Bolognini

I ragazzi della Barriera

Radio Oltre, 30 settembre 2016
+ Intervista a Claudio Bolognini
Gennaro Iorio intervista lo scrittore Claudio Bolognini sul libro I ragazzi della Barriera. La storia della banda Cavallero Clicca per ascoltare
Tgr3 Lombardia, 16 giugno 2016
+ Intervista a Claudio Bolognini
Claudio Bolognini parla suo libro I ragazzi della Barriera. La storia della banda Cavallero al Tgr3 Lombardia. Guarda l’intervista
Tgr3 Piemonte, 8 aprile 2016
+ Intervista a Claudio Bolognini
Claudio Bolognini è intervistato al Tgr3 Piemonte sul suo libro I ragazzi della Barriera. La storia della banda Cavallero. Guarda l’intervista
Italia Oggi, 21 gennaio 2016
+ Claudio Bolognini, I ragazzi della Barriera

Più bandidos, come nei film western, che banditi e rapinatori, come nelle pagine di cronaca nera, i balordi della banda Cavallero. furono i primi di una nuova specie: non ladri e assassini, ma «espropriatori», come più tardi le bande armate gosciste. Con largo anticipo su autonomi e brigatisti, furono Pietro Cavallero, Sante Notarnicola e Adriano Rovoletto, nel 1967, a salutare per primi telecamere e giornalisti a pugno chiuso, cantando L’Internazionale e Figli dell’officina. Claudio Bolognini ripercorre la loro storia con questo romanzo, magari più realsocialista (nel senso di Zdanov) che neorealista (nel senso di Zavattini e De Sica) e tuttavia molto leggibile. È la ricostruzione del mondo delle Case del popolo nel dopoguerra, della cultura operaia torinese e del suo declino ribellistico, del sindacalismo, delle sezioni proletarie del partito comunista che scivolavano, nei primi sessanta, dopo «i fatti di Piazza Statuto», verso un estremismo che preparava e anticipava il clima dell’autunno caldo.

di Diego Gabutti

Il manifesto, 8 gennaio 2015
+ La chimera dell’anticapitalismo che nutrì la banda Cavallero

