sport

Ladri di sport

Polizia moderna, novembre 2014
+ Ladri di sport
In un momento in cui lo sport, e in particolare il calcio, è quasi sempre (o solo) una questione di soldi, inizia a prendere corpo una forma di resistenza che sbandiera un’altra verità: lo sport come solidarietà e valori. Recuperando lo spirito originario, lo sport può riacquistare il senso giocoso di una condivisione di vittorie e sconfitte senza l’ossessione di scalare le classifiche. Ladri di sport è una raccolta di storie forse minori che danno voce alle polisportive antirazziste in Italia, alle proteste per le spese folli del mondiale in Brasile, ma anche alla condanna della persistente omofobia nel calcio.

di Anacleto Flori

Radio onda d’urto, 8 ottobre 2014
+ Ladri di sport
Intervista a Ivan Grozny all’interno della trasmissione Flatlandia condotta da Giambattista (Sancho) Santoni e Elisa Masneri Ascolta qui.
www.mondopallone.it, 9 luglio 2014
+ La libreria di MP: Ladri di sport di Ivan Grozny e Mauro Valeri
«Ladri di pallone, Ladri di sport»: con queste parole si chiude la prefazione di Christiano “Xho” Presutti a Ladri di sport. Dalla competizione alla resistenza, molto ben documentato libro di Ivan Grozny e Mauro Valeri, uscito quest’anno per i tipi di Agenzia X.
Si va in campo in undici: quindi undici capitoli, undici declinazioni. Storie in cui il calcio, lo sport c’entra soltanto di riflesso, di pretesto. Storie di altri (e alti) interessi, storie che interessano diritti civili e sociali. Ivan Grozny (al secolo Ivan Compasso, fondatore di Sport alla rovescia) e Mauro Valeri (responsabile dell’Osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio) ci accompagnano attraverso Mondiali, Brasile, Italia, società.
Badate bene: non che lo sport abbia un ruolo minore, questo no. Ma, stritolato da motori strettamente economici o politici, in questo volume il calcio finisce per diventare soltanto il contorno indispensabile ad affari che perdono di vista la dimensione sociale del fenomeno. Dal Mondiale brasiliano con stadi… all’inglese (come il nuovo Maracanã), al sogno di un paese: un potenziale di milioni di giocatori, e un futuro impossibile per tutti quei figli che sperano di salire la scala sociale diventando campioni. Perché per un Ronaldo che arriva, per un Neymar che spunta, troppi non superano il quartiere.
Un libro dichiaratamente militante e partigiano, ma senza che questo sia un difetto: prende le parti degli sfruttati e degli sfrattati, di quelli che non hanno rappresentanza, politica e sociale. Nella prima metà, curata da Grozny, parlando tra l’altro dei lavori che schiacciano abitudini e luoghi, e che portano a dolorose morti sul lavoro (in Brasile come in Qatar); nella seconda, con Valeri che introduce omofobia, razzismo e nomadismo in Italia; in entrambi i casi, con una visuale che ricorda la Construção di Chico Buarque: morreu na contramão atrapalhando o tráfego (morì contromano, ostacolando il traffico).
Il calcio come il calcio: sostanza indispensabile alla buona vita. Leggerezza e speranza di libertà per il popolo brasiliano, leggerezza e speranza di libertà anche in Italia: per i mancati coming out di calciatori o ex, per i disagiati mentali e sociali, per i richiedenti asilo. Il calcio come terapia: terapia della vita.
Un libro che “tifa” perché il sistema attuale fallisca, il giocattolo si rompa nelle mani di chi lo sta spremendo, e possa venire restituito alla sua essenza. Un libro che vuole riportare lo sport come tema centrale di se stesso, come mezzo di unione pacifica in campo e sugli spalti. Partigiano, abbiamo detto: di quella partigianeria che viene dalla passione e dalla militanza. Tifosi dello sport, oppositori del circo che ci vive attorno. Contro tutti i ladri di sport, ladri di vita.

