Premio Dubito 2016



conflitti6

Conflitti globali 6

www.infoaut.org, 10 dicembre 2008
+ Israele come paradigma
Un testo interessantissimo sia per il modo nel quale affronta la “questione Israele” – l’unico limite forse è quello di non considerare l’altra metà del cielo, quella palestinese – ponendo da subito l’attenzione sul continuo stato di guerra che lo stato ebraico ha perpetrato nel tempo diventando, come chiariscono Massimiliano Guareschi e Federico Rasola, un laboratorio per le politiche repressive e “sicuritarie”.Nel secondo saggio, quello di Marco Allegra, si cerca di rispondere ad una domanda che solo all’apparenza potrebbe sembrare banale ovvero “che stato è Israele?”. Un’etnocrazia: ovvero un regime politico costituito sulla base di diritti asimmetrici della cittadinanza, con l’appartenenza etnica come criterio di selezione. La cittadinanza infatti è un bene pubblico scarso e al suo interno esistono gradazioni e fratture diverse; il paragone va alle democrazie occidentali che postulano un prisma diversificato di cittadinanze. Particolare attenzione è posta sul ruolo delle agenzie israeliane e sulla funzione del servizio militare che rinforza la misura identitaria dell’israeliano. Allegra continua affermando che “l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania riaprì potenzialmente il problema che la guerra del 48 aveva sepolto ovvero la contraddizione insita nel controllo, da parte di un’identità autodefinitasi ebraica, di numeri consistenti di arabi”. Qui emerge, in modo evidente, come lo stato d’assedio dei territori è voluto da una politica che si esprime nella dicotomia del controllo demografico e delle migrazioni da una parte e delle risorse (e il loro controllo, in primis proprio l’acqua) dall’altra. La zona di conflitto (e di salvezza per Israele) è rappresentata dai confini sui quali vengono costruite intere campagne belliche. Si assiste, dunque, ad una “militarizzazione della cultura” che supera gli schemi del sionismo per trovare un’espressione compiuta in ogni più piccolo aspetto della gestione pubblica, persino nei piani architettonici per l’edificazione di nuove abitazioni. Tutto, in sostanza, sottolinea una continuità del modello di conservazione nazionale, del controllo dei territori, della militarizzazione dello spazio.

L’impianto che regge l’intera pubblicazione, e che è anche il vero pattern importante, riguarda la messa a paradigma di Israele per un intento comparativo che trova declinazioni anche nella Fortezza Europa. Un sistema, quello del vecchio continente, basato forme di potere che non coincidono più con l’entità-nazione. In questo modello il controllo dell’immigrazione rappresenta una questione basilare e l’esercizio repressivo/normativo che i diversi stati operano sui territori è certamente rilevante.

Un terzo saggio, quello di Valabrega, affronta gli aspetti problematici della storiografia israeliana cercando di calare l’alone di “intoccabilità” di Israele e di approfondire e spiegare i principali passi storici.

La seconda parte del libro, invece, accoglie contributi di israeliani espulsi da Israele come il professore di storia all’Università di Exeter Ilan Pappé e il giornalista Uri Aynery. Massimiliano Guareschi e Alex Foti, invece, approfondiscono il caso Jhon Mearsheimer e Stephen Walt; autori de “La Israel lobby e la politica estera americana”.

Ci sono inoltre i contributi di John Mearsheimer, Stephen Walt, Noam Chomsky, Benny Morris, Zbigniew Brzezinski, Walter Russel Mead. L’ultima sezione del testo affronta la questione dell’economia di un’occupazione (Arie Arnon), le Asimmetrie spaziali (Alessandro Petti), l’acqua contesa (Serena Marcerò), le Free zones (Gabriele Basilico, Amos Gitai, Andrea Dissoni).

