manfredi

Ma chi ha detto che non c’è

www.carmillaonline, 4 novembre 2017
+ Non è un libro per nostalgici

Il “trasformare il mondo” di Karl Marx che si integra al “cambiare la vita” di Arthur Rimbaud, a “il sogno, la poesia, la rivoluzione, l’amore” dei surrealisti, al “distribuire la ricchezza già ora” della Banda Bonnot. Ecco, il meglio 77 incorporava queste istanze, e integrava il meglio delle ideologie dell’800 e delle avanguardie e delle controculture del ‘900. Shakerando il tutto e producendo nuove modalità e nuove idee, Ma chi ha detto che non c’è di Gianfranco Manfredi ci regala la complessità di quel movimento come non era ancora stato fatto, nonostante tutti i titoli sull’argomento apparsi negli ultimi dieci anni. È un fantastico zibaldone di considerazioni, riflessioni, analisi sociologiche e ricordi personali. Manfredi è figura ecclettica: scrittore, filosofo, cantautore, sceneggiatore di numerosi film e di decine di storie a fumetti esportati in tutto il mondo. Negli anni settanta ha inciso gli album Ma non è una malattia e Zombie di tutto il mondo unitevi.
Tra i suoi romanzi ricordiamo Magia rossa (Feltrinelli, 1983) e Piccolo diavolo nero (Tropea, 2001), e questo nuovo lavoro può essere letto come una necessaria integrazione a L’orda d’oro, 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale. Se l’imperdibile antologia curata da Primo Moroni e Nanni Balestrini è una selezione dei più significativi contributi teorici e delle più interessanti esperienze politiche rivoluzionarie, il lavoro di Manfredi ci restituisce la molteplicità del movimento e di quegli anni in generale, contestualizzando le lotte politiche nello scenario culturale – nazionale e internazionale – di quell’anno.
Il libro non racconta solo il 77, ma più in generale degli anni di quella congiuntura tra il dopo 68 e l’inizio del riflusso. E lo fa con lo spirito di “quel” tempo e senza essere un libro per nostalgici. Questo è uno dei suoi punti di forza. Ma chi ha detto che non c’è respira l’aria del 77 e ci restituisce le sue visioni, per questo è anche un libro sul futuro. Nasce ispirato dalla famosa canzone che porta lo stesso titolo, che Gianfranco Manfredi incise nel 1976 e pubblicò nell’album Ma non è una malattia. È una canzone d’amore e di rivoluzione, emblematica del 77, un desiderio per qualcosa che ci sarà forse un giorno ma anche per le possibili utopie del quotidiano. È un pezzo bellissimo, essenziale, un equilibrio di contrasti e suggestioni, non a caso viene riproposto ancor oggi da molti gruppi e cantautori, dai Gang ai Ministri, dal gruppo torinese Aldo dice (con, tra gli altri, Nadàr Solo, Banda Fratelli, Daniele Celona, Levante, Esma, 2 Fat Men, Duemanosinistra, Il terzo istante) a quello informale composto da Guido Baldoni, Davide Giromini, Alessio Lega, Rocco Rosignoli e Marco Rovelli.
Seguendo il testo della canzone, il libro dedica capitoli indimenticabili a tutti gli aspetti che quell’anno magico seppe mettere in discussione e in cui il movimento antagonista espresse scintille creative e immaginative: dai fumetti alla letteratura, dal teatro al cinema, dalla fantascienza alla pedagogia libertaria e poi ancora e soprattutto: il femminismo, l’ecologia sociale e l’agricoltura naturale, l’antipsichiatria, l’Autonomia operaia, l’autonomia diffusa, gli indiani metropolitani, il punk, le musiche “alt(r)e”, l’antimilitarismo…
Molto utile è allora la lista dei buoni propositi che l’autore decide di seguire scrivendo il libro e che viene riportata nell’introduzione: “non eccedere in autobiografismo, non cedere al flusso dei ricordi (i ricordi ingannano), non cadere nel genere “anni di piombo” (essendo stato il 77 assai di più di una scatola del tempo con dentro una P38 e una confezione di proiettili), tantomeno scadere nel revival celebrativo e sentimentale, all’inseguimento della giovinezza perduta. Sbagliatissimo sarebbe stato anche ridurre il vissuto collettivo a vissuto generazionale. C’erano più generazioni, all’opera, dai bimbi che nascevano, ai vecchi che se ne andavano. E tutti sono stati protagonisti, a pieno titolo, di quell’anno esemplare e unico. Dovevo aprirmi al punto di vista degli altri, percorrere con loro sentieri che io non avevo esplorato, rifuggendo però come la peste le rievocazioni zeppe di aneddoti ricostruiti ad arte, di sfoghi postumi di rancori contro tizio o contro caio, di glorificazioni di fulgide imprese a gestione familiare e/o di gruppo… insomma il peggio”.
