correggio

Le radici del glicine

www.vorrei.org, 13 dicembre 2017,
+ Il mondo in via Correggio

Le radici del glicine di Massimo Pirotta. Le testimonianze dell’occupazione della ex Mellin a Milano dal 1975 al 1984, dalle lotte per la casa al Virus dei punx
In via Correggio 18 ho messo piede la prima volta nella primavera del 1998, quando entrai a far parte di una delle più grandi agenzie di pubblicità allora attive in Italia: lì era la sua sede. In realtà io allora non sapevo nulla. Non sapevo che quella — oltre che di Pasquale Barbella con cui feci il colloquio — fosse anche l’agenzia di Gavino Sanna, a lungo il più noto pubblicitario italiano. Non sapevo cosa fosse esattamente un art director, anche se sarebbe stata la mia professione per gli anni a venire. Non sapevo neppure cosa fosse stato via Correggio 18 a Milano. Ma andiamo per ordine.
Primo. Con Gavino ebbi modo di lavorare più volte in quegli anni e ogni volta passavo davanti la fila di poltrone da barbiere fuori dal suo ufficio. Entrato, rimanevo poi incantato a guardare le mille foto, dipinti e disegni originali appesi alle spalle della sua scrivania, provando a riconoscerne gli autori, tipo quello di Gerald Scarfe. Sì, l’autore della copertina e dei disegni di The Wall dei Pink Floyd.
Secondo. L’art director è grosso modo colui che si occupa della parte visiva nella comunicazione pubblicitaria, in coppia con il copywriter che si occupa del testo. La divisione non è mai così netta e lo scambio indispensabile. Art e copy formano la coppia creativa.
Terzo, soprattutto: via Correggio 18 a Milano. La finestra del mio ufficio dava sul cortile posteriore dell’edificio, dal lì si intravedeva l’interno dell’altra ala, evidentemente abbandonata e con le pareti ricoperte di scritte e manifesti strappati. Di spazi così ce ne sono tanti ovunque, nulla che facesse pensare a qualcosa di particolare. L’indizio vero e proprio lo scovai invece un giorno che dovetti scendere nell’interrato dell’edificio “buono” per recuperare materiale di cancelleria. Fra le pareti ridipinte, un pezzo in alto vicino all’ascensore era sopravvissuto sporco. Intenzionalmente lasciato così a testimoniare la vita precedente di via Correggio 18. Ora, potrei sbagliarmi ma mi pare di ricordare che ci fosse scritto “We want the world” e probabilmente anche il resto della frase tratta da When the music’s over dei Doors, ovvero “and we want it now”. Ma ripeto, la memoria non è il mio forte.
Non dovetti indagare molto per scoprire che quegli edifici, una dozzina di anni prima, erano stati sede del Virus, uno spazio a lungo occupato dai punk milanesi e adibito soprattutto a sala per i concerti della scena musicale hardcore. Il corto circuito era evidente e, lo ammetto, piuttosto tragicomico: lì dove avevano bivaccato la sinistra extraparlamentare e gli anarchici ora si scatenavano tempeste di cervelli — i brain storming! — per convincere quanta più gente possibile a comprare merci su merci, il tripudio del consumismo sulle rovine del comunismo…
Per la verità il Virus fu solo una parte della storia di via Correggio 18 e a rendere giustizia al resto è arrivato Massimo Pirotta con il suo Le radici del glicine, saggio edito da Agenzia X, la stessa casa editrice fondata da quel Marco Philopat che grazie a volumi come Costretti a sanguinare e Lumi di punk è forse il più noto testimone della scena punk, essendo stato lui stesso uno dei punx milanesi.
«Un lavoro lungo 18 mesi» mi ha raccontato Pirotta, durante i quali ha raccolto le testimonianze di coloro che a partire dall’11 aprile del 1975 — molto prima del Virus quindi — occuparono quella che un tempo era stata la fabbrica della Mellin, «quella dei biscotti per bambini». Un prezioso lavoro di documentazione attraverso i racconti in prima persona di Mimì, Stefano, Rita, Marco, Milena e molti altri. Tutti più o meno giovani, tutti più o meno di sinistra in quegli anni Settanta in cui pensare diversamente non era uno slogan pubblicitario molto paraculo. «(…) i loro racconti — riprendo dall’introduzione che potete leggere integralmente più avanti — non sono certo quelli di tristi ex aderenti a qualche organizzazione extraparlamentare di sinistra, qui si tratta di soggetti lontani mille miglia dal proselitismo o dall’agire per un tornaconto economico, generosi nella loro militanza come erano generosi nell’accogliere e sostenere ogni battaglia civile e politica.»
Sono storie di chi negli stessi anni vedeva l’Italia alle prese con quelle lotte che hanno cambiato tanto il Paese (il divorzio, l’aborto, il voto ai diciottenni…) decidendo di vivere in un luogo occupato e accogliendo molte altre persone e fra queste anche i punk che poi daranno vita al Virus.
Ci sono storie molto diverse nel prezioso libro di Pirotta, quelle di chi lavorava in ospedale o in fabbrica, di chi scappava dall’oppressione famigliare e di chi non sopravvisse all’ondata di eroina arrivata improvvisa a devastare esistenze, famiglie e probabilmente anche molta parte dell’energia del movimento.
Altro elemento importante di Le radici del glicine è costituito dagli apparati. La cronologia di quegli anni — dal primo giorno di occupazione fino al 15 maggio del 1984, quando ci fu lo sgombero con la polizia in tenuta antisommossa — che riporta quanto altro accadeva a Milano, la nascita di giornali e fanzine, le manifestazioni e gli omicidi dei terroristi, e insieme i dischi e i film che ne scandivano la successione. La bibliografia, dalle “Lettere a Lotta continua” al “Male” di Vincino. Le tantissime foto che testimoniano l’effervescenza di quell’arco di tempo così intenso. E ancora il testo scritto all’indomani dello sgombero sulla rivista “Primo maggio” da Cosimo Scarinzi e Fabio Traù, praticamente una ricostruzione in tempo reale di tutta l’esperienza.
A scorrere le quasi 300 pagine del libro di Pirotta viene spesso da credere che siano passati molti più dei 33 anni che ci separano dallo sgombero, non certo perché allora non c’erano i social network o le app, ma per la distanza siderale che separara le ambizioni di allora da quelle di oggi. Lo dicono Philopat e Pirotta — ancora dall’introduzione — «(…) l’incredibile milieu di personaggi che abitavano o frequentavano via Correggio è forse l’aspetto essenziale della nostra ricerca, ma a differenza dei disperati del Casermone così ben delineati dallo scrittore scamiciato (Paolo Valera in La folla, Ndr), chi viveva nella casa occupata non tentava solo di sopravvivere allo sfruttamento, ma provava anche a rialzare la testa per contrastare le ingiustizie, cercando l’unità con i propri simili. La lotta per una nuova umanità era il loro unico obiettivo». Oggi, al tempo del rancore, prevale l’aggressività fine a se stessa. L’insulto social e inconcludente «La totale assenza di tale prospettiva al giorno d’oggi, è la principale ragione della proposta editoriale che vi presentiamo».