di Pietro Luigi Borgia

www.atletipercaso.net, 8 luglio 2014
+ Ladri di sport, tutti gli interessi dietro Mondiali e Olimpiadi in Brasile
Molti avranno notato che da qualche anno in Brasile si stanno concentrando una serie di eventi sportivi di livello mondiale che forse nessuna nazione prima d’ora ha mai visto: Confederations Cup nel 2013, Coppa del Mondo di calcio nel 2011 e Olimpiadi nel 2016. Un tris di manifestazioni capace di attirare nel paese sudamericano una moltitudine di gente imparagonabile.
Molto bene, direbbero in molti, meglio ospitare questi eventi in luoghi in via di sviluppo in modo da aiutarli nella crescita economica. Male, direte quasi tutti, dopo aver letto Ladri di sport, un libro che porta alla luce i veri motivi di queste assegnazioni e ci fa vedere l’altra faccia degli enti come la FIFA e il CIO.
Il libro scritto a quattro mani da Ivan Grozny, pseudonimo di Ivan Compasso, e Mauro Valeri, è una raccolta di articoli che trattano vari temi, e si possono dividere in due parti. La prima, quella di Grozny, incentrata sul mondo dello sport ormai contaminato da quello politico ed economico; la seconda, quella di Valeri, nettamente più positiva, dedicata allo sport come valore sociale, capace di superare discriminazioni e ingiustizie.
Grozny ci fa fare un viaggio nel profondo Brasile, raccontandoci le ingiustizie e i soprusi subiti dalla parte di popolazione più povera costretta a piegarsi al volere delle grandi associazioni internazionali in nome di un evento più “pulito”. Gente sfrattata, attività commerciali inibite, proteste represse con la violenza, appalti dai costi esorbitanti vinti da una sola azienda e società disintegrata. È questo che i nostri occhi non vedono quando tifiamo Italia davanti alla tv.
Ma per fortuna c’è Mauro Valeri che ci fa ritrovare la speranza, parlandoci di tutte le iniziative che hanno usato lo sport per fare del bene, per integrare persone di contesti sociali difficili, come gli immigrati, i malati mentali e anche gli omosessuali. Molte delle iniziative sono italiane, ma tutte sono passate inosservate ai più, prive di attenzione e importanza, come le favelas Brasiliane.
Ladri di sport è proprio questo che si propone infatti, dare luce a chi non ne ha, a chi ne merita.

di Michele Fortunato

www.globalproject.info, 20 giugno 2014
+ Ladri di Sport e Wars on Demand: i primi due GlobalBooks
Martedì 17 giugno, all’interno dello Sherwood Festival 2014, sono stati presentati i primi 2 lavori della collana GlobalBoock, prodotta dalla cooperazione con AgenziaX, casa editrice in movimento, diretta da Marco Philopat.
Alla presentazione sono intervenuti molti dei promotori della collana dagli autori di Ladri di Sport, Ivan Grozny e Diego Valeri; di Wars on Demand, Cristiana Catapano, Vilma Mazza, Domenico Chirico, Beppi Zambon; all’editore Marco Philopat di AgenziaX.
Nell’OpenStudio di Sherwood, in una situazione colloquiale, la presentazione è stata introdotta da Beppi Zambon assieme a Marco Philopat, che hanno sottolineato nel tempo della rete l’importanza di fissare in pagine scritte le riflessioni utili all’attivismo politico e sociale.
War on demand dedicato alle modificazioni della forma della guerra è stato presentato da Cristiana Catapano, Vilma Mazza e Domenico Chirico di ‘Un ponte per’ che ha raccontato quel che sta succedendo oggi in Iraq.
I contributi video di Angela Pascucci e di Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes sono stati utili spunti per guardare all’interno degli scenari asiatici che nel libro sono raccontati dai tanti attivisti contro le servitù militari di quel pezzo di mondo .
Tutto è ruotato attorno alla trasformazione dei rapporti di forza e delle forme del dominio nelle aree continentali ‘calde’ e sulla mutazione dello ‘strumento’ guerra, con interessanti spunti sull’implosione in Iraq e il debordare dell’uso dei nuovi mercenari, i contractors.
È stata poi la volta di Ladri di sport introdotto da Carlo Vitelloni che è stato presentato dagli autori Ivan Grozny e Diego Valeri. Il volume sul mondo dello sport, ne racconta l’intrico di affari ma anche i percorsi di partecipazione popolare dal basso. L’occasione ha portato ad indagare la realtà dei mondiali di calcio in corso in Brasile, a partire dalle proteste e sommosse che hanno punteggiato lo spreco di denari per questa ‘grande opera’ a fronte del taglio e rincaro dei servizi di pubblica utilità.
Guarda qui i video della presentazione
milanox.eu, 16 giugno 2014
+ Ladri di sport. Dalla competizione alla resistenza
“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci”, diceva Pasolini.
Il calcio, d’altronde, è più famoso di Gesù Cristo, ed è pure più influente. Il suo linguaggio è universale, arriva a tutti, e proprio per questo è così importante capire come usarlo.
Ivan Grozny e Mauro Valeri, autori di Ladri di sport. Dalla competizione alla resistenza, scelgono di raccontare le verità che si nascondono dietro lo sport (e il calcio in particolare) così come siamo abituati a viverlo. Si svelano così contraddizioni, interessi e sprechi economici, primi fra tutti quelli relativi al mondiale in Brasile di oggi. E poi tantissime realtà – più o meno grandi – di protesta e resistenza, tentativi di riprendersi il diritto allo sport per tutti. Fenomeni che hanno tanto potenziale, se si considera l’attività sportiva come strumento di divertimento e socializzazione, ma anche di riscatto fisico, psichico e sociale.
Il libro contiene undici storie, che vanno dalle mobilitazioni anti-Fifa in Brasile a esperienze con richiedenti asilo e rifugiati, senza dimora, campi nomadi e persone con disagio mentale. Non mancano testimonianze sull’Italia, in certi casi piuttosto imbarazzanti (si veda il capitolo sull’omofobia nel calcio), in altri più dignitosi, come l’esperienza della “calcioterapia” in ambito psichiatrico.
A proposito, riporto dal libro una citazione di Basaglia, su cui magari riflettere mentre seguiamo le partite di questi giorni: “Il tifo calcistico è la più moderna tra le grandi terapie di massa. Esso fa soffrire e godere le masse per avvenimenti che non le riguardano, e fa dimenticare avvenimenti che invece le riguardano molto”.

