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Grateful Dead Economy

www.alfabeta2.it, 10 febbraio 2017

+ Andrea Fumagalli, money in the sky with diamonds

See this needle / Oh see my hand / Drop, drop, dropping it down / oh so gently / […] / Spin, spin / spin the black circle (Pearl Jam, Spin the Black Circle)

1. Ho provato una certa emozione ad avere tra le mani Grateful Dead Economy, quella stessa emozione che si prova quando si sta per ascoltare un LP, e si accarezza il disco nero man mano che lo si fa uscire dall’involucro di cartone – come cantavano i Pearl Jam in Spin the black circle. Non è solo per la fantastica immagine di copertina, dalla quale emerge uno strambo personaggio barbuto con quattro braccia e due gambe elastiche, fra le mani una mela viola rosicchiata, uno smartphone, una bella cannetta ancora da accendere e un bitcoin appena coniato.
C’è di più, perché questo libro è costruito su un’idea tanto originale, quanto intelligente: l’ideologia libertarian si è nutrita di controcultura. Nell’argomentare questa tesi, Andrea Fumagalli (classe 1959) coglie l’occasione per omaggiare uno dei grandi simboli della cultura alternativa made in USA: i Grateful Dead. Così facendo stimola alcuni lettori a ricercare all’interno delle proprie esistenze altri episodi in cui l’energia sprigionata dalla controcultura è protagonista.
2. All’inizio degli anni Novanta, alle soglie dei vent’anni, mi piaceva la musica grunge. Nella mia città, cercavo dei modi convincenti per esercitare una certa ostilità nei confronti dei sistemi di potere che si ripetevano uguali a se stessi. Immaginavo Seattle, come un luogo in cui si condivideva un certo coraggio: è un fatto che sul finire degli anni Novanta il grunge giunto da lì all’inizio del decennio si fece corpo. 1999 Seattle WTO protests, l’esordio di un nuovo ciclo di mobilitazioni sociali su scala globale.
Il pensiero critico riviveva: una generazione di ventenni disadattati, comunque capaci di reagire al grande processo di rimbambimento degli anni Ottanta, si ritrovava faccia a faccia con gente che aveva circa vent’anni di più, e che poteva mettere in campo un’altra colonna sonora capace di suscitare emozioni disalienanti.
Fu allora che incontrai chi mi consigliò di ascoltare i Grateful Dead mentre discutevamo di teorie del circuito monetario e di approcci neo-schumpeteriani all’innovazione. Quell’eretico dell’economia che non aveva problemi a invitare gli studenti nei luoghi in cui la critica economica diveniva qualcosa di tangibile è l’autore del nostro libro.
3. Se – come scrive l’autore – i primi concerti dei Grateful Dead erano grandi feste libere in cui la musica psichedelica sembrava svolgere la funzione di un’infrastruttura in grado di erigere una nuova civiltà, è anche vero che quel senso di libertà condiviso in modo eterogeneo da una generazione di americani capace di mobilitarsi nei campus universitari aprì possibilità che solo raramente si tradussero in nuove forme di cooperazione comunitaria duratura. Ci furono le comuni, è vero, tuttavia la transizione alle comuni restò una realtà che solo in alcuni casi fu capace di sviluppare una cultura del mutuo aiuto (Fumagalli ricorda l’ospedale gratuito di Haight Ashbury, la Free Clinics). Fu una realtà che emergeva dalle scelte di vita di musicisti che non si sentivano oggetto di business. La rivista «Forbes» ha definito Jerry Garcia lo Steve Jobs del rock’n’roll, ma la natura anti-sistemica dei Grateful Dead è testimoniata da molti avvenimenti: su tutti il revolutionary intercommunal day of solidarity per le Black Panthers.
Eppure, proprio la spinta sovversiva e immaginifica che attraversò le coscienze dei giovani americani ispirò i business model che a partire dalla seconda metà degli anni Novanta fecero grande Seattle, ponendo le basi per un matrimonio fra strumenti finanziari e dinamiche innovative.
Fumagalli cerca di riflettere lungo questo crinale, convinto che debba esserci una passaggio segreto che dalla controcultura conduca non solo alla creazione di nuove opportunità di impiego dei capitali privati, ma anche e soprattutto a una rivoluzione sociale. Sì, ma verso cosa? Cosa possiamo intravedere oggi se portiamo lo sguardo oltre l’orizzonte, verso le stelle?

Have you seen the stars tonight? / Would you like to go up for a stroll and keep me company? / […] / Any place / You can think of / We can be (Jefferson Starship, Have You Seen the Stars Tonight? )

4. Fumagalli tenta di introdurre all’interno della convincente rappresentazione della controcultura americana degli anni Sessanta e Settanta e del suo stravolgimento nell’ideologia libertarian alcune tracce di critica dell’economia politica. Ne derivano dei personalissimi Blows against the Empire: una brezza di coraggio, se si leggono quelle parole ricordandosi che il Fuma è un militante che cerca infaticabilmente di dare voce ai germi di immaginario che cercano di venire alla luce dal basso, in questa fase difficile e terribile in cui i movimenti sociali alter-globalisti si trovano; un vento pericolosamente gelido, se ci si ricorda che quelle stesse parole le sta dicendo un esperto dell’economia politica critica che si avventura in contesti borderline fra le riflessioni sulla denazionalizzazione della moneta di un nemico del socialismo (Friedrich von Hayek) e le sirene di una sharing economy che, dalla Sylicon Valley, emanano dolci melodie in cui la rivendicazione di un basic income si sposa perfettamente con nuove forme di sfruttamento: sono queste le metà oscure con cui fare i conti quando si cerca di immaginare una società che riesca a finanziare in modo autonomo i propri progetti di trasformazione dell’esistente. Per questo l’espressione «psichedelia finanziaria» proposta da Fumagalli suscita in me il lieve malessere di un bad trip.

I saw the best minds of my generation destroyed by madness, / starving hysterical naked, / dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix, [...] (Allen Ginsberg, The Howl)

5. Come l’Howl di Allen Ginsberg, questo libro andrebbe recitato ad alta voce, sperando in reazioni coscienti per non abbandonarsi completamente e acriticamente alla psichedelia finanziaria che l’autore evoca. Siamo sul confine fra una mai realizzata economia della conoscenza (con le sue promesse di liberazione collettiva) e la dura realtà del capitalismo cognitivo (laddove invece i saperi espropriati divengono espliciti fattori di produzione e le attività umane da cui provengono non vengono riconosciute come attività lavorative da remunerare adeguatamente); un piccolo passo falso ci tramuterebbe in imprenditori di noi stessi pronti a vendere i nostri ideali, e le relazioni umane che su essi abbiamo costruito, a qualche corporation.
Il vagare di Andrea, che è anche il mio vagare, passa e ripassa per l’idea che la possibilità di dotarsi di un’autonomia finanziaria è condizione necessaria affinché la controcultura sia in grado di durare.
Il rischio di produrre modalità creative che si trasformano in nuovi modelli di business in grado di riproporre una nuova accumulazione originaria fa comunque paura. Per inciso è su questo che l’esperienza grunge «è stata suicidata» dai sicari impalpabili dell’autosfruttamento e dell’autolesionismo. Mi pare tuttavia evidente che la moltiplicazione di circuiti monetari alternativi – tra i quali beninteso vi sono esperienze assolutamente interessanti e ben fondate –, come anche la coerenza maggiore che in futuro potrà assumere la richiesta di un reddito di base incondizionato, non riescano ancora a gettare delle basi salde. Le basi di una resistenza o quanto meno di un immaginario collettivo, che frenino il self-made man che fa capolino in ognuno di noi.
Qualche pagina di Grateful Dead Economy vi farà bene, ma non leggetelo da soli. Cominciate ad ascoltarvi, a parlare di un’altra società possibile. Che qualcuno di voi suoni nel mentre, oppure metta in sottofondo della buona musica… meglio se psichedelica.

