Premio Dubito 2016



mela

Mela marcia

www.finzionimagazine.it, 20 novembre 2011
+ Lo show del trapasso
È giunto il tempo assoluto della spettacolarizzazione della morte: il distacco dall’umano è sublimato da una costante ricerca del misfatto, cruento o dolce che sia, immane o semplicemente naturale, lo show del trapasso ha raggiunto vette inarrivabili e, forse, addirittura inaspettate.
Negli ultimi tempi, sono tre i decessi che hanno condizionato e fatto convergere tutte le attenzioni dei media, con relativi iter propagandati di passaggio (dimensionale? Animistico? Nulla di tutto ciò?): la santificazione di Steve Jobs, la demonizzazione violenta di Gheddafi, Marco Simoncelli (sconcerto e cordoglio più che giustificati, ma anche qui c’è un problemino comunicativo).
Che Steve Jobs fosse tutt’altro che un santo, si sa: di certo è un figura forte che rimarrà negli anni come punto di riferimento per molti, ma, quando si arriva a quei livelli, l’immondizia finisce sotto il tappeto. Mela Marcia, raccolta di brevi saggi di autori vari riuniti sotto il nome di NGN, pubblicata da Agenzia X, porta a galla le nefandezze nel nostro, o meglio, di Apple.
Si parla del caso Gizmodo, di Steve Wozniak e soprattutto della sistematica chiusura dei sistemi fruttati: tutto bello e tutto giusto, ma a volte gli haters a tutti i costi finiscono nel girone dantesco dei fanboys e questo crea inevitabilmente fastidio. Criticare il criticabile è sacrosanto, ma in fondo, la tecnologia è nata per semplificare la vita, e un Mac, senza le menate che indiscutibilmente accompagnano un pc, svolge il suo compito. Ipod, Ipad e Iphone sono da mettere sul banco degli imputati (anche per i costi proibitivi), ma fare di tutta l’erba un fascio scioglie la disamina, soprattutto perché a gran parte delle persone, interessa meno di nulla sapere come smanettare su un sistema operativo. Interessante comunque, ma quantomeno parziale.
Gheddafi (morto o non morto che sia, c’è gente che festeggia per il Governo Monti quindi siamo arrivati al punto di credere veramente a tutto), saltando a piè pari la sua ben nota storia, va menzionato per quello che è stato dato in pasto al telespettatore mondiale: un cadavere devastato (o fantoccio, tanto per ribadire che gli americani e corte dei miracoli relativa vanno presi con le pinze) sbattuto in faccia ad un mondo seduto a tavola. Uno che l’atro ieri si baciava con il premier, ora è piazzato lì, pallido e privo di vita, in balia di frasi come “Ecco Gheddafi, ammazzato e trascinato bla bla bla”, come se stessimo parlando dell’Ice Truck Killer, o perché no, visti i tempi, del Doomsday Killer.
Lungi da me difendere il personaggio in esame, ma i modi sono veramente abominevoli (e lo dice il più grande fruitore al mondo [magari!] di film horror.
Perché far vedere un vecchio morto è diventato uso comune? Forse perché la vecchiaia ci circonda, nascosta dietro i titoloni del “vivremo più al lungo” se non addirittura “vivremo per sempre”? Il pamphlet di Stefano Benzoni, uscito qualche anno fa per ISBN, intitolato I giovani non esistono, corre spedito verso il fulcro della questione: l’anzianità è una moda ed un vanto, perché, ormai, un privilegio. Anzianità intesa come benessere guadagnato (o regalato), elemento che noi, giovani d’oggi non conosceremo mai.
Tra una citazione di Bianciardi ed una dei Simpson, tra un Pasolini ed un De Lillo, il neuropsichiatria Benzoni dipinge un ritratto tragico ed esilarante, in cui la vecchiaia è vista come anti strategia di marketing, come inconveniente urbano, come sofferenza, ma solo ai nostri occhi, loro stanno bene, dentro.
Di Simoncelli che dire? Un ragazzo giovane che muore facendo quello che ama (ammazza che retorica!) è un’immagine perfino romantica, ma è macchiata dalla riproposizione forsennata e ripetuta delle immagini della fine: ovunque e a qualunque ora la moto che cade-il casco che si toglie-l’amico che lo investe (mela+u, mela+b,mela+i), in un dramma che diventa farsa. La giovinezza stroncata come neanche in, appunto, Giovinezza di Joseph Conrad, racconto nostalgico e marinaro, dove la memoria del vigore diventa testamento spirituale: dopo la giovinezza, il nulla.
Qual è la strada giusta, dove la realtà combacia con la visione?

di Stefano Fanti

L’Unità, 8 ottobre 2011
+ L’altra faccia della mela
Alla morte di Steve Jobs la mia bacheca su facebook è stata inondata da status di cordoglio. Ma anche su stampa e tv si è celebrato unanimemente il “genio” di Jobs. Come ha ricordato Andrea Scarabelli sul suo blog Il Peccatore, “esiste una parte della rete, quella dei pionieri in assoluto, gli hacker e i primi esploratori digitali, che hanno una visione del tutto diversa”. Sono andato a vedermi il libro indicato, Mela marcia, pubblicato l’anno scorso da Agenzia X, scaricabile liberamente dal sito (www.agenziax.it). È stato scritto dal collettivo Ngn, composto da giornalisti e mediattivisti. Ngn sta per “nessun grande nemico”, a dire che non si tratta di fare una crociata contro la Apple, ma di prender coscienza delle strategie invasive dell’Information and Communication Technology e il loro ruolo nella “recinzione” privata del sapere. È “un atto d’accusa contro tutte le multinazionali e corporation che sempre più spesso vengono attratte dal lato oscuro del business, mega aziende blindate che impongono i propri modelli e linguaggi (manco a dirlo) privati e proprietari, costruendo steccati laddove c’erano libere cyber-praterie”. Il prodotto Apple impone infatti il suo linguaggio, alla lunga esclusivo, “che non ha nessuna intenzione di collaborare e interagire con altri linguaggi esistenti”: il business aziendale, insomma a scapito di una possibilità di comunicazione trasversale aperta ad altri prodotti tecnologici, come dovrebbe essere nell’era dell’open source. Nel libro, anche riflessioni molto interessanti sui numerosi suicidi di lavoratori cinesi alla Foxconn (che produce per Apple) e la vicenda dell’editor del blog Gizmodo che ha subito l’irruzione della polizia e il sequestro di tutto il suo materiale per uno scoop sull’iPhone. Da meditare, per evitare santificazioni fuori luogo.

di Marco Rovelli

www.gqitalia.it, 7 novembre 2011
+ Il lato oscuro di Steve Jobs
Si sa, da Wojtyla in poi chiunque è “Santo subito”. La canonizzazione di Steve Jobs è già partita. Ma noi, da bravi peccatori, ricordiamo anche la parte marcia della mela!
Sono tempi impazienti e nessuno è disposto ad aspettare anni, se non secoli, per una canonizzazione. Figurarsi i media. Ne abbiamo avuto la riprova ieri, con la reazione che ha avuto la stampa, il web e ogni mezzo di comunicazione di fronte alla morte di Steve Jobs. Gli aggettivi cubitali si sono subito sprecati, e l’ex Ceo di Apple è stato subito etichettato come genio, visionario, angioletto appollaiato su una iCloud, esempio fulgido di imprenditore e innovatore.
Ma noi che peccatori saremmo se non facessimo almeno un po’ la voce fuori dal coro?
Senza voler demonizzare nessuno – proprio come non ha senso fare l’inverso – proviamo a ricordare anche i lati oscuri di Steve Jobs.
Esiste infatti una parte della rete, quella dei pionieri in assoluto, gli hacker e i primi esploratori digitali, che hanno una visione del tutto diversa: Jobs sarà stato un genio del marketing e un’artista della comunicazione, senza dubbio, ma non dell’informatica.
In realtà, l’immagine romantica legata all’azienda di Cupertino – nata in un garage da un gruppo di hacker, e poi spostatasi in uffici dalle quali finestre sventolava la bandiera dei pirati – deve ben poco a Jobs. Nella neonata Apple c’erano due Steve: l’altro era Wozniak, classico esempio di geek, che all’università costruiva i primi prototipi, le cosiddette Blue Box, per semplici incursioni hacker e divertimento. Fu Jobs che, appena conosciutolo, a intuire il potenziale commerciale e a trasformare quello che per Wozniak era un hobbie in lavoro.
Fin qui tutto bene.
Di meno positivo c’è lo scontro avvenuto successivamente tra i due Steve. La mentalità di Wozniak era che tutti i prodotti Apple dovessero adattarsi all’etica del Free Software, all’insegna della condivisione e della possibilità per ciascun utilizzatore di poter eventualmente “metterci le mani dentro”, da bravi meccanici digitali. Per Jobs tutto il contrario. In gergo geek, è la famosa divisione tra utenti e utonti, chi è consapevole di ciò che sta usando e chi lo subisce passivamente. La filosofia di Jobs era quella del Walled Garden, il giardino recintato: un bello spazio dal quale non si può uscire. Portata poi all’estremo dai device, strumenti assolutamente non versatili e che funzionano soltanto grazie alle applicazioni e ai programmi strettamente Apple.
Insomma, un’inversione di tendenza totale, sempre più marcata negli anni.
Di recente, l’impero di Apple ha svelato altri lati oscuri: come la vera e propria incursione stile teste di cuoio nella casa di un blogger di Gizmodo colpevole di aver fatto uno scoop sul nuovo Iphone, oppure il caso della fabbrica di Foxconn dove 24 ore su 24 vengono assemblati i vari iPod e iPhone da operai cinesi che, per un salario di 100 euro al mese, in condizioni talmente allucinanti (come svelato da vari reportage) da portare a un altissimo tasso di suicidi. C’è addirittura stato chi lo ha associato alla primavera araba e alle mobilitazioni via web, dimenticando che lui ha più volte ribadito di “non volere una nazione di blogger”.
Per chi fosse interessato all’argomento, c’è un pamphlet uscito un anno fa che torna alla ribalta, s’intitola appunto Mela marcia, edito da Agenzia X, firmato da un collettivo hacker. Che, secondo il principio free, esiste anche in formato digitale oltre che cartaceo.
Ovviamente, gratuito.

