Premio Dubito 2016



JUNGER

Ernst Jünger

Il riformista, domenica 16 settembre 2007
+ Terrore e libertà
La libertà cresce dove ci si dispone al sacrificio. Forse il solo cammino per ritrovarla in un mondo in cui le tappe di ciascuno sono previste già dalla culla. Quando ogni ora del giorno, dal trillo della sveglia al sonno, pare programmata fino al più insignificante dettaglio, custodire il proprio modo di essere, che fa di noi uomini fino in fondo, richiede la capacità di tenere in pugno la propria vita. È la sfida lanciata da Ernst Jünger, che Maurizio Guerri ripercorre in un libro appena pubblicato, Ernst Jünger. Terrore e libertà. La questione della libertà sta al cuore delle nostre società, ora come quando, a partire dagli anni trenta, Jünger ne tratteggiò l’impietosa diagnosi. “La giornata lavorativa oggi – scrive nel 1931 – si compone di ventiquattro ore. Quando lascia il proprio posto di lavoro l’essere umano accede a un’altra funzione del sistema trasformandosi di volta in volta in consumatore, in utente della rete di trasporto o in fruitore di informazioni”. Righe che sembrano scritte adesso, senza portare i segni degli anni trascorsi.
Il mondo e la sua vita sono sottoposti a una mobilitazione totale. Le distinzioni di pubblico e privato, dentro e fuori, pace e guerre sfumano al punto di estinguersi. Il primo conflitto mondiale che aveva imposto a tutti di partecipare allo sforzo bellico, chi dalle fabbriche, chi al fronte, chi con la propaganda, tracima e riversa i propri ritmi anche in tempo di pace. Ogni cosa e uomo deve essere disponibile, prima per la guerra ora per il lavoro. È questo, oggi, a intarsiare ogni momento della vita e dello spazio. Non c’è tempo e luogo che si sottragga ai suoi lacci. Gli uomini acconsentono alla mobilitazione, ne cavalcano il ritmo, si adattano all’accelerazione delle vite. Ovunque si trovino, dalla Germania alla Cina, dagli Stati Uniti alla Finlandia nulla cambia. Una trasformazione epocale questa, che Jünger sceglie di raccontare anche tramite le immagini, come testimonia il libro fotografico del 1933 II mondo mutato. Un sillabario di immagini del nostro tempo (Metis-Mimesis, cofanetto in due volumi pp. 280 e pp. 80, euro 29,00), che figura a catalogo della mostra “La violenza è normale? L’occhio fotografico di Ernst Jünger”, allestita a Milano dal 14 al 30 settembre nell’ex chiesa di San Carpoforo. Quando la vita del singolo segue e asseconda i movimenti della tecnica, come attingere la libertà? Arduo pare il tentativo di conservare il proprio modo d’essere allorché le vite di tutti pulsano all’unisono con gli apparati. Quando il lavoro esige, per conservare il comfort e la sicuerzza profuse, che tutte le ore della giornata mirino al proprio mantenimento: pretende che si produca e si consumi; che si viaggi per fruire delle sue strutture; che si sia sempre informati per sapere come lavorare meglio. Un Moloch gigantesco che cannibalizza gli stili di vita precedenti e ne forgia di nuovi. Tramite essi gli uomini, per sopravvivere e essere funzionali, maturano una “seconda coscienza”, per tenere alla larga il dolore ed estranearsi da se stessi. La distanza eretta rende insensibili alla sofferenza, trasformando i corpi in oggetti capaci di assicurare le performance più efficienti.
Solo lo stordimento consente di sopportare la frenesia del movimento senza fine. La cifra dei tempi nuovi è l’anestesia. Attutendo la sensibilità e estranenadosi dal dolore, respinto oltre i propri sensi, gli uomini paiono in grado di garantire al lavoro le energie di cui necessita. In cambio di sicurezza e comfort.
Così la sovranità sulla propria vita si eclissa. La libertà non è certo quella corrisposta dalle costituzioni o dai decaloghi deontologici. Va conquistata, tenendo in pugno la vita. Sapendo signoreggiarla. Solo fugando la paura, che ci fa apprezzare la sicurezza promossa dagli apparati, è possibile recuperare la dimensione più propria all’uomo: giocare la vita, essere liberi. Che era quanto le discipline ascetiche e eroiche insegnavano: il monaco mirando alla mortificazine, il guerriero temprando il corpo come l’acciaio. Fronteggiato il dolore si assicuravano le briglie della vita, al fine di poterla sacrificare in qualsiasi momento per uno scopo superiore. Ma il mondo è cambiato. II dispiegarsi dell’apparato del lavoro su tutto il pianeta impone di trovare un nuovo volto alla libertà. Si cadrebbe in inganno se la si ritenesse sospesa nel vuoto, rinchiusa in un empireo. Essa vive e può essere conquistata solo una volta pensata in relazione alla necessità, in stretto legame col mondo che ci circonda. Astratta non esiste. Avvinta all’apparato riesce a fiutarne le piaghe e a dispiegare le sue capacità di protezione dinanzi alle minacce dei nostri tempi. “Questi gesti di protezione – scrive Jünger – non possono andare perduti. Sono i sacrifìci su cui esso poggia”. “Il sacrificio – conclude Guerri – è l’azione libera che, sfuggendo ali’intelletto calcolante, è in grado di rompere la catena del funzionamento, riuscendo a guarire e a salvare il singolo dal terrore” infuso dal dominio del lavoro.

