expo

Expopolis

www.dinamopress.it, 14 ottobre 2013
+ #NOEXPO2015 intervista con gli autori di Expopolis
Questa intervista con OffTopic e Roberto Maggioni nasce dopo la presentazione di Expopolis al centro sociale Strike di Roma lo scorso 10 ottobre. Una chiacchiera intensa e interessante che ci ha convinto ancor di più che l’Expo è una questione nazionale, che ci ha aiutato a capire come Expo parli del futuro delle nostre città, dei bilanci indebitati degli enti locali, dell’ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro (leggi sfruttamento, stage, lavoro gratuito), di speculazione e delle mani della rendita sulle metropoli.

EXPO2015, sembra che manca molto ma il tempo che ci divide dal taglio del nastro non è poi così tanto, cosa si sta muovendo a Milano per contestare il grande evento?
A Milano dal 2007 è attivo il Comitato No Expo, una rete territoriale di cui fanno parte centri sociali e comitati di zona. Ma non c’è mai stata un vera opposizione sociale ad Expo. I motivi sono molteplici, a partire dall’oggetto stesso di cui stiamo parlando: Expo. Il mega-evento è appunto un evento e quindi percepito come una fiera, una grande fiera ricca di opportunità, attività, iniziative… in una parola eventi, appunto, come Facebook insegna. Il Comitato No Expo ha fatto un lavoro puntuale e preciso di controinformazione e denuncia: nel 2008 quando l’allora sindaco Moratti consegnò il dossier di candidatura ai commissari del Bie (il comitato privato che gestisce gli Expo), il Comitato riuscì a consegnare il proprio dossier No Expo. A denunciare le prime aziende indagate nei subappalti fu il Comitato con il Centro sociale Fornace di Rho (altro soggetto attivo da sempre, vero faro sulle conseguenze di Expo nei comuni del nord-ovest milanese).
La svolta è arrivata con il gioco Expopolis (il Monopoli detournato in chiave ExpoMilano) ideato dal Laboratorio Off Topic e con il libro nato dal gioco di cui siamo autori. Questi due strumenti hanno allargato gli orizzonti del fronte No Expo, aggiunto modalità comunicative diverse, ideato con la FOA Boccaccio la giornata di protesta del 7 luglio quando arrivò a Monza il gotha di Expo (da Barroso e Napolitano in giù). Un lavoro di monitoraggio apprezzato anche dalla Digos milanese che in un rapporto pubblicato dal Corriere della Sera ha definito il lavoro di controinformazione No Expo “un problema di ordine pubblico”.
In città di Expo si parla solo in termini di propaganda e ottimismo, non è facile far capire che le scelte di Comune, Regione e Governo ad esempio sull’uso dei soldi pubblici spesi per Expo, hanno poi ricadute concrete sulla vita delle persone e sulla nostra capacità di portare a casa le lotte di ciascuno. Per questo nella giornata a difesa dei territori del #12O sono stati fatti attacchinaggi comunicativi/informativi con azioni nell’unico cantiere Expo aperto in città, quello della Darsena sui Navigli per l’opera idraulica Via d’Acqua (80 milioni di euro per portare acqua al laghetto di Expo mettendo a repentaglio la vita di tre parchi cittadini).

Sfruttamento, lavoro non retribuito, stage e tirocini. Altro che settantamila posti di lavoro! Precarietà ed EXPO cosa è successo?
È successo che come da copione hanno deciso di sfruttare il mega-evento per restringere diritti sociali, lavorativi, territoriali. Per quando riguarda l’aspetto occupazionale, il 23 luglio è stato firmato un accordo territoriale tra Confindustria, Expo, Cgil, Cisl e Uil, per cogestire la flessibilità legata ai sei mesi dell’evento. L’idea di qualcuno a livello nazionale è generalizzare questo accordo territoriale, di scopo, a tutta Italia e a tutte le imprese. L’idea è semplice: se Expo è un evento nazionale, tutti devono poterne beneficiare. E quindi perché non introdurre nuova precarietà per tutti? Perché non estendere la validità dell’accordo ad un periodo di almeno due anni?
In otto articoli e cinque allegati l’accordo prevede l’impiego di 18 mila lavoratori volontari, 195 stagisti a 516 euro al mese e circa 800 contratti a tempo determinato. Questo per quanto riguarda i sei mesi dell’evento e la società Expo SpA. Capite bene che il mega-evento genererà principalmente lavoro senza reddito. Vengono poi introdotte alcune figure come “l’operatore grandi-eventi” che difficilmente potrà ricollocarsi una volta finito Expo (a meno che non si portino le Olimpiadi 2024 a Milano… ma ci risulta le vogliate anche a Roma), e viene promosso l’uso dell’apprendistato.
Nei cantieri poi si lavorerà fino a 20 ore al giorno, su turni, per recuperare il tempo perso e ultimare tutto, forse, per la mattina del primo maggio 2015. Lavori affidati alle grosse imprese vicine al centro destra e al centro sinistra, Mantovani e CMC, e poi subappaltati a una miriade di piccole aziende, molte già indagate per reati di vario tipo. Un solo dato, su entrambi gli appalti principali indaga la magistratura e sappiamo dalle cronache che il presidente della Mantovani e il procuratore della CMC sono stati recentemente arrestati per vicende di appalti su altri lavori delle due aziende. Non proprio un bel biglietto da visita per chi si è intascato oltre 300 milioni di soldi pubblici.

