Premio Dubito 2016



rinarelli

La gabbia dei matti

Radio Onda d’Urto, 16 maggio 2011
+ intervista a Luca Rinarelli
Ascolta l’intervista a Luca Rinarelli autore di La gabbia dei matti a radio Onda d’Urto
Gazzetta d’Alba, 3 maggio 2011
+ La gabbia dei matti
Sono passati due anni dal suo primo romanzo, il noir In perfetto orario, e Luca Rinarelli si ripresenta ai lettori con una nuova uscita che dimostra coerenza, quanto a percorso personale e idee di scrittura, e si legge veloce, con trasporto e partecipazione. La gabbia dei matti (nella collana Inchiostro Rosso dell’editrice milanese Agenzia X) è una storia di tensione ed esasperazione della realtà, quasi una messa in scena esemplare, una specie di coltivazione in vitro condotta per dimostrare un’ipotesi sperimentale. Cosa succederebbe se si creasse una situazione di solitudine, di abbandono, di sopraffazione in un contesto generale (di comunità civile) che sembra non offrire ripari, ascolto, spiegazioni? Cosa potrebbe darsi, in un clima di violenza e di sconforto, quando sembrano venir meno le forze e la coscienza, e la fiducia nelle istituzioni? Come si fa a non perder la testa, e a evitare di ritrovarsi in una gabbia di matti? La gabbia in questione è tante cose, nel romanzo di Rinarelli: potrebbe essere una stazione di polizia dove appaiono figure inquietanti e si consumano nell’omertà atti brutali e omicidi; una città (Torino) che soffoca, paralizzata e nevrotica, per il caldo torrido del luglio 2010; una fabbrica abbandonata dove un pugno di anim,e battute e disorientate si fa trascinare in maniera contraddittoria e penosa in una logica di violenza senza speranza; oppure noi tutti, il Paese tutto intero, quando sembra cedere a suoi istinti più bassi, e scordarsi la modernità e la forza di civiltà dei suoi principi fondamentali.
Sono condizioni, queste, che storia e cronaca non ci risparmiano, purtroppo; Rinarelli le somma insieme, e raffigura l’ipotesi estrema, nel segno della caduta nell’abisso.
E’ il disegno di una società che si disfa in conflittualità piccole e grandi, all’insegna di una precarietà materiale ed esistenziale che spegne la fiducia e nutre il rancore; una società sconnessa in cui le songole parti non si parlano o non si comprendono, e il disagio viene ignorato o peggio criminalizzato e represso, quando riesce a trovare rappresentanza. Così può accadere che dall’oggi al domani si taglino i finanziamenti a una cooperativa sociale che segue un progetto di convivenza guidata di persone in cura per affezioni psichiche; che una di queste persone, destabilizzata dalla notizia, venga fermata e trattenuta in commissariato; che qui incappi in un poliziotto deviato e incline alla violenza e la sua morte per percosse venga ufficializzata come incidente. Non siamo lontani da cose dette e ascoltate, solo negli ultimi mesi. Ma cosa accadrebbe se gli amici (coinquilini ed operatori sociali) della vittima si lasciassero andare alla rabbia, senza più interlocutori, senza più fiducia?
Rinarelli immagina allora la costituzione di un’improvvisata, dilettantesca brigata, che riesce tuttavia a sequestrare un vicequestore e a postare su YouTube  i video degli interrogatori cui lo sottopone, perché confessi l’omicidio, faccia i nomi dei suoi colleghi responsabili.
Nella gravità del caso, l’autore è bravo a evitare di perdere il contatto con l’umanità dei suoi personaggi. Nonostante la situazione si presti a facili schematismi,  ci pare che le figure in scena non siano mai semplici pedine; l’operatore socio-assistenziale, i pazienti bipolari o depressi, il senzatetto con passato di mercenario, il giornalista di provincia, il funzionario di polizia rapito non sono “parti” funzionali ad un assunto, schierati su fronti contrapposti, divisi perentoriamente in buoni e cattivi. Alla fine, chi più e chi meno, sono tutti nella gabbia dei matti. Del resto, non c’è qui nessuna morale fastidiosamente esplicita; semmai un interrogaticvo, assai più importante, in tutta la sua drammatica urgenza: “Come si poteva evitare questa tragedia?” E’ l’interrogativo, e il fatto che sia posto efficacemente in forma di racconto, ciò che dà, a La gabbia dei matti una dimensione politica.