di Marta A

Trentino, 10 giugno 2014
+ Voci contro: quando rubare lo sport ai ladri non è reato
Voci contro quelle di Ivan Grozny (pseudonimo di Ivan Compasso, trentino) e Mauro Valeri. Perché “quando il grande business dello sport aggredisce comunità e territori, si rafforza il bisogno di una competizione diversa. Rubare lo sport ai ladri non è reato”, dicono. Dalle Olimpiadi messicane del 1968, quelle del pugno chiuso di Smith e Carlos, ogni grande evento sportivo si è scontrato con episodi di contestazione. In un momento in cui lo sport, e in particolare il calcio, è sempre più un affare miliardario, in diverse parti del mondo sono emerse forme di resistenza sportiva organizzate da persone che non possono o non vogliono far parte dello spettacolo. Non è solo una questione di soldi, ma soprattutto di valori. Storie e testimonianze di realtà su cui ancora molto poco è stato scritto, che vanno dalle mobilitazioni anti-Fifa in Brasile alle polisportive antirazziste e autogestite in Italia, dalle lotte contro la discriminazione allo sport praticato dai richiedenti asilo.

Alias – il manifesto, 7 giugno 2014

+ Il Brasile raccontato dai muri

IL LIBRO. Ivan Grozny, che fa parte della redazione di sherwood.it, ha appena pubblicato con Mauro Valeri (responsabile dell’osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio) il libro Ladri di sport. Dalla competizione alla resistenza. Il testo raccoglie storie e testimonianze di realtà che vanno dalle mobilitazioni anti-Fifa in Brasile alle polisportive antirazziste e autogestite in Italia, dalle lotte contro la discriminazione allo sport praticato dai richiedenti asilo. «In un momento in cui lo sport, e in particolare il calcio, è sempre più un affare miliardario, in diverse parti del mondo esistono forme di resistenza sportiva attuate da persone che non possono o non vogliono far parte dello spettacolo. Recuperando e reinterpretando lo spirito originario del gioco, lo sport viene inteso e praticato come un bene comune, come la condivisione di vittorie e sconfitte senza rincorrere gli apici delle classifiche».

