Premio Dubito 2016



giaka

Le orme del lupo

Radio onda d’urto, 21 luglio 2014
+ Le orme del lupo
Intervista di Lorenzo Pedrini a Giaka Le orme del lupo. Una storia teppista, un romanzo dove il protagonista, Lupo, attraversa cinquant’anni di storia: dagli scontri di piazza Statuto dei primi anni sessanta alla rivolta della Val Susa. Ascolta qui.
www.rivistaunaspecie.com, 6 febbraio 2015
+ Le orme del lupo
BAM! «Dello sparo ha il frastuono, l’odore l’impatto sulla carne. Cadi, le mani ti si riempiono di sangue il dolore si estende fino alla schiena. La pellicola non scorre. Brucia, si contorce, allunga riflessi acidi tra l’asfalto e il cielo. Hai scelto ti sei schierato, hai combattuto. E ora muori, perché no. I residui anneriti del tuo film lasciano lo spazio al nero».
Con il romanzo Le orme del lupo, Giaka riesce abilmente a descrivere gli ultimi cinquant’anni della storia d’Italia dal punto di vista di coloro che preferiscono essere attivisti nella famigerata “lotta di classe” e non spettatori comodi o opinionisti del giorno dopo. Carlo, soprannominato il lupo, è il protagonista del romanzo. Compare sulla scena nelle vesti di operaio nel 1962 anno degli scontri di Piazza Statuto, per poi scomparire e ricomparire nella Torino eroinomane degli anni ’80 e infine dopo un lungo periodo di assenza ritornare nelle lotte in Val di Susa.
L’espediente narrativo di legare tre racconti di tre generazioni diverse in un unico romanzo è prova di grande abilità da parte dell’autore, il quale si getta in un’impresa ardua che non diventa mai anacronistica e che nonostante i lunghi intervalli temporali riesce a tenere ben salda la narrazione attorno alla figura di Carlo. Le orme del lupo sono tutto ciò che il lettore deve seguire, con accurata attenzione, tracce ben visibili sul terreno dei fatti, se vuole cercare di ricomporre i fili che tengono insieme l’arco cronologico della storia teppista. La ricerca non è idilliaca tra i boschi incantati ma spesso deve essere effettua nel suburbano della città, spazio in cui dilaga la delinquenza, enormi case popolari di gente umile e centri sociali, che spesso tralasciano la loro funzione originale. Non solo il lettore, ma anche Morgan, giovane attivista di un centro sociale segue le tracce del lupo. La sua rivoluzione è diversa da quella di Carlo, i tempi sono cambiati gli ideali sono cambiati, la violenza non si vede ma è subdola; nascosta nei palazzi del potere e spesso si riversa nelle strade in quella che sarà e resterà per sempre una lotta tra poveri.
BAM! «Due blindati sfrecciano da una via laterale a sirene spiegate, un capo della celere grida facciamogli fare la prima mossa! Poi gli spacchiamo il culo! Fine dell’eroismo corro alla cieca oltre l’imbuto»: Morgan, voce fuori dal coro, manifesta per gli ideali in cui crede e sposando la causa No Tav della lotta in Val di Susa riesce a ricucire la ferita aperta nel lontano 1962 e a chiuderla definitivamente, mettendo un punto e virgola a una storia durata più di mezzo secolo. Il punto e la virgola perché Carlo e Morgan finché continueranno a esistere significa che la lotta continua e nonostante siano cambiate dinamiche volti e slogan, gli ideali e la voglia di libertà resteranno intangibili e immutabili nel tempo. «A voi il riscatto». Buona lettura.

