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La nave dei folli

tonyface.blogspot.com, 21 giugno 2019
+ La nave dei folli

Un testo essenziale per ricostruire e consegnare alla storia e al giusto merito, la vita e l’opera di uno dei cantautori più significativi della musica popolare italiana, IVAN DELLA MEA.
Un’infanzia e un’adolescenza terribili, una vita vagabonda e sempre precaria, anche e soprattutto a causa di scelte estreme, mai scese a patto con alcun compromesso.
Utopie politiche, ideali rivoluzionari, militanza quotidiana, la nascita di una scena etno musicale con a fianco Giovanna Marini, Giovanna Daffini, il ruolo giudicato ambiguo (e molto criticato) di Dario Fo.
Canzoni di lotta, parole dure, esplicite (Ballata per l’Ardizzone), dolenti (El me gatt), rabbiose.
Un libro che non è solo normale biografia ma la storia di un’epoca.
“Ivan ha dentro di sé la morale più meravigliosa che l’uomo abbia adottato: la solidarietà per i più deboli, la fratellanza fra uguali, la libertà che non sopporta catene, né per sé né per nessuno. Il socialismo, insomma, la grande utopia operaia messa in cantiere nella storia dell’uomo.”
Alessio Lega, cantautore, militante anarchico, storico della canzone ne traccia un ritratto perfetto, denso ed esaustivo e risponde ad alcune domande in merito.

Perché pensi che un personaggio così interessante e di così grande spessore come Ivan Della Mea abbia sempre avuto poco spazio nella storia della musica italiana?
Se partiamo dalla considerazione che Ivan non ha mai sprecato un solo minuto a competere nella musica (e ancor di più in quella italiana), in un certo senso lo spazio che ha avuto è immenso, rispetto a coloro che hanno buttato la loro vita inseguendo Sanremo, la televisione e la radio. Gli altri erano dei cantanti, Ivan un uomo che cantava, e fra vivere e cantare c’è una bella differenza.

Hai impiegato molto tempo per raccogliere tutte le (numerose e dettagliate) informazioni?
È sempre molto difficile delimitare il tempo di una simile ricerca. La stesura del libro mi ha preso sei mesi, le interviste di preparazione circa due anni. Ma sono più di dieci che mi capita di parlare di Ivan e del suo ambiente, la lunga, fraterna, indimenticabile amicizia con Paolo Ciarchi ne è stato il vero motore. Se questo libro ha un valore è questo: non è un libro, è un pezzo della mia vita passata a cercare il Mea.

Esiste ancora quell’idealismo estremo che permeava i personaggi tratteggiati nel libro? Dalla Marini a Ivan, Ciarchi ecc.?
Non solo esiste, ma è ancora più estremo: oggi chi intraprende quella strada e quelle intenzioni si trova in un contesto molto più disgregato e ostile.

Che eredità ha lasciato Ivan nella canzone popolare italiana?
Era un grande poeta, un grande artista e soprattutto un intellettuale. Dunque ha lasciato una vasta opera – complessa e diseguale – con punte di valore assoluto come La nave dei folli o Sudadio giudabestia. Ma la sua “eredità” più interessante consiste nello spazio liberato, uno spazio nel quale si fa musica per un’urgenza comunicativa e la si fa pensando al futuro, mai al risultato immediato.

di tonyface

il manifesto, 15 giugno 2019

+ Le vie infinite della ribellione

Due libri diversissimi, ma imperdibili per chi vuole conoscere culture, musiche e lotte di mezzo secolo in Italia e negli Stati Uniti. Stiamo parlando de La nave dei folli. Vita e canti di Ivan Della Mea (2019, Agenzia X, pp. 374, 16 euro) di Alessio Lega e di We Shall not Be Moved. Voci e musiche dagli Stati Uniti 1969-2018 (2019, Squilibri, pp. 339 + 4 cd, 39 euro) di Alessandro Portelli.
L’arco temporale del primo arriva fino alla scomparsa di Della Mea, giugno 2009, il secondo termina ai giorni nostri partendo dal 1969. Entrambi però affondano le loro radici nella nascita dei movimenti proletari di fine ’800. Alessandro Portelli – che tutti conosciamo come uno dei più attenti studiosi della cultura e della società Usa – intesse un patchwork attraverso canzoni e registrazioni dal vivo e ci racconta in maniera entusiasmante e rigorosa la loro storia e quel filo rosso che lega oltre un secolo di lotte e controcultura statunitense che nemmeno la repressione prima e il maccartismo poi sono riusciti a eliminare.