di Andrea Scarabelli

La Repubblica, 6 ottobre 2011
+ Tutto Steve Jobs, pagina per pagina. Guida alle biografie, autorizzate e non
Come le gesta del genio di Apple hanno riempito gli scaffali: nei racconti delle sue scalate, nelle analisi, negli scoop veri o presunti tali, si è esercitata negli anni una folta pattuglia di giornalisti. Molti i best-seller. Pochissimi quelli che non hanno fatto infuriare il magnate di CupertinoIl primo lo ha scritto Michael Moritz, allora corrispondente di Time magazine, oggi investitore finanziario e partner dello fondo Sequoia Capital, nonché membro del consiglio di amministrazione di Google dal 1999 al 2007 e poi della società LinkedIn. Dopo di lui, però, molti hanno preso carta e penna per scrivere libri dedicati a Steve Jobs, alla sua avventura professionale oltre che personale. Eppure, il suo The Little Kingdom: The Private Story of Apple Computer, edito da William Morrow & Co nel 1984 rappresenta tuttora un punto di partenza imprescindibile, per quel suo sguardo dentro alle cose della Silicon Valley e l’acume con cui disegna lo scenario dentro al quale si svolgono i fatti. Una sensibilità maturata negli anni, respirando lo stesso clima in cui hanno vissuto a quel tempo decine di numeri uno dell’industria informatica, Steve Jobs compreso. Peccato solo che si tratti di un testo non ancora (e forse mai lo sarà) tradotto in italiano. E non è un caso. Sono infatti pochi i testi sulla vita di Steve Jobs in lingua italiana, alcuni addirittura ormai di difficile reperibilità. Come Io, la Pepsi e la Apple, scritto da quel Ceo di Apple che ebbe l’ardire di sfidare Steve Jobs e l’opportunità di detronizzarlo dalla sua stessa azienda nel 1985. Stiamo parlando di John Sculley che, insieme e John A. Byrne, firmò una propria versione dei fatti, tradotta da Sperling & Kupfer nel 1988. O come il lucidissimo e prezioso The Second Coming of Steve Jobs di Alan Deutschman pubblicato da Broadway nel 2001, proposto l’anno successivo sul mercato italiano da una piccola casa editrice, Arcana, con un titolo curioso, per non dire brutto, e una copertina se possibile ancora peggio: I su e i giù di Steve Jobs. Il fondatore della Apple e della Pixar, l’inventore del Mac e dell’iMac.
In realtà, dall’altra parte dell’oceano, da quando Mr Apple aveva fatto capire di che pasta era fatto, si sono susseguite ininterrottamente biografie, rendiconti, analisi, scoop veri o presunti tali, su cui è fiorita una folta pattuglia di giornalisti e relativa produzione di best-seller dedicati al magnate di Cupertino. Tre anni dopo The Little Kingdom, nel 1987, esce per Scott Foresman Trade, Steve Jobs, the Journey Is the Reward, firmato da uno dei più assidui autori di monografie sul guru di Cupertino: Jeffrey S. Young. In questo caso, il libro si concentra sugli anni precedenti alla nascita di Apple e soprattutto, diversamente dal testo di Michael Moritz, dedica ampio spazio a Steve Jobs piuttosto che all’azienda.
Nel 1990 l’editore Harpercollins pubblica The MacIntosh Way, dell’ex software “evangelist” di Apple, nonché responsabile del marketing per il Macintosh nell’anno del suo debutto sul mercato: l’americano-giapponese Guy Kawasaki. Lo stesso che, intervistato dalla rete televisiva Bloomberg, confessò candidamente: “Spiegare Steve Jobs? È un sistema operativo diverso dai noi semplici mortali. Per questo, se un semplice mortale volesse spiegare cosa sta passando per la testa a Steve Jobs, sarebbe come spiegare a un pesce cosa vuol dire volare”. Sulla scia del mito creato intorno al Mac, c’è anche da segnalare Insanely Great: The Life and Times of Macintosh, the Computer that Changed Everything del giornalista di Wired, Steven Levy, pubblicato da Pinguin nel 1994. Da non perdere.
Un posto speciale nella bibliografia di Steve Jobs lo ricopre, inoltre, Robert X. Cringely, per il suo Accidental Empires di Harper Paperbacks uscito nel 1995. Dipendente Apple numero 12, Cringely non solo è noto per il suo stile divertente, ma anche per la amabilità narrativa (specie in video) con cui conduce il lettore a fare la conoscenza di personaggi apparentemente secondari, ma di primaria importanza. Nel libro, l’autore racconta della vita nella Silicon Valley e un capitolo, “Il profeta”, è dedicato proprio a Steve Jobs.
C’è poi un ristretto gruppo di volumi che merita un posto sullo scaffale, per via dell’autore che lo ha firmato o del tema di cui tratta. John Sculley – il Ceo di Apple al tempo della cacciata di Jobs dalla azienda – non è, per esempio, l’unico amministratore delegato della Mela ad aver mandato alle stampe “una propria versione dei fatti” su come sono andate le cose tra lui e Mr Apple. Anche Gil Amelio, numero uno a Cupertino dal 2 febbraio 1996 al 4 luglio 1997, l’ultimo Ceo prima del grande rientro di Jobs all’ovile. On the Firing Line: My 500 Days at Apple, scritto insieme a William L. Simon per Harper Paperbacks nel 1999 è un lungo e a tratti amaro resoconto di una occasione mancata (da parte dello stesso Amelio, s’intende). Imperdibile è poi Revolution in the Valley: The Insanely Great Story of How the Mac Was Made (O’Reilly Media, 2004), ad opera di uno dei più importanti programmatori e membri del mitico “Mac Team”, il gruppo che si occupò della realizzazione del primo Macintosh, al secolo: Andy Hertzfeld.
Di sicuro interesse, poi, è il romanzo della sorella di Steve Jobs, la scrittrice Mona Simpson: A Regular Guy edito da Vintage Books nel 1997. Il suo terzo lavoro. Qui, il protagonista è nientedimeno che il fratello sotto mentite (nemmeno tanto mentite) spoglie. L’autrice mette in scena la figura di un ragazzo molto ambizioso della Silicon Valley, una stella nascente dell’industria informatica, e indaga sul rapporto che quest’ultimo ha con la figlia non voluta. Una trama che non può non ricordare, anche ai meno informati, la vita di Steve Jobs e della sua primogenita, Lisa Brennan-Jobs.
Parlando di fiction, si passa a un altro testo, questa volta di carattere storico, che però aiuta a capire il contesto nel quale Steve Jobs e gli altri pionieri informatici hanno vissuto e di cui hanno largamente goduto agli inizi della propria carriera. Stiamo parlando di Making Silicon Valley: Innovation and the Growth of High Tech, 1930-1970 di Christophe Lécuyer, analista senior presso l’Università della California. Un imponente ed essenziale quadro sul perché tutto è cominciato proprio lì. Il libro è stampato da The MIT Press nel 2007.
Nella lista dei libri utili per conoscere meglio Steve Jobs, ma non necessariamente biografie o agiografie del pupillo di Cupertino, non possono mancare infine altri due testi, unici nel loro genere ma completamente diversi l’uno dall’altro. Il primo è iWoz: Computer Geek to Cult Icon: How I Invented the Personal Computer, Co-Founded Apple, and Had Fun Doing It, scritto dal cofondatore della Apple, Steve Wozniak, insieme a Gina Smith per W. W. Norton & Company nel 2007. Un must: i retroscena, i primi incontri, i litigi, gli scherzi, ma anche lunghe digressioni tecniche su come Apple è venuta a capo di alcune fra le soluzioni più strabilianti per il mercato pc, e ancora l’abbandono dall’azienda, l’impegno filantropico, il rapporto con Jobs. Una sorta di autobiografia del primo Mr Apple scritta però dal suo alter ego. Alcuni osservatori hanno commentato: tutto ciò che Steve Jobs era. E non è più.