Due riflessioni per l’oggi, partendo dal caos creativo del libro e del ’77. Prima: il processo tra le differenze culturali e le lotte che partono da una rivendicazione particolare e il processo di ricomposizione sociale appaiono oggi in una luce molto differente da quella che sembrava guidare la scena planetaria di quegli anni. Allora le differenze erano motore di una dinamica di ricomposizione, oggi appaiono per lo più elemento di identificazione aggressiva e particolarista. Si spiega così il fatto che negli ultimi decenni assistiamo a uno spostamento degli accenti. L’accento differenzialista, che negli anni del ciclo internazionalista funzionava come elemento dinamico, oggi è fattore di stabilizzazione identitaria e di chiusura aggressiva (si pensi al movimento afroamericano passato dalle posizioni rivoluzionarie delle BlackPanter alla contraddittoria Million Men March di Farrakhan, alle istanze di liberazione nazionali che si territorializzano e diventano reazionarie, al cambiamento di prospettiva di parti del movimento femminista e del movimento gay verso lidi neoliberal).
Seconda: il ’77 – in molti suoi fermenti, dal movimento desiderante di A/traverso al punk – fu un superamento delle avanguardie e delle controculture al tempo stesso. Forse già le controculture sono state un superamento delle avanguardie. Infatti in campo artistico l’avanguardia presuppone la capacità di evidenziare una capacità individuabile, in qualche modo misurabile (chi misura e quale misura è un problema di potere). Le avanguardie artistiche sono utili al capitale come le avanguardie politiche sono utili alla formazione di gerarchie. Le controculture possono essere sussunte, ma hanno creato una condivisione sociale che permane nella coscienza collettiva. Oggi la creazione di ricchezza materiale, artistica, relazionale e sociale non può essere più creata individualmente, anche la ricerca tecnologica è sempre il frutto di una ricerca di gruppo, di una cooperazione.
Qualche nota a margine disordinata e su aspetti secondari. Nel libro – che ovviamente deve mettersi dei limiti – non viene rimarcata l’importanza che ebbe l’arte visiva (concettuale e performativa soprattutto), e nemmeno l’importanza dell’innovazione calcistica portata dal metodo “epistemologicamente anarchico” (per dirla alla Feyerabend) dell’Olanda e dell’Ajax, che fu una concezione veramente non-gerarchica del gioco. Nei capitoli dedicati alla musica, manca un accenno all’importanza di riviste come Gong e Muzak, ma – perché no – anche di Ciao 2001. Invece, nella parte giustamente importante dedicata all’obiezione di coscienza al servizio militare, manca un accenno al movimento dei “proletari in divisa”, organizzazione informale che ebbe forte seguito in molte caserme. Incompleto da punto di vista analitico ci sembra anche il capitolo dedicato al Partito Radicale. Se da una parte è corretto aver dato spazio a Pannella e soci per il contributo e la determinazione portati nei movimenti degli anni ’70, dall’altro forse andavano individuate – come in altre pagine viene fatto a proposito delle posizioni lottarmatiste – le criticità per cui i radicali sarebbero diventati un perfetto ingranaggio del neoliberismo.
A questo proposito, una breve divagazione sul tema. Ho riletto di recente L’anarchico triestino, l’autobiografia di Umberto Tommasini. La foto che lo vede ritratto accanto a Pannella, durante un comizio di una marcia antimilitarista nel 1973, mi ha ricordato un fatto raccontatomi da un compagno. Durante un polemico contraddittorio Umberto – il fabbro rivoluzionario che partecipò alla Guerra di Spagna aveva allora 77 anni – disse al leader radicale pressappoco queste parole: “diventerai un servo dei padroni e dello Stato”. Non si trattava di una profezia, ma di una motivata analisi politica che dimostrava che dalle posizioni “liberali” di Pannella, mancanti di una visione politica più complessa del potere, non si poteva che arrivare – prima o dopo – a diventare ciò che Pannella diventerà in seguito. È stato così, lo possiamo constatare.
Infine. Per la sua ricchezza e anche per le riflessioni che solleva Ma chi ha detto che non c’è ci lancia una sfida per il futuro: partire dalle differenze senza mettere l’accento sull’identità, partire dalle cospirazioni senza cadere nelle formazioni gerarchiche. Nell’immanenza delle possibilità rivoluzionarie, come canta la canzone “Sta nel fondo dei tuoi occhi / sulla punta delle labbra / sta nel corpo risvegliato […] Sta nel sogno realizzato sta nel mitra lucidato / nella gioia nella rabbia / nel distruggere la gabbia / nella morte della scuola / nel rifiuto del lavoro […] Sta nell’immaginazione / nella musica sull’erba / sta nella provocazione / nel lavoro della talpa / nella storia del futuro / nel presente senza storia / […] negli istanti di memoria […] Sta nel fondo dei tuoi occhi / ma chi ha detto che non c’è / …sulla punta delle labbra / ma chi ha detto che non c’è […] nella fine dello Stato / c’è, c’è, sì c’è, ma chi ha detto che non c’è, c’è”.