Logica emergenziale e commissariale, questo portano con se i grandi eventi lo abbiamo visto per esempio per il g8 dell’Aquila. EXPO è anche una questione di democrazia, chi, come e dove prende le decisioni?
L’eccezionalità dell’evento giustifica l’eccezione. Questo il ragionamento di fondo. Così Expo è governato, emergenzialmente, da un commissario unico con poteri di deroga: l’amministratore delegato di Expo SpA Giuseppe Sala (il controllato che fa anche da controllore). Prima i commissari erano il sindaco di Milano e il presidente della Regione, che quantomeno dovevano rendere conto del proprio operato ai rispettivi consigli comunale e regionale. Il commissario unico rende conto solo agli azionisti. Ed Expo SpA è la società delle larghe intese per eccellenza: dentro ci sono Governo, Comune di Milano, Regione Lombardia, Camera di Commercio e Confindustria, Provincia di Milano. I poteri speciali generano eccezioni che si fanno norma. E se il mega-evento terminerà il 31 ottobre 2015, le sue conseguenze resteranno in eredità alla metropoli. È una logica replicabile ovunque: dalle grandi emergenze nazionali alla realizzazione delle grandi e medie opere.

Grandi eventi privati pagati con le casse pubbliche e diritto alla città, due visioni dello sviluppo della città inconciliabili…
Certo, anche perché con Expo c’è chi di sicuro ci guadagnerà e ci ha già guadagnato: come Fondazione Fiera ad esempio, che nel 2008 aveva i conti in rossa e con la decisione di fare Expo su terreni in gran parte di sua proprietà ha risollevato il bilancio. E alla fine dell’esposizione potrà pure scegliere a chi vendere i terreni trovandosi un’area ex-agricola completamente infrastrutturata a spese del pubblico. Expo sarà una grande occasione per alcuni interessi particolari, come quelli della Camera di commercio, gli albergatori, il settore turistico. Interessi talvolta legittimi, ma particolari, di pochi. E il resto della città? È giusto che l’aumento Irpef, i tagli agli assessorati, l’aumento del biglietto dei mezzi pubblici, le nuove autostrade siano pagate dai cittadini? È giusto chiedere sacrifici a chi è colpito dalla crisi per pompare il mega-evento? E alla fine di Expo, che città ci ritroveremo a vivere? Una città con più diritti e servizi o indebitata e indebolita?

A partire da quali temi attorno all’opposizione ad EXPO possiamo costruire una mobilitazione in ogni città?
A lotte comuni un vocabolario comune: potremmo partire da parole e concetti che vediamo replicarsi quando si parla di grandi opere, mega-eventi e diritto alla città. E che secondo noi sono: debito, cemento, precarietà, poteri speciali, mafie, spartizione degli appalti, nemico pubblico, militarizzazione. Quello che sta succedendo a Milano con Expo è molto simile a quello che succede in Val Susa, a Niscemi, a Roma, città che sembra voler vivere di eventi e festival. A quale prezzo? Declinando queste parole chiave siamo già a buon punto della risposta.
Se Expo costa 10 miliardi di soldi pubblici, se indebiterà le casse pubbliche, se costruirà nuove autostrade, se permetterà a costruttori di destra e sinistra di far colare nuovo cemento e spartirsi gli appalti, se le mafie avranno la loro fetta di torta nei subappalti, se i contratti di lavoro saranno ancora più precari rispetto ad oggi, se si sperimenteranno forme di governo dell’eccezione con commissari unici a decidere per tutti, se il racconto dei media sarà sempre più e solo propaganda, beh, Expo 2015 e il mega-evento è evidentemente una questione nazionale per loro e lo deve diventare per tutti noi.
Come dicono i padrini di Expo: “una cosa che capita ogni 100 anni, sfruttiamola”. Lo stanno facendo.