Il Museo Historico Nacional di Rio de Janeiro è un concentrato di trecento anni di storia del Brasile. C’è di tutto all’interno, salvo non trovare in nessuna sala e in nessun oggetto presente anche un pure vago riferimento alla dittatura. Il ventennio 64-84 è come se non fosse esistito. È solo una volta usciti che se ne trova testimonianza. Sui muri che ne circondano il palazzo un gruppo di writer ha voluto rimediare a questa mancanza in maniera a dir poco spettacolare. I visitatori ne rimangono rapiti più di quanto avvenga nelle sale del museo. L’arte dei murales in Brasile è molto diffusa. Come in tutta l’America latina, s’intende. Sono i muri a raccontare come vanno le cose, qual è il sentimento popolare diffuso e quali i nervi scoperti. Di sicuro molti artisti in questi mesi si sono fatti portavoce del malcontento diffuso rispetto a ciò che ospitare la coppa del mondo ha comportato. Jambeiro, ad esempio, è un artista molto noto e molto apprezzato. Tra le sue opere più famose e popolari ci sono murales che raccontano le imprese calcistiche della seleção. Jambeiro lo aveva già fatto nel 2010 prima della sfortunata spedizione della nazionale in Sudafrica, di celebrare l’evento con un’opera memorabile. Aveva dipinto tra Lapa e Santa Teresa i giocatori brasiliani sul bonde, il popolare tram che fino al 2011 permetteva di salire attraverso questi variopinti quartieri di Rio. Tutti i convocati più Adriano, perché da quelle parti è davvero molto amato. L’arte dei murales è molto diffusa in tutto il Brasile, ma attraversando questi due quartieri ci si ritrova immersi in una esposizione a cielo aperto. Se ne possono trovare di pazzeschi. E il calcio – facendo parte della cultura e della storia di questo paese – è molto spesso raffigurato sui muri della città. E proprio qui, nella nascosta travessa muratori, lunga circa un centinaio di metri, che in occasione di questo mondiale brasiliano Jambeiro ha dato il meglio di sé. Una parete intera in cui si ripercorre l’edizione che si è svolta in Brasile nel 1950. La tragica finale persa dalla squadra di casa contro la celeste di Schiaffino e Giggia, gli «angeli dalla faccia sporca», assume un tono ancora più melodrammatico. Una partita che è passata alla storia come «o maracanaço», la tragedia del Maracanà.
Più di duecentomila spettatori increduli che si sarebbero accontentati anche di un pareggio visto la formula di quell’edizione, si sono visti sconfiggere per mano di una selezione che avrebbe dovuto essere lì un po’ come un agnello sacrificale. Ed è stupefacente come Jambeiro racconti questa storia. Ci sono le due formazioni come nelle classiche istantanee che antecedono qualsiasi partita. C’è il gol di Schiaffino che a dieci minuti della fine spegne i sogni della seleção e di un paese intero. E c’è lo scoramento che ne consegue.
Sono le uniche parti della parete dipinte in bianco e nero e che riportano magicamente a quell’epoca. E poi riprodotto il manifesto ufficiale di quell’edizione e l’immancabile panoramica di Rio de Janeiro. Col Maracanà che spicca su tutto, cuore pulsante dei sentimenti dei carioca. Un dolore che da un lato mostra una ferita ancora aperta, la prima vera tragedia nazionale, e dall’altro mostra che la vita va avanti. Poi Jambeiro lascia un ultimo regalo, ossia come immagina dovrebbe essere il mondiale 2014: con meno ingerenze politico finanziarie e più spazio alla passione e alla gente. Neymar calcia una pallone che non è altro che la testa di Joseph Blatter, il potente «padrone» della Fifa. Tutto attorno tifosi che rivendicano le istanze che chi manifesta contro la Copa rivendica.
Inutile dire che non è solo spettacolare, ma è proprio un veicolo comunicativo potentissimo quello di mescolare arte, creatività e colore, tanto colore, alla realtà di tutti i giorni. Praça da Republica, ad esempio, è di fatto uno snodo per la viabilità della città molto importante. Un luogo tutt’altro che piacevole. Ma se non lo si attraversa a piedi, facendo slalom tra i tanti che ci vivono su quei marciapiedi, non si possono ammirare una serie di graffiti memorabili.
Una parata di stelle, i calciatori che hanno fatto la storia di questo paese: Zagalo, Nilton Santos, Falcão, rappresentato, tra le altre cose, con la coppa Italia vinta con la Roma negli anni Ottanta. Poi ci sono i grandi numeri dieci: Zico e Pelè. Zico lo si incontra spesso, bisogna dirlo. Ma sono Garrincha, Adriano e Robinho i calciatori che più volte capita di incontrare riprodotto su qualche muro. Campioni che non sono amati per quello che hanno vinto, che è comunque molto, ma per il loro modo di vivere la vita. Campioni che non hanno dimenticato da dove sono venuti.
Anche i muri che costeggiano la nuova fermata della metropolitana al Maracanà sono variopinti. Un collettivo di artisti lo ha rivitalizzato, ma secondo delle direttive molto precise che vanno in controtendenza rispetto a quello che stiamo raccontando. Ogni quartiere e ogni favela ha i suoi artisti di riferimento. E soprattutto in questo momento proliferano murales che mostrano come la coppa del mondo abbia acuito una serie di situazioni molto critiche e che su tutti i muri ci raccontano degli abusi che vengono compiuti sui poveri dal Bope e dalla polizia militare. Se ci spostiamo a São Paulo notiamo che molti artisti, come Kobra ad esempio, sono diventate delle vere e proprie celebrità e gli vengono commissionati lavori imponenti su facciate di immensi grattacieli. Ma anche qui ci sono i «murales di denuncia».
Proprio all’inizio dell’Avenida Paulista, infatti, una parete scura in una caustica ambientazione lancia l’allarme su quanto accade da anni nella foresta amazzonica rispetto al problema della deforestazione. Percorsa tutta, e sono diversi km, ne troviamo uno contro la caccia alle balene e per la salvaguardia delle specie in estinzione. Molti i murales dedicati ai paesi di origine di coloro che abitano oggi il Brasile. E c’è anche tanta Italia naturalmente: dalla Levi Montalcini alle epiche immagini di chi sbarcava qui da enormi navi. A Santos, nella piccola città di mare famosa in tutto il mondo per essere la squadra di Pelè i muri parlano solo bianco e nero come i colori del club. Ci sono i campioni di ieri e quelli di oggi. A Salvador de Bahia sono la musica e la cultura africana a farla da padrona come tema principale delle opere degli artisti di strada. Anche qui non manca il calcio, comunque. A Fortaleza anche attraverso i murales si denuncia la problematica dello sfruttamento e la violenza sessuale.
A Paranà quasi tutte le opere che vediamo sui muri sono legate alle vicende delle lotte per la terra e la riforma agraria. Ce ne sono di immensi; in Minas Gerais è ancora forte simbolicamente la figura di Tiradentes, il primo ribelle brasiliano. La sua testa che rotola per le ripide strade di Ouro Preto, sembrerà ogni tanto di incontrarla se percorriamo quelle strade. Di vederla al nostro fianco. I portoghesi avevano punito il suo coraggio in maniera così cruenta che dopo averlo scorticato vivo avevano pensato che far percorrere alla sua testa le strade della città sarebbe stato un buon deterrente per coloro a cui venisse in mente di mettersi contro la Corona portoghese. È solo un gioco che un artista locale ha voluto fare, quello di rappresentarla in diversi luoghi della cittadina, sempre radente al suolo, sempre in posizione diversa. Colpisce, non c’è che dire. Anche perché forse è solo una suggestione di chi scrive ma questa testa che rotola, il ribelle che l’aveva attaccata al collo, le proteste di oggi represse militarmente… Stai a vedere che forse una relazione c’è.
Quando si dice che i muri parlano: è proprio vero se si tratta del Brasile.