di Marc Tibaldi

ildubbio.news, 31 ottobre 2017

+ Ma il ’77 non fu solo una scatola con dentro la P38

Ma il ’77 non fu solo una scatola con dentro la P38: ci fu anche la nube tossica di Seveso e il funerale di Mao, l’esplosione del punk e le prime radio libere, il femminismo, la nascita dell’impero del porno e la febbre del sabato sera.

Mentre se ne conclude il quarantennale e – tra mostre, iniziative audiovisive e pubblicazioni – si cerca di fare un bilancio postumo del 1977, arriva un libro che potrebbe forse costituirne la migliore messa a punto. Si tratta di Ma chi l’ha detto che non c’è. 1977 l’anno del big bang. A firmarlo è un autore che in un confronto serrato, anche personale e biografico, con le vicende avvenute in quell’anno ne coglie in pieno alcune delle caratteristiche più proprie. È Gianfranco Manfredi, intellettuale poliedrico e geniale (scrittore, narratore, filosofo, cantautore, sceneggiatore di cinema e fumetti), le cui vicende biografiche e di pensiero si intrecciano al meglio con lo specifico del ’77.
Nato nel dicembre ’49 a Senigallia, di famiglia protestante, studia a Milano, prima al liceo Berchet e poi alla Statale, dove si laurea in filosofia con Mario Dal Pra. Frequenta le redazioni di “Re Nudo” e “L’Erba Voglio”, dove entra in contatto con il mondo controculturale e libertario. In particolare, dall’atmosfera anarco- situazionista del gruppo di “Re Nudo” e dei festival pop organizzati dalla rivista, trova la fonte di ispirazione per le sue prime canzoni, a partire dal suo primo album, La crisi, del ’72. Nel ’73 inizia contemporaneamente a lavorare per l’Istituto di Storia della Filosofia, pubblicando successivamente anche il saggio L’amore e gli amori in Jean-Jacques Rousseau. Abbandonando l’università alla vigilia della cattedra, Manfredi sceglie la creatività, la musica e la scrittura (non solo narrativa e giornalistica ma anche cinema, scrivendo diversi film tra cui Liquirizia di Salvatore Samperi).
Restando alla produzione da cantautore, il suo secondo album, Ma non è una malattia (1976), preciserà le sue caratteristiche cantautoriali, mettendo alla berlina il linguaggio e i luoghi comuni allora diffusi tra i giovani. I suo testi non fotografano solo la militanza e la militarizzazione della politica ma affrontano, tra i primi, anche temi del “personale”. Tra questi c’è Ma chi ha detto che non c’è, la canzone che dà il titolo anche a questo suo lavoro scritto col senno di poi e con «uno sguardo più distaccato oggettivo, storico e d’insieme». Manfredi ricorda quando, in auto con Nanni Ricordi, scrisse il brano: «C’è, la incido. Il 45 giri previsto è un altro, e nell’album la canzone sta sulla facciata B in penultima posizione! Cioè… casomai desse fastidio, tanto siamo quasi alla fine…». Un giorno Nanni gli telefona e gli dici che la canzone piace molto a Mick Jagger, che gli manda i suoi complimenti. Il successo sarà travolgente. A distanza di quarant’anni, dai clic su YouTube non si riesce neanche a tenerne il conto. Ricky Gianco, che la canterà insieme a lui proprio nel ’77 nello spettacolo Zombie di tutto il mondo unitevi, dirà: «È una fotografia, c’è quello che succedeva”. In realtà, era una canzone particolare. Ma chi ha detto che non c’è, spiega adesso Manfredi, «è una canzone d’amore, d’amore per tutto quello che c’è con tutti i suoi contrasti, non è un desiderio di qualcosa che ci sarà forse un giorno, ma che noi non vedremo mai, per vincoli biologici, e può darsi pure di specie. Qui, adesso quello che c’è prendilo tutto, con le contraddizioni…». Un inno al “riprendiamoci la vita”, qui e adesso, «senza dimenticare le sfumature, senza smarrire mai il sociale, senza limitare ideologicamente lo sguardo, senza perdere la tenerezza».
