grecia

La forza di piazza Syntagma

Libromondo, dicembre 2014
+ La forza di piazza Syntagma
La forza di piazza Syntagma è paradigmatica di tutti i momenti di ribellione e di resistenza che si sono sviluppati negli ultimi anni in Grecia, contro un sistema politico-economico che ha limitato fortemente i margini esistenziali della popolazione greca, allo scopo di fare rientrare il bilancio dello Stato all’interno dei limiti-capestro imposti dalla Comunità europea: forti riduzioni delle retribuzioni nel pubblico impiego, riduzioni nella spesa statale per la scuola e la sanità pubblica, spese superflue da parte dello stato per opere pubbliche di pura immagine e prestigio nazionale come le Olimpiadi. Questi momenti, o movimenti, di ribellione nascono dalle organizzazioni di base popolari, spesso al di fuori dei sindacati e dei partiti politici tradizionali. Organizzazioni di quartiere che si occupano, ad esempio, della distribuzione di farmaci essenziali non più forniti dalla sanità pubblica ormai deficitaria, libri scolastici, organizzazione di mense popolari… il tutto finanziato attraverso sottoscrizioni pubbliche, organizzate da strutture e circoli sociali di base. Un momento di democrazia spontanea nella patria storica della democrazia!

di Giuseppe Alessandro

il manifesto, 2 giugno 2013
+ Processi ricostituenti nel deserto dell’austerity
La Grecia è diventata un laboratorio. Lo è dal punto di vista delle politiche di austerity, del governo diretto della famigerata troika, della liquidazione della democrazia formale. Lo è per i conflitti, in un contesto di fatto insurrezionale. Lo è anche per i problemi e i nodi irrisolti dei movimenti dentro la crisi: come trasformare l’insorgenza in un processo rivoluzionario? Questa è la domanda politica che attraversa il prezioso La forza di Piazza Syntagma. Voci di insurrezione da Atene e anima la ricerca militante di Fulvio Massarelli, già autore di La collera della Casbah. Muovendosi tra una sponda e l’altra del Mediterraneo, l’autore mostra – tra linee di continuità e differenze – come oggi sia impossibile ragionare, ovvero organizzarsi, al di fuori di un quadro immediatamente transnazionale. Proprio lo spazio mediterraneo è un possibile anello centrale: non dove il capitale è più debole, ma dove le lotte possono divenire più forti.
Dopo il movimento universitario del 2006-2007, il ciclo di lotte nella crisi affonda le proprie radici nella rivolta scatenatasi l’anno dopo contro l’uccisione del quindicenne Alexis Grigoropoulos; negli anni successivi si estende e si diversifica, gli scioperi generali si susseguono a ritmo frenetico e mostrano la corda. Nel maggio 2011 piazza Syntagma si popola di acampadas, inizia la “politica del 99%”, che il 12 febbraio dell’anno successivo insorge contro l’approvazione del secondo memorandum. Il libro dettaglia un processo che si snoda tra accelerazioni e frenate, procede a bassa intensità e si illumina di vampate. Non salta affatto, però, di evento in evento, come se in mezzo ci fosse un vuoto lineare e privo di storia. Massarelli ce lo mostra concretamente: da un lato, c’è il collasso della società capitalistica, la crisi irreversibile dello Stato e delle sue articolazioni, l’impoverimento dei ceti medi e la disoccupazione di massa; dall’altro, una composizione sociale allargata che non vuole pagare i drammatici costi della crisi, si batte contro il governo dell’austerity, si autorganizza per fronteggiare i bisogni più impellenti e costruire reti di welfare e vita in comune. Tra un evento e l’altro vi è, dunque, sempre un pieno: di resistenza e sfruttamento, di sedimentazioni soggettive e povertà insopportabile, di tentativi di organizzazione e verticalizzazioni autoritarie.