di Edoardo Borra

www.thrillermagazine.it, 20 aprile 2011
+ Intervista a Luca Rinarelli
“Il passaggio dall’indignazione alla ribellione è causato dal senso di impotenza di fronte a due ingiustizie subite. Per me questo concetto è fondamentale. L’Occidente ha inventato, tra altre innumerevoli cose, il Diritto nel senso moderno del termine, proprio per poter evitare la giustizia privata”.La chiusura di una struttura pubblica è la scintilla che sconvolge gli operatori e i disabili mentali in cura. La successiva morte di uno di loro, forse ucciso dalla polizia, crea un vortice di rabbia cieca che li spinge a organizzare il rapimento di un vicequestore, ritenuto responsabile.
Si barricano armati in una fabbrica dismessa e pretendono giustizia. Per suscitare clamore pubblicano su internet i video degli estenuanti interrogatori cui sottopongono il prigioniero. Il cortocircuito claustrofobico farà detonare la situazione fino alle estreme conseguenze.
Luca Rinarelli vive a Torino, fa parte da anni di un’associazione che si occupa di persone senzatetto e in difficoltà. È autore di lavori fotografici. Ha pubblicato il romanzo In perfetto orario e racconti su diverse antologie.

La gabbia dei matti è il tuo secondo romanzo. Com’è nata l’idea?
Un bel giorno mi chiama Matteo Di Giulio, e mi chiede di incontrarci al Salone del Libro di Torino 2010. Vuole parlarmi di un progetto sul noir che ha in mente. A maggio ci incontriamo, e Matteo mi dice che dovrebbe dirigere una collana di noir a sfondo sociopolitico, vale a dire che siano incentrati sulla giustizia sociale, senza indagini poliziesche. Mi parla della casa editrice, che stanno valutando assieme la fattibilità del progetto. A lui era piaciuto molto In perfetto orario, e quindi mi fa capire che se il progetto avesse avuto seguito, io sarei stato il primo della collana. È del tutto evidente che la mia autostima si sia espansa a dismisura, per qualche secondo. Ho cominciato a pensare ad una possibile storia che non avesse nulla a che fare col mio primo romanzo. Per La gabbia dei matti ho puntato sul cortocircuito mentale che può essere scatenato da due fatti concomitanti. La chiusura di una struttura pubblica assistenziale come una cooperativa sociale, significa la perdita del lavoro per gli operatori, mentre per gli utenti è l’abbandono a loro stessi. L’uccisione di uno degli utenti durante un fermo di polizia, legato da amicizia agli altri pazienti, ma anche agli operatori, scatena la vendetta.
L’idea che voglio dare non è quella di una vendetta a freddo, meditata. Volevo che fosse una reazione emotiva a una misura ormai colma.
Disabili mentali dimostrano di possedere un forte senso della giustizia e si indignano quando questa viene oltraggiata. Il passaggio dall’indignazione alla ribellione…
Il passaggio dall’indignazione alla ribellione è causato dal senso di impotenza di fronte a due ingiustizie subite. Per me questo concetto è fondamentale. L’Occidente ha inventato, tra altre innumerevoli cose, il Diritto nel senso moderno del termine, proprio per poter evitare la giustizia privata. Nessuno pretende che il Diritto risolva sempre tutte le controversie alla perfezione, ma è necessario che le persone non arrivino mai a pensare che la macchina giuridica sia una presa in giro, che serva solo ai potenti. Saremmo al disastro, e probabilmente al ritorno diretto al fai da te, alla legge del più forte su larga scala. Io ho paura che si stia arrivando a questo punto, e gli effetti si vedono già da qualche tempo.
Ma c’è un secondo aspetto che mi interessa. Vedo parecchia incoerenza, in giro. E questa incoerenza è data da simpatie, convenzioni sociali e paure. Mi spiego meglio: se la maggior parte dei cittadini trovano che sia giusto che un negoziante derubato spari alle spalle e uccida i rapinatori in fuga, allora che cosa dovrebbe fare la famiglia di Federico Aldrovandi? Mi sembra evidente l’enorme differenza di gravità del danno subito: una rapina a mano armata da una parte, terribile finché si vuole, e dall’altra la perdita di un figlio pestato a morte, mentre era solo in mano a quattro o più persone. Comportandosi seguendo le regole del Diritto, i familiari di chi muore mentre è custodito dallo Stato vanno puntualmente incontro a omertà, difficoltà enormi, ostracismo.
Ma siamo poi tutti un po’ matti?
Che questa società tenda a portarci alla follia, non è un mistero.
Una fabbrica dismessa come regno claustrofobico: come ti rapporti agli spazi e alle ambientazioni?
Già in In perfetto orario avevo usato la fabbrica dismessa e in rovina come ambientazione. In quel caso però si trattava di un rifugio momentaneo, sia per il protagonista che per altri personaggi.
In questo romanzo invece ha la funzione di ultima fortezza, come un estremo cul de sac esistenziale. Rimane il fatto che questi luoghi mi hanno sempre affascinato profondamente. Li ho fotografati molto, e anche se ormai queste vecchie cattedrali sono quasi scomparse da Torino, ne hanno comunque segnato pesantemente la storia.
E a proposito di spazi, in che rapporti sei con la tua città, Torino?
Torino è un luogo di cui sono intimamente intriso. È come se fosse una donna con cui vivo da anni. Concordo con Franz Krauspenhaar, quando parla del suo rapporto con Milano, credo proprio in un’intervista con te. Per me è molto simile: a volte detesto Torino, altre volte la amo. Mi permetto anche di parlarne male, ma guai se lo fa un forestiero. Se lo sento… diciamo che c’è un problema.
Lo stile: quali sono le tue prerogative?
Adoro usare poche parole tra un punto e l’altro. Mi piace molto distinguere l’oggettività dei fatti dalle emozioni e dai pensieri. Infatti uso il passato in terza persona per gli avvenimenti, mentre preferisco il presente indicativo in prima persona, scrivendolo in corsivo, per i pensieri dei personaggi.
Cosa senti che è cambiato, nella tua scrittura, dal primo al secondo romanzo?
La differenza più evidente è che vi sono meno descrizioni ambientali. Torino è sullo sfondo della vicenda, non è più protagonista come in In perfetto orario. Questo era però necessario per rendere meglio la particolare vicenda de La gabbia dei matti. Poche “fotografie ambientali” e molti dialoghi.
Com’è l’ambiente cultural-letterario italiano? Ti sei inserito con disinvoltura o tieni le distanze?
Ho conosciuto personaggi molto interessanti, che hanno qualcosa da dire. In genere queste persone sono aperte, corrette, sincere. Amano scambiare impressioni, idee, coinvolgermi in progetti. Poi c’è anche chi se la tira e basta, che fa pesare tutto come una concessione regale. Io mi butto con i primi, mettendoci entusiasmo e voglia di imparare tutto quello che posso.
Progetti?
Il seguito di In perfetto orario. Mi manca terribilmente Werner Hartenstein, ma ho intenzione di farlo evolvere umanamente. Non desidero che diventi l’ennesimo personaggio seriale sempre uguale a se stesso.