Ecco, sta proprio in questo approccio, a detta di Manfredi, il segreto del ’77, l’anno della consapevolezza – italiana ma forse planetaria – del grande disordine. Un disordine totale, tutto e il contrario di tutto, una sorta di consapevolezza del caos primigenio, un caos incredibilmente creativo, nel quale ogni singola particella era legata all’altra e rimandava all’altra.
Manfredi è convinto che non si può racchiudere la portata rivoluzionaria di quell’anno nei cortei e nella manifestazioni, nella cacciata di Lama dall’università e nel convegno bolognese sulla repressione. No, c’è molto di altro, «essendo stato il ’77 assai più di una scatola del tempo con dentro una P38 e una confezione di proiettili». C’erano infatti più generazioni all’opera, dai bimbi che nascevano ai vecchi che se ne andavano. Tutti sono stati protagonisti, a pieno titolo, di quell’anno unico e esemplare. E dentro, in questo libro ben scritto e che si legge come un romanzo, c’è davvero tutto: la nube tossica di Seveso e il funerale di Mao, l’esplosione del punk e le radio libere, il femminismo e la diffusione di Porci con le ali, la nascita dell’impero del porno e la febbre del sabato sera, l’inizio del movimento antinucleare e il black out di New York, le prime realizzazione di Steve Jobs e Bill Gates e l’arrivo di Happy Days, i nuovi fumetti di Ken Parker di Berardi-Milazzo e Pentothal di Andrea Pazienza… In tutti questi ricordi, odori, forme e colori diversi, c’è – scrive Manfredi – il senso caotico e disordinato ma unitario di quell’anno. Ne emergono oltre quattrocento belle pagine di affreschi letterari che traggono ispirazione proprio dalla canzone del titolo, scritti in una prospettiva storica senza mai limitare lo sguardo ai cliché e alla storiografia ideologizzante ma puntando l’occhio sui fenomeni dell’immaginario profondo. Percorsi inediti, insomma, alla ricerca di ciò che si presume non ci sia, ma che in realtà – citando la canzone – «sta nel fondo dei tuoi occhi, sulle punta delle labbra».
E così, tra Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes e la disco music all’italiana, tra il Sandokan con Kabir Bedi e il Kunta Kinte di Radici, Manfredi snocciola e ripercorre tantissimi fenomeni, dagli Oscar a Quinto potere e Rocky (che proprio quell’anno sbarcano nei nostri schermi), a film epocali e paradigmatici, come gli italiani Padre padrone dei fratelli Taviani o Un borghese piccolo piccolo di Monicelli, e lo straordinario Guerre stellari. A Milano, ancora, nel ’77 Mauro Rostagno apre in via Castelfidardo il Macondo, un locale da cui passano un po’ tutti, «renudisti più o meno arancioni, lacaniani in ordine sparso, cani sciolti in cerca di scodella, freschi reduci dagli scontri in cerca di asilo cordiale e soprattutto tranquillo Giorgio Gaber, sempre incuriosito da quello che di nuovo spunta, l’antiedipico Gilles Deleuze e la trozkista Vanessa Redgrave, con in sottofondo i Talking Heads, Miles Davis, la musica andina…». E ancora, «indiani dall’India e… indiani metropolitani senza ordine alcuno». Di quest’ultimo fenomeno che, a detta di molti osservatori, resta il più appariscente di tutto il ’77, Manfredi dopo averne ricostruito la genesi ed elencato le caratteristiche, aggiunge: «Mi ritrovai anch’io catalogato tra gli indiani metropolitani per il semplice fatto che avevo inciso nel ’77 Ultimo mohicano: in quella canzone, un guerriero