di Antonio Cornacchia

tonyface.blogspot.it, 11 dicembre 2017

+ Massimo Pirotta – Le radici del glicine

In via Correggio 18 a Milano c’era una casa occupata in una ex fabbrica della Mellin. I primi nuclei di persone e famiglie entrarono nel 1975, fu sgomberata nel 1984.
Era un luogo aperto, fulcro di mille incontri trasversali, una sorta di albergo per girovaghi ma anche e soprattutto un posto in cui si creava, si condivideva, si viveva un’esperienza nuova. Un laboratorio sociale che passò dalle esperienze dell’Autonomia a quelle dei primi punk organizzati milanesi.
Un ambiente in cui si mischiavano estremisti di sinistra e anarchici ma anche cattolici (che pensavano fortemente a sinistra). Anni in cui si poteva ancora cambiare spesso lavoro.
Lì restò attivo per anni il Virus ma anche il Vidicon, ci passarono gruppi, artisti (dal Living Theatre a Nico a Basquiat a Keith Harding), si incrociarono migliaia di esperienze.
Molte vengono narrate in questo libro di Massimo Pirotta, giornalista, scrittore, tra i fondatori del “Bloom” di Mezzago, attraverso testimonianze e ricordi di molti degli occupanti e dei protagonisti.
Libro prezioso che documenta una realtà lontana, inimmaginabile oggi.