di Simone Paliaga

Il manifesto, 15 settembre 2007
+ L’obiettivo fotografico di Jünger per fissare la storia in un istante
Secondo un giornale del tempo, con L’operaio. Dominio e forma, pubblicato nel 1932 in un momento a dir poco critico per la Repubblica di Weimar, Ernst Jünger si era “prenotato un proiettile per la tempia”. Libro di grande e immediato successo, L’operaio gli attirò infatti sospetti e gli provocò durissime accuse di esasperato bellicismo, un po’ da tutte le fazioni politiche. Jünger aveva allora trentasette anni; dopo essere stato fuciliere al fronte, durante la Prima guerra mondiale, e volontario della Legione straniera – esperienze in seguito descritte in Giochi africani e Nelle tempeste d’acciaio – aveva a poco a poco orientato le proprie riflessioni su quello che gli appariva un tema-chiave oramai ineludibile per comprendere e operare “nel tempo presente”: la mobilitazione totale. In questo senso, L’operaio appare come il suo sforzo più articolato – e forse per questo anche il più compromettente – per comprendere come e a quali condizioni il primo conflitto mondiale avesse reso possibile “sancire la totale convertibilità del soldato in lavoratore”, annullando ogni confine fra condizioni ordinarie di pace e stati di eccezione e di guerra permanenti.
“Il comandante di una squadriglia aerea che di notte”, scrive Jünger, “impartisce l’ordine di bombardare, non fa più distinzione alcuna fra militari e civili, e la nuvola di gas letale passa come una ombra su ogni forma di vita”. Nel suo Ernst Jünger. Terrore e libertà (AgenziaX, pp. 270, euro 18), un lavoro molto documentato che offre spunti interpretativi di grande novità rispetto alla gran parte delle letture correnti, Maurizio Guerri riporta una delle definizioni più nitide e al contempo più inquietanti del concetto di “totale Mobilmachung” fornite dall’autore tedesco: la mobilitazione totale “è un atto con cui il complesso e ramificato pulsare della vita moderna viene convogliato, grazie a un solo colpo di leva, nella grande corrente della energia bellica”. È in questa “corrente” che Jünger osserva ancora come gli Stati, nel loro appello a sostenere gli eserciti al fronte, avevano di fatto instaurato un nesso indissolubile fra guerra e lavoro. Nesso che non solo avrebbe reso “sempre più arduo stabilire in quali luoghi venga compiuto il lavoro della guerra”, ma di lì a poco avrebbe fatto emergere – con un nuovo “sistema di lavoro” che avrebbe permesso “l’intima e coerente fusione dell’uomo con gli strumenti a sua disposizione”, unito allo sviluppo della tecnica moderna e alla crisi dell’individualismo borghese – anche un tipo sociale assolutamente inedito, definito, appunto, “Arbeiter” (nella valenza di “operaio” e “lavoratore).
Il un testo pubblicato nel 1931 come premessa a un libro di immagini di Ferdinand Bucholtz, Jünger scriveva: “quel che caratterizza in maniera particolare il tempo nel quale ci troviamo, e nel quale ci addentriamo profondamente ogni giorno di più, è la stretta relazione che sussiste tra il pericolo e l’ordine”. Per Jünger era sempre più chiaro come, oltre allo sforzo teorico, fosse necessario “fissare la storia in un istante”, coglierla con uno strumento in grado di registrare il nesso fra “ordine e pericolo”. Questo strumento Jünger dichiarò poi di averlo trovato nella lente di un obiettivo, nell’“occhio fotografico”. Proprio su questo aspetto poco noto della sua opera, la fotografia, si