Premio Dubito 2016



kaos

+kaos

http://caffeletterario-bologna.blogautore.repubblica.it, 7 ottobre 2012
+ L’epopea dell’hacking italiano secondo Autistici/Inventati
Gli hacker non sono criminali, ma persone curiose di come funzionano le cose e capaci di cambiarle se non gli vanno bene, “aggeggiando”. Sono figure nate a metà del secolo Scorso, tra il Mit e Stanford: erano ricercatori, con un amore profondo per i computer, i cervelloni che mangiavano schede perforate. Il pc era un loro sogno da inventare. Erano ragazzi con un’etica ben precisa, in sei punti: 1) L’accesso ai computer dev’essere assolutamente illimitato e completo; 2) Tutta l’informazione dev’essere libera; 3) Dubitare dell’autorità. Promuovere il decentramento; 4) Gli hacker dovranno essere giudicati per il loro operato, e non sulla base di falsi criteri quali ceto, età, razza, sesso o posizione sociale; 5) Con un computer puoi creare arte; 6) I computer possono cambiare la vita in meglio.
Il mediattivismo è legato all’hacking e alla sua etica, e alla fine del XX secolo in Italia nasce e cresce grazie a un manipolo di pionieri. +Kaos. 10 anni di hacking e mediattivismo, di Autistici/Invèntati, a cura di Laura Beritelli (Agenzia X) racconta una storia che, come spiega Zombi_J, «prima dei 10 anni di A/I ne vanta altri dieci in cui succede di tutto. Venti anni che cominciano con i modem a 1200 baud e un volantino che va da Padova a Milano».
Zombi_J è uno dei protagonisti del mediattivismo italiano, e mercoledì all’Xm24 ha presentato il libro con tre hacker del collettivo A/I. Ricorda il 1989, quando si parlava della Pantera come del “movimento dei fax”: «la tecnologia s’intersecava coi movimenti, la rete antagonista si collegava in modo autogestito su una linea Sip, senza provider: ci abbiamo messo quattro ore a spedire a Radio Sherwood a Padova nel 1990 il primo volantino, da via Avesella». Tempi oggi preistorici, ma allora d’avanguardia. «Con la rete dell’antagonismo europeo Ecn (European Counter Network) avviene una prima condivisione dei saperi, coordiniamo il censimento dei precari nel 1990, e intanto nascono gli “hackmeeting”, per incontrarci una volta all’anno, e poi gli “hacklab” nei centri sociali, dove si smontano e rimontano computer. Mettiamo dieci città in rete Ecn, apriamo gruppi di dibattito, come sul revisionismo di sinistra coi Luther Blissett, offriamo le prime possibilità di pubblicare su siti nostri, e con l’idea di dare vita a server, nasce Isole nella rete, a Milano, poi collocato in un provider a Bologna, dove nasceranno molte cose, come Indymedia».
kaosAutistici/Invèntati (fusione degli Autistici di Milano e Inventati di Firenze) nasce in questo clima, e ricorda Echomrg, felpa rossa “Palestra popolare”: «Nel marzo 2000 è pronto il progetto, a giugno 2001 lo presentiamo a Catania all’hackmeeting e partiamo con un server che moltiplica i servizi Ecn, offre siti e gruppi e molto altro. Siamo server di movimento, al centro della fase di esplosione da Seattle a Genova, dove al mediacenter si compatta il gruppo e offriamo notizie al mondo». Ma dopo Genova comincia la fase critica: «si rantola come tutti i movimenti, la spinta pionieristica si arresta, internet si impone come spazio commerciale».
Il server di A/I viene aperto e copiato tutto il disco «per un’inchiesta su Crocenera anarchica, che ospitiamo. Così capiamo che non si può tenere un solo server, e spiattelliamo la struttura su più parti del mondo: per sequestrarla serve più burocrazia, e collaborazione tra polizie. Una rete di server autogestiti è il nostro piano R*, nome “in onore” di Licio Gelli». Un piano che permette di essere operativi quando esplode la Val di Susa, e infatti A/I Ancora oggi prosegue il lavoro, anche se con difficoltà («siamo 30 persone sparse per il mondo che mandano avanti una struttura costosa, 15mila euro all’anno» spiega Void).
«In fondo – dice Pinke, unica ragazza del terzetto – è una storia di continue partenze dopo ricadute, abbiamo imparato a forza di errori. All’inizio eravamo convinti di poter fare molte cose, usando la tecnologia per denunciare soprusi. Poi con i sequestri dopo Genova il materiale dei mediattivisti è stato usato per imbastire processi contro i movimenti. Abbiamo dovuto adottare un atteggiamento più cauto».
«Però abbiamo fatto vedere che il mainstream mentiva – interviene Zombi-J – E Genova nasce dai social forum che lavoravano su mailing list, e continua con la campagna di controinformazione collettiva rimbalzata in tutto il mondo. È vero, oggi gli hack meeting sono in crisi, ma c’è wikileaks, anonymous, il partito dei pirati e molto altro seminato in tanti anni. Le tecnologie si rinnovano in continuazione, così l’organizzazione politica. Persino facebook è stato usato politicamente! Abbiamo gli strumenti per andare avanti, e se non li abbiamo sono lì dietro l’angolo». Da “aggeggiare”.
Rolling Stone, settembre 2012
+ Autistici & Inventati
I primi 10 anni del collettivo A/I, Autistici & Inventati, protagonista del mediattivismo italiano, sono un racconto corale che alterna le voci dei militanti all’inquadramento cronologico. Curata con intelligenza da Laura Beritelli, la storia di “una piccola comunità di teste matte e generose” nascoste dietro nick da battaglia ripercorre le tappe dell’incontro tra tecnologia e antagonismo: un link attivato negli anni ’90 con i primi risultati evidenti al G8 di Genova nel 2001, quando il movimento documentò in diretta gli scontri. Un invito a non pensare che la libertà di un server sia meno importante di quella di manifestare.