Fiction e letteratura sempre più spesso si nutrono dalla ricca cronaca italiana per riadattare le vicende che hanno macchiato di sangue il Paese. Già nel ’68, appena un anno dopo l’arresto della banda Cavaliere, uscì il film di Cario Lizzani Banditi a Milano. Sceneggiato nel contesto degli anni del boom economico, con Volonté nei panni di un megalomane Pietro Cavaliere detto il Piero, racconta alcune delle rapine fra Milano e la provincia di Torino, specialmente quella più tragica, all’agenzia n. 11 del Banco di Napoli in largo Zandonai. Era il 25 settembre 1967, quattro morti e venti feriti nella sparatoria tra forze dell’ordine e banditi, durante una corsa per le strade di Milano a centotrenta all’ora. Oggi, il romanzo I ragazzi della barriera (Agenzia X, pp. 219, euro 14) di Claudio Bolognini, ripropone l’intera vicenda, indagando le motivazioni che spinsero la banda a passare all’azione. Dove erano cresciuti, il loro background e i cinque anni di vita criminale. Bolognini si fa aiutare da un espediente narrativo, un io di fantasia amico di Cavallero che, per primo, intuisce chi fossero i banditi di cui tutti i giornali riportavano le gesta e a cui affida le riflessioni per non aver fermato quella che, ad un certo punto, si trasformò in scellerata violenza.
Cinque ragazzi: Pietro Cavallero figlio di Natale, artigiano che aveva fatto della propria bottega una specie di soccorso rosso, il pugliese Sante Notarnicola, il partigiano Adriano Rovoletto, il calciatore Donato Lopez detto Tuccio, entrato nella banda alla morte di Danilo Crepaldi per incidente aereo, cresciuti nel quartiere proletario Barriera di Milano, periferia nord Torino. I primi anni, i tuffi e la pesca nello Stura, gli appuntamenti nella sezione Banfo del Pci, Piero che distrubuiva “l’Unità” porta a porta, i racconti dei partigiani, gli scioperi, la manifestazione di piazza Statuto del luglio 1962. Piero, pur con un buon eloquio e un discreto seguito, viene considerato una testa calda ed espulso dal partito. Ma cosa poteva fare un singolo comunista per trovarsi pronto al momento della rivoluzione? Piero lavora sul tram n. 15, quello che passa per il centro e, guardando caffè e negozi, comincia a domandarsi cosa il partito avesse fatto per lui. Durante il processo dirà di aver visto il partito subire «un’involuzione che lo portava ad imborghesirsi, a integrarsi nel sistema». Allora la prima rapina all’ufficio paghe della Fiat-Ferriere, e poi le banche, perché sono «il simbolo più sfacciato del capitale. È il cardine del sistema. Attaccando una banca, si compie di per sé un atto rivoluzionario, perché non si colpisce il singolo capitalista ma l’istituzione».
Alla lettura della sentenza, gli imputati intonarono Figli dell’officina. L’importanza della banda nell’immaginario collettivo di quegli anni venne rafforzato in seguito dal comunicato del 24 aprile 1978 delle Brigate Rosse che, per salvare la vita ad Aldo Moro, misero in testa ai prigionieri politici da liberare, Sante Notarnicola,
Non si arricchirono mai, fino all’ultimo le loro vite restarono quelle di sempre, legate alla Barriera e ai campi incolti della periferia torinese. Il romanzo allora diventa strumento per comprendere le personalità dei protagonisti, affascinati dallo Stalin che rapinava banche per finanziare la rivoluzione bolscevica e determinati nel conseguire l’utopia comunista. Se nel suo testamento politico Togliatti auspicava una via pacifica verso il socialismo, nello squilibrio con il compromesso sta l’essenza de I ragazzi della Barriera. Avvalendosi della ricerca documentaria, il libro riesce a far emergere quando l’atto politico rivoluzionario diventa azione criminale, la frattura tra i fedeli alla via italiana al socialismo e i rivoluzionari, in altre parole: l’allontanarsi dell’ideale e la fine del sogno. Un approccio critico/narrativo sulle dinamiche intime che hanno segnato scelte personali ma anche gran parte delle macrotrasforinazioni politiche di quegli anni. Nell’ultima drammatica fuga, Piero dice a Sante: «Non c’è più niente, cosa vuoi sia rimasto, tra le spese e le armi, i soldi finiscono in fretta». Diciannove rapine, tre nel giro di pochi minuti.

di Luca Pakarov

TRC, 23 dicembre 2015
+ Intervista a Claudio Bolognini
Intervista a Claudio Bolognini autore di I ragazzi della barriera. La storia della banda Cavallero. Guarda il video

di Camilla Di Collalto

www.milanonera.com, 16 dicembre 2015
+ I ragazzi della barriera. La storia della banda Cavallero
La “barriera” del romanzo è quella di Milano, un quartiere operaio di Torino dove, negli anni del secondo dopoguerra, si incontrano alcuni ragazzi che vivono nella zona, fanno assieme il bagno nello Stura e, soprattutto, frequentano il Banfo, la sezione Pci di Piazza Crispi, facendo attività di partito.
Fra di loro, alcuni diventano via via molto critici nei confronti della linea ufficiale portata avanti dai dirigenti, non abbastanza duri, secondo loro, nei confronti dei “padroni” e se ne distaccano a poco a poco, convinti della necessità di iniziare una vera lotta per il proletariato.
Finiranno così per diventare rapinatori per finanziare la loro attività, commettendo decine di rapine, prima negli uffici Fiat e poi in banche torinesi e milanesi.
I componenti della banda saranno tutti arrestati nel ’67, dopo un’ultima sanguinosa rapina con relativo inseguimento che lascerà diversi morti e feriti nelle strade di Milano.
È la storia della famigerata banda Cavallero, di cui tutti sicuramente abbiamo sentito parlare e le cui vicende ispirarono anche il film di Lizzani Banditi a Milano.
Il romanzo è narrato in prima persona, da un protagonista che però si dissocerà dalla lotta armata che Danilo Crepaldi, Pietro Cavallero, Adriano Rovoletto e Sante Notarnicola hanno intrapreso.
Libro sicuramente interessante, per un duplice motivo. Da una parte fornisce un’interpretazione “ideologica” attenta ed accurata della genesi politica di una delle bande criminali più temute del secolo scorso. Dall’altra ricostruisce in modo suggestivo e pittoresco la vita quotidiana in uno dei quartieri più popolari di una Torino che purtroppo non esiste più.
Drammatiche le descrizioni delle rapine.
Anche il modo di narrare, come detto, in prima persona contribuisce al fascino discreto del libro, che si legge veramente d’un fiato.