il manifesto, 10 maggio 2008
+ Per un pugno di sicurezza in più
Fiera di Torino. Materiali per leggere il Medio Oriente
Il sesto numero della collana Conflitti Globali diretta da Alessandro Dal Lago è dedicata a Israele. La chiave di lettura proposta si discosta da gran parte delle analisi sull’operato dello stato israeliano nei confronti del popolo palestinese. Come sostiene il saggio iniziale, di cui pubblichiamo ampi stralci, Israele può essere considerato come un paradigma di quelle politche della sicurezza presenti in tutti i sistemi politici liberaldemocratici. Tra i testi da segnale, quelli di Baruch, Kimmerling. Uri Avnery, Ilan Pappé, Benny Morris, John Mearsheimer, Noam Chomsky e Arie Arnon.Israele come paradigma delle politiche sulla sicurezza
Un’anticipazione dall’ultimo numero Conflitti globali di Massimiliano Guareschi e Federico Rahola

Israele è una democrazia, su questo non vengono avanzati dubbi. Il principale problema teorico e politico è appunto questo. Ci si potrebbe chiedere come un assetto democratico non sia smentito dalla presenza di un muro, fisico e immateriale, che introduce una radicale differenza di status fra le popolazioni di un unico territorio e riorienta un’intera geografia dei movimenti e delle opportunità. Oppure ci si potrebbe interrogare sulla tenuta democratica di uno stato che ricorre sistematicamente a operazioni mirate extragiudiziali attraverso le quali liquidare potenziali nemici interni alla «propria» popolazione. O, ancora, chiedersi quale titolo di democrazia può esibire uno stato che si fonda sulla scomposizione differenziale di un concetto universalistico come quello di cittadinanza.
In realtà, alla luce di simili standard, a non superare un eventuale test di democraticità sarebbero non solo Israele ma anche gli Stati uniti del Patriot Act e di Guantanamo o l’Unione europea delle extraordinary renditions e delle strutture di internamento e identificazione di migranti, richiedenti asilo e altri soggetti sulle cui biografie grava l’ipoteca dell’espellibilità. Non si tratta di fare del facile radicalismo, seguendo una logica del tutto o niente in base alla quale la non corrispondenza a un modello formale implicherebbe la negazione della patente di democraticità a tutti quegli stati che comunemente sono definiti tali.