di Alessandro Beretta

http://daily.wired.it, 27 luglio 2012
+ Autistici Inventati, 10 anni di hacking italiano
Essere hacker significa aprire la tecnologia, liberarla e socializzarla. Ecco perché vogliono fornire strumenti di comunicazione gratuiti e aperti su vasta scala, ci raccontano gli hacker del gruppo italiano
Autistici Inventati è un collettivo composto da una trentina di persone. Nato dieci anni fa, aggrega hacker e attivisti che però rifiutano la definizione di hacktivisti. O meglio rifiutano definizioni che imprigionino il senso di quello che fanno all’interno di poche parole. “Hacktivisti è una parola che non ci dice molto. Ci sembra che basti hacker, inteso come attitudine a metterci le mani, a modificare non solo la tecnologia ma anche la vita quotidiana” mi spiega il collettivo che parla con le voci di alcuni dei suoi membri. Conosciuti rigorosamente per nickname e contattati attraverso Skype. Dall’altra parte ci sono bomboclat, Laura Beritelli, lobo e reginazabo, alcuni dei protagonisti della storia del collettivo raccolta da Laura nel libro +Kaos, dieci anni di hacking e mediattivismo. Non posso citarli neppure come responsabili o portavoce: “Non abbiamo ruoli specifici nel collettivo, capita solo che qualcuno sappia fare una cosa meglio e la faccia. Lo stesso per le risposte”. Perché avete deciso di pubblicare un libro?
Noi facciamo cose che hanno a che fare con Internet, ma siamo legati ad attività sul territorio. Il senso del libro è arrivare nei luoghi fisici in cui interagiamo e farci conoscere da un pubblico più ampio. Inoltre il libro fissa su carta storie finora tramandate a voce. I ricavi servono per finanziare il progetto come tutte le attività extra rispetto alla nostra missione principale, che è fornire servizi anonimi e gratuiti in Rete.Perché non vi piace il termine hacktivista?
Hacktivista ci sembra confinato al mondo digitale, mentre il nostro lavoro è sempre stato rivolto al mondo reale. Noi crediamo che gli utenti debbano essere consapevoli degli strumenti tecnologici che usano e per questo diamo strumenti di comunicazione funzionanti ai nostri utenti. Questo richiede una grande quantità di hacking.

