Premio Dubito 2016



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Cairo calling

Radio Onda d’Urto, 18 luglio 2016
+ Intervista a Claudia Galal
Abbiamo intervistato Claudia Galal, autrice di Cairo calling. L’underground in Egitto prima e dopo la rivoluzione. Questo libro, scritto da una donna italiana con padre egiziano, ripercorre cinque anni trascorsi dalla rivolta del gennaio 2011 e racconta una scena underground ancora in piena espansione nonostante lo stato di polizia del generale El Sisi.  Ascolta o scarica l’audio
thetower.com, 14 giugno 2016
+ Egitto Underground
Alla scoperta della scena indipendente del Cairo, tra musica, gallerie e street art. Parole di Claudia Galal
“Ci vediamo più tardi in Downtown” è una delle frasi più usate dai ragazzi al Cairo, un modo classico per darsi appuntamento lì, dove “succedono le cose” (il “più tardi”, significa che sarà parecchio più tardi rispetto a quello che intendi). Il Downtown è il cuore della capitale egiziana, e non soltanto dal punto di vista geografico: comincia idealmente da piazza Tahrir, il simbolo della rivoluzione del 25 gennaio 2011 e della Primavera Araba, e si estende in un intricato disegno di ampi viali e vie minori, lasciandosi il Nilo alle spalle. Dall’architettura ti accorgi subito dell’importanza storica e strategica della zona: basta alzare lo sguardo ai meravigliosi palazzi che circondano piazza Talaat Harb, alle elaborate rifiniture di balconi e finestre, o passare davanti ai locali più famosi e frequentati.
Non è il fascino decadente di Heliopolis, né la tranquillità vagamente snob di Zamalek: a invaderti corpo e mente, è semmai una sensazione di vita piena; è qui che s’incontrano le persone interessanti ed è qui che e si fanno le chiacchierate migliori, davanti a un tè alla menta o a una birra Stella, magari aspirando lentamente da una shisha. Ed è sempre da qui che ho cominciato la mia indagine sulle culture underground del Cairo, in un pomeriggio lontano in cui qualcuno mi ha detto “ci vediamo più tardi in Downtown”. Trovare le persone giuste e stringere rapporti con artisti, musicisti e attivisti, è stato facile; il difficile è stato scrivere un libro – Cairo calling, appena uscito per Agenzia X – e renderlo interessante anche per qualcun altro diverso da me, che per ragioni di cuore sono legata a questa città e profondamente attratta dal suo fermento creativo, ancora fresco e originale.
Nonostante la narrazione proposta dai media internazionali, l’arte abusiva non è stata un frutto della rivoluzione del 2011, né i writer sono magicamente comparsi sulla scena egiziana dopo i fatti di piazza Tahrir. I graffiti erano presenti per le strade del Cairo e di Alessandria già nel decennio precedente e prontamente disapprovati – non solo dalle forze dell’ordine, ma anche dagli stessi cittadini: ancora culturalmente impreparati al fenomeno, consideravano queste variopinte manifestazioni visive come un’appropriazione indebita di muri altrui.
D’altronde, è vero anche che le diverse forme d’arte urbana – graffiti, street art, installazioni pubbliche – hanno conosciuto un’esplosione proprio grazie agli spazi di libertà aperti dalle rivolte di cinque anni fa e dal conseguente caos generalizzato. È stato in quel momento di lotta e fervore politico che gli artisti hanno sentito di poter dominare le strade e comunicare con un pubblico finalmente vasto, trasformando l’arte di strada in una sorta di social media analogico e metropolitano, capace di parlare a tutti grazie a un linguaggio immediato.
Nella fase iniziale è stata più una questione di quantità che di qualità: erano pochi quelli che, come Aya Tarek, portavano avanti una propria ricerca estetica e stilistica, mentre chiunque poteva prendere una bomboletta in mano e scrivere qualche motto rivoluzionario sul cemento. Eppure, per quanto facile e banale, ogni singola frase o parola è servita a incrementare un rumore di fondo sempre più assordante, che ha contagiato Il Cairo e alimentato per mesi lo spirito di ribellione. Non solo, ma questa vivacità di stimoli ha fatto succedere qualcosa che fino a pochi anni fa sembrava impensabile in Egitto: e cioè portare l’arte fuori dalle gallerie e dai luoghi istituzionali, dove poteva essere vista solo da nicchie di intellettuali, appassionati e ricchi compratori, per riversarsi fuori ed essere condivisa dalla gente comune.