Esistenza tribolata
Alessio Lega – cantastorie e scrittore – ci regala un racconto fluentissimo dove la vita di Ivan Della Mea intreccia la ricerca di intellettuali, scrittori e cantanti. Con una narrazione avvincente, il libro riesce a contestualizzare in maniera perfetta la vita di Della Mea, tra la sua tribolata esistenza e la sua creatività, e così nel libro incrociamo i fondatori dei Dischi del Sole, delle Edizioni Avanti! e dell’Istituto De Martino, e tutti i musicisti e intellettuali che in qualche maniera vi collaborarono. In una veloce e non completa carrellata, ricordiamo: Gianni Bosio, Roberto Leydi, Michele Straniero, Sergio Liberovici, Giovanni Pirelli, Sandra Mantovani, Giovanna Daffini, Giovanna Marini, Cesare Bermani, Mario De Micheli… e poi ancora Luciano Della Mea, Elio Vittorini, Italo Calvino, Giangiacomo Feltrinelli, Luciano Bianciardi, Jannacci, Fo, Paolo Ciarchi (a cui è dedicato un capitolo intero, scritto prima della sua recente scomparsa), il Canzoniere popolare italiano e i successivi molti canzonieri regionali (del Lazio, del Veneto, Grecanico salentino, etc.). Una fucina di ricerche, pubblicazioni, incisioni. Molti intrecci uniscono i libri di Portelli e Lega, ma almeno due fili che li accomunano meritano di essere segnalati. Innanzitutto le celebri registrazioni di Alan Lomax, etnomusicologo, antropologo e produttore discografico statunitense, che spaziò la sua ricerca dai canti degli Industrial Workers of the World a Woody Guthrie alle musiche popolari italiane, e i Dischi del Sole, con cui Portelli pubblica nel 1969 L’America della contestazione (ora parte del quarto cd di questa raccolta allegata al libro).
Estrapoliamo alcuni passaggi emozionanti dei due libri, un piccolo anticipo della consigliata lettura dei volumi. Ne La nave dei folli c’è il ricordo del concerto del Nuovo Canzoniere Italiano al Festival dei due mondi di Spoleto, nel 1964: «…i primi brani corrono via lisci, anche se più ancora delle parole sono quelle voci così diverse a far fremere il pubblico benestante… L’innesco della bomba avviene quando la già problematica Gorizia è cantata – per un improvviso abbassamento di voce della Mantovani – da Michele Straniero che intona una strofa non prevista dal copione: traditori signori ufficiali/voi la guerra l’avete voluta/scannatori di carne venduta/e rovina della gioventù. Ci sono ufficiali a Spoleto, uno di loro è presente quel pomeriggio: “Viva gli ufficiali”, grida indignato. A questo punto tutti si sentono autorizzati a dire la propria: “Fuori i fascisti’, “Basta”, “Buffoni”… “Questa è storia, signora”, dice Bosio. “Posseggo trecentotrenta contadini e nessuno dorme nelle stalle. Non ho pagato il biglietto per sentir cantare sul palco la mia donna di servizio”, disse una spettatrice alla Daffini che si mosse alla volta della signora che l’aveva pronunciata con l’intenzione di sfasciarle la chitarra in testa».

Il funerale
O il ricordo del funerale di Giovanni Pirelli, nel 1973: «Era il 3 di aprile. Il funerale si mosse dalla sede Anpi di Sampierdarena, dal corteo una voce di basso intonò L’Internazionale, era la voce del prete poeta Padre David Maria Turoldo, gli altri si unirono…». O ancora, nel 1966, quando Bruno Pianta, in previsione di un possibile concerto di Bob Dylan in Italia, dice a Ivan: «…se canti con Dylan rischi di doverti confrontare con una marea di gente venuta solo per lui e che di te se ne frega». Ivan taglia corto: «Io il Bob Dylan me lo mangio in insalata!».

