staid

Le nostre braccia

Libromondo, dicembre 2014
+ Le nostre braccia
Le guerre in atto in varie parti del mondo, la ricerca di migliori condizioni di vita, la rapidità dei trasporti e delle comunicazioni, la cosiddetta globalizzazione, hanno determinato un “rimescolamento” di etnie, di culture, di lingue, di abitudini, di religioni, che non si era mai verificato nella storia dell’umanità. In questo libro, l’autore analizza attentamente, dal punto di vista culturale, antropologico e sociale il fenomeno del “meticciato”. Inoltre, dà ampio spazio al fenomeno dell’immigrazione in Italia di “forza lavoro” proveniente dall’Africa e dai paesi dell’Europa dell’Est, con tutti i problemi connessi di sfruttamento, prostituzione, intolleranze razziali e religiose. Lo stile dello scritto è molto analitico e “filologico” e richiede un certo impegno da parte del lettore.

di Giuseppe Alessandro

www.chronicalibri.it, 1 ottobre 2013
+ Senza paura verso il divenire meticcio! Intervista Andrea Staid
La globalizzazione l’abbiamo voluta. Il libero scambio, l’euforia di internet, la sensazione desiderata di sentirsi parte di un immenso “villaggio globale” dove le distanze si annullassero e le particolarità di annichilissero. La globalizzazione, però, porta con sé anche alcuni obblighi, che per tanti, adesso, sono diventati indesiderati. La libera circolazione umana, inarrestabile, improcrastinabile, rimette in gioco l’identità, attiva dei meccanismi di ri-definizione, di ri-valutazione. Non possiamo ancora farci resistenti all’idea, all’inevitabile futuro di incontri e tangenze. Di tutto questo, e anche di molto altro, ne abbiamo parlato con Andrea Staid, giovane storico e antropologo, che ha pubblicato per AgenziaX il saggio Le nostre braccia, dove si analizza il processo del meticciato e dove si teorizzano le nuove schiavitù, quelle che alimentano e sostengono le leggi sull’immigrazione, soprattutto extra-comunitaria.Per questa nostra chiacchierata partirei dal concetto di “meticciato” perché la parola stessa (affascinante di per sé) ha subito, negli ultimi tempi, una sorta di riabilitazione semantica. Se fino a qualche tempo fa il lemma “meticcio” veniva utilizzato con un’ombra denigratoria e infamante, anche grazie al tuo saggio è evidente come le prospettive si siano ampliate e aggiornate. Persino sul piano della narrativa ha trovato spazio il grande esperimento di Wu Ming 2, con il ridefinito “romanzo meticcio”, ovvero un romanzo costruito tramite testimonianze, materiali d’archivio, memorie, interviste, fotografie, e anche creazione narrativa. Cosa si intende, oggi, per “meticciato” e come lo si può vivere e sperimentare concretamente?
Il meticcio è l’incontro, l’ibridazione tra culture diverse, ma non dobbiamo malintendere questo concetto, perché come ci ricorda Laplantine, non esistono individui originariamente puri, il meticciato si oppone alla polarità omogeneo/eterogeneo. Si presenta come una terza via tra la fusione totalizzante dell’omogeneo e la frammentazione differenzialista dell’eterogeneo. Il meticciato è una composizione le cui componenti mantengono la propria integrità. Non è una fusione, coesione o una specie di osmosi è un confronto tra le tante alterità culturali è quello che manca nelle nostre politiche sociali cioè il DIALOGO. In più non dobbiamo dimenticarci che la storia del Mediterraneo, dell’Europa è fatta da un vero e proprio crogiuolo culturale, di migrazioni continue, avvolte sotto forme di invasioni, conquiste, scontri, saccheggi e deportazioni, ma anche di scambi, confronti, trasformazioni reciproche dei popoli. Il meticcio è al di fuori di tutte le argomentazioni politicaly correct, è un mosaico polimorfo, decostruisce i muri identitari nazionali e sovranazionali. Cosa dobbiamo fare per viverlo e sperimentarlo? Smettere di avere paura, scavalcare i falsi confini del “noi” “loro” in modo da rielaborare i nostri modelli dei rapporti sociali e risistemare le coordinate del mondo vissuto perché le forme della società sono la sostanza della cultura.

E pare proprio la paura il sentimento costante dei nostri Anni Zero e Dieci. Talmente tanta la paura da aver elaborato delle leggi a regolare l’immigrazione che sono dei veri e propri bunker, anche se pieni di falle e di maglie deboli. C’è chi ha parlato di “Fortress Europe”, una vera e propria fortezza, fatta di frontiere rinforzate e di assurde leggi migratorie. Tu definisci il migrante una “non persona estremamente ricattabile”: perché i migranti fanno paura? Quali sono i nostri timori? Cosa immaginiamo a rischio ipotizzando l’arrivo di altre persone?
L’Europa infatti è una vera fortezza, fatta di confini sorvegliati da eserciti e polizie internazionali, fatta di persone con diritti e di persone uguali a queste ma di serie b, quelle che nel mio libro e prima di me Alessandro Dal Lago ha chiamato “non persone”. “Non persone” perché anche se camminano, mangiano e dormono come noi il fatto che non hanno il permesso di soggiorno che è solamente un pezzo di carta con un timbro sopra, li fa diventare immediatamente delle persone senza nessun diritto, ovvero non persone estremamente utili per il nostro sistema capitalista che necessita di lavoratori altamente ricattabili senza nessuna possibilità di rivendicare i propri diritti. I “nostri” timori sono dettati dalla paura del diverso, dal confronto con l’alterità perché troppo spesso tendiamo a rinchiuderci in una falsa e monolitica identità culturale. Come scrive Marco Aime nel suo “Macchia della razza, storie di ordinaria discriminazione” ormai siamo come quei tifosi che non inneggiano più alla loro squadra, ma passano novanta minuti a insultare gli avversari, tifosi che hanno fatto dei colori di una maglia una terra di appartenenza per cui vale la pena combattere, fare male, persino uccidere. Una terra non da amare, ma utile a odiare gli altri.

E per dominare le nostre paure, per illuderci di essere più sicuri nelle nostre vite, ci siamo inventati una legge sull’immigrazione che, come tu sostieni nel tuo saggio, incentiva la clandestinità e favorisce lo sfruttamento. Tu scrivi una cosa significativa nel tuo testo: “l’irregolarità non è un tratto ontologico del migrante, ma è determinata da un dato sistema giuridico”. Sicché è lo stato, paradossalmente (ma non troppo), che crea e favorisce la clandestinità, definita però al tempo stesso come reato. Quali sono i meccanismi per cui lo stato esercita questa sua ambivalente funzione? In nome di cosa si dispone di altre vite con una pratica burocratica alienante?
La legge italiana è particolarmente ridicola per quanto riguarda la gestione dei flussi migratori. Praticamente è una legge che produce clandestinità. Un migrante una volta arrivato in Italia se non ha già un datore di lavoro non ha nessuna possibilità di essere regolarizzato. L’unica possibilità che trova davanti a sé è quella di lavorare in nero super sfruttato, senza nessun tipo di diritto. Il problema non riguarda poi solo il mondo del lavoro ma anche quello della casa: senza documenti trovare una casa è un odissea, e molti italiani se ne approfittano chiedendo affitti allucinanti per piccoli appartamenti o singole stanze da condividere. Ma non è finita qua senza documenti i migranti si vedono negare anche uno dei diritti più fondamentali cioè quello della libertà di movimento, si muovono il meno possibile e sempre con la paura di essere fermati e rinchiusi in un CIE o in un carcere senza aver commesso nessun reato. La seconda domanda invece contiene anche la risposta, la burocrazia è alienante e crea per dirla come David Graeber spazi morti nell’immaginazione degli esseri umani. Più semplicemente tramite cavilli burocratici, leggi sempre più restrittive si crea disuguaglianza, sofferenza e si condannano migliaia di esseri umani alla nuova schiavitù.