Infine, un libro sui generis, ovvero Options: The Secret Life of Steve Jobs, del giornalista e autore del blog The Secret Diary of Steve Jobs, Daniel Lyons, uscito per Da Capo Press nel 2008. Una parodia e non una vera e propria biografia che fa il verso ai tic, alle leggende, al comportamento iracondo, egocentrico e lunatico del boss della Mela. Che prende spunto dai post pubblicati online, per molto tempo coperti da anonimato. Raccomandato ai tifosi da stadio (ma poco permalosi) del gran capo.
A seguire, dal 1998 in poi, sono arrivati sugli scaffali una serie di libri sempre meno attenti alla figura di Steve Jobs in sé, e più concentrati sull’azienda, i suoi prodotti, e le sue principali caratteristiche: tentativi più o meno riusciti di oltrepassare quella cortina di segretezza che Apple ha voluto costruire intorno a sé. Ecco allora Apple: The Inside Story of Intrigue, Egomania, and Business Blunders di Jim Carlton (Harper Paperbacks, 1998), oppure Infinite Loop, scritto da Michael Malone (Doubleday Business, 1999) o il più noto e forse godibile Apple Confidential 2.0: The Definitive History of the World’s Most Colorful Company di Owen Linzmayer (No Starch Press, 2004). E poi ancora The Cult of Mac (No Starch Press, 2006) del giornalista di Wired, Leander Kahney. Autore, quest’ultimo, anche di The Cult of iPod (No Starch Press, 2005) e del best-seller tradotto in italiano Nella testa di Steve Jobs. La gente non sa cosa vuole, lui sì, per Sperling & Kupfer, nel 2009.
Per finire questa ulteriore infornata di analisi sul mondo Apple con iCon Steve Jobs: The Greatest Second Act in the History of Business, del solito Jeffrey S. Young e William L. Simon (che aveva già firmato il libro con Gil Amelio, e che nel 2011 ne scriverà un terzo, Steve Jobs. L’uomo che ha inventato il futuro, insieme a Jay Elliot, tradotto in Italia da Hoepli nello stesso anno). Insomma due super-esperti che ci riprovano, a dire il vero “ricicciando” – si dice in gergo – un po’ dai lavori precedenti. Perché è vero che Jobs è soprattutto Apple, ma anche è NeXT, Pixar e Disney. Ovvero le tre società che ha contribuito a creare in prima persona o di cui è (stato) direttamente coinvolto. Per chi fosse curioso, allora, di leggere sugli anni di Steve Jobs alle prese con l’azienda fondata dopo essersene andato da Apple nel 1985, la NeXT, il libro più indicato è Steve Jobs & The NeXT Big Thing, edito da Scribner nel 1993. Lo firma il commentatore del New York Times (autore della rubrica “Digital Domain”), nonché professore alla San Jose State University, Randall E. Stross. Nel 2006, invece, esce DisneyWar di James B. Stewart (Simon & Schuster), dove si raccontano fra le altre cose gli anni della svolta e la relativa caduta dell’allora amministratore delegato, Michael Eisner, in favore della Pixar e di Jobs. E à propos, ecco The Pixar Touch di David A. Price per Vintage lanciato nel 2008. Piacevole.
Nello stesso anno esce nel Bel Paese uno dei primi libri scritti da un giornalista italiano. Antonio Dini firma Emozione Apple. Fabbricare sogni nel XXI secolo, edito da Il Sole 24 Ore. Agile, scritto bene, frutto di grande professionalità, ma anche di una genuina passione per la Mela. Forse eccessivamente filosofico in alcuni parti. Più che una biografia, una lunga riflessione a cuore aperto sul perché Apple riscontra un grande successo. Stesso dicasi, ma in tono minore, del libricino Steve Jobs. Giù le mani dal guru, di J. Giakomix edito dal piccolo editore Bevivino nel 2009.
Stesso anno n cui, però, scende in campo un peso massimo: quello stesso Michael Moritz, che aveva dato alle stampe il primo libro su Jobs e dintorni, ritorna ed offre (solo in inglese) il secondo tempo della saga: Return to the Little Kingdom: How Apple and Steve Jobs Changed the World (Overlook Hardcover, 2009). E proprio mentre in Italia viene tradotto da Sperling & Kupfer un libro su Steve Jobs come “trascinatore delle folle”: Essere Steve Jobs. La gente non sa come dirlo, lui sì di Carmine Gallo (The Presentation Secrets of Steve Jobs: How to Be Insanely Great in Front of Any Audience, McGraw-Hill, 2009). Lui è il titolare della Gallo Communications, un agenzia di comunicazione al servizio di grandi aziende high-tech, nonché ex reporter e mezzo busto delle reti televisive CNN e CBS. Facile intuire il contenuto (implicitamente autopromozionale) del libro. Mac-isti e lettori curiosi si sentano pure esonerati dalla lettura.
Ed eccoci al clou, al gran finale. Condizioni di salute di Steve Jobs a parte (forse), il mondo dell’editoria ha dimostrato negli ultimi anni un interesse crescente per tutto ciò che ruota intorno ad Apple. Diversi editori si sono dati da fare per trovarsi pronti al momento giusto fornendo ai lettori il miglior racconto possibile sulle vicende di una fra le figure più importanti degli ultimi 40 anni, sulla sua azienda, e sui prodotti che da anni stanno spopolando: iPod, iPhone e iPad in primis. Ma con il crescere del successo è cresciuta anche la curiosità da parte di molti di andare a vedere cosa c’è dietro al grande impero della Mela, portando talvolta alla luce episodi non proprio edificanti della vita di Steve Jobs e ancor più dell’azienda. Nasce così nel 2010, ad esempio, l’opera del Collettivo NGN che grazie all’Agenzia X ha dato alle stampe Mela marcia. La mutazione genetica di Apple. A cui fa seguito La mela bacata. Le contraddizioni del sogno di Steve Jobs di Fabio De Ponte per Editori Internazionali Riuniti l’anno successivo. Indagini ad ampio spettro sui lati meno conosciuti e dibattuti: dallo strapotere di Apple e Steve Jobs, al caso “Gizmodo” e relative controversie giudiziarie ai danni di un giornalista per aver rivelato un prototipo dell’iPhone 4, fino alla questione “Foxconn”, il produttore cinese dei gioielli di casa Cupertino, accusata di ritmi massacranti ai danni dei propri operai, utilizzo di gas tossici, e lavoro minorile.
Per concludere, due libri biografici molto attesi per fine 2011. Anzi, per quanto riguarda il primo, attesissimo. Si tratta delle prima (e unica) biografia autorizzata di Steve Jobs, edito da Mondadori e disponibile su qualsiasi piattaforma online, oltre che ovviamente in edicola dal 21 novembre 2011. Un titolo che più semplice e didascalico non si può, e che farà felice non solo i mac-isti più intransigenti, ma anche i motori di ricerca online: Steve Jobs.
L’autore è davvero un jolly, comparso in libreria dopo essere scivolato dalle maniche dell’editore Simon & Schuster: Walter Isaacson. Presidente e Ceo dell’Aspen Institute, è stato chairman e Ceo della Cnn e già caporedattore del Time. Autore di diverse biografie di successo su Albert Einstein, Benjamin Franklin e Henry Kissinger, Isaacson ha passato gli ultimi due anni a raccogliere materiale e fare oltre 40 interviste con amici e parenti di Steve Jobs. Ma soprattutto facendolo con il suo nulla osta. Il tomo che Mondadori ha deciso di sfornare a fine anno, dopo aver acquistato i diritti dall’editore americano per l’Italia, supera le 400 pagine e c’è da scommetterci che non passerà inosservato.