urbano in ritardo si ritrovava, con un sanpietrino in mano, in una strada dove supponeva dovesse esserci una manifestazione e invece non c’era più nessuno, così finiva in un bar a chiacchierare con i netturbini in sciopero. Cantavo il riflusso in una fase di passaggio in cui già lo si poteva annusare…». Del resto, da bambino, quando si giocava a indiani e cowboy, Gianfranco preferiva sempre fare l’indiano. E nel ’78, in pieno sequestro Moro, andrà in onda un programma a puntate su Radio Rai scritto proprio da Manfredi (Chi ha paura di Mr Hyde?) in cui Roberto Benigni faceva la parte del generale Custer finito a combattere contro gli indiani in India. Paradossalmente, la trasmissione fu bruscamente sospesa dopo che i dirigenti Rai udirono pronunciare la parola “Moro”: in realtà si stava citando ironicamente una lettera dove Engels definiva “Moro” il suo amico Marx, in riferimento a Tommaso Moro, l’utopista inglese.
Come se non bastasse, più avanti – negli anni ’90 – Manfredi inventerà le storie a fumetti Magico Vento, un ex soldato blu che diventa sciamano lakota: «Questo fumetto pubblicato dalla Bonelli – ricorda il nostro autore – mi consentì degli scambi proficui con i rappresentanti italiani dei nativi americani e anche con un’insegnante di una riserva cheyenne del Montana». Tornando quindi agli indiani metropolitani del ’77, «le etichette – sottolinea Manfredi – possono dare fastidio, ma a volte ci prendono: puoi ritrovarti davvero dalla parte degli indiani per tutta la vita».
Proprio nel ’77 Manfredi incide il suo terzo album, Zombie di tutto il mondo unitevi, scritto assieme a Ricky Gianco. L’ellepì vede la partecipazione della Pfm ed è anche all’origine dello spettacolo teatral-musicale omonimo realizzato con la regia di Velia Mantegazza. Quasi una celebrazione in presa diretta dell’irruzione di novità del 1977. Tina Anselmi, prima donna nominata ministro in Italia l’anno precedente, presenta la legge 903 sulla parità di trattamento tra uomo e donna in materia di lavoro. Franco Basaglia, psichiatra e neurologo rivoluzionario, annuncia la chiusura del manicomio pubblico San Giovanni di Trieste che lui dirigeva. Con la legge 517 vengono poi abolite, nelle scuole italiane, le classi differenziali.
A Roma si inaugura la Libreria delle Donne. La Rai trasmette Onda libera con Roberto Benigni e su Rai 2 appare, sempre in televisione, il lungometraggio in superotto di Nanni Moretti Io sono un autarchico.
Al teatro Alberichino di Roma debutta Carlo Verdone con un suo one man show. E, ancora in Tv, esordisce Non stop con Massimo Troisi. Al cinema è il trionfo italiano di Tomas Milian con ben cinque film del Monnezza mentre, sul piano internazionale, arriva sugli schermi Io e Annie di Woody Allen, «forse il suo capolavoro assoluto”, sentenzia Manfredi. Ma, stando alla lettura di Ma chi ha detto che non c’è, potrebbero essere due – un libro e un film – le migliore tracce di tutto il ’77. Boccalone di Enrico Palandri, «il romanzo che più di ogni altro ha saputo rendere il clima sentimentale ( di coppia e non solo) del ’77 in presa diretta». E Il diavolo probabilmente, pellicola del regista cattolico francese Robert Besson. Il totale “smarrimento” che emerge nella vicenda del film, è forse la cifra più propria di quell’anno: «Prima del riflusso – conclude Manfredi – viene il riflesso. Ci si guarda allo specchio e si riflette, su chi siamo, su chi vogliamo essere, sui nostri percorsi, passati, presenti e futuri. Chi rifiuta di consegnarsi alla morte, cerca ancora, e testardamente, un senso alla vita».