Il cappotto
Ma anche il divertente racconto del bellissimo cappotto di Papa Hemingway a cui a furia di esagerare con i daiquiri stava ormai un po’ stretto e «l’aveva regalato al suo amico e traduttore Elio (Vittorini), che però era alto il doppio, dunque questi lo aveva girato a Luciano Dalla Mea e Luciano a sua volta al fratello Ivan, Ivan era rientrato al convitto pavoneggiandosi nel cappotto appartenuto a cotali ingegni, e il custode lo aveva apostrofato: “caspita che bel cappotto, con il freddo che fa mi farebbe proprio comodo” detto fatto Ivan se lo sfila e glielo porge. Il giorno dopo però con orrore aveva potuto constatare che il custode, per spazzare comodamente il cortile, aveva operato alla brutto-dio con la forbice, riducendo il lussuoso capo da abbigliamento in un gilet da straccioni». In We Shall not Be Moved il retroterra storico e culturale di canzoni, autori e interpreti viene raccontato da Portelli in maniera minuziosa provocando l’ascolto e il riascolto dei gioielli musicali contenuti nei quattro cd. Un esempio che ben dimostra la rete di relazioni storiche: nella presentazione di The Preacher and the Slave, una delle più celebri canzoni del mitico sindacalista rivoluzionario e compositore Joe Hill, che nel 1915 fu condannato a morte per un delitto che non aveva commesso, dopo aver ricordato che i militanti dell’IWW (Industrial Workers of the World, ndr) si portavano in tasca due cose: la tessera, che li fa conoscere come compagni, e il canzoniere rosso The Little Red Songbook «il cui fine dichiarato in copertina era di “fan the flames”, alimentare le fiamme della rivolta», Portelli scrive: «Alla vigilia dell’esecuzione, Joe Hill aveva scritto in carcere, in versi, le sue ultime volontà, “Il mio testamento è facile da decidere perché non c’è niente da dividere; i miei eredi non avranno da piangere e litigare perché il muschio non si attacca a una pietra che rotola (sì: moss does not cling to a rolling stone). Il mio corpo? …lo ridurrei in cenere e lo farei portare dal vento là dove crescono i fiori… forse allora un fiore potrebbe fiorire di nuovo…”. Da lì parte una lunga tradizione che arriva fino a noi. “Ho sognato di vedere Joe Hill stanotte, vivo come me e te”, dice una celebre canzone scritta negli anni ’30 da Earl Robinson, cantata dal grande cantore nero comunista Paul Robeson e, mezzo secolo dopo, da Joan Baez, “Gli dissi, Joe, ma sei morto da dieci anni; non sono mai morto, mi rispose. Dovunque gli operai si organizzano, dovunque gli uomini lottano per i loro diritti, è lì che troverai Joe Hill”. Un paio di anni dopo, John Steinbeck mise parole simili, ispirate a questa canzone, in bocca a Tom Joad, protagonista di Furore. Attraverso il romanzo, il film di Henry Fonda che ne fu tratto, e la ballata in cui lo traduce Woody Guthrie, queste parole arrivano fino a Bruce Springsteen e a The Ghost of Tom Joad.

INTERVISTA
Ivan Della Mea, il mio schiaffo al buio dell’indifferenza. Alessio lega, autore del volume dedicato al cantautore e scrittore, racconta la storia esemplare del «nostro Woody Guthrie»

Gli echi di Ivan Della Mea, delle sue opere, cantate e scritte, risuonano in questi giorni in Toscana con l’Istituto Ernesto De Martino (Villa San Lorenzo al Prato, Via Scardassieri 47, Sesto Fiorentino, Fi, www.iedm.it) che ha dedicato due giorni di omaggi all’artista, scomparso a Milano il 14 giugno 2009. Ecco allora che nell’ambito di «Ancora Ivan: dieci anni dopo», si tiene domani alle 18 «Io so che un giorno. Le canzoni di Ivan Della Mea», concerto a cui partecipano, tra i tanti, Rudi Assuntino, Francesca Baccolini, ’E zezi gruppo operaio, Gang (Marino e Sandro Severini), Moni Ovadia e Alessio Lega, autore del libro La nave dei folli, presentato ieri al de Martino. Nella sede dell’istituto anche una mostra dedicata a Ivan con manifesti, documenti d’archivio, cd, lp. Abbiamo intervistato Alessio Lega.