di Marilù Oliva

http://liberidiscrivere.splinder.com, 13 aprile 2011
+ Recensione di La gabbia dei matti di Luca Rinarelli
Il periodo d’oro del noir sociale intriso di alti ideali forse un po’ utopistici ma nobilitati da profonde convinzioni ideologiche e umanitarie, a mio avviso ma prendete questa affermazione come un opinione del tutto personale, si colloca negli anni settanta e tra gli esponenti più significativi non posso non citare Jean-Patrick Manchette uno scrittore che fece dell’impegno politico e civile la sua caratteristica predominante, come non pensare ad opere come Piovono morti e Piccolo blues. Più tardi negli anni ottanta e novanta fino ai giorni nostri autori per lo più francesi penso a Didier Daeninckx, Serge Quadruppani, Thierry Jonquet e Marc Villard, ma anche scandinavi e statunitensi hanno parlato di degrado delle periferie, di sfruttamento, di razzismo, di emarginazione, di antisemitismo. Il noir sociale è stato da sempre una delle declinazioni del noir che più mi hanno coinvolto per cui quando ho saputo che l’editrice Agenzia X affidandosi alla cura di uno scrittore come Matteo Di Giulio inaugurava la collana Inchiostro rosso dedicata appunto al noir di denuncia incentrato su temi scomodi come l’omofobia, il razzismo, il precariato, ho accolto la notizia con una forte carica di aspettativa e devo dire che il primo noir che ho letto di questa collana ha sicuramente superato brillantemente la prova. Di Luca Rinarelli ho avuto modo di leggere In perfetto orario che in un certo senso già conteneva una forte carica di critica sociale per cui non mi stupisco che Di Giulio abbia scelto proprio lui per inaugurare questa collana. Questa volta non ci sono killer venuti dall’est né padri in cerca di giustizia ma sempre di giustizia si parla quella che vogliono ottenere con metodi più o meno ortodossi un gruppo di ragazzi con handicap mentali inseriti in un progetto riabilitativo, il loro tutor Marco, Daniela una collega della cooperativa di recupero e l’uomo forte del gruppo l’ex legionario Franco. Giuseppe uno dei ragazzi del gruppo è morto in circostanze sospette dopo un arresto. Caduto dalle scale mentre scappava dicono i poliziotti, ma Marco non ci crede. Sa che non è vero. Per obbligare i responsabili ad ammettere le proprie colpe Marco progetta di rapire il vicequestore Cagnazzo, affinché finalmente dica la verità. La confessione poi affidata a Youtube porterebbe finalmente giustizia e pace per la memoria dell’amico, questo almeno sperano in buona fede i ragazzi ma naturalmente non tutto andrà per il verso giusto fino al finale che non vi anticipo anche se non è difficile da immaginare. Noir di denuncia nel più puro senso del termine, La gabbia di matti, parla di disagio, di marginalità, ma anche di amicizia, di senso di responsabilità, di solidarietà e pur nella sua drammaticità, casi reali che hanno sicuramente ispirato l’autore ce ne sono decisamente troppi, un rosario di nomi che scorrono nelle coscienze come una condanna, non è un noir cupo o pessimista. Anzi spinge a reagire, a non rassegnarsi agli abusi e alla violenza tanto generalizzata specie negli strati che per loro preciso compito dovrebbero arginarla. Ci si interroga, si riflette, si prova anche rabbia, Rinarelli è capace di coinvolgere il lettore nelle sue battaglie, e forte è il messaggio che le cose possono, anzi devono, cambiare perché Federico, Carlo, Stefano siano gli ultimi. Davvero gli ultimi.