www.vice.com, 9 agosto 2013
+ Come Expo 2015 potrebbe rovinare Milano e i milanesi
Venerdì 7 luglio Giorgio Napolitano ed Enrico Letta hanno partecipato all’evento “Verso Expo 2015”, organizzato alla Villa Reale di Monza per fare il punto della situazione sui lavori e gli investimenti in vista dell’Esposizione Universale del 2015. Napolitano ha insistito tantissimo sull’importanza dell’evento quale opportunità di rilancio per il paese, e Letta ha aggiunto “L’Expo vince e vincerà, se sarà simbolo dell’unità nazionale” e “in anni di turbolenza politica nazionale l’Expo è stata sempre riferimento di unità”.
Dal 2008, anno in cui si è deciso che Expo si sarebbe fatta a Milano, non sono mancate tuttavia nemmeno le voci critiche, convinte che l’Esposizione lascerà un’eredità molto pesante in termini di debito pubblico, spazi urbani ed economia reale, nonché di conflitti d’interessi e speculazioni sfiancanti per il “corpo” della città e per chi la vive, con trasformazioni che stanno già interessando molti quartieri e frazioni milanesi. Oltre a questo, gli attivisti denunciano il sovrapporsi di conflitti di interessi tra le aziende aggiudicatesi appalti e subappalti, il fatto che si è ignorato per anni come i terreni destinati ad ospitarlo fossero altamente inquinati, così come la poca chiarezza, ad oggi, su cosa conterrà effettivamente questo grande evento.
Alcune di queste voci di opposizione hanno deciso da tempo di creare uno strumento di controinformazione molto particolare: ExpoPolis, una versione alternativa di Monopoli scaricabile gratuitamente e modificabile a piacimento. Dall’esperienza è nato un libro, una narrazione completa, per quanto non lineare, di quello che Expo sta generando e genererà a Milano, ampliando il discorso a tutti i fatti che in questi anni hanno evidenziato le urgenze sociali tipiche di una metropoli europea in tempo di crisi. Per saperne di più ho deciso di intervistare due dei principali autori: Roberto Maggioni, giornalista per Radio Popolare e MilanoX, e Abo, attivista del collettivo Off Topic. Li ho raggiunti nello spazio occupato Piano Terra, nel cuore del quartiere Isola, e all’ombra del “bosco verticale” cantiere-simbolo della cementizzazione e gentrificazione che, secondo il loro lavoro, stanno mandando Milano in metastasi.Come prima cosa vorrei che mi raccontaste la gestazione del libro.
Roberto Maggioni: C’erano già due lavori che correvano paralleli da un tot di anni, almeno dal 2008-09: quello che portava avanti il Comitato No Expo con Off Topic e il Centro Sociale Fornace, e quello che facevo io in radio. L’anno scorso Off Topic ha fatto un dossier autoprodotto su Expo e per presentarlo si sono inventati Expopolis, il monopoli in versione milanese, proprio per tentare di coinvolgere le persone in maniera nuova. Da quello poi il passaggio è stato abbastanza automatico. Ci è venuta l’idea di far diventare il gioco un libro e quindi ci siamo messi a scriverlo. Gran parte del materiale in realtà ce l’avevamo già davanti, chiaramente. [Del gioco] rimangono la grafica e alcuni espedienti come probabilità e imprevisti, proprio per differenziarlo dai soliti libri. Lo abbiamo scritto perché altrimenti non lo avrebbe fatto nessun altro, ce ne stiamo accorgendo proprio in questi giorni.
Abo: Abbiamo scommesso su un prodotto collettivo, realizzato da un collettivo di persone già stabile con in più l’aggiunta di Roberto. Per questo c’è un continuo cambio di registri e linguaggi, molto narrativo e molto lontano dalla saggistica classica. Anche un po’ confuso, se vuoi… È interrotto da QR Code, dagli “imprevisti” e dalle “probabilità”. Al di là del libro, Expopolis è rimasto come immaginario, come modo di presentare la cosa in generale più simile alla performance. Lo abbiamo fatto in molte occasioni, organizzando partite di Expopolis con pedine umane in luoghi pubblici come il centro di Rho e il politecnico.Dici che Expo è solo una delle componenti del mutamento della città. Me ne sono accorto leggendo il libro, ma soprattutto vivendo a Milano in questi anni. Anzi sembra essere stato più un pretesto, uno strumento attraverso il quale il cambiamento è stato accentuato.
Abo: Ci sono tre esempi che secondo me aiutano molto a capire la situazione. Negli anni precedenti all’assegnazione dell’esposizione a Milano vengono progettati una serie di nuovi poli—Maciachini, Porta Nuova—la nuova fiera di Milano e l’avvicendamento dal piano regolatore tradizionale al pgt. Dispositivi differenti tra loro che precedono l’Expo ma che leggiamo in quella chiave. Lo vediamo non come un evento che dura sei mesi ma come un evento che suggella un cambiamento e funziona a molti livelli: economico, finanziario, urbanistico, architettonico politico… In questo senso è un po’ la tag, la parola chiave per dare un nome al cambiamento, trovare il rapporto tra questi livelli che magari a volte sembrano anche incoerenti tra loro. Una parola che da oggi al 2015 sarà sempre più importante. Siamo a due anni dall’evento e ci deve essere un cambio di passo, sia istituzionale che dal punto di vista di chi, come noi, lo considera un osservatorio. Per questo era anche il momento di fare un punto su Milano oggi, e sulla parabola di questo evento, la sua economia, la sua storia i cambiamenti che sono stati giustificati attaccando un‘iniziativa all’altra in maniera tentacolare. Un’operazione di marketing territoriale che spesso giustifica iniziative speculative, debiti, vuoti, opere incompiute che spesso sono l’unica eredità materiale dei grandi eventi.E riguarda (o riguarderà) solo Milano?
Roberto: No. Si parla sempre di più di Expo come possibilità di sperimentare cose nuove in ambito lavorativo e di governo dei territori. Non lo diciamo noi, ma i diretti protagonisti: il presidente della commissione lavoro Sacconi in un’intervista ha dichiarato che il modello di flessibilità sperimentato qui, se dovesse funzionare, si potrebbe allargare a tutta la città. Dal loro punto di vista non fa una piega, ma apre una crepa pazzesca. Expo al momento è controllato da un commissario straordinario, che agisce in deroga alle leggi, e in nome delle emergenze e dei ritardi permette di sperimentare anche cose che vanno al di là della speculazione. Si sta proprio aprendo un’altra fase: se Expo è un’occasione bisogna capire per chi e di sperimentare cosa.