Quale eredità ci ha lasciato l’esperienza dei Dischi del Sole, delle edizioni Avanti! del Nuovo Canzoniere Italiano, tutto il lavoro di recupero e valorizzazione fatto da Gianni Bosio, Roberto Leydi e compagni?
Ci lasciano due cose apparentemente antitetiche. Una grande messe di canzoni e tutto ciò che possiamo chiamare «letteratura orale», dove troviamo il racconto puntuale del nostro essere stati contadini, sfruttati, emigranti che seppero sognare un mondo migliore, proprio mentre tentavano di costruirlo. Tutto ciò oggi è conservato nei musei della cultura contadina e insegnato dalle cattedre di antropologia ed etnomusicologia. Ma ci resta anche un’idea più sottile e più importante: che la ricerca non è mai disgiunta dalla condivisione, che queste canzoni sono figlie dell’urgenza: Gorizia tu sei maledetta è ancora un urlo contro la guerra, ancora i canti d’emigrazione devono farci vergognare di essere diventati razzisti. Cantare vuol dire «creare e vivere» un mondo nuovo, non fare cultura per uno vecchio.

A parte l’importante continuità data a quell’esperienza dall’Istituto de Martino e dal Circolo Gianni Bosio, ci sono altre realtà istituzionali o meno, universitarie o di base, che lavorano su quel sentiero di ricerca?
Ce ne sono – penso a editori come Nota o Squilibri che provano a sopravvivere – ma ci sono soprattutto corali e militanti che usano questi materiali per le loro lotte nel presente.

È significativo che una casa editrice come Agenzia X – caratterizzata dall’attenzione verso le controculture – pubblichi La nave dei folli, evidenziando così quel filo rosso che lega musica e cultura popolare alle culture alternative. Ma Ivan Della Mea non è stato solo un interprete dei classici della canzone politica, ma anche un autore molto creativo e originale. Quali sono le sue caratteristiche e cosa consiglieresti di ascoltare a un ragazzo che volesse accostarsi alla sua musica?
Beh, innanzi tutto cercarsi sul web il brano fluviale che dà il titolo al libro: una vera canzone- trip, poi certi bozzetti urbani del primo periodo (El me gatt) accostabili a certa poesia delle nuove periferie, e infine il capolavoro della maturità, il disco Sudadio Giudabestia, il più musicalmente raffinato, un vero concept album che sta fra Storia di un impiegato di De André e Rock Bottom di Wyatt.

E per accostarsi ai suoi romanzi e saggi?
Il suo noir più bello e più cupo è Sveglia sul buio, il punto di contatto fra Scerbanenco e ciò che è venuto dopo, le sue scritture più sperimentali sono quelle autobiografiche, come il terribile Se la vita ti dà uno schiaffo, uscito pochi giorni prima della sua morte. Il libro è frutto di tanta documentazione su Della Mea ma è anche di un atto di amicizia. Io direi che questa è una storia bellissima, a volte cupa, a volte persino un po’ pettegola – queste donne e uomini non erano dei santi: si innamoravano e si lasciavano con una certa leggerezza. Ma racconta un percorso dall’individualismo bohémien dei primi anni, alla frenetica attività rivoluzionaria e di testimonianza degli anni Sessanta e Settanta… a me piacerebbe fosse letta anche da chi non è interessato alla canzone politica o d’autore, come la storia di un artista e agitatore esemplare, innalzatosi dalla strada alla gloria per mettersi al servizio di un’idea: il nostro Woody Guthrie.