di Luciano Lanna

il manifesto 23 settembre 2017

+ 1977, storia ritrovata

C’era un’assenza di narrazione storica del ’77 da parte di chi l’ha vissuto in prima persona. Ma chi ha detto che non c’è. 1977 l’anno del big bang, il nuovo libro di Gianfranco Manfredi (copertina di Elfo) colma a 40 anni dall’anno simbolo una parte di quel vuoto. Edito da AgenziaX, grazie a un crowdfunding di 4.102 euro, con questo libro l’autore si immerge nelle ragioni di un movimento complesso e visionario, denso di creatività e desiderio, contraddizioni e conflitti radicali non sempre risolti. Scrittore, sceneggiatore di film e fumetti, cantautore, filosofo Manfredi parte dal titolo di una sua canzone emblematica del periodo per cimentarsi in una ampia ricostruzione collettiva per affreschi, anche soggettiva seppur distaccata, tendenzialmente storica. Da qui l’occasione per affrontare con lui alcune riflessioni sul ’77.

Una storia del ’77 scritta da un testimone attivo come te si connota subito come documentazione autentica di un’epoca importante, seppur ignorata o ridotta a caricatura. Quali ne sono stati per te i tratti salienti?
Ho cercato anzitutto di mostrarne l’aspetto internazionale, cosa che per il ’68 si era fatta, per il ’77 assai meno, quasi fosse stata esperienza essenzialmente italiana. Poi mi sono sforzato anche di andare al di là della documentazione strettamente generazionale, infatti il libro comincia da chi nel ’77 stava nascendo o era appena nato, cioè dai bambini. Nasceva il «mercato dei bambini» che non significava soltanto prodotti destinati ai bambini, tramite le famiglie, ma lo sviluppo della figura del bambino come consumatore attivo, come soggetto di consumo. Ricordo anche brevemente quelli che nel ’76 e nel ’77 se ne sono andati, lasciando comunque una traccia importante. Personalità molto diverse tra loro: Mao, Maria Callas, Elvis Presley, Groucho Marx. Racconto di inattese e apparentemente bizzarre militanze, come ad esempio l’avventura di Brigitte Bardot (non certo di sinistra) con Greenpeace per salvare le foche. Insomma il libro è scritto per voci e per frammenti tematicamente connessi, ma estremamente variegati. Il tratto più saliente del ’77 è stato che quell’anno fu densissimo di contraddizioni.

Fra queste c’era l’idea di lotta armata, come ricorda «il mitra lucidato» della tua canzone che dà il titolo a questo libro. Eppure c’era molto altro che l’etichetta «anni di piombo», usata da troppi storici e giornalisti, oggi distorce e nasconde, ti pare?
Nel libro chiarisco il senso della frase sul «mitra lucidato». Si riferiva alla voce circolante secondo la quale gli ex partigiani, nell’eventualità di un colpo di stato, si tenessero pronti e avessero disseppellito armi imboscate, oliandole nei giorni festivi. Il riferimento era a quello e infatti alcuni ex partigiani (non necessariamente comunisti) si felicitarono privatamente con me per il riferimento, fosse o no autentica la diceria. L’etichetta «anni di piombo» purtroppo è una trappola in cui siamo caduti anche con la pubblicistica sugli anni Settanta e sul ’77 in particolare, accettando di parlare soltanto di quello, mentre il movimento del ’77 ha espresso molto di più e d’altro. Non che trascuri l’argomento «lotta armata» nel libro.

Dal gruppo Gramsci redattore della rivista di controcultura «Re Nudo» a cantore dell’area dell’Autonomia, quali sono stati i tuoi riferimenti politico-culturali di quel periodo?
Gli stessi del movimento generalmente inteso. Assai vari, ripeto. Ho cercato di dare conto di questa ricchissima varietà più che dei percorsi uniformi e univoci, dei contributi diversi più che dei tratti simili. Culturalmente passo in rassegna molti romanzi, saggi fondamentali, film (non solo quelli d’autore, anche quelli di consumo, di genere, inclusi i porno), trasmissioni radiofoniche, musiche (incluso anche John Cage, Anthony Braxton, Astor Piazzolla, per esempio).