di Gian Luca Antonio Lamborizio

Corriere della Sera, 10 dicembre 2010
+ C’era una volta Cavallero
Dal sogno “rosso” al crimine: vita romanzata dei quattro rapinatori torinesi
Di questa storia la maggior parte delle persone conosce o ricorda un solo quadro: Milano, 25 settembre 1967, ore 15.35. Quattro gangster assaltano la sede del Banco di Napoli in largo Zandonai, fuggono a bordo di una Fiat 100 blu e, durante la corsa, inseguiti dalla polizia, sparano all’impazzata. Si contano tre morti e 26 feriti. I rapinatori sono Pietro Cavallero (il capo), Sante Notarnicola, Adriano Rovoletto, Donato Lopez, tutti torinesi. La banda Cavallero. Forse qualcuno ha in mente anche un altro quadro, la conclusione delle vicenda: Rovoletto e Lopez sono arrestati quasi subito, Cavaliere e Notarnicola si lanciano in una fuga avventurosa ma vengono catturati il 3 ottobre in un casello ferroviario abbandonato, a Villabella, in provincia di Alessandria.
Pochi invece conoscono ciò che accadde prima di quella giornata dannata del 1967. Alla storia completa dei componenti della banda è dedicato il libro di Claudio Bolognini I ragazzi della Barriera, appena uscito per Agenzia X. Il volume è scritto in forma di romanzo, ma si avvale di una solida documentazione e della precisione di un saggio. La narrazione parte da quando i protagonisti sono ragazzini, cresciuti in un quartiere popolare e periferico di Torino, la Barriera. Poi Cavallero e i suoi amici diventano militanti del Pci, legati ai valori della Resistenza e al sogno comunista. Quando però cominciano a sospettare che il sogno possa essere tradito dal partito, decidono di intraprendere una personale rivoluzione con rapine di autofinanziamento. Si ispirano alla figura di Stalin, proprio come la banda di via Osoppo, che organizzava rapine per finanziare la rivoluzione russa. Ma la ribellione politica diventa presto una semplice strada del crimine. “Ho voluto indagare il retroterra di una vicenda trattata quasi sempre soltanto nei suoi aspetti sensa-zionalistici”, spiega Bolognini. L’io narrante del libro, un amico di Cavallero, è frutto della fantasia dell’autore. “È un espediente narrativo utile a dilatare gli spazi psicologici”, dice l’autore, “approfondire le personalità, costruire dialoghi e sviluppare una storia coerente. In sintesi, a trasformare la cronaca in romanzo”.