Nel libro evidenziate alcune cose che sono dei fatti conclamati: dai palesi conflitti di interesse interni alla società Arexpo alle aziende subappaltatrici sospettate di mafia, fino alla nozione che tutti i recenti grandi eventi europei hanno indebitato fino al collo le città che li hanno ospitati. Roba sotto gli occhi di tutti, eppure si continua a ignorarla, e a sottolineare solo i presunti vantaggi. Come pensate sia possibile?
Roberto: Be’, Expo è un evento bipartisan: quando Milano si è aggiudicata l’evento nel 2008 al governo c’era Prodi col centrosinistra, a Milano e in Lombardia governava il centrodestra con la Moratti e Formigoni. Adesso a Milano c’è un governo di centrosinistra, a Roma le larghe intese e in regione la Lega, ma le cose non cambiano. L’evento è voluto sia dal centrosinistra che dal centrodestra, si vede negli appalti: i due principali sono andati alla CMC (legata alla lega delle cooperative, quindi vicina al PD) e alla Mantovani (cordata di imprese venete legata al PDL). Sotto di loro c’è tutta una rete interpolitica di aziende subappaltatrici spesso in odore di mafia. Non mi sbilancio oltre perché non ci sono sentenze ma solo inchieste aperte. Queste sono state escluse dal cantiere, o quantomeno ci hanno provato. Comunque Expo fagocita tutte le voci in un coro unico. Chi si pone fuori lo fa in maniera abbastanza drastica.
Abo: Regione, imprese, associazioni, cooperative lo vedono come un’occasione di rilancio. Poi magari non va a buon fine perché in Pedemontana si costruisce un solo lotto, però questo può muovere per un po’ delle economie. Poi bisogna capire di che tipo: a noi non piace perché è un’occasione per lavoro nero, caporalato, precarietà, una scusante per promuovere nuove tipologie contrattuali che superano addirittura la riforma Fornero. Tutti sono interessati. È mancato da sempre uno sguardo laico, o meglio un dibattito laico sull’opportunità di farlo o meno. Oramai sono cinque anni che la città mastica l’Expo, ma un confronto sereno non c’è mai stato. Quando la giunta Pisapia ha votato l’accordo di programma ci sono stati solo tre astenuti, neanche un voto contrario.

Infatti una cosa che si nota molto è come la cittadinanza di Milano non sia né molto consapevole dei fatti né coinvolta nel dibattito, tranne quella che vive nei quartieri su cui gli interventi sono stati più aggressivi.
Abo: Un po’ il problema è che l’esposizione non suscita né affetto né opposizione. Noi parliamo di attitudine No Expo, cioè di una rete di soggetti che lavorano insieme, ma non c’è un vero e proprio movimento No Expo. Da parte di tutti c’è una sorta di sospensione del giudizio, intanto perché non si è capito ancora cosa succederà. Cioè, il progetto vero qual è? Milano ha vinto con un dossier di candidatura che conteneva un progetto che non c’entra più niente con quello che stanno facendo ora: gli orti planetari, tutta quella roba. È difficile capire quale sarà veramente il rapporto tra questo evento e la città, quale sarà il suo impatto sui posti di lavoro e l’economia reale, ma anche quale sarà l’esperienza vera e propria dell’esposizione. È una fiera del turismo o un parco giochi? È un’esposizione per i maker e i creativi o una borsa delle idee ad uso e consumo dei grandi soggetti? Sono tutti lì un po’ che aspettano, poi ovviamente più ci avviciniamo all’evento più si polarizzeranno gli interessi della gente. Noi vogliamo capire questo cambiamento e in che tipo di città ci troveremo il 31 ottobre 2015 per non esserne pedine.

