mea

La nave dei folli

A-rivista anarchica, maggio 2019
+ Ivan della Mea dieci anni dopo. Un estratto da La nave dei folli

“Io finisco con questa qui e non la spiego neanche più, tanto non c’è niente da spiegare. Ringrazio tutti per una bella giornata, abbiamo discusso, magari ci siamo anche un po’ incazzati”, si sente provenire qualche risatina dalla platea, “ma a me rimane quest’idea: è meglio incazzarsi in compagnia che stare zitti e da soli. È meglio! [applausi] È meglio, forse si riesce a far qualcosa”.
Intanto che parla ha cominciato ad arpeggiare la chitarra sul re maggiore, con un risultato percepibilmente dissonante, e si rivolge ai due che lo accompagnano con una seconda chitarra e una fisarmonica “secondo me è fuori come una belva”, intende che la chitarra è terribilmente scordata. Valuta per un attimo l’ipotesi di accordarla, e subito rinuncia: “ma fa niente” e comincia a cantare, con la sua “esse” assurda, che pare un chiodo strisciato su un vetro. Un difetto di pronuncia ben più disturbante di una erre moscia. Chi, nonostante quella “esse”, si ostina a cantare deve proprio avere delle cose urgenti da comunicare, che non può affidare a nessun altro: noi siamo gli ultimi del mondo / ma questo mondo non ci avrà diventa ovviamente “noi sshiamo”. La canzone che conclude questo recital è quella nota come L’Internazionale di Fortini, lanciata da lui e incessabilmente riproposta sin dal 1994, ovvero dall’indomani della morte dell’autore Franco Fortini. Io sono il secondo chitarrista, invitato sul palco un po’ a tradimento per fare un finale assieme (avevo già cantato prima con un set tutto mio) e il fisarmonicista è Davide Giromini, altro bravissimo cantautore. È il 23 agosto del 2008 e siamo a Merizzo (provincia di Massa-Carrara), in quel momento io ho trentasei anni, Da-vide ne ha trentadue e Ivan ne ha sessantasette. È una delle ultime volte che ci troviamo su un palco, io e il Mea.

Quel regionale delle 5.50

Si va a letto tardi, come da tradizione in questa vita erra-bonda di cantori impegnati. Il più delle volte senza cachet fissi, pagati con un gettone o solo rimborsati delle spese di viaggio, senza albergo, ospitati in case di gentili compagni. Tutto molto bello, ma la fatica pesa, soprattutto quando si comincia ad avere un’età in cui le ossa urlano, il peso del vino e delle cene troppo abbondanti e mangiate a ridosso del son-no logorano l’apparato digestivo. Il Mea si spende da cin-quant’anni e più con determinazione suicida, si è fatto già un infarto quasi dieci anni prima, è in sovrappeso e ha un diabe-te che finge di non avere. Ci svegliamo prestissimo: c’è anco-ra – mentre vi scrivo – un regionale sopravvissuto alla distru-zione della rete ferroviaria italiana a profitto dell’Alta veloci-tà, che parte alle 5.50 del mattino da Livorno e, passando per Sarzana, Massa e Carrara, arriva a Milano alle 10.20. Io e il Mea prendiamo quello.
È la prima (e l’ultima) occasione in cui sono per quattro ore e mezzo a tu per tu con il poeta e cantore che rappresenta uno dei miei più alti esempi, estetici ed etici: un maestro, un mito. Intendiamoci, l’ho incontrato già tante volte (sin dagli anni novanta), mi ha espresso le sue perplessità (all’inizio), poi la sua benevolenza, infine anche il suo affetto. Mi ha invi-tato ripetutamente a cantare nelle iniziative dell’istituto che dirige dal 1996 – l’Istituto Ernesto de Martino, la casa di tutti i miei idoli giovanili – abbiamo parlato, ma sempre a spizzi-chi e bocconi: battute, facezie, pettegolezzi e perfidie delizio-se (di cui era un cultore), commenti salaci, qualche delirio.
Ci siamo ritrovati su tanti palchi, ricordo quello dell’anno prima a Massa, uno spettacolo organizzato in un comodo tea-tro (una volta tanto) da Ovidio Bompressi, l’uomo condanna-to ingiustamente (è mia radicata opinione, non verità giudizia-ria) per essere l’esecutore materiale dell’omicidio del commis-sario Calabresi. Per quella vicenda Ivan si è battuto come un leone con il brano Ci si rivedrà, ma anche il verso sarcastico “oh com’è onesto e pentito Marino”. Ovidio dopo la grazia per ragioni di salute lavora per l’Arci di Massa orga-nizzando spettacoli. Siamo tutti affiancati contemporanea-mente in scena, io con il mio scudiero Rocco Marchi, Ivan, Davide, Les anarchistes (Marco Rovelli, Alessandro Danelli e Nicola Toscano che è tragicamente morto a cinquant’anni nel 2017). Ivan si guarda da una parte e dall’altra e prorompe: “oh, prima io ero quello più estremista di tutti, guardato male nel Pci, ora sono diventato il moderato, qui sono tutti anar-chici!” e scoppia a ridere. In quell’occasione mi consegna un paio di testi: “vedi se riesci a fare la musica”.
Ovviamente a questo va aggiunto che di Ivan sono stato un fedele spettatore. La prima volta che lo vidi di persona fu martedì 9 ottobre 1990, ero giunto a Milano da Lecce tredici giorni prima, proprio nel mio diciottesimo compleanno, con l’intenzione di diventare fumettista. Nell’isolato in cui vivo e da cui vi sto scrivendo, nello Spazio Ansaldo (oggi sede del museo Mudec) si svolgeva Milano Poesia, l’ultimo importan-te progetto di Gianni Sassi, uno dei guru della controcultura.
Lì incontrai il Mea, mi si materializzò il Ciarchi con tutte le sue carabattole sonore e i suoi colpi in testa (vi assicuro che l’impressione fu incredibile) e sua moglie Isabella armata di videocamera, che non sapeva decidersi se filmare o salire sul palco a fare i cori, Claudio Cormio e suo papà, Franco Coggiola, con il quale chiacchierai lungamente. Chi avrà la pazienza di continuare a leggere scoprirà che sono tutti per-sonaggi fondamentali per la nostra storia. Il mio tentativo di approccio con Ivan fu disastroso: provai a dirgli che il disco Il rosso è diventato giallo era da sempre uno dei (pochi) dischi che i miei possedevano e che ascoltavo da quand’ero in fasce “e non sei diventato daltonico?” ridacchiò lui, girandosi subito dall’altra parte. Per la verità io sono dal-tonico, ma preferii tacerglielo. Provai a riagganciarlo “qui siamo proprio vicini a via Savona…” dissi con aria allusiva, “be’?” fece un po’ scocciato “quella dov’è ambientata la tua canzone El me gatt” dissi sperando di conquista-re con questa citazione la sua benevolenza “ah… ma quella l’ho messa per la rima” (anni dopo mi disse che invece non era vero, era proprio via Savona quella della terribile Ninetta che sgozzava i gatti).
Sconfitto me ne tornai a casa, pensando “ma che stronzo”, o meglio non formulando compiutamente questo pensiero, perché non avrei osato pensarlo di tale mito… però insomma, diciamo un po’ deluso. Tutte le testimonianze che ho raccol-to per questo libro coincidono nel dire che Ivan prima di vo-lerti bene ti provocava.