di Matteo Speroni

La Repubblica, 26 novembre 2015
+ Le rapine a pugni chiusi della banda Cavallero
Uno di loro, Sante Notarnicola, scontata la galera, è arrivato a Bologna. Ora Claudio Bolognini li racconta in un romanzo.
«Pronto, parlo con Sante Notanicola? Ho scritto un romanzo sulla banda Cavallero, vorrei farle leggere il dattiloscritto». Capita quasi mai ad uno scrittore poter incontrare il protagonista di una storia difficile da narrare. Sulla banda Cavallero c’era un vecchio film, Banditi a Milano, girato nel 1968, con la regia di Carlo Lizzani e il capo che aveva il volto di Gian Maria Volontè. E anche un libro, che in tempi complicati l’editore Feltrinelli decise di pubblicare, così che nel 1972 dal carcere arrivò nelle pagine de L’evasione impossibile la voce dello stesso Notarnicola. Raccontavano entrambi le vicende della banda Cavallero, diciotto rapine a metà degli anni ’60, una scia di morti, ma anche foto in bianco e nero di banditi che stringono il pugno chiuso nel saluto comunista e cantano inni sovversivi, quando il giudice pronuncia la parola “ergastolo”. Cosa c’era dietro quei fatti di cronaca nera? Claudio Bolognini, scrittore bolognese, ha provato ad indagare e il suo I ragazzi della Barriera. Storia della banda Cavallero, già in libreria edito da Agenzia X, è stato presentato ieri alla Feltrinelli davanti a un pubblico di lettori e allo stesso Notarnicola.
Nei primi anni ’60 Piero, Sante, Adriano, Danilo sono giovani dei quartieri proletari di Torino, la città della Fiat che cresce e ingloba nelle periferie i piemontesi di provincia e i meridionali che salgono al nord, restituendo vite da operai ma anche di militanti nelle sezioni del partito comunista. Già la rivolta di piazza Statuto nel ’62 aveva fatto capire che non bastava avere i soldi per comprare la Cinquecento per affievolire il desiderio di una vita più giusta. Disillusioni, senso di ribellione, le vecchie armi dei partigiani ancora in giro, e ci fu chi la lotta al capitale decise di farla “andando a prendere i soldi dove sono”. La banda Cavallero. «Ho fatto un lungo lavoro di ricerca tra archivi, giornali dell’epoca e andando anche più volte a Torino, nei luoghi ora irriconoscibili, in cui erano cresciuti questi ragazzi. C’era un’omissione, in questa storia: il perché e quali circostanze li avevano portati a quella scelta così radicale», dice Bolognini. Il Sante del romanzo e della realtà, ragazzo pugliese della Fgci che finisce bandito, che gira le carceri più dure battendosi per i diritti dei detenuti, una volta scontata la pena è arrivato a Bologna. Al Mutenye di via del Pratello ha servito birre ai ragazzi per anni e continuato ad occuparsi del problema carcerario. Così Bolognini, a stesura finita, l’ha cercato. Temeva una stroncatura. E invece: «Claudio ha fatto un bel lavoro – ha detto ieri Sante Notarnicola in libreria – è andato persino a Torino dove siamo cresciuti. È un libro onesto, frutto di una grande ricerca, finalmente dopo tanti anni in cui è capitato di essere messo in croce. Lì c’è la nostra storia che andò proprio così. Fu invece impossibile raccontarla in un’aula di tribunale».