Gli artisti egiziani hanno quindi acquisito un nuovo ruolo sociale, quasi sempre con consapevolezza e responsabilità. Personaggi come Ganzeer, che oggi vive negli Stati Uniti, Keizer, El Teneen, NeMo, Ammar Abo Bakr e tanti altri, contribuiscono con le loro opere a tenere alta l’attenzione sui gravissimi problemi del paese, dalla crisi socio-economica alla mancanza di libertà d’espressione. Giusto per fare un esempio, il collettivo Mona Lisa Brigades ha proposto e realizzato alcuni splendidi progetti in quartieri popolari come Ard El Lewa, coinvolgendo bambini e ragazzini per educarli a una nuova idea di città e partecipazione attiva attraverso l’espressione creativa. Naturalmente però, l’underground culturale del Cairo non si riduce alla sola street art.
La musica per prima, ma anche le arti digitali e i nuovi media, il cinema sperimentale e il nuovo teatro, sono tutti linguaggi che portano avanti contaminazioni e confronti tra mondi in apparenza diversi. Le stagioni sono scandite da festival ed eventi multidisciplinari di respiro internazionale, come il D-Caf (Downtown Contemporary Art Festival), il Cairo International Video Festival o il recente CairoTronica, mentre differenti spazi per l’arte e la cultura nascono, si trasformano e resistono ai controlli improvvisi, alle minacce di chiusura, agli abusi di potere da parte delle forze di sicurezza del regime, così come succede alle redazioni delle testate indipendenti, alle sedi delle associazioni e delle compagnie di danza e teatro. La cultura fa paura a El Sisi, che mostra i muscoli e sventola lo spauracchio del terrorismo internazionale per reprimere ogni voce di dissenso.
Eppure niente riesce a fermare la forza trasgressiva di quell’ibrido musicale chiamato mahraganat, comparso su YouTube ed esploso con la Rivoluzione, e conosciuto anche (specie da noi) come electro-chaabi. Lo strettissimo slang locale, incomprensibile anche a moltissimi egiziani, si srotola su beat pesanti, auto-tune e ritmi serrati, ma recupera l’attitudine ultra-locale della musica shaabi, rendendola elettronica a colpi di techno e hip hop. Con il suo linguaggio volgare e le liriche “scabrose” su droga e sesso, il genere è stato subito bandito dalle emittenti radio e tv, perciò i suoi protagonisti si sono costruiti la propria reputazione nei rispettivi quartieri, facendo circolare registrazioni casalinghe via internet. È così che dj Sadat, padrino riconosciuto del mahraganat, ex operaio in una fabbrica di alluminio, è diventato prima l’idolo di Salaam City, il sobborgo popolare dove è nato e cresciuto, e poi un nome (quasi) internazionale – almeno a giudicare dall’attenzione a lui riservata da testate di settore come “The Quietus”, o giornali mainstream quali il “Guardian”.
In generale, negli ultimi anni le diverse scene musicali – rap, elettronica, rock – si sono sviluppate ed evolute, sono uscite dai rispettivi confini e talvolta si sono mescolate, creando una rete attiva di band e supporter. Al Cairo ci sono bei posti dove si suona e si produce buona musica, ma è un fermento che resta nascosto, fuori dai circuiti ufficiali sostenuti dai soldi di sponsor e istituzioni. Le grandi multinazionali (bibite, marchi sportivi, agenzie di marketing) scelgono piuttosto di promuovere prodotti commerciali e poco originali, perché più rassicuranti e facili da gestire.
Il tema dell’indipendenza artistica di band e musicisti è al centro di una discussione piuttosto animata al Cairo, anche perché spesso si tratta di una condizione dettata semplicemente dalle difficoltà economiche e organizzative. Come da noi, ci sono musicisti che restano indipendenti per scelta, perché portano avanti una certa idea musicale di rottura e in contrasto con la tradizione; e altri che invece sono indipendenti perché… be’, non se li fila nessuno, e venderebbero pure la madre per salire su un palco marchiato Pepsi. Come mi ha detto una volta il rapper Aly Talibab (il mio preferito), molti si definiscono alternativi per giustificare i propri insuccessi e attribuirne la colpa a una supposta impreparazione del pubblico. In altre parole, non sono io che faccio musica di merda: sei tu che non capisci.