In treno con lui

Ecco, Ivan lo inseguivo da sempre e, finalmente diventato anch’io un cantautore, era lui che mi aveva cercato e ammes-so come un suo pari, sugli stessi palchi, invitato nell’Istituto che dirigeva. Ma ancora non mi aveva aperto il cuore.
Ora ero con lui in treno per quasi cinque ore. Parlò di tut-to, ininterrottamente, ridendo – ah, la sua risata – soffrendo per il fatto di non poter fumare. Parlava, raccontava del bre-fotrofio in cui era stato messo bambino, di suo fratello Lu-ciano morto già da cinque anni, di sua madre, del detestato padre, della compagna di vita e d’amore Clara, dei figli Sara e Pietro, del Ciarchi “ora sembra molto più freak di me, ma quando l’ho conosciuto io ero un barbone che dormiva in strada e lui un ragazzo di buona famiglia, quando andai a ca-sa sua la prima volta con Rudy, erano tutti vestiti da signori-ni, e c’era un pianoforte: una casa borghese”. Spettegolò a lungo sulla passione per quella grande cantante popolare cui dedicò le prime canzoni d’amore “ma lo sapevano tutti che eravamo fidanzati, con annessi e connessi… poi sai, lei aveva un figlio ed ebbe paura”, non vi dico come suonava “annes-shi e connesshi” nella pronuncia sibilante del Mea.
L’orso, il respingente Ivan, stava cercando complicità da me anche con allusioni un po’ goliardiche.
Seguitò a raccontare di quando all’Istituto si presero tutti le anfetamine – comprate a etti in un losco bar lì di sotto – per trascrivere giorno e notte nastri su nastri, ore di registra-zioni sul campo per un concorso di Roberto Leydi, “e poi LUI è diventato professore e se n’è andato portandosi via i nastri dell’Istituto” (sapevo bene che questa era un’antica po-lemica che guastò per sempre i rapporti fra i due principali organizzatori del Folk revival: Bosio e Leydi). E poi si parlò tanto di Milano: Milano di giorno e di notte, Milano dei bar-boni “ho vissuto per strada, non per modo di dire, senza una casa in cui dormire. Si imparava dagli altri, ce n’erano di or-ganizzatissimi, con panchine attrezzate a letto, meglio dell’albergo. Però quando arrivò l’inverno mi dissi che non avrei resistito a lungo, un freddo, Alessio, un freddo. Chi ha dormito per strada d’inverno non può che essere comunista” ecco un fondamento ideologico del pensiero di Ivan.
Continuavano i racconti sul Naviglio, sui personaggi che aveva conosciuto e parevano tratti da una novella di Paolo Valera rivista da Jannacci “il tale faceva l’operaio e lo aveva-no licenziato per ragioni sindacali, allora avevano messo su l’azienda familiare: la moglie batteva lui incassava… ma un giorno si accorge che lei con un cliente ci provava gusto, in-somma c’era del tenero, allora non è più questione di lavoro, si riscoprì marito cornuto, l’ha ciapata per la bernarda e l’ha menada in Navili”.
Milano si avvicina, lui si rende conto che il treno ferma a Rogoredo e si precipita giù come una valanga di carne “se scendo qui faccio molto prima, per il Corvetto”. Mi saluta dalla banchina “vieni a trovarci a me e Clara, così continuo i racconti e tu mi scrivi la biografia” e ride. Lo sentirò ancora per telefono, ci vedremo un paio di volte in Conchetta, can-teremo, ma quando finalmente sono andato in Corvetto non era proprio a casa sua, e stava stretto nella cassa.
Io intanto proseguo sul treno e arrivo in Centrale, scendo con la testa che gira piena di tutte quelle storie. Ero in un pe-riodo strano, un lungo rapporto sentimentale che proprio d’amore non era mai stato si era concluso da due mesi. Io mi ero prontamente e perdutamente re-innamorato di una splendida tizia che era nello stesso periodo stata mollata da un amico. Partii immediatamente alla carica con il mio stile: canzoni e inviti a cene elaborate dal mio orgoglio di cuoco. Lei ci stette proprio il minimo minimo indispensabile (roba di qualche bacio) e poi con un garbo e un affetto ineguaglia-bile mi diede il più dolce “due di picche” della mia vita. Ero al massimo della forma, mi sentivo bellissimo e pieno di emo-zione. Scesi dal treno, guardai l’ingresso della metropolitana e provai un senso di nausea: non potevo chiudermi sottoter-ra. Dalla stazione a casa mia ci sono otto chilometri, il sole cuoceva, decisi di farli a piedi, riavvolgendo il nastro di tutti i racconti che mi aveva fatto l’Ivan, allungando il percorso e passando per tutte le zone nominate: via Tommaso Grossi, il sagrato del Duomo, via Gorizia…