Ed è forse ancora più agghiacciante pensare che al giorno d’oggi si siano ripristinate, con la complicità e l’omertà dello stato, nuove forme di schiavitù. Una schiavitù che non soltanto condanna all’estrema precarietà i migranti ma che condiziona spesso i rapporti anche tra di loro, come tu scrivi in un paragrafo del tuo libro. In particolar modo tu analizzi un caso specifico, quello delle badanti. Noi siamo oramai abituati a queste figure che son diventate essenziali per la nostra esistenza, ma difficilmente immaginiamo – o abbiamo la pazienza di immaginarci – le dure condizioni nelle quali vivono e lavorano. Perché questo fenomeno è interessante all’interno della tua lettura etnografica? Quali considerazioni permette di elaborare?
Il capitolo sulle badanti analizza proprio un caso specifico, perché oltre allo sfruttamento la maggior parte di queste donne vivono una situazione di segregazione, di vero dominio e controllo da parte del datore di lavoro. In più analizzando bene le conversazioni che ho avuto con le badanti esce fuori un altro aspetto centrale che è quello di sentirsi trattate come delle macchine tappa buchi. Da non sottovalutare poi che sono le precarie per eccellenza nel mondo del lavoro nero perché la durata del loro impiego è strettamente legata alla vita del loro assistito. Per le considerazioni che permette di elaborare invece lascio la parola a una donna che lavora in Italia come badante che molto meglio di me sa esprimere ed elaborare quello che è la condizione di queste giovani donne: “Mio amato marito, emigrate diveniamo immortali. Mai nate, non siamo state cresciute, non invecchiamo, non ci stanchiamo, non moriamo. Un’unica funzione: lavorare. Immortali poiché continuamente interscambiabili. Esisterà la fine del lavoro, ma non c’è limite alle forme del servire”.

Sicché quali sono le possibili prospettive? Quali le avverabili soluzioni? Quali possono essere le decisioni coraggiose da prendere per trasformare la migrazione da ancestrale (e irrazionale) paura a effettivo momento di scambio e crescita, di compiuto meticciato?
Per smettere di avere paura bisogna accettare una interazione egualitaria con gli altri, dobbiamo saper costruire identità dai confini aperti e pronti al cambiamento. L’identità può avere una valenza positiva e riconoscersi negli altri e una negativa nella quale scoprirsi e definirsi in base a ciò che ci differenzia dagli altri. La valenza positiva porta verso il pensiero meticcio che contrasta il falso universalismo e il mito della purezza, questo avviene tramite un processo dinamico di scambi reciproci, di accettazioni e di rifiuti, di rinunce e di appropriazioni. Dobbiamo essere consapevoli dei tanti possibili errori, delle difficoltà, degli incontri e degli scontri, ma anche essere forti della necessità di accettare la complessità del reale, perché la complessità deve diventare il fondamento della nostra identità. Quindi senza paura verso il divenire meticcio!

di Giulio Gasperini

Millepiani, ottobre 2012
+ Le nostre braccia
Un libro sullo sfruttamento del lavoro migrante in Italia, è soprattutto un libro sull’Italia. Un’Italia che ancora non si è interrogata a sufficienza sulla necessità di dotarsi di un modello di integrazione improntato all’accoglienza, alla valorizzazione culturale e al rispetto incondizionato per i migranti e che è ancora restia ad accettare le braccia, i corpi, i cuori, le menti dei lavoratori che provengono da altri paesi come parte costitutiva del proprio corpo sociale.
Nel tentativo goffo e contraddittorio di integrare aspetti dei modelli di integrazioni elaborati da Francia, Gran Bretagna e Germania, le classi dirigenti italiane si sono dimostrate incapaci di riconoscere, comprendere e gestire gli aspetti inediti del fenomeno migratorio nel nostro paese. Fenomeno che, proprio per questo, ha assunto i connotati di un’emergenza cronica.
L’inasprimento della legislazione italiana sul trattamento dei cittadini migranti negli ultimi vent’anni ha inoltre costituito un asse di intesa per i partiti di destra, sia di quelli nazionalisti che di quelli federalisti, i quali si sono mostrati unanimemente irriguardosi verso la Carta Cosituzionale, approvata col fine di scongiurare ogni fascismo e ogni forma di discriminazione. Il fenomeno migratorio, dunque, fa da specchio alle infinite debolezza del sistema politico italiano e alla crisi dei valori costituzionali e della resistenza.
Che paese è questa Italia che ancora non vuole riconoscere la propria origine ibrida e il proprio destino meticcio? Che dimentica il proprio passato migrante e il proprio passato fascista? Come vivono le persone che arrivano in questo paese da luoghi esotici, con il loro strani accenti e vestiti, in cerca di lavoro? Come potrebbero vivere se l’Italia “si riconoscesse” meticcia e “si ricordasse” migrante?
E’ all’analisi antropologica di questo panorama incerto e sfuggente che si volge la etnografia dello storico e antropologo Andrea Staid sulle relazioni tra lavoro migrante e meticciamento culturale nell’Italia contemporanea. Staid ci parla di un’Italia che anche causa dell’assenza di modelli e politiche migratorie realistici e coerenti si trova ad essere endemicamente impreparata all’irreversibile mutamento socio-economico, politico e culturale prodotto dai continui flussi migratori degli ultimi tre decenni. Un’Italia che dopo trent’anni dalle prime migrazioni di lavoratori extra-europei provenienti dal Maghreb e dall’Africa sub-Sahariana oscilla perpetuamente tra l’accoglienza effettiva, disinteressata e (ancora) politicamente ininfluente di molti cittadini, famiglie e gruppi già pronti alla società meticcia, e lo scetticismo etnocentrico implicito nella pioggia di provvedimenti istituzionali improntati all’arresto coatto dei flussi, alla stigmatizzazione dell’alterità e allo sfruttamento legalizzato del lavoro migrante.
L’autore di Le nostre braccia affronta questa intricata problematica fissando come cardine teorico della propria riflessione l’evidenza storica ed antropologica del costante meticciamento culturale su cui si fondano i processi etno-genetici e identitari. Il mondo è sempre stato meticcio e l’integrazione delle società e delle economie umane nell’epoca contemporanea non fa che rendere più complesso e dirompente questo continuo processo. Questa dirompenza ha prodotto timori e giustificato reificazioni contemporaneamente strumentali ed anacronistiche dell’identità e dell’alterità. È con queste reificazioni che i cittadini italiani e i lavoratori migranti devono fare i conti quotidianamente.
Attraverso una ricostruzione scientificamente accurata delle dinamiche storiche economiche, demografiche e politiche che fanno da sfondo alla fenomenologia dello sfruttamento e alla costruzione delle soggettività dei lavoratori migranti nel Belpaese Staid non manca di offrire un quadro multi-disciplinare aggiornato sul fenomeno migratorio ma fa questo in modo da rendere evidente la parzialità del riduzionismo statistico su cui si fondano i timori verso l’“invasione” dei migranti. Il libro si delinea come un viaggio etnografico nella profondità degli eventi, nelle situazioni liminali, nell’invisibilità dei vissuti quotidiani di donne e uomini giunti in Italia per lavorare; mediante una polifonia ben orchestrata di voci migranti, Staid conduce il lettore dalla generalità delle teorie sociologiche alla singolarità delle traiettorie individuali; farcisce le cifre statistiche di sostanza umana e restituisce un corpo, una voce, un volto ai numeri.
Allora, è proprio nell’esplorazione antropologica del mondo dei lavoratori e lavoratrici migranti che Staid si confronta con un sentimento diffuso, che connota in modo sostanziale le società restie riconoscere l’origine e il destino meticcio di tutte le società: il sentimento della paura. Vi è da una parte la paura – spesso drammaticamente motivata – di non farcela, di venire schiacciati dal sistema, di venirne esclusi e forzatamente cambiati: è questo che accomuna le esperienze degli eterni lavoratori-ospiti, persone ridotte a non-persone con molti doveri e senza diritti, con storie macchiate dalla violenza, dallo sfruttamento, dalla discriminazione. Dall’altra parte vi è una paura strettamente connessa alla prima. Ovvero la paura della diversità, che opprime chi si trova ad accogliere nelle proprie città il lavoratori migranti. Una paura fomentata dai media e da alcuni politici, e che si muta in disprezzo e svalutazione portando a giustificare l’asservimento, la persecuzione l’imprigionamento, l’espulsione e l’annientamento psicologico e culturale dell’ “altro”.
Nel raccontare l’una e l’altra paura, il libro è anche un monito contro i timori e l’ignoranza che corrompono la capacità critica dei cittadini verso l’incontro tra universi culturali differenti, un fenomeno universale da cui derivano la bellezza e la complessità dell’esistenza umana. E delinea implicitamente la possibilità di un nuovo, ampio progetto a favore di quello che Staid chiama suggestivamente “il divenire meticcio” delle società contemporanee.

