LUMI

Lumi di Punk

rete tre RTSI, 1 aprile 2009
+ Un periodo al fulmicotone
Seconda metà degli anni 70…i sogni di una generazione che aveva cercato un radicale cambiamento socio-politico vengono soffocati dalla risposta dello stato o, peggio, dalla piaga imperante dell’eroina…in questo contesto storico si affaccia una nuova generazione, una generazione che guarda oltremanica per cercare un nuovo approccio politico esistenziale innovativo ma sempre radicale….si apre la stagione del punk italiano.Dai primi tentativi di emulare gli alfieri del punk inglese ed americano, fino al raggiungimento di un furioso stilema sonoro tipicamente italico che si imporra’ addirittura oltreoceano: questa la summa di un viaggio durato poco meno di una decade ma che ha lasciato un impronta indelebile nella storia della musica italiana dalle rovine dell’autogestione anarco-freak prendono avvio i primi centri sociali autogestiti come li conosciamo oggi, le prime autoproduzini discografiche in barba ai dettami commerciali delle grosse etichette, i primi concerti interamente autogestiti a prezzi popolari, il tutto con una forma completamente nuova e fuori da ogni schema una piccola rivoluzione capace di cancellare l’etichetta di “provinciale”dalla scena musicale italiana e chi se non i diretti partecipanti a questa avventura, sono in grado di dare vita ad un esaustivo resoconto di questo periodo al fulmicotone? raccogliendo il materiale registrato durante una serie di convegni a cui hanno avuto modo di raccontarsi quelli che sono stati i principali protagonisti del punk italiano, marco philopat, da sempre agitatore culturale e, in questo caso particolare, uno tra i piu’ attivi punk dell’epoca, mette su carta quella che è destinata ad essere la prima tappa di questo storico viaggio nel furioso underground italiano “Lumi di punk, la scena italiana raccontata dai protagonisti”, si rivela tassello fondamentale per inquadrare, comprendere e, perchè no, rimpiangere un po’ tutta l’elettricità creativa che ha infiammato un periodo storico destinato forse a rimanere unico. e tanto per metterci pure la “ciliegina sulla torta”, il libro è corredato da un’intervista a Don Letts, primo dj anglogiamaicano a mixare punk e reggae nei locali londinesi nonchè scrittore regista ed amico di Johnny Rotten, fumettazzi tratti fanzine dell’epoca e alcune tavole del purtroppo scomparso professor bad trip, oltre ad una farcitissima discografia sul tema la lettura di “Lumi di punk, la scena italiana raccontata dai protagonisti”, curato da Marco Philopat e pubblicato dalle xbook edizioni, ti faràtornare la voglia di cotonarti la chioma, farti la cresta, e tornare ad urlare ancora!! potente!!

GIUDIZIO: ottimo

di Maurizio Forte

www.kathodik.it, 6 maggio 2006
+ Lumi di punk
Nato come precipitato di alcuni degli interventi che l’autore Marco Philopat ha raccolto all’interno della mostra “Beat Hippy Autonomi Punk” realizzata insieme a Giancarlo Mattia con la collaborazione della Casa Delle Culture di Cosenza, il volume edito dalla casa editrice Agenzia X, costituisce un’interessante e poco conosciuto spaccato di testimonianze di chi ha vissuto sulla propria pelle e dibattuto e diffuso il punk nella nostra penisola nei primi anni ottanta. Fornendo come strumento di indagine la storia orale dei protagonisti, in Lumi di punk si raccontano alcune delle pratiche di autogestione, costituzione di una estetica e di una pratica autoprodotta espletata tramite fanzine punk, autoproduzioni musicali e culturali che hanno attecchito in Italia, come l’esperienza della band Raf Punk e dell’etichetta Attack Punk e dei primi 45 giri autoprodotti, narrata nel racconto di Helena Velena. Oppure il racconto di Zulù, storico fondatore dei 99 Posse e l’esperienza dell’Officina 99, al cui interno la band era nata. Enzo Mansueto degli Skizo e l’esperienza del centro sociale occupato La Giungla di Bari. Il Vidicon e Il Virus a Milano, la lotta all’eroina che aveva iniziato il processo di disintegrazione delle controculture. E ancora l’esperienza dei Kina, una delle bands nostrane che in quel periodo rivaleggiavano tranquillamente con le più importanti bands punk americane e dell’etichetta Blu Bus; degli incredibili Negazione con il racconto di Marco il bassista; Il Gran Ducato Hardcore e la nascita del centro sociale Victor Charlie di Pisa raccontata da Betta e Bettina, due delle fondatrici; l’esperienza artistica del Professor Bad Trip aka Gianluca Lerici, artista multimediale, fumettista e colonna disegnante della rivista Decoder, scomparso troppo presto nel 2006. E ancora altri racconti oltre ad una importantissima discografia in appendice che fornisce una indispensabile guida all’ascolto e che rende il Lumi di punk chiaramente consigliato.

di Marco Paolucci

Rumore, dicembre 2006
+ Lumi di punk
L’anno prossimo, per il trentennale dei “two sevens clash”, verrà celebrato il punk.
Da tutti, statene certi, anche da chi non ne ha alcun diritto. Per capirci: volete che MTV, Radio DeeJay, Repubblica, XL, Vanity Fair, Panorama e Famiglia Cristiana non vogliano dire la loro sull’argomento? Non azzardo una puntata di “Porta a porta” sull’argomento, ma nemmeno lo escludo. Chi ha a cuore l’argomento saprà discernere le fonti e scegliere su quali orientarsi, gli altri ascolteranno la Palombelli raccontarci il suo ’77.
Pazienza facciamocene una ragione e teniamoci strette le “cose giuste”. Tra queste, senz’altro, Lumi di punk, nuova uscita targata X-book. Il concetto che sta dietro a questo libro è semplicissimo, e corretto: far parlare i protagonisti.
Chi c’era, chi ha fatto e visto le cose, chi si è inventato il punk dove non c’era, chi ne ha fatto uno strumento di lotta, chi una ragione di vita.
Philopat, curatore del progetto, ha individuato una serie di nomi e ha chiesto loro di ricordare, a ruota libera.
Ha chiesto a gente come Helena Velena, Laura dei Raf Punk, Roberto Perciballi, Bostisk, Stefano Bettini, Dome, Cristina Xina, a Tiberio, di raccontare il loro punk, ovvero il Cassero, l’Attack Punk, il Prenestino, il Granducato HC, il Victor Charlie, il Virus. Ma ha chiesto anche a chi non viveva a Bologna, Roma, Firenze o Milano, per esempio Enzo Mansueto degli Skizo di Bari o a Benzo dei Fall Out di La Spezia, cosa li ha spinti a scegliere il punk in provincia. I racconti sono semplici e avvincenti. Bellissimi, in alcuni casi. Soprattutto, privi di retorica, rischio costantemente dietro l’angolo in questi casi.
Ne emergono un quadro realistico ed una constatazione di fondo, sostanziale: nessuno rinnega il proprio passato. Chi è stato punk lo rimane per sempre, alla faccia del revisionismo storico (o banale pentimento) delle generazioni immediatamente precedenti e successive. Per dovere di cronaca è giusto puntualizzare che in questo libro si parla di anni ottanta, ovvero hardcore e di politica, più che di punk, e che, opinione personale , quella che si ricava dalla lettura è un’immagine un pò troppo cupa del movimento. è anche vero, però, che in quei giorni c’era poco da ridere: da una parte i punk, anzi i “punx”, cancro della società, dall’altra la repressione. C’era lo scontro, solo lo scontro. Il punk costretto dentro i Centri Sociali e il nemico da combattere, il “sistema”, là fuori. Due mondi lontanissimi, opposti. Un plauso a Philopat per le ore passate a sbobinare i racconti di chi c’era (ben trenta, tra musicisti e attivisti in genere), e per aver portato con Lumi di punk un altro contributo, sostanziale, alla ricostruzione del puzzle. In calce al libro una ricca appendice discografica e una selezione fotografica con copertine, locandine, fanzine, eccetera, il tutto in un plumbeo e contestualmente perfetto bianco e nero.