di tonyface

www.rootshighway.it, 7 dicembre 2017

+ Le radici del glicine

Due libri diversi, per certi versi anche distanti e opposti: La scelta di Bianca parte da una ricostruzione collettiva per arrivare a un’espressione individuale, con l’autore in primo piano. È in gran parte un lavoro di narrazione letteraria, di fiction, con una predominante ambientale bucolica, visto che sono determinanti i paesaggi del lago Maggiore (riva piemontese) e delle sue valli. Le radici del glicine è una storia orale, che comincia dalle esperienze individuali per farne una testimonianza collettiva e l’autore scompare nel coro delle voci. È la storia di una casa occupata a Milano, quindi in uno scenario urbano, metropolitano, se Milano fosse una metropoli. Eppure i due libri sono legati da un chiarissimo filo (rosso) comune, a partire proprio dagli autori. Per quanto persino di due generazioni diverse, Michele Anelli e Massimo Pirotta battono da anni, con convinzione, coerenza e passione, vie culturali indipendenti. Il primo attraverso una lunga carriera di musicista, compresa la più recente svolta cantautorale, a cui La scelta di Bianca deve non poco. Il secondo, già animatore del benemerito Bloom e con un passato prossimo di libraio, con una continua messe di proposte, di stimoli e di vivaci curiosità che l’hanno condotto a ricostruire, pezzo per pezzo, Le radici del glicine. Se questo è ciò che condividono gli autori, non di meno i due libri fanno vivere le stesse tematiche: testimonianze di resistenze e di Resistenza con una prevalenza di nitide voci femminili, una vocazione concreta a rispecchiare i valori della memoria, della ribellione, della spontaneità e della creatività, un’espressione libera da formalismi estetici e politici. E la musica, ovviamente, anche se il legame è ancora più sottile e ricercato perché La scelta di Bianca con gli omaggi ripetuti (e sacrosanti) a Joe Strummer e ai Clash, parte proprio dove finiscono Le radici del glicine, che furono fertili anche per il cuore punk della città.
[…]
Il vino rosso innaffia anche Le radici del glicine e non poteva andare in modo diverso, visto che alla base dell’occupazione di via Correggio 18 c’era l’elemento conviviale, la risposta immediata alle necessità primarie (a partire, si capisce, da un posto più o meno caldo dove dormire) come atto politico. Massimo Pirotta, in complicità con Marco Philopat, lo dice senza esitazioni nell’introduzione: “Chi legge oggi la storia di via Correggio deve quindi sognare di approdare in una cena collettiva a bordo di una tavola da surf immaginaria”. L’onda da cavalcare è quella della memoria, una lunga teoria di testimonianze che rivelano, senza filtri, senza particolari correzioni, la vita quotidiana nel contesto di una casa occupata a Milano, tra il 1975 e il 1984. Massimo Pirotta si è dedicato a raccoglierle con un certo ordine, dandogli uniformità, ma senza togliere un grammo della spontaneità e dell’emotività. Qui l’umiltà dell’autore, che sparisce letteralmente tra le pagine, una volta che cominciano i racconti, è un elemento fondamentale. Si è limitato a gestire (molto bene) il traffico e a lasciare emergere, dalle loro stesse parole, le personalità che hanno abitato e animato l’occupazione di via Correggio 18, dove affondavano e prosperavano Le radici del glicine. Essendo le porte sempre aperte e il bicchiere pronto sul tavolo, le esperienze e le voci sono tra le più disparate perché lo spirito comunitario e alternativo abbracciava uno spettro ampio, popolare e popolano, di identità: dagli anarchici ai clochard, dai convinti marxisti ai cattolici dissidenti, gente che, come ricorda Stefano “celebrava la messa fuori dalla chiesa”, disoccupati, studenti e operai, artisti e intere famiglie fino all’avvento dei punk.
È uno snodo culturale singolare, se non proprio unico, che vede sommarsi esperienze della Resistenza (Il partigiano Bruno Casini), frammenti dentro e fuori ai movimenti di quegli anni, proposte innovative e non mercificate, manifestazioni e mobilitazioni, solidarietà e tolleranza che traspaiono in modo molto nitido mentre si seguono i fili dei ricordi che compongono Le radici del glicine. A partire dalla costante e puntuale presenza femminile, una sorta di matriarcato che ha retto per tutta la durata dell’occupazione. Così mentre la città ripeteva “la sua vita uguale spostandosi in su e in giù sulla scacchiera vuota”, come scriveva Italo Calvino nel 1972, via Correggio 18 era vissuta come “un centro culturale che fornisce uno spazio a coloro che ne avevano bisogno”, come “un luogo in cui i principi rivoluzionari sono stati messi in pratica”, come “un luogo dove gli stranieri sono diventati compagni e amici”, come “un piatto di pasta sul tavolo in cucina”, come “una bottiglia di vino dalla campagna”, ed eccoci qui. Tra le tante possibili, le sintesi di Jez, attore e regista, nella loro schematicità sono una mappa molto utile per comprendere Le radici del glicine, poi come dice Mimì “le parole confondono e allontanano dall’ascolto ai suoni che, se diventassero musica, non ci sarebbe bisogno della ragione per capirle”. Di sicuro, la città non le ha mai capite e quindi venne il tempo degli sgomberi, ma in via Correggio erano cominciati ad arrivare i punk, prima guardati con sospetto, poi con curiosità e infine accettati al punto che proprio lì, tra Le radici del glicine, prese forma il Virus ma come giustamente scrive Stefano, “iniziava un’altra storia”. Per aver uno quadro completo del contesto politico e sociale è più che utile anche la lettura, in appendice, di Correggio’s graffiti, una lucida analisi dell’epoca (1984) di Cosimo Scarinzi e Fabio Traù, che rende conto degli ideali dell’occupazione in sé rispetto all’evoluzione economica e alle trasformazioni urbane che hanno stravolto Milano.
Oggi, mentre i nuovi grattacieli insensati confondono le idee, verrebbe da dire, come è stato fatto in occasione di altre occupazioni e di altri sgomberi: ascolta il tuo cuore città. È quello che batte dentro Le radici del glicine. Il senso del titolo invece va scoperto in proprio, perché ha una sua specifica importanza, evidente fin dalla coloratissima copertina di Matteo Guarnaccia, che nel suo fiorire psichedelico spalanca le porte a quella che non è soltanto la “storia di una casa occupata”. Per una volta, almeno, è proprio come scrive Nicola Del Corno nella prefazione, è “una storia scritta dai vinti e non dai vincitori”.