di Amalia Rossi

www.megliopossibile.com, 19 settembre 2012
+ Uguali e diversi
Nonostante secoli di progresso nei diritti umani e l’abolizione ufficiale delle forme di schiavitù, il problema delle disuguaglianze sociali rimane centrale insieme ai fenomeni di integrazione culturale. Tre saggi ci aiutano a capire.Lo aveva già acutamente descritto il grande filosofo contemporaneo Bernard Williams: sebbene la schiavitù nella maggior parte del mondo sia stata abolita (almeno quella “classica” di matrice ellenica-romana o quella dei negrieri) non ci possiamo sentire poi così tanto privilegiati rispetto alle civiltà primitive dato che la sorte decide le nostre condizioni di vita, almeno di partenza, e ci catapulta dalla nascita in un particolare contesto sociale che diviene il nostro luogo di formazione e appartenenza.
Ma, soprattutto, pur avendo le capacità intellettive per comprendere e giudicare come sfortunata e disagevole una certa situazione, ci dimostriamo restii a modificarla o a sperimentare programmi alternativi, nel timore di fallire, come è già successo per altri sistemi che hanno provato ad adottare soluzioni differenti. Più che altro, siamo silenziosamente consapevoli che la nostra fortuna è correlata alla sfortuna di altri e anche se ci diamo pena per questi ultimi temiamo che, provando a modificare lo status quo, il risultato sia solo quello di peggiorare anche la nostra situazione.
Due saggi ritornano a occuparsi analiticamente delle forme e pratiche delle differenze e delle disuguaglianze sociali: uno di Guerini e l’altro di Zanichelli.
Il testo edito da Guerini s’intitola proprio Forme e pratiche delle disuguaglianze sociali ed è curato da Margherita Sabrina Perra, sociologa dell’Università di Cagliari. Vengono qui descritte la persistenza delle disuguaglianze, di fatto, tramandate di generazione in generazione e legate all’appartenenza etnica, al sesso, all’età, all’ estrazione sociale. Affrontando il dibattito sulla validità e l’efficacia dei differenti sistemi di welfare state, sono individuati e spiegati i processi che favoriscono la riproduzione, se non il consolidamento, di queste differenze che, in certi contesti, raggiungono proporzioni drammatiche. In particolare, la ricerca della Perra, fa un confronto fra il sistema britannico e quello nostrano che evidenzia la resistenza di sistemi di genere ancora patriarcali, seppure a livelli diversi.
Anche il corposo lavoro di Laura Zanfrini in Sociologia delle differenze e delle disuguaglianze, edito da Zanichelli riprende le analisi di Margherita Perra sui fattori che determinano e tramandano le disuguaglianze. Zanfrini, docente dell’Università Cattolica di Milano, si avvale infatti del prezioso contributo di altri esperti in materia che si dedicano ad analizzare tutti i fattori di differenziazione che possono condurre alla discriminazione e alla esclusione. Nella terza ed ultima parte del volume le differenze e le disuguaglianze sono trattate all’interno di ogni ambito sociale: formativo (scuola e istruzione), mercato del lavoro, organizzazioni, famiglia, sistema politico, sistemi di welfare, sistema delle comunicazioni di massa e di controllo sociale, con un ultimo capitolo dedicato al rapporto con le nuove tecnologie e al “divario digitale”.
Attraverso un linguaggio chiaro e accessibile anche ai non esperti, questo libro si concentra sulle prospettive d’analisi più recenti e innovative tenendo conto, il più possibile, di tutte le scuole di pensiero e delle diverse posizioni teoriche e politiche in questo periodo storico complesso e contradditorio.
Anche se le società occidentali che si definiscono democratiche, infatti, hanno l’obiettivo dichiarato di emancipare il lavoro, è anche vero che spesso le nostre braccia sono ormai quelle dei migranti che ci sostituiscono nei lavori più faticosi e meno remunerativi. E a volte non ci interessa sapere se alle stive delle navi negriere di una volta (come nell’immagine) si sono sostituiti i cassoni dei Tir.
Ossa e muscoli di africani, sudamericani, asiatici, nervi e cervelli di donne e uomini che viaggiano per terra e per mare nelle condizioni che sono cronaca di questi giorni per provare a cambiare la loro vita e su cui poggiano le nostre società. Ribellandosi all’inconsistenza con cui si abusa di espressioni come meticciato, multiculturalismo, integrazione e dialogo interculturale, Andrea Staid, nel saggio Le nostre braccia, edito da Agenzia X, esplora il rapporto fra culture all’interno delle forme di schiavitù contemporanee.
Come è già successo in Francia e in Inghilterra, crogiuoli di razze, etnie e lingue, si rischia infatti che il multiculturalismo sempre chiamato in causa finisca per consolidare identità immodificabili e alla fine impermeabili, specie se la comunicazione e la negoziazione continuano ad avvenire senza sforzarsi di capire veramente l’“altro” ma partendo in realtà da una cultura eurocentrica.
Tanti spunti di vita reale, a volte cruda, che la seconda parte del libro di Staid ci consegna con le numerose interviste integrali di migranti raccolte sul campo. Oltre a restituirci la cornice di un viaggio, spesso amaro e difficile, ma anche inaspettatamente ricco di incontri complici e solidali, ci sono utili per renderci conto delle gabbie, in primo luogo concettuali, in cui imprigioniamo più o meno inconsapevolmente l’“altro”.