di Luca Frazzi

Corriere del mezzogiorno, 8 novembre 2006
+ Esce Lumi di punk di Marco Philopat. Con un capitolo su Bari
Prima dell’estate mi chiama Marco Philopat. Al suo progetto di racconto collettivo del punk italiano manca un pezzo importante, mi dice. La città di Bari. “Chi meglio di te, tra i sopravvissuti?”, mi fa. Eh sì, Marco conosce bene i miei trascorsi e condivide con me l’interesse per le cosiddette sottoculture. Accetto ben volentieri il suo invito a collaborare all’operazione Lumi di punk. Del resto, più volte – ed anche sulle colonne di questo giornale -, sono tornato su quell’esperienza: il punk e dintorni, a Bari. E da molto tempo, per giunta, vado millantando un romanzo enciclopedico sulla new wave barese che, come tutte le cose visceralmente legate al sé, faccio fatica a liquidare. Accetto anche per questo. Per dare alla luce qualche anticipazione e per condensare le cronache raccolte in questi anni. Vado a Milano ad incontrare Marco, a luglio. La procedura prevederebbe una conversazione registrata ed una trascrizione “oraleggiante “ a cura dello stesso Philopat. Ma Marco sa che io sono troppo letterato e carico di dettagli. Non se la sente di trascrivermi. Ci accordiamo per un esteso pezzo scritto: “Dai Wogs alla Giungla (1979-1984)”. In più, una mia intervista al leggendario deejay Don Letts, animatore del Roxy di Londra, amico di Johnny Rotten e filmmaker documentarista “dall’interno” della scena punk londinese, già pubblicata in forma ridotta su Rodeo Magazine. Mi metto al lavoro e, pur sforzandomi in tutti i modi di evitare l’”operazione nostalgia”, non posso fare a meno di sprofondare nelle zone d’ombra di ciò che non c’è più: luoghi, suoni, persone. Emerge una Bari, di oltre un quarto di secolo fa, ormai, per molti tratti irriducibile alla città attuale. Sì, è vero, lo so, la memoria fa brutti scherzi, soprattutto quando si rammentano gli anni dell’adolescenza. La distorsione è inevitabile, le stelle dell’Orsa si fanno vaghe. La storia stessa non è poi che una narrazione. E dal narrare emerge una topografia invisibile, che merita di essere sovrapposta alla mappa, anche virtuale, della città odierna. Se non altro per accorgersi di quanto tutto, a dispetto di chi dice che non cambia mai niente, cambi: e tanto. Dov’è la piazza Umberto di fine anni Settanta, divisa da una via Sparano ancora carrabile e abitata dai più assortiti esponenti del movimentismo? Dov’è la Bari senza pub e movida, ove la birra alla spina era una stranezza da Fiera del Levante o da poche rosticcerie urbane? Dove sono il Re Artù, il Pellicano (quello vecchio), lo Spleen e le altre bettole, dove almeno si suonava, davvero? Nel racconto di quegli anni, mi addentro nei meandri di questa città scomparsa. E la popolo di fantasmi. Purtroppo. Massimo Lala, su tutti. Proprio oggi, dodici anni fa, ci lasciava, spiccando il volo dalla finestra della sua casa romana. Trentuno anni. Era l’icona del punk a Bari. Anche se per qualcuno questa definizione può apparire limitativa, per i più resterà questo. E non è male. Esemplare di una città scomparsa, di una Bari che – forse per l’unica volta – ha saputo sintonizzarsi con un contesto allargato, con lo spirito del tempo. Io, al tempo, 1979 e pochi anni successivi, minorenne, lanciavo la mia sfida: mettere su una band. The Skizo. Non c’era internet, non c’era myspace.com, i pc, non c’erano i cd, non c’era la registrazione digitale fatta in casa. Si andava avanti con audiocassette, fotocopie, annunci sui giornali, insomma “fai da te” ad ogni livello. Riuscimmo a far parlare di noi, di Bari. In qualche modo. Accadeva qualcosa. E l’ho raccontato, nel libro. Perché? Non saprei. Ma una cosa mi conforta. Che tanti compagni dell’avventura di allora, i “sopravvissuti”, oggi manifestano ancora quella attitudine punk, quel creativo anarchismo dadaista, nella vita e nell’arte, senza le abiure che hanno caratterizzato altri movimenti. Bari è cambiata. Tanto. Io ne ho raccontato un pezzettino, che mi appartiene. Sarebbe interessante capire se e dove sia oggi trasmigrata quella attitudine. E non parlo di musica, che non abita più da queste parti. Don Letts, da me intervistato, alla domanda su dove sia il punk oggi, così risponde: “Non sto parlando solo di musica. La gente deve imparare a scovare l’arte in tutte le espressioni che costituiscono il mondo civilizzato. Non occorre mettere su una band: puoi benissimo essere un insegnante punk rock!”. La parola ai protagonisti di allora (1979-84) Arriva oggi in libreria il volume curato da Marco Philopat, Lumi di punk. La scena italiana raccontata dai protagonisti, una raccolta di testimonianze maturata tra centri sociali, aule e altri luoghi, del quale questo testo fotografa una prima fase, accessoriata di fumetti, discografie e contributi diversi. Il progetto prevede ulteriori sviluppi e le occasioni di presentazione del libro saranno opportunità per la raccolta di nuovi materiali. Nel libro è compresa una nutrita memoria della scena barese. Marco Philopat, agitatore culturale, è stato tra i fondatori della scena punk milanese, tra le prime in Italia, condensata nelle vicende del Virus. Il suo “romanzo” di quell’esperienza, Costretti a sanguinare, di quasi dieci anni fa, è stato ripubblicato di recente da Einaudi Stile Libero, con grande riscontro, confermandosi come una pubblicazione imprescindibile nell’ambito di quel fenomeno subculturale che fu il punk, sul quale i massmedia, a trent’anni dal 1977, si apprestano a riaccendere i riflettori. Il lavoro di Philopat sulle controculture italiane annovera anche le narrazioni del periodo beat, con I viaggi di Mel (Shake 2004), e della Milano politica e violenta degli anni Settanta, con La banda Bellini (Shake 2002). Lumi di punk è tra le prime uscite della nuova impresa editoriale dell’Agenzia X (www.agenziax.it), che ha già pubblicato la fortunata biografia di Dee Dee Ramone, Blitzkrieg Punk.