La nascita e diffusione delle radio libere, che non a caso trasmettevano molto anche i tuoi dischi, hanno contribuito a diffondere in modo capillare e a far interagire tutte queste componenti. E poi?
Come scrisse Furio Colombo, si rinnovò in profondità il linguaggio radiofonico, ma io considero anche le innovazioni portate da Arbore e Boncompagni e quelle delle radio cosiddette commerciali come Radio Milano International. Se si parla di linguaggio bisogna parlarne in modo non politicamente ristretto perché il linguaggio mediatico riguarda e ci influenza tutti, come hanno ampiamente dimostrato gli anni successivi.

Anche i fumetti, penso in primis a «Cannibale» e a Andrea Pazienza ma anche alle tavole splendide che arrivavano dalla Francia di «Métal Hurlant» e Moebuis, hanno illustrato l’atmosfera incerta del ’77. C’è un filo che ti porta a diventare anche sceneggiatore di fumetti quali «Magico vento» e «Shanghai Devil»?
Negli anni Settanta tra fumetti e musica c’era un legame non casuale. Per esempio la copertina dell’album Posspartù della Pfm (di cui avevo scritto i testi) era opera di Andrea Pazienza. Già prima, il mio album d’esordio, La crisi, era stato illustrato in copertina da Guido Crepax. I fumetti nei Settanta avevano anche usi «situazionisti», per esempio la fanzine underground «Robinud» metteva battute ironiche quanto «rivoluzionarie» in bocca a Tex o a Topolino. Il mio passaggio ai fumetti, negli anni Novanta, però non c’entra nulla. Ha avuto altre motivazioni, anche d’occasione, e ho sempre cercato di scrivere fumetti «trasversali» nel senso di usare un linguaggio narrativo popolare e rivolto a tutti, senza derive «ideologi-che». Del resto non erano ideologici nemmeno i fumetti di «Métal Hurlant». Esprimevano un punto di vista forte, ma si tenevano il più lontano possibile dalla propaganda.

Il concetto di lavoro come valore fu messo fortemente in discussione dal movimento. Come si stava modificando secondo te il rapporto dell’individuo con il lavoro? Non pensi che certe teorizzazioni del non-lavoro possano avere aperto la strada alla precarizzazione generale di oggi?
Il tema della precarizzazione era ben presente già allora e dipendeva dallo sviluppo del capitalismo, non certo dal dibattito teorico. Socialmente era una condizione reale, non un’ipotesi. Sapevamo benissimo di essere già precari. Non per niente si parlava dell’università come «riserva indiana». Era la disoccupazione il non-futuro che ci attendeva, ne eravamo consapevoli, lo scrivevamo sui muri e sui cartelli, lo cantavamo nelle canzoni. Riguardo al rifiuto del lavoro, l’ho raccontato a partire da alcune testimonianze di operai di fabbrica riportate in un libro inchiesta dell’operaio scrittore Vincenzo Guerrazzi. Lo scontro tra l’epica (e l’etica) del lavoro precedente e il rifiuto del lavoro salariato di quegli anni, sono estremamente trasparenti anche nell’esperienza del punk inglese. Ho poi cercato di documentare a nuovo lavoro del «fai da te» e le nuove importanti esperienze che venivano dal mondo giovanile, per esempio la prima fase di esperienze di hackeraggio che hanno consentito a Bill Gates e Steve Jobs di passare rapidamente dal garage di papà allo status di miliardari, e tantissimi nuovi mestieri «inventati» o completamente ricreati.

In che modo, secondo te, l’ironia ha caratterizzato il linguaggio del ’77 fino a esprimerne la visione critica su politica e società?
L’ironia è senso dell’«opposto»: ogni cosa ha il suo contrario, il pensiero unilaterale, dogmatico e/o staticamente manicheo non conosce ironia, né umorismo. Senza senso del «contrario» non esiste movimento, che è sempre movimento tra opposti. L’ironia ha ben espresso l’anima del ’77.

di Thomas Martinelli

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