di Marco Denti

il manifesto, 22 novembre 2007

+ Glicini e utopie, storia milanese di un’occupazione

Per Carlo Ginzburg, teorico della microstoria, l’attenzione al particolare permette di accedere a verità profonde altrimenti inattingibili e di scoprire aspetti del passato che rischiano di andare perduti. Le radici del glicine. Storia di una casa occupataSettanta, ha giustamente sostenuto che “Nell’arco di un decennio, quello che inizia con il 1978 e finisce con il 1989, tutto sembra essersi consumato insieme all’idea di un cambiamento drastico del sistema capitalistico occidentale”.
La storia (1975-1984) della casa occupata di via Correggio, a Milano, si sovrappone a quel periodo. Con l’“aggravante” che per quegli occupanti, che avevano conosciuto la potenza desiderante della dimensione sociale (che fino al 1977 aveva consentito di sognare collettivamente), la visione dell’orizzonte utopico si trasforma lentamente, con il passaggio agli ’80, in disorientamento distopico, nel passaggio dalla società disciplinare alla società del controllo, come sosteneva Deleuze.
Niente paura, quando inizia a chiudersi un’epoca arrivano le scintille dei punk, anzi dei punx (come si chiamarono gli attivisti dell’ala più politicizzata di quel piccolo ma incisivo movimento) e la casa occupata riprende a palpitare di creatività. Via Correggio 18 era “un’isola pirata, un concentrato di libertari, famiglie senzatetto, hippie, comunisti, femministe, cattolici del dissenso, operai riottosi ed ex-partigiani”, un luogo tollerante e pieno di energia, dove, appunto, trovano rifugio i punx che danno vita allo storico Virus. Questa esperienza ibrida sarà seminale per l’impulso che darà a nuove occupazioni che esploderanno a fine anni ’80 con il movimento dei centri sociali.
Realizzato con le testimonianze degli ex occupanti, sviluppate in un clima collettivo che richiama i tempi di quell’occupazione, il libro racconta un’eterotopia “fulcro di mille incontri trasversali, asilo per le battaglie sociali, albergo per girovaghi internazionali, iniziative di quartiere, con una cassa comune in cui ognuno dava secondo le proprie possibilità, un’assemblea come sede decisionale e poi feste e spettacoli nel capannone industriale sul retro del palazzo dove prima risiedevano i padroni”, dove si era creata una dimensione confusionaria ma quasi idilliaca e le meravigliose piante di glicine del cortile riempivano di fiori le primavere degli occupanti, in cui sbocciavano amori e utopie.
Una microstoria altro non è che una controstoria, cioè racconto che rimette in discussione il discorso disciplinare e dissuasivo del potere, e, nonostante tutto, tutti i protagonisti delle diverse forme di vita che “covarono” in via Correggio conoscevano la frase di Buenaventura Durruti: “Non erediteremo che rovine, ma le macerie non ci fanno paura, perché portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori. Questo mondo sta crescendo in questo istante”.

di Marc Tibaldi

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