Sembrate nati dall’incontro del mondo dell’hacking con quello dei centri sociali. Che altro c’è?
Intanto c’è l’incontro tra due collettivi, quello di Autistici e quello di Inventati. Autistici prevalentemente agiva all’interno dei centri sociali con formazione e hack lab. Inventati era un po’ più situazionista, abituato a un tipo di aggregazione più immediatista direi. Nel libro raccontiamo come il primo nucleo di Inventati sia stato un po’ il precursore di Indymedia. Quando ancora non c’erano strumenti di open publishing noi facevano dirette dalle manifestazioni per esempio mandando sms a chi rimaneva davanti al computer a editare la pagina in Html. C’è stata inoltre una critica parziale sul metodo dei centri sociali e in qualche modo il nostro collettivo sta sperimentando, o hackerando, la forma di gestione collettiva.

Non riesco a pensare come vi definirò. Provate a farlo voi.
Autistici inventati nasce dall’incontro di individualità e collettivi che si occupano di tecnologie, privacy, diritti digitali e attivismo politico. L’idea è fornire strumenti di comunicazione liberi e gratuiti su vasta scala, spingendo le persone a scegliere modalità comunicative libere anziché commerciali. Vogliamo informare e formare sulla necessità di difendere la propria privacy e di sottrarsi al saccheggio di dati e personalità che governi e grandi aziende conducono in maniera piuttosto indiscriminata.

Potreste fare gli attivisti senza essere hacker?
No. L’hacking è una filosofia, non è solo mettere le mani nelle macchine e nei circuiti. È mettere le mani nella vita e nelle reti delle relazioni.

Essere hacker è un modo per neutralizzare la tecnologia e renderla strumento a disposizione di tutti?
Essere hacker è domare la tecnologia, non renderla neutrale. Aprirla, liberarla, socializzarla. La tecnologia non è neutrale e va usata con consapevolezza, come recita il motto del nostro collettivo: “Socializzare saperi senza fondare poteri”.

Cosa significa l’entusiasmo del fare, cui è dedicato un intero capitolo del libro?
Nel 1999 gli attivisti che protestavano contro il Wto si organizzarono a Seattle creando Indymedia. Noi siamo di quella generazione. Non pensavamo che avremmo fatto la rivoluzione, ma ritenevamo che chi sognava una rivoluzione volesse avere un luogo sicuro dove poter comunicare, fuori da logiche commerciali e di controllo. Negli anni abbiamo cercato di fornire a noi e agli altri gli strumenti che ci parevano utili per le nostre comunicazioni in rete e ci siamo sempre più mescolati coi movimenti reali, partecipando alla creazione di Indymedia in Italia.

Come si sono fuse le due anime del collettivo?
All’inizio il focus di Autistici era divulgativo, legato all’uso delle tecnologie, mentre Inventati era il luogo per le realtà territoriali. Negli anni questa distinzione l’abbiamo abbandonata, perché percepivamo che il digitale è sempre più il reale. Alla fine degli anni Novanta si sognava ancora di Internet come luogo di liberazione, mentre oggi è mainstream, controllo e Facebook. A noi piace continuare a offrire un esempio altro e ci piace pensare ancora we build the Internet, come un tempo, libera e gratuita, con la net neutrality in mente.