Il virus della paura
Anziché interrogarsi in termini astratti sui requisiti di una democrazia veramente tale e sull’eventuale «tradimento» di Israele, riteniamo più opportuno chiedersi come si riconfiguri la democrazia nel momento in cui regimi comunemente definiti democratici vengono colonizzati dalle politiche di sicurezza. È infatti in nome della «sicurezza» che, senza sospendere gli assetti democratici di uno stato, si ricorre a pratiche quali la detenzione amministrativa e la sospensione dell’habeas corpus, la contaminazione tra militare e civile e tra ordine pubblico e sicurezza nazionale, o ancora a meccanismi di controllo e identificazione che violano i dettami che la tradizione liberale associa alla nozione di libertà individuale. Da questo punto di vista, Israele, per le vicende storiche che ne hanno scandito la genesi e il consolidamento, porta al calor bianco tendenze e prassi ampiamente diffuse oggi a livello globale.
Se nel dopoguerra, nello scenario bloccato della Guerra fredda, altre democrazie hanno potuto declinare qualitativamente la «sicurezza» garantita ai loro cittadini in termini di diritti sociali, accesso ai beni comuni e diffusione dei benefici del welfare, Israele si è vista costretta a offrirne una lettura in termini quasi esclusivamente di sicurezza militare e di sopravvivenza esistenziale.
In un contesto di frontiere indefinite e continuamente rimesse in discussione, nonché di conflitto endemico per risorse scarse e in presenza di quote significative di popolazione «non inquadrabile» nello schema esclusivo ed escludente dello stato israeliano, le politiche di sicurezza israeliane (fatte di deportazioni, colonizzazioni, approvvigionamento di risorse, guerre preventive, controlli, irregimentazione della mobilità ecc.) si sono definite esclusivamente in termini di governo della popolazione e di controllo del territorio. Questa declinazione «sicuritaria» sembra oggi imporsi globalmente, sia pure con gradazioni e tonalità diverse, finendo per riconfigurare complessivamente il campo semantico entro cui il concetto di sicurezza si è potuto tradurre all’interno delle liberaldemocrazie occidentali come pure dei paesi del blocco sovietico.
Contro ogni idea di pianificazione istituzionale e di implementazione di assetti stabili, caratteri che definiscono le politiche di sicurezza dello stato moderno su cui si è concentrato Michel Foucault, Israele nel corso della sua storia si è visto costretto a procedere in maniera «occasionalista», rispondendo volta per volta alle sfide che emergevano sul terreno. Sconfinamenti, colonizzazioni, ritiri, deviazioni e canalizzazioni delle risorse, tracciati urbanistici, infrastrutture. E se in uno stato normale simili atti di governo possono essere pianificate su una scala temporale medio-lunga, Israele attua tutto questo in una dimensione temporale di «eterno presente». Da ciò il ricorso a tecniche di governo che non corrispondono a un disegno stabile di ordinamento del territorio (come evidenzia sia la mancanza di una costituzione sia la difficoltà/impossibilita di scegliere la prospettiva di uno o due stati) ma rimandano a un orizzonte di contingenza indefinitamente protratta e di colonizzazione continua.
In continuità con il doppio regime che ha contraddistinto per oltre un secolo le politiche delle potenze coloniali, e in particolare dell’impero britannico, anche nel caso di Israele il controllo di un territorio e di una popolazione liquidati come «terra senza popolo» è divenuto un particolare laboratorio di politiche governamentali (e cioè di spostamenti forzati, censimenti, identificazioni, visti, permessi di lavoro, check point, spedizioni militari). Il problema però è proprio qui: se, nel caso degli imperi coloniali, si trattava di un doppio standard ricalcato sulla distanza politica e geografica tra metropoli e colonia, Israele sintetizza analoghi processi su un territorio di dimensioni assai ridotte, diciamo dell’estensione del Piemonte. Per questo motivo – ci sia concesso il salto logico – Israele non potrebbe mai permettersi di perdere nella mezzaluna sunnita o a Kandahar: ne andrebbe della sua esistenza. Di conseguenza il conflitto, su un territorio scarso, assume il profilo di scontro e vertenze su una carta necessariamente a scala uno a uno.
Una decina di anni fa, Bertrand Badie scrisse un libro di un certo successo – La fine dei terriori (Asterios) – nel quel l’autore preconizzava la fine dei territori nell’era dei flussi e dell’immateriale. L’esistenza stessa di Israele depone contro una simile ipotesi interpretativa. Al di là di supposte fratture culturali e dell’esasperazione esistenziale di cui si è alimentato, il senso del conflitto israeliano-palestinese è infatti eminentemente territoriale: «due popoli, un territorio», se si volesse ricorrere a una formula sintetica.

Controllo del territorio
Le frontiere mobili e frattalizzate sono l’esito di una lotta per il territorio la cui posta in gioco non è genericamente quantitativa ma soprattutto intensiva. Ciò a cui si ambisce non è semplicemente l’acquisizione di una sempre maggiore porzione di terreno ma l’insediamento nelle zone privilegiate, attraverso il controllo delle aree più fertili, la canalizzazione delle fonti idriche, il presidio dei siti elevati, i collegamenti infrastrutturali. Per garantire tutto questo è necessario il ricorso a un intero complesso di saperi e poteri: forze di polizia, esercito, agronomi, ingegneri civili e idraulici, architetti, pianificatori.
L’esito è quello di una sempre rinnovata «mobilitazione totale», in cui i confini fra i singoli poteri e saperi si confondono e la distinzione tra militare e civile diventa solo teorica, convergendo però sulla perentoria necessità (che nel caso di Israele diventa imperativo categorico di controllare il territorio). Che sia questa la punta avanzata delle politiche di sicurezza del presente? Difficile dare una risposta certa. Ma altrettanto difficile è negare la valenza globale e la sintomaticità delle dinamiche di conflitto e dei dispositivi di controllo del territorio e di governo delle popolazioni che emergono in quel particolare «laboratorio» che è Israele.

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