Tra le varie pedine del Monopoli, a Pisapia avete assegnato il fiasco. È abbastanza eloquente come immagine, ma spiegatemi come mai l’avete dato proprio a lui.
Roberto: Noi diciamo sempre che il sindaco ha sbagliato la prima mossa. Pisapia non era sicuramente un Expo-entusiasta e ne avrebbe fatto volentieri a meno. Se l’è ritrovato, e nei primi mesi della sua giunta gli è mancato quel pizzico di coraggio per dare una svolta all’evento. Anzitutto ha ratificato l’accordo di programma stilato dalla giunta precedente, lo strumento che in gran parte vincola il destino dell’area Expo dopo l’evento e secondo il quale si potrà edificare su metà dell’area, per cui l’idea che ne rimanga un grande parco cittadino è remota. I terreni alla fine dell’esposizione saranno di proprietà della azienda Areaxpo, di cui il comune fa parte solo minimamente. E comunque dal 2016 Pisapia potrebbe decadere, per cui potrebbero anche cambiare destinazione. C’è stato un momento in cui uscire da Expo era possibile, quando la penale da pagare al BIE era ancora gestibile.
Abo: Ogni anno la penale aumenta. Ora mi pare che siamo a 270 milioni, però vannno aggiunte tutte le piccole penali per gli appalti già assegnati.
Roberto: L’unica cosa che Pisapia sta facendo è promettere che ci sarà questo parco e provare a coinvolgere le associazioni del terzo settore, quelle ambientaliste… Cercare di tirare su un carrozzone magari più spendibile presso il suo elettorato, più sensibile a questi argomenti. La Moratti non avrebbe avuto questa esigenza.

Ricordo che in campagna elettorale uno dei punti di Pisapia era proprio quello di un Expo sostenibile, all’insegna della green economy e in linea col tema “Nutrire Il Pianeta”.
Abo: Dal progetto del 2007 a quello di oggi è stata introdotta sì una dimensione di diffusione, ma con partecipazione, green economy e sostenibilità non ha niente a che fare. I progetti che lasceranno in eredità, le vie d’Acqua o Cascina Merlata sono un pacco. Tant’è che il comune su alcuni progetti che poi sono naufragati come le vie di terra ora ripropone un bando: tipo mettere gli alberi in piazza Duomo: non è una roba nuova, ma un’appendice di Expo che si è sgretolata strada facendo, e viene ripensata in chiave minima come se fosse qualcosa di altro. Il comune di Milano ha già 500 milioni di debiti e ne sta investendo 350 in Expo. In un periodo in cui il mantra è “non ci sono soldi” e si finanziano solo progetti a costo zero, si è scelto di investirli in quell’evento. Quindi non è che non ci sono soldi in assoluto, ma che la strategia della città di Milano va in questa direzione.

Buffo anche che ci si nasconda sempre dietro l’edilizia “ecologica”. Il progetto originale era stato firmato da Stefano Boeri, che è stato assessore alla cultura ma anche l’architetto del grattacielo che ci troviamo alle spalle.
Abo: Diciamo che nel suo curriculum ci sono tante di queste cose. Ha avuto una forte leadership nel progetto di Cascina Cuccagna, nel rapporto tra la cooperativa e il comune, avendo modo di giocare tra Expo e la Cuccagna. Ha avuto un ruolo importante nel progetto di Porta Nuova, non solo da architetto, ma esponendosi in maniera forte. È stato anche, cosa più importante, uno dei pochi rimasti dal governo di Expo della Moratti a quello di Pisapia. Quindi sicuramente è stato un uomo chiave per un periodo, poi evidentemente non più.

La cosa strana è che ai tempi passava anche come interlocutore principale tra la gente dei quartieri e il comune.
Abo: È uno che fa 30 lavori e vedi sempre il personaggio: è fuori da alcuni schemi, non è stato un uomo di partito per molto tempo, e ha anche dei modi molto giovani e ammiccanti. Però poi i conti si fanno sulle scelte, e Boeri è stato uomo chiave all’interno di un progetto partecipativo farlocco che ha trasformato il vero bosco di Gioia in un bosco verticale incompiuto, la cui società edificatrice ha portato i libri in tribunale e che forse ripartirà dopo mesi di stop. È stato anche l’architetto del mancato G8 alla Maddalena, così come uno degli attori del “cambiamento” del PD che poi non c’è stato. Ha scommesso su cose che poi non hanno funzionato: il suo progetto di Expo era irrealizzabile, tutto il sistema di serre e biomi, gli orti interplanetari… Tutti sapevano che non si sarebbe fatto, ma sapevano che era la cartolina con cui vincere contro Smirne. L’ennesima operazione di immagine. A parte una piccola collina mediterranea ci saranno un centro commerciale, forse un laghetto e per il resto solo padiglioni nazionali tematici – strutture in cui faranno borse del turismo e basta. Quella roba lì che ci avevano raccontato non esiste.