Infine, l’immancabile biografia non autorizzata. Nessuna agiografia, ma un libro destinato a quel pubblico deciso a farsi raccontare in presa diretta la storia professionale e privata di Steve Jobs, dalla nascita alle sue recenti dimissioni da Apple, da Riccardo Bagnato, giornalista che ha seguito Apple da vicino per diverse testate (fra cui Repubblica.it) negli ultimi 10 anni. Il titolo? iJobs, biografia non autorizza di Mr Apple, edito da Manni Editore.
www.infoaut.org, 4 maggio 2011
+ Mela marcia
Non amiamo particolarmente le iconografie che ruotano attorno alle figure dei grandi fratelli (virtuali e reali) che perpetuano letture di impotenza e fatalismo e sviliscono le prospettive delle resistenze, delle insorgenze e delle lotte collettive che si danno rispetto a svariati regimi di controllo.
Però, dopo aver visto il famoso spot pubblicitario della Apple in occasione del lancio del primo Macintosh (il prossimo 24 gennaio Apple Computers introdurrà Macintosh. E vedrete perché il 1984 non sarà come “1984”) detournato sia da Defectivebydesign.org (la settennale campagna della Free Software Foundation contro le tecnologie DRM) che da DVD Jon (il famoso ideatore dell’algoritmo che ha permesso di craccare le protezioni dei DVD e di Doubletwist, un programma in grado di liberare dal DRM varie tipologie di file) qualche domanda ce la siamo posta.
Nel 1984 l’attore dominante nel mercato degli elaboratori era “Big Blue” IBM, l’azienda leader nel settore dei costosi e centralizzati mainframe alla base della produzione telematica di quel periodo. Un’egemonia riflessa dallo schermo, appunto di colore bluastro, del Big Brother, mandato in frantumi dalla ginnasta-Apple (altra connessione subliminale con le Olimpiadi di Los Angeles di quell’anno, boicottate dalla centralista Unione Sovietica) nello spot firmato da Ridley Scott.
Quali sono stati allora i passaggi perché nei venticinque anni successivi l’azienda protagonista della rivoluzione del personal computing si facesse interprete di nuovi processi di verticalizzazione dell’industria digitale?
Su quali basi si sono evolute le strategie di marketing di Apple dai prodromi di quella qualità tecnologica e libertà di scelta simboleggiate dalla mela multicolore, in un mondo dell’ICT ancora in bianco e nero?
Nel confronto con questi interrogativi ci viene in aiuto l’opera del collettivo NGN che con Mela marcia, pubblicata per i tipi di Agenzia X sotto licenza Creative Commons BY-NC-ND. La “mutazione genetica di Apple”, come viene definita nel sottotitolo del libro, viene esaminata sotto le molteplici lenti competenziali degli autori (giornalisti e mediattivisti) attraverso un percorso che interessa le sfere delle public relations, della cultura aziendale, del marketing emozionale e del modello di business delle piattaforme Apple, per finire con delle istantanee sui casi più controversi (dai limiti tecnici mostrati dall’Ipad rispetto alle sue promesse, alla recente ondata di suicidi tra i lavoratori delle fabbriche cinesi in cui i prodotti Apple vengono assemblati) di cui la casa di Cupertino si è ritrovata protagonista più o meno volontaria.
L’analisi di NGN è a tutto campo: si parte dalla narrazione dall’ossessione del controllo di Apple (diretto ed indiretto) sulla propria rappresentazione mediale e sulle stesse fughe di notizie rispetto ai propri prodotti, attraverso le testimonianze di blogger ed insider ed indiscrezioni sulle policies di sicurezza interna dell’azienda. Si passa quindi a tratteggiare la genesi di quest’ultima, con l’introduzione di logiche aziendaliste e di profitto nell’indipendente ed amatoriale comunità hacker degli anni ‘70 (il che alla fine dei giochi è ben reso dal caso di A.J., un ingegnere di Apple licenziato per aver mostrato senza permesso l’anteprima dell’Ipad G3 a Steve Wozniak, cofondatore dell’azienda). Dalla genesi della Mela all’affermazione del suo brand presso ampie fasce di consumatori globali il passo è breve, ed il libro prosegue illustrando le strategie retoriche, di fidelizzazione e distribuzione dei propri prodotti che permettono a Steve Jobs di mobilitare un’intera comunità di fan ad ogni talk, pronta a sostenere lunghe code per mettere le mani sull’ultimo gadget del proprio beniamino senza curarsi dei problemi tecnici inerenti e delle implicazioni in gioco rispetto alla circolazione dei beni digitali. Infatti il successivo approfondimento, che ha il merito di ampliare la discussione coinvolgendovi attori come Amazon, NewsCorp e Google, inquadra il ruolo della casa di Cupertino nel processo tuttora in corso di recinzione e diversificazione della circolazione dei contenuti editoriali e degli organi di informazione a diversi prezzi e su piattaforme differenti.
Una ricostruzione che non rimane limitata alle pagine del libro ma che prosegue attraverso altri canali multimediali. In primo luogo l’opera è corredata da codici QR, pratici per accedere via smartphone ad approfondimenti e risorse audio e video sugli argomenti trattati. Ulteriori commenti degli autori alle vicende di Apple sono reperibili sul blog nessungrandenemico.org; già a partire dal nome (spiegazione dell’acronimo NGN), il progetto si propone di non esaurirsi nella critica del brand di Steve Jobs bensì di far luce sul lato oscuro del business dell’ICT più in generale, rendendone esplicite le strategie invasive e megalomani.
In definitiva un testo che ha il pregio di suscitare riflessioni su molte sfaccettature dell’esperienza della produzione e del consumo hi-tech e sulle modalità con cui queste vengono veicolate, pur mantenendo un linguaggio accessibile e diretto. E di farci interrogare, a partire dalle risposte che fornisce, su prezzi da pagare e strategie da opporre per restare dentro e contro le dorate recinzioni dei pifferai magici del nuovo infolatifondismo.
Vanity Fair, 30 marzo 2011
+ Steve, ci hai traditi anche tu
Mentre in Italia arriva iPad2, la comunità hacker accusa Jobs di censure e monopoli: “Eri un pirata, ora sei come Bill Gates”Mentre in Rete corre l’entusiasmo per l’arrivo in Italia dell’iPad2, la comunità hacker accusa: “Ecco l’ennesimo bluff”. Nel libro Mela marcia, Franco Vite, 41 anni, sistemista nella vita e “smanettane” informatico per passione, lancia strali contro la casa di Cupertino e ne delinea la “mutazione genetica”.
Perché se la prende con l’iPad?
Ci sarebbero tante critiche, gliene dico un paio. La censura sui contenuti: nella versione iPad della cover di una rivista, per esempio, hanno coperto un capezzolo di Madonna. E poi l’iPad è uno strumento chiuso: non puoi installare nessun software che non sia nell’Apple store, il negozio ondine. Se cerchi di “craccarlo” impiantandoci altri programmi, Apple te li può disinstallare e persino revocarti la garanzia sul prodotto. L’intento è di imporre un monopolio, o controllare ciò che puoi fare con il tablet.
Apple è un’azienda privata: è un suo diritto, no?
Certo. Ma bisogna ricordare che, fin dalle origini, Apple ha sfruttato gli “smanettoni” che in Rete sviluppano software liberi, cioè scaricabili e migliorabili da tutti, per implementare i suoi prodotti. E in cambio, alla comunità hacker, non ha dato nulla.
Jobs fa i suoi interessi, come gli altri…
Ma se da Bill Gates ce lo aspettiamo, da Steve Jobs no: da un ex hippy che viene dalla comunità hacker californiana, uno che nella sede della Apple aveva la bandiera pirata, non si può tollerare.