di Ivan Grozny

www.peacelink.it, 3 giugno 2014
+ Ladri di sport. Dalla competizione alla resistenza
Alla vigilia dei mondiali di calcio, un viaggio nel Brasile che resiste alle grandi opere imposte dalla Coppa del mondo.
Il libro di Ivan Grozny e Mauro Valeri racconta anche le tante pratiche di sport dal basso in ItaliaA pochi giorni dal fischio d’inizio dei mondiali di calcio brasiliani, arriva in libreria una pregevole pubblicazione, Ladri di sport. Dalla competizione alla resistenza, edito dalla casa editrice Agenzia X e curato da Ivan Grozny, fondatore del progetto “Sport alla rovescia” e Mauro Valeri, sociologo impegnato a parlare degli eventi sportivi dal punto di vista dell’antirazzismo e delle discriminazioni. Si tratta di un libro che analizza il fenomeno calcio (e non solo, c’è spazio anche per gli altri sport) dal punto di vista sociale, ma l’aspetto più interessante riguarda i primi capitoli del volume, dedicati interamente al Brasile che attende gli imminenti mondiali.
Le grandi manifestazioni del giugno 2013, legate alla protesta per l’aumento del biglietto del trasporto pubblico e presto trasformatesi in riots contro la classe dirigente di un paese che aveva deciso di investire il denaro pubblico sulle infrastrutture per i mondiali 2014 piuttosto che per opere nel campo dell’istruzione, della sanità, e della povertà, si verificarono proprio durante lo svolgimento della Confederations Cup. Ivan Grozny le sintetizza così: “Le incisive modifiche dell’assetto urbano hanno pesanti effetti sulla vita della popolazione e sugli assetti di potere della città, che però hanno incontrato una decisa risposta da parte delle comunità di questa grande metropoli”. Ivan si riferisce alla città di Rio de Janeiro, ma il discorso è estendibile a tutte le metropoli (o megalopoli) brasiliane: gli autori tracciano una interessante quanto utile mappa delle resistenze urbane nel Brasile che attende i mondiali. Ne emerge un quadro in cui il paese non rifiuta l’evento sportivo in quanto tale, ma il sistema che ne regge e avalla l’organizzazione, dalla Fifa, massima autorità calcistica che ridisegna il territorio imponendo arbitrarie zone rosse, ai governatori di alcune città, tra cui il carioca Sérgio Cabral, che intendono approfittare della competizione calcistica per proseguire nella loro opera di pulizia sociale a scapito dei movimenti. A questo proposito, le parole del segretario della Fifa, Jérôme Valcke, sono significative e inequivocabili: “Dirò una cosa pazzesca, ma meno democrazia a volte è meglio per organizzare una Coppa del mondo”. E ancora, Ivan Grozny elenca le aziende che sponsorizzano la Coppa, da McDonald’s a Coca Cola passando per banche e compagnie telefoniche: “i vertici del capitalismo mondiale”. Uno dei maggiori meriti degli autori del libro è che non cadono nel tranello di porsi su posizioni “tifose”, per restare in ambito calcistico, pro o contro i mondiali, e nemmeno nella facile retorica della condanna del Brasile per le inesistenti condizioni di sicurezza degli operai impiegati nella ristrutturazione degli stadi (da cui pure sono derivate morti ricordate solo da pochissimi media), ma raccontano le tante sfaccettature di un paese ormai divenuto una potenza economica, sotto certi aspetti impegnato a tutelare i diritti dei più deboli, ma non in grado di rappresentare o difendere le fasce marginali del paese. La domanda di fondo che emerge dal lavoro di Ivan Grozny e Mauro Valeri, fatta propria dagli stessi autori e di cui sono portatori i “subalterni brasiliani”, è la seguente: “Come mai il governo di un paese che fa parte dei Brics, che da emergente sta diventando ‘emerso’, il governo guidato da una ex guerrigliera (Dilma Rousseff) e legato a un politico carismatico (Lula), che fu un grande leader delle lotte operaie nonché un amico di Socrates, reputa un valida proposta la costruzione di grandi opere appaltate a multinazionali straniere?” Alcuni esempi di questo Brasile a doppia velocità vengono dal mitico stadio Maracaná di Rio de Janeiro e dall’Arena Amazônia di Manaus. Sul primo impianto sportivo ha gettato i suoi tentacoli la multinazionale Odebrecht, che non solo si è occupata dei lavori di ristrutturazione dello stadio, ma anche della rivalutazione immobiliare di tutta l’area. Questo ha significato la demolizione dell’Aldeia Maracanà, descritta nei dettagli da Ivan Grozny. L’edificio sorge a poche centinaia di metri dallo stadio e si è trasformato nel tempo nell’Universidade Indígena, sede dell’osservatorio permanente sulla conservazione della cultura dei popoli nativi: gli indigeni hanno tentato di bloccare la demolizione nel dicembre 2013, ma, racconta Ivan, la polizia militare è intervenuta in forze sgomberando con violenza gli occupanti: per Blatter, presidente della Fifa, quello era il luogo ideale per un centro commerciale con tanto di parcheggio. Anche in questo caso la commessa per l’appalto è stata assegnata ad Odebrecht. Se ne deduce facilmente il motivo per cui “i brasiliani amano il calcio, ma non la Fifa”, per parafrasare il titolo di un capitolo del libro. Inoltre, in vista dei mondiali si teme una crescita esponenziale della violenza da parte della polizia. A questo proposito, Ivan Grozny cita uno slogan coniato dai movimenti in occasione di una delle manifestazioni del giugno 2013 a San Paolo: “Che coincidenza, niente polizia, niente violenza”. Per quanto riguarda l’Arena Amazônia di Manaus, la perplessità viene dal fatto che la città amazzonica non ha squadre di livello: lo stadio, probabilmente, servirà solo per le partite del mondiale, ma per il resto sarà destinato a rimanere una cattedrale nel deserto. Il rischio è che le spese per i mondiali brasiliani siano una riedizione di quelle di quelle di Italia ’90: il Delle Alpi di Torino, ad esempio, ospitò cinque partite della Coppa del mondo per essere demolito nel 2008 (oltre ad essere casa della Juventus e del Torino). La comparazione tra Brasile 2014 e Italia ’90 segna un po’ lo spartiacque del lavoro dei due autori. L’ideale seconda parte del volume racconta i tanti risvolti del calcio, e più in generale di altre discipline sportive, dal punto di vista sociale: lo sport come riscatto per delle fasce sociali spesso marginalizzate dall’opinione pubblica, dalla società e dalle stesse federazioni sportive, vedi il caso della Polisportiva “Assata Shakur” invisa perché intitolata all’omonima militante delle Pantere Nere. C’è spazio per la rete Fare (Football Against Racism in Europe), si denuncia l’omofobia imperante (soprattutto nel mondo del calcio), si parla della quotidiana battaglia contro le discriminazioni per permettere ai migranti di poter scendere in campo nelle serie minori, viene dato risalto ai Mondiali antirazzisti nel capitolo dall’appropriato titolo “In fuga dal paese lungo la fascia”, infine viene dedicata attenzione all’esperienza delle persone con disagio mentale che hanno individuato nel rugby uno strumento terapeutico.
In definitiva, Ladri di sport rappresenta uno strumento utile per comprendere come sia possibile praticare lo sport dal basso senza barriere e discriminazioni, dal Brasile dei combattivi movimenti sociali ad un’Italia alternativa che resiste al modello imperante che intravede nello sport solo una pratica per uomini duri.