di Francesco Birsa Alessandri

ilmanifesto.it, 13 luglio 2013
+ Un’effimera economia dell’evento
L’esposizione universale del 2015 a Milano significa cemento, debito pubblico e precarietà. Un libro-inchiesta sulla rete di interessi dietro il progetto
La MayDay 2013 è stata aperta da un grande striscione: «Expo 2015: debito, cemento, precarietà». Ai numerosi partecipanti venivano dati delle carte e delle pedine per partecipare collettivamente ad un gioco di squadra, denominato «Expopolis: il grande gioco di Milano 2015». Il riferimento a Monopoli è evidente. Expopolis è anche il titolo del libro curato dal Collettivo Off Topic e da Roberto Maggioni, redattore di Radio Popolare Milano (edizioni Agenzia X, pp. 174, euro 13), che come il gioco del Monopoli, guida il lettore a esplorare i percorsi, i fatti e soprattutto gli antefatti che hanno portato alla nascita e allo sviluppo di questo grande evento, come d’altronde emergeva nell’intervista all’autore del libro a Luca Fazio lo scorso 9 luglio. Ma è sufficiente leggere le prime pagine per rendersi subito conto che non si tratta di un gioco e che la faccenda è estremamente seria. Le banche, le fondazioni, le congreghe e le mafie stanno muovendo le loro pedine per accaparrarsi le fette più ghiotte della torta dell’Expo. A noi, debito,cemento e precarietà. Le privatizzazioni del debito Debito . Il giorno dopo l’elezione di Pisapia a sindaco di Milano, l’expresidente della Lombardia Formigoni costituisce la società Arexpo SpA, la newco che dovrà acquisire i terreni sui cui imbandire la tavola di «Expo 2015». La precedente giunta Moratti aveva già deciso che l’area interessata sarebbe stata quella del Nord-Ovest di Milano, tra Rho e la Fiera Milano. I terreni sono di proprietà della stessa Fiera Milano e della Belgioiosa Spa (leggi Cabassi, uno dei palazzinari più noti di Milano). Il costo è 120 milioni, deciso in funzione della quota di terreno edificabile (lo 0.52% stando al progetto attuale). Arexpo Spa è costituita da partecipazioni congiunte della Regione Lombardia e Comune di Milano per quote uguali (34,6%) e da Fiera Milano (27%). A tal fine il Comune di Milano sborsa 32 milioni di Euro. Ma non bastano. Di fronte alle resistenza delle banche di operare fidi per l’inizio della cementificazione per carenza di garanzie sulla loro restituzione (il che già di per sé la dice lunga sulle prospettiva economiche dell’intero progetto), il Comune di Milano delibera, nel riequilibrio del Bilancio 2012, di stanziare una fideiussione pro banche di 55 milioni. La somma complessiva diventa quindi 87 milioni di euro, guarda caso una cifra non molto lontana da quella che il Comune vorrebbe ricavare (finora senza riuscirsi) dalla vendita di una dei gioielli di famiglia: la Società Aereoportuale Sea, che gestisce con buoni utili gli scali di Linate e Malpensa. In altre parole, il solo Comune di Milano si è già oggi indebitato per quasi 100 milioni di euro e per far fronte a ciò, in vista di rientri poco sicuri e improbabili, privatizza le public utilities . I recenti casi di Atene 2004, Torino 2006 e Saragozza (Expo 2008) non inducono a ottimismi sulla resa economica di tali eventi. Cemento. Quando Milano ha vinto la concorrenza di Smirne nel marzo 2008 era stato presentato un progetto faraonico: costruzione di tre grattacieli nell’area ex-fiera, due linee metropolitane (la 4 e la 5), costruzione di vie d’acqua e di padiglioni nell’area adibita con possibilità di riuso a vantaggio della cittadinanza, il progetto di un grande orto botanico e così via. Tale progetto è stato fortemente ridimensionato. Non stupisce che ciò sia avvenuto a scapito di quelle infrastrutture che più potevano avere funzione sociale. La linea 4 della metropolitana è stata sacrificata per far posto alla accelerazione della costruzione di infrastrutture (Pedemontana, Brebemi, e Tem su tutte) che presentano appetiti speculativi ben più ampi. La logica delle spartizioni A tal fine si costituisce la Expo SpA, il centro della spartizione politica, ma politically correct . Dei due principali appalti (con bando pubblico, ovviamente), il primo viene vinto dall’onnipresente colosso delle cooperative della Cmc (58,5 milioni di euro con ribasso del 42,8& rispetto alla base d’asta), il secondo dal gruppo veneto Mantovani SpA (165,1 milioni, con ribasso del 41%) ritenuto vicino al Pdl. Sotto queste due capofila, poi, si collocano miriade di aziende in subappalto, «alcune beccate con le mani della Mafia (Ventura SpA), altre sospettate di mazzette a politici regionali (Fratelli Testa e Consorzio Stabile Litta), altre indagate per traffico illecito di rifiuti (Elios Srl), altre ancora che non avevano i requisiti per fare il lavoro richiesto (Pegaso Srl)». Vi è infine lo scandalo della bonifica dei terreni su cui dovrebbe sorgere l’Expo. Per evitare amare sorprese ben il 40% non viene sottoposto a nessun controllo. Precarietà. È notorio che il settore delle costruzioni è un ricettacolo di precarietà ai massimi livelli e di lavoro nero. Essendo poi l’Expo un evento una-tantum (della durata di 6 mesi), l’incremento occupazionale è del tutto temporaneo. A tale scopo, il nuovo amministratore delegato di Expo SpA, Giuseppe Sala, ha recentemente chiesto una deroga speciale per poter assumere nel periodo dell’Expo lavoratori precari al di fuori dei minime garanzia richieste dalla legge. Nonostante il diritto del lavoro italiano, dopo anni di riforme, consente oggi alle imprese di assumere come e quando si vuole, per le imprese non è ancora sufficiente. È evidente il classico tentativo di compensare il probabile ricarico dei costi di costruzione dei padiglioni. Proprio in questi giorni, Cmc ha fatto sapere che rispetto all’appalto già vinto vi sarà un incremento dei costi di circa 30 milioni (è in corso al riguardo un accertamento della Procura per il sospetto di «turbativa d’asta»). L’«economia dell’evento» ha acquisito un ruolo centrale nei processi di valorizzazione del capitalismo attuale. In essa confluiscono produzione simbolica, marketing territoriale, economia della conoscenza, finanziarizzazione e speculazione del territorio e dello spazio. Sono questi gli ambiti che oggi sono in grado di produrre maggior valore aggiunto. Metafora del presente Si tratta di produzioni che permettono di sfruttare la cooperazione sociale, le esternalità positive e la vita delle persone: sono il paradigma dell’espropriazione non tanto dei beni comuni ma del «comune». Ed è proprio grazie alla generalizzazione del paradigma della condizione precaria come antico e nuovo architrave del rapporto di sfruttamento capitale-lavoro che ciò può realizzarsi. «Expo2015» diventa così la metafora più dirompente dei processi di accumulazione capitalistica di oggi. Indagare e fare inchiesta sulle procedure tramite le quali tale biopotere si manifesta – come fa questo libro – è non solo il primo passo per fare controinformazione (parola desueta, oggi, nell’attuale deserto dell’informazione) ma anche condizione necessaria per un processo di soggettivazione e di conflitto in grado di produrre alterità. Vedremo se sarà anche condizione sufficiente.

