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Fuori vena

il manifesto, 2 giugno 2006
+ Tekla a Locarno
Tekla Taidelli aveva fatto irruzione al festival di Locarno con Fuori vena, film indipendente, che ora dopo essere stato sottoposto alle abituali strettoie distributive, finalmente approda sugli schermi italiani. Come suggerisce il titolo siamo in ambiente tossico. Ambiente già ampiamente rappresentato al cinema. E l’inizio del film sembrerebbe ricalcare il tradizionale vaffanculismo nei confronti dei pettinati che vanno al lavoro. Poi Tekla comincia a spiazzare, fa scandire il tempo da lancette-siringhe, mostra un astuccio che somiglia a quello che usano i bimbi a scuola, contenente invece l’attrezzatura per il buco, e fin qui siamo ancora in linea con la tradizione maledetta della rappresentazione della deriva, poi però comincia a insinuare altro e si entra nell’inedito. Per esempio che il buco sia come un lavoro, perché implica sbattimento. Poi opera con ironia sui cartelli del comune che dicono «Milano fa bene», oppure riprendendo l’enorme ago che campeggia in piazza Cadorna per magnificare la moda, ma pur sempre di ago si tratta, fa parodia delle ricette tv e lascia lievitare una sensibilissima storia d’amore punk-tossica. Dove l’affetto si manifesta anche dicendo «testolina di cazzo», perché quel che conta non sono le parole ma i sentimenti. E allora per chiarezza ecco che le chiacchiere coi genitori, telefoniche, sono fatte con split screen, quasi fossero mondi distinti che comunque non riescono a comunicare (succede anche ai due innamorati in lite). Eroina? Eroi di chi? Quello è un incubo sempre più ossessivo, che fa ritornare le lancette della vita sempre da capo, quando non la tronca perché si schiatta per overdose. Un’appassionante love story che fa iscrivere Tekla tra i registi che possiedono un istinto visionario di notevole spessore. Perché poi di questo si tratta, catturare lo spettatore, prenderlo per la pancia, coinvolgerlo in una storia pulsante e viva, attraverso un cinema che ha tanti maestri come riferimento, ma nessun modello da imitare. Al punto da essere assolutamente originale nella sua capacità di commuovere senza pietismo e di far porre più interrogativi inquietanti che risposte acquiescenti. Si esce dal film felicemente spiazzati, con la certezza che i pregiudizi morali sono stati fatti a pezzi. Non è poco per una love story che si dipana tra analisi mediche e chimica.

di Antonello Catacchio

Film Tv – n. 48, 29 novembre 2005
+ Una vitalità che contagia
Che forza questa Tekla Taidelli classe 1977, punk e libera come il vento, che scrive musica dirige e interpreta un film che ha il ritmo di chi non s’accontenta mai, l’urgenza del gridare al mondo quanto sia immondo, la voglia d’amare, sempre e nonostante tutto. Fuori vena è un inno alla resistenza nei confronti dell’omologazione, un trip frenetico nell’universo del “buco”, del rifiuto attraverso la ribellione in una “Milano da Bere” che finge di star bene. Fuori vena non a caso, perché le emozioni, se possibile, per sentirle dentro bisogna spararle verso l’altro e verso gli altri. «Eroina: che nome! Sembra fatta apposta per farti venir voglia!» sottolinea con feroce ironia Zanna, tossico quasi perduto, che lotta non solo e non tanto contro quella polverina micidiale, ma s’affanna con se stesso e con quei pochi sintonizzati sulle sue lunghezze d’onda a ricercare un senso, un posto dove andare e dove stare senza farsi schiacciare dai soliti sistemi. L’orgoglio di una diversità che non è mai programmatica consentono a Tekla di cadenzare le sue giornate (e il suo film) con i battiti e le movenze dell’aria che incontra, con gli sguardi che attaccano e con le “piste” che si srotolano, quasi scontrandosi con la droga che uccide. Rivendica Tekla, giustamente, il diritto di scegliere come vivere. Tenendosi ben lontana dalla morte con una vitalità che contagia. Caroselli di sbronze, rave party illegali, Ceres come se piovessero, cascine okkupate, creatività masticata insieme all’ossigeno che respira questo schizzo rielaborato per immagini nuove, zeppo di battute fulminanti, di reietti, di “perdigiorno”, di giovani disperati e di disperanti speranze perché ogni cosa possa cambiare, rivedere la luce, rialzarsi dal torpore di una mediocrità del vivere che ti fa perdere la testa e affogare dentro gli errori ma anche avvolgere da un abbraccio, tanti abbracci, senza lacrime, con spudorata tenerezza.

di Aldo Fittante

Corriere della Sera, 18 novembre 2005
+ Fuori Vena
Tekla Taidelli, 27 anni, milanese, una vita spericolata nonostante l’ origine borghese, incollata agli alti e bassi disperati della droga. La storia sua e degli amici rivive in questo sincero e furibondo film, girato in digitale con pochi soldi e molta voglia di dire tutto e subito. Alle spalle un dramma – la morte per eroina del fidanzato, la scomparsa del padre – la giovane prova col cinema, filma le emozioni, dà una chiave narrativa autobiografica ma non solo alla confusione che ha dentro: prova insomma a parlare a nome di una generazione e di una sconfitta. Provvisto di momenti irritanti e di scorciatoie a proprio uso e consumo, il film mostra però una grinta vera e una capacità di solidificare in immagini la tragedia della dipendenza con tutta la finta libertà della vita on the road, raccontando l’ amore tra una punk e un tossico con momenti romantici di tenerezza e compassione. VOTO: 6,5

di Maurizio Porro

Rolling Stone, 29 agosto 2008
+ Milano Tossica. L’istant movie ‘d’essai’ di una ex punk di talento
Io filmo la vita e non c’è miglior attore che interpreti se stesso; la vita è un grande film dell’orrore, non c’è bisogno di impegnarsi troppo per raccontare delle storie». Negli occhi di Tekla Taidelli si sovrappongono il cinema e il mondo, il cinema e la sua vita: «Da giovane ero punk, colorata, borchiata ribelle, guastafeste, incosciente, molesta, alcolizzata, drogata e libera», dice di se stessa. Poi ha fatto un film grazie alla Civica Scuola del Cinema di Milano e Fuori vena viene preso a Locarno. Poi vince Sulmona, approda all’antifestival di Venezia ed entra nella categoria d’essai. Ora le testimonianze di chi si è trovato coinvolto nel progetto sono raccolte in un libro che esce insieme al dvd: la storia d’amore tra la punk e il tossico – tenera e disperata come tutte le love story – è al centro di un carosello malato, del girotondo disperato di chi vive per il buco.
Fuori vena è una panoramica allucinata, acida, delirante e adrenalinica sulle pratiche di consumo, sui riti e sugli stili di vita dei giovani consumatori metropolitani. Milano la tossica sta lì, ad aspettare nelle aiuole polverose, negli sterrati, nelle case okkupate, nelle fabbriche abbandonate, tra le macchine parcheggiate: sta lì e aspetta la disperazione di chi passa. Negli anfratti della Milano di chi fa affari e consuma cocaina, c’è la Milano senza un cazzo da fare, la Milano onnivora e politossica, la città nuda e cruda. Dentro, molto del nostro migliore cinema indipendente, da Fame chimica di Antonio Bocola e Paolo Vari a Forza cani di Marina Spada. Memorabile la parodia della Prova del cuoco: come cucinare il crack.

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