Stefano Lucarelli

www.idiavoli.com, 18 gennaio 2017
+ Grateful Dead economy
L’ultimo libro di Fumagalli ricostruisce l’evoluzione dello spirito libertario negli Usa, ponendo l’accento sull’estensione dell’idea di comune ad open source, e la relativa querelle sulla proprietà intellettuale che è il nocciolo duro della rivoluzione cognitiva e digitale tra gli Ottanta e i Novanta, e che è fondamentale per indagare a fondo l’aporia insita nel concetto di “sussunzione vitale”: da una parte foriero della rottura legale col sistema, dall’altra riconvertito in potente leva di valorizzazione capitalistica.
«La controcultura degli anni Sessanta era rurale, romantica, antiscientifica, antitecnologica. Ma vi era sempre una nascosta contraddizione al suo cuore, simbolizzata dalla chitarra elettrica. La tecnologia rock era la sottile punta del cuneo. […] Il cyberpunk proviene da quel regno dove il pirata del computer e il rocker si sovrappongono, un minestrone culturale dove codici generici accostati tra loro si fondono». (Bruce Sterling)
A dicembre scorso è uscito Grateful Dead economy. La psichedelia finanziaria di Andrea Fumagalli docente di Economia politica all’Università di Pavia, sulla breccia da più di vent’anni e autore di molti lavori che hanno indagato le trasformazioni del capitalismo contemporaneo e la conseguente precarizzazione del lavoro tra cui L’Antieuropa delle monete (manifestolibri, 1993), La moneta nell’impero (ombre corte, 2002) e Lavoro male comune (Bruno Mondadori, 2013).
L’ultimo libro di Fumagalli ricostruisce l’evoluzione dello spirito libertario negli Usa, ponendo l’accento sull’estensione dell’idea di comune ad open source, e la relativa querelle sulla proprietà intellettuale che è il nocciolo duro della rivoluzione cognitiva e digitale tra gli Ottanta e i Novanta, e che è fondamentale per indagare a fondo l’aporia insita nel concetto di “sussunzione vitale”: da una parte foriero della rottura legale col sistema, dall’altra riconvertito in potente leva di valorizzazione capitalistica.
Ma il libro di Fumagalli ha soprattutto una sua specificità: scandaglia questi temi passando per l’intemperia musicale che ha animato il trentennio Sessanta-Novanta con un focus – come riferisce il titolo –, sulla produzione musicale dei Grateful Dead. Questa scelta singolare non è da ricondurre a un vezzo o a una suggestione puramente autoriale, ha invece i suoi motivi fondanti, muniti di lucida argomentazione e puntuale storicizzazione.
Fumagalli scova nelle sonorità e nei testi dell’acid-rock, o rock psichedelico che dir si voglia, un fil rouge privilegiato per sviluppare l’analisi politica e sociologica degli anni in cui nasce quel tipo di musica e di quelli a venire in cui si modifica e sviluppa, convinto che ogni trasformazione radicale della società sia strettamente legata a momenti di rottura musicale, corrispondenti a momenti d’identificazione politica e ricodifica della comunicazione.
Nella storia, del resto, è sempre stato così: il sound sovversivo dei Grateful Dead nel mirino dell’Fbi ancora settata sul maccartismo e ossessionata dalla caccia ai “rossi”; le sinfonie di Čajkovskij, oggi un classico ma al loro esordio, un secolo prima dell’acid-rock, giudicate bizzarre e stroncate dalla critica come “musica puzzolente”.

Controcultura, cybercultura
La prima parte del libro si concentra sul passaggio, nell’arco di un trentennio, dalla controcultura alla cybercultura. L’analisi di Fumagalli rimane centrata sugli States, ma va da sé che confluenze e rimandi avranno poi valore e contezza transoceanica e globale. Tra l’altro, è la voce di un italiano a riverberare nel cortile dell’Università di Berkeley, il 2 dicembre del 1964, quando tutto ha inizio:
«È allora necessario mettere i nostri corpi sugli ingranaggi e sulle ruote, sulle leve su tutto l’apparato della macchina per fermarla. È allora che si deve far capire a chi la fa funzionare, a chi ne è il proprietario, che se noi non siamo liberi, impediremo a ogni costo che essa funzioni».
Sono le parole di Mario Savio, uno dei leader studenteschi del Free Speech Movement, in cui riecheggiano i fotogrammi di Chaplin tra gli ingranaggi in Tempi moderni, che Fumagalli cita per dar conto della genesi del movimento di protesta e controcultura, di liberazione ed emancipazione sociale nello stesso momento storico in cui parallelamente si svilupperanno anche movimenti più radicali come il Black Panther Party e l’Indian Liberation Movement.
Le parole di Savio sono l’aperta e ferma denuncia rispetto al rigido disciplinamento dell’università, riflesso critico del complesso militare-industriale di matrice taylorista-fordista che domina e regola la società ai fini dello sfruttamento capitalistico.
«Ma il discorso di Savio», prosegue Fumagalli, «va oltre: in maniera ancora confusa […] si allude al termine “macchina” con riferimento a un contesto dove iniziano a svolgere un ruolo sempre più importante l’informazione e le tecnologie informatiche».
Ecco quindi scovato – in questa esigenza radicale di liberarsi dalla tecnocrazia imposta dal capitale – il germe di quello che, tre decenni più tardi, sarà il cardine dei movimenti sviluppatisi intorno alla cybercultura, nel passaggio storico dal capitalismo fordista a quello cognitivo e biocognitivo, dalla catena di montaggio all’algoritmo finanziario.
Sviluppo della controcultura dei tardi anni Sessanta – sulle note acid-rock dei Grateful Dead che scansionano i tre momenti emancipatori: turn in (presa di coscienza o soggettivazione), tune in (sintonia con l’universo al di fuori delle strutture disciplinari) e drop out (ossia l’esodo, il momento catartico della liberazione dai parametri borghesi attraverso un modo alternativo di vivere in società) – e sviluppo della cybercultura a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta – ancora codificabile attraverso la ricerca avanguardistica della band di San Francisco, prima a portare la jam nei concerti rock, a sviluppare il “muro di casse” per ottimizzare il suono ai live, e a rendere open source la fruizione attraverso le registrazioni dal vivo e la libera diffusione – sono le due fasi, secondo Fumagalli, di forte rivoluzione sociale e culturale negli States come mai era stato prima.
In questo senso è Perry Barlow – giornalista informatico, esperto di tecnologie digitali e, non a caso, paroliere dei Grateful Dead – a raccogliere e sviluppare intuizioni e istanze di rottura radicale propagandate da Mario Savio. Ma a differenza di Savio, e qui si può già scovare per Fumagalli l’insieme di contraddizioni insite nel nuovo paradigma del capitalismo cognitivo, Barlow non auspica una rottura con la “macchina”, ma anzi vede nello sviluppo tecnologico e cibernetico un potente alleato per la definitiva liberazione ed emancipazione sociale.
Si è dentro più dentro quell’ambiguo rovescio dell’alleanza tra uomo e macchina, che è rappresentato bene in una pellicola iconica della cybercultura: The Matrix. Così, nel secondo capitolo della trilogia, il consigliere Hamman – membro autorevole del consiglio di Zion, ultima città umana sopravvissuta al conflitto con le macchine – riflette con Neo sull’ambiguità:
«Mi piace ricordare che questa città riesce a sopravvivere grazie a queste macchine [le macchine di alimentazione energetica, ndr], queste macchine ci tengono tutti in vita mentre altre macchine vengono a distruggerci. È singolare, non trovi? Il potere di dare la vita, il potere di toglierla…».
E nell’ultimo capitolo della trilogia, Matrix Revolutions, la guerra tra uomo e intelligenza artificiale finirà con il sacrificio di Neo, e con un patto siglato tra i due antagonisti.