di Enzo Mansueto

la Repubblica, 8 novembre 2006
+ Noi, i ragazzi della Giungla di Bari
Anarchica e punk. Una Bari in sintonia con il resto della nazione. E con il resto d’Europa (forse per l’unica volta nella sua storia recente). L’anno prossimo saranno passati trent’anni dalla nascita del punk in Italia: un anniversario che lo scrittore e agitatore culturale Marco Philopat celebra degnamente con l’uscita di Lumi di punk (Xbook, Milano), da oggi nelle librerie. E adesso come allora, Bari c’è in una ricostruzione tra cuore e date intitolata “Punk a Bari: dai Wongs alla Giungla (1979-1984)”, consegnata a questa pubblicazione collettiva da uno dei protagonisti di allora, il poeta-insegnante e critico musicale Enzo Mansueto, leader degli Skizo. “Lungi da me l’operazione nostalgia, sia ben chiaro, anche perché a differenza di altri movimenti da parte nostra non c’è mai stata un’abiura significativa di quello che siamo stati. L’essere punk è rimasto per noi un’attitudine, una cifra di radicalità”, spiega. I punk che furono lui, Nicola Mariani, Angela Mirizzi, Isa Lorusso, Davide Viterbo, Angelo Ruggiero, Angelo Pantaleo e soprattutto i compianti Massimo Lala (icona stessa del punk a Bari) e Pierangelo Comodo mossero i primi seri passi in città nel 1979. E fu una deflagrazione interiore per molti di loro, esteriore per tutti gli altri che osservavano questi strani esseri aggirarsi per le strade cittadine. “Ci suddividevamo in due gruppi: il primo, formato soprattutto da rappresentanti di estrema sinistra, si ritrovava al cosiddetto ‘giardino’, ovvero in piazza Umberto, e il secondo, formato da ex elementi del Fronte della gioventù, si ritrovava al quartiere Carrassi”, ricorda Mariani, all’epoca leader dei Chain Reaction e attualmente veterinario, per tutti fatalmente “il veterinario punk”. Prima di tutti loro, a onor del vero, a esibire spille da balia in bocca da protopunk era stato Tani Tiberino, oggi reporter. Per Mariani e per quelli del suo giro il primo comune denominatore fu il look. Quello dell’iconografia classica: creste, giubbotti borchiati, piercing, orpelli militareschi. Poi è venuta l’ideologia. “Ci dichiaravamo anarchici, ci ritrovavamo in un grido comune”, sfociato poi nel primo centro sociale occupato di stampo anarco-punk in Italia: la Giungla. A Mansueto il primo anelito punk lo soffiò la musica sniffata in negozi di vinile che non ci sono più. “Bari allora non era quella paralitica palude che è adesso”. Lui era un punk della prima fase, quella che va dal ‘79 all’82 e che si riconosce in un’estetica più raffinata fatta di giacchette di tartan. Diversa dalla seconda, dall’83 all’84, i gloriosi anni della Giungla, il cosiddetto punk movimentista, delle creste e dei giubbotti. Per tutti “le prime scintille vennero in città dai Wogs, band protagonista nel 1979 di un concerto rissa alla facoltà di lingue”. La musica si espanse con i Bloody Riot, gli Undernoise, i Lobotomy, Last Call, Rem. E gli Skizo, il cui unico nastro è considerato tra le cinquanta uscite più significative del punk italiano. Ecco così il primo concerto al Re Artù, rimasto agli annali (poi divenne loro manager Cesare Veronico), e la partecipazione al Festival rock italiano di Bologna, la cui vittoria, nel 1982, viene loro sottratta dagli sconosciuti Litfiba. Gli Skizo si fermano lì, ma i punk continuano il loro cammino e si trasformano in movimento vero e proprio. Il primo atto è l’occupazione dell’ex gasometro, ribattezzato Giungla dal fiorire delle erbacce tutt’intorno. Vengono sgomberati quasi subito e ripiegano sull’ex dopolavoro ferroviario della Stanic, per lunghi gloriosi nove mesi. Mariani ricorda: “Era una zona difficilissima, pullulava di malavitosi che usavano la zona per smantellare i carichi di camion rubati. Sono stati mesi di pistole in testa e minacce. Avevamo tutti contro: la malavita, la borghesia, gli estremisti di destra e sinistra”. Loro continuarono la loro missione sociale con laboratori teatrali per i bambini della zona e concerti continui. “Eravamo bravi ragazzi e lo capirono tutti i residenti”. Ma non bastò a evitare la chiusura. Una mattina arrivarono le pistolettate dei malavitosi. La Giungla chiuse e si costituì l’omonima cooperativa, animata tra gli altri da Angela Mirizzi (che attualmente gestisce il bar Tavli a Bari vecchia). Si deve a loro la rassegna Creeps, che portò in città i principali gruppi internazionali”. “La prima volta che sentì ripetere in corteo il motto ‘Giungla senza re’ – racconta Angela – pensai che quello doveva essere il mio gruppo. Cominciò il periodo più bello della mia vita, in cui si condivideva tutto, ci ribellavamo ai modelli borghesi, ci impegnavamo”. Punk resteranno per sempre. E quasi s’inteneriscono, quando si rivedono adesso nei ragazzi alla loro maniera di allora. “Li ritrovo tra i banchi, è uno strano loop. Certo, sono molto addomesticato e molto lontani da quello che la cultura punk dovrebbe essere oggi”.

di Antonella Gaeta

Lo specchio della Stampa, 11 novembre 2006
+ Lumi di punk
Anfibi militari e creste colorate, spille da balia e rutti di birra. Ghigno, sberleffo e tragedia. Il “pogo” furioso sotto i palcoscenici, il nichilismo e l’eccentricità, le svastiche naziste che si alternano alle “A” cerchiate dell’anarchia, l’importante è provocare. E poi la musica. Quella dei Sex Pistols prima di tutto.
Pubblicano il loro singolo di debutto, Anarchy in the U.K., il 26 novembre 1976. Cinque giorni dopo, il primo dicembre, scatenano il putiferio in diretta tv, subissando di insulti il presentatore dello show serale Today. Il dado è tratto. Da quel momento – sul serio – niente sarà più come prima. Nella musica e nella storia delle culture giovanili. Un’onda sismica che si propaga ovunque e non risparmia l’Italia.
“Il punk da noi arriva nel 1978-79 (un paio di anni dopo l’esplosione inglese) e trova un terreno preparato dal movimento del ’77: il rifiuto della militanza, il rifiuto di sacrificarsi per ‘il sol dell’avvenire’, la filosofia del ‘tutto e subito’. A quel tempo eravamo ancora bloccati dalle Alpi, adesso un po’ meno…”. Marco Philopat – milanese, “agitatore culturale e scrittore” – è stato uno dei primi punk italiani. Tra i suoi libri: Costretti a sanguinare – Il romanzo del punk italiano 1977-1984 (uscito nel 1997, ora ristampato da Einaudi) e il nuovissimo Lumi di punk, raccolta di testimonianze di trenta protagonisti italiani del movimento in pelle nera. A lui la parola.Philopat, come ti sei avvicinato al punk?
Ho avuto la fortuna di andare a Londra nel 1978, in autostop. Avevo 16 anni. Il seme era stato gettato da Michel Pergolani, l’inviato a Londra della trasmissione Odeon – Tutto quanto fa spettacolo. Rai-due fa vedere i Sex Pistols che dal battello Queen Elizabeth II, sul Tamigi cantano God Save The Queen durante il Giubileo del 1977: una pillola sovversiva che riesce a filtrare attraverso le maglie del controllo… Johnny Rotten che insulta la regina mi apre un mondo. E lo fa con una rabbia tale che non posso non immedesimarmi. Pensavo fosse un percorso originale, il mio. Ora ho scoperto che la meta dei punk italiani ha visto quei filmati. Comunque quando torno a Milano, dopo tre mesi di Inghilterra, praticamente non c’è ancora nessuno.

Quale contesto trova il nuovo fenomeno nel nostro Paese?
Da noi il punk si innesta in un quadro peculiare, che è quello della contestazione e dei movimenti politici. Alle spalle dei giovani punk c’erano un linguaggio, un modo di vivere che non ci andavano più bene. Diciamo che è stata una rottura con i nostri maggiori. Una cosa importante: originariamente la rivolta punk nasce nelle zone ad alta concentrazione industriale, da Detroit passando per Londra fino a Torino. Sono i figli della classe popolare e operaia che si accorgono che il mondo dei loro padri si sta sgretolando. Non c’è più avvenire nelle fabbriche, non c’è più certezza. Il no future (“nessun futuro”) usato come slogan è il frutto di questo contesto. Come ha scritto Primo Moroni, “i punk sono i figli disperati del no future, figli inconsapevoli di un modello di produzione ormai superato, e con lui tutto il ciclo di lotte precedenti”.

Ma anche quelli erano anni di lotta…
Una rivista come “A/traverso” o il convegno dell’autonomia organizzato a Bologna nel settembre 1977 rappresentò un segnale: giovani, rispetto al passato più recente, erano ormai su un altro pianeta. Anche se quei ragazzi indossavano i jeans e le clarks e noi i giubbotti di pelle, la loro mentalità era più vicino ai punk inglesi che non a quella di chi aveva fatto il Sessantotto. Diciamo che, nonostante il look differente, tra noi e quelli del movimento del 1977 c’era una certa affìnità di comportamenti.