di Luca Sancini

Radio Onda D’Urto, 16 novembre 2015
+ Intervista a Claudio Bolognini
Con diciotto spericolate rapine alle spalle, i protagonisti di questa vicenda riempirono le prime pagine dei quotidiani dopo l’ultimo sanguinoso assalto a una banca di Milano, avvenuto il 25 settembre 1967. Ciò che i resoconti della stampa hanno omesso sono i come e i perché quegli uomini decisero di passare all’azione diretta. Tutto cominciò negli anni cinquanta in un sobborgo operaio di Torino. A quei tempi la Barriera era un quartiere proletario dove chiamarsi compagno aveva un significato profondo. Abbiamo parlato con Claudio Bolognini del suo romanzo I ragazzi della barriera. La storia della banda Cavallero, che Agenzia X ha recentemente pubblicato.
Ascolta o scarica l’audio
www.carmillaonline.com, 10 novembre 2015
+ L’Italia del boom e la banda Cavallero
Intervista a Claudio Bolognini, autore del romanzo I ragazzi della Barriera
Dalla cronaca al romanzo, dall’invenzione alla cronaca il confine è labile, a volte impercettibile. Claudio Bolognini prova a camminare su questo confine nel suo I ragazzi della barriera. La storia della banda Cavallero (Agenzia X, 219 pagine, 14 euro), romanzo che ripercorre le vicende personali e politiche di alcuni uomini e delle circostanze che fecero di loro una banda di rapinatori. Una vicenda che sarebbe inimmaginabile e irripetibile nella società del controllo, tra telecamere e dispositivi di sicurezza, ma che può invitarci a pensare analogie e differenze tra due epoche, a ripercorrere in maniera critica la storia recente dell’Italia del boom economico. Nel romanzo si indaga, come nessuno finora ha fatto, sulle ragioni politiche e sociali di questi figli della Torino fordista. Il lettore viene accompagnato, passo dopo passo, a seguire la vita di questi banditi fino al tragico epilogo di sangue e carcere. Il 25 settembre 1967 a Milano si consumò l’ultima sanguinosa rapina della banda, la notizia rimbalzò su tutti i notiziari e le cronache del tempo si occuparono a lungo di quella che venne chiamata la banda Cavallero. Ciò che tali resoconti avevano omesso di dirci è come quegli uomini sono arrivati a compiere quelle rapine, e soprattutto perché. Ed è lì che nasce questo romanzo.Perché hai deciso di dedicare un romanzo alla banda Cavallero?
Qualche anno fa, durante le ricerche per la stesura del mio romanzo Mani in alto, dedicato alla banda Casaroli, una banda di rapinatori che operò a Bologna negli anni Cinquanta, mi imbattei spesso in articoli sulla banda Cavallero e dopo un approfondimento notai con fastidio che la loro storia era stata raccontata quasi sempre in maniera distorta, dimenticando totalmente le idealità politiche iniziali che avevano portato all’azione questi giovani proletari. Ho lavorato molto nel raccogliere materiali di archivio, studiando le fotografie dell’epoca che restituiscono l’atmosfera di quegli anni meglio di molti articoli, ripercorrendo le strade del quartiere. Importante è stata anche la visione di Il bandito della Barriera, interessante documentario su Pietro Cavallero, di Maurizio Orlandi, con molte interviste a persone che lo avevano conosciuto. Riscoprii anche un libro che avevo letto da ragazzo, ossia L’evasione impossibile di Sante Notarnicola (pubblicato nel 1972 da Feltrinelli). In quel libro, prima di addentrarsi nella lotta dei detenuti di cui fu protagonista, Notarnicola racconta della banda torinese. Sono partito da quelle pagine.Verosimile e vero. Alla fine del romanzo c’è un’appendice molto bella dedicata al tuo incontro con Sante Notarnicola.
Sì, Sante è rimasto molto colpito dal mio manoscritto, la sua è stata una testimonianza che insieme rende il romanzo più romanzo e la storia più vera. Per scriverlo mi sono servito di un personaggio di fantasia, un amico fraterno che saprà guardare la vicenda dall’interno e dall’esterno, non tradendo mai i suoi compagni, ma che quando la banda inizia il ciclo delle rapine decide di non parteciparvi.Il romanzo è anche uno spaccato dell’Italia del boom economico, della mutazione antropologica analizzata in quegli anni da Pasolini. Ma mentre Pasolini – pur con la sua acuta sensibilità e cultura – rimane fermo all’analisi la condizione sociale, la banda Cavallero – bene o male – agisce.
Ho cercato di raccontare l’Italia degli anni sessanta, l’eredità degli ideali della Resistenza e la vita nelle sezioni del Pci – che erano le fondamenta etiche dei componenti della banda. E poi l’emigrazione dal Sud, i quartieri operai e il duro lavoro di fabbrica, ma anche le feste, la musica, il calcio. Sia Pasolini che i ragazzi della banda Cavallero – come successivamente molti altri giovani degli anni settanta – si sentirono traditi dal Partito Comunista. Le reazioni furono diverse, è vero che Pietro Cavallero si era molto politicizzato prima della formazione della banda, ma è anche vero che alla banda mancò totalmente un progetto politico. La banda Cavallero è un’esperienza pre-politica. Notarnicola negli anni successivi, in carcere, attraversando le lotte, maturò ulteriormente la sua militanza.La banda Cavallerò suscitò all’epoca un interesse mediatico fortissimo. E alla banda Carlo Lizzani si ispirò esplicitamente per il suo Banditi a Milano. La fine della banda e il processo milanese alla stessa fanno da spartiacque tra prima e dopo il ’68. Pietro Cavallero, Sante Notarnicola e Adriano Rovoletto – dopo la lettura della sentenza che li condannava all’ergastolo – si alzarono in piedi e con il pugno chiuso alto cantarono Figli dell’officina, notissimo inno anarchico della tradizione operaia.
Qualche mese prima del processo ci fu il maggio parigino, è probabile che quei fatti abbiano rinverdito le originarie convinzioni politiche della banda. Mentre invece – sempre qualche mese prima del processo – uscì Banditi a Milano, con protagonisti Gian Maria Volontè e Tomas Milian. Tra l’arresto e il processo passano solo sei mesi, e quindi questo fu un vero istant-film, ideato e girato in pochissimo tempo da Lizzani, che da buon intellettuale organico al Pci – indirettamente o direttamente sotto influenza degli apparati moralisti del Partito, che in quegli anni teme anche le rivolte giovanili – cancella gli ideali originari della banda e la loro militanza attiva nella sezione Banfo e relega le azioni dei suoi componenti a mera conseguenza dei mutamenti economici e sociologici del periodo. D’altronde cinque anni prima il Partito aveva già fatto dei distinguo rispetto ai fatti di Piazza Statuto, quando definì “elementi incontrollati”, “scalmanati” e “irresponsabili” i protagonisti di quella rivolta, figuriamoci se poteva in qualche modo comprendere e tanto meno giustificare l’uso di pistole e rapine. Per inciso, ricordo che furono oltre mille gli operai che vennero arrestati e denunciati, e molti di più parteciparono agli scontri. Il film di Lizzani – che ha anche i suoi pregi – fu comunque un film seminale che dette inizio a un genere di successo, il poliziesco all’italiana o poliziottesco (seguiranno La polizia ringrazia, Milano violenta, La polizia ha le mani legate ecc.).