www.mangialibri.com, 8 aprile 2011
+ La gabbia dei matti
Torino. 7 luglio 2010. Giuseppe “Jack” Bonetti è sconvolto perché la cooperativa di recupero presso la quale è in cura sta per chiudere a causa dei tagli dei fondi della Regione. Quella struttura è l’unico luogo che lo fa sentire a casa e lo sta aiutando ad uscire dal tunnel della depressione. Jack cammina nella notte; urla. Per questo viene fermato da una pattuglia della polizia e portato in commissariato per schiamazzi notturni. Ma qui qualcosa va storto, e Jack muore. Le indagini interne e l’autopsia escludono qualsiasi responsabilità da parte degli agenti: Jack è caduto dalle scale mentre tentava di scappare. Una versione che non convince Marco, operatore della cooperativa e diretto responsabile del recupero di Jack. Vuole conoscere la verità e sa che c’è un solo modo: rapire il vicequestore Cagnazzo, sequestrarlo in una fabbrica dismessa e costringerlo a confessare i nomi dei diretti responsabili dell’omicidio di Jack. Sembra un’impresa folle e Marco coinvolge Pietro, Cimu e Cesco – tre ragazzi inseriti nel programma di convivenza guidata assieme a Jack – Daniela, una collega salentina della quale si sta innamorando e l’ex legionario Franco Borghi. Gli interrogatori verranno filmati e pubblicati su YouTube, in modo da sollevare l’interesse dell’opinione pubblica e far sì che Jack abbia giustizia e che la sua storia non cada nel dimenticatoio…
Lo avevamo lasciato alle prese con il killer tedesco Werner Harteinstein – protagonista di In perfetto orario – e lo ritroviamo alle prese con un romanzo che attinge a piene mani dai recenti casi di cronaca come la morte di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi: lui è lo scrittore torinese Luca Rinarelli e La gabbia dei matti inaugura, insieme al romanzo di Paola Bottero ’Ndranghetown, la nuova collana di Agenzia X, diretta dallo scrittore Matteo Di Giulio, “Inchiostro rosso – noir di rivolta”. Alla base della collana vi è un concetto di giustizia ribaltato rispetto al canone del noir: qui non c’è nessun poliziotto atto a ristabilire il corso degli eventi. Qui l’unica giustizia a farla da padrona è quella sociale, troppo spesso ridotta al silenzio dalle stanze del potere. È questo l’assunto de La gabbia dei matti, nel quale i protagonisti sono mossi dal dolore e dall’esasperazione di aver perso ingiustamente un amico. Ma non solo. Ciò che è al centro della vicenda è la sete di far sapere attraverso uno strumento come il web, unico grimaldello per scardinare le porte della democrazia. Questo Rinarelli ce lo racconta attraverso una scrittura tesa e asciutta, in cui le parole trovano spazio in un periodo serrato, che non concede pause a scapito, rispetto al suo primo lavoro, della descrizione per immagini che relega, questa volta, la città di Torino al ruolo di mera spettatrice dei fatti. Molto azzeccata appare la costruzione dei personaggi, tutti preda delle loro debolezze – e al contempo vittime dello svolgimento degli eventi che li porterà a compiere delle scelte estreme e a varcare quella soglia, a volte sottile, tra il bene e il male – e dei fitti dialoghi che si susseguono nel romanzo, infondendogli, a volte, una struttura quasi teatrale. Una curiosità: l’inquietante copertina è opera del disegnatore Maurizio Rosenzweig, il quale dà il particolare risalto iconico al filo rosso dell’intero romanzo: il lato oscuro dell’individuo, sempre pronto ad uscir fuori dalla propria gabbia…