di David Lifodi

martinelli-trento.blogautore.repubblica.it, lunedì 2 luglio 2014
+ Pagine Mondiali
I Mondiali. Lo si voglia o no, avvenimento. Anche in libreria, reale o virtuale che sia. “Palle di carta” non può esimersi: Mondiali vuol dire anche libri – e tanti – di e sul calcio. Belli e brutti, banali e acuti, sorprendenti e ripetitivi. Da oggi e fino ai Mondiali – e durante i Mondiali – “Palle di carta” cercherà quantomeno di segnalare il segnalabile. Non recensioni, piuttosto stati d’animo. Non puntuali vivisezioni, piuttosto indicazioni. Il dito puntato verso la pagina, prima che l’occhio cerchi solo e soltanto lo schermo che ci restituirà il gol, l’espulsione, la sostituzione. Due libri alla volta, due libri al giorno.
Cominciamo con Stefano Marelli e con Ladri di sport. Il primo esce dalla penna di chi ci ha incantato, l’anno scorso, con Altre stelle uruguyane. Ordunque, v’è motivo nel dire che anche gli spiazzanti racconti di Pezzi da 90 andranno a segno. Poi una voce contro, anzi le voci contro di Ivan Grozny e Mauro Valeri. Perché “quando il grande business dello sport aggredisce comunità e territori, si rafforza il bisogno di una competizione diversa. Rubare lo sport ai ladri non è reato”, dicono. Si può essere d’accordo, oppure meno. “Palle di carta” è d’accordo.
Di seguito le schede dei libri. Copiaincollate, sia detto a beneficio della verità. La stessa che ci porta a ribadire che i primi due titoli di Pagine Mondiali non possono mancare nella biblioteca di chi non si rassegna al calcio moviola, al calcio pagella, al calcio sponsor e insegue, ostinato, il calcio racconto, il calcio sogno, il calcio resistente.