Le esperienze più interessanti derivano comunque sempre dall’incontro fra generi diversi, anche apparentemente lontani. Come l’electro-sufi del duo Saleh & Miniawy, il pop contaminato di Maryam Saleh & Zeid Hamdan, l’hip hop elettronico dei Malafat (il rapper Aly Talibab con Dijit), la world music elettro-acustica del produttore Maurice Louca, e tante, tante altre. Bisogna soltanto avere la voglia di seguire traiettorie insolite e cercare i locali giusti, a volte il coraggio di infilarsi in qualche buco nascosto del centro o semplicemente la curiosità di fermarsi per strada ad ascoltare. Si attacca un generatore e comincia la musica, o persino una performance di danza contemporanea che probabilmente non ti aspetteresti in una piazza del Cairo.
Se quindi qualcuno vi dice “Ci vediamo più tardi in Downtown”, fidatevi, perché vi attende una serata memorabile, si trattasse soltanto di godersi la vista della metropoli dall’alto di una terrazza. La compagnia sarà sicuramente buona, la birra anche; fate solo molta, molta attenzione quando tornate a casa…
shareradio, 13 giugno 2016
+ Cairo calling
Freddo ma forse non abbastanza, c’è infatti un tepore, un’energia sommessa che non si riesce a soffocare, che diventa fiamma e divampa. Le strade esplodono di collera, voglia di riscatto, esasperazione: è la gente del Cairo che si risveglia per riprendersi in mano il futuro, la libertà incatenata da anni di regime militare. Scendere in piazza sembra l’unica soluzione rimasta e improvvisamente le strade straripanti di manifestanti, urla e polizia rifioriscono di scritte, murales e poesie; silenziose grida d’amore e rabbia: è il 25 gennaio 2011, l’inizio della primavera araba egiziana.
Claudia Galal, classe 1981, quella sera è a Milano e mentre guarda le immagini al telegiornale subito si sente tesa tra i suoi due mondi: l’Egitto delle sue origini, l’Italia dei suoi natali. Con l’occhio acuto di chi di underground e di street art se ne intende capisce che il fermento ha prodotto qualcosa di unico. Cerca subito i testimoni di quel qualcosa di storico, che ancora non si riesce a definire, e le informazioni cominciano a trapelare attraverso i suoi amici e i social media che rendono il mondo così più piccolo, così più empatico. Decide infine di andare di persona in Egitto per toccare con mano la situazione, per fotografare i graffiti, per ascoltare la viva voce di coloro che la rivoluzione la portano avanti tutti i giorni.
Da tutto questo nasce l’idea di Cairo calling, un saggio che pagina dopo pagina diventa volume e nel prendere forma si amplia e cresce. Affronta le diverse fasi della rivoluzione partendo dalla fine del regime di Mubarak e poi anno per anno fino al 2016.
Se la storia ha un suo flusso inarrestabile la carta invece richiede dei punti fermi. Così Claudia, insieme al suo editore dell’Agenzia X, decide di chiudere l’ultimo capitolo con la morte del ricercatore Giulio Regeni, un episodio che apre un oceano di domande e interrogativi, che non conclude veramente ma in qualche modo riporta in modo circolare all’inizio del 2011 quando tra le strade del Cairo circolava quella stessa collera, quella stessa confusione impotente.
All’interno del libro viene ripercorsa la storia della street art del Cairo, che certamente presente anche prima del 2011, ha però avuto una legittimazione forte durante la temporanea libertà. Come questo fenomeno ha avuto una simile evoluzione in ogni parte del mondo, così non ha fatto eccezione in Egitto: dapprima corrente per pochi è diventata quasi di massa nella foga della rivoluzione quando ognuno cercava il suo strumento per esprimere al meglio l’inesprimibile. Alla fine, però, il campo è stato lasciato a quei pochi che ancora oggi si distinguono per bravura e vera passione in moltissime discipline legate sia alle arti visive sia alla musica.