di Lorenzo Strisciullo

www.ilrecensore.com, 4 aprile 2011
+ Piccole Rivoluzioni nella Torino di Luca Rinarelli
Inchiostro Rosso è il nome della collana noir edita da Agenzia X, e curata dallo scrittore milanese Matteo di Giulio, che viene inaugurata da La gabbia dei matti, il nuovo romanzo di Luca Rinarelli, scrittore torinese che ha esordito solo due anni fa con l’ottimo In perfetto orario (Robin). Considerato il successo del personaggio di Werner, figura accattivante e nel contempo dotata di profondità e sensibilità, ci si poteva aspettare un sequel, che certamente sarebbe stato ben accolto dai lettori.
È quindi una piacevole e inattesa sorpresa leggere una storia che affronta temi nettamente diversi dalla precedente, mantenendo una prosa elegante e solida. Rinarelli si conferma abile narratore e attento osservatore della realtà che lo circonda – non a caso associa alla scrittura l’attività di fotografo. Il suo sguardo risente di questa sua deformazione professionale, dell’abitudine a “mettere a fuoco”: una caratteristica costante della sua narrazione è infatti il continuo reinquadrare i personaggi – che sfuggono a griglie predeterminate proprio perché obbediscono a un criterio di verità. Quasi un reportage, La gabbia dei matti richiama l’attività professionale di Rinarelli, che si occupa, presso un’associazione, di persone senzatetto e in difficoltà, come la maggior parte dei personaggi di quest’opera.
Verrebbe immediato inserire questo racconto nel filone del noir sociale, e Rinarelli certamente si inquadra in questo modulo narrativo. La gabbia dei matti, difatti, è un testo duro, crudo e di frontiera. È un’opera di parte, e in modo netto, senza distinzioni e orpelli retorici. Eppure, nonostante ciò, è un’opera carica di dubbi e perplessità, in quanto la distanza sempre più ampia tra teoria e prassi costituisce la cifra del racconto: anche se gli ideali sono saldi, oggi le pratiche sono molto meno facilmente delineabili. La questione posta dai personaggi non ammette dilazioni, o strategie. Come si ottiene giustizia? Qual è nel nostro tempo martoriato la via per vivere degnamente? I piccoli uomini di Luca Rinarelli, allontanati da una società che non ha occasione di sfruttarli, e divenuti perciò inutili, scelgono la via della rivolta. Non vi è alcuna commiserazione, né traccia di quel pietismo o sentimentalismo romantico di sinistra, troppo spesso presente in ogni percorso che si interroghi sulle forme di lotta.
Marco, Daniela, Pietro, Jack, Borghi e tutti gli altri, ognuno a suo modo, si elevano in un istante di dignità che li trasfigura. Non sono più i falliti relitti di una Torino appena intravista sullo sfondo di fabbriche abbandonate e lavori in corso. In un mondo dove la clinica e la prigione sono l’anticamera del cimitero, provano – per pochi giorni – a vivere degnamente.
Le caratteristiche narrative avvicinabili al neorealismo che erano proprie del precedente romanzo, e che nelle prime pagine potrebbero apparire come modulo stilistico prevalente anche del secondo romanzo, prendono la forma di una specie di realismo magico, in cui simboli e segni si intersecano alla realtà. La sindrome bipolare, la depressione, la schizofrenia, e il catalogo di disfunzioni mentali di cui soffrono i personaggi, diventano, come in Burroughs e Dick, altrettante strategie per ricostruire la realtà, per provare a modificarla. Pratiche di sopravvivenza che si incontrano con la apparente realtà in modo dirompente, e non omologabile ad altre forme di rivendicazione.
Vi sono delle questioni aperte che emergono con forza in questo romanzo, e che di certo costituiscono il suo merito principale, come quella – irrisolvibile – del ruolo della violenza nel processo rivoluzionario. Il tema della memoria è altrettanto sentito: per costruire una società più giusta, ma anche solo per opporre il ricordo alla omologazione della cronaca, si esplicita in modo netto la necessità di mantenere vivi nella memoria individuale e collettiva tutti coloro che sono morti a causa di un potere esercitato con la forza di un abuso.
Nel romanzo gioca un ruolo importante la Rete, di cui Rinarelli induce nei suoi personaggi un utilizzo estremamente sofisticato, rendendo attuale così ancor di più la narrazione, ed evidenziandone possibilità e limiti. I media, e in particolare i giornali, sono protagonisti, e anche in questo frangente emerge il conflitto e il dibattito interno ai media stessi, circa ruolo e funzione dell’informazione. Tutti questi temi rivestono un’importanza centrale, e ogni lettore non potrà evitare di sentirsi chiamato a partecipare; tuttavia, credo che il vero fulcro di questo breve ma intenso romanzo consista nel ribaltamento di prospettiva che si realizza nella vita dei protagonisti.
“Un altro mondo è possibile” non è più lo slogan di un movimento, ma una prassi da attuare, un modulo di lavoro, uno schema interpretativo attraverso cui rileggere la quotidianità. Ognuno dei personaggi è quindi in grado di ricongiungere ideali, progetti e vita. Lo spirito e la carne ragionano insieme, perché la distanza tra teoria e prassi si annulla nella Rivoluzione. Le disabilità dei protagonisti diventano le loro virtù, le loro debolezze la loro forza. Loro hanno ragione, e non perché lo dice la Storia o chi altro, ma perché il diritto è vissuto nella sua assenza, che purtroppo è spesso quotidianità, per chi in questa società non ha diritti, o li vede calpestati ogni giorno, perché è nella quotidianità che si incarna la giustizia, e loro lo (di)mostrano, vivendo da giusti, grazie a quelle qualità che altri chiamerebbero handicap.Luca Rinarelli vive a Torino, fa parte da anni di un’associazione che si occupa di persone senzatetto e in difficoltà. È autore di lavori fotografici. Ha pubblicato il romanzo In perfetto orario e racconti su diverse antologie.