La chiave politica non è fuorviante per un movimento come il punk?
La politica va intesa nel suo senso più esteso. Esaurito il boom economico e le speranze di quegli anni, archiviate le grandi con contro-culture, la musica diventa un veicolo per esprimere il proprio dissenso e quindi fare politica. Il discorso vale per un gruppo come i Ramones, metà anni Settanta, New York. Loro non sanno suonare, ma usano strumenti e microfono per comunicare qualcosa “di urgente”. Non ce la fanno più. Quindi ogni giorno prendono la metropolitana e dal Queens vanno al Lower East Side, il quartiere “alternativo”, dove c’era il locale CBGB’s. E qui iniziano a esibirsi.

Torniamo in Italia.
Nel nostro piccolo, il percorso che fanno i Ramones lo facciamo anche noi a Milano, da Baggio, la Barona e gli altri quartieri periferici verso il Ticinese. Cosa ci facevamo nei nostri quartieri? Ormai la scelta era tra l’oratorio e l’eroina, come scrivo in Costretti a sanguinare. Così, con i capelli e il giubbotto di pelle, ci infiliamo in metropolitana per andare in via Torino, davanti al New Kerry, un negozio di dischi specializzato in musica d’importazione. Ci riuniamo lì tutti i sabati: 50, 60 fino a 80 punk. Ci sono risse, gli stalinisti del Movimento che ci danno dei fascisti e ci menano, la polizia. Ci sentiamo dei marziani. Ma ne vale la pena.

Non erano tempi tranquilli
Già. Quando mi iscrivo all’istituto chimico entro non in una scuola, ma in un paese dei balocchi: il sei politico, l’autogestione, l’occupazione per due anni. Fino a quando non arriva il sequestro Moro. Da quel momento il clima cambia.

In quali altre città si diffonde il punk?
Penso che la “capitale” italiana sia stata Bologna: città universitaria, al centro dell’Italia, con una notevole tradizione di controcultura. A Bologna c’è Radio Alice, Bifo, il convegno, “A/traverso”. A Bologna nel nel 1979 suonano i Clash, concerto gratuito in Piazza Maggiore. Quando noi milanesi arriviamo ci accorgiamo che la scena è già matura. Ricordo la manifestazione del giorno dopo, con i punk bolognesi che gridavano alla truffa e protestavano contro il Comune per queste iniziative una tantum. I bolognesi si erano persino rifiutati di andare sotto il palco a “pogare” London Calling. E io che ero lì sotto, li guardavo e dicevo: vuoi vedere che c’hanno ragione?

Che cosa è successo poi?
Da lì è partita la voglia di organizzare qualcosa di grosso anche a Milano, dove avevamo la fortuna di poter disporre di molti spazi occupati dalla generazione precedente. Andammo in via Correggio 18: organizzavano feste coi bonghi, le chitarre acustiche e le canzoni di De André e Guccini, noi abbiamo portato le chitarre elettriche e il pogo. C’era anche il Leoncavallo, ma lì erano più stalinisti e ci vedevano male. In via Correggio partì l’esperienza del Virus. Tempo pochi mesi e il Virus diventò il centro punk più importante d’Italia.

E nelle altre città?
Tutte le concentrazioni industriali hanno espresso punk, da Porto Marghera a Piombino. Il caso toscano è emblematico. Piombino ha avuto sette o otto gruppi punk, mentre Follonica, che è lì attaccata, nemmeno uno. Oppure: Brescia ha prodotto molte realtà punk, Mantova quasi niente. Le scene più vivaci comunque sono state essenzialmente quattro: Milano Bologna, Torino e la zona La Spezia-Carrara-Pisa. I “coatti” romani arrivano dopo: perché Roma ha una fisionomia sociale diversa e perché lì tutte le strutture di movimento politico erano ancora funzionanti.

Quanto dura?
Fino al 1984. Il Virus chiude, la band inglese Crass si autoscioglie in quell’anno. Finisce un’epoca e come tutte le controculture precedenti il punk celebra il proprio funerale. Ma il punk è sinonimo di ribellione giovanile e quindi rimane a disposizione dei ragazzi che vivono in situazioni disagiate. Ho conosciuto punk in Madagascar, a Bangkok, in Indonesia.
In definitiva: che cosa e stato il punk?
Un imbuto nel quale è entrato di tutto, da chi si era stufato di fare politica alla vecchia maniera ai ragazzi di strada più assurdi che erano riusciti a scappare all’emarginazione. Lo dicevano i Crass: il punk è stato un modo di dire no dopo che troppe volte avevamo detto sì. 

