa dal punto di vista della ricerca musicale, però appassiona ancora molti che la scoprono proprio ora. La vedo un po’come il punk 77, il reggae o lo ska. Credo che la sperimentazione debba continuare, al di fuori della gabbia dei generi. Ai primi party si suonava di tutto e lo si mischiava, e i più fighi secondo me erano proprio quelli che cercavano di andare oltre le “gabbie” e gli stilemi di ogni singolo genere. La scena breakcore e post-techno è quella che più si è mossa in questa direzione.

5. La scena rave è stata rovinata dal cambiare delle sostanze dominanti
Quello sicuro! Con pasticche e trip si stava benone. Le polveri hanno fatto parecchi danni… Ora si pippano cose che non sanno più manco cosa sono. In più, mi dicono gli amici che si occupano di riduzione del danno, c’è un pericoloso e disinvolto utilizzo di eroina anche nella scena rave, cosa che per noi era tabù. L’eroina è un problema: si inizia e non si finisce più, per questo a mio avviso dovrebbe essere tenuta fuori dalle feste.

6. L’uscita pressoché contemporanea di libri come Muro di casse, Tekno Free Doom, Kernel panik: sound against system, Rave new world e ora il tuo è di per sé la prova di una storicizzazione, e quindi della fine del movimento
Dopo vent’anni di scena italiana era normale che qualcuno cominciasse a parlarne. Ed è stato un bene che a farlo sia stata gente che è stata parte del movimento o che lo ha frequentato comprendendone la filosofia. Credo che sì, il fatto di parlarne, mediando le nostre esperienze, storicizzi. Se pensi al punk, la grande ondata creativa precedente, è successo lo stesso e con le stesse tempistiche. A distanza di vent’anni sono usciti Costretti a sanguinare di Philopat e I ragazzi del mucchio di Bernelli.

7. C’è ancora spazio per la psichedelia nella società futura
Eccome! Pensa alla realtà virtuale o aumentata, credo offra la possibilità di creare e condividere mondi ed esperienze. Io uso il computer quasi solo per scrivere, ma ho amici psiconauti che adorano gli ambienti creati al computer. Poi, dal mio punto di vista, spero che rinasca la psichedelia più tradizionale, quella basata ad esempio, sui funghi magici, da sempre usati in gran parte del pianeta.

8. Il desiderio utopico contemporaneo si è annidato in luoghi astratti e immaginari come la “bolla” delle feste o quella dei giochi di ruolo, o ancora quella della virtualità digitale
Certo, la fantasia si annida dove la realtà diventa plasmabile. Dove il mondo concreto perde importanza, lasciando spazio all’immaginazione. Senza immaginare siamo condannati alla realtà, con le sue brutture. Invece immaginare e plasmare con la mente una realtà diversa è fondamentale, anche dal punto di vista politico!
Per cambiare la realtà bisogna prima sognare qualcosa di diverso, di migliore.

9. La scena rave italiana ha avuto forti specificità regionali e legate alle singole città
Sicuro! E soprattutto in un paese come il nostro. Roma ha avuto una sua scena autoctona, un suo suono riconoscibile; Milano, che è più aperta e cosmopolita ha accolto tanti suoni da ogni dove, per questo la scena milanese è meno caratteristica e più trendy; Torino è stata molto importante per il suo immaginario ex industriale e per gli ampi spazi che ha offerto ai raver.