Per scavare politicamente dentro questa tensione conflittuale non servono le mitologie, bisogna fare inchiesta. Così, Massarelli ha realizzato varie interviste a precari e studenti, a insegnanti e medici, a militanti e attivisti impegnati nei comitati territoriali, nei centri sociali e nelle assemblee di quartiere (se ne contano a centinaia nella sola Atene). Emergono analisi e narrazioni, si illustrano forme di lotta e percorsi di autorganizzazione, si parla di reti di solidarietà e sussistenza che nulla hanno a che fare con la carità: “l’impegno sociale che sta coinvolgendo decine di migliaia di persone non è più dare al prossimo, ma è stringersi l’uno all’altro per uscire dalla tragedia”, spiega un’intervistata. Ci sono gli elettricisti che riattaccano la luce di chi non ha pagato le bollette. E poi l’autogestione dei luoghi della produzione, da quelli “tradizionali” (le fabbriche) alle istituzioni “antropogenetiche”, in cui cioè al centro vi è la “produzione dell’uomo per l’uomo”, dalle scuole agli ospedali. Sono embrioni di una nuova società che vivono e lottano, frammentari e imbrigliati dentro quella al collasso. Non sono affatto sufficienti, dopo anni di lotta i punti di blocco sono evidenti; ma certo indicano la potenza produttiva di quella particolare forma di vita che produce l’altrui ricchezza e la propria povertà: il lavoro vivo.
Nella prefazione Valerio Evangelisti ricorda la famosa definizione della situazione rivoluzionaria data da Lenin un secolo fa: gli “strati inferiori” (il 99%) non vogliono più vivere come in passato, gli “strati superiori” (l’1%) non possono più vivere come in passato. Tuttavia, cosa significano oggi insurrezione e rivoluzione, ovvero estensione del potere costituente e intensità dell’iniziativa destituente? Qui le risposte del passato ci servono a poco. E ancora meno serve rimpiangere l’infranta dialettica tra lotte e conquiste democratiche. Quell’Ottobre non è ripetibile anche perché Kerenskij è, per fortuna, definitivamente morto. Oggi il problema, enorme, delle vittorie parziali si pone su un terreno differente rispetto al classico riformismo e alle forze politiche che l’hanno incarnato. Se non sciogliamo questi nodi restiamo intrappolati nella ciclotimia dell’economia dell’evento, tra esaltazione delle rivolte (degli altri) e depressione per i loro esiti, dunque la necessità di argini frontisti. Entrambe queste posizioni sono parte del problema e non della soluzione. In tempi come questi, invece, per volare alto è necessario calarsi interamente nelle inquietanti ambiguità che della crisi sono cifra paradigmatica. Qui comprendiamo perché Alba Dorata catalizza in modo perverso e nichilistico, ancorché effimero, un pezzo del rifiuto della troika: però, invece di gridare al nazismo alle porte, capiamo anche su quale terreno è possibile distruggerla. Qui, soprattutto, un libro come quello di Massarelli può aiutarci a guardare a quello che c’è tra un’insorgenza e l’altra, perché è lì che le risposte ai nostri pesanti limiti possono essere cercate e, magari, praticate.