di Guido Furbesco

www.wumingfoundation.com, 18 dicembre 2006
+ Lumi di punk
Continua il lavoro di analisi e di recupero di Philopat. Un modo di uscire vivi dagli anni Ottanta deve pure esserci stato, il punk per molti ha costituito proprio questa paradossale strategia di sopravvivenza. Per alcuni è stato un modo di incrostarsi, incistarsi dentro identità contratte e opprimenti – questo vale in misura maggiore, certo, per il versante sottoculturale, stilistico, per il real punk all’italiana. Dopo Costretti a Sanguinare (corra a procurarselo chi ancora non l’ha letto), Marco raccoglie in questo Lumi di punk brandelli di storia orale, interventi editati con il minimo di lavoro redazionale, una collezione di vicende esistenziali e paradossalmente pubbliche capace di restituire agli occhi di chi legge un mosaico vivido, pregnante. Niente reducismo da io c’ero, qui, al limite solo un po’ di commozione a posteriori nel pensare a volti e voci che non ci sono più (la testimonianza di Professor Bad Trip, R.I.P, è tra le più belle del libro). Parlando di punk, e avendolo vissuto dall’interno, è impossibile non essere parziali. La scena era frazionata in molteplici tendenze, il versante anarcopacifista era di sicuro il più organizzato e produttivo ma un’ombra dell’antica sicumera filtra anche da queste pagine. Ciò non toglie che il punk controculturale italiano di quegli anni rappresenti davvero un momento decisivo nella storia “reale” di questo disgraziato paese, e che le intuizioni e l’energia di una scena come quella (composta da gente sui sedici, diciotto, massimo vent’anni) rimanga a tutt’oggi ineguagliata. Per un divertente e molto spesso toccante contrappunto sono inserite anche vicende di chi anarcopacifista non era, vedi i romani Bloody Riot o la scena del Granducato HC, che porta materiale decisivo alla riuscita del libro. Si attende un secondo volume, non ce ne frega un cazzo che sia obiettivo, equilibrato e tutto il resto. Basta che le vicende stipate dentro siano sempre così vibranti e vere. [WM5]Ahimè, è un pezzo che non incontro Philopat. L’ultima volta eravamo in Svizzera, 27 giugno 2003, presentazione congiunta di Giap! e La banda Bellini allo spazio autogestito “La colonia” di Mendrisio. Quel giorno partimmo da Bologna su un’auto a noleggio io, WM5, Tommaso e Tano (personaggio del racconto Carcajada profunda y negra). Avevamo in mente un’impresa da Guinness: durante il viaggio, a turno, avremmo letto a voce alta il romanzo-culto La stanza mnemonica di Oscar Marchisio. Forse, con l’attenzione e la collaborazione dell’intero abitacolo, finalmente (dopo anni!) saremmo riusciti a capire di che cazzo parla quel libro. Gettammo la spugna poco dopo Modena. A sconfiggere le nostre velleità, come accaduto altre volte, la frase a pag. 22: “L’aria giungeva nella cucina, trasformando l’odore del minestrone in un sottile CD-room [sic] di verdure appena raccolte, bagnate e tritate”. La zingarata proseguì senza Marchisio, lungo la via Emilia e poi, dopo Milano, verso il confine. Mendrisio: centro sociale pulito da girarci con le pattìne, in Italia ho visto alberghi a tre stelle più malmessi. Poco dopo il nostro arrivo beccammo Marco, lo accompagnava un amico che sapeva un sacco di cose su Gagarin e il programma spaziale sovietico. Cosmonauti fluttuavano nel tramonto. L’iniziativa era all’aperto e fu lunga, partecipata, bellissima. Philopat era in grande spolvero e ben rodato (per lui era la 43esima presentazione de La banda Bellini). L’abbinamento diede la stura alla voglia di discutere, i due libri erano solo pretesti, ci pungolammo e rispondemmo su narrazioni, miti, movimenti, produttori cinematografici, autoproduzioni, letteratura d’autore, letteratura di generi. I nostri interventi si completavano in maniera mirabile, fummo passionalmente logorroici, rovesciammo sul tavolo paioli di libere associazioni, come quando nel noto film rovesciano la polenta e dentro c’è Fantozzi. Philopat ricordò le discussioni tra me e lui sulle vecchie BBS, nei primi anni Novanta, dopo l’uscita dell’Antologia Cyberpunk della ShaKe. Diverse ore dopo c’erano ancora domande e interventi e così, annunciando la fine della presentazione vera e propria, invitammo chi voleva proseguire a raggiungerci in una saletta del circolo. Rispondemmo fino allo sfinimento, irradiavamo ottimo umore, ricordo la serata come una delle più intense da quando faccio questo lavoro. Marco e “Gagarin” tornarono a Milano, noi dormimmo in un paesino incantevole sul lago di Lugano, a casa del compagno che aveva organizzato il tutto (Mosso, ex-Blissett dei tempi del LBP bolognese). Zapping di radio elvetiche nella notte cristallina, una voce pacata spingeva nell’etere brani di psichedelia inglese. La mattina, Mosso ci regalò chili e chili di verdura biologica e una bottiglia di sciroppo di sambuco. Partimmo, la radio ci offrì un pezzo dell’Equipe 84 e io pensavo: “che bella questa comunità informale di scrittori e lettori, questa convivialità che ci tiene in piedi e ci viene incontro e non ci lascia soli; questo è ciò per cui vivo e racconto”. “Bassa retorica”, dirà qualcuno , ma per me è sangue nei ventricoli. E lo è anche per Philopat, da quasi trent’anni. Philopat è mosso da amore per tutto ciò che forma e tiene unite le “scene”, i network, i movimenti. Racconta storie di persone che si sbattono insieme. Mi torna alla mente Diesel di Eugenio Finardi: “E io amo questa gente che si dà da fare / che vive la sua vita senza starsela a menare”. Ecco, Philopat racconta di gente che si dà da fare: si dà da fare a scoprire, a occupare e gestire, resistere e rilanciare, produrre e creare, tenere contatti.
Quella a cui dà voce Marco, in fondo, è una robusta etica del lavoro. L’affermazione suonerà paradossale, ma è perché in italiano con la parola “lavoro” si indicano troppe cose diverse. Qui con “etica del lavoro” intendo lo sbattimento per qualcosa che si ritiene importante, la soddisfazione di vedere premiati i propri sforzi, la gioia di avere fatto bene qualcosa, la spinta a fare ancora meglio la prossima volta, senza deludere chi ti sta accanto o di fronte e crede in te. Eh sì, mica ne esiste una sola, di etica del lavoro. C’è quella del “buon viso a cattivo gioco”, autoillusione che indora la pillola e fa accettare un impiego infame, e poi c’è l’altra, che è anche quella dei punx, di chi gestiva il Virus, di chi mandava avanti le autoproduzioni, di band come i Contropotere che si smazzavano duecento concerti e decine di migliaia di chilometri all’anno, spingendosi fin nei posti più sperduti per aiutare piccoli collettivi etc. Philopat è il nostro bardo delle comunità di base, un connettore e uno storico orale, poeta-cartografo dei collegamenti, delle amicizie, delle coincidenze, delle educazioni parallele, dei “gradi di separazione” che uniscono gli sforzi di ciascuno a quelli di tanti altri. È soprattutto questo fondamento del suo lavoro a raggiungermi e commuovermi. Certo, se chi legge ha attraversato le situazioni descritte, incrociato le persone e sentito le voci, l’effetto è centuplicato, il libro diventa ipertesto, partita di squash nelle stanze della memoria. Per dire: l’intervento di Helena Velena in Lumi di punk è lungo… soltanto venti pagine?! Con l’età sta imparando a contenersi! :-) Per dire: davvero Onofrio Catacchio suonava negli Undernoise? Per dire: sarebbe difficile sovrastimare l’impatto che ebbe su di me Lo spirito continua dei Negazione. Per dire: io i Negazione li ho pure visti dal vivo (ma facevano già una specie di speed metal). E i Kina. E i Contropotere, se è per quello. Tutte e tre le band alla Sala Estense, Ferrara, tra ’87 e ’89. Dietro l’angolo, un passaggio di fase. Appunto: in Lumi di punk molti descrivono la “Pantera” (le occupazioni universitarie dell’inverno 1990) come un momento di snodo e passaggio di consegne, di ripartenza. Cazzo, se mi ci ritrovo! I tre mesi di occupazione di Lettere e Filosofia a Bologna: uno degli eventi più importanti della mia vita. Diciannove anni, faccio appena in tempo a iscrivermi a Storia che, sbamm!, si decide di occupare (contro la Legge Ruberti sull’autonomia universitaria). Sono matricola, esami da dare non ne ho fino a maggio, mi butto anima e corpo nell’occupazione, mi sbatto, in tre mesi perdo quasi dieci chili. La comunanza è intensa, palpabile, conosco persone con cui lavorerò e condividerò esperienze di ogni tipo, per anni. In quei novanta giorni comincio a sperimentare, scrivo volantini, con altri invento giochi che oggi chiameremmo Alternate Reality Games (es. la ricerca collettiva di una misteriosa “Silvia Maltoni di Forlì”, studentessa scomparsa la prima notte di occupazione*), faccio elaborati scherzi (ai media ma anche agli occupanti più seriosi), organizzo performances e coups informativi, m’impratichisco coi mezzi del centro-stampa occupato, con la “radio di facoltà” (in realtà un microfono + due casse fuori sul cornicione) e addirittura con la posta elettronica (me la fa conoscere Gian Paolo Papini detto “Gesù”, che traffica coi VAX all’assemblea permanente di Astronomia). Più di tre lustri dopo, quei tre mesi non hanno esaurito la spinta propulsiva. Mi rispecchio perfettamente nella frase del Duka a pag. 63: “Una volta finito il movimento della Pantera molti degli attivisti, di qualsiasi fazione, stavano a rota… Perché la dipendenza non è solo causata dalle droghe, ma anche dalle situazioni… Così i centri sociali di colpo si sono riempiti [...]” La stessa cosa la dice Zulù, a pag.81: “Dopo due mesi e mezzo l’occupazione finì ma noi non potevamo più tornare indietro, avevamo bisogno di un posto dove continuare le pratiche condivise, stare insieme il più possibile, inventarci le lotte, ognuno con il proprio ruolo [...]“. Questa è verità colata, andò davvero così, a Roma come a Bologna, a Napoli come a Torino. Sarebbe interessante narrare le vite parallele di quegli occupanti del ’90. Una storia orale “alla Philopat” di chi in quei giorni iniziò a sperimentare, fare comunicazione, politica, musica, giornalismo, arte povera, whatever. Ecco, il grosso merito di Lumi di punk (libro che è anche una mostra, ed è anche un convegno senza sede fissa né fine) è di far partire a scheggia tutte queste riflessioni, far uscire da buchi che non sapevi di avere sul corpo fiotti di coscienza, soffioni boraciferi di reminiscenze. Certo, il libro è diseguale, intenzionalmente diseguale. Si sono rispettati tempi, linguaggi e volontà di tutti i collaboratori: chi aveva voglia di dire molto ha detto molto (a volte pure troppo), chi non se la sentiva ha detto poco (e ci lascia con la voglia di sapere di più), ma alla fine è un’unica narrazione, tornano gli stessi episodi da diversi punti di vista (come loh scambio delle borse in Jackie Brown), la luce colpisce Costretti a sanguinare e produce rifrazioni, c’è la discesa a Comiso, l’aneddoto del gatto… C’è Roberto dei Bloody Riot, un grande, una testimonianza che sul finale fa piangere di ammirazione (e ci regala una sacrosanta definizione a pag. 55, ultima riga). Preziosa anche la testimonianza di Giampi dei Kina, che racconta di come il punk gli abbia lasciato in eredità un metodo, un modo di rapportarsi agli altri e comunicare che oggi usa nel suo lavoro (insegna fisioterapia). Il consiglio è: procuratevi entrambi i libri e leggeteli uno dopo l’altro, prima il romanzo poi la raccolta. Dedicato a Bad Trip e alla Colonia di Mendrisio, che non esiste più dal gennaio 2004.