Cairo calling è stato scritto con il cuore, è un pezzetto di Egitto che molti non si sono mai fermati ad osservare. È un manifesto tangibile dei desideri di gran parte dei giovani egiziani; raccoglie le voci di chi ha parlato di libertà, di speranze, di voglia di cambiare, di paura nel farlo. Ufficialmente racconta “l’underground in Egitto prima e dopo la rivoluzione” ma quella è solo la copertina, una briciola rispetto allo sfaccettato mondo ben celato tra le pagine. Clicca qui l’intervista della redazione di BRC a Claudia Galal

di Greta Oggioni

labalenabianca.com, 30 maggio 2016
+ #Mappe – Cairo calling
Quanta gente c’è al Cairo? Come facciamo a contare la popolazione di una metropoli così vasta e disordinata, se non riusciamo nemmeno a stabilire i suoi confini? Dove inizia la capitale egiziana, e dove finisce?
Per me comincia sempre all’aeroporto, un caotico scalo internazionale dall’estetica démodé, dove perdo sempre un sacco di tempo al controllo passaporti. Il mio cognome arabo sul passaporto italiano desta ogni volta parecchie perplessità all’ufficiale incaricato di verificare l’identità di chi entra in Egitto. Dall’alto della sua divisa si rivolge a me in arabo, io rispondo in inglese – ulteriore cortocircuito – e poi sparisce dietro la parete con il mio documento, mentre i viaggiatori in fila dietro di me, spazientiti, si fanno domande sul mio conto.
Il tragitto verso il centro della città è lungo, soprattutto di giorno, ma mi permette di seguire i cambiamenti del paesaggio metropolitano e di riprendere gradualmente confidenza con l’ambiente. Sento che l’aria è diversa, più calda e secca, e la luce appare carica di magia… Purtroppo è solo l’effetto dell’inquinamento, che riflette e diffonde i raggi del sole attraverso le polveri sottili, ma mi fa persino venire meglio in foto.
Con la fronte attaccata al finestrino della macchina vedo scorrere davanti ai miei occhi la bellezza decadente dei nobili palazzi di Heliopolis, la modernità imponente dei centri commerciali e la pittoresca confusione delle periferie popolari, fino a raggiungere le sponde del Nilo, per passare sul Ponte Qasr Al Nil e riconoscere i contorni familiari del Downtown, oltre Piazza Tahrir. Soltanto una rotonda gigante che collega il centro e la città vecchia con il grande fiume sul versante orientale, e con Giza e i quartieri moderni sul versante occidentale, ma che dal 2011 è diventata il simbolo della Rivoluzione e della Primavera araba.Da bambina mi spaventava un po’ passarci in macchina, a volte chiudevo gli occhi per non vedere quel fiume di veicoli che sembrava venirci addosso da ogni parte, senza regole, in un frastuono assordante di clacson, marmitte sfondate, schiamazzi e autoradio a tutto volume. Trattenevo il fiato finché non salivamo sul ponte o imboccavamo una via più stretta verso Downtown. Non che la situazione del traffico cairota fosse migliore altrove – non è migliorata negli anni, anzi – ma almeno in uno spazio meno ampio mi sentivo più al sicuro.

Ripenso con tenerezza e nostalgia a quelle vacanze della mia infanzia, alle foto davanti alle Piramidi, all’esuberanza chiassosa della folla per strada, alla scoperta di nuovi profumi e alla mia titubanza davanti a un cibo insolito. Da adulta cambiano le traiettorie, i punti d’interesse, le relazioni umane, ma è addirittura meglio. Invece di andare a salutare la Sfinge, cerco compulsivamente graffiti e muri dipinti, concerti e mahraganat, posti per ascoltare buona musica e spazi per l’arte, abusivi o legali. Negli ultimi anni la scena controculturale del Cairo è viva e vibrante, popolata di persone interessanti e piene di talento, che purtroppo le forze di sicurezza governative cercano continuamente di soffocare. Continui stimoli visivi e sonori entrano nell’orizzonte metropolitano: dalla spoken poetry di Aly Talibab all’electrosufi di Saleh & Miniawy, dall’arte pubblica dei Mona Lisa Brigades alla scultura pop di Alaa Abdelhamid, dalla street art di Aya Tarek e Naguib all’arabic rock dei KaYan.