Hacker e rocker: dall’open-source all’anarco-capitalismo
La seconda parte del libro affronta la nascita dei concetti di “esodo”, “spirito comunitario” e “beni comuni” animati dagli hippie dal quartiere di Haight-Ashbury a San Francisco, centro propulsore di un movimento che eredita e sviluppa le istanze della Beat Generation, e di come queste categorie siano state riprese e poi sovvertite nel passaggio dalla cybercultura dell’open source all’anarco-capitalismo.
Ancora una volta il merito di Fumagalli è di storicizzare con lucidità per tirare le fila della sua analisi dipanando il fil rouge del suo libro nel singolare – ma sagace – avvicendamento tra la figura del rocker psichedelico e quella dell’hacker. Così Jerry Garcia, eclettico chitarrista dei Grateful Dead, viene accostato alla figura e al ruolo di Steve Jobs, nella sua istanza di rottura con la struttura burocratica e sistemica ma anche nel manifesto piglio imprenditoriale di capitalizzare il potenziale delle innovazioni cibernetiche; il passo dal tech to the people dei pirati informatici alle royalties sui software richieste da pionieri della programmazione quali Paul Allen e Bill Gates è breve: ed eccoci nell’era dell’anarco-capitalismo.
Analizzare questi passaggi decisivi, nella congiuntura attuale, non solo è fondamentale per comprendere il presente, ma si staglia anche su un orizzonte di lungimiranza dal momento in cui, consci delle contraddizioni insite nel general intellect, come Fumagalli ha dichiarato in una recente intervista a “il manifesto, si può ragionare sulla potenza inespressa di una «psichedelia finanziaria dal basso, […] intesa come remunerazione della vita messa a valore, […] una sperimentazione che vale la pena di tentare».

Radio Svizzera Italiana, 2 gennaio 2017
+ Grateful Dead economy. Intervista a Andrea Fumagalli
Il 1967 è stato un anno straordinario per la controcultura e il movimento degli hippies: proprio 50 anni fa negli Stati Uniti ci fu l’esplosione di fenomeni che dall’ambito musicale toccarono tutti i settori della società, dalla cultura alla morale sessuale. Il 1967 fu l’anno dei Doors, del festival pop di Monterey e del primo disco dei Grateful Dead.
Oggi, 50 anni dopo, un libro di un economista radicale, Andrea Fumagalli, ritorna alle fonti del pensiero libertario di quegli anni, nutrito di musica e utopia, per proporre la sua visione di un futuro liberato dal dominio del mercato.
Un comun(e)ismo – questo il termine utilizzato da Fumagalli – che porti le nostre società fuori dalla spirale del profitto attraverso un “esodo costituente”.
Il libro che racchiude queste riflessioni si intitola Grateful Dead economy. La psichedelia finanziaria ed è edito da Agenzia X.
Ascolta qui l’intervista

di Mattia Pelli

Il manifesto, 21 dicembre 2016
+ Una prassi visionaria per vite precarie. Intervista a Andrea Fumagalli
Dal titolo e dall’accattivante copertina potrebbe sembrare un libro eccentrico, una trovata di subvertising, invece Grateful dead economy. La psichedelia finanziaria di Andrea Fumagalli (AgenziaX; 190 pagine; 15 euro) analizza in maniera innovativa, critica e creativa tre concetti-chiave al centro del dibattito politico contemporaneo: comune, open-source e monete alternative.
Andrea Fumagalli è docente di Economia Politica all’Università di Pavia. Le sue ricerche scientifiche vertono sui temi della precarietà del lavoro, sul reddito di base, sulle trasformazioni del capitalismo contemporaneo, sono state sempre accompagnate dall’impegno nei movimenti sociali – Chainworkers, Tute bianche, San Precario, MayDay, … – e nelle lotte contro le nuove forme di sfruttamento. Oltre a Grateful dead economy, tra i suoi libri ricordiamo: L’Antieuropa delle monete, con Lapo Berti, Manifestolibri; La moneta nell’impero, con Christian Marazzi e Adelino Zanini, Ombre Corte; Lavoro male comune, Bruno Mondadori; inoltre ha curato Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia, con Sergio Bologna, Feltrinelli; La moneta del comune, con Emanuele Braga, DeriveApprodi.
Fumagalli sostiene che un tempo la psichedelia era sinonimo di creatività e sovversione, ma ora regnano l’impotenza e la depressione sociale. Forse è perché la finanza e la mercificazione economica si sono appropriate non solo del corpo ma anche dei cervelli, dei sensi e dell’eros, costringendoli a vivere una vita di elemosina e precarietà? Lo abbiamo chiesto all’autore.Cos’è la psichedelia finanziaria e qual è la relazione tra i Grateful Dead e la proposta della moneta alternativa commoncoin?
I Grateful Dead sono stati non solo uno dei gruppi musicali che più hanno inciso sulla controcultura, ma anche un tentativo di sviluppare una cooperazione sociale. Questo è anche il nesso tra la controcultura degli anni Sessanta al cybercontrocultura degli anni Novanta. Oggi, l’esperienza della costruzione di un esodo costituente –un’azione capace di misurarsi con l’esistente e creare modelli alternativi – fa tesoro dello spirito innovativo della controcultura.Il progetto della commoncoin è la continuazione dell’esodo della nave spaziale di Blows against the Empire, celebre disco dei Jefferson Staship con Jerry Garcia tra gli ospiti, o della riflessione del Marx della lettera a Vera Zasulic, sull’importanza delle comuni agrarie della Russia pre-sovietica?
Recupero la riflessione di Marx sulla Comune, sulla questione dell’accumulazione originaria e su come negli Usa le forme di conflitto nel mondo del lavoro assumano una forma diversa di quelle in Europa. Là c’è sempre stata la possibilità della via di fuga rappresentata dalla frontiera e dal suo mito, una forma di esodo che trova continuazione nelle comuni degli anni Sessanta e nel cyberspazio delle controculture dei Novanta. Queste esperienze dimostrano però che le forme di alternatività al capitalismo sono destinate a diventare canali di innovazione del capitale, se non si dotano di un’autonomia economica e reddituale.Nel tuo libro, così come nel programma della Conferenza di Roma sul comunismo (info: www.communism17.org), manca l’ipotesi di un pensiero sulla strategia rivoluzionaria. Un concetto chiave anche nel pensiero di Marx.
È una questione che mi sono posto. La rivoluzione è realizzabile solo se viene individuato un soggetto di riferimento. Senza soggetto rivoluzionario non c’è possibilità di rivoluzione. Questo tema rimanda alla definizione di classe. Al momento non si può più parlare di classe sociale inserita nei rapporti capitale-lavoro, ma di condizione sociale. Infatti non usiamo la definizione classe precaria ma condizione precaria. Le condizioni sociali, di lavoro e di vita si sovrappongono, questo rende più complesso il processo di omogeneizzazione. La presa di coscienza diventa processo di soggettivazione, come ci insegna la teoria operaista. Allora era l’operaio-massa, che esiste ancora ma non è più il centro unico della valorizzazione che oggi deriva dallo sfruttamento delle economie di rete, delle economie di apprendimento e dalla riproduzione sociale. I lavoratori di questi segmenti non sono in grado di definire un soggetto rivoluzionario se non si completa il processo di soggettivazione. E tale processo è oggi tanto più difficile quanto questi segmenti sono facile preda dell’immaginario capitalista. Forse è possibile procedere attraverso forme di esodo in grado di assediare il capitale, che è cosa diversa da trasformarlo dall’interno, strategia forse oggi più improponibile che la rivoluzione stessa. È necessario acquisire competenze migliori per affrontare la frontiera tecnologica. Bisogna saper creare degli algoritmi altrettanto potenti di quelli utilizzati dal capitale. In questo mesi sto seguendo, da osservatore, le lotte dei riders di Foodora: nel loro caso le comunicazioni digitali tramite algoritmi diventano le forme che definiscono anche giuridicamente le forme di comunicazione dei rapporti di lavoro. È possibile sviluppare un contro-algoritmo che decida la distribuzione delle commesse in maniera più consona alle esigenze dei riders? O è meglio creare un algoritmo che fa opera di sabotaggio? Le competenze tecnologiche forse è meglio utilizzarle per creare alternatività qui e ora, anche se non è da escludere l’intervento sui rapporti di forza.Come si combinano elementi di teoria marxista autonoma e sapere hacker? Come si costruisce un circuito finanziario alternativo e ci siriappropria del comune senza farsi recuperare dal capitale?
I movimenti contro-culturali e quelli cyber hanno cercato di creare le premesse per un mondo liberato. Ma non hanno definito una cassetta degli attrezzi in grado di garantire questa autonomia, che sviluppi una consapevole autodeterminazione culturale e politica dell’individuo e la possibilità di dotarsi di sostenibilità economica e finanziaria, condizione necessaria, anche se non sufficiente, affinché le iniziative alternative siano in grado di autosostenersi senza correre il rischio di essere sussunte. I primi elementi di questa cassetta degli attrezzi sono costituiti dall’implementazione di una moneta alternativa, in grado di definire un circuito monetario-finanziario alternativo, non assimilabile a quello capitalistico, non condizionato dalle oligarchie finanziarie, ma capace di creare le basi per una psichedelia finanziaria dal basso; e dall’introduzione di un reddito di base incondizionato, inteso come remunerazione della vita messa a valore, finanziato dalla stessa moneta alternativa. Una sperimentazione che val la pena di tentare.