di Gaetano Farina

www.linkiesta.it, 6 giugno 2012
+ Meticciato e schiavitù
Le nostre braccia sono ormai quelle dei migranti che ci sostituiscono nei lavori più faticosi e sottopagati. Ossa e muscoli di africani, sudamericani, asiatici, nervi e cervelli di donne e uomini che viaggiano per provare a cambiare la loro vita e su cui poggiano le nostre società del benessere. Ribellandosi alla vacuità, se non pateticità, di alcune espressioni come “meticciato”, “multiculturalismo”, “integrazione”, “dialogo interculturale”, Andrea Staid, un po’ sulla scia del famoso L’universale e il comune del sinologo Francois Jullien, esplora, nel saggio Le nostre Braccia proposto da Agenzia X (www.agenziax.it), il rapporto fra culture all’interno delle forme di schiavitù contemporanee. Come è già successo in Francia ed Inghilterra, crogiuolo di razze, etnie e lingue, si rischia, infatti, che il tanto invocato “multiculturalismo” finisca per consolidare identità immodificabili, alla fine impermeabili, se la comunicazione e la negoziazione continuano ad avvenire tramite “rapporti di forza” differenti, senza sforzarsi di capire veramente l’“altro” e partendo dalle pretese universalistiche della cultura occidentale.
Tanti spunti di vita reale e cruda ci consegna la seconda parte del libro in cui Staid rielabora le numerose interviste di migranti raccolte sul campo e non strutturate che, oltre a restituirci la cornice di un viaggio, spesso amaro, difficile, ma anche inaspettatamente ricco di incontri complici e solidali, ci sono utili per renderci conto delle gabbie, in primis concettuali, in cui imprigioniamo, più o meno inconsapevolmente l’“altro”.

di Gaetano Farina

Sottotraccia, giugno 2012
+ Un caleidoscopio di significati, simboli ed esperienze umane: l’identità meticcia fra sfruttamento e solidarietà
Le relazioni di dominio, specialmente quelle più profonde, nella maggior parte dei casi si sottraggono alla nostra vista o, più in generale, alla nostra percezione. Dopo aver acquistato pomodorini campani o arance siciliane al supermercato sotto casa, usciamo con un sorriso di soddisfazione per il risparmio guadagnato o per un’offerta conveniente che mai avremmo immaginato di trovare. Ugualmente sfuggono alla nostra immaginazione anche i processi di coltivazione, raccolta e trasporto che permettono alla nostra frutta o verdura di essere smerciata a prezzi tanto concorrenziali. Chi sono le persone in carne e ossa che sudano sotto il sole delle campagne, quali le loro condizioni di vita e quali i trattamenti riservati loro dalle imprese? Tutte le domande circa queste vite vissute svaniscono di fronte allo stupore per la forma perfetta di un’arancia acquistata a poco prezzo. Anche perché, tutto sommato, ci sentiamo sollevati di non poter o di non voler pensare alle dinamiche di produzione che ogni merce racchiude e nasconde nella sua appariscenza. Questa impercettibilità del legame fra la convenienza del prodotto che acquistiamo, o del servizio di cui siamo forniti da una parte e dall’altra lo sfruttamento che determina la loro concorrenzialità, rappresenta uno dei fattori peculiari dell’economia postmoderna e ciò che al contempo ne impedisce una critica efficace.
Se difatti è certamente vero che la direzione intrapresa oggigiorno dall’economia è quella della finanziarizzazione e della virtualizzazione, resta altrettanto vero che la sua base materiale persiste e che con essa sopravvive altresì la disumanità che le dinamiche di profitto portano con sé. A ricordarcelo e ad innalzare i ponti indispensabili per avvicinare ciò che normalmente ci appare tanto distante – ovvero le storie dei corpi e delle braccia dei lavoratori e i prodotti o i servizi che essi creano e ci forniscono – ci viene in aiuto la ricerca sociale antropologica, che, servendosi delle interviste, della raccolta orale delle esperienze delle persone, consente il contatto diretto con una realtà che il più delle volte fatichiamo ad immaginarci. Storie di solidarietà, come quella di Marcelo, lavoratore argentino assunto in una delle tante cooperative lombarde che ha ottenuto un livellamento di salario proprio grazie alla lotta condotta dai suoi stessi compagni di lavoro italiani, non disposti ad accettare passivamente che un lavoratore immigrato potesse ricevere – proprio per via del suo essere straniero –­ un diverso trattamento a lui sfavorevole. Ma anche storie di sfruttamento e di caporalato etnico, come il caso di Ina, badante albanese presso un’agiata famiglia italiana, che non soltanto fu costretta a pagare 500 euro alla connazionale che le aveva ceduto il lavoro, ma anche a metter da parte ogni mese ben 200 degli 800 euro della propria retribuzione, per pagare l’intermediario che le aveva trovato il lavoro. Le persone che per ragioni di povertà o guerra abbandonano il loro paese per giungere in Italia alla ricerca di un lavoro, non sono soltanto individui che svuotano una regione per riempirne un\’altra, non sono semplicemente numeri che vanno a ingrossare le fila del lavoro nero, ma anche uomini e donne provvisti di progettualità, energie intellettive e un bagaglio culturale che sono disposti a mettere in discussione per entrare in relazione con la nuova società in cui stanno per inserirsi. Le storie dei lavoratori migranti ci parlano infatti di meticciamento, di ibridazione, di incontri e di crocevia, più che di chiusura o di presunta purezza delle proprie origini. Sotto la statica apparenza di un’arancia siciliana DOC brulicano dei processi dinamici nei quali gli individui si incontrano, si confrontano, creano e modificano continuamente la propria identità. Emerge in questo modo non più l’idea di una cultura monolitica escludente, ancorata al territorio di provenienza e determinata da una serie di usi e costumi, norme e leggi stabiliti tradizionalmente, bensì l’idea di una varietà caleidoscopica di culture differenti in incessante interazione fra loro, intese dunque come “strutture di significato, archetipi ermeneutici, interpretativi che viaggiano su reti di comunicazione, non localizzate in singoli territori ma in movimento, in interazione tra diversità plurime, in complessità poliedriche, pluriversi di senso interpretativo”. Il modello meticcio che si sta affermando parallelamente alla globalizzazione dei sistemi di produzione e alla possibilità di viaggiare da una parte all’altra della terra, di varcare confini, di superare barriere – nonostante i dispositivi fisici e legislativi di controllo attuati per ostacolare i flussi migratori che servono tutt’al più a creare lavoratori invisibili maggiormente sfruttabili e ricattabili da inserire nell’economia reale – è un modello “che non conosce limiti e freni e si manifesta senza regole prestabilite, fra incontri e condivisioni casuali fra persone”. Il meticciato è una tessitura e un intreccio di alterità e vissuti differenti che si fonda sul divenire, sull’instabilità, sulla trasformazione e che per questo trova l’avversità di fondamentalismi, nazionalismi e di tutti i sostenitori di un’identità chiusa, autoctona, incorruttibile. Che grazie a questo arricchimento culturale senza requie si riesca ad abbattere sempre più barriere comunicative, che si sviluppino nuove forme di solidarietà transnazionali fra individui e lavoratori, che i nostri sentimenti di fratellanza e di empatia riescano a superare i confini alienanti dell’offerta stracciata di un qualsiasi prodotto in vendita al supermercato – o espresso ancor più chiaramente: che si riaffermarmi la priorità dei valori umani sull’indifferenza e la concorrenzialità tipiche della società mercantile – è il compito che il meticciamento ci invita a raccogliere e a coltivare.