di Valentina Colosimo

www.leggo.laFeltrinelli.it, 7 marzo 2011
+ Apple – La mela marcia
Nata in un garage con la bandiera dei pirati sventolante, creata da un ex hippy e da un hacker, oggi Apple lancia strali contro i software liberi, promuove crociate antiporno e dichiara dissanguanti guerre di brevetti. Sullo sfondo pulsano la guerra dei formati, del web e delle libertà digitali. Apple non è più l’azienda dei creativi che anni fa ci esortava con il Think Different, ma il peggior nemico dell’underground digitale, come dimostra il blitz contro il blogger di Gizmodo che ha realizzato lo scoop dell’anno: le foto in anteprima dell’iPhone 4G. Mela Marcia parte da questa vicenda per sviscerare cosa si nasconde dietro alla mutazione di Apple: la mania della segretezza, l’astuto ruolo del messia laico Steve Jobs, il potere del marketing aggressivo e il bluff dell’iPad. Il volume è completato dalla storia del giornalismo 2.0 nell’era di blogger coraggiosi e di “gossip merchant”. Mela marcia è anche un libro interattivo: grazie ai codici QR sparsi nel testo è possibile accedere ad approfondimenti e filmati in rete, tramite uno smartphone e un’applicazione (rigorosamente free). NGN è formato da: Ferry Byte, Mirella Castigli, Caterina Coppola, Franco Vite.
http://caffeletterario-bologna.blogautore.repubblica.it, 6 febbraio 2011
+ Una Apple al giorno…
Titolo e sottotitolo, Mela marcia. La mutazione genetica di Apple, inquadrano il “nemico”. In realtà, il titolo originario era al plurale, Mele marce, e il libro voleva parlare (e parla) di come il mercato del mondo informatico stia cambiando (o abbia già cambiato) la filosofia da cui esso è nato. Un discorso che va aggiornato day by day, e per questo è nato anche il blog, dove il libro è scaricabile gratuitamente in formato epub. Gli autori? Un acronimo: Ngn, Nessun Grande Nemico, dietro il quale agiscono quattro tecnofili, ovvero Ferry Byte, Mirella Castigli, Caterina Coppola e Franco Vite.
Franco Vite è stato mercoledì scorso al centro sociale XM24 per presentare il libro e spiegare da cosa sia nato e perché. Parte dal celebre episodio del blogger Jason Chen, considerato criminale da Apple perché pubblica foto del prototipo dell’iPhone 4, non ancora in commercio ma dimenticato in un pub da un ingegnere. Cosa è successo? Che mutazione genetica è avvenuta nella mela? Da quando è scomparsa la filosofia hacker, l’idea scientifica della condivisione dei saperi, sostituita da quella chiusa del business? Cosa è diventata Apple, nata da hacker (quando ancora la parola non era sinonimo di criminale) che nei Settanta volevano portare l’informatica al popolo, e che a Cupertino, dietro al bancone della reception della loro sede, avevano appeso la bandiera dei pirati? Oggi è icona, futuro, controllore protezionista, censore, o cosa?
“Apple, società del thik different, ha chiuso non solo il software, ma anche l’hardware – commenta Vite con una nutrita platea di giovani, molti dei quali esperti di informatica – È un’icona della sinistra, un marchio alternativo, che con un sapiente lavoro di marketing appare in telefilm e film hollywoodiani, che ha colonizzato l’immaginario (oggi non diciamo “lettore di mp3”, ma ipod), e ora fa addirittura il censore: Jobs dice ad esempio di volerci liberare dal porno. Dice di proteggerci, fonda un’unica community, chiusa, Apple store, e sceglie cosa venderci”.
Il problema, però, non è solo Apple. È un sistema, in cui chiunque è “in balia delle regole dei ‘signori di internet’. Il problema è la consapevolezza dell’utente. Gli offrono cose sempre più semplici, schematiche, comode, controllate, che sembrano aiutarlo, ma in realtà lo impoveriscono”. Al che dal pubblico nascono domande a raffica. Soprattutto: “in questo mercato vince chi abbassa il livello dell’intelligenza da usare, chi non stimola la partecipazione?”
Il timore c’è. Ma nel successo di certi prodotti c’è anche il culto dell’oggetto. “Certi sono status symbol, si è affascinati, li si compra, si è dentro. Il punto è riprendere gli spazi: inventiamoci qualcosa! Nel 2001, qui a Bologna, quando ancora non c’erano splinder o blogger, abbiamo inventato Indymedia: il primo posto dove chiunque poteva scrivere senza saper nulla di html!”
Un appello, quello di Vite, al quale non poche persone all’XM24 sembravano aver voglia di rispondere.
App Magazine, febbraio 2011
+ Mela marcia
Il libro prende spunto da uno dei più interessanti “misteri” che hanno accompagnato l’uscita di iPhone 4, per cercare di spiegare come Apple sarebbe passata, nell’arco di un trentennio, dallo stato di garage company a quello di spietata multinazionale. La storia inizia qualche settimana prima delle presentazione ufficiale del nuovo terminale, quando un dipendente Apple, dimentica un prototipo di iPhone 4 sul tavolo di un bar. A venirne in possesso è un blogger che, dopo aver diffuso le immagini del prototipo in Rete, si ritrova la polizia in casa. Partendo da qui, gli autori cercano di capire come, rispetto a un passato in cui era una società dallo spirito pionieristico, Apple possa oggi lanciare strali contro i software liberi, dichiarare guerre di brevetti mentre sullo sfondo si combatte il conflitto dei formati, del Web e delle libertà digitali.
www.rockshock.it, 25 gennaio 2011
+ NGN: Mela marcia. La Mutazione Genetica di Apple
Si fanno chiamare NGN e sono un collettivo composto da Ferry Byte (hacker), Mirella Castigli, Caterina Coppola e Franco Vite.
Insieme hanno dato vita a questo Mela marcia, una raccolta di saggi più o meno brevi, dai toni spesso giornalistici, che raccontano melefatte (volevo dire malefatte, ma la tentazione è stata troppo forte) della Apple e in particolare relativamente ad alcuni dei suoi prodotti più famosi: Apple Store, iPod, Ipad, iPhone, iTunes.
Mi ha fatto strano leggere questo libro in versione ebook proprio sul mio iPad e mi fa strano ora scrivere queste righe si iMac. Sì, perché il nostro rapporto con l’azienda della mela morsicata, dopo questo libro non potrà più essere lo stesso.
I ragazzi del collettivo NGN mettono insieme una serie di considerazioni quasi sempre condivisibili, raccontate partendo da fatti di cronaca o facendo dei semplici ragionamenti. Il tutto corredato da QR Code, quelle strane macchie che lette da uno smartphone aprono verso la Rete e verso una serie di approfondimenti multimediali.
L’affair Gizmodo e l’accanimento di Apple verso il blogger che rinvenne un prototipo di iPhone4, l’antennagate, la chiusura verso il mondo esterno di buona parte dei suoi dispisitivi, i modelli di business di iTunes e Applestore: sono solo alcuni degli argomenti trattati da questo agile e veloce volume.
Il libro si apre con una considerazione/aneddoto: un’anziana signora diventa cieca e racconta come all’inizio sbattesse a tutti gli spigoli della casa e come, a furia di sbattere, abbia imparato. Apple, secondo gli autori, smussa gli spigoli, rende la tecnologia semplice e facile da usare, ma ci chiude in una gabbia dorata da cui è impossibile fuggire, il tasso di divertimento è alto, ma non s’impara nulla.
È proprio questo assunto iniziale che personalmente mi ha lasciato perplesso. La mia storia informatica mi ha visto usare un Apple IIC, una roba della seconda metà degli anni ’80, per poi passare al mondo di Windows e solo da due anni essere ritornato a Apple, pur non essendo un “partigiano” (ho un iMac, un iPad, ma telefono con Android e sono un voip-sip-entusiasta della prima ora). Un passaggio che forse manca in questo libro è che molte delle fortune di Apple, con tutte le sue “colpe”, sono dovute a mancanze e/o latitanze degli altri. Linux non è mai riuscito ad essere di massa, crogiolandosi nella sua aura da iniziati, e Windows… semplicemente ha provocato tanti di quei crash, infezioni da virus, malfunzionamenti, ecc. ecc. che tanta gente, attratti come me dall’informatica sin dai primi anni ’80, come hanno potuto liberarsi di restrizioni economiche sono passati a qualcosa di più affidabile: i prodotti Apple, appunto.
Che poi i computer Apple siano Unix-based, che i “due Steve” si siano appropriati di tecnologie open source e le abbiano chiuse dietro un alto muro di cinta… è tutto vero, ma alla fine ognuno fa i conti con quello che gli serve nella vita, professionale e ludica, di tutti i giorni.
Mela marcia si legge tutto di un fiato, è arguto, circostanziato, porta alla luce fatti forse poco conosciuti (la strana epidemia di suicidi nella fabbrica che produce i componenti Apple, in Cina) e ci costringe a qualche riflessione niente affatto banale, a scegliere e a prenderci la lucida responsabilità delle nostre scelte, là dove ormai nulla è più scisso, l’informatica dall’etica, la telefonia dalla responsabilità sociale.