di Marc Tibaldi

Carmilla, 18 dicembre 2016
+ Blows against the Empire. Intervista a Andrea Fumagalli
Grateful dead economy. La psichedelia finanziariadi Andrea Fumagalli (AgenziaX, pp. 190, € 15,00) analizza in maniera innovativa le tre parole-chiave al centro del dibattito politico del nuovo millennio: il concetto di comune, lo spirito open-source e il ruolo delle monete alternative. Il titolo e la copertina sono molto accattivanti e potrebbero far sembrare il libro una trovata da subvertising, ma non è così. Eccentrico, sì, è un libro eccentrico, nel senso migliore del termine, utilizza la metafora dei Grateful Dead, non solo per rendere omaggio a uno dei gruppi musicali che più ha inciso sulla cultura alternativa, ma per discutere criticamente l’evoluzione dello spirito libertario negli Usa, nato negli anni sessanta e riapparso nelle ultime due decadi nell’ideologia libertarian, fondata sull’antistatalismo e il primato dello spirito del self-made man. Per usare un termine della musica, possiamo dire che i sei capitoli son ben mixati, non c’è spaccatura ma conseguenzialità, e lo spirito del libro va oltre i suoi dichiarati intenti: infatti l’incontro di ambiti apparentemente lontani, l’immaginazione, la sperimentazionee l’innovazione, non possono che arricchire lo spirito critico e l’efficacia delle lotte. Un tempo la psichedelia era sinonimo di creatività e sovversione, ma ora regnano l’impotenza e la depressione sociale. Forse è perché la finanza e la mercificazione economica si sono appropriate non solo del corpo ma anche dei cervelli, dei sensi e dell’eros, costringendoli a vivere una vita di elemosina e precarietà? Lo abbiamo chiesto all’autore.Cos’è la psichedelia finanziaria e qual è la relazione tra i Grateful Dead e la proposta della moneta alternativa commoncoin?
Jerry Garcia e i Grateful Dead sono stati – con tutti i loro vizi e virtù – un tentativo di sviluppare una cooperazione sociale. Questo tentativo ha accompagnato la transizione tra la controcultura degli anni Sessanta al cyber-controcultura degli anni Novanta. Oggi, l’esperienza della costruzione di un esodo costituente – un’azione capace di misurarsi con l’esistente e creare modelli alternativi – fa tesoro dello spirito innovativo della controcultura, cercando strade che non ricadano nei limiti di quelle esperienze.Cosa avrebbe pensato Jerry Garcia del tuo libro?
Gli sarebbe piaciuto, spero! Lui è stato un ottimo imprenditore sociale, un ottimo esempio di quello che oggi va di moda con il termine “sarin economy”, non gli è mai interessato arricchirsi. I Grateful Dead non hanno mai fatto proclami rivoluzionari ma non hanno mai rinnegato nulla. Pensavano, come molti nel movimento contro-culturale, di essere altro. Non hanno mai vietato le registrazioni e la produzione di bootleg per un atteggiamento di condivisione, ma anche perché avevano capito che lo sviluppo del mercato avrebbe creato automaticamente più seguito dei loro concerti.Una domanda che esula dai contenuti del libro. Spesso fai riferimento allo spirito libertario americano che attraversa gli anni Sessanta e arriva ai giorni nostri, spesso in bilico tra la scelta anarco-capitalista e quella individualista. È un filone di pensiero che viene da lontano, da Tucker a Thoreau, da Owen a Jefferson, passando da Whitman. Ma secondo te lo spirito libertario sociale e ribelle degli IWW è definitivamente morto?
Credo che lo spirito libertario individualista americano andrà a esaurirsi. Lo spirito libertario è sempre stato bianco. Quelle che sono state le minoranze della popolazione americana non si sono mai potute permettere di avere uno spirito libertario individualista, che in fondo è uno spirito borghese. Le proiezioni demografiche ci dicono che i bianchi diventeranno minoritari rispetto al melting-pot statunitense. Lo spirito libertario potrebbe intaccare le altre componenti sociali, ma – se è vero che la connotazione comunista potenzialmente è tanto maggiore quanto maggiore è la condizione di subalternità e di libertà – nello stesso tempo, proprio per la tradizione, la cultura, la storia dello sfruttamento che queste componenti hanno subito e subiscono potrebbe assumere qualche connotazione comunista.Il progetto della commoncoin è più una continuazione dell’esodo della nave spaziale di Blows Against the Empire, il celebre disco dei Jefferson Starship con Jerry Garcia tra gli ospiti, oppure della riflessione di Marx, nella celebre lettera a Vera Zasulic, sull’importanza delle comuni agrarie della Russia pre-sovietica?
Io recupero la rifessione di Marx sulla Comune, sul mito della frontiera americana, sulla questione dell’accumulazioneoriginaria e su come negli Usa le forme di conflitto nel mondo del lavoro assumano una forma diversa di quelle in Europa, proprio perché c’è sempre la possibilità della via di fuga rappresentata dalla frontiera. È una forma di esodo che trova continuazione nelle comuni della controcultura degli anni Sessanta e nel cyberspazio delle contro culture dei Novanta. Queste esperienze dimostrano però che le forme di alternatività al capitalismo sono destinate a diventare canali di innovazione del capitale, se non si dotano di una struttura economica.
La moneta del comune potrebbe essere lo strumento che consente di fare un esodo senza diventare un esodo destituente che costruisce il proprio orticello fuori dalla società – anche perché non c’è più un fuori oggi – ma un esodo costituente che crei le basi per una relazione e autoorganizzazione fra progetti di produzione alternativa e conflittuale. Creare una struttura in grado di permanere e contaminare – in questo senso costituente – l’ambiente circostante. Keynes diceva che la moneta cattiva scaccia quella buona, ecco, la moneta del comune deve essere la moneta cattiva che si incunea nei rapporti monetari tradizionali e che crea delle premesse per sviluppare delle alternatività qui e ora invece di aspettare la presa del Palazzo d’Inverno o che lo stesso capitale si renda conto che sta andando verso l’autodistruzione.Sia nel tuo libro, sia nel programma della Conferenza di Roma sul comunismo (che si svolgerà nel gennaio 2017; info: www.communism17.org), manca totalmente l’ipotesi di un pensiero che prenda in considerazione la strategia e la pratica rivoluzionaria. Un concetto non secondario anche nel pensiero di Marx.