di Silvio Gulizia

il manifesto, 6 luglio 2012
+ Le cangianti connessioni di un’attitudine ribelle
Nell’era del narcisismo di massa, dell’esibizionismo compulsivo che spinge a lasciare traccia di sé ovunque, tramite Facebook, Linkedin o Flicker, parole d’ordine quali privacy, riservatezza e anonimato in rete possono apparire strane e inattuali. Eppure è proprio intorno a tali polarità che si è disegnato l’itinerario di Autistici/Inventati, collettivo di tecnici e comunicatori al servizio della dissidenza. Dopo una decina di anni di attività, è arrivato il momento di autostoricizzarsi, in maniera plurale, assemblando più voci, come si conviene a un’impresa basata sulla condivisione dei saperi e delle competenze. Il risultato è +Kaos. 10 anni di hacking e mediattivismo, curato da Laura Beritelli, allo stesso tempo narrazione di uno specifico intreccio e occasione per riconsiderare, a partire da una prospettiva techie, questi ultimi dieci e più anni di movimento, fra salti in avanti, impasse, ondate repressive, ripartenze improvvise.
Ovviamente si parte dalla preistoria, dai primi computer che fra mille diffidenze si fanno largo negli spazi controculturali e nei luoghi dell’antagonismo. Affinché ciò avvenisse è stata necessaria una profonda opera di evangelizzazione, ma anche di apprendimento, per non lasciarsi sovradeterminare dalle procedure standardizzate, per aprire la scatola nera e individuare soluzioni adeguate alle proprie esigenze. È l’attitudine hacker a “metterci le mani dentro” a partire dall’idea che per ogni problema c’è una soluzione, e la si può trovare. A prefigurare il futuro saranno poi le Bbs, ossia le bacheche elettroniche che offrono la possibilità di depositare e raccogliere informazioni nonché di creare le prime reti tematiche, fra cui la grande scommessa di Ecn, un network dell’antagonismo europeo che in realtà conoscerà un pieno sviluppo solo in italia. Poi con la generalizzazione dell’accesso a Internet e l’invenzione del Web tutto cambia. Si transita su nuove piattaforme. A partire da qui gli intrecci narrati da +Kaos>/em> si fanno sempre più intricati, le matrici si moltiplicano, ibridandosi l’una con l’altra. La questione del free software emerge con prepotenza: copyleft vs copyright. A Firenze nel 1998, al Cpa, si tiene l’hackmeeting, che offre un’occasione di incontro fisico alle comunità virtuali di smanettoni dell’hardware e del software. Sarà replicato ogni anno, in città diverse, l’ultima vola a l’Aquila pochi giorni fa, consolidandosi come punto di riferimento imprescindibile per le culture hacker. Ma il digitale conosce plurime declinazioni. La sempre maggiore accessibilità delle telecamere digitali e della telefonia mobile, in connessione con la rete, apre nuove incredibili possibilità per fare informazione dal basso, bypassando il sistema dei media ufficiali. Alla figura dell’hacktivista si affianca, o sovrappone. quella del mediattivista, all’interno di un processo che troverà un punto notevole nella nascita di Indymedia Italia, a ridosso del G8 di Genova.