10. Business / No Businness. Però se poi al party non c’è niente, dispiace
Ehehe. Questa è l’enorme contraddizione della scena rave, ne parlo proprio in Once were ravers. L’utopia della gratuità della festa si scontra con il fatto che le sostanze costano e che si crei un mercato. Il problema vero secondo me è chi gestisce questo mercato. Sarebbe bello se i partecipanti autoproducessero le sostanze e le gestissero in maniera intelligente. Il problema di fondo è che per farlo bisogna superare il proibizionismo, che è un’ideologia che ha fatto solo danni. Dal mio punto di vista sarebbe utile iniziare un percorso autonomo e condiviso di ricerca del piacere, evitando gli eccessi, magari riscoprendo l’uso di sostanze naturali molto antiche (erba, funghetti, efedra, oppio…). Suona un po’ come una fricchettonata, però è l’unica via per non alimentare le mafie che dominano gran parte del mercato. Però deve essere fatto riscoprendo anche la dimensione del rito, il suoi tempi dilatati, che si contrappongono alla frenesia delle nostre vite.

11. Bonus track (questa è una domanda): come nasce e si sviluppa Once were ravers?

Il libro nasce dall’esigenza di raccontare la scena rave di inizio millennio senza censure, in maniera diretta, veloce, sgamata. L’ho iniziato quando vivevo in uno squat alla periferia di Parigi, quasi cinque anni fa; l’ho finito al mio ritorno in Italia. Una volta scritto, l’ho lasciato a macerare qualche anno, fino a che Marco Philopat, direttore editoriale di Agenzia X, la scorsa estate mi ha esortato a modificarlo in alcune parti. Massimo Berni, un ottimo editor, mi ha aiutato ad accorciarlo e velocizzarlo ulteriormente. Il protagonista Ernesto è un ventottenne che ha un passato da precario e attivista. È uno che un anno prima, nel 2001, era al G8 di Genova. Nell’estate del 2002 lascia il lavoro e si dedica a tempo pieno ai rave. Lo scontro con la realtà è sempre duro, e non solo il lunedì mattina… perché da idealista e sognatore Ernesto diventa un abile pusher. È un romanzo divertente, dolceamaro, pieno zeppo di droghe sintetiche, si legge tutto di un fiato. Non aggiungo altro per non rovinarvi la lettura!

di Vanni Santoni

Il mucchio selvaggio, maggio 2017
+ Pablito el Drito. Once were ravers
Voto: 7
Il weekend: chi l’aperitivo-cena con sedie e tavolini, chi l’area dismessa e mani al cielo e tutti giù per terra. Ernestino è un “postino” illegale. Ha basi itineranti e frequenta ambiti sia esilaranti sia opachi. È uno spacciatore, ha vissuto tempi migliori ma non li ricorda. È sempre di fretta, guardingo e scaltro come un vecchio del mestiere. La sua mente è sovraccarica di punti di domanda. Clienti da agganciare e da evitare. Ha a che fare con sguardi innocenti e incazzosi. Egli stesso è un consumatore “contro la società dei consumi”. Sta sul leggero, qualcosina di chimico, ma eroina e bamba tagliate ne come venditore ne come fruitore. Ha a che fare con corpi tatuati, abbigliamenti-divise, battiti b.p.m. e occhiaie all’alba. Il suo slang è cronaca. Partecipa ai rave party perché anche la musica lo convince: intona-rumori, retaggio punk, sintetica-abbagliante. Ma i tempi sono cambiati. All’erta sta. Alcuni furgoni-abitazioni non lo interessano. Non è avido di denaro, solo quello che basta per sbarcare il lunario e un calendario di appuntamenti non imposti ma pensati con diligenza. Non mancano situazioni improvvise tra Milano, Bologna, Firenze e Viareggio. Di queste città conosce paranoie, tasselli deboli, glamour di circostanza, tradizioni orali. La sua testa è un travel-book redatto da mani super specializzate. Sua madre lo avvisava: niente caramelle da sconosciuti. E lui che fa? Talvolta regala o condivide più di quello che vende. È un pusher “armonico”. Pablo Pistolesi, autore di questo romanzo scalpitante, dalla scrittura ironica, pimpante e in perfetto equilibrio tra probabile e improbabile, narra in maniera convincente ambiti con molte sfaccettature, di coreografie visibili e invisibili, di sceneggiature godibili e difettose e sembra dirci: ma la vita (non) è un film. Documento-filo rosso col cyberspazio e impollinazioni sound System. PablitoelDrito è davvero un pusher: ma di libri. Abbinare la visione del film Lo spacciatore di Paul Schrader. Manhattan? Anch’essa era ed è senza bussola.