di Devis Colombo

Notiziario Centro di documentazione Pistoia, marzo-aprile 2012
+ A. Staid, Le nostre braccia
Il meticciato è l’elemento fondamentale per oltrepassare la nozione stessa di identità, la principale minaccia che si contrappone alla riscoperta della ricchezza delle differenze.
In un mondo scosso da tensioni epocali, l’impatto di questo fenomeno è crescente, studiarne le dinamiche significa comprendere le crisi e le possibilità della civiltà contemporanea in cui, mai come adeso, sono necessari il dialogo, l’apertura allo scambio, l’interazione positiva, il cambiamento.
Attraverso l’analisi antropologica Andrea Staid decostruisce il modello multiculturale caro ai media progressisti verificando le proprie tesi in decine di interviste a lavoratori migranti da cui sono stati selezionati ed elaborati i racconti più significativi di muratori, badanti, manovali, contadini e attivisti politici.
www.carmillaonline.com, 23 aprile 2012
+ Le nostre braccia
Le nostre braccia è un saggio di Andrea Staid che si inserisce a pieno titolo in una corrente di riflessione che si sta scavando degli spazi molto proficui nel campo teorico libertario, quella dell’antropologia radicale. Staid si muove sulla linea delle ricerche di sociologia e antropologia delle migrazioni, incrociando questi ambiti con le analisi sugli eccessi identitari e culturologici (Aime) e le riflessioni antropologiche su meticciato e schiavitù. Quest’ultima è utilizzata come un concetto analitico e viene ricondotta fuori dall’ambito storico, in un contesto contemporaneo, a indicare la riduzione a merce del lavoro e delle vite dei lavoratori migranti attraverso meccanismi e pratiche sociali e governative volte alla loro precarizzazione estrema, cioè alla loro clandestinità, con uno sguardo focalizzato sul contesto italiano (con una gamma che va dallo sfruttamento dei lavoratori punjabi nelle aziende agricole lombarde fino ai raccoglitori di pomodori africani in puglia, passando attraverso le vicende delle badanti nordeuropee e le donne delle pulizie di origine latinoamericana). Lavoratori che spesso non hanno modo di far sentire la propria voce: non a caso nell’ultima sezione del libro di Staid a prendere la parola sono gli stessi migranti.

di Alberto Prunetti

il Fatto Quotidiano, 3 aprile 2012
+ Siamo tutti meticci?
Oggi intervisto Andrea Staid, autore di Le nostre braccia. Staid, storico e antropologo, 30 anni, è autore de Gli arditi del popolo (La fiaccola, 2007) e fra i curatori di A cerchiata (Elèuthera, 2008). In questo libro Staid decostruisce il modello multiculturale anche attraverso interviste a lavoratori migranti: muratori, badanti, manovali, contadini e attivisti politici. Insomma le fila dei nuovi schiavi.Partiamo dalla domanda che fai all’inizio dell’introduzione: «Chi sono “loro” chi siamo noi”»?»
L’identità è un problema fondamentale nella vita dell’uomo, tutti ci chiediamo chi siamo noi, chi sono gli altri e perché. Nel mio libro è proprio questo dualismo che ho cercato di decostruire, come scrive Claude Lévi-Strauss, il noi è solo apparente dobbiamo vederlo come un ponte da attraversare. Per l’antropologia il noi non è conclusivo e non può essere definitivo, non deve separare noi dagli altri, ma essere il tentativo coraggioso di collocare noi in mezzo agli altri, alle loro culture, alle loro forme di vita e di saggezza. Dobbiamo cercare di costruire reti di connessioni mediante cui riflettere sulle opacità del noi e sulle capacità che abbiamo di aprirci una strada verso gli altri. Il problema della comprensione dell’altro è un fatto che riguarda l’interpretazione dell’alterità; l’identità ha bisogno, si nutre e si fonda rispetto all’alterità nella sua auto ed etero definizione.Ma allora che cosa intendi con «un antirazzismo che sia meticcio»?
Per antirazzismo meticcio intendo le lotte per uguali diritti nel rispetto delle differenti culture, percorsi da condividere fra uomini e donne delle etnie più diverse. Bisogna avere il coraggio di creare identità mutevoli, in transito, aperte al cambiamento. Per questo il titolo del libro è le nostre braccia e non le loro!Tu sostieni che ogni società e cultura è fin dall’inizio meticciata. Eppure è opinione consolidata che originariamente la cultura, le credenze, la religione di un popolo nascano in forma autonoma viste le scarsissime relazioni che ci sono fra i popoli dell’antichità. Come fai a sostenere questa tesi?
Sicuramente nella società post-moderna è molto più facile capire il meticciato, il cosiddetto fenomeno di globalizzazione ha portato con sé diversi mutamenti, non solo sul piano economico, politico, ma anche e soprattutto per ciò che concerne l’aspetto sociale e culturale. Grazie alla mobilità internazionale e quindi alle maggiori possibilità di raggiungere in poco tempo parti diverse del globo e grazie alla naturale propensione dell’uomo a viaggiare con il proprio inseparabile bagaglio culturale, oggi le nostre società sono sempre più, comunità meticce. I panorami sociali, etnici, culturali, politici, ed economici si fanno sempre più confusi e sovrapposti, le linee di confine spezzettate e irregolari. Detto questo, non concordo che le relazioni tra i popoli dell’antichità fossero scarsissime. Da sempre la storia umana è fatta di mescolanze, di culture che migrano, cambiano, che si ibridano. La storia del Mediterraneo è un crogiolo culturale, è la storia di millenni di migrazioni, sotto forma di invasioni, conquiste, scontri, persecuzioni, massacri, saccheggi e deportazioni, ma anche di scambi, confronti, trasformazioni reciproche di popoli, persino durante i conflitti. La differenza, rispetto al passato, è che oggi il fenomeno della «mescolanza» ha assunto proporzioni planetarie. L’accelerazione e l’espansione dei flussi migratori ha come effetto la globalizzazione degli incontri-scontri tra le culture. Questo richiede uno sforzo di analisi, dal momento che rappresenta la congiuntura epocale che determina la specificità dei processi di meticciato con cui oggi abbiamo a che fare.Torniamo al presente. Come si può pensare al meticciato se anche fra «migranti sistemati» e «migranti precari» si instaurano relazioni di forte sfruttamento?
Per costruire la mia ricerca sono partito da una constatazione: i migranti sono umani al di là delle appartenenze, quindi mi stupirebbe se non si creasse sfruttamento tra di loro. È proprio pensarli come qualcosa di diverso da «noi» che crea il razzismo. La domanda che dovremmo porci è perché ci stupiamo se si creano reti di dominio tra migranti e non ci stupiamo di secoli di relazioni di domino nella nostra società?