di Massimo Garofalo

Punto-Informatico.it, 19 gennaio 2011
+ Mela marcia
La redazione di Punto-Informatico.it ha selezionato un titolo che è sembrato allo stesso tempo di estrema attualità e frutto di un lavoro di analisi approfondito. Mela Marcia, la mutazione genetica di Apple è un’antologia che prende in esame l’evoluzione dell’azienda di Cupertino divenuta quanto mai evidente negli ultimi anni: da startup nata in California alla fine degli anni ’70, a colosso multimiliardario con interessi non più solo legati al Macintosh.
iPad, lo scandalo Gizmodo con il prototipo dell’iPhone 4 sparito in un bar, la condizione dei lavoratori cinesi nelle fabbriche Foxconn che appaltano la costruzione dei device che si vendono a milioni in Occidente. E poi ancora le prospettive future con AppleTV e il ruolo giocato dall’azienda di Steve Jobs come nuovo intermediario globale dei contenuti: la Mela Morsicata non è più una piccola impresa guidata dall’etica hacker autentica dei suoi originali fondatori? Si sta trasformando, o si è già trasformata, in quel grande fratello multinazionale che lo stesso Jobs metteva alla berlina nella celebre pubblicità del 1984? Per trarre le proprie conclusioni non resta che leggere le 130 pagine di Mela marcia.
http://sofiaroney.org, dicembre 2010
+ La mela morsicata non è un frutto di stagione
Diciamolo senza ghirigori e giri di parole: Mela marcia. La mutazione genetica di Apple, scritto dal collettivo NGN, è un libro prezioso, che va anzitutto acquistato e poi anche scaricato, visto che i quattro cavalieri dell’apocalisse autori del testo, credono inflessibilmente nella condivisione dei saperi, specie quelli digitali, ancora non protetti da copyright, ma sempre più messi a rischio dall’infame logica proprietaria che ultimamente anche Steve Jobs sta praticando.
Ferry Byte, fondatore dell’emerita mailing list Cyber Rights, Mirella Castigli, giornalista di “Pc Magazine”, “Computer Idea” e ITespresso.it, Caterina Coppola editor di “Gizmodo Italia” e giornalista di Gay.it e Franco Vite, storico di GNU/Linux, ci regalano in 125 pagine una summa del pensiero critico digitale, informandoci di quel fenomeno da svariati milioni di dollari che ha nome Apple, benemerita casa di produzione del computer Macintosh, sita nella ridente Cupertino di California, e salita ai disonori della cronaca high-tech qualche mese fa per il malfunzionamento dell’iPhone G4, che non permetteva la ricezione del segnale se afferrato con la normale postura delle dita, quella che usiamo ogniqualvolta ci appoggiamo un cellulare all’orecchio.
Ma l’argomento del libro non è propriamente questo, o almeno non è solo questo: gli autori ci spiegano invece quel paradossale e assai compromissorio fenomeno verificatosi in casa Apple, per cui l’innovativa e libertaria fabbrica del “think different”, si è trasformata, più o meno all’alba degli anni 2000, nell’occhiuta, oppressiva e dichiaratamente liberticida azienda dell’hardware proprietario.
Con cosa coincide questa mutazione? Con l’avvento dei tablet e dei dispositivi di ennesima generazione: iPod, iPhone, iPad, che la casa Apple vende in milioni di esemplari, avendo acutamente spostato il core business dal computer Mac e relativo sistema operativo (Mac OS X), all’hardware “touch”.
Purtroppo questa mutazione coincide con un inevitabile restrizione dell’intero orizzonte simbolico e di brand della Apple. Il Pc infatti allude comunque ad una serie di libertà creative e inventive e soprattutto alle infinite possibilità di sperimentare, soprattutto software libero e sistemi operativi non proprietari, come le diverse distro Linux; mentre la serie di tablet all’apparenza manipolabili e “gestibili”, si rivelano attrezzi chiusi, dotati di software che limitano possibilità di accesso e condizionano le scelte dell’utente.
Non a caso il processo di privatizzazione della rete, coincidente con il passaggio al web 2.0, svela i non tanto reconditi fini delle multinazionali dell’entertainment informatico: la realizzazione di profitti miliardari tramite portali musicali, audiovisivi e delle utilities, con la schedatura dei milioni di utenti che, in nome dell’accesso alla rete e con l’alibi della socializzazione, subiscono un incessante profilatura.
Facebook e i social network costituiscono infatti l’altra faccia del web proprietario ( in cui si tenta di ralizzare l’internet a due velocità, disdicendo il mito delle cosiddette autostrade informatiche, proposte dall’Unione Europea, prima dell’approvazione del Trattato di Lisbona). A questo proposito è da vedere Social network, il film di Fincher sulla nascita di Facebook, e che dice anche qualcosa sul caso wikileaks e l’informazione al tempo della comunicazione embedded.
Ma la mutazione genetica, che di solito nelle tecnologie informatiche implementa e moltiplica effetti positivi, a causa della contaminazione di codici e usi, nel caso dell’iPad segna una regressione: infatti, come scrive ferry Byte nella “Prefaziosa” del libro «l’iPad che è ispirato a oggetti similari preesistenti (vedi Amazon Kindle), presenta clamorose lacune software (assenza di Flash) e hardware (assenza di Usb e di videocamera frontale). Inoltre, è di qualità assolutamente inferiore rispetto alla funzione per cui viene comunemente spacciato (dovrebbe essere un e-reader ma senza tecnologia eInk ovviamente affatica gli occhi nella lettura degli e-book). Eppure conquista il mondo: 3 milioni di iPad venduti in 80 giorni.». Fortuna vuole, come per tutte le tecnologie digitali che, scoperto il veleno si trova anche l’antidoto: si chiama Greenpoison o Limera, ed è un programma (illegale, disponibile per Mac e PC), in grado di sbloccare molte funzioni dell’iPAD. Ma non illudetevi: a differenza dell’hacking sul S.O. Mac OS X, qui le funzionalità non vengono estese di molto. Comunque, vale la pena provare, se non altro per potersi scaricare dai siti dedicati applicazioni e programmi free…
È infatti proprio sulla linea di frontiera tra legale e illegale che se la giocano sia Apple che i giusti propugnatori della libertà di software. La vicenda del famoso blog informatico “Gizmodo” che scopre inavvertitamente il modello segreto dell’iPhone4 ci parla di questo: dell’impossibilità di delimitare una volta per tutte e continuativamentele enclosures digitalie farle valere come divieto all’uso pubblico delle proprietà comuni, come ben descrive il capitolo scritto da Caterina Coppola, sulla vicenda di Jason Chen, blogger di “Gizmodo”.
Come anche la vicenda dei suicidi della fabbrica cinese Foxconn che « è finita spesso in trafiletti minori e in tv è scivolata nell’oblio. Mentre decine di giovani asiatici stanno morendo nelle fabbriche dell’estremo oriente, milioni di giovani geek e businessmen occidentali si vantano di essere proprietari dell’oggetto tecno-cult del momento. Ma a Shenzen, nella fabbrica della taiwanese Foxconn (che produce, tra gli altri, i componenti per iPod e iPad di Apple), si contano dieci cadaveri solo negli ultimi cinque mesi. Un impiegato ventitreenne si è ucciso lanciandosi nel vuoto dal settimo piano. Nel dormitorio di Lanfang è stata trovata defunta un’altra ragazza. Mister Jobs, prima che Foxconn finisse nella bufera, ha detto che i dipendenti avevano a disposizione perfino una piscina molto carina. Poi, dopo le tranquillizanti dichiarazioni circolate sui blog, ha messo mano al portafoglio per evitare uno sconquasso.».
Eccola l’economia materiale che cortocircuita le merci immateriali e fa uscire definitivamente il fordismo dalla storia. Non siamo infatti di fronte ad un modo di produzione che subordina a sé i codici linguistici e l’orizzonte simbolico; bensì all’esatto contrario: una dimensione biopolitica che, in assenza di welfare state produce merci materiali suicidarie, che il consumo ricicla e benedice…
È dunque sulla dimensione simbolica, sull’essenza linguistica di ogni produzione tecnologica che conviene, come il libro fa, soffermarsi: «In ogni caso l’iPhone piace perché smussa gli angoli a partire dal design tondeggiante dell’oggetto fisico…», ma lo scotto da pagare è perdere autonomia, rimanere imprigionati nella rete – non poter usare in maniera alternativa le merci che un riciclo simbolico e poi anche materiale potrebbe dotare di nuova vita. Hacking delle reti, dei dispositivi, della disinformazione. Siamo tutti Gizmodo. Siamo tutti wikileaks.
Anzitutto perché, come racconta Franco Vite, in quel garage in cui Jobs e Wozniak (il genio inventore dell’Apple 1 e 2) sperimentavano c’era tutta la controcultura degli anni Sessanta; in secondo luogo perché quella storia riguarda almeno quattro generazioni di sperimentatori, situazionisti e tutto il free speech mouvement; infine perché l’uso globale del PC significa che quella controcultura ha vinto, con buona pace dei nostalgici del valore d’uso e della decrescita tecno-noiosa.
Il mutamento infatti non riguarda tanto la “cultura del computer” che invece si è aperta alla operatività sempre più raffinata dei tecnici e dei programmatori, quanto le merci digitali che in nome di una sempre più spinta interattività stanno segnando il passaggio dal web 2 al web 3.0, cioe: intelligenza artificiale, archivi-web, giornalismo semantico, 3D.
In questa svolta è, ancora una volta, l’ordine simbolico del rapporto tra produzione e consumo a cambiare. Secondo Mirella Castigli infatti «Steve Jobs risponde personalmente a tante e-mail (chiedete all’amministratore delegato di una grande azienda italiana se risponde alla posta elettronica di oscuri clienti!). I consumatori si dedicano al brand se questo offre loro qualcosa in cambio, e in questo caso si tratta di status: possedere un Mac, un iPhone e adesso un iPad, equivale ad appartenere a un’élite non omologata, fuori dal consumo di massa. Permette insomma di sentirsi un hippy di successo, rispecchiando guarda caso il ritratto di Steve Jobs.». È chiaro d’altra parte che « è in atto una rivoluzione copernicana… il Pad si connette ai servizi sul cloud computing. E nell’era dei dati cloud, la centralità passa a smartphone, tablet e dispositivi sempre connessi alle “nuvole di dati”».
Ecco dunque che la possibilità di fare immensi profitti con l’informazione, la sua archiviazione, il controllo del singolo consumatore e la profilazione biopolitica del suo stile di vita, oltre che intrecciarsi con la rapidissima evoluzione informatica, dimostra un tipo di comando del tutto inedito nella storia del capitalismo: «Tredici anni fa quando Steve Jobs tornava al timone di Apple, la Mela di Cupertino era sull’orlo del baratro. Oggi Apple ha già sorpassato Microsoft per capitalizzazione a Wall Street e per un soffio non ha superato per la prima volta i ricavi di Microsoft in un trimestre. Apple in novanta giorni ha venduto: desktop Mac per 1,3 miliardi di dollari, in crescita del 15%; portatili MacBook per 3,1 miliardi di dollari in crescita del 40%; iPod per 1,55 miliardi di dollari (con un incremento del 4%: per l’iPod Touch la crescita è del 48%); iPhone per 5,33 miliardi di dollari in impennata del 74%; iPad per 2,17 miliardi di dollari; musica iTunes per 1,2 miliardi di dollari in crescita del 27%; periferiche in aumento del 16% e software e servi- zi in salita del 22%.».
Un salto quantico cosi imponente, sia in termini di economia di scala, sia in valore assoluto, fondato soprattutto sulla produzione, lo scambio e l’archiviazione di dati (di cui wikileaks è precisamente la faccia “oscura”), corrisponde ad un generale impoverimento proprio dell’offerta consumer. L’iPad, rispetto al comune notebook ha in meno parecchie cose. «Non è multitasking, quindi non permette di eseguire contemporaneamente più programmi (questo è vero per tutti i modelli che non sono stati aggiornati al nuovo sistema operativo iOS4); non ha porte per collegarci accessori esterni, tipo un dispositivo esterno Usb, una chiavetta internet, una scheda sd, un modem esterno o altro (bisogna per forza usare la rete wi-fi o 3G per condividere i file con altri dispositivi o con altri computer); non è possibile installare un programma che sia esterno all’Apple Store, o farne uno e installarlo senza ricevere l’ok di qualche entità esterna (sempre dell’Apple Store stiamo parlando…)». Tutto ciò perché «L’ICT nato in un garage, con le utopie degli anni sessanta e settanta nel cuore, oggi è una voce fondamentale del Pil Usa. E non tollera sgarri.».
Invece è importante sgarrare da ogni parte, se la posta in gioco è la libera produzione e circolazione di saperi e conoscenze, nonché l’uso di software libero.