di WM5 e WM1

www.mescalina.it, aprile 2007
+ Lumi di punk
Lumi di punk è una raccolta molto varia di testimonianze riprese da convegni e conferenze che racconta, attraverso i protagonisti la nascita del punk in Italia. Alcuni interventi successivi alla nascita del periodo sono scritti da giovani che ancora oggi continuano con lo spirito di allora: lavorano per organizzare concerti di band indipendenti e raduni a tema. Parlando in modo trasversale del libro si può dire che gli interventi mettono in luce sia un tratto comune al punk europeo fin dalla nascita, sia un tratto più specificamente italiano.
La nascita estetica di questo genere, ma più profondamente la nascita di un mutamento musicale-estetico, si fonde con macroprocessi economici che investono anche il settore culturale. La crisi economica e petrolifera che in particolar modo investe l’Europa e l’Inghilterra crea una frattura potente fra il pubblico i musicisti del progressive rock che negli anni immediatamente precedenti avevano raccolto molte adesioni. Di fronte alle politiche restrittive e di contenimento economico il pubblico non guardava più di buon occhio le grosse spese per i concerti, la strumentazione ed i grossi stage. Un’opposizione estetica ed ideologica che passa anche per l’arrivo delle possibilità di registrazione multitraccia a basso costo, che ovviamente hanno permesso di sviluppare il senso del “do it by yourself” che ha caratterizzato profondamente lo spirito del punk.
In sostanza il punk mette per la prima volta di fronte al pubblico ed ai media la prova che l’interesse per un brano, per una canzone, non deriva strettamente dalla sua durata, musicalità o complessità. Questo anche perché, ideologicamente, il genere nasce da un sentimento di protesta e di opposizione decisa nei confronti di processi culturali che avevano alle spalle scelte economiche, segno di un’incalzante massificazione ed esclusione delle voci fuori dal coro.
Qui si può agganciare il discorso che è il filo conduttore del libro: la scena italiana da nord a sud. Una scena che è profondamente influenzata da quella inglese, in questi anni decisamente più avanti, come testimoniano i racconti di Laura, batterista dei Raf Punk, nelle prime parti del libro. Una situazione che però ha avuto la forza di caratterizzarsi e di ramificarsi sia tendendo verso germi di New Wave come è l’esempio del Vidicon di Milano, sia in forme che assumevano i tratti più marcatamente politici che avevano caratterizzato il decennio precedente: centrandoli questa volta sulla possibilità di esprimere una propria posizione individualmente caratterizzante.
Significativi ed interessanti sono all’interno del libro i racconti sulle discussioni nei centri sociali fra le femministe, gli animalisti e gli anarchici. Altrettanto coinvolgente è ripercorrere anche le vicende dei gruppi che hanno animato quella scena in tutta Italia con le loro specificità musicali e comportamentali.
Lumi di punk sono trenta protagonisti che prendono la parola senza piangere la morte del punk; forse c’è qualche nostalgia al pensiero di quegli anni, ma individuano tutti un passaggio di testimone di quell’esperienza. Li si legge con piacere.

di Simone Broglia

Corriere del mezzogiorno, 30 marzo 2007
+ My generation
Con il terzo incontro, quello odierno, si chiude a Foggia il ciclo “My generation”, ideato da Gianni Laterza e dedicato a personaggi, fatti, eventi che hanno segnato la recente storia generazionale. Tema del giorno: il punk. Più in dettaglio, le vicende del punk in Terra di Bari, prendendo spunto dalla memoria che il sottoscritto ha consegnato al volume collettivo Lumi di punk, curato da Marco Philopat.
Il libro è un primo punto fermo dell’omonimo progetto in corso avviato da Philopat, agitatore culturale e tra i fondatori della prima scena punk milanese, iniziato con la raccolta di testimonianze orali in giro per l’Italia – tra centri sociali, università, club, luoghi privati e pubblici – e confluito, trascritto ed editato con la consueta sensibilità, nel volume in questione, accanto a contributi eterogenei, anche visivi.
Nel mio caso, quando sono stato chiamato a ricapitolare le vicende baresi, dalla fine degli anni Settanta, agli Skizo, allo sgombero del centro sociale occupato la Giungla nel 1984, ho preferito affidarmi alla parola scritta, inglobando estratti da un “romanzo” su quei fatti a cui da tempo immemore lavoro, nonché gli stralci giornalistici che queste e altre colonne hanno avuto la bontà di ospitare. L’idea di Philopat, da noi tutti condivisa, è che i testi fungano da ulteriore piattaforma di dialogo, per arricchire la memoria di quegli anni, ma in modo vivo e presente, con ulteriori testimonianze. Ogni presentazione del libro, perciò, si pone come suo ideale prolungamento, che metta in gioco la condivisione di esperienze e storie, interagendo col qui e ora.
Ciò spiega, credo, il successo della pubblicazione, alla quale la stampa nazionale ha dedicato generosi spazi, ma che soprattutto ha incontrato il favore di tanti lettori, molti giovanissimi, accorsi ai vari incontri programmati: storie ed esperienze vive, dunque, intrecciate nel tessuto della parola, della narrazione, dello scambio generazionale. Nel caso del mio contributo specifico, i fili che ci portano al presente sono diversi. Citando a caso, si pensi solo ad alcuni personaggi ricordati, che rivestono oggi un ruolo importante nella vita culturale del territorio. Si pensi, a margine della vicenda del punk nostrano, alla nascita e agli sviluppi della scena reggae pugliese. Si pensi a musicisti come Davide Viterbo o Angelo Ruggiero, tra gli altri, che in quella manciata di anni arrabbiati maturarono la loro vocazione all’espressione musicale. O Fabrizio Testini, oggi importante autore televisivo. O Massimo Semerano e Onofrio Catacchio, oggi matite di punta del fumetto d’autore. Si pensi alle mutazioni, spesso retrograde, delle condizioni strutturali ed imprenditoriali della nostra città in relazione alla cultura alternativa, che dai primissimi anni Ottanta si spingono al deserto del presente cittadino. Si pensi alla pesante assenza di chi, come Massimo Lala – icona del punk barese, artista poliedrico, morto suicida nel 1994, figura chiave nel racconto di quello snodo subculturale – non è più tra noi. Spunti di riflessione, anche polemica, che hanno fatto scattare in qualcuno l’immancabile gioco del chi c’è e chi non c’è. È ovvio che di racconto soggettivo e limitato si tratta, ma una cosa posso affermare con fermezza: ogni omissione è in buona fede, forzata dagli spazi angusti o dalla… senilità.
Questo lavoro, che è anche una ricognizione sotterranea, “psicogeografica” di Bari, meriterebbe un più ampio respiro. Occasioni come quella odierna contribuscono a rafforzare il progetto, anche in senso multimediale, grazie ad esempio ai preziosi contributi video di Angelo Amoroso d’Aragona. Sono in corso di perfezionamento contatti con università, associazioni, amministrazioni, librerie cittadine, perché anche il capoluogo – protagonista delle vicende narrate – possa presto ospitare degnamente una tappa di Lumi di punk. Qual è l’importanza di tutto ciò? Mah, il punk è morto, non ci piove, e quello barese, persino fuor di metafora, è morto e sepolto. Resta il valore documentario, certo. Ma anche la mai totalmente dismessa speranza che, sull’esempio del già stato, si riaccenda nelle nuovissime generazioni la voglia di riprendersi in autonomia gli spazi della città e della produzione culturale. Un futuro senza “No Future” sarebbe davvero noioso, sarebbe come rinunciare alla gioventù. Non lasciamo che la Bari giovane sia solo Bari… Vecchia.