di Gigi Roggero

www.carmillaonline.com, 9 maggio 2013
+ Rocky in Attica
Pubblico la mia introduzione al libro di Fulvio Massarelli La forza di piazza Syntagma, . Ne ho espunto alcune parti relative al quadro politico italiano, attuali quando scrissi il testo, ma ora non più.Questo libro è importantissimo. Parla di una possibile rivoluzione in divenire, proprio quando le classi subalterne di un paese – la Grecia, nello specifico – sembrano alle corde e prossime al collasso. Ecco che, come in un film della serie Rocky, si rialzano dal tappeto barcollanti e, lucide malgrado tutto, radunano le forze rimanenti per una riscossa. Le troveranno? Non è detto, ma non è nemmeno detto che soccombano. Devono comunque aspettarsi una violenza smisurata. L’aggressore odia senza freni un nemico che, ferito, non si arrende.
Ciò accade in Grecia, in Portogallo, in Spagna, in Inghilterra e un po’ ovunque, nel continente europeo. Il sistema sempre meno elettivo va preservato, mentre adotta misure capaci di estendere il precariato a fette ogni volta più ampie di lavoratori – operai ma non solo: anche studenti senza avvenire, marginali, intermittenti, disoccupati. Se non seguono la disciplina che vuole la loro frammentazione, fino a trascinarli sul mercato quali soggetti singoli, incapaci di rivendicazioni collettive, esistono le forze dell’ordine incaricate di riportarli nei ranghi a manganellate. Certe dell’impunità in Grecia come in Italia, anche quando feriscono, torturano (vedi da noi Diaz 2001) o persino uccidono (Giuliani, Rasman, Bianzino, Aldrovandi, Mastrogiovanni e decine di altri).
È un paradigma inaugurato negli anni Settanta, e che oggi celebra in Grecia il suo trionfo. Ha radici ideologiche. È del tutto sterile interrogarsi sul modo migliore per uscire dalla crisi, sull’utilità o meno dell’euro (la moneta più fasulla al mondo). Le scelte stanno a monte, e non riguardano l’economia e basta, ma piuttosto i rapporti di forze tra le classi. L’ideologia corrente, fatta propria dall’Unione Europea attraverso una pletora di accordi, costituzioni, trattati, mira alla pura e semplice scomposizione del proletariato, al fine di massimizzare, a beneficio delle classi egemoni, un profitto eroso dalla caduta del suo saggio.
Le origini di questa weltanschauung stanno nel thatcherismo, nel reaganismo; e prima ancora nel premio Nobel a Milton Friedman, meritevole per avere dato vita a una teoria economica priva di basi solide, e tuttavia efficace per la sua portata ideologica. Subito amplificata nell’ideologia e ulteriormente indebolita nella sostanza scientifica dagli imitatori servili di Friedman, i cosiddetti supply siders (economisti dalla parte dell’offerta). Terreno di prova furono Cile e Polonia. Non è un caso se per tanto tempo abbiamo trovato cileni e polacchi a vendere fazzolettini di carta ai semafori.
Ma cosa parlo a fare? Sono eventi sotto gli occhi di chiunque li voglia vedere. [...] Il dominio incontrastato del capitalismo è pura violenza, anche quando finge di essere il contrario. Lo Stato è, come è noto, “monopolio assoluto della forza”. Giunge il momento in cui ogni livello sopportabile è superato, in cui l’acqua che ribolle esce dalla pentola. Un intellettuale non asservito può prevederlo e, se ha un tantino di coraggio, dirlo ad alta voce. Il “che fare” però spetta alle classi subalterne.
Abbiamo visto, dopo decenni, movimenti anticapitalistici di massa: “indignados”, “occupy”, presenti in vari continenti. Abbiamo visto riemergere dal nulla una sinistra che si credeva perduta, articolata in mille esperienze di base. Basta tutto ciò? No, per niente. I rapporti di forza permangono intatti. Poco importa che ad assediare i palazzi del potere siano decine di migliaia di persone. Non cambia nulla, le decisioni utili all’atto pratico sono prese nelle sedi deputate. Nazionali e sovranazionali. È bello e liberatore fare casino in piazza. Seguiranno l’inevitabile stanchezza, le divisioni, la rassegnazione. L’insorgenza tardo-giacobina ai tempi del Direttorio. Ne nacque il socialismo, ma con una gestazione lentissima.
È un destino di sconfitta segnato? Penso di no. Io ho potuto seguire abbastanza da vicino solo una rivoluzione, quella del Nicaragua sandinista. Anni Ottanta, dopo un’insurrezione vittoriosa esplosa nel 1979.
Non è certo un esempio da seguire, specie alla luce di ciò che è il Nicaragua oggi. Tuttavia qualche indicazione di massima è ancora possibile trarne.