Recentemente è scomparso Paolo Ciarchi a cui nel libro dedichi un capitolo, puoi ricordare la sua originalità anche qui?
Paolo è morto il giorno stesso dell’uscita di questo libro, di cui era stato il principale ispiratore: Ivan l’ho frequentato, ma Ciarchi (il suo musicista) era la mia «famiglia adottiva» milanese. Per fortuna sono riuscito a chiudere il cerchio consegnandogli la prima copia qualche giorno prima della tragedia. È un lutto che non ho ancora elaborato, talvolta mi fermo in strada con un groppo in gola. Se di Ivan ci restano le canzoni, è molto più difficile raccontare quella fisica genialità sonora. Davvero mi dispiace per chi non lo ha visto.

di Marc Tibaldi

La Repubblica, 26 maggio 2019

+ Dieci anni senza la Milano di Della Mea

Se ne andava dieci anni fa, il 14 giugno 2009, Ivan Della Mea. Nato a Lucca nel 1940 e abbandonato in brefotrofio, fu adattato da Milano. Clochard, comunista, barista, fattorino da drogheria, giornalista fu soprattutto cantautore, figura di spicco del folk revival e gran narratore, in vernacolo locale, di Milano. La canzon del Navili, A quel omm e poi El me gatt, triste storia ambientata in via Savona. E qui, all’angolo con via Stendhal, mercoledì alle 29 verrò posta una targa in ricordo di Della Mea. Presente Alessio Lega che all’artista ha dedicato la biografia La nave dei folli (Agenzia X).

A-rivista anarchica, maggio 2019

+ Ivan Della Mea dieci anni dopo. Un estratto da La nave dei folli

“Io finisco con questa qui e non la spiego neanche più, tanto non c’è niente da spiegare. Ringrazio tutti per una bella giornata, abbiamo discusso, magari ci siamo anche un po’ incazzati”, si sente provenire qualche risatina dalla platea, “ma a me rimane quest’idea: è meglio incazzarsi in compagnia che stare zitti e da soli. È meglio! [applausi] È meglio, forse si riesce a far qualcosa”.
Intanto che parla ha cominciato ad arpeggiare la chitarra sul re maggiore, con un risultato percepibilmente dissonante, e si rivolge ai due che lo accompagnano con una seconda chitarra e una fisarmonica “secondo me è fuori come una belva”, intende che la chitarra è terribilmente scordata. Valuta per un attimo l’ipotesi di accordarla, e subito rinuncia: “ma fa niente” e comincia a cantare, con la sua “esse” assurda, che pare un chiodo strisciato su un vetro. Un difetto di pronuncia ben più disturbante di una erre moscia. Chi, nonostante quella “esse”, si ostina a cantare deve proprio avere delle cose urgenti da comunicare, che non può affidare a nessun altro: noi siamo gli ultimi del mondo / ma questo mondo non ci avrà diventa ovviamente “noi sshiamo”. La canzone che conclude questo recital è quella nota come L’Internazionale di Fortini, lanciata da lui e incessabilmente riproposta sin dal 1994, ovvero dall’indomani della morte dell’autore Franco Fortini. Io sono il secondo chitarrista, invitato sul palco un po’ a tradimento per fare un finale assieme (avevo già cantato prima con un set tutto mio) e il fisarmonicista è Davide Giromini, altro bravissimo cantautore. È il 23 agosto del 2008 e siamo a Merizzo (provincia di Massa-Carrara), in quel momento io ho trentasei anni, Davide ne ha trentadue e Ivan ne ha sessantasette. È una delle ultime volte che ci troviamo su un palco, io e il Mea.