è inaugurata ieri presso l’ex chiesa di San Carpoforo (in via Formentini 12, presso l’Accademia di Brera) a Milano una mostra curata da Maurizio Guerri e Silvana Turzio, dal titolo “La violenza è normale? L’occhio fotografico di Ernst Jünger”. Nel 1933, un anno dopo la pubblicazione dell’Operaio, Jünger aveva dato alle stampe Il mondo mutato. Un sillabario per immagini del nostro tempo, forse il suo lavoro più importante in ambito fotografico. Da questo e da altri libri di Jünger sono tratte alcune delle immagini più interessanti della mostra, il cui catalogo titolato anch’esso Il mondo mutato è da poco apparso per i tipi di Mimesis. Attraverso l’obiettivo, lo scrittore-fotografo sembra voler cogliere le direttrici di quello che dovette apparirgli come un “nuovo atlante della vita contemporanea” in uno scenario completamente segnato dall’idea di mobilitazione totale. In particolare, come nota Guerri in un altro suo saggio apparso sull’ultimo numero della rivista “Diogene” (“L’arma da guerra e la macchina fotografica”), le immagini del Mondo mutato “rappresentano la concretizzazione dell’idea di Jünger che l’obiettivo della macchina fotografica sia un punto di vista privilegiato per potere cogliere le espressioni degli uomini e delle cose sotto la pressione dinamica di una unica forza, prodotta dalla fusione di guerra e lavoro”.
L’ottica di Jünger, però, si rivela di particolare interesse (ricordando a tratti l’estetica di Frederick Wiseman) quando cerca di cogliere, più che il movimento, ordinamenti e istituzioni nel loro farsi. Non a caso, aveva deciso di articolare il proprio lavoro secondo capitoli i cui titoli erano alquanto significativi (“Il crollo degli ordinamenti”, “Il volto mutato del singolo”, “Il volto mutato della massa”), fissando di volta in volta parate militari, sfilate lungo le strade di New York, manifestazioni sportive o di lavoro. L’idea di Jünger è che il tempo – già dai primi decenni del secolo scorso – fosse ormai diventato organico e funzionale all’apparato e all’ordinamento globale, rendendo assolutamente oziosa e secondaria, anche per le classi privilegiate, la distinzione fra tempo di lavoro e tempo libero. “La giornata lavorativa – scrive – si compone ormai di ventiquattro ore. Quando lascia il posto di lavoro, l’essere umano accede a una altra funzione del sistema, trasformandosi di volta in volta in consumatore, in utente della rete di trasporto o in fruitore di informazioni”. In particolare, tutti i lavori fotografici di Jünger sembrano nascere dalla necessità di cogliere, a sostegno di questa tesi, l’assoluta irrilevanza di ogni distinzione fra spazio pubblico e privato, nel momento stesso in cui una nuova coscienza dello spazio e del tempo sta mutando usi, costumi e forme di relazione, indipendentemente dai contesti – una parata militare a Kiev o una manifestazione a New York – aprendo le porte a una modernità spaventosa e a un disastro imminente. Davanti alla luce “dura, esatta, precisa” dell’obiettivo che si sofferma sulla mobilitazione silenziosa, scrive con un tono di premonizione, anche la prima guerra mondiale fa ormai “solo l’effetto di un grande segno rosso tracciato per chiudere un’era”.La ex chiesa di S. Carpoforo a Milano ospita fino al 30 settembre una mostra titolata “La violenza è normale?”. Raccoglie le immagini scattate dallo scrittore tedesco, che cercava un sostegno documentario alla sua concezione del nesso fra “ordine e pericolo”.