di Andrea Fumagalli

il manifesto, 9 luglio 2013
+ Occasione per tutti? No, è un progetto pericoloso
L’evento messianico è stato benedetto domenica da Re Giorgio alla Villa Reale di Monza. La storiella adesso è ufficiale: «Expo 2015 è un’occasione per tutto il paese». Ne parliamo con Roberto Maggioni, giornalista di Radio Popolare e autore del libro Expopolis. Il grande gioco di Milano 2015, scritto con il laboratorio Off Topic (edizioni Agenzia X).Al di là della retorica da coesione nazionale, il business è gigantesco. Chi si prende il grosso della fetta?
Intanto l’Expo viene finanziata con risorse pubbliche: 1,4 miliardi di investimenti diretti sul sito, cifra che raggiunge i 10 miliardi seconsideriamo le opere collegate. Vecchi progetti autostradali, per esempio, che si sono rifatti una verginità per rientrare nel progetto, mentre le opere più utili sono state accantonate. La linea 6 della metropolitana è stata stralciata, la 4 avrà solo due fermate e la linea Lilla, già inaugurata, copre solo la zona nord di Milano. Il 40% dei finanziamenti arriva dal governo, ma il comune di Milano, che ha un buco di bilancio di 430 milioni, nel 2013 ne deve stanziare 370. Per questo Pisapia continua a chiedere una deroga al patto di stabilità, e il governo tace. Tacciono anche le forze politiche, del resto i due appalti più importanti se li sono aggiudicati la Cmc di Ravenna della Lega delle Cooperative (90 milioni) e la Mantovani (270 milioni), che comprende diverse imprese venete vicine al Pdl. L’Expo è bipartisan anche nella spartizione dei soldi.Il presidente Napolitano dice che è un’occasione per l’Italia.
Dipende per fare cosa. Forse per sperimentare nuove forme di flessibilità nel lavoro e nuove forme di governo del territorio, con la figura del commissario straordinario che può imporre scelte discutibili in deroga alle leggi, magari in nome dell’emergenza imposta dai tempi stretti per realizzare le opere.Cosa c’entra la flessibilità del lavoro?
Sacconi, presidente della Commissione Lavoro al Senato, lo ha detto chiaramente: siccome l’Expo è un evento nazionale, la possibilità di sperimentare nuove forme di flessibilità va estesa a tutto il territorio. Lo chiede anche Confindustria. Vogliono prolungare di 48 mesi i contratti a tempo determinato, sfruttare di più la formula dell’apprendistato, allungare il primo contratto a termine… Se Expo servirà per dare soldi alle solite imprese, ridurre i diritti di chi lavora e comprimere welfare nelle città, non capisco di quale occasione si stia parlando.Il governatore Maroni ha detto che Expo è un evento “Mafia Free”.
Da ministro dell’Interno, Maroni aveva lanciato l’esperimento delle White List, un elenco di aziende pulite controllate dalla prefettura, peccato che non sia andato in porto. Ora si parla di un “protocollo della legalità”, ma nel frattempo le aziende hanno già cominciato a lavorare ed è difficile controllare la giungla dei subappalti, infatti alcune sono state già escluse perché in odore di criminalità organizzata. E i lavori sono appena cominciati.Perché questo ritardo?
Perché per tre anni il centrodestra ha lavorato esclusivamente per spartirsi la governance dell’evento, così dal 2008 al 2011 non è stato fatto nulla. Adesso dovranno correre e per questo il commissario straordinario Sala ha chiesto poteri speciali.Cosa ne pensi del ruolo che si è ritagliato Pisapia?
È stato poco coraggioso all’inizio del suo mandato, quando ha ratificato raccordo di programma di Letizia Moratti che vincola il destino delle aree: con l’indice di edificazione dello 0,52% si potrà costruire sulla metà di un’area da un milione di metri quadrati. Il sindaco vuole lasciare a Milano un parco in eredità. Ma nel 2016 scade il suo mandato e i terreni sono di proprietà di Aree Expo, una società che solo in parte appartiene al Comune. Quindi il post Expo potrebbe essere un affare che non riguarda più Pisapia.Sono poche e isolate le voci contro l’Expo.
Quando la sinistra governa, come a Milano, le forze conflittuali assumono un basso profilo, e poi l’Expo continua ad essere un oggetto misterioso. Pochi si rendono conto di quante risorse sottrae alla città, per questo è un progetto più pericoloso di quelli che producono movimento laddove viene agita la logica “nimby”: chiunque si rende conto del danno che provoca un treno che sfregia una valle, più difficile ragionare su un evento la cui logica mette a rischio non solo il territorio ma anche i diritti di tutti. Domenica a protestare contro Napolitano c’era una fìtta rete di soggetti che sta ragionando per far diventare la critica all’Expo un collante comune in grado di graffiare l’evento.