Uno dei fili conduttori della tua scrittura è la memoria.
Spesso sono partito da frammenti di memoria che poi ho articolato in forma di biografia, di romanzo, di racconto, dalle gesta sportive di Pierino Ghetti, calciatore del Bologna degli anni settanta, a quelle di Dante Canè, campione di pugilato, dai giochi dei bambini alla biografia a fumetti (con i disegni di Fabrizio Fabbri) di Giorgio Morandi. Io mi limito a raccontare le vicende cercando di trovare punti di vista diversi, i miei libri più che un lavoro di intreccio narrativo sono l’esposizione di punti di vista differenti. Cerco di romanzare la realtà dei fatti, dialogando con la storia e – in qualche maniera – con l’attualità. Per esempio, quando per documentarmi ho visitato i quartieri di Torino, mi sono reso conto che, se a livello lavorativo abbiamo avuto una trasformazione enorme, la condizione degli immigrati dal Sud del mondo che ora abitano quelle vie è molto simile a quella degli immigrati meridionali degli anni sessanta, ecco allora che ho potuto calcare meglio certe situazioni per creare dei cortocircuiti che possono far pensare anche all’oggi.

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una sorta di “dittatura del vintage”. Si possono osservare tendenze che recuperano stili dei decenni passati e li mitizzano, quasi una paralisi immaginativa che si rifiuta di creare e immaginare nuovi scenari. È un fenomeno che sottolinea la nostra incapacità a leggere e ad analizzare il presente. In questa “dittatura del vintage” rischiano di rimanere impigliati anche gli scrittori che raccontano e mitizzano figure di rivoluzionari e di movimenti del passato. Il tuo romanzo mi è sembrato fuori da questo rischio, non mitizza nulla pur raccontando in maniera partecipata gli accadimenti della banda Cavallero.
Sì, ho cercato di non enfatizzare, di non dare giudizi, rischiando anche una certa freddezza e descrittività cronachistica, insomma una scrittura distaccata e coinvolta nello stesso tempo. L’io-narrante, come spesso per chi scrive, ha in fondo anche alcuni tratti biografici. Inoltre c’è una sorta di comprensione amicale, senza per questo creare degli eroi, che sarebbero inutili sia alla storia sia all’attualità.

Claudio Bolognini ha pubblicato diversi libri di racconti e romanzi, tra cui Apache, Mani in alto, Tana libera tutti. Insieme a Fabrizio Fabbri ha scritto la biografia a fumetti di Giorgio Morandi.

di Marc Tibaldi

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