di Carlo Martinelli

Alias – il manifesto, 17 maggio 2014
+ Tutti i misfatti perpetrati in Brasile all’ombra dei prossimi mondiali
Se un tempo la proprietà era considerata un furto, oggi lo sport come diritto negato ai poveri è un furto. Anche i grandi eventi sportivi, come i prossimi campionati di calcio che si terranno in Brasile, perpetrati ai danni dei diseredati delle favelas, rappresentano un furto. Ladri di sport. Dalla competizione alla resistenza, scritto a due mani da Ivan Grozny e Mauro Valeri, descrive bene i furti che si susseguono in nome dello sport ai danni delle minoranze, che innanzi all’arroganza del potere politico-sportivo soccombono e vengono sempre più spinte ai margini. Se si negano i diritti elementari alle minoranze, in nome della discriminazione, si ruba qualcosa che è degli altri, dunque in giro ci sono dei ladri, che i due autori indicano raccontando i furti, cioè i fatti. Il libro, apparentemente diviso in due parti, in realtà legati da un filo comune e rosso, nella prima parte curata da Ivan Grozny, descrive quello che accade in Brasile in nome del mondiale. La famiglia Oderbrecht di origine tedesca, imprenditori impiantatasi in Brasile dal 1964, che si è tenuta a galla strizzando l’occhio ai regimi dei militari, oggi gestisce la costruzione degli stadi, compreso il nuovo Maracanà, la nuova metropolitana di Rio de Janeiro, i trasporti, facendo affari e passando indenni dai golpisti di ieri a Lula e Dilma. Grozny ha girato il Brasile a più riprese e si addentra nei vicoli stretti e contorti di Vidigal, il morro che si arrampica sull’Arpoador, un promontorio di Rio. Qui nessun mezzo pubblico riesce a salire fino in cima e a muoversi nelle strettoie, gli abitanti del luogo, che conoscono gli angoli palmo per palmo, hanno pensato di organizzarsi in cooperative e dar vita a un sistema di trasporto privato con finalità pubbliche, sostituendosi di fatto ai mezzi pubblici, imbarcando più persone su un’auto. Il prefetto di Rio ha azzerato queste forme popolari di cooperative a gestione familiare: «I confortevoli taxi resi allegri dalla musica e dalla tappezzeria kitsch sono stati sostituiti da anonimi minibus che compiono solo tratte turistiche e che nessun abitante utilizza a causa dei prezzi proibitivi». Grozny denuncia la costruzione di stadi, perfino nella foresta amazzonica dove non ci sono squadre di calcio che partecipano al campionato di serie A brasiliano, che ospiteranno non più di due o tre partite e fa il parallelo con lo spreco di Italia ’90, ma anche la giurisdizione militare della Fifa nei pressi degli stadi e le operazioni di polizia, apparentemente contro i narcos, che in realtà si sono trasformate in arresti di massa verso coloro che hanno organizzato i movimenti di protesta contro il mondiale. Completa il libro una rassegna interessante di Mauro Valeri, che va dall’omofobia nel calcio e i giocatori che hanno fatto coming out alle minoranze costituite dalle realtà sportive dei rifugiati politici, dei senza dimora, dei rom e dei sinti, che nonostante i ladri di sport, cercano di ritagliarsi il diritto sul campo.

di P.CO.