di Luca Giudici

Torino 7, la Stampa, 25 marzo 2011
+ La vendetta dei ‘matti’
Secondo lo scrittore inglese Jake Arnott «Il noir riflette la società come uno specchio rotto: riflette a pezzi. Perché è l’unico modo in cui si può descrivere la società, che non è una fotografia, ma molte cose inseme».
Ebbene, la giovane e dinamica casa editrice milanese Agenzia X si è messa in testa di usare il romanzo noir per descrivere gli aspetti più oscuri della nostra società: mafia, speculazione, corruzione, precariato, globalizzazione. E con la nuova collana «Inchiostro rosso, noir di rivolta» la ncia un nuovo modello di romanzo giallo a sfondo sociale. «In “Inchiostro rosso” non ci sono poliziotti e nessuno vuole restaurare l’ordine – sostiene il direttore della collana, Matteo di Giulio – certo ci sono i colpevoli da scovare in un labirinto di intrighi e di misteri. Ma è soprattutto l’idea di giustizia sociale a muovere i protagonisti».
A battezzare il debutto in libreria della collana – romanzi brevi, linguaggio rapido e incisivo, edizione tascabile ma curata con un prezzo al di sotto dei 10 euro – sono romanzi di due autori piemontesi: ’Ndranghetown di Paola Bottero, giornalista ed esperta di comunicazione pubblica che ora vive in Calabria, e La gabbia dei matti del torinese Luca Rinarelli, 35 anni, fotografo e operatore di un’associazione che si occupa dei senzatetto e persone in difficoltà.
Il suo è un noir aspro e asciutto, ambientato in una torrida Torino estiva, scritto con un ritmo incalzante e un finale alla Quentin Tarantino. Una vicenda che prende le mosse dai tanti, troppi casi di giovani deceduti in modo misterioso dopo essere stati arrestati dalle forze di polizia: da Federico Aldrovandi a Stefano Cucchi, a Giuseppe Uva. Succede anche a Torino e gli amici della vittima, tutti giovani con problemi psichiatrici (i «matti» del titolo), decidono di ottenere giustizia sequestrando un vicequestore. Il finale, tragico, è già scritto.