di Paolo B. Vernaglione

www.melablog.it, 18 novembre 2010
+ La mutazione genetica di Apple
Non lasciatevi trarre in inganno dal titolo e dalla copertina. Mela marcia, la mutazione genetica di Apple non è solo un libro contro Apple, ma, come si legge nell’autoproclamata “prefaziosa”, un atto d’accusa contro tutte le multinazionali e corporation che sempre più spesso vengono attratte dal lato oscuro del business.
Scritto da diversi autori, Mela marcia, ripercorre la storia di Apple dalle origini fino ai giorni nostri, ovvero fino allo “scandalo” dell’antenna gate, raccontando con dovizia di particolari e talvolta in modo volutamente fazioso, la trasformazione di Apple da piccola startup a grande multinazionale, intrecciando la lunga storia della Mela con il movimento della Free Software Foundation e la nascita di colossi della rete come Google e Facebook.
Il trattato è esplicitamente schierato dalla parte della libertà di espressione e della libera condivisione del sapere, intesa sia in senso tecnologico, con l’apertura del codice e dei progetti alla comunità open source, sia come libera circolazione delle idee, affrontando anche il tema della crisi dell’editoria tradizionale e la nascita di nuove forme di giornalismo che sfruttano le potenzialità offerte dalla rete.
Il libro inizia dalla recente vicenda di Gizmodo che pubblica in anteprima le foto del nuovo iPhone 4, acquistato da una persona che sostiene di averlo ritrovato in un bar cercando invano di restituirlo al legittimo proprietario e ad Apple. La vicenda è sicuramente l’apice del cortocircuito mediatico che contrappone la libertà di stampa contro la riservatezza dei segreti industriali di una multinazionale del calibro di Apple, il cui marketing sfrutta sapientemente entrambi gli elementi per far scoccare in modo pilotato la scintilla per il lancio di un nuovo prodotto, come la candela di un motore fa detonare al momento giusto la miscela esplosiva.
Lo scoop di Gizmodo provoca un fuori giri imprevisto nell’oliata macchina del marketing Apple e mette in luce l’influenza che una multinazionale di questo calibro ha sulla giurisdizione americana che arriva a compiere un abuso intimidatorio verso Jason Chen, il blogger di Gizmodo in possesso dell’iPhone 4, sequestrando nella sua abitazione tutto il materiale ed i dispositivi informatici di cui dispone, per giunta in sua assenza.
Ma la storia di Apple ha origini lontane, parte agli inizi degli anni ‘70 quando Steve Wozniak frequenta l’HCC, quello che si può definire uno dei primissimi gruppi di hacker, persone animate dalla volontà di modificare le “macchine” per far loro eseguire compiti diversi da quelli per i quali erano state progettate, in uno sforzo di collaborazione collettiva, in cui le idee si alimentano dal confronto aperto con gli altri membri della comunità, a cui si chiedono consigli e si presentano i risultati ottenuti. Qualche anno dopo Wozniak sarà convinto dalle doti persuasive di Jobs ad abbandonare un posto di lavoro sicuro in HP e fondare la Apple per trasformare suo malgrado una passione in una professione.
Questo capitolo merita da solo la lettura di Mela marcia, la storia è nota agli appassionati, ma è rivista in una chiave di lettura in cui emergono chiaramente la diverse personalità e capacità dei due Steve che fondarono la Apple. Ognuno dei due ha avuto meriti diversi. La Apple di oggi senza Woz è distante anni luce da quella degli albori, ma i tempi sono cambiati, i computer non sono più relegati ai geek, sono oggetti comuni, nelle tasche di tutte le persone che possiedono uno smartphone. Rimpiangere quei tempi e quelle aperture può andar bene per noi geek, ma è anacronistico per una multinazionale che vende milioni di iPhone a persone che non hanno una conoscenza tecnica del computer ed hanno bisogno di utilizzare in modo semplice e sicuro questi piccoli dispositivi tascabili.
Il capitolo relativo all’antenna gate spiega invece come quella che poteva essere la buccia di banana, che avrebbe fatto scivolare qualunque azienda senza farla più rialzare, ha invece mostrato come il marketing di Apple possa usare qualsiasi mezzo per difendere i propri prodotti, compreso tirare in ballo la concorrenza, per smontare il caso, ma anche la battaglia vinta dalla stampa libera come Gizmodo, che aveva dato voce alle lamentele degli utenti dell’iPhone 4, chiedendo ed ottenendo da Apple il più semplice degli atti riparatori, un bumper gratuito, per risolvere con pochi centesimi di gomma un problema che avrebbe comportato per Apple il rimborso di milioni di esemplari a costi stratosferici.
È qui che si innesta la storia della crisi dell’editoria tradizionale, dei giornali su carta stampata sempre meno letti e delle nuove tecnologie che forse possono risollevare le sorti dei periodici e dei quotidiani. Qui si percepisce il timore degli autori per le nuove modalità di comunicazione che polverizzano l’informazione grazie a nuovi canali, come i blog, rimettendo in discussione la professione del giornalista e le modalità di produzione dei contenuti sul web che privilegiano le notizie che attirano click e quindi maggiori introiti pubblicitari. Si citano i pochi casi di successo in cui si cerca di far pagare i lettori per ciò che leggono sul web.
Dopo una serie di spunti molto interessanti, il libro degenera alla fine quando parla del “bidone dell’iPad” il capitolo peggiore di tutto il libro insieme a quello che pretende di legare direttamente Apple ai suicidi avvenuti alla Foxcon che produce i dispositivi Apple di maggior successo. La critica all’iPad è completamente fuori luogo, a chi come il sottoscritto lo utilizza tutti i giorni, anche per scrivere questa recensione in treno, sembra che l’autore della filippica non l’abbia nemmeno mai provato, ma si sia basato su una serie di luoghi comuni.
Nel libro viene criticata Apple, perché smussa gli angoli, crea sistemi chiusi per semplificare tutto, oppure crea bisogni indotti, con dispositivi “inutili” come l’iPad. Ma la limitazione è solo apparente esistono più applicazioni che liberano le potenzialità dei dispositivi Apple di quanto si possa immaginare e la storia dimostra che Apple costruisce steccati, è vero, ma più il dispositivo e l’esperienza nel dominarlo si rafforzano e più il recinto viene allargato, fino a renderlo invisibile alla maggior parte degli utenti, ma non ai geek.
In definitiva il libro merita di essere letto soprattutto dai nostri lettori che spesso si dividono sulle scelte operate da Apple, ma anche per approfondire aspetti che vanno al di la delle strategie aziendali della Mela e che hanno implicazioni ben più profonde nella nostra vita quotidiana in questo mondo digitale.
Mela marcia lo potete scaricare in formato pdf o ePub dal relativo blog che gli autori hanno creato per dare un seguito a quest’opera.
L’unico dubbio è che anche in questo caso il marketing Apple pare abbia vinto, parlatene bene, parlatene male, purché se ne parli.
www.zeusnews.it, 25 ottobre 2010
+ Mela Marcia, il lato oscuro di Apple
Le inquietanti zone d’ombra di una delle più grandi aziende del mondo ICT.
Mela marcia. La mutazione genetica di Apple è un trattatello scritto a più mani sotto forma di brevi monografie che svelano alcuni dei retroscena di maggior impatto nel mondo dell’informatica che conosciamo e soprattutto in quello che non conosciamo.
Indubbiamente la Information and Communication Technology negli ultimi anni ha raggiunto un’importanza e un peso economico di assoluto rilievo; basti pensare che le maggiori aziende del settore, considerate a livello planetario, sono circa il doppio di quelle che hanno in carico la domanda mondiale di risorse energetiche.
Da qui derivano sia l’importanza a volte esagerata che tutti i governi hanno dedicato recentemente all’informazione, sia la cura che le aziende mettono nella tutela dei propri segreti industriali.
Si spiegano così anche le varie battaglie – o le vere e proprie guerre – che vengono mosse per assicurarsi una fetta di mercato o la disfatta di un pericoloso concorrente.
In tale panorama si inserisce questo testo, il cui filo conduttore è l’analisi dettagliata delle vicende di Apple, l’azienda che nacque quasi per caso dalla passione di due hacker. Dopo un periodo di offuscamento quasi prefallimentare, in pochi anni è rinata sotto la guida di Steve Jobs, andando persino a insidiare, bilanci trimestrali alla mano, la corona di sua maestà Microsoft.
Il racconto prende le mosse dall’analisi punto per punto di quanto accadde in occasione del lancio dell’ultimo smartphone commercializzato da Apple, l’iPhone 4, rivisitando l’incidentale smarrimento del prototipo in un bar e le vicende che portarono poi alla perquisizione della casa dell’editore di Gizmodo, uno dei blog di gadget più seguiti nei paesi anglofoni, da parte dei giannizzeri della Rapid Enforcement Allied Computer Team (REACT).
Prosegue poi raccontando il teatrino dell’antennagate, il noto malfunzionamento in ricezione dell’iPhone 4, dapprima nascosto agli utenti e poi ammesso a malincuore dall’azienda di Cupertino. Quest’ultima prometteva di risolvere l’irrisolvibile con una patch software, non senza gettare malignamente pietre nell’orticello della concorrenza (Motorola, Rim, Nokia ecc.) e lasciando intendere che ben altri difetti affliggevano l’hardware senza il marchio della mela.
Il tutto è calato nella profonda rivisitazione di tutto il Web e di ciò che esso diverrà con l’affermarsi inarrestabile del cloud computing, ma sempre tenendo d’occhio le ultime realizzazioni Apple e in particolare quell’iPad, vero e proprio bestseller a fronte di discutibili qualità e indiscutibili manchevolezze, rispetto alle realizzazioni analoghe di altri produttori.
Eppure – riflette tristemente la coautrice Mirella Castigli – anche in questo caso pare vigere la “legge di Metcalfe” secondo la quale il valore di una tecnologia è destinato a crescere in funzione del numero degli utenti che la adottano e non in funzione delle sue intrinseche qualità.
Di ciò Mirella Castigli fa il punto di partenza di una nuova analisi tecno-sociologica sul destino dell’editoria elettronica e sul perché si pongano su posizioni tanto distinte e spesso contrapposte gli editori “tradizionali” e quelli emergenti, travolti dal vento che trasporta la “nuvola” del calcolo distribuito da remoto.
Chiudono il volume cinque brevi “spioncini” che permettono di gettare occhiate indiscrete su segreti scomodi e vicende negate, poco conosciute o comunque passate sotto silenzio da un’informazione invece sempre pronta a dare addosso alla multinazionale di Redmond.
Si spazia quindi dai suicidi di Foxconn – l’azienda che realizza l’hardware di Apple – alla TV di Google prossima a venire, lasciando ancora un’ultima parola sui difetti dell’iPad e le disavventure di Gizmodo.
In definitiva si tratta di un testo complesso nei contenuti ma scritto con un linguaggio chiaro e coerente, denso di dati e riferimenti, che non può mancare nella libreria di chi si occupi di IT in modo men che occasionale; il tutto al prezzo di una decina di caffè.
Completano il testo la prefazione e le molte note poste alla fine degli otto capitoli, nonché una serie di codici QR mediante i quali è possibile accedere a contenuti multimediali in rete con l’impiego di un qualsiasi smartphone dotato o dotabile di un software di acquisizione. Che sia rigorosamente free, come rammentano gli Autori in quarta di copertina.