Quel regionale delle 5.50

Si va a letto tardi, come da tradizione in questa vita erra-bonda di cantori impegnati. Il più delle volte senza cachet fissi, pagati con un gettone o solo rimborsati delle spese di viaggio, senza albergo, ospitati in case di gentili compagni. Tutto molto bello, ma la fatica pesa, soprattutto quando si comincia ad avere un’età in cui le ossa urlano, il peso del vino e delle cene troppo abbondanti e mangiate a ridosso del son-no logorano l’apparato digestivo. Il Mea si spende da cin-quant’anni e più con determinazione suicida, si è fatto già un infarto quasi dieci anni prima, è in sovrappeso e ha un diabe-te che finge di non avere. Ci svegliamo prestissimo: c’è anco-ra – mentre vi scrivo – un regionale sopravvissuto alla distru-zione della rete ferroviaria italiana a profitto dell’Alta veloci-tà, che parte alle 5.50 del mattino da Livorno e, passando per Sarzana, Massa e Carrara, arriva a Milano alle 10.20. Io e il Mea prendiamo quello.
È la prima (e l’ultima) occasione in cui sono per quattro ore e mezzo a tu per tu con il poeta e cantore che rappresenta uno dei miei più alti esempi, estetici ed etici: un maestro, un mito. Intendiamoci, l’ho incontrato già tante volte (sin dagli anni novanta), mi ha espresso le sue perplessità (all’inizio), poi la sua benevolenza, infine anche il suo affetto. Mi ha invi-tato ripetutamente a cantare nelle iniziative dell’istituto che dirige dal 1996 – l’Istituto Ernesto de Martino, la casa di tutti i miei idoli giovanili – abbiamo parlato, ma sempre a spizzi-chi e bocconi: battute, facezie, pettegolezzi e perfidie delizio-se (di cui era un cultore), commenti salaci, qualche delirio.
Ci siamo ritrovati su tanti palchi, ricordo quello dell’anno prima a Massa, uno spettacolo organizzato in un comodo tea-tro (una volta tanto) da Ovidio Bompressi, l’uomo condanna-to ingiustamente (è mia radicata opinione, non verità giudizia-ria) per essere l’esecutore materiale dell’omicidio del commis-sario Calabresi. Per quella vicenda Ivan si è battuto come un leone con il brano Ci si rivedrà, ma anche il verso sarcastico “oh com’è onesto e pentito Marino”. Ovidio dopo la grazia per ragioni di salute lavora per l’Arci di Massa orga-nizzando spettacoli. Siamo tutti affiancati contemporanea-mente in scena, io con il mio scudiero Rocco Marchi, Ivan, Davide, Les anarchistes (Marco Rovelli, Alessandro Danelli e Nicola Toscano che è tragicamente morto a cinquant’anni nel 2017). Ivan si guarda da una parte e dall’altra e prorompe: “oh, prima io ero quello più estremista di tutti, guardato male nel Pci, ora sono diventato il moderato, qui sono tutti anar-chici!” e scoppia a ridere. In quell’occasione mi consegna un paio di testi: “vedi se riesci a fare la musica”.
Ovviamente a questo va aggiunto che di Ivan sono stato un fedele spettatore. La prima volta che lo vidi di persona fu martedì 9 ottobre 1990, ero giunto a Milano da Lecce tredici giorni prima, proprio nel mio diciottesimo compleanno, con l’intenzione di diventare fumettista. Nell’isolato in cui vivo e da cui vi sto scrivendo, nello Spazio Ansaldo (oggi sede del museo Mudec) si svolgeva Milano Poesia, l’ultimo importan-te progetto di Gianni Sassi, uno dei guru della controcultura.
Lì incontrai il Mea, mi si materializzò il Ciarchi con tutte le sue carabattole sonore e i suoi colpi in testa (vi assicuro che l’impressione fu incredibile) e sua moglie Isabella armata di videocamera, che non sapeva decidersi se filmare o salire sul palco a fare i cori, Claudio Cormio e suo papà, Franco Coggiola, con il quale chiacchierai lungamente. Chi avrà la pazienza di continuare a leggere scoprirà che sono tutti per-sonaggi fondamentali per la nostra storia. Il mio tentativo di approccio con Ivan fu disastroso: provai a dirgli che il disco Il rosso è diventato giallo era da sempre uno dei (pochi) dischi che i miei possedevano e che ascoltavo da quand’ero in fasce “e non sei diventato daltonico?” ridacchiò lui, girandosi subito dall’altra parte. Per la verità io sono dal-tonico, ma preferii tacerglielo. Provai a riagganciarlo “qui siamo proprio vicini a via Savona…” dissi con aria allusiva, “be’?” fece un po’ scocciato “quella dov’è ambientata la tua canzone El me gatt” dissi sperando di conquista-re con questa citazione la sua benevolenza “ah… ma quella l’ho messa per la rima” (anni dopo mi disse che invece non era vero, era proprio via Savona quella della terribile Ninetta che sgozzava i gatti).
Sconfitto me ne tornai a casa, pensando “ma che stronzo”, o meglio non formulando compiutamente questo pensiero, perché non avrei osato pensarlo di tale mito… però insomma, diciamo un po’ deluso. Tutte le testimonianze che ho raccol-to per questo libro coincidono nel dire che Ivan prima di vo-lerti bene ti provocava.