È una questione che mi sono posto. Al di là di un volontarismo idealistico dobbiamo tenere presente che la rivoluzione la si può fare solo se viene individuato un soggetto di riferimento. Senza soggetto rivoluzionario non c’è possibilità di rivoluzione. Dobbiamo continuare a cercare un soggetto o individuare più soggetti? E ovviamente questo tema rimanda alla definizione di classe. Al momento le trasformazioni del rapporto di sfruttamento capitale-lavoro, il cambiamento dei processi di sussunzione del lavoro nel capitale, ovvero il modo in cui il lavoro è subordinato al capitale non sono più definibili in maniera del tutto omogenea. Non si può più parlare di classe sociale inserita nei rapporti capitale-lavoro, ma di condizione sociale. Infatti non usiamo la definizione classe precaria ma condizione precaria. Certe volte il concetto di classe viene declinato sulla percezione della condizione di lavoro all’interno della propria vita, come se vita e lavoro fossero separate. Oggi questo non è più possibile, la condizione sociale, la condizione di lavoro e la condizione di vita vengono a sovrapporsi e questo fa si che il processo di omogeneizzazione è molto più complesso perché non basta la presa di coscienza. La presa di coscienza rimanda al fatto che siamo individui, differenti da altri individui, e sviluppiamo una presa di coscienza esterna a noi. Questo è impossibile perché non c’è più nulla di esterno a noi, allora la coscienza diventa processo di soggettivazione. Questa è una delle validità dell’insegnamento operaista, il fatto che il soggetto rimane l’elemento costituente la classe. All’epoca era l’operaio-massa, oggi l’operaio-massa esiste ancora ma non è più il centro unico della valorizzazione. La valorizzazione oggi deriva dallo sfruttamento delle economie di rete e delle economie di apprendimento. La produttività come indicatore dello sfruttamento economico sono l’apprendimento, le relazioni e la riproduzione sociale. Al momento attuale i soggetti che lavorano in questi segmenti non sono in grado di definire un soggetto rivoluzionario. Deve completarsi ancora un processo di soggettivazione venga percepito in modo tale da metter in moto un’identificazione del soggetto rivoluzionario. Allora lì forse si potrà creare una classe.Dobbiamo rassegnarci a togliere dall’agenda politica – presente e futura – ogni prospettiva rivoluzionaria?
Mi chiedo se non sia possibile procedere attraverso forme di esodo in grado di assediare il capitale, che è cosa diversa da trasformarlo dall’interno, trasformazione oggi più improponibile che la stessa rivoluzione. È necessario dotarsi delle competenze migliori per affrontare la frontiera tecnologica. Bisogna essere in grado di creare degli algoritmi altrettanto potenti di quelli utilizzati dal capitale. Per esempio, in questo periodo sto seguendo – da osservatore – le lotte dei riders di Foodora: le comunicazioni digitali tramite algoritmi diventano le forme che definiscono anche giuridicamente le forme di comunicazione dei rapporti di lavoro. È possibile sviluppare un contro-algoritmo che decida la distribuzione delle commesse in maniera più consona alle esigenze dei riders? O è meglio creare un algoritmo che fa opera di sabotaggio? Le competenze tecnologiche forse è meglio utilizzarle per creare alternatività qui e ora, anche se non è da escludere l’intervento sui rapporti di forza.Non è forse nella differenza tra “avanguardia” (movimento che crea un’egemonia per arrivare alla rivoluzione) e “controcultura” (movimento che vuole cambiare la vita e solo di conseguenza il mondo) già insito l’abbandono della rivoluzione – intesa in senso marxista – a favore di una transizione o di pratiche che farebbero crollare il capitalismo dall’interno?
Credo che le controculture siano un superamento delle avanguardie. In campo artistico l’avanguardia presuppone la capacità di evidenziare una capacità individuabile, in qualche modo misurabile (chi misura e quale misura è un problema di potere). Le avanguardie artistiche sono utili al capitale come le avanguardie politiche sono utili alla formazione di gerarchie. Le controculture possono essere sussunte, ma hanno creato una condivisione sociale che permane nella coscienza collettiva. Oggi la creazione di ricchezza materiale, artistica, relazionale e sociale non può essere più creata individualmente, anche la ricerca tecnologica è sempre il frutto di una ricerca di gruppo, di una cooperazione.

Da questa angolazione il situazionismo è stato il movimento di transizione tra avanguardie politiche e artistiche e controcultura.
Paradossalmente la capacità di valorizzazione delle grandi imprese, dei mercati finanziari, all’interno della valorizzazione sociale sono quelle che devono selezionare la pseudo-avanguardia. La selezionano e la inglobano. Ma dal punto di vista dei movimenti rivoluzionari, meno si seleziona avanguardia e meglio è. Meno avanguardia c’è, meglio è, perché altrimenti nella complessità e nella frammentarietà si sposta l’attenzione su un soggetto e si perde la potenza della cooperazione sociale, della cooperazione sociale che interessa a noi.

Nel libro parli dell’importanza della psichedelia creativa: innovazione, sovversione, immaginazione, contro la psichedelia paranoica della depressione e dello sfruttamento.
La costruzione di un circuito finanziario è un problema essenzialmente tecnico. La moneta è uno strumento. L’evoluzione tecnologica ci permette oggi di creare una moneta ex-nihilo e caricarla su un supporto finanziario. Dagli accordi di Bretton-Woods del 1971, la moneta non ha più un elemento di materialità, è puro segno, è creata virtualmente. La tecnologia permette di farlo anche a noi, ma dobbiamo essere capaci di rendere appetibile questa moneta. Ci sono monete complementari(come il Sardex, che verrà quotato in borsa e che ha vari finanziamenti bancari e finanziari) che non sono monete alternative, anzi la maggior parte non lo è. Hanno la finalità di fluidificare la liquidità all’interno del sistema di produzione delle imprese, mantenendo inalterato il meccanismo di sfruttamento sottostante. Sono un aiuto al capitalismo. La moneta essendo uno strumento deve essere accompagnata da un fine. Se una moneta è buona o cattiva, lo si deve valutare dal fine per cui è stata creata. La moneta del comune è finalizzata a rendere sostenibile, replicare e garantire l’attività anticapitalista in termini di remunerazione, finanziamento delle attività alternative e autoproduzioni, e di circuito. La moneta del comune non deve finanziare lo scambio tra imprese o persone, ma le attività alternative al sistema del capitale. Come si fa? Le persone devono essere messe in condizione di operare con finalità alternative al capitale. Queste alternative devono avere le gambe per stare in piedi e garantire alle persone un reddito. La moneta del comune deve essere una moneta capace di sostenere servizi sociali, reddito indiretto e reddito diretto.