di Antonio Onofrio

ilbeccodeltucano.wordpress.com, 27 maggio 2014
+ Da Torino alla ValSusa: 50 anni sulle orme del lupo
Ero molto curioso di leggere la prima fatica letteraria di Giaka, perchè diversi amici me ne avevano parlato bene ed anche per quel sottotitolo Una storia teppista, che, buttato lì in quel modo, ero sicuro dovesse presagire l’apertura di molteplici mondi all’interno del medesimo romanzo. Non mi sbagliavo.
Infatti, attraverso l’espediente di una narrazione multipla che non segue i rigidi canoni temporali, l’autore ci porta alla riscoperta di una Torino diversa e cangiante in quasi mezzo secolo: da quella Piazza Statuto del 1962 che fu uno dei teatri dell’affermazione del proletariato urbano nel nostro paese, col corollario di scontri, violenze e resistenza urbana che hanno reso immortale l’eco di quella giornata; a quella città in cui diverse centinaia di giovani si autorganizzano quotidianamente e che ha saputo fungere da cassa di risonanza alla lotta contro il TAV in ValSusa, sicuramente una delle lotte più sentite e partecipate al giorno d’oggi, capace di riunire molteplici soggettività che altrimenti comunicherebbero difficilmente tra loro, e di elevare un piccolo territorio di confine a capitale ideale dell’antagonismo italiano.
Tuttavia, sarebbe errato pensare di trovarsi di fronte ad una storia incentrata sulla militanza politica, intesa nel senso più ortodosso del termine, anzi, nel mezzo della narrazione, il più della volte sono i “sottoproletari” ed i fenomeni pre-politici a farla da padrona con buona pace di tutti i “puristi” del movimento, che se magari concedessero più attenzione a questi aspetti, otterebbero risultati più soddisfacenti. Infatti, il romanzo racconta vari momenti di una vita vissuta al di là dei limiti imposti dagli stereotipi e delle convenzioni borghesi; storie che sprigionano dei tratti narrativi che in certi momenti riescono a situarsi in un equilibrio (a volte troppo precario) a metà strada tra Pasolini ed Irvine Welsh, passando per tutto quel corollario di autori non convenzionali che costituiscono la biblioteca base del ribelle metropolitano dei giorni nostri.
Dalla Torino pre-boom industriale, invasa dai “terroni” e dai primi sussulti di ribellione, quella in cui Carlo “il Lupo” muove i primi passi nel mondo della criminalità, passando per quella degli anni’80, una città flagellata dall’eroina, che vive ancora sulla propria pelle l’onda lunga della “marcia dei quarantamila”, emblema nazionale del riflusso, fino ad arrivare a quella dei quartieri popolari e multietnici dei giorni nostri, quelli in cui la presenza della polizia viene vissuta il più delle volte come un sopruso. Una Torino “sotterranea”, quella che resiste allo sfiguramento del suo carattere operaio e che non vuole cedere a chi la vorrebbe far diventare una città vetrina come le altre. E lo fa anche attraverso luoghi liberi, indipendenti e conflittuali come il CSOA “Gabrio”, il centro sociale di Morgan, l’altro protagonista del romanzo, un idealista che vive, ama e lotta in modo estremamente diverso dalla massa, ma anche il luogo di riferimento dell’autore, che in poche pagine riesce a spiegarne appieno l’essenza: ” La storia del centro sociale, ricorda quella del vecchio partigiano che incita i ragazzi delle case popolari a fare sega al lavoro [...] Il Gabrio. La notte fumo e musica , voci che si perdono chiassose nella miscela di decibel e mancanza d’ossigeno che raschia in gola. Il giorno chiacchiere, birre, bussate e strisciate a tressette sui gradoni di cemento in un cortile. Campo base per le malefatte, zona liberata. Casa.”
Ovviamente, e non poteva essere altrimenti, non poteva mancare la ValSusa, vista e vissuta come la naturale evoluzione di mezzo secolo di insurrezione torinese e come centro nevralgico di tutto il romanzo, il luogo a cui in un modo o nell’altro, tutte le storie si riconducono fino a concludersi e che racchiude tanto singolarmente, quanto pluralmente tutte le emozioni autentiche di cui è intrisa quest’opera. In questo caso, il grosso merito di Giaka, è quello di scrivere il primo romanzo che si prende la briga di raccontare cosa è stata l’epopea della “Libera Repubblica della Maddalena” e della grande manifestazione del 3 luglio 2011, trascendendo dalla retorica, dalla cronaca giornalistica e dagli atti processuali che sembrano già indirizzati alla condanna di quelli che gli stessi giudici e giornalisti si sono arrogati il diritto di identificare come colpevoli. Al centro di quelle giornate, viene posto il fattore umano ed il paragone che viene fatto tra i rivoltosi di quel giorno ed i partigiani che oltre sessant’anni prima combattevano contro i nazi-fascisti sugli stessi monti, oltre che ben strutturato da un punto di vista stilistico, è lo stesso che è stato fatto da chiunque abbia avuto la fortuna di partecipare a quella giornata e che ancora oggi sente ribollire il sangue a ripensarci ed ha capito sulla propria pelle che a volte la dicotomia legale-illegale deve cedere il passo a quella legittimo-illegittimo. A maggior ragione se si pensa che ancora oggi quattro ragazzi si ritrovano in un carcere a regime speciale e vengono accusati di terrorismo per il danneggiamento di un compressore, mentre ai veri criminali è consentito di fare quello che vogliono coperti dalla loro divisa che li rende uguali nella loro pochezza umana e dal loro casco blu.
Pertanto, pur non immediatamente inerente al libro, (ma in fin dai conti, la nostra stessa cultura non è fatta a compartimenti stagni, ma si nutre di tutti i collegamenti che gli spiriti liberi e vivaci come i nostri riescono a percepire), questo articolo non può che concludersi invocando la liberazione di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, perchè questa è una lotta di tutti e ne va del nostro futuro.
Milano X, 3 febbraio 2014
+ Giaka, Le orme del lupo
È un thriller breve, agile, ben scritto quello messo insieme dall’esordiente Giaka, attivista torinese cresciuto nelle lotte del suo territorio. La Torino proletaria ed i suoi dintorni fanno infatti da sfondo ad un intreccio che si dipana lungo un cinquantennio: dagli scontri di piazza Statuto nel 1962 fino ad arrivare alla disperata ed eroica resistenza della Libera Repubblica della Maddalena nell’estate 2010.
Il sottobosco stradaiolo ed extralegale, con il suo fardello di miserie e contraddizioni, qui non è mera tappezzeria: si interseca con l’azione di Morgan, militante idealista e assetato di giustizia, incapace di accettare la logica del dominio e dello sfruttamento.
Un personaggio alla ricerca di quella rivalsa degli umili che ha una “sua” storia nella letteratura italiana, da Nanni Balestrini a Marco Philopat passando per Wu Ming.

di Pablito el Drito

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