Chiudiamo con l’interrogativo che poni alla fine del tuo libro: «Quale futuro?»
La mia speranza è quella di un mondo che sappia accogliere, ascoltare e capire le differenze e che tali differenze culturali diventino la ricchezza della società. Non dobbiamo assolutizzare mai l’identità culturale, ma fare in modo che le proprie diverse espressioni identitarie siano filtrate alla luce della libertà e dell’autonomia propria e di ogni altro essere umano. Prefigurare dunque un mondo aperto, senza muri e pregiudizi, pronto al mescolamento culturale per un divenire quel luogo dove l’unica patria sia il mondo intero, con al suo interno una miriade di culture differenti pronte al cambiamento, all’ascolto e all’incontro. La creazione di una relazione sociale tesa a soddisfare un’esigenza, un interesse, dove sia importante accettare di trasformarsi nell’interazione egualitaria con gli altri e prevedere la possibilità di diventare una persona anche molto differente da quella originaria. Un mondo di eguali per diritti ma differenti per culture, una società di donne e uomini liberi di creare la loro specificità culturale.

di Luciano Lanza

L’unità, 18 febbraio 2012
+ Voci delle nuove schiavitù
Nel 2009 ho scritto Servi, dove raccontavo un lungo viaggio in Italia per ascoltare e riportare storie di clandestini al lavoro nel nostro paese, dal sud al nord, dalle campagne alle città. La condizione, appunto, è quella di servi, una massa di persone private di qualsiasi diritto funzionalmente a far di loro una manodopera a bassissimo costo, che soggiaccia senza possibilità di ribellarsi a qualsiasi forma di ricatto. Dal 2009 le cose non sono cambiate in meglio, anzi. E di recente sono usciti due libri che riflettono ancora su questi fenomeni: Le nostre braccia di Andrea Staid (Agenzia X, www.agenziax.it) e Sulla pelle viva (DeriveApprodi, www.deriveapprodi.org). Quella di Staid è un’analisi che ripercorre la questione delle “nuove schiavitù” riarticolando la questione da un punto di vista antropologico (con l’ausilio di decine di interviste sul campo), e mettendo al centro della propria analisi il concetto di “meticciato”, ciò che mette in crisi la nozione identità chiusa, definita una volte per tutte. Dove, peraltro, l’identità chiusa è una mera fantasia, essendo la cultura tutta nella sua essenza meticcia, risultato di scambi, continue transazioni e rinegoziazioni, incrocio sempre in via di ridefinizione. Sulla pelle viva è invece un lavoro collettivo che analizza lo sciopero che nell’estate 2011 hanno fatto i braccianti africani che raccolgono pomodori nelle campagne salentine. Uno sciopero epocale, ed è molto importante che ci sia un libro che lo racconti, sia con le parole di Yvan Sagnet, uno studente di ingegneria camerunense che è diventato il leader della lotta, peraltro rompendo lo schema interetnico dei migranti divisi per nazionalità, sia con altre analisi, come quella di Gianluca Nigro che parla di un’esperienza all’insegna del mutualismo che diventa “paradigma di rapporto fra politico e sociale”.

di Marco Rovellil

Libertà, 17 febbraio 2012
+ I nuovi schiavi e il nostro futuro meticcio
Attenzione a non confondere il multiculturalismo (modello sempre più in crisi) e il meticciato.
Il multiculturalismo è «il lato oscuro della monocultura», è l’ideologia della frammentazione e della convivenza tra identità-tradizioni rigidamente separate, in un mondo in cui «la paura di essere uguali agli altri ci porta a creare tante identità chiuse, culture serrate da recinti invalicabili». È la logica alla base del ghetto sociale.
Meticciato invece significa sincretismo, «confronto fra tanti», dialogo (che è diverso da fusione o coesione). È «l’evento di un incontro trasformante di due identità aperte, in costante ricerca l’una dell’altra», da non confondere con la costruzione di uno spazio artificiale a tavolino in cui tentare una mediazione. Non è semplice convivenza o banale tolleranza (sopportare l’altro), ma la consapevolezza che «non esiste una cultura originariamente pura» (siamo tutti frutto di ibridazioni secolari), che «ogni cultura è tesa alla trasformazione continua», è un “bricolage senza fine”. Parte da questo messaggio fondamentale, il libro che Andrea Staid ha dedicato a “meticciato e antropologia delle nuove schiavitù”. Parte dalla constatazione, per usare le parole di Clifford Geertz, che «Vedere noi stessi come ci vedono gli altri può essere rivelatore. Vedere che gli altri condividono con noi la medesima natura è il minimo della decenza. Ma assai più difficile è vedere noi stessi tra gli altri, come un esempio locale delle forme che la vita umana ha assunto, un caso tra i casi, un mondo tra i mondi».
Andrea Staid, storico e antropologo, cerca di capire e di spiegarci «perché un gran numero di migranti mettono a rischio la loro stessa esistenza pur di non rinunciare a una prospettiva di vita dignitosa». Denuncia un sistema in cui le politiche repressive hanno trasformato gli immigrati in “non persone” costrette ad «accettare le condizioni salariali e di vita che l’industria globale impone nei mercati del lavoro». Marginalità sociale, mancanza di diritti. «L’irregolarità non è un tratto ontologico del migrante, ma è determinata da un dato sistema giuridico». E questo li rende ricattabili anche dagli stessi connazionali che si trasformano in “uffici di collocamento” in nero, portando via ai migranti gran parte dei loro guadagni già modesti.
Un capitolo è dedicato al caso delle badanti, le precarie per eccellenza (anche perché il lavoro e intrinsecamente a termine). 750 mila sono regolari, ma si pensa ce ne siano altre 900 mila non in re- gola. Fanno le veci dello Stato, e in effetti si calcola che le finanze pubbliche, grazie al loro apporto (e al fatto che le famiglie devono arrangiarsi), arrivino a risparmiare 45 miliardi di euro all’anno (motivo per cui lo sfruttamento viene tollerato).
Leggetevi la storia di quella donna che ha lavorato per tre anni a 880 euro al mese, 24 ore al giorno, senza contratto e contributi, riducendosi a mangiare gli avanzi dei pasti ospedalieri dell’anziana che curava, per risparmiare. L’ultima parte del libro, fatta di interviste “non strutturate” ai migranti, di storie diverse, di emozioni, di speranze e paure, dà sostanza alla teoria.
Da meditare, mentre cerchiamo di costruire un «mondo di uguali per diritti ma differenti per culture, una società di uomini e donne liberi di creare la propria specificità culturale». Non un programma politico, ma «un atto di autodeterminazione sociale». «Senza paura verso il divenire meticcio».