Come si combinano elementi di teoria marxista autonoma e sapere hacker? Come si costruisce un circuito finanziario alternativo e ci si riappropria del comune senza farsi recuperare dal capitale?
Sia i movimenti controculturali degli anni sessanta che quelli cyber hanno cercato di creare le premesse per un mondo liberato e autodeterminato. Ma ciò che è mancato è la definizione di una cassetta degli attrezzi in grado di garantire questa autonomia, di sviluppare una consapevole autodeterminazione dell’individuo sul piano culturale e politico ma anche la possibilità di dotarsi di sostenibilità economica e finanziaria, condizione necessaria, anche se non sufficiente, affinché le iniziative alternative siano in grado di autosostenersi senza correre il rischio di essere sussunte. I primi elementi di questa cassetta degli attrezzi sono costituiti dall’implementazione di una moneta alternativa, in grado di definire un circuito monetario-finanziario alternativo, non assimilabile a quello capitalistico, non condizionato dalle oligarchie finanziarie, ma finalizzato a creare le basi per una psichedelica finanziaria dal basso; e dall’introduzione di un reddito di base incondizionato, inteso come remunerazione della vita messa a valore, finanziato dalla stessa moneta alternativa. Una sperimentazione che val la pena di tentare.

Andrea Fumagalli è docente di Economia Politica all’Università di Pavia. Le sue ricerche scientifiche vertono sui temi della precarietà del lavoro, sul reddito di base, sulle trasformazioni del capitalismo contemporaneo, sono state sempre accompagnate dall’impegno nei movimenti sociali – Chainworkers, Tute bianche, San Precario, MayDay, … – e nelle lotte contro le nuove forme di sfruttamento. Oltre a Grateful dead economy, tra i suoi libri ricordiamo: L’Antieuropa delle monete, con Lapo Berti, Manifestolibri; La moneta nell’impero, con Christian Marazzi e Adelino Zanini, Ombre Corte; Lavoro male comune, Bruno Mondadori; inoltre ha curato Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia, con Sergio Bologna, Feltrinelli; La moneta del comune, con Emanuele Braga, DeriveApprodi.

di Marc Tibaldi

Effimera, 16 dicembre 2016

+ Un economista ad Haight-Ashbury

Ho conosciuto Andrea quando ero studente di economia in Bocconi che iniziava a frequentare i centri sociali milanesi. Volevo superare la schizofrenia fra economia e psichedelia (erano gli anni della caduta del Muro di Berlino e l’espansione mentale era tornata di moda) ed ero alla ricerca di qualcuno che fosse veramente di sinistra ma anche hip. Quando lo conobbi, rimasi folgorato: un operaista che amava il rock psichedelico di Haight-Ashbury! Pensavo che una tale persona esistesse solo nei miei sogni. A 25 anni di distanza, posso confermare che non ho mai conosciuto un economista autonomo e libertario come Andrea Fumagalli.
Grateful Dead Economy (AgenziaX, 2016) è come il Fuma: una miniera di conoscenze che racchiude una sintesi improbabile fra il rigore del pensiero marxiano (valore, sfruttamento, intelletto generale, sussunzione) e la cultura prima lisergica poi siliconica della baia che ospita San Francisco e Oakland, San José e Palo Alto, vale a dire Apple, Google, Facebbok. Il libro si muove su un doppio binario. Narrare origini e parabola della controcultura americana da Berkeley 1964 a Kent State 1970 (il periodo dei radical Sixties) e rinvenire la sua presenza nel cyberpunk degli anni ’90 e nel capitalismo digitale degli anni ’00.
Inframmezzato dai poster di Rick Griffin e Moscoso, che si alternano con quelli del compianto Gianluca Lerici (aka Professor Bad Trip) che fece un murale nella casa di Andrea nei primissimi ’90 quando non aveva ancora incominciato a dipingere, il libro è un’enciclopedia dell’hippismo e del panterismo. Restituisce l’atmosfera di innocenza con cui attivisti SDS e comunitaristi hippie misero sotto scacco il governo americano e la guerra in Vietnam, prima di essere assoggettati a una sistematica repressione e infiltrazione da parte dell’FBI, la quale giustiziò molti leader delle Pantere Nere, mentre Abbie Hoffman, Bobby Seale, Jerry Rubin, Tom Hayden e altri venivano messi sotto processo per i disordini alla convention democratica di Chicago del 1968. Con l’elezione di Nixon quell’anno, inizia un lento processo d’involuzione e individualizzazione che porterà alla fine di molte comuni mistico-ecologiste e al riflusso nella nuova economia neoliberista, più diseguale ma anche meno inquadrata di quella fordista. La deregolazione reaganiana liberava le reti e la comunicazione, mentre Steve Jobs, archiviata la fase controculturale, con Wozniak inventava il personal computer a San Francisco (1984).
John Perry Barlow, paroliere dei Dead e artefice dei primi forum di dibattito in rete (the Well), è il nesso fra i mirabolanti concerti ambulanti della band capitanata dal fu Jerry Garcia e l’euforia libertaria del primo web alla metà degli anni ’90. Nell’ideologia californiana – per riprendere il termine di due marxisti inglesi sulla lista nettime – libertarismo, tecnologismo, mercatismo si fondono nella sintesi prometeica che ancora informa la nostra visione dell’evoluzione di Internet e del personal computing: il futuro è così fulgido che dobbiamo mettere gli occhiali da sole per non rimanere ciechi come a Los Alamos…
L’ultima parte del libro è quella più propriamente di economia politica: criptovalute, monete complementari, decentramento mezzi di produzione e accentramento controllo su distribuzione del valore. Da intellettuale che ha superato il chiasmo fra psichedelia e macroeconomia rinunciando alla prima come filosofia (troppo irrazionalista) e la tensione fra anarchismo e comunismo denunciando il secondo come falsa ideologia, trovo che l’ultima parte sia un po’ a sé stante, che sia troppo marxista e poco libertaria e si leghi poco col resto, anche se risassume l’analisi del capitalismo cognitivo e della sua economia monetaria che Andrea ha compiuto nelle sue opere meno underground.
Nel giorno in cui si consumava il mattatoio di Aleppo, Donald Trump ha convocato Jeff Bezos, Tim Cook e Larry Page: viene da chiedersi se il libertarismo del capitalismo informazionale non si piegherà alle richieste del nazipopulismo che si appresta a salire al potere. Amazon (il più grande sfruttatore di lavoro precario al mondo) e IBM (che schedò gli ebrei tedeschi per i nazisti e ora potrebbe ripetersi nel redigere l’elenco dei musulmani americani) hanno già detto che collaboreranno. Il co-fondatore di Google, Larry Page, da bambino veniva portato dal padre, un deadhead incallito, ai concerti della band di Dark Star. Basterà a contrastare tutto il male che compirà Trump alla Casa Bianca?