di Massimo Pirotta

Corriere della Sera, 21 marzo 2017
+ Viaggi libertari della comunità dei rave
La comunità dei raver si sposta per l’Europa in furgoni, vive tra centri sociali, passa le giornate in “sballo” ai margini della società aspettando che nel weekend, in luoghi segreti, tutto esploda nella libertaria “cassa dritta”, il battito che dà ritmo alla musica elettronica delle feste lunghe giorni. È in questo modo che si muove Ernestino, protagonista di Once were ravers, romanzo di Pablito el Drito, attivista e dj che lo presenta stasera alle 21.40 al Cinema Beltrade (via Oxilia 10). Oltre al volume viene proiettato il documentario Nothing Essential Happens in the Absence of Noise di Silvia Biagioni e Pablito condenserà in mezz’ora da dl la storia della techno. L’autore milanese, il cui vero nome è Pablo Pistolesi, 43 anni, ha frequentato anni fa la scena dei rave e il suo personaggio ha il piglio di una gioventù che cerca una libertà alternativa. Un raver idealista, che si ritrova a fare il pusher di droga leggera per mantenersi tra i party, diventa la guida di un girone onirico e psichedelico, dove si ride spesso tra i personaggi scombinati. Fino a che la musica si ferma, per tanti, insieme con un’età: la giovinezza.

di Alessandro Beretta

MilanoX, 6 marzo 2017
+ Once were ravers
Finalmente Pablito el Drito esordisce anche come scrittore.
Il suo primo romanzo, Once were ravers, è un bel libro, non c’è che dire.
Ambientato ai tempi in cui i rave erano un nuovo modo di riappropriarsi degli spazi – illegali, difficili da raggiungere, difficili da lasciare – ne racconta lo spirito senza cadere in comodi rimpianti o idealizzazioni. Lo sballo e la musica, il sentirsi parte di un tutto, il vivere fuori da orari e regole imposti; ma anche il down del post-party, le domande esistenziali, la paranoia e le contraddizioni.
Il protagonista, prima raver e poi spacciatore, accompagna il lettore dalla presa bene alla presa male, dal divertimento all’ansia, dal pieno al vuoto, dalla realtà alla surrealtà. E viceversa. I suoi compagni di vita sono molti, ognuno con la sua storia, ma tutti parte di una stessa storia: una grande famiglia. Milano, Viareggio, Bologna, Firenze. Viaggi in auto, treno, furgone. Ci si incontra e ci si re-incontra, ci si perde e ci si ritrova. E alla fine tutto torna.
“Sesso, droga e dance-hall”, si potrebbe dire, ma sarebbe poco. Alcuni episodi fanno sbellicare dalle risate, altri fanno sentire palpabile la tensione, ma non è solo la storia a fare del libro quello che è: la sinossi è inframmezzata da efficacissime descrizioni e da profonde riflessioni, sia personali che sociologiche.
Lo sguardo dell’autore sa essere ironico ma anche disincantato e severo, intelligente. Il protagonista, nonostante il tipo di vita che conduce, sa esattamente dove si trova, vive appieno il proprio presente. Il G8 di Genova è passato da poco e il suo ricordo è ancora lì che brucia. Il significato più politico antisistema dei rave si va perdendo, si iniziano a vedere cliché da eventi commerciali. E, poi, il mito dello spacciatore che senso ha? Alla fine non è che un lavoro come un altro. Con lo sbattimento che è pure illegale.
La lettura è agile, la scrittura è veloce, diretta, in pieno stile AgenziaX. Completano il libro le immagini di Paolina: collage visionari che, posti ad ogni inizio capitolo, ne riassumono l’essenza.

di MartaX

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