Marx, ne Le guerre civili in Francia, rimproverò alla Comune di Parigi di non avere nazionalizzato la banca centrale del paese. Invece, un secolo dopo, il Nicaragua lo farà, senza rinunciare per questo a un modello di democrazia rappresentativa (unito ad altri di democrazia diretta). Perché cito il Nicaragua, paese insignificante? Per avere apprezzato i criteri di fondo di un’esperienza socialista di breve durata (appena un decennio) a suo modo unica.
Quali criteri?Dopo la vittoria della rivoluzione, guidata dal FSLN (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale):
- Nazionalizzare i settori strategici: finanza, comunicazioni, trasporti a livello nazionale e locale, assistenza, grande produzione, grande distribuzione, scuola e istruzione pubblica. L’accentramento capitalistico facilita l’operazione, fattibile “con un clic”, o quasi.
- In secondo luogo, creare economia mista e facilitare gestioni cooperative dove la nazionalizzazione non sarebbe stata conveniente, ma la “socializzazione” sì: commercio al dettaglio su larga scala, informazione, cultura, campo agricolo, commercio interno.
- In terzo luogo, libertà “di mercato” a tutto quel che è piccolo e nasce dal basso. Puntare sulle esperienze comunali e territoriali.
Il progetto non fu portato a termine, perché gli Stati Uniti scatenarono contro il Nicaragua sandinista una guerra civile artificiale, da loro finanziata. Una guerra ferocissima, che spossò il paese e ne disastrò il bilancio, fino ad allontanare dal potere i sandinisti, sconfitti in democratiche elezioni. In questi anni di nuovo alla guida, ma cambiati nelle persone e nei presupposti.Prima della vittoria della rivoluzione:
- Imporre ovunque, dalle fabbriche alle scuole ai campi, organi democratici di gestione e controllo, per qualche verso simili ai soviet, nell’accezione originaria;
- Creare, su questa base, “zone liberate”, autonome e autogestite. In cui è l’assemblea che si fa carico delle principali funzioni statali e gestionali.
- Assumere la padronanza collettiva dei mezzi di produzione.Post-vittoria, sotto il profilo politico:
- Mantenere il sistema democratico, rendendolo, però, effettivamente democratico. Con elezioni in cui chiunque possa affermarsi a parità di mezzi con i competitori, senza posizioni egemoniche dovute a capitali, controllo delle comunicazioni, capacità di influenzare l’opinione pubblica. Garantire libertà di stampa, però intervenendo quando se ne abusi. Facilitare la cooperazione. Creare organi di decisione dal basso (i Comitati di Difesa Sandinisti). Affiancare all’esercito, modellato sugli anni di guerriglia, milizie territoriali. Smantellare le istituzioni totali, dai manicomi (la cui riforma nicaraguense vide partecipe la figlia di Franco Basaglia) alle carceri, che si provò a trasformare in zone aperte di riabilitazione attraverso il lavoro (non obbligato) del detenuto a favore della società.Tutto ciò non fu un successo, se non localmente, eppure qualcosa lo insegnò. E’ nel corso della lotta che si forgia la società a venire. Il Nicaragua combattente, nel conquistare terreno, dava forma al Nicaragua pacificato. I CDS esistevano prima della vittoria, le milizie anche. Troviamo linee simili anche in altri quadranti del mondo. L’IRA (parlo della Provisional IRA, non delle imitazioni) seppe trasformare i centri nordirlandesi in cui era impiantata in comunità autogestite. Ne godono tuttora i frutti – sebbene la vittoria vera sia lontana – il partito Sinn Fein e i sindacati.
Potrei portare tantissimi altri esempi. Però l’esempio principe e più attuale è in questo libro: la Grecia. Paese colpito più di ogni altro, in Europa, disprezzato, diffamato, portato a esempio negativo [...]. E invece no. Il proletariato greco – lo si vedrà in questo libro prezioso – trova in se stesso la forza di rialzarsi, di farsi centrale anche verso i ceti medi impoveriti, di ricostruire ambiti propri di ricomposizione sociale, di produzione e di vita.
Diceva Lenin che la situazione è prerivoluzionaria quando chi sta in alto non può più comandare come prima, chi sta in basso non obbedisce più come prima e chi sta al centro tende verso il basso.
In Grecia la situazione è prerivoluzionaria. A quando l’Italia?

di Valerio Evangelisti

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