di Alex Foti

www.che-fare.com, 1° dicembre 2016

+ L’anarco-capitalismo e la Grateful Dead economy

Pubblichiamo un estratto da Andrea Fumagalli, Grateful Dead Economy. La psichedelia finanziaria (Agenzia X)

Le posizioni libertarian sono variegate e molteplici. Vi si può trovare un po’ di tutto. Dalle posizioni che perorano l’abolizione del monopolio di emissione della moneta grazie alle nuove opportunità tecnologiche offerte dalla moneta elettronica (criptocurrency) a quelle di stampo neoluddista, che vedono nell’informatica e nella figura del cyborg il rischio di un sopravvento del macchinico sulla natura umana (modello Matrix), fino a quelle cyberpunk. Non ci soffermiamo sulle prime ma sulla controcultura cyberpunk, che anche in Italia ha svolto un ruolo importante all’interno dei movimenti antagonisti dagli anni ottanta in poi.
Il filone cyberpunk è quello che maggiormente ha raccolto l’eredità politica del movimento hacker seguendo una direzione opposta al naturalismo e alla tecnofobia della generazione precedente (e dei neoluddisti).
Nel manifesto del movimento – l’antologia Mirrorshades pubblicata nel 1986 – Bruce Sterling rivendica una sorta di nuova alleanza tra tecnologie e controculture, mettendo in evidenza quella sorta di eccedenza “fuori controllo” evocata da Kevin Kelly. Nelle parole di Sterling: “La struttura attuale di potere, le istituzioni tradizionali hanno perso il controllo della velocità del cambiamento. E improvvisamente una nuova alleanza sta diventando evidente: un’integrazione di tecnologie e controculture degli anni ottanta. Una Non Santa Alleanza del mondo tecnologico e del mondo del dissenso organizzato: il mondo underground della cultura pop, dell’incostanza visionaria e dell’anarchia da strada.”
E poco più avanti: “La controcultura degli anni sessanta era rurale, romantica, antiscientifica, antitecnologica. Ma vi era sempre una nascosta contraddizione al suo cuore, simbolizzata dalla chitarra elettrica. La tecnologia rock era la sottile punta del cuneo. Non appena gli anni passarono, la tecnologia rock crebbe sempre più in compiutezza, espandendosi verso registrazioni di alto livello tecnico, video satelliti e computer graphic […]. Come Alvin Toffler segnalò in The Third Wave – una bibbia per molti cyberpunk – la rivoluzione tecnologica che sta cambiando la nostra società è basata non sulla gerarchia ma sulla decentralizzazione, non sulla rigidità ma sulla fluidità. L’hacker e il rocker sono gli idoli della pop-cultura di questa decade e il cyberpunk è sicuramente un fenomeno pop: spontaneo, energetico, vicino alle sue radici. Il cyberpunk proviene da quel regno dove il pirata del computer e il rocker si sovrappongono, un minestrone culturale dove codici generici accostati tra loro si fondono.
È interessante l’analogia tra l’hacker e il rocker. La musica diventa il ponte tra una visione anarcoide della tecnologia digitale e l’organizzazione di un dissenso che reagisce alla nascita di nuove forme di potere basate sui diritti di proprietà intellettuale e su specifiche forme di gerarchizzazione e mercificazione della vita.
Rispetto alla controcultura degli anni sessanta, il movimento cyberpunk presenta una minore connotazione politica, soprattutto negli Stati Uniti. Matura negli anni novanta un distacco dalle forme della politica tradizionale al punto che molti esponenti che si rifanno al cyberpunk e alla pratica dell’hackeraggio sociale non fanno mistero, in nome della cultura anarco-individualista, di preferire i candidati del Partito repubblicano a quelli del Partito democratico, più propensi all’interventismo economico dello stato. Il Partito repubblicano, soprattutto in alcune frange radicali, è visto come un miglior difensore delle libertà personali contro la presenza invasiva della burocrazia statale e la regolamentazione economica di natura collettiva-assistenziale.
Un esempio clamoroso è fornito da John Perry Barlow, fondatore e presidente della Electronic Frontier Foundation nonché paroliere degli stessi Grateful Dead. Nel 1978 è stato infatti presidente del Partito repubblicano per la contea di Sublette e coordinatore della campagna elettorale di Dick Cheney nel Wyoming occidentale. All’inizio degli anni 2000, Barlow “non è stato più in grado di conciliare il suo ardente libertarismo con il prevalente movimento neoconservatore” e di conseguenza ha rifiutato di votare per George W. Bush. Se il caso Barlow è emblematico di un certo atteggiamento, occorre anche rilevare che nel movimento cyberpunk sono ravvisabili, seppur parzialmente, le origini del movimento black bloc che inizia a diffondersi negli Stati Uniti a metà degli anni novanta.
La diffusione della cultura digitale (netculture) e delle tecnologie Ict ha profondamente modificato l’organizzazione del lavoro. La natura orizzontale del nuovo paradigma informatico si distacca dal piano verticale-gerarchico che ha sempre contraddistinto l’organizzazione tayloristica del lavoro basato sulla sequenza rigidamente predefinita: progettazione → esecuzione → commercializzazione.
Come già sottolineato in precedenza, una delle caratteristiche essenziali dell’attuale capitalismo biocognitivo è la smaterializzazione del capitale fisso e il trasferimento delle sue funzioni produttive e organizzative nel corpo vivo della forza-lavoro. Tale processo è all’origine di uno dei paradossi del nuovo capitalismo, ossia la contraddizione tra l’aumento di importanza del lavoro cognitivo quale leva della produzione di ricchezza e, contemporaneamente, la sua svalorizzazione in termini sia salariali sia professionali. Tale paradosso è interno a quello che Marazzi ha definito “il carattere antropogenetico della produzione capitalistica contemporanea”. Nel capitalismo biocognitivo, l’essere vivente contiene in sé entrambe le funzioni di capitale fisso e variabile, cioè di materiale e strumenti di lavoro passato e di lavoro vivo presente: il bios.
Ne consegue che la separazione tra lavoro astratto e lavoro concreto non è più così netta come nel capitalismo industriale-fordista. Innanzitutto, ciò che Marx chiamava il lavoro concreto, il lavoro che produce valori d’uso, può essere ridenominato “lavoro creativo”. Tale termine consente infatti di cogliere meglio l’apporto cerebrale insito in tale attività, mentre il termine “lavoro concreto”, pur essendo concettualmente sinonimo, rimanda più all’idea del “fare” che del “pensare”, con un riferimento più marcato al lavoro artigianale.
Il concetto di lavoro creativo non rimanda immediatamente a quello di classe creativa. Anzi, la nuova condizione del lavoro cognitivo si fonda proprio sull’eterogeneità dei soggetti mobilitati, soprattutto quando è la stessa soggettività (singolarità) che viene messa a valore. Ciò non consente la formazione di una classe omogenea, in sé e per sé, ma rimanda piuttosto a una moltitudine di singolarità differenziate, ciascuna con la propria percezione lavorativa. La produzione di nuove soggettività incide pesantemente anche sui meccanismi di autocontrollo, governance e autorepressione, da un lato, e di illusione, meritocrazia, indebitamento, dall’altro.
Nel capitalismo biocognitivo, inoltre, si assiste sempre più alla compenetrazione tra luogo di produzione e reti produttive. Lo spazio, geografico e virtuale, diventa il luogo di una produzione che appare come l’esito di una struttura a flussi, sempre più immateriali o al cui interno le reti immateriali svolgono una funzione strategica, anche e soprattutto quando la merce prodotta è materiale.
