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Il genere errante

www.nuoveradici.world, 22 giugno 2019

+ Il genere errante. Fare poesia sulla migrazione

Il long read di questa settimana è tratto dalla raccolta Il genere errante. Poesia, musica e dissenso. Materiali dal premio Dubito 2018 a cura di Marco Philopat e Lello Voce, che raccoglie i testi della sesta edizione del premio Dubito, dedicata alla condizione di viandante dell’uomo. Si può raccontare la migrazione con la poesia in forma di “spoken word” o “spoken music2?

Musica, poesia, scrittura. L’arte non è mai stata così militante come di questi tempi. Questa raccolta di testi intitolata ad Alberto Dubito, poeta e cantante morto volontariamente a 20 anni, ne è una conferma. Cantava Alberto: «Sai, devo scrivere il mio tempo, prima che sua lui a scrivere me». Aperto agli under 35, il tema del premio 2018, raccolto come sempre in questo volume pubblicato da Agenzia X, è la nostra condizione di viandanti. Nel senso di essere per la via, migranti in un mondo che migra da sempre. Appunto Il genere errante. All’interno del libro spiccano le voci di due nuove italiane che coniugano musica e poesia, Wissal Houbabi e Karima 2G. Quello che ne esce è un testo militante, un antidoto al sopore di questi tempi che talvolta ci affligge. Per gentile concessione dell’editore.

Chi anche solo in una certa misura è giunto alla libertà della ragione,
non può poi sentirsi sulla terra nient’altro che un viandante
– per quanto non un viaggiatore diretto a una meta finale: perché
questa non esiste.
Friedrich Nietzsche, Umano troppo umano

Nel 2018 la Terra si è riempita di prigioni e gli animali da preda ululano alla porta di casa. I maschi dominanti si stanno sbranando il cadavere del fantasma che chiamavamo democrazia, ogni certezza, anche la più solida, si spezza come il ponte Morandi a Genova. Da quella parte non si può più andare…
Le altre strade sono ormai minate dall’inedia e dai pregiudizi, non c’è un mezzo di trasporto, una bussola, una pietra miliare a indicare la direzione. Già da anni il tramonto della vecchia società umana ci stava rendendo ciechi con il suo sapore dolciastro e nostalgico, adesso una terribile notte è calata su di noi come una seconda prigione psichica nella grande prigione della realtà. Siamo rimasti intrappolati dentro una sfera di plastica, in un tempo senza idee e senza sogni.
Alcuni, non si sa perché, sono addirittura felici di stare rinchiusi tra le sbarre, assediati dai proclami di identità nazionali, dall’ordine sociale, dalla sicurezza e dai muri di filo spinato protetti da guardie armate. Continuano a vivere come se tutto andasse bene, procedono con la vita di sempre, orgogliosi di contribuire a uno sviluppo di qualche zero percentuale che mai basterà per i dieci o chissà quanti miliardi in più di persone che tra breve abiteranno in questo minuscolo globo dell’universo. Forse non se ne rendono conto, forse, tormentati come sono dall’apparire sereni sui social, manco ci pensano. Domina in loro una paura tossica e bisognosa di sfogo, l’unico legame che li tiene insieme in una percezione alterata e manovrata dall’alto per favorire gli interessi elettorali. Un inganno macroscopico progettato da chi vuole nuove guerre per sfoltire un po’ il pianeta. D’altronde per i turbocapitalisti dei tempi moderni la catastrofe non è un problema ma un’opportunità di guadagno. Evitare la fine del mondo è meno conveniente che specularci sopra, l’unica preoccupazione è quella di avere un luogo sicuro dove rifugiarsi, aspettando la fine del massacro.
Nelle enclavi occidentalizzate ha preso forma una società intorpidita dalle poche emozioni e drogata dalle news, abitata da carcerati paranoici che si accaparrano merci rubandosele uno all’altro, sottoposta ai mille sotterfugi borghesi del ciascuno per sé, in cui i ritmi sono scanditi dallo scorrere dei pollici sui display che mischiano le notizie di maremoti e carneficine alle idiozie da venti mi piace. Nessuno capisce che una società pacificata è solo un feticcio in putrefazione e che l’unico equilibrio possibile è quello dinamico e precario tra l’umanità e l’ambiente. Ci sarebbe da correre ma siamo paralizzati, sarebbe da trovare un equilibrio e cadiamo dal dirupo per un selfie.
Non c’è tregua in questa notte della ragione, anche quando spunta il sole e la città si sveglia, vediamo sulle facce rancorose della gente le tenebre dei loro incubi poco elaborati, dei disturbi di comportamento dovuti alla mancanza di relazioni decenti e repressi sul nascere da pasticche, dei casi clinici non diagnosticati di solitudini connesse, di accumuli d’odio che bruciano dentro e scoppiano improvvisi in rappresaglie verbali contro chi è più povero, chi non ha casa o una meta da raggiungere. Il razzismo come normalità anche se andrebbe considerato un atto osceno in luogo pubblico.
Se la realtà è questo manicomio, l’unica cosa da fare è pensare all’evasione collettiva. Proviamo prima di tutto a riconoscerci tra uguali cercando amici, fratelli e sorelle, con cui progettare una battaglia comune. Sperimentiamo un’unione con tutti coloro che sono già in marcia per le nostre strade, con i giovani precari che alzano la testa e non sono così arrendevoli come si crede, con le donne che combattono le barriere di genere e denunciano i maschi stupratori di corpi e di processi evolutivi. Avviamo un dialogo con chi fa i lavori più umili e pulisce il culo ai nostri nonni. Proviamo a unirci a chi è sopravvissuto ai fucili dei cecchini sulle frontiere e al passaggio di un mare assassino che una volta si chiamava Mediterraneo, con chi passa le sue giornate nell’angoscia senza capire cosa significhi un foglio di via, mettiamoci in marcia con le tante carovane che si stanno organizzando all’orizzonte sull’esempio di quella che sta solcando le valli insanguinate del Centro America… Anche noi siamo senza bussole o pietre miliari, come loro siamo incapaci di immaginare una realtà diversa e un mondo senza prigioni. Proviamo quindi a vagare nel buio insieme agli altri, sforziamoci di tenere gli occhi aperti per scrutare le ombre di chi ci deambula intorno, poniamo le braccia in avanti per non andare a sbattere contro i muri e siccome non potremo più legare il nostro cuore a un luogo, a un’idea o a un concetto fisso, non ci resta che camminare. Camminiamo cercando in noi stessi qualcosa di errante che ci possa guidare nello stretto passaggio di questa catastrofica epoca, nel movimento della transitorietà. Siamo tutti viandanti! L’unica via di uscita del genere umano è il genere errante. “Erravamo giovani stranieri” scriveva alcuni anni fa Alberto Dubito. Il titolo della decima edizione di Slam X si richiama al verso del giovane poeta a cui è dedicata la prima serata del festival con il Premio Dubito.
Il genere errante. Inteso come il genere umano che viaggia senza mai un punto di riferimento, che naviga tra algoritmo e realtà, tra social e sociale, senza mai affogare in uno o nell’altro. Errante come chi ha il sangue misto e non capisce chi pretende di essere nel giusto quando si richiama una presupposta patria. Errante come le teorie delle Smagliature digitali che pongono una riflessione sul genere, sui significati e sulle sfide da mettere in pratica. Errante anche nel senso di errare, perché qui si vuole sottolineare la fragilità dell’essere umano che spesso entra in rotte geografiche ed esistenziali sbagliate. Senza orientamenti sbagliare strada è facile…

di Fabio Poletti

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