di Fabrizio Tassi

Umanità Nova, 6 febbraio 2012
+ Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù
È da poco uscito il nuovo libro di Andrea Staid, Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù, per le edizioni Agenzia X.
L’autore sceglie un approccio sincero e propositivo alla questione migrante, offrendo uno spunto critico personale sia alle interpretazioni antropologiche classiche europee, sia alle conseguenze politiche e culturali delle quali si rendono complici o promotori gli Stati con la loro perversa articolazione di controllo dei flussi e repressione.
La prima parte, più specificamente analitica, è rivolta ad evidenziare sia la confusione vigente tra multiculturalismo e interculturalismo, sia il loro intrinseco identitarismo. Il multiculturalismo, com’è noto, non sostiene alcuna interazione relazionale tra culture, ma al contrario una sostanziale impermeabilità nel viversi fianco a fianco come vere e proprie isole ontologiche. Sappiamo, inoltre, quanto scarsamente efficace si è dimostrato in Inghilterra, patria multiculturale d’adozione.
L’interculturalismo, seppur rivolto alla sollecitazione di relazioni mediante la valorizzazione di segmenti identitari “morbidi”, luoghi utili all’avvicinamento tra culture e tradizioni differenti, ripropone inevitabilmente il pericolo sotteso al differenzialismo: il rafforzamento di identità immodificabili, sebbene aperte ad un dialogo negoziato su punti non necessariamente aperti alla liberazione dei soggetti marginali (penso al ruolo della donna in una società sessista come quella che viviamo: si può ipotizzare un dialogo interculturale che trovi convergenze su un ruolo subalterno o di uguaglianza uomo/donna? La risposta è retoricamente sotto i nostri occhi).
Tra i suoi sostenitori in Italia vi sono illustri esponenti del centrosinistra italiano, la cui maggiore opera interculturale realizzata è l’ex Cpt, ovvero un lager per migranti.
Mi limito ad aggiungere che accanto alle due precedenti interpretazioni esiste in Francia la proposta assimilazionista: da una parte si sostiene che le leggi francesi sono universali, dall’altra si tengono ben lontani i cittadini di seconda generazione dal centro bianco e autoctono delle città-vetrina, con i risultati che ben conosciamo nelle periferie.
L’autore, invece, propone e difende l’idea di un inesorabile meticciato etnico e culturale, ritenendolo – forse con una punta di ottimismo che immediatamente vorremmo verificare realizzata – l’inevitabile approdo per una collettività che abbatta steccati e prigioni dell’identità, unica merce dai grandi profitti nell’Europa della crisi monetaria e sociale.
Da segnalare la significativa attenzione dedicata alle assistenti di cura, precarie per eccellenza fino nella definizione più usuale di “badanti”, un subdolo modo di sottrarre professionalità ad un lavoro ritenuto “naturale”, e per questo più ricattabile.
La scoperta più interessante del lavoro di Andrea è la sua predilezione per le indagini qualitative, ovvero una metodologia anti-autoritaria di ricerca legata alla (auto)riflessività di chi sollecita l’incontro e di chi offre il suo tempo per raccontarsi. La seconda parte del libro è infatti dedicata alle interviste non strutturate alle/ai migranti, che restituiscono con voce propria la cornice di un viaggio, spesso amaro, difficile, ma anche inaspettatamente ricco di incontri complici e solidali, utile per comprendere le nostre gabbie e l’unica voce di un’umanità meticcia.
È poco noto ma negli Stati Uniti, fin dalla metà degli anni Settanta, militanti femministe tentarono di imporre un dibattito sul metodo nelle scienze sociali che ponesse la ricerca qualitativa (interviste, osservazione partecipata…) sullo stesso piano di metodologie ritenute erroneamente neutre e positiviste. La narrazione in tutte le sue forme, dal diario alle interviste, avrà un ruolo incredibile anche all’interno del movimento di liberazione black e antisessista dell’epoca. Ed è quindi un motivo in più per apprezzare questo lavoro.