di Giorgio Ballario

http://hotmag.me/nonsolonoir, 25 febbraio 2011
+ Rinarelli: La gabbia dei matti
“Come hai fatto a farti trascinare in questa storia? Mi sembri l’unica sana di mente, in questa gabbia di matti”.
“In tempi come questi tutti noi dobbiamo fare qualcosa perché gli altri capiscano che le cose devono cambiare”.(1)Torino, 7 luglio 2010
Scioccato dalla notizia dell’imminente chiusura – causa taglio dei fondi – della cooperativa che gli ha quasi permesso di tornare alla normalità, Giuseppe “Jack” Bonetti si riattacca alla bottiglia; fermato in zona pre-collina a causa di qualche banale schiamazzo notturno, viene condotto in questura, e qui perde “misteriosamente” la vita.
Le indagini interne escludono ogni responsabilità da parte degli agenti, e il caso viene rapidamente archiviato come decesso accidentale, ma Marco e Daniela -dipendenti della cooperativa e responsabili del tentativo di reinserimento di Bonetti-, per nulla convinti dall’esito dell’inchiesta, decidono di rapire il vicequestore Cagnazzo ed estorcergli i nomi dei colpevoli.
Con il solo aiuto di Cimu, Pietro, Cesco (tre ragazzi problematici coinvolti, con il defunto Jack, in un progetto di convivenza guidata) e dell’anziano ma combattivo ex-legionario Franco Borghi, i due si lanciano in un’impresa disperata. In caso di successo avranno dalla loro, per informare il pubblico, solo la relativa libertà di internet e dei nuovi media; ma chissà che qualche rappresentante della stampa “ufficiale” non sia pronto a raccogliere le loro grida di rabbia…

I lettori di In perfetto orario(2) rimarranno forse stupiti dal mutamento stilistico e narrativo intervenuto nel passaggio dal vecchio romanzo al nuovo: laddove le amare avventure del killer (e “vendicatore popolare”) Werner Hartestein erano positivamente diluite in un racconto malinconico e minuziosamente visivo,(3) che trovava nella precisione delle descrizioni ambientali una delle chiavi principali per la costruzione dell’“effetto realtà”,(4) i fatti narrati ne La gabbia dei matti riguardano personaggi che – escluso il bipolare Cesco, per costituzione più facilmente vittima delle influenze esterne(5) – si muovono in una sorta di azzeramento sensoriale; personaggi resi come catatonici da una rabbia cieca. E così le pause di riflessione, le brevi divagazioni e le acute parentesi, i cambi di ritmo e di registro che segnavano il passo di In perfetto orario, scompaiono, rimpiazzati da un andamento più serrato e regolare, mentre l’ambientazione si ritrova inevitabilmente relegata sullo sfondo.(6)
Le macerie e i cantieri aperti, che nel romanzo precedente svolgevano funzione di “spie” dei rapidi mutamenti economici e sociali (mai politici) in atto nell’“ex-capitale industriale”, perdono il loro valore storico, e divengono raffigurazioni altamente simboliche della volontà distruttiva propria dei protagonisti, ritrovate direttamente nell’“inumano” ambiente circostante.
Ma si tratta di rarissime intrusioni nel blocco quasi granitico dell’azione: per il resto, Torino, testimone della fuga della bella Irina, e co-protagonista dell’opera precedente, traspare, qui, solo nelle pieghe di una narrazione implacabile, tutta giocata sullo iato tra il “dover fare” (quel “fare qualcosa perché gli altri capiscano che le cose devono cambiare” citato in apertura) e il “poter fare”.
E, paradossalmente, l’effetto di questa de-territorializzazione (ricercata stilisticamente, ma per ragioni mimetico-emotive) coincide con un’universalizzazione del caso trattato: la mancanza dei riferimenti sembra voler dire che, indipendentemente dai luoghi, dai nomi, dai volti ecc., qui quello che conta è l’idea.
E l’idea è che – mi si passino le insopportabili eco qualunquiste – l’“Italia” e gli “italiani” (o almeno alcuni italiani) siano arrivati a saturazione; che questo paese si sia trasformato in una polveriera e che certe inspiegabili manifestazioni di violenza poliziesca siano, ormai, talmente mal tollerate, da rendere necessario il controllo dei mezzi stampa per neutralizzare i rischi di spostamento delle masse dalla parte degli ipotetici “terroristi” di turno…(7)