di Enzo Mansueto

Gazzettino del Veneto, 15 febbraio 2007
+ Così è nata la controcultura punk
Marco Philopat non delude la ventina di irriducibili rimasti ad attendere la presentazione del suo nuovo Lumi di punk, edito dalla neonata Agenzia X. “Un libro collettivo, una mappa della memoria storica del periodo ’77-’84 – lo definisce Philopat – nato durante i seminari sul punk effettuati in concomitanza della mostra itinerante ‘Beat, hippies, autonomi, punk’ che sta girando l’Italia e toccherà Padova quest’estate”. Trenta testimonianze di gente che all’epoca c’era da protagonista. Il libro illumina i tre fattori decisivi per la nascita del punk: “La fine della fabbrica fordista, e lo sviluppo del modello della precarietà; la sconfitta delle controculture precedenti; il ruolo della televisione”.Tre fattori illuminati da Philopat con ricordi personali e di altri testimoni: “Mio padre era operaio chimico. Quando venne licenziato, nel ’74, mise su una piccola ditta. E passò da otto ore al giorno di lavoro a dodici. In pratica non lo vedevo più. Il mio essere punk nasce anche di lì. Ma è una storia comune a molti grandi protagonisti del punk, dagli antenati Stooges di Detroit, la Torino Usa, ai newyorkesi Ramones. Ma fu la tv a farmi diventare punk, con il servizio di Michel Pergolani sui Sex Pistols a ‘L’Altra Domenica’, il programma di Renzo Arbore. Credevo fosse capitato solo a me. Poi ho scoperto che fu così per tutti. Il punk mi salvò dall’eroina, che nel ’78 dilagava tra i miei coetanei”. Ma lo espose ad altri pericoli: “A Milano ci picchiava la polizia, ci picchiavano i fioruccini, ci picchiavano gli autonomi perché eravamo vestiti di nero. Scappavamo nei centri sociali dell’ala creativa del movimento”. Fu lì e per questo che che il punk italiano incontrò la sinistra radicale, sposandone la causa, come ha confermato per Padova Andrea Sarzo-Herschelmann, bassista dei Link Larm di Curtarolo. Il progetto “Lumi di punk” prevede un’edizione inglese, dedicata all’Inghilterra, e un secondo volume dedicato alla provincia italiana, compresi Padova e il Veneto.

di R.S.

XL, novembre 2006
+ Il punk non è morto
“Noi siamo polvere fastidiosa negli occhi di chi ci guarda” cantavano gli Indigesti, una delle migliori band della scena italiana. Una scena che, forse non molti lo sanno, è stata una delle più importanti del mondo, tanto che, mentre nessun gruppo rock riusciva a sfondare all’estero, band come Negazione o Raw Power facevano normalmente tour in America, suscitando l’ammirazione di chi pensava che gli italiani suonassero solo il mandolino. Oggi se ne riparla: tanti incontri su e giù per l’Italia tra i protagonisti di quel tempo e gente più giovane che vuole capire.
Così è nato Lumi di punk, ultimo libro di Marco Phiolopat, autore di Costretti a sanguinare. Qui trovate alcuni dei protagonisti che si raccontano. Ma perché si parla così tanto di punk oggi (in America è uscito il libro American Hardcore, tratto da un libro di Steve Blush, si sta girando un film sui Germs e danoi è prevista l’uscita di un documentario)? Forse perché quel “No future” che i punk cantavano oggi sembra davvero diventato un orizzonte che coinvolge tutti e si avvicina minaccioso…Andrea, punk, Varese
Andrea ha vent’anni ed è stato tra gli organizzatori dell’incontro al centro sociale Kinesis di Tradate (Varese)
Il punk era un modo nuovo di concepire la musica, un modo di stare insieme. Uno stile di vita… Grazie al punk ho scoperto l’antimilitarismo, gli orrori della vivisezione, le violenze della psichiatria… Una delle cose che più ci colpiva era quella dell’organizzazione dei concerti. Nel punk un concerto non è fine a se stesso: non c’è solo una band che sale sul palco, gli altri che la ascoltano, poi si torna a casa e finisce tutto. Un concerto non finisce mai… Si va avanti tutta la notte, si mangia, si discute, e magari il giorno dopo c’è da partecipare a una riunione o andare a un corteo…
Il concerto in questo modo non si consuma ma si allarga, continua, prosegue oltre il concerto senza che nessuno l’abbia progettato: succede così e basta. Passano i giorni e questa maniera d’incontrarsi ti rimane addosso: attraverso la memoria o i vestiti che indossi durante la settimana – il punk ti resta addosso.
Io leggo una punkzine e dentro ci trovo la vita. Perché dentro quelle pagine fotocopiate ci trovo le esperienze di persone che organizzano cose, che tentano di mettere in contatto altre persone… E così viene voglia di farlo anche a me. Lì sul tavolo c’è una punkzine che si chiama “Stramonio”: sono ragazzi di vent’anni come me, e raccontano le loro esperienze, il punk, la sala prove, i gruppi musicali, i primi tentativi di organizzare concerti, i collettivi…
Una piccola punkzine che potrà forse sembrare banale, al confronto di chi ne ha conosciute di migliori, ma penso che nel 2006 non è per un cazzo banale! Uno di vent’anni che fa una roba del genere, e che la fa autoprodotta e la diffonde in una rete di conoscenze e di amicizie, per me fa una cosa che non è per un cazzo ammuffita… È qualcosa di nuovo! Ecco cosa rappresenta il punk oggi, è una cosa emozionante. È in queste situazioni che io vedo nascere la vita.

Roberto, cantante Bloody Riot, Roma
I Bloody Riot, punk band hooligana e riottosa. Furono tra i primi in Italia ad autoprodursi un disco negli anni 80.
Andammo a Londra in gruppo, a sedici anni, e trovammo i punk in fila per due al primo concerto in terra inglese, che per noi era il massimo… Noi romani passavamo davanti, ignorando la lunga fila, e li guardavamo come per dire: “Ma è qui che è nato il punk?” Allora, a sedici anni, quella strana educazione dei giovani ribelli inglesi per noi suonava come un’offesa. Ma veniamo al concerto dei Black Flag. Innanzitutto in quel periodo i biglietti del treno non si pagavano, perché li contraffacevamo con la penna biro e la carta carbone, quindi spostarci non era un costo, era un divertimento. Davanti all’“Odissea 2001” mi ricordo che litigai proprio con Philopat, e il mio discorso era più o meno questo: “Per prima cosa, tento di entrare senza pagare proprio, poi se non ci riesco glieli do pure dieci sacchi!”. Però ero talmente coatto e agitato che misi subito in atto questa stramba proposta. Riuscii subito a beccare un’uscita di sicurezza, aprii la porta e mi ritrovai davanti ai Black Flag che facevano il sound check. Al che pensai: “Anvedi che figata, troppo facile”. Tant’è che questa sorpresa durò cinque secondi… Due buttafuori, uno a destra e uno a sinistra, che iniziarono a pestarmi come un cane, e in più (ci rimasi veramente male) i Black Flag non interruppero nemmeno le loro prove. Poi mi portarono a ridosso della porta d’ingresso, di ferro e vetri, tipo gabbia senz’aria. Fuori era già pieno di punk, così iniziai a urlare: “Aiuto! Porco! Questi mi pestano di brutto!”. Erano pure grossi. La gente fuori, carica di rabbia per quelle urla e per i suoni dei Black Flag, iniziò una sassaiola contro la porta che fu devastante…
Come sono diventato punk? A 14 anni ci vedevamo con gli amici, ci facevamo le prime canne, si stava sempre incollati su ’sto cazzo de muretto, non ci si muoveva mai. Iniziava a girare l’eroina, io per l’insoddisfazione che mi corrodeva cercavo qualcosa di diverso, l’eroina mi ha sempre fatto schifo, per fortuna. E quando per la prima volta arrivai in questo locale di Roma, aperto da poco, che si chiamava Uonna Club, rimasi stupito, basito. Finalmente gente diversa, incazzata solo a guardarla. Tutti questi ragazzi, erano punk, con i capelli alla moicana, con quei vestiti assurdi… Ce n’era uno, mi ricordo, con una giacca militare mimetica che sulla spalla aveva scritto con la vernice: “Col sangue agli occhi”. Lo guardai come si guarda un quadro in un museo e passai mezz’ora, un’ora di quella serata a pensare: “Col sangue agli occhi? Ma che vor dì?”. Perché del punk non sapevo un cazzo… Ok, in televisione c’era stata la puntata di “Odeon” che aveva accennato al punk inglese, l’avevo vista, ma in realtà non sapevo ancora bene cosa volesse dire. Iniziato il concerto, scopro che quel ragazzo con la giacca dipinta era proprio il cantante di un gruppo, gli Ultras di Centocelle.
Rimasi ipnotizzato da quel modo di fare così strano e da quel rumore che usciva dagli amplificatori. Dopo la terza, quarta canzone il cantante prese una bottiglia di birra, la ruppe e si fece un tagli osulla fronte, da qui a qui, dico, abbastanza tosto, e dopo due minuti vidi ilsangue agli occhi. Cioè, a lui il sangue agli occhi gli colava sul serio… Incredibile. Credo che divenni punk poco tempo dopo aver vissuto questa storia.
…Dato che sono figlio di portieri, mi sono detto: “O continuo a fare il punk e sto a casa con mamma, oppure vado a lavorà”… Ho trovato un lavoro assurdo, l’autista. L’ho fatto per tre anni, anni di enorme sofferenza – tornavo a casa la sera e, porco qua, porco là, era dura per uno come me – stavo male… in giacca e cravatta… Sentivo qualcosa dentro che non andava… Allora mi sono messo a dipingere, la sera, a casa, L’arte è l’unico posto in cui può accadere quello che abbiamo in mente. Poi fai una figlia, e la mamma, che è un po’ pariolina, in due secondi te molla e te mette tre avvocati addosso… Mò je devo dà trecentocinquanta euro al mese…