www.sherwood.it, 13 maggio 2014
+ Ladri di sport. Dalla competizione alla resistenza
Consiglio vivamente la lettura di Ladri di sport. Dalla competizione alla resistenza scritto da Ivan Grozny e Mauro Valeri per “Agenzia X-Globalbooks”, non ancora uscito in libreria (21 maggio), ma che ho potuto leggere in anteprima. Per gli usuali frequentatori del sito di “Sport Alla Rovescia”, questi due autori non necessitano di presentazioni, visto che trovate spesso loro articoli al suo interno.
Lo consiglio, perchè, come giustamente sottolinea nella prefazione Cristiano “Xho” Presutti (fùtbologia.org), questo libro si inserisce in quella tendenza di “new football writing”, cioè una letteratura che parla di calcio e sport in generale cercando di “elevare il discorso, di praticare la passione per il pallone e utilizzarla nella produzione di forme e contenuti rinnovati”.
Tuttavia in Ladri di sport c’è un elemento di novità molto importante: rispetto ai sempre più numerosi libri di denuncia dei mali del calcio (basti pensare a quelli su calciopoli), qui vengono soprattutto raccontate le esperienze di resistenza ed alternativa allo sport-business. Leggendo le pagine, troverete gli interessi che ruotano attorno ai grandi eventi sportivi, come i mondiali in Brasile quest’anno, la xenofobia e l’omofobia, ma soprattutto “le polisportive, i matti, attivisti contro il razzismo, migranti, rom e barboni”, che “dal basso ripartono per ripartire, attaccare e divertirsi ancora”.
La forza di questo libro è che troverete i regolamenti discriminatori delle federazioni sportive per l’accesso dei migranti alla pratica sportiva e il racconto della campagna “Gioco Anch’io” che porta all’abrogazione degli articoli discriminatori. C’è il razzismo e l’assenza di leggi che regolano il diritto d’asilo e poi le storie della “Liberi Nantes”, “AfroNapoli United”, “Survivors”, “Cara Mineo” e “Koa Bosco” di Rosarno, ossia squadre composte da rifugiati o richiedenti asilo, che mostrano come il calcio possa essere uno “strumento per tornare ad assaporare uno sprazzo di normalità”. C’è l’omofobia delle dichiarazioni di Moggi, Rivera, Lippi, Bergomi, ma anche i (ancora pochi) coming out di calciatori omosessuali, la bandiera arcobaleno perennemente sventolata nello stadio del St. Pauli o le iniziative di “Football Vs Homophobia”. Sono raccontate le esperienze di “calcioterapia” attraverso tornei e campionati tra squadre composte da utenti dei Centri o Dipartimenti di Salute Mentale o il progetto “Matti per il Calcio” della Uisp. Poi scopri che Tommaso Vailatti, con alcune presenze in serie A, è un giocatore sinto e che sono numerose le esperienze di squadre composte da rom (Cd Rom, Birilli, Ercolini tanto per citarne alcune).
L’altro elemento interessante di questo libro è che vengono raccontati i prossimi mondiali in Brasile, mettendo in evidenza gli aspetti, sempre troppo poco approfonditi nel mainstream, e le conseguenze dei grandi eventi sportivi soprattutto per la popolazione che li ospita. I grandi eventi sportivi cominciano ad avere la stessa funzione di “vetrina per la costruzione del consenso”, che avevano negli anni passati i vertici del potere globale. I mondiali di calcio sono sicuramente le sfide tra le squadre più forti del mondo, ma sono anche grandi opere costosissime ed inutili, sono morti sul lavoro e condizione di schiavitù dei lavoratori migranti nei cantieri (in Qatar sono già morte 900 persone durante i lavori per il mondiale del 2022). Sono tentativi di ripulire i quartieri popolari e le zone degradate attraverso divieti e sgomberi e soprattutto sono piogge di denaro pubblico che vanno ad arricchire sempre i soliti noti. Tutto questo come ci racconta Ivan Grozny, che ha avuto la fortuna di passare alcuni mesi in Brasile di recente, si traduce per il paese carioca in operazioni del Bope, la polizia militare brasiliana, nelle favela di Rocinha a Rio oppure nella costruzione di nuovi inutili stadi con costi faraonici. Scorrendo le pagine non puoi dunque non pensare al “Delle Alpi” di Torino o al “San Nicola” di Bari costruiti per Italia 90, di cui stiamo ancora oggi finendo di pagare i mutui (nel 2011, 55 milioni di euro).
L’esplosione delle proteste durante la Confederation’s Cup dell’anno scorso hanno messo in evidenza come il popolo brasiliano alla Fifa preferisce investimenti per migliorare i servizi pubblici, vuole infrastrutture che servano alla collettività e non per arricchire la Oderbrecht, la potente multinazionale, che casualmente vince tutti gli appalti. Le oceaniche manifestazioni di Rio, San Paolo, Belo Horizonte e delle altre principali città brasiliane mettono in evidenza come questa popolazione sia stanca di vedere nei luoghi di potere personaggi legati alla dittatura militare, come ad esempio Josè Maria Martin, presidente della Federcalcio brasiliana, che era a capo del Doi-Codi, un’agenzia di servizi segreti repressiva, responsabile dell’uccisione di Vladimir Herzog, giornalista indipendente ucciso per la sua opposizione al regime.
Tornando alla prefazione iniziale, questo libro ci mostra ancora una volta come il pallone sia contraddizione, è “economia corrotta, malaffare, illegalità, repressione, controllo sociale e allo stesso tempo ideali, passione, talento, corpi, diverse e nuove forme di aggregazione sociale, cultura popolare dall’altro”.
Dopo aver letto questo libro si capisce benissimo da che parte stare, quella che pensa che “rubare lo sport ai ladri non è reato.”

di Teo Molin Fop

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