di Luca Fazio

http://solferino28.corriere.it, 6 luglio 2013
+ Se un gioco diventa un libro: Expo come il monopoli
Monopoli è per definizione il gioco della speculazione, della rendita, del monopolio. Per questo un collettivo di attivisti milanesi e il giornalista di Radio Popolare Roberto Maggioni lo usano come esempio per spiegare, dal loro punto di vista, quello che accadrà a Milano con l’arrivo di Expo. Un parallelismo che ha dato vita a un libro (gioco), edito da Agenzia x, dal titolo: Expopolis.
Centosettantaquattro pagine in cui gli autori raccontano il lato meno celebrato dell’esposizione: dagli investimenti pubblici alla gestione degli appalti. Passando per le infiltrazioni mafiose ai cambiamenti urbanistici della città. Un taglio critico, a due anni dell’evento, che contestualizza e storicizza le Esposizioni passate, per cercare di capire che cosa potrebbe capitare al capoluogo lombardo.
Nel gioco di ExpoPolis le caselle hanno i nomi di alcuni tra i più importanti progetti urbanistici che interessano Milano: City Life, Santa Giulia, Porta Nuova, l’area Expo, Fiera Milano, le stazioni dismesse in trasformazione. Nel libro le caselle diventano capitoli e sottocapitoli, con tanto di imprevisti e probabilità come monopoli insegna. Il libro si può leggere da pagina 1 a pagina 174, oppure saltando di capitolo in capitolo seguendo proprio gli imprevisti e le probabilità. Un esempio: “pensavate di nascondere la terra inquinata sotto la montagnetta del sito Expo? No! I terreni inquinati sono da modificare. Vai a pag. 116”.
Il libro mantiene dunque l’immaginario del gioco e si apre con i sei personaggi in cerca d’affari: si va dal cactus ‘ndrangheta, al fiasco Pisapia, al candelabro Banca Intesa, alle paperelle CMC e Mantovani. Ci sono anche dei QR Code, i codici per i telefoni smartphone che rimandano a materiale audio e video caricato sul sito internet www.expo-polis.com. I capitoli sono in tutto quattro, ciascuno introdotto da una schema che riassume concetti e parole chiave che verranno spiegati. I due capitoli centrali sono Polis ed Expo: il primo incentrato sui cambiamenti della città, con i racconti di chi vive in alcuni quartieri interessati da cambiamenti socio/urbani e l’analisi dell’assottigliarsi della città pubblica. Il secondo parla dell’affaire Expo, quello che gli autori considerano “acceleratore e accentratore”, sotto il cui cappello viene ricondotta ogni cosa si stia muovendo in città. La domanda di fondo è “che città sarà Milano a novembre 2015 una volta chiusa l’esposizione”? Expopolis individua tre parole chiave: debito, cemento, precarietà.
Un racconto critico sotto forma di giornalismo d’inchiesta dai toni ironici e irriverenti. Un libro che, come detto, non è solo un libro: c’è il gioco, un sito internet www.expo-polis.com da cui si può scaricare il tabellone del gioco, l’hashtag su Twitter #expopolis. Un esperimento che piace e che si sta diffondendo tra i comitati di uguale ispirazione sparsi per la penisola. “È il brand di Expo ribaltato dalla parte dei territori” dicono gli autori.

di Benedetta Argentieri

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