Una struttura a flussi presuppone la centralità delle reti linguistiche di comunicazione e lo sviluppo della cooperazione sociale riguardante sia la trasmissione di simboli sia il trasporto logistico delle merci e dei beni. All’interno di questo spazio, tuttavia, la cooperazione, lungi dall’essere orizzontale, si sviluppa lungo le traiettorie della divisione spaziale della produzione e della divisione cognitiva del lavoro.
La produzione reticolare, il network, è lo spazio molecolare, individualizzato, caratterizzato da relazioni individuali che il più delle volte producono cooperazione a valle ma non necessariamente sono fra loro cooperative. In seguito a queste trasformazioni, la produzione di valore non è più fondata su uno schema omogeneo e standardizzato di organizzazione del lavoro, a prescindere dal tipo di bene prodotto.
L’attività di produzione si attua con diverse modalità organizzative, caratterizzate da una struttura a rete, grazie allo sviluppo delle tecnologie di comunicazione linguistica e trasporto. Ne consegue uno scompaginamento della tradizionale forma gerarchica unilaterale interna alla fabbrica, sostituita da strutture gerarchiche che si attualizzano sul territorio lungo filiere produttive di subfornitura, caratterizzate da relazioni di cooperazione e/o di comando. Nel capitalismo biocognitivo, la divisione del lavoro assume anche caratteri cognitivi, ovvero si basa sull’utilizzo e l’accesso differenziato di forme diverse di conoscenze.
La conoscenza è divisibile in quattro livelli – informazione, conoscenza codificata, conoscenza tacita e cultura (o conoscenza sistemica) – caratterizzate da rapporti unilaterali di dipendenza.
L’informazione è il livello di conoscenza di base, sempre più incorporato nell’elemento macchinico. La conoscenza codificata è quella specializzata (know how) che deriva dalla conoscenza tacita ma si trasmette attraverso procedure standardizzate, con l’intermediazione delle macchine, con la conseguenza che chi ne è portatore può essere in qualunque momento sostituito senza poter far leva su una qualche forma di potere contrattuale. La conoscenza tacita può nascere da processi di apprendimento personali o da investimenti specifici in ricerca e sviluppo (grazie ai diritti di proprietà intellettuali); inoltre, almeno fino a che non diventa codificata, non è trasmettibile se non tramite l’essere umano, con la possibilità di originare forme di enclosures.
Chi possiede conoscenza tacita, rilevante per il processo produttivo, detiene così un elevato potere contrattuale e definisce la struttura gerarchica nella produzione e nel lavoro. Tuttavia, la conoscenza tacita, se rilevante, è destinata prima o poi a trasformarsi in conoscenza codificata e quindi a svalorizzarsi. La cultura, infine, è l’insieme di quei saperi e conoscenze che consentono di ricoprire la funzione intellettuale, ovvero di svolgere un’attività critica e creativa, non immediatamente sussumibile alla logica di valorizzazione biocapitalistica. Di conseguenza, è pericolosa per la riproducibilità socioeconomica del sistema, ma ne costituisce anche l’eccedenza irriducibile al comando.
Infine, la condizione della forza lavoro è accompagnata da mobilità e dalla predominanza della contrattazione individuale (precarietà). Ciò deriva dal fatto che sono le individualità nomadi a essere messe al lavoro e il primato del diritto privato sul diritto del lavoro induce a trasformare l’apporto delle individualità, soprattutto se caratterizzate da attività cognitive, relazionali e affettive, in un individualismo contrattuale. Il rapporto di lavoro basato sulla condizione di precarietà, ovvero sulla limitazione temporale e la mobilità spaziale della prestazione lavorativa, costituisce il paradigma di base della forma odierna del rapporto capitale-lavoro. La precarietà diventa così una condizione strutturale, esistenziale e generalizzata.
In un simile quadro, si sviluppano modelli di organizzazione del lavoro più flessibili e capaci di adattabilità veloce ai mutamenti del contesto economico e sociale. Non facciamo riferimento alla sola flessibilità del lavoro ma anche alla flessibilità del comando sul lavoro, aspetto che raramente viene sottolineato, soprattutto in Europa e in Italia.
Negli Stati Uniti, la contrattazione individuale (con i suoi effetti collaterali sulla precarietà/flessibilità del posto di lavoro) ha sempre avuto un ruolo dominante rispetto alla contrattazione collettiva. E ciò vale in particolare per i nuovi settori emergenti delle Ict, dove i cambiamenti qualitativi nella prestazione lavorativa inducono a una maggior partecipazione e coinvolgimento individuale nel processo produttivo.
Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, il confine tra lavoro e capitale (ma anche tra lavoro concreto e astratto) non è più tracciabile in modo chiaro. Anche le modalità di remunerazione del lavoro tendono a modificarsi. Le nuove società informatiche assumono formalmente la connotazioni di imprese stake-holder, per le quali mantenere un rapporto virtuoso e positivo con i fornitori, gli addetti, i clienti è di fondamentale importanza strategica. Di fatto, però, tendono a essere più imprese share-holder, che hanno come primo obiettivo l’incremento del valore azionario e del capitale sociale quotato in borsa.
Si tratta dell’esito del processo di finanziarizzazione che ha segnato l’avvento del nuovo capitalismo biocognitivo favorendo ciò che Carlo Vercellone ha definito “il divenire rendita del profitto”, a seguito del processo di espropriazione della cooperazione produttiva indotta dallo sfruttamento delle economie di rete e di apprendimento.
È tramite il nuovo ruolo dei mercati finanziari (o meglio, delle oligarchie che li dominano), in grado di definire e di indirizzare le convenzioni finanziarie dominanti, che le imprese dot.com, a partire dai primi anni novanta, si autofinanziano con le plusvalenze generate dalle operazioni payback, leverage buy-out, fusioni e acquisizioni sui propri titoli azionari. In tal modo, i mercati finanziari diventano il motore dell’accumulazione e della valorizzazione dell’industria informatica e di internet sia per le modalità di finanziamento dell’innovazione continua sia per la distribuzione del reddito. Sempre più spesso i dipendenti vedono i guadagni di produttività remunerati con partecipazioni azionarie. Assistiamo così anche al divenire rendita del salario.
Sono queste le nuove modalità di finanziamento che, insieme a un’organizzazione del lavoro più cooperativa (ma senza che comunque la gerarchia venga meno), dove la forza-lavoro viene coinvolta in misura maggiore nel processo di elaborazione progettuale e produttiva, consentono a partire dagli anni novanta il boom della cosiddetta net-economy negli Stati Uniti e il sorgere nel decennio seguente dei grandi colossi industriali legati ai social, ai media, alla navigazione su internet, alla raccolta e al trattamento di banche dati sempre più imponenti (big data).
In questa organizzazione della produzione, un ruolo centrale viene svolto dal consumatore, che sempre più nella sua individualità diventa fonte diretta di valorizzazione. Non è un caso che il termine prosumer (consumatore-produttore) venga coniato per la prima volta nel 1980 da Alvin Toffler nel libro The Third Wave, ricordato da Bruce Sterling come una sorta di bibbia per il movimento cyberpunk.
Occorre rilevare, tuttavia, che nella letteratura cyberpunk l’idea di prosumer indicava più il consumatore-produttore che il produttore-consumatore, all’interno di un’utopia libertaria che auspicava una democratizzazione della produzione al punto tale che la generazione di valore d’uso doveva essere prevalente sulla generazione di valori di scambio. La storia recente ci dice che le cose non sono andate esattamente in questo modo.”

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