di Martina Guerrini

A rivista anarchica, febbraio 2012
+ Lo sfruttamento dei migranti
Contro gli identitarismi e contro l’avanzare di questa globalizzazione la proposta contenuta nel libro di Andrea Staid è quella del meticciato, che non dev’essere necessariamente un dato di fatto ma innanzitutto un atteggiamento mentale. Migranti, immigrati, stranieri, clandestini, rifugiati, richiedenti asilo, arabi, asiatici, africani, sudamericani… insomma Loro… e Noi.
Noi abbiamo tanti pareri diversi su Loro, più o meno tante quante sono le forme del razzismo contemporaneo. Anche tra i benpensanti, tra quelli che magari con fare caritatevole cercano di dare sempre almeno un euro alla ragazza incinta fuori dalla chiesa che chiede l’elemosina, c’è sempre l’idea di fondo che Loro hanno bisogno di un aiuto e Noi, l’unica cosa che possiamo fare in tal senso, se non si ha cuore di rispedirli a casa, è tentare di farli integrare, invitarli, imporre loro di integrarsi…
Integrazione: Loro che vengono da Paesi politicamente e culturalmente arretrati devono adattarsi a Noi, diventare come Noi, esponenti dei Paesi civilizzati e democratici.
Come Noi che spingendo il capitalismo oltre ogni limite stiamo devastando un pianeta intero, l’economia mondiale e le vite di milioni di persone che proprio a causa Nostra sono costrette ad emigrare dalle loro terre e venire da Noi, solo per poi scoprire che per Loro qua non c’è felicità, e che a Noi possono andar bene solo come schiavi.
Noi che emulando l’efficienza delle macchine, aneliamo spasmodicamente di eliminare i basilari bisogni umani e dobbiamo fare i conti con un aumento di suicidi, di consumo di alcolici, di droghe, di psicofarmaci, un aumento che sembra essere direttamente proporzionale alla velocità con la quale aumenta il ritmo di “crescita”, di “evoluzione”, di “progresso”.
Noi che crediamo di essere il centro del mondo e al massimo siamo una delle maggiori cause della rovina del Mondo. Noi che vorremmo che anche chi non è Noi, incominci a vedere, a credere come Noi.
Se giunti a questo punto il termine “razzismo” per alcuni può apparire, nonostante tutto, troppo forte, allora si potrebbe proporre di parlare di “etnocentrismo”, cioè del mettere la propria cultura (intesa in senso antropologico) come chiave unica e giusta di lettura del reale.
E a proposito di questo risulta interessante il libro di Andrea Staid, “Le nostre braccia”, che lungi dal voler fare la classica esaltazione delle classi migranti oppresse e sfruttate, con l’intento di investirle della carica di soggetto rivoluzionario del ventunesimo secolo, tenta di andare oltre ed eliminare definitivamente il binomio Noi-Loro.
Lo fa primariamente mettendo in discussione il concetto di identità chiusa e definita una volta per tutte, mostrando come la storia del genere umano sia stata caratterizzata da continui cambiamenti, rimescolamenti e mutazioni, tant’è che in nessun caso si può parlare di culture “pure”, incontaminate da influssi esterni. Inoltre, continua Staid, oggi più che mai è assurdo inneggiare ad un’originalità dei costumi dato che con la globalizzazione e la mobilità internazionale, molte delle cose che mangiamo, facciamo, diciamo e pensiamo provengono da altre parti del pianeta e la tendenza è sempre di più quella di un appiattimento generale su un’unica grande monocultura, mix artificioso di tutte le culture del pianeta, il cui cavallo di battaglia rimane, nonostante la crisi, il lifestyle americano.
Contro gli identitarismi e contro l’avanzare di questa globalizzazione la proposta contenuta in questo testo è quella del meticciato, che non dev’essere necessariamente un dato di fatto ma innanzitutto un atteggiamento mentale.
“La paura è debolezza, nient’altro” scrive Bruno Barba nella prefazione del libro “Un’identità in costruzione –consapevole di esserlo –, accogliente, attenta, curiosa, aperta, non avrebbe nulla da temere”.
Panta rei, tutto scorre, e Noi vorremmo fermare il mondo, non per scendere, ma per dominare.
Così non è e così non dev’essere, secondo Andrea Staid e secondo molti altri che vedono nella mutazione culturale una componente essenziale di qualsiasi processo che voglia anche solo vagamente definirsi “rivoluzionario”.

di Elena Violato

Solidarietà COME, 15 dicembre 2011
+ Le nostre braccia
Non esiste una purezza originaria, siamo tutti meticci
Le nostre braccia al lavoro. Le braccia dei migranti che formano le fila dei nuovi schiavi, non sono semplicemente i cardini sui cui poggia il benessere delle società privilegiate. Sono ossa e muscoli di africani, sudamericani, asiatici, sono nervi e cervelli di donne e uomini che viaggiano per cambiare la loro vita.
Le barriere vengono aggirate, gli ostacoli rimossi a fatica, gli individui s’incontrano e si mescolano in una babele di lingue e culture. Il meticciato è l’elemento fondamentale per oltrepassare la nozione stessa di identità, la principale minaccia che si contrappone alla riscoperta della ricchezza delle differenze. In un mondo scosso da tensioni epocali, l’impatto di questo fenomeno è crescente, studiarne le dinamiche significa comprendere le crisi e le possibilità della civiltà contemporanea in cui, mai come adesso, è necessario il dialogo, l’apertura allo scambio, l’interazione positiva, il cambiamento.
Attraverso l’analisi antropologica Andrea Staid decostruisce il modello multiculturale caro ai media progressisti (o presunti tali), verificando le proprie tesi in decine di interviste a lavoratori migranti da cui sono stati selezionati ed elaborati i racconti più significativi di muratori, badanti, manovali, contadini e attivisti politici.
Dalla prefazione di Bruno BarbaCi sono mille possibili io in me, ma non posso rassegnarmi a esserne solamente uno
André GideChi sono “loro” chi siamo “noi”? L’identità è un problema fondamentale nella vita dell’uomo, tutti ci chiediamo chi siamo, chi sono gli altri e perché.
Nella società contemporanea assistiamo a un eccesso di identità, a una manipolazione e strumentalizzazione del fattore cultura, a un’adozione di una prospettiva culturalistica, finalizzata a legittimare la realtà sociale nascente.
Sono sempre più numerosi i richiami alle origini e alla purezza, che sono in realtà proiezioni di un passato mitico usato e manipolato in funzione di bisogni presenti.
Tanto che tramite la violenza si inventa l’identità. Violenza intesa non solo come atto di forza fisica, ma anche come imposizione o classificazione attraverso l’azione politica basata su un rapporto di forza asimmetrico. Le élite dominanti creano, modellano e utilizzano categorie come tradizione, etnicità, cultura, per perseguire determinati obiettivi politici. Esistono forme di identità indotte dall’alto e altre che nascono dal basso, ma molto più spesso sono prodotte dalle classi dominanti.
Il recupero e l’invenzione di nuove tradizioni serve a giustificare la leadership di questa classe che deve creare un suo campo di dominio, sia esso un’etnia, un popolo, o una nazione. Le identità collettive non si creano con un atto amministrativo, quindi occorre creare un retroterra culturale che renda partecipi le comunità coinvolte. Nel mondo della globalizzazione sembra che la paura di essere uguali agli altri ci porti a creare tante identità chiuse, culture serrate da recinti invalicabili.
Questo tipo di società diventa un unico grande ghetto sociale nel quale le diverse comunità etniche che lo vivono, indipendentemente dalla loro ricchezza, sono ostili e quindi generano conflitti interni. Tutto questo sembrerebbe in contraddizione con un’analisi adeguata del mondo contemporaneo, dove i mondi locali si articolano in riferimento a strutture aperte sulla realtà globale, producono forme di immaginazione che si fondano sulla relazione fra ambienti diversi e non solo in riferimento al contesto legato a un’unica dimensione territoriale. È anche nei mondi “nuovi” creati dall’immaginazione che gli individui riformulano le proprie identità e le proprie culture.
L’immaginazione consiste nel rappresentare realtà che sono esperite non solo personalmente, ma anche da altri. Nel quotidiano questo con-siste nel pensarsi in congiunzione ad altri soggetti aventi lo stesso tipo di immaginario. È in questo scenario che nascono le comunità immaginate, gruppi che non sono più legati a un territorio o a una nazione ma sono creazioni di culture in transito che si ibridano con l’incontro e lo scontro con il “diverso”. D’altro canto la nascita in questi ultimi anni di svariati gruppi identitari, fondamentalisti, chiusi e fortemente legati al vincolo territoriale, sembrerebbe una risposta al fenomeno del mescolamento culturale.
Questi gruppi, infatti, vivono uno spaesamento, assistono a una perdita dell’identificabilità e quindi acutizzano la voglia di identificare. Diventa un’ossessione: trovare l’origine pura del gruppo di appartenenza, una lotta di identità, territorio, radici contro l’ibridazione culturale, il meticciamento [...].
Dall’introduzione di Andrea Staid

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