In treno con lui

Ecco, Ivan lo inseguivo da sempre e, finalmente diventato anch’io un cantautore, era lui che mi aveva cercato e ammes-so come un suo pari, sugli stessi palchi, invitato nell’Istituto che dirigeva. Ma ancora non mi aveva aperto il cuore.
Ora ero con lui in treno per quasi cinque ore. Parlò di tut-to, ininterrottamente, ridendo – ah, la sua risata – soffrendo per il fatto di non poter fumare. Parlava, raccontava del bre-fotrofio in cui era stato messo bambino, di suo fratello Lu-ciano morto già da cinque anni, di sua madre, del detestato padre, della compagna di vita e d’amore Clara, dei figli Sara e Pietro, del Ciarchi “ora sembra molto più freak di me, ma quando l’ho conosciuto io ero un barbone che dormiva in strada e lui un ragazzo di buona famiglia, quando andai a ca-sa sua la prima volta con Rudy, erano tutti vestiti da signori-ni, e c’era un pianoforte: una casa borghese”. Spettegolò a lungo sulla passione per quella grande cantante popolare cui dedicò le prime canzoni d’amore “ma lo sapevano tutti che eravamo fidanzati, con annessi e connessi… poi sai, lei aveva un figlio ed ebbe paura”, non vi dico come suonava “annes-shi e connesshi” nella pronuncia sibilante del Mea.
L’orso, il respingente Ivan, stava cercando complicità da me anche con allusioni un po’ goliardiche.
Seguitò a raccontare di quando all’Istituto si presero tutti le anfetamine – comprate a etti in un losco bar lì di sotto – per trascrivere giorno e notte nastri su nastri, ore di registra-zioni sul campo per un concorso di Roberto Leydi, “e poi LUI è diventato professore e se n’è andato portandosi via i nastri dell’Istituto” (sapevo bene che questa era un’antica po-lemica che guastò per sempre i rapporti fra i due principali organizzatori del Folk revival: Bosio e Leydi). E poi si parlò tanto di Milano: Milano di giorno e di notte, Milano dei bar-boni “ho vissuto per strada, non per modo di dire, senza una casa in cui dormire. Si imparava dagli altri, ce n’erano di or-ganizzatissimi, con panchine attrezzate a letto, meglio dell’albergo. Però quando arrivò l’inverno mi dissi che non avrei resistito a lungo, un freddo, Alessio, un freddo. Chi ha dormito per strada d’inverno non può che essere comunista” ecco un fondamento ideologico del pensiero di Ivan.
Continuavano i racconti sul Naviglio, sui personaggi che aveva conosciuto e parevano tratti da una novella di Paolo Valera rivista da Jannacci “il tale faceva l’operaio e lo aveva-no licenziato per ragioni sindacali, allora avevano messo su l’azienda familiare: la moglie batteva lui incassava… ma un giorno si accorge che lei con un cliente ci provava gusto, in-somma c’era del tenero, allora non è più questione di lavoro, si riscoprì marito cornuto, l’ha ciapata per la bernarda e l’ha menada in Navili”.
Milano si avvicina, lui si rende conto che il treno ferma a Rogoredo e si precipita giù come una valanga di carne “se scendo qui faccio molto prima, per il Corvetto”. Mi saluta dalla banchina “vieni a trovarci a me e Clara, così continuo i racconti e tu mi scrivi la biografia” e ride. Lo sentirò ancora per telefono, ci vedremo un paio di volte in Conchetta, can-teremo, ma quando finalmente sono andato in Corvetto non era proprio a casa sua, e stava stretto nella cassa.
Io intanto proseguo sul treno e arrivo in Centrale, scendo con la testa che gira piena di tutte quelle storie. Ero in un pe-riodo strano, un lungo rapporto sentimentale che proprio d’amore non era mai stato si era concluso da due mesi. Io mi ero prontamente e perdutamente re-innamorato di una splendida tizia che era nello stesso periodo stata mollata da un amico. Partii immediatamente alla carica con il mio stile: canzoni e inviti a cene elaborate dal mio orgoglio di cuoco. Lei ci stette proprio il minimo minimo indispensabile (roba di qualche bacio) e poi con un garbo e un affetto ineguaglia-bile mi diede il più dolce “due di picche” della mia vita. Ero al massimo della forma, mi sentivo bellissimo e pieno di emo-zione. Scesi dal treno, guardai l’ingresso della metropolitana e provai un senso di nausea: non potevo chiudermi sottoter-ra. Dalla stazione a casa mia ci sono otto chilometri, il sole cuoceva, decisi di farli a piedi, riavvolgendo il nastro di tutti i racconti che mi aveva fatto l’Ivan, allungando il percorso e passando per tutte le zone nominate: via Tommaso Grossi, il sagrato del Duomo, via Gorizia…