Il momento presente è estremamente complicato per l’Egitto, così come lo è per me. Nonostante tutta la mia rabbia verso quel regime odioso, paranoico e senza scrupoli, e tutta la mia preoccupazione per una generazione di giovani derubati dei loro sogni e mutilati nelle aspirazioni, Il Cairo mi chiama, mi attira a sé, rimescolando le emozioni e i ricordi dell’ultimo viaggio, recente ma già troppo lontano.

Arrivare al Cairo è sempre una botta: le contraddizioni si moltiplicano e si accentuano, mandandomi in confusione e lasciandomi sospesa fra i miei interrogativi.
Eppure mi sento bene. Faccio un sacco di cose, rivedo familiari, abbraccio vecchi amici e me ne faccio di nuovi.
Trascorrere un po’ di tempo al Cairo mi permette ogni volta di comprendere qualcosa in più di me stessa. Probabilmente mi sento più egiziana quando sono in Italia che non quando sono in Egitto.
Mi mancano le regole – il codice della strada, la raccolta differenziata – ma adoro quel clima caldo che scalda la pelle e le ossa fino in fondo, anche quando è torrido. Mi piacciono tantissimo il tè alla menta e il caffè arabo al cardamomo, ma dopo due settimane rischio l’astinenza da espresso. È facile trovare la birra, anche se a volte gradirei un buon bicchiere di vino bianco.
Se cammino per strada, senza parlare, sono uguale e diversa allo stesso tempo. I miei colori, i miei occhi, il mio naso dicono che sono egiziana e quindi uguale a tutti quelli che mi passano accanto per strada. I miei capelli corti, il mio abbigliamento, persino il mio modo di camminare, non corrispondono alle aspettative e mi rendono diversa. Qualcuno apprezza, qualcuno no. Negli anni ho spesso cercato di distinguermi, di segnare una contrapposizione rispetto a qualcuno o qualcosa, di essere diversa anche quando non c’era bisogno. Eppure al Cairo, immersa nella folla del Downtown, vorrei essere più uguale a tutti gli altri. […]
Camminare per strada e muoversi per le vie del centro intorno alle piazze Tahrir e Talaat Harb, o nei quartieri degli edifici governativi e delle ambasciate, non è molto rilassante. Carri armati e militari sono dappertutto, non soltanto a sorveglianza di punti sensibili o presunti tali, ma anche in luoghi insospettabili. Le divise bianche dell’esercito spuntano a ogni angolo della città e spesso si incontrano anche folte squadre di giovani soldati in assetto antisommossa. I ragazzi che non si iscrivono all’università sono obbligati a un servizio di leva di tre anni, assolvendo i compiti più duri e meno gratificanti, mentre i laureati possono cavarsela con soli due anni. Un tempo infinito che interrompe qualsiasi tentativo di pianificare il futuro, trovare un lavoro, costruire le basi per un domani migliore. […]
Questa militarizzazione massiccia della città sembra apparentemente ingiustificata. In giro è tutto tranquillo, il traffico è congestionato come sempre, la vita scorre al solito ritmo caotico di notte e di giorno. Però, è una tranquillità brutta, carica di tensione, si sente che basterebbe una sciocchezza per far esplodere la situazione e gettare la gente nel panico. Sicuramente lo spiegamento di forze non aiuta ad abbassare i toni, ma è come se El Sisi e l’esercito volessero dimostrare di avere il pieno controllo del paese. Nessuno si muove, nessuno parla, senza che loro lo sappiano. E i nemici predestinati sono molti, dai Fratelli musulmani agli attivisti della rivoluzione, dai giornalisti ai servizi segreti occidentali e israeliani, dagli artisti agli ultras, fino alle organizzazioni non governative. Impossibile non appartenere a qualcuna di queste categorie ostili.
L’atmosfera cambia completamente arrivando nei quartieri popolari, lontani dal centro metropolitano e ai margini delle periferie ad alta densità abitativa, come Ard El Lewa o Helwan. Mi avvisano di vestirmi in maniera “regular”, evitando di scoprire le spalle o le caviglie, e naturalmente seguo le indicazioni alla lettera per non urtare la sensibilità altrui, ma in realtà le persone non si curano affatto di me. A parte qualche sguardo interrogativo mi sