Premio Dubito 2016



figli

Figli della stessa rabbia

blog.flaviopintarelli.it, 26 luglio 2016
+ Figli della stessa rabbia

Figli della stessa rabbia di Matteo di Giulio è un “noir di rivolta”. Ambientato nella Milano dell’EXPO, il romanzo ha il pregio di immergersi tra le pieghe della crisi per restituire un affresco vivido e rabbioso dei dimenticati della nostra società.

Criticando la retorica della fuga dei cervelli da una prospettiva working class, Alberto Prunetti proponeva, in un articolo uscito su Lavoro Culturale, cinque “piccoli consigli preparatori a un soggiorno di lavoro/emigrazione/fuga”.
1 Calca il suolo delle periferie delle metropoli, che sono i luoghi per cui vale oggi quello che Luciano Bianciardi diceva un tempo delle province, ovvero che è qui che i fenomeni di trasformazione sociale si colgono in maniera più lampante.
2 Chiediti perché gli europei sono definiti “ex patriate” e i migranti del cosiddetto terzo mondo vengono etichettati come “emigrati”, “poveracci in fuga dalla miseria”, etc etc. Non definirti “expatriate”, non considerarti in “diaspora” fino a quando qualcuno attorno a te stigmatizza i migranti. Siamo tutti parte di un esodo in corso nel divenire della specie umana. Non abboccare a chi divide tra erasmus vs migranti; locals vs foraigners; primo vs terzo mondo.
3 Leggi la realtà e il viaggio con uno sguardo obliquo. Passa dalle porte strette (lo so, è un po’ evangelico), diffida dalle scorciatoie. Dopo aver preso una scorciatoia ad alta velocità, chiediti cosa ti stai perdendo rispetto al cammino irto di una passeggiata nel lungovalle.
4 Entra nei panni degli altri ma conserva un po’ scetticismo libertario. Fai esercizio di relativismo eppure diffida dagli eccessi di culture, il culturalismo estremo è una nuova variante di razzismo.
5 Frequenta le subculture popolari, qualsiasi sia la tua latitudine. L’internazionalismo working class è l’unica globalizzazione che non fa vittime ma scopre compagni di strada, dalle Ande a Oxford, da Grosseto all’Himalaya.
Una lista a cui mi è capitato spesso di pensare, mentre avanzavo tra le pagine di Figli della stessa rabbia, un noir di rivolta (così recita il sottotitolo) scritto da Matteo Di Giulio per Agenzia X.
Se non fosse che i due scritti sono usciti quasi contemporaneamente, verrebbe da pensare che il romanzo sia una perfetta esecuzione della partitura proposta dall’articolo.
Figli della stessa rabbia infatti è allo stesso tempo la storia di un soggiorno di lavoro, di un’emigrazione e di una fuga.
Il protagonista è un quarantenne italiano che vive da irregolare ad Amsterdam, città nella quale è fuggito diversi anni prima e dalla quale viene costretto a fuggire dopo che un controllo nel ristorante dove lavora come cameriere gli frutta un ordine di espulsione.
Ad attenderlo c’è la Milano infregolata dall’inaugurazione imminente dell’EXPO. Una città di cui ci vengono mostrate le pieghe, i risvolti e le zone su cui i grattacieli della speculazione edilizia gettano le loro ombre.
Sono le periferie, il cui suolo Prunetti ci invita a calcare, che fanno da sfondo alle vicende del romanzo. Luoghi in transizione, attraversati da un’umanità residua che produce comunque le sue eccedenze.
Qui s’incontrano la città che non esiste più con quella che potrebbe essere. Qui si producono le contraddizioni e le divisioni che attraversano il corpo della società. Prima fra tutte quella che tra autoctoni e stranieri. Una frattura che il protagonista ricompone nel segno della sua doppia estraneità.
«Sono novecentocinquanta euro netti al mese. Quaranta ore a settimana, altrettanto al mese di straordinari forfettari. Questi ultimi in nero, e niente buoni pasto. La pausa pranzo è di mezz’ora, ma se non ti va bene…»
«Per me è okay.»
«Ah, di solito gli italiani sono schizzinosi»
Non più autoctono e neppure straniero, sarà la classe a definire la sua appartenenza; e la classe che gli spetta è una sola, quella degli sfruttati. Figli della stessa rabbia, appunto, alla cui famiglia appartengono anche Carlos e la sorella.
Due immigrati peruviani che adottano il protagonista, aprendogli le porte della loro famiglia in nome della comune appartenenza al popolo nascosto nelle pieghe del lato in ombra della crisi globale.
E quando Carlos finisce brutalmente pestato ai margini degli scontri della May Day Parade del 2015, sarà in nome di questa solidarietà che il protagonista spingerà la sua vendetta fino alle estreme conseguenze.
Scandito da una rabbiosa colonna sonora punk, Figli della stessa rabbia è una storia di rivalsa di classe che usa le consuetudini del noir per raccontare i lati in ombra di quest’epoca, con la precisione che si richiederebbe a un reportage giornalistico.
Precariato, razzismo, prevaricazione non sono solo lo sfondo su cui ambientare una storia. Bensì i meccanismi da cui nasce una narrazione che prova a spiegarne le cause e i motivi, mentre mette in scena una vicenda che fino all’ultimo secondo coinvolge il lettore nella sua spirale di vendetta della cui buona riuscita si dubita costantemente fino all’ultima riga.
Come nella miglior tradizione del genere, Figli della stessa rabbia racconta il mondo che viviamo facendovi indossare le lenti attraverso cui lo osservano i dannati di questa società.
E se leggendolo non vi ribolle il sangue nelle vene dovreste chiedervi se, crescendo, non abbia finito per annacquarsi.
[full disclosure: Agenzia X, che ringrazio per avermi mandato il libro, è la casa editrice con cui ho pubblicato Stupidi Giocattoli di Legno. Libro di cui Matteo è editor. Questo non ha influenzato il mio giudizio sul suo lavoro, tanto meno la decisione di parlarne su queste pagine. Ma era giusto che voi lo sapeste]

di Flavio Pintarelli

libroguerriero.wordpress.com, 23 giugno 2016
+ Figli della stessa rabbia di Matteo Di Giulio
Lo “straight edge” è un preciso stile di vita che deriva da un’etica di matrice hardcore, teorizzata da Ian MacKaye, membro del gruppo hardcore punk Minor Threat nei primi anni ottanta e che prende il nome da un loro famoso brano. I suoi cultori, spesso vegetariani, si disegnavano sul dorso delle mani tre X, per indicare che praticavano l’astinenza dal tabacco, alcol, droghe, violenza e, in alcuni casi, anche dal sesso occasionale.
Lui, il protagonista di Figli della stessa rabbia, nonostante cominci ad avere i capelli grigi ed abbia passato la quarantina, è ancora uno straight edge e ha, tatuata sulle dita della mano destra, la scritta ACAB: all cops are bastards (tutti i poliziotti sono bastardi). Vent’anni fa, dopo aver combinato un casino a Milano si è rifugiato ad Amsterdam, lasciandosi alle spalle un ambiente e un paese che odiava.
Da allora, con la stessa cupa determinazione, ha vissuto anno dopo anno da solo, imbalsamato in una bolla di frustrazione, convinto che la vita non avesse più niente da offrirgli, pago di quel poco che aveva: un lavoro da cameriere in una pizzeria, un misero alloggio, tanti libri e il poter ascoltare con le cuffie quella sua musica che non ha mai dimenticato. Poi, un brutto giorno, con gli scontri alla Spuitstraat, la sua vita cambia in peggio. Perde il suo cane, l’alloggio, deve rimediarne un altro e pochi mesi dopo, come una trave che piomba tra capo e collo, il decreto di espulsione e il licenziamento. Basta un niente con le nuove leggi in Olanda per dover saltare il fosso. Costretto a tornare indietro, a testa bassa, e arrivare in Italia. Poi, appena il tempo di salutare la madre che vive lontano e si guarda intorno.
Milano è cambiata da stentare a riconoscerla. È diventata una città dura, egoista, impoverita e incrudelita dalla crisi economica. Con i cittadini che si trincerano dentro il proprio miserevole privato, solo gli immigrati mostrano un po’ di generosità verso gli altri. E infatti sarà Carlos, un peruviano con un regolare permesso di soggiorno, a fargli trovare lavoro in un’impresa di pulizie. Lui e sua sorella Rosa diventeranno suoi amici…
Ma, il 1° maggio, dopo una manifestazione di lavoratori che evolve in uno scontro con le forze dell’ordine e che riempirà i dibattiti giornalistici di mezzo mondo, accade l’imprevisto: Carlos è preso a sprangate da tre sconosciuti che quasi lo ammazzano…
A questo punto il protagonista di Matteo Di Giulio ha poca scelta, dovrà combattere e trasgredire la regola degli straight edge che proibisce la violenza?
Figli della stessa rabbia di Matteo Di Giulio è un noir diverso, di rivolta (come annuncia il sottotitolo in copertina) che condanna l’attuale mancanza di etica della società. I nemici non sono le forze dell’ordine, ma solo quelli tra loro che rinnegano la loro missione. E in questo palcoscenico i nomi di Cucchi e Aldrovandi o l’accenno ai fatti del G8, mettono in evidenza una piaga sociale troppo spesso sottovalutata.
Di Giulio ci propone uno scenario un po’ anarchico, con una giustizia addomesticata ad personam che riesce a sovrapporsi a quella di uno Stato, impoverito dalla corruzione. Non una inverosimile rivisitazione alla Robin Hood, ma un escamotage che ha sposato una rivoluzionaria idea underground. A metà tra noir e denuncia sociale, in un’epica sotterranea dove i protagonisti che si sentono senza futuro provano a combattere e a vincere contro l’ingiustizia.
Esperimento molto stuzzicante, da leggere.

di Patrizia Debicke

liberidiscrivereblog, 13 giugno 2016
+ Figli della stessa rabbia. Noir di rivolta
Figli della stessa rabbia di Matteo Di Giulio è un noir particolare, che sì si può certamente accostare ai noir di denuncia, con chiari intenti sociali, politici o anche solo se vogliamo di amplificazione della realtà, ma tuttavia per certi versi possiede anche caratteristiche sue proprie, tra cui un sano gusto per la sperimentazione, che lo differenzia da un filone mai del tutto esaurito, mai del tutto abbandonato. È un noir di rivolta (come dice il sottotitolo in copertina) dunque, un noir che denuncia una società priva di quegli anticorpi che le permetterebbero di essere sana, costruttiva, giusta, e nello stesso tempo propone un modello, forse un po’ anarchico ma efficace, dove la giustizia personale si sovrappone a quella che dovrebbe garantire uno Stato, minato dall’interno e forse incapace di curare le proprie derive. È un tema abusato, quello del singolo che si fa giustizia da solo, ma Di Giulio non si fa intrappolare dagli stereotipi, non ci presenta ovvero una rivisitazione aggiornata e corretta de Il Giustiziere della notte, non c’è esaltazione della violenza, forzature o scollamenti da un contesto metropolitano credibile e soprattutto verosimile. È un romanzo con una forte componente rivoluzionaria questo sì, una certa propensione per una poetica underground non di facciata, una paradossale frattura con il sistema, minato da una violenza strisciante che tende a giustificare se stesso, anche quando dovrebbe invece isolare e perseguire con più efficacia chi utilizza un potere anche minimo, o una divisa come in questo caso, per compiere veri e propri crimini, sopraffare e farla franca. Gli accenni alla cronaca sono numerosi, ma la storia si discosta da casi reali, per parlarci delle molteplici variabili del possibile. Emigrazione, disoccupazione, povertà, precarietà, centri sociali, manifestazioni, case popolari, rifiuto dello straniero, un nonno antifascista, tutto si dispiega sotto i nostri occhi con naturalezza, senza eccedere o santificare la figura del loser, ma conferendogli una sorta di dignità e di positività. Il nemico non sono le forze dell’ordine come istituzione, ma sono coloro che all’interno di questo sistema rinnegano la loro missione di proteggere e servire, tradendo in ultimo la loro umanità (purtroppo le guerre sporche tra polizia e antagonisti, con infiltrati e strumentalizzazioni varie sono all’ordine del giorno). E in questo scenario i nomi di Cucchi e Aldrovandi o l’accenno ai fatti del G8 non paiono fuori luogo, o peggio capziosi, ma contestualizzano una piaga sociale troppo spesso sottovalutata. E ben venga un noir a parlarne. Capitoli brevi, taglienti, poco adatti a una lettura superficiale e non partecipata, inserimento nel tessuto narrativo di testi di canzoni, (i cui titoli trovate in verticale a margine delle pagine o alla fine in una sorta di playlist), un idealismo ancora autentico, forte di valori autentici, personali, dolorosi, trasmessi nell’immediatezza da una scrittura essenziale, e a tratti dura, fanno di questo noir un’opera originale e nel complesso interessante. Da leggere.
Matteo Di Giulio, scrittore, saggista e traduttore, vive a Milano, dove è nato nel 1976. Critico cinematografico, ha collaborato con festival e riviste. È stato vicedirettore dell’Asian Film Festival di Roma. Nel 2008 ha curato il saggio Non è tempo di eroi. Il cinema di Johnnie To. Suoi articoli sono stati tradotti in inglese e cinese. Ha pubblicato i romanzi La Milano d’acqua e sabbia (2009), finalista al Premio Belgioioso Giallo, e Quello che brucia non ritorna (2010). Suoi racconti sono apparsi su diverse antologie e su “Velvet – la Repubblica”. Per Agenzia X ha curato la collana noir “Inchiostro rosso”. Ha fondato il portale Cuéntame, dedicato alla narrativa spagnola. Il suo ultimo romanzo è I delitti delle sette virtù, finalista al Premio Carlo Oliva: un thriller storico uscito a settembre 2013 per Sperling & Kupfer e ristampato per le edicole da Fabbri nel 2015.
Rumore, giugno 2016
+ Figli della stessa rabbia
Voto 8
Frase. “Lui non era esperti di strategie militari, né serviva esserlo per ammettere che avevano perso una battaglia, l’ennesima: ma la guerra non era ancora terminata.”Dopo aver perso il lavoro in Olanda, un giovane è costretto a tornare a Milano. Il senso di straniamento che lo attanaglia è stemperato dall’incontro con un immigrato peruviano. Per il protagonista sembra l’inizio di una nuova vita. Due eventi – una manifestazione che sfocia in violenza e il pestaggio dell’amico – lo spingono però di nuovo nell’angolo. L’unico antidoto per sopravvivere è la rabbia – contro il sistema, anche e forse soprattutto contro l’apatia di una quotidianità anestetizzata. Matteo Di Giulio, al quarto romanzo, continua a esplorare il lato oscuro del noir, ritornando al clima plumbeo di Quello che brucia non ritorna. Figli della stessa rabbia, pur essendo un libro indipendente, potrebbe quasi esserne un seguito. Ma qui la scrittura è ancora più scarnificata, figlia di un’urgenza palpabile, con frasi secche e dialoghi pungenti. Un lavoro sulle parole che trova riscontro nella musica, elemento centrale della narrazione, tanto che i brani (punk, hardcore, ma anche Beck, Solex, fino a Riccardo Fogli!) sono elencati a lato del testo ed è possibile ascoltarli sfruttando il Qr code a inizio volume. Scritto di slancio dopo il 1° maggio 2015 a Milano, in cui il “blocco nero” prese in ostaggio il movimento No Expo, Figli della stessa rabbia è qualcosa di più profondo di un instant book su un fatto di cronaca: è una riflessione aspra e necessaria sul senso di sentirsi stranieri.

di Stefano Locati

contornidinoir.it, 5 maggio 2016
+ Matteo Di Giulio – Figli della stessa rabbia
Matteo Di Giulio, scrittore, saggista e traduttore, vive a Milano, dove è nato nel 1976. Critico cinematografico, ha collaborato con festival e riviste. È stato vicedirettore dell’Asian Film Festival di Roma. Nel 2008 ha curato il saggio Non è tempo di eroi. Il cinema di Johnnie To. Suoi articoli sono stati tradotti in inglese e cinese. Ha pubblicato i romanzi La Milano d’acqua e sabbia (2009), finalista al Premio Belgioioso Giallo, e Quello che brucia non ritorna (2010). Suoi racconti sono apparsi su diverse antologie e su “Velvet – la Repubblica”. Per Agenzia X ha curato la collana noir “Inchiostro rosso”. Ha fondato il portale Cuéntame, dedicato alla narrativa spagnola. Il suo ultimo romanzo è I delitti delle sette virtù, finalista al Premio Carlo Oliva: un thriller storico uscito a settembre 2013 per Sperling & Kupfer e ristampato per le edicole da Fabbri nel 2015.
Questa è la biografia che troverete sul suo sito e sono particolarmente contenta di questa nuova uscita per Matteo, che conosco da tempo e con il quale ho potuto sperimentare cosa vuol dire partecipare attivamente alla revisione di un romanzo, seppure per una minuscola parte. Infatti, figurare tra i ringraziamenti finali in Quello che brucia non ritorna è una bella sensazione!
Ed eccoci a parlare nuovamente di questo autore, che sarà nelle librerie con Figli della stessa rabbia dal 12 maggio 2016 per la casa editrice Agenzia X e del quale vi riporto la sinossi:
E poi venne il sangue. Era l’ultima domenica di festa per quei lavoratori che di feste ne vedevano sempre meno. Nel pomeriggio, il grande corteo in città. Tutti insieme. La voce dei senza voce, l’esercito sterminato degli italiani e degli stranieri, dei precari, dei giovani e dei vecchi: tutti figli della stessa rabbia.
Lui è fuggito dall’Italia da molti anni, lasciandosi alle spalle un paese che odia. Si è rifugiato ad Amsterdam poco più che ventenne e oggi, ormai un uomo maturo, vive in solitudine accontentandosi della quiete apparente che lo circonda.
Quando perde il lavoro si vede costretto a tornare indietro, a testa bassa, in una Milano che non riconosce più. Qui incontra Carlos, un peruviano che lo aiuta a ricominciare da zero, e sua sorella Rosa. Ma a poche settimane dal rientro, il 1° maggio, dopo un corteo dei lavoratori che s’incendia nel centro della città e che animerà i dibattiti giornalistici di mezzo mondo, accade l’imprevisto: Carlos è picchiato da tre sconosciuti che quasi lo uccidono. Lui, spinto da una rabbia che lo brucia dentro, decide di passare all’azione per vendicare l’amico. Un romanzo dalla parte dei beautiful loser che mostra l’altra faccia della metropoli di Expo.
A metà tra noir e denuncia sociale, in un’epica sotterranea dove i protagonisti senza futuro provano a combattere contro l’ingiustizia.

di Cecilia

Madridescribe.wordpress.com, 5 maggio 2016
+ Hijos de la misma rabia (reseña)
Il 12 maggio uscirà in libreria il nuovo romanzo, il quarto, di Matteo Di Giulio, Figli della stessa rabbia, pubblicato con licenza Creative Commons da Agenzia X. Matteo è un amico, di quelli di una volta, di prima che prendesse piede internet. Non ci siamo ancora incontrati di persona, ma è già un paio d’anni che ci scriviamo e-mail, condividendo progetti, dandoci consigli, sfogandoci come farebbero due amici (e due scrittori) seduti al tavolino di un bar.
Con Matteo condivido la generazione, la professione, la disillusione e, ovviamente, il paese che riporta la nostra nazionalità sui documenti. Ma in nessun modo questo mi ha influenzato durante la lettura di Figli della stessa rabbia.
Il romanzo prende il titolo da un canzone di un gruppo italiano, i Banda Bassotti, una canzone che incita alla rivoluzione. Non a caso, il sottotitolo che compare in copertina è Noir di rivolta.
La narrazione, fluida e chiara, senza doppia moralità (e forse questo è, dal mio punto di vista, la più grande debolezza del personaggio e del finale della storia), disperatamente rivoluzionaria, ti cattura fin dalla prima pagina. Come nei bei romanzi che vogliono portare il lettore alla conclusione, anche questa ti prende e non ti lascia scappare. Viene voglia di leggerne ancora, di non mollare il libro per troppo tempo, la trama ti chiede di seguire il protagonista fino all’epilogo.
Il protagonista fino all’ultima pagina non rivela il suo nome, è semplicemente un “lui” e ha un tatuaggio sulla mano che è programmatico: ACAB, acronimo di All Cops Are Bastards.
Credo di non aver mai letto un romanzo di questo tipo, né so se si tratti di un sottogenere del thriller. Il tema portante vede “lui”, un uomo sulla quarantina e che ricorda molti della nostra generazione, in viaggio per l’Europa in cerca di lavoro, tormentato da un conflitto familiare, senza però arrivare a essere troppo tragico, e con un’idea ben precisa in testa: che il potere ha come paladini i poliziotti e che, quindi, la liberazione dai vincoli economici attuali non può che passare attraverso una ribellione contro le forze dell’ordine.
Ma il romanzo va oltre, non si limita a un semplice atto d’accusa contro le autorità in divisa, anzi prende un triste spunto dalla cronaca – una storia recente d’Italia – e la mescola con la reinvenzione letteraria, creando un intreccio verosimile in cui alcuni poliziotti infiltrati (che non rappresentano tutto il corpo, ma le sue propaggini corrotte) si adoperano per manipolare l’opinione pubblica in favore dei loro sporchi affari.
“Lui”, tornando a Milano, una Milano degradata e molto italiana che vive l’ipocrita euforia del recente Expo, cerca lavoro e lo trova grazie all’aiuto di un peruviano. Ne nasce una profonda amicizia. Per “lui”, Carlos e Rosa diventano come una famiglia. E per questa vera famiglia, per la casa, per l’amore, è disposto a tutto: lotta fino a rischiare la sua vita, quando si trova, senza averli cercati, nei guai fino al collo.
Questo è quello che più mi ha convinto di Figli della stessa rabbia: che è un romanzo che si fa leggere con tanta voglia proprio perché non è impregnato di pregiudizi ideologici facili o banali; al contrario, il protagonista è una persona qualsiasi, che lotta non tanto per una bandiera o per un partito – è molto più simile a un anarchico -, ma piuttosto per ciò che gli sembra più importante: per le persone. Il suo idealismo, probabilmente, è dovuto al fatto che non ha più niente da perdere.
Questo illumina l’intera storia e fa sì che questo romanzo, rapido e incalzante, urgente così come lo sono le lotte sociali che non stiamo facendo per risolvere la disoccupazione, gli stipendi da fame, le disuguaglianze crescenti, il controllo autoritario, la corruzione, ci permetta di capire per un momento che non si può non essere idealisti, non si può non essere arrabbiati e, allo stesso tempo, che si può essere invece teneri e solidari. Umani.
PS. Un piccolo extra: Il romanzo è accompagnato da un codice QR che indirizza a una playlist su Spotify, dato che in ogni capitolo compaiono citazioni di alcune canzoni che compongono la colonna sonora della storia.

di Valerio Cruciani

www.satisfiction.me, 28 aprile 2016
+ Matteo Di Giulio anteprima. Figli della stessa rabbia
Una volta lo straight edge era uno stile di vita ben preciso, i suoi adepti si disegnavano tre X sul dorso della mani, usando un pennarellone nero. Mostravano quel segno a pugni chiusi per far capire agli altri i tre divieti a cui erano sottoposti. No alla droga, no alla violenza, no al sesso occasionale. Lui è ancora uno straight edge nonostante abbia passato da un bel pezzo di quarant’anni, è scappato ad Amsterdam per un casino micidiale che ha combinato due decenni prima nella sua città, Milano. Ha vissuto con la stessa determinazione di una volta per tutti questi anni, rinchiuso in una bolla di disillusione autoreferenziale, credendo che la sua vita non avesse più niente da offrire. Lavora come uno schiavo in una pizzeria, abita in uno squat e ascolta sempre in cuffia quella vecchia musica che non ha mai dimenticato. Un giorno, al seguito di una battaglia di strada, il suo squat è sgomberato, poche settimane dopo viene licenziato e così perde il permesso di soggiorno. Decide di tornare in una Milano che nel frattempo è diventata molto peggio di come l’aveva lasciata. Negli infiniti egoismi i cittadini si barricano dentro il proprio miserevole privato, gli unici che sembrano preservare un minimo di umanità sono gli immigrati. Diventa amico di Carlos, un peruviano che gli trova un lavoro in una ditta di pulizie. Il 1° maggio 2015 scende in piazza con lui per la parata di protesta dei precari che si oppongono all’apertura dell’Expo. Vede i black bloc in azione e pensa che anche lui deve dare una svolta alla sua vita. L’occasione si presenta alla fine della manifestazione a causa di un misterioso pestaggio subito da Carlos. Lo stavano quasi per ammazzare… Vorrebbe vendicarsi ma scopre subito che gli assalitori sono troppo potenti. A quel punto non ha scelta, deve combattere con tutta la forza che gli rimane in corpo e soprattutto deve trasgredire almeno a una regola dello straight edge. Sarà costretto a camminare su un territorio minato, in una guerra senza regole dominata dalla violenza.
Marco Philopat•••Due fumogeni scossero la MayDay Parade.
Lui e Carlos, colti di sorpresa, si bloccarono. Bandiere, striscioni e camion si fermarono. Le parole morirono nelle bocche dei manifestanti.
«Cosa succede?»
Un’enorme cortina di gas rosso e nero coprì le loro teste, come una cappa sull’intera città. Intravidero persone che fuggivano dal corteo, proteggendosi gli occhi, e un gran movimento di anfibi. Un terzo fumogeno, più grande degli altri, li avvolse e il cielo si oscurò. Diverse persone accorsero proprio nel punto dove si trovavano loro e raggiunsero un blocco di giovani che procedevano a braccetto. Un ultimo fumogeno partì per coprirli agli occhi di chi si trovava fuori dal corteo, mentre i nuovi arrivati si cambiavano in fretta e furia indossando caschi integrali, maschere e felpe nere. Dagli zaini comparvero bombolette spray e spranghe.
«Spostiamoci», disse lui, ma rimase immobile. Guardava il blocco nero con un misto di preoccupazione e ammirazione. Pensò al suo cane, a come l’aveva perso ad Amsterdam. A come avrebbe voluto intervenire, fare qualcosa. Ora poteva. Era nel mezzo di qualcosa. Una scintilla alla bocca dello stomaco, una scintilla di rabbia. Non voleva rogne, non poteva permettersele. Esitava, eppure fremeva.
«Andiamo via», lo scosse Carlos.
Ma tra la confusione dei fumogeni e il rumore delle prime vetrine che venivano infrante, furono inglobati dal blocco nero e si trovarono in una morsa da cui non riuscirono a liberarsi.
«Mai visti dei manifestanti così bene organizzati.»
Il blocco proseguiva, compatto, a un ritmo più lento rispetto a quello del corteo, dal quale ben presto finì per separarsi. Uno o due attivisti si staccavano e colpivano. Se gli altri manifestanti si erano limitati a dipingere i muri e a bombardare con uova le facciate del capitalismo e della finanza, questi ci andarono giù pesante: auto in fiamme, rovesciate, serrande sfondate.
«Vedrai che ora parte la polizia», disse lui, pronto al peggio.
Invece gli sbirri rimasero distanti, immobili. I telefonini registravano i fatti, un giornalista fu costretto ad abbandonare la posizione, la sua telecamera sfasciata.
«No, così no», disse Carlos.
«I giornalisti italiani sono solo degli sciacalli», rispose lui.
Si potevano trovare mille se e altrettanti ma. Le macchine bruciate erano perlopiù suv o berline di lusso; le vetrine colpite erano quelle di gioiellerie, banche o dei grandi sponsor di Expo; le scritte sui muri erano l’unico megafono possibile. Tutto vero, tutto giusto. Però, pensò mentre continuava a sgomitare per provare a raggiungere una via d’uscita da quel blocco nero, così si rischiava di fare il gioco degli sbirri. Che rimasero ai loro posti.
«Perché la polizia non interviene?», domandò Carlos.
«Sanno di aver già vinto», mormorò lui.
Uno spilungone dai capelli bianchi provava a calmare gli animi. Si dimenava, andava di qua e di là, tentava di parlare con quelli in testa al blocco: senza successo.
Lui scosse la testa. Li avevano fregati alla grande. Come sempre.
La gigantesca testuggine nera continuava lungo la sua traiettoria lambendo il centro della città.
«Compatti fino a Pagano», gridò qualcuno.
Lui e Carlos riuscirono a divincolarsi e a farsi sputare dal blocco, ma ormai erano giunti alla fine del corteo. I furgoni con la musica erano lontanissimi, a un paio di fermate di metropolitana di distanza. L’eco delle note festose rimbombava lontana.
«Dove siamo?», chiese Carlos.
«Al parcheggio della metro», disse lui, guardandosi intorno.
Un boato alle sue spalle lo costrinse ad abbassarsi, un gesto istintivo: il serbatoio di una delle macchine incendiate era esploso. La sirena di un allarme prese a suonare impazzita. Tre fumogeni furono sparati verso il cielo dal centro del blocco nero. Lui, ancora piegato, alzò la testa e vide che, sotto la cappa di oscurità, gli antagonisti si muovevano veloci. Caddero cappelli, sciarpe, felpe nere e persino le scarpe. Mollarono spranghe e bombolette e si diedero alla fuga, correndo in tutte le direzioni, mescolandosi con uno scatto agli altri manifestanti o ai passanti, incuriositi da quella confusione, attratti in strada dalle notizie apocalittiche che i telegiornali stavano mandando in onda.
«Sparategli!», gridò una donna da un balcone.
E fu soltanto allora che lui e Carlos si accorsero che gli sbirri stavano abbassando le visiere dei caschi e alzando gli scudi di plastica trasparente, preparandosi alla tanto attesa carica, posticipata fino a quel momento.
«Scappa», urlò a Carlos, e con uno spintone cercò di allontanarlo.
Questo lo rallentò.
Alle sue spalle, udì il tramestio degli anfibi che scuotevano le strade. I manganelli si abbatterono su chi, come lui, non era riuscito a mettersi in salvo. Il kevlar gli frustò i muscoli, una, due, tre volte, strappandogli gemiti. Portò le mani alla testa, per proteggerla, lasciando così esposti costato e reni. Un bersaglio troppo facile per i celerini, abituati a picchiare indifferentemente tanto i selvaggi dello stadio che gli studenti che protestavano contro i tagli alla scuola pubblica. Volarono altri colpi, lo presero a un fianco, lo fecero cadere, lui provò a rialzarsi, ma una nuova stilettata al polpaccio lo costrinse alla resa.
«Hijos de una gran puta!», sentì gridare alla sua sinistra, e vide Carlos correre brandendo l’asticella della bandiera No Expo contro gli sbirri.
Il gioco riuscì e quelli, più stupiti che impauriti, frenarono per un momento i colpi. Carlos, con la rapidità di un cobra, si spinse in avanti e lo afferrò per un braccio.
«Alzati, forza!»
Lui obbedì e fu in piedi; e poi fu un turbine di emozioni senza fine: una corsa senza guardarsi alle spalle, i polmoni in fiamme, il dolore per tutte le botte prese spazzato via dalla paura e dall’adrenalina.
Galopparono affiancati, come centometristi a una finale olimpica, disperati e coraggiosi e, quando furono in salvo, si nascosero dentro una grande libreria, in via Marghera. Rimasero lì, ansimanti, finché non fu passata la bufera.
«Stai bene?», gli domandò Carlos, dopo un lungo silenzio.
«Sì», disse lui, «nulla che non guarisca con un po’ di birra.»
«Una birra ora? Ma sei matto?», disse Carlos, portandosi l’indice alla tempia, «Loco perdido.»
«Può darsi», boccheggiò lui, e poi scoppiò a ridere. «Per la libertà sanguino, lotto e sopravvivo… era così che avevi detto, no?» E rise ancora: così forte e così a lungo che, alla fine, anche l’amico si unì a lui.
Un riso disperato, il loro, la risata di chi sapeva di aver salvato il culo per miracolo.
Ma il peggio doveva ancora venire.
video.repubblica.it, 27 aprile 2016
+ No Expo un anno dopo, in un romanzo le devastazioni del Primo maggio: il booktrailer
Si chiama Figli della stessa rabbia il nuovo romanzo di Matteo di Giulio, autore di Quello che brucia non ritorna, di cui è il sequel. L’autore, milanese, anche questa volta ha scelto il capoluogo lombardo come città d’ambientazione. L’anno è il 2015, quello di Expo. Il protagonista del libro è un ragazzo che è fuggito dall’Italia per andare a Amsterdam, dove ha vissuto per quasi vent’anni. Ama il punk hardcore e i tatuaggi, fa molti lavori ma tutti saltuari. Torna a Milano perché disoccupato e non trova più nulla della sua città: la crisi e Expo l’hanno profondamente cambiata. È a Milano che incontra Carlos, peruviano che ha partecipato al corteo del primo maggio 2015 contro l’Esposizione Universale. E proprio a quella manifestazione Carlos è stato ridotto in fin di vita. Il protagonista a questo punto decide di vendicare l’amico e passa all’azione. Sono loro, nel romanzo di Di Giulio, i Figli della stessa rabbia. Il libro uscirà in libreria il 12 maggio ma sarà disponibile il 1° maggio alla Mayday Parade.
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di Chiara Baldi

www.milanotoday.it, 27 aprile 2016
+ Milano: il libro sugli scontri dei No Expo
È Matteo di Giulio l’autore di Figli della stessa rabbia, romanzo ambientato a Milano e che dedica diverse pagine alle devastazioni dei No Expo del 1° maggio 2015. Protagonista del libro è un ragazzo con la passione per il punk hardcore e i tatuaggi, fuggito dall’Italia per l’Olanda dove ha vissuto per due decenni. Torna a Milano dopo diversi lavori saltuari perché disoccupato e proprio all’ombra della Madonnina incontra Carlos, ragazzo peruviano che è stato ridotto in fin di vita durante la manifestazione del primo maggio. In seguito a questo incontro decide di passare all’azione e “vendicare” l’amico. È il sequel di Quello che brucia non ritorna e sarà nelle librerie dal 12 maggio, ma si potrà acquistare alla Mayday Parade del 1° maggio.
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www.milanox.eu, 27 aprile 2016
+ Figli della stessa rabbia
Sequel del romanzo hardcore Quello che brucia non ritorna, ambientato a Milano dopo il crollo della cortina di ferro, il nuovo libro di Matteo Di Giulio si svolge sempre all’ombra della Madonnina ma nel 2015, durante la Disneyland-Expo che ci siamo appena lasciati alle spalle.
Il protagonista è un loser in piena regola: fuggito dall’Italia, rifugiatosi ad Amsterdam per quasi un ventennio, ipertatuato e amante del punk/hc, vive di lavori saltuari, come un eterno ventenne. Fino a quando non perde il lavoro ed è costretto a rientrare in Italia, ricominciando tutto da capo in una città che, a causa del binomio crisi/expo, fatica a riconoscere.
Catapultato in una città impoverita, individualista e falsa, nell’azienda di pulizie in cui trova lavoro conosce il peruviano Carlos che, dopo il corteo del primo maggio, viene ridotto in fin di vita da tre energumeni. Per vendicare l’amico, senza esitazioni, decide di passare all’azione.
Figli della stessa rabbia è un romanzo di strada duro e appassionato, un inno alla giustizia e alla verità senza compromessi, che conferma la vena romantica e idealista dei personaggi di Di Giulio.
La scrittura, asciutta e limpida, è intermezzata da citazioni di brani hardcore che impreziosiscono il testo (che, peraltro, vi consiglio di ascoltare). Da leggere con la corrispondente colonna sonora.
Il libro sarà disponibile il primo maggio alla Mayday Parade oppure su www.agenziax.it.

di Pablito el Drito

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