È in questo magmatico fascio di connessioni che si definisce l’itinerario di Autistici/Inventati, collettivo duplice sia di nome sia di fatto. Autistici, basato a Milano, è formato soprattutto da “tecnici”, a patto di assumere la definizione in termini assai particolari, le cui esperienze da Ecn si diramano attraverso luoghi quali Deposito Bulk, Breda Okkupata, Pergola e aggregazioni quali HackLab e Loa e ReLOAd. Diverso è il percorso dei fiorentini di Inventati (resta imprecisato dove vada messo l’accento), un gruppo la cui vocazione è invece maggiormente incentrata sulla comunicazione. “Tecnici” e “comunicatori” si incontrano e concordano sull’esigenza di creare un server autonomo per le realtà di movimento al fine di fornire servizi, quali la mail, in alternativa agii operatori commerciali garantendo condizioni di anonimato e riservatezza che questi ultimi non forniscono di certo. Il primo server, chiamato Paranoia, è assolutamente bricolé a partire da una vecchia “macchina” acquistato da una banca per 15.000 lire. Successivamente si passerà all’hosting su un server commerciale, che tuttavia si rivela inattendibile appena le forze dell’ordine manifestano il proposito di “metterci il naso”. Scatta così il Piano B., con la disseminazione su server amici in giro per l’Europa. La storia di Autistici/Inventati procede poi, in relazione a una vertiginosa mutazione del panorama mediatico, attraverso l’attivazione di nuovi servizi dall’anonymous remailer alla piattaforma No-blogs, il fronteggiamento di ondate repressive di vario tipo, il protagonismo in avventure quali la costruzione del mediacenter del Genova social forum.
In +Kaos questioni tecniche restano sullo sfondo. A emergere in primo piano sono gli incontri, le sfide con cui ci si è misurati, le ragioni, politiche ed esisteziali, che hanno permesso il consolidarsi di un gruppo intorno alia risoluzione di un problema o al lancio di un progetto. Ne emerge un racconto incalzante, emotivamente coinvolgente per chi in qualche modo c’era, affascinante per chi lo incrocia dall’esterno. I risultati raggiunti dalla scena alternativa italiana, con pochi mezzi e tanta intelligenza, hanno dell’incredibile. Eppure nel libro non emerge nessun tronfio autocompiacimento, anzi a percorrerlo è un registro ironico ma allo stesso tempo malinconico. A pesare è la consapevolezza di una sconfitta. Non ci riferiamo a quella dei movimenti di questo decennio ma a qualcosa che ha più a che vedere con lo specifico ambito su cui l’esperienza di Autistici/Inventati ha insistito. In fondo, le priorità su cui ha puntato la scena digitale alternativa sembrano parlare un linguaggio del tutto estraneo all’antropologia del fruitore della rete nell’era dei social network, del feticismo per le app
, del clouding. La figura detl’utente consapevole ed esigente, critico, diffidente consapevole delle conseguenze di ogni click è rimasta marginale. Diversamente a proliferare è la dimensione del cliente, che in virtù del proprio profiling, riceve, e paga, quello che gli serve, o gli fanno pensare che gli serva, senza l’onere di faticose ricerche e rassicurato negli spazi protetti prodotti dalle nuove enclosure del territorio digitale.