Un Rinarelli irriconoscibile, dunque? Tutt’altro: infatti, oltre e più in fondo delle lampanti differenze stilistiche (che dimostrano, tutt’al più, che, conformemente con il detective della teorizzazione chandleriana, l’autore “parla [scrive] come gli uomini del suo tempo”, ovvero, essendo la lingua degli uomini del suo tempo fortemente adattabile per stile, lessico e registro,(8) se ne serve scegliendo di caso in caso i modi più adeguati alle specifiche esigenze comunicative), i due romanzi rivelano, da un punto di vista largamente tematico, un’anima comune, ravvisabile nella personale “poetica della vendetta” che l’autore va perfezionando. Ed è una vendetta tutt’altro che subdola, quella in oggetto: non una calcolata, borghese compensazione; non un piatto che “va consumato freddo”, ma una reazione “a caldo” alla mortificazione -sempre più frequente in una società sentita come sempre più vistosamente e diffusamente “sbagliata” – dell’umanità e dell’umano senso di giustizia.
In uscita in questi giorni per Agenzia X, La gabbia dei matti, secondo romanzo del torinese Luca Rinarelli, inaugura l’interessante collana “Inchiostro rosso – noir di rivolta”, programmaticamente votata alla pubblicazione di inediti “noir a sfondo politico” segnati da una comune ribellione “al presente”.

(1) Luca Rinarelli, La gabbia dei matti, Agenzia X, Milano 2011, p. 64.
(2) Luca Rinarelli, torinese, classe 1975 è autore del romanzo In perfetto orario (Robin, Roma 2009; la mia recensione è leggibile qui), dei racconti Un dia de mayo en Staffalo (in seguito tradotto in immagini dal pittore Giacomo Sampieri; lettura completa e immagini sono fruibili attraverso youtube) e Karim (in A.a.V.v., Nero Piemonte e Valle D’Aosta, Perrone Lab, Roma 2010), e dei due lavori fotografici “La sconfitta dell’uomo meccanico – scatti dall’ex capitale industriale” e “Romaneide”.
(3) Nel recensire il romanzo avevo invocato, per dar conto di questi aspetti, la “formazione fotografica” dell’autore.
(4) Effetto peraltro mirabilmente rafforzato dalla scelta di quella costruzione “eccentrica” (e nel contempo “naturalissima”) che permette al romanzo di prodursi, a dispetto dell’uscita di scena del protagonista, in una lunga coda…
(5) Si veda Luca Rinarelli, La gabbia dei matti, pp. 91-94.
(6) Questo annullamento ambientale causato dalla disperazione è testimoniato fin dall’iniziale “La città giaceva nell’oscurità. Le luci dei lampioni in quel momento sembravano non illuminare nulla”. (Ivi, p. 11).
(7) Mi si rimprovererà, forse, di aver super-interpretato, e di aver tracciato un quadro (più o meno volutamente) eccessivo; ritengo, però, altamente rivelatore il fatto che soluzioni simili a quelle messe in atto dai protagonisti de La gabbia dei matti siano state “comicamente” affrontate nel ben meno rivoluzionario Figli delle stelle di Lucio Pellegrini, e che il pubblico, accorso in sala per fruire di una narrazione decisamente più leggera e dichiaratamente ridanciana (e inoltre sdrammatizzata e depotenziata nei suoi contenuti politici dalla critica che ha voluto farne la cronaca di un’“esilarante e surreale fuga tra le splendide montagne della Valle d’Aosta”), si sia generalmente ritrovato a reagire in maniera tutt’altro che stizzita…
(8) E infatti, fortunatamente, tanti lettori del suo tempo hanno sostituito all’inattuale considerazione del “bello stile”, il moderno criterio dell’adeguatezza/inadeguatezza rispetto al fine.

di fabriziofb

Quartarete TV, 22 febbraio 2011
+ Rinarelli ospite a Quartarete TV
Luca Rinarelli parla del suo romanzo a Quartarete TV
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