Una vita fitta di intrecci

Ecco lettori miei, il libro che segue è una passeggiata per la vita e le canzoni del Mea: Luigi della Mea ribattezzatosi da solo Ivan, nato a Lucca nell’ottobre del 1940, morto a Milano nel giugno del 2009. È una passeggiata per una storia di vita che, soprattutto nei primi vent’anni, sembra eccessiva anche per essere un romanzo naturalista di Zola. Poi diventa un re-soconto collettivo della canzone popolare e della partecipa-zione politica, lì l’individualità di Ivan sembra perdersi al servizio di una storia grande, che pure vuole essere racconta-ta. Questo libro è anche un percorso nell’opera di un intellet-tuale che consta di più di quindici dischi, una decina di vo-lumi (fra romanzi, prose varie, versi, favole), innumerevoli articoli. Il culmine dell’arte di Ivan continuano a sembrarmi le sue canzoni, a quelle dedicherò la maggior parte dei miei sforzi. Sono canzoni nate da un’esigenza di confessione, ma anche dall’urgenza della testimonianza e del confronto, oggi attraverso il web le possiamo ascoltare con più facilità d’un tempo, quando bisognava procurarsi i supporti fisici i dischi per lungo tempo introvabili. Però il web è una “biblioteca di Babele” eterodiretta dai motori di ricerca e dai social, per questo è più che mai necessario uno sforzo di sistematizza-zione, di analisi, di scavo e di ricostruzione del contesto sto-rico, politico e artistico in cui nacquero quei canti.
Infine quello che vi accingete a leggere è una ricognizione su una vita che è stata straordinariamente fitta di intrecci, perché la vita di un artista impegnato politicamente già lo è di suo, perché il fratello di Ivan, Luciano, è stato un intellet-tuale centrale per la nascita della nuova sinistra in Italia e ha incessantemente creato relazioni, in quanto incapace fisica-mente di stare da solo. Perché infine la nostra storia si svolge per larga parte negli anni che, dal 1962 al 1980, hanno visto la più grande partecipazione collettiva che si sia mai registra-ta: solo la capillare voracità della televisione e poi il colpo di grazia dell’informatica sono riusciti a domare quelli che Giorgio Gaber definì “anni affollati”.
Ecco, io ora riprendo a girare per Milano, per l’Italia, per i dischi, i libri, i giornali, i concerti, gli spettacoli, le manife-stazioni, le fabbriche occupate, le piazze, i centri sociali, i congressi di Partito, le feste dell’Unità, dei sindacati, della Resistenza… un tragitto esistenziale, politico e artistico del mio amico e maestro Ivan. Vi invito a farlo con me questo percorso, nelle pagine che seguono. Forse come questo tem-po, non servirà a nulla e tutto si perderà nel camposanto del-la dimenticanza. Ma noi, che stiamo aggrappati a un libro o a un disco, sacro o profano, alla Bibbia o al Capitale, a Proust o a Bulgakov, a Bob Dylan o a Violeta Parra, possiamo forse rinunciare all’idea che finché qualcuno racconta le nostre storie abbiamo sconfitto la morte?

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