di Marco Dotti

Rinascita, 23 ottobre 2007
+ Il Novecento: Ernst Junger, un testimone del secolo
Il destino di Ernst Jünger è davvero singolare. Nato a Heldeberg nel 1895, e morto a Wilfingen nel 1998, fu volontario nella Legione straniera e nella prima guerra mondiale, ferito quattordici volte e decorato con la croce de l’Ordre pour le Merite; amico del nazionalboscevico Niekisch quanto del nazionalsocialista Schmitt, richiamato come capitano dalla Wehrmacht nella Parigi occupata durante la “guerra civile europea”, costretto alle dimissioni dopo il tentato “golpe” del 1944, ma protetto dallo stesso Hitler, attraverso la sua lunghissima esistenza ebbe a scrivere di filosofia e di narrativa, avendo contro prima gli apologeti del Reich, poi quelli della de-nazificazione. Rimosso e guardato con sospetto dalla cultura ufficiale, negli ultimi vent’anni iniziò ad essere considerato, a ragione, uno dei grandi testimoni del Novecento. Seguendo così la regola che i “classici” sono comunque destinati a sopravvivere, ecco due testi che lo riportano alla nostra attenzione. Il primo è al seguito del convegno, tenutosi nella seconda metà di settembre a Milano, Estetica della violenza. Immagini di terrore quotidiano, di cui la mostra “La violenza è normale? L’occhio fotografico di Ernst Jünger”, è stata momento determinante.
Curato da Maurizio Guerri, Il mondo mutato. Un sillabario per immagini del nostro tempo (MétisPresses-Mimesis, due volumi in cofanetto, pag. 194-76, euro 29,00) raccoglie le immagini del fotografo e amico Edmund Schultz (1901-1965), scattate dal 1918 al 1932, e scelte e commentate dallo scrittore tedesco. Ristampa dell’originale tedesco, Die veränderte Welt, e sua traduzione italiana, il cofanetto beneficia oltreché dell’introduzione di Jünger anche di un saggio di Guerri che indaga sulla relazione fra corpo, occhio, e immagine, “fissata” meccanicamente; non segno della decadenza dell’arte, quanto l’unico oggetto in grado di vedere i mutamenti sopravvenuti con la guerra.
L’occhio del fotografo e la penna dello scrittore si muovono in una lunga carrellata, in cui le bellissime immagini commentate ora ironicamente ora con preoccupazione partono dalla sezione “Il crollo degli antichi ordinamenti” e si concludono con quella “Imperialismo”, costruendo una mappa del mondo del dopoguerra che, sfuggito oramai alla struttura tradizionale, segue una logica, quella della Tecnica, che è indipendente da ogni sistema economico e politico. È il tema della Mobilitazione Totale, al centro di un altro volume di Maurizio Guerri, Ernst Jünger. Terrore e libertà (Agenzia X, pag. 272, euro 18,00, anch’esso con un’ampia ricognizione fotografica), un’analisi sostanzialmente filosofica che confronta l’originaria ideologia dello scrittore tedesco con gli sviluppi del mondo moderno, prendendo in esame alcuni temi specifici della sua opera: il concetto di bellezza come di oggetto mostrato da uno sguardo che ne penetra e ne taglia gli strati fino alla profondità; le clessidre, segni di un tempo circolare in cui ogni attimo è diverso dall’altro; il corpo, che secondo il modello greco si educa al dolore e alla morte, una morte che è scopo più alto della vita; segni di una filosofia della vita e dell’azione, che va alla ricerca di un equilibrio interiore, di una zona di calma all’interno dell’individuo, di un quid la cui leggerezza permetta di affrontare anche gli “attimi pericolosi”. E al di sopra di tutto le moderne trasformazioni sociali e politiche che partono da quello che si suole chiamare “Operaio” o “Lavoratore” (o “Milite del lavoro”, come meglio lo definì Cantimori), l’individuo che si dissolve attraverso la struttura organizzativa della Mobilitazione To-tale, modo che trasforma l’economia di pace in quella bellica e viceversa.
Dopo le vicende del secondo conflitto mondiale, in cui Jünger perse anche il figlio George, mandato in un battaglione di disciplina e caduto combattendo a Carrara, la Mobilitazione Totale diventa il modo di vivere di una cultura che va ampliandosi su scala mondiale e che trasforma le singolarità nazionali in forme anonime di colonizzazione culturale. Siamo nel 1960, Marcuse non è ancora divenuto il filosofo del Sessantotto, né McLuhan ha ancora i suoi migliori testi di critica al “villaggio globale”, ma il vecchio combattente prussiano prevede gli scenari futuri, e cerca di trovare risposte.
La sua metafora del Titanic, nata sotto i bombardamenti alleati nella corrispondenza con Schmitt, torna nel 1995 nelle interviste con Volpi e Gnoli: l’inaffondabile piroscafo che finisce proprio per la sua caratteristica ad affondare, è simbolo della complessità di un mondo, destinato alla sua autodistruzione. Due sono le figure elaborate da Jünger in risposta a questo processo: il Waldgänger, “colui che esce nel bosco”, che in italiano diventa il Ribelle, e quella dell’Anarca. Il Ribelle costituisce la prima forma di resistenza nei confronti della Mobilitazione Totale, è la figura di chi sceglie di addentrarsi in uno spazio fisico e simbolico (il Bosco). L’Anarca invece è l’espressione migliore e più genuina del suo pensiero. Anarca non corrisponde al concetto di anarchico, che è un rivoluzionario che combatte per un’idea collettiva di eguaglianza e riscatto sociale; l’Anarca combatte sostanzialmente per la sua libertà, è l’individuo che osserva gli eventi come un osservatore. L’analisi di Guerri privilegia la figura del Ribelle, opponendo, con le parole di Jünger, al Titanic la “nave di Dioniso” che si trasforma in bosco, da cui scaturisce il dio mutato in tigre.
Allo stesso modo, di fronte al terrore della Mobilitazione Totale, alle guerre mondiali divenute “guerre civili” su scala planetaria, al “sacrificio” dei soldati che hanno combattuto ma anche dinnanzi ad un mondo in cui la guerra è permanente, lo spazio simbolico del Bosco diventa il centro di calma dell’individuo, “luogo della libertà” metafisica in cui si muove il Ribelle, cioè l’individuo che dovrà battersi ogni giorno per conquistare e ri-conquistare la libertà alle forme di controllo planetario.

di Claudio Asciuti

Tags:



I commenti sono chiusi.

Torna su ↑