di ZEUS News

il Giornale, 20 ottobre 2010
+ Apple, pieno di utili. Ma Android è una minaccia
Apple fa il pieno di utili, ma alla Borsa di New York non basta. Dato che la società di Steve Jobs invece di 4,8 milioni di iPad previsti, ne ha venduti in 5 mesi, “solo” 4,19 milioni (e oltretutto non per mancanza di domanda, ma di offerta, nel senso che mancavano i pezzi per costruire gli iPad) a Wall Street il titolo ha perso in apertura fino al 6%, per poi assestarsi intorno a -2%. Una “frenatina” per una azione che in un anno è passata da 150 a più di 300 dollari. E che in Borsa è terza per capitalizzazione (287 miliardi di dollari), più dei rivali di Microsoft. Un successo costruito con la vendita di oggetti di culto. Dall’iPod, all’iPhone e infine l’iPad, il tablet pc già copiato fino nei minimi particolari da tutti i concorrenti. Ovvio che tanto successo faccia un po’ ribollire il sangue a chi non ce l’ha. Così, come accadde alla Microsoft di Bill Gates qualche anno fa, quando era la società più invidiata tra le cosiddette tech-stock, oggi su Apple uscirà un libro (La mela marcia) che racconta di presunte derive anti libertarie all’interno della società. E forse farà discutere il caso della non conferma di due contratti a termine in Italia: due commessi dell’Apple Store di Grugliasco (Torino), uno dei quali ritiene di essere stato allontanato per “voler pensare con la sua testa”. Peraltro il successo della casa-madre ha fatto un “pochino” di bene anche al nostro Paese. Apple ha aperto una bellissima sede in piazza San Babila, a Milano, e ben quattro Apple Store in Italia assumendo 300 persone. Certo una goccia a fronte degli oltre 14 milioni di iPhone venduti nel trimestre, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2009, molti dei quali di quarta generazione nonostante il problema riscontrato all’antenna, brillantemente superato dalla società. E proprio le strepitose vendite del melafonino hanno portato gli utili di Apple in crescita del 70%, nel terzo trimestre, assestandosi a 4,31 miliardi di dollari, in sensibile crescita rispetto ai 2,53 miliardi dello stesso periodo dell’anno scorso.
In deciso aumento anche il fatturato, che ha superato di oltre un miliardo le aspettative più ottimistiche di Wall Street: 20,34 miliardi più 67%, mentre gli analisti puntavano ad un massimo di 18,9 miliardi. Sono andate bene anche le vendite dei computer Mac cresciute in modo deciso (3,9 milioni di macchine vendute, +27%) in un mercato considerato depresso. Calano invece quelle dell’iPod (cannibalizzatò dall’iPhone), a 9,1 milioni di unità vendute, -11% circa.
“Siamo incredibilmente soddisfatti”, ha commentato Steve Jobs, fondatore e amministratore delegato di Apple, il quale ha partecipato alla conference call con gli analisti dopo due anni di assenza a causa della sua malattia (trapianto del fegato) che non l’ha però certo reso più clemente con i concorrenti. Jobs, per la sua Apple, rivendica un primato contro i canadesi di Rim, ossia Blackberry, che negli Usa sono i suoi principali antagonisti nella telefonia mobile. “Le vendite di iPhone a 14,1 milioni sono aumentate del 91% – ha aggiunto Jobs – superando ampiamente i 12,1 milioni di Blackberry venduti nell’ultimo trimestre”. La nube nera all’orizzonte, però, c’è, e si chiama Android, il sistema operativo di Google per i cellulari adottato da Samsung e Motorola che sta guadagnando quote di mercato rispetto all’iTunes di Apple.

di Maddalena Camera

www.bol.it, 7 ottobre 2010
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Sorpresi e sicuramente perplessi per quella che è stata considerata l’ennesima follia di massa scatenata dalla moda del momento, abbiamo tutti avuto modo di vedere le lunghissime code di persone in fila in ogni parte del mondo per aggiudicarsi l’ambito oggetto del desiderio. Prima venne l’Iphone, poi, è stato il turno dell’Ipad. Sono stati spesi fiumi di inchiostro e scomodati illustri sociologi per indagare cosa stia alla base della corsa alla mela. Beh, non si tratta di un mero fenomeno di costume. Niente affatto. Apple non ha clienti, ha fan. Esattamente come un gruppo rock. Detta così, niente di male. Se un’azienda riesce a fidelizzare i propri clienti fino a trasformarli in groupies tecnologici significa che ha successo sia nella qualità dei prodotti, sia nelle operazioni di marketing. Ma cosa c’è dietro al culto della Mela? Se una volta il grido di guerra di Apple era Think Different e possedere un suo prodotto significava automaticamente porsi fuori dagli schemi, perché adesso le sue architetture sono esclusiva di sistemi chiusi e autoreferenziali? Insomma, come siamo passati dal Think Different al Think Apple Only? In che punto del percorso Steve Jobs – la mente di Cupertino – ha subito una tale mutazione da scatenare un blitz di polizia nei confronti del blogger di Gizmodo, colpevole di avere fatto il suo mestiere, ovvero cavalcare lo scoop, presentando in anteprima le foto del nuovo Iphone? Triste parabola per un’azienda che aveva fatto dell’etica hacker uno dei suoi pilastri commerciali e che, proprio grazie a questo, si è guadagnata la devozione di fan da ogni parte del mondo in attesa del nuovo tecno-miracolo. Inquietante, sicuramente ironico, ma altrettanto dettagliato e documentato, Mela marcia è, come ben specificato in prefazione, un libro punk, schierato “dalla parte della libertà di espressione e della libera condivisione del sapere”. Un atto di accusa nei confronti di Apple, sicuramente, ma anche contro tutte le multinazionali che, nell’ottica di una politica commerciale sempre più spinta, hanno tradito le ragioni fondanti del loro essere. Un libro che ci spinge a non sentirci più solo utenti passivi di un sistema che non solo non comprendiamo, ma che ci è soprattutto impedito di comprendere, per tornare a solleticare quel tanto di senso critico per un utilizzo più maturo e consapevole di ogni prodotto digitale. Proprio in quest’ottica, disseminate tra le pagine, troverete criptiche immagini in bianco e nero, che, una volta codificate tramite un qualunque smartphone, si trasformeranno in contenuti aggiuntivi, filmati e documenti che arricchiscono la lettura, ma soprattutto celebrano la rete per ciò che è veramente: un mezzo interattivo, originale e vivo.

di Athena Barbera

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