di Massimiliano Guareschi

XL, maggio 2012
+ Hacker vs il Grande Fratello Web
Hacker, nerd, attivisti digitali, mediattivisti, chiamateli come votete. Quel che importa è il loro lavoro e la storia, che affonda le sue radici nel secolo passato e che hanno deciso di raccontare nel libro collettivo: +Kaos. Dieci anni di hacking e mediattivismo. Autistici/Inventati è il nome che si è dato questo collettivo di “smanettoni” con la mania dell’orizzontalità, del rapporto da pari a pari, cresciuto per «Condividere saperi senza fondare poteri», come chiedeva lo scrittore Primo Moroni. «Cassandre high-tech», li definisce nella prefazione l’attivista digitale Ferry Byte. Hanno visto le possibilità che Web e tecnologie potevano offrire al mondo della comunicazione e messo in guardia dalle insidie che nascondono. Incarnando il passaggio verso l’Information Technology, hanno anticipato l’era dei social media. Grazie a più di dieci anni di autofinanziamento, lavoro gratuito e ostinazione, A/I oggi mette a disposizione di quasi 20mila persone servizi come siti Web, piattaforme blog, mail, e mailing list. Li incontriamo in chat, in un intreccio di voci che percorre l’italia e ne scavalca i confini. Ma chi sono questi hacker? «Siamo un collettivo che lavora sui diritti digitali, non un brand con cui marchiare azioni eclatanti come accade con Anonymous». dice Gizero. «Fare hacking», spiega Blicero, «vuol dire metterci le mani, voler trasformare le tecnologie, adattarle ai propri desideri e necessità». Pratica in cui convergono le due anime di A/I: quella più tecnologica, Autistici, e quella con la tensione alla comunicazione, Inventati. «Autistici nasce alla fine del Novanta», racconta Blicero, «tra i centri sociali e la comunità degli Hackmeeting. Eventi annuali organizzati dalle controculture digitali che condividono l’attitudine all’hacking e la battaglia per i diritti della Rete». È al Bulk di Milano che, nel ’99, si organizza uno dei primi. «Qui si forma un gruppo molto affiatato di nerd», continua Blicero, «interessati all’attivismo e alla tecnologia che confluisce nel LOA», uno dei primi laboratori di hacking italiani in cui prende corpo di un server che fornisca al movimento strumenti che ne proteggano l’anonimato.
«Il background di Inventati è, più o meno, lo stesso, ma molto più vicino al mondo delle autoproduzioni», dice Alieno. «È degli Sgamati, il gruppo da cui nasce Inventati, il primo esperimento di mediattivismo, o Citizen Journalism, che poi confluirà dentro Indymedia», ricorda Obaz. «Gli Sgamati non erano i soli a cercare posti liberi nella Rete, c’era il giro della rivista “Torazine”, delle fanzine, quello cyber techno dei rave», continua Alieno. A/I, unione perfetta tra tecnica e contenuti, arriva al momento giusto. È il 2001 e a Genova il collettivo, insieme ad altre anime della comunità hacker, mette in piedi il Media center che ospita anche Indymedia. Progetto arrivato da poco in Italia e a cui A/I, pur restando sempre autonomo, dona un contributo fondamentale. E non solo a livello tecnico ed editoriale. «Lavorare con le tecnotogie vuol dire accettarne la natura caotica e libertaria», spiega Blicero. Una natura che il collettivo ha esteso alla vita reale, educandosi all’orizzontalità e riuscendo, come sottolinea Alieno, a «funzionare nella diversità, sapendo che il bene collettivo viene prima di tutto». Un bene che si conquista anche grazie all’autoformazione.
«Ne abbiamo fatta veramente tanta e su ogni livello. C’è chi ha imparato un mestiere su A/I», ricorda Ale, Con i Kaos Tour, hanno cercato d’educare la comunità di utenti all’uso consapevole delle tecnologie, così come di crescere insieme agli altri progetti di comunicazione, dalle Web radio a quelli di videomaker. «Poi il movimento è crollato su se stesso e l’attenzione che c’era su questi temi è calata», racconta Phasa. «Le persone si annoiano a sentir parlare di autoformazione, privacy, anonimato».
Ci avviciniamo al presente e la discussione è calda. «Prima ci preoccupavamo solo della repressione», ci dice Joe. «Ora c’è anche un “grande fratello” costituito dai colossi del Web che immagazzinano le nostre vite in modo pervasivo, di cui spesso non si è consapevoli». Una minaccia presente, ma poco visibile. Tanto che: «Si preferisce ignorarla», continua Phasa, se appare marginale rispetto atta repressione in atto in Cina o Iran, dove giganti come Twitter diventano paladini delia libertà di espressione, mentre negli altri Paesi fanno censura preventiva». Un progetto autogestito come A/I non ha mai avuto la pretesa di competere con questi colossi, ma gli hacker sottolineano come l’esplosione dei social media abbia cambiato il modo di comunicare in Rete. «Facebook per noi non è relazione, ma spam», dice Blicero, «non basta pubblicare foto e testi su una bacheca. Per comunicare è necessario costruire senso insseme». Un’attitudine che le nuove generazioni, cresciute a pane e tecnologia, sembrano aver perso. «È il comune che manca e l’individuo che eccede», continua Blicero a cui fa eco Ale, «Anche per questo è nata Noblogs», piattaforma blog che si adatta all’open Web. Un luogo che tiene presente la voglia di protagonismo ma che tenta di riaprire un vero dialogo in Rete. La perdita di relazioni concrete non tocca, però, ia comunità di A/I che continua a sostenere, anche economicamente, il progetto di questi hacker che lavorano senza guadagnare un euro. E che hanno ancora tanto da insegnare a chi li vuole ascoltare. Perché la Rete è ancora fatta anche delle passioni, degli entusiasmi e degli errori di chi si ostina a voler costruire bene comune.

di Emanuela Del Frate

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