Cristina Xina, fondatrice del Virus, Milano
Cristina è una colonna sonora ambulante, dal punk alla scena sonora giamaicana, della quale da anni propone serate nel Bomboclat di Pergola.
…Case Gescal, sottoproletariato, situazione abbastanza pesante dove il mio futuro era quello di diventare parrucchiera, moglie del pusher del quartiere o forse qualcosa di peggio… Sono scappata di casa, me ne sono andata, abbiamo occupato stabili, organizzato concerti, manifestazioni… L’importante fu percepire un frammento sfuggito al controllo, durante una visione televisiva domenicale, che colpì dritto il cuore di una generazione vuota, Blank Generation, cantava Richard Hell… Milano proponeva a quei tempi la sinistra dei compagni impenetrabili, tosti e inquadrati, e per chi aveva dai sedici anni in giù era molto difficile capire il loro linguaggio. Il punk diceva: “Do it yourself” e l’impossibile diventava possibile. E anche se non potevi comprarti una chitarra potevi ugualmente fare qualcosa: rimettere a posto un basso rotto e strimpellarci sopra, fare uscire uno straccio di suono, formare una band. Quella musica non era fatta di note e pentagrammi, era solo rabbia buttata su uno strumento. Questa è stata la scintilla. Da lì in poi è tutta una storia grande. Una storia di divertimento infinito e musica a go-go ma anche di incontri con le aree del movimento. Fu grazie alla comune metropolitana di via Correggio 18. Quello spazio occupato rappresentò il link che permise a noi pazzi punk di incontrare altri pazzi libertari per far decollare un sogno fondato sui rapporti e sul rovesciamento della cultura omologata del periodo. Non per immaginare, sperare o sognare una rivoluzione futura, ma per renderla quotidiana. Poi ci ritrovammo coinvolti in gravi avvenimenti, in situazioni difficili su cui fu impossibile intervenire: sgomberi, arresti… Un periodo tremendo e allora eravamo troppo piccoli, non potevamo accorgerci di quello che stavamo mettendo in atto, lo facevamo e basta. Ma è stata veramente una cosa molto forte, una bomba di energia… Probabilmente è per questo che siamno qua stasera, per dire: guardate, ci abbiamo provato e ci siamo accorti che è divertentissimo.

di Marco Philopat

www.drexkode.net, ottobre 2007
+ Lumi di punk
Come Costretti a sanguinare, Lumi di Punk è un’opera di testimonianza spontanea, diretta e toccante; mentre la prima è raccontata in prima persona dall’autore, la seconda è una raccolta di racconti sbobinati durante la mostra itinerante “Beat Hippy Autonomi Punk”, con la partecipazione di chi ha raccontato le proprie esperienze. Solo per citarne alcuni Helena Velena e Laura, rispettivamente cantante e batterista dei Raf Punk di Bologna, il professor Bad Trip, lo stesso Philopat, Duka, Perciballi, Betty e Bettina del Victor Charlie, i Contropotere, Roberto dei Bloody Riot… l’elenco sarebbe ancora molto lungo.
Il titolo del libro deriva proprio da questa conferenza in cui le riunioni dedicate al punk erano appunto chiamate “Lumi di punk”.
Ogni esperienza è molto personale e trascritta spontaneamente come è stata sbobinata; si parla ad esempio di come Laura dei Raf Punk abbia portato un look femminile nuovo a Bologna dopo aver visto dei concerti a Londra e persino dell’avventura di un povero gatto al Virus di cui si trovano anche i fumetti nelle ultime pagine, esperienze riguardo al Chaos Tag di Hannover, la nascita e l’organizzazione dei vari gruppi/collettivi principali raccontate nei particolari da alcuni dei loro membri…
Si tiene a sottolineare il fatto che il punk non è soltanto il brutto strascico sporco di fango di ciò che c’è stato prima e che stava morendo, ma è anche qualcosa che ha cominciato a ribollire nel ventre della generazione precedente e da cui si sono sviluppati il rifiuto, il situazionismo, l’anarchismo, la creatività, il femminismo, la rivendicazione e la dignità di ciò che si è, il nichilismo crassista spiegato come il “non credere in niente e fare le cose”, l’auto produzione che si sviluppa anche in un reticolo di distribuzione fondato su una fiducia che ora sembra più illusoria di un miraggio, quindi l’ormai ben noto concetto di DIY, perché anche dei fustini del Dixan possono servire per fare rumore e costruire una batteria (lo insegnava il Professor Bad Trip con il suo gruppo, gli Holocaust)…
La maggior parte degli eventi esalta ciò che è stato, ciò che le singole persone hanno fatto, perciò l’intervento di Dome, chitarrista dei CCM di Pisa, risulta essere una macchia nera tra tutta questa autocelebrazione, perché è l’unico riconosce anche l’altra parte della medaglia, la realtà negativa della situazione, dei comportamenti, delle parole, degli atteggiamenti, della moda che si è subito fatta spazio…
Leggendo le testimonianze di Lumi di Punk emerge ancora il distacco che c’era fra l’Italia e i paesi, ma /par contre / ci si deve rendere conto che queste persone hanno fatto davvero tanto e i paragoni reggono fino ad un certo punto, poiché si parla di realtà nazionali piuttosto diverse tra loro.
Il mettere su gruppi per urlare le proprie idee, le etichette discografiche lontane dall’economia tradizionale, le riviste (Decoder) o le varie punkzine e case editrici (Shake Edizioni), l’organizzazione in locali o in posti occupati…etc Queste cose sono state poste in essere e hanno cambiato l’assetto delle cose anche in Italia.
Il fatto che i racconti siano molto personali mi fa consigliare questo libro a chi conosce in maniera più approfondita la controcultura punk e quindi voglia andare a scavare di più nelle esperienze personali di chi ha permesso che tutto questo accadesse.

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