Una vita fitta di intrecci

Ecco lettori miei, il libro che segue è una passeggiata per la vita e le canzoni del Mea: Luigi della Mea ribattezzatosi da solo Ivan, nato a Lucca nell’ottobre del 1940, morto a Milano nel giugno del 2009. È una passeggiata per una storia di vita che, soprattutto nei primi vent’anni, sembra eccessiva anche per essere un romanzo naturalista di Zola. Poi diventa un re-soconto collettivo della canzone popolare e della partecipa-zione politica, lì l’individualità di Ivan sembra perdersi al servizio di una storia grande, che pure vuole essere racconta-ta. Questo libro è anche un percorso nell’opera di un intellet-tuale che consta di più di quindici dischi, una decina di vo-lumi (fra romanzi, prose varie, versi, favole), innumerevoli articoli. Il culmine dell’arte di Ivan continuano a sembrarmi le sue canzoni, a quelle dedicherò la maggior parte dei miei sforzi. Sono canzoni nate da un’esigenza di confessione, ma anche dall’urgenza della testimonianza e del confronto, oggi attraverso il web le possiamo ascoltare con più facilità d’un tempo, quando bisognava procurarsi i supporti fisici i dischi per lungo tempo introvabili. Però il web è una “biblioteca di Babele” eterodiretta dai motori di ricerca e dai social, per questo è più che mai necessario uno sforzo di sistematizza-zione, di analisi, di scavo e di ricostruzione del contesto sto-rico, politico e artistico in cui nacquero quei canti.
Infine quello che vi accingete a leggere è una ricognizione su una vita che è stata straordinariamente fitta di intrecci, perché la vita di un artista impegnato politicamente già lo è di suo, perché il fratello di Ivan, Luciano, è stato un intellet-tuale centrale per la nascita della nuova sinistra in Italia e ha incessantemente creato relazioni, in quanto incapace fisica-mente di stare da solo. Perché infine la nostra storia si svolge per larga parte negli anni che, dal 1962 al 1980, hanno visto la più grande partecipazione collettiva che si sia mai registra-ta: solo la capillare voracità della televisione e poi il colpo di grazia dell’informatica sono riusciti a domare quelli che Giorgio Gaber definì “anni affollati”.
Ecco, io ora riprendo a girare per Milano, per l’Italia, per i dischi, i libri, i giornali, i concerti, gli spettacoli, le manife-stazioni, le fabbriche occupate, le piazze, i centri sociali, i congressi di Partito, le feste dell’Unità, dei sindacati, della Resistenza… un tragitto esistenziale, politico e artistico del mio amico e maestro Ivan. Vi invito a farlo con me questo percorso, nelle pagine che seguono. Forse come questo tem-po, non servirà a nulla e tutto si perderà nel camposanto del-la dimenticanza. Ma noi, che stiamo aggrappati a un libro o a un disco, sacro o profano, alla Bibbia o al Capitale, a Proust o a Bulgakov, a Bob Dylan o a Violeta Parra, possiamo forse rinunciare all’idea che finché qualcuno racconta le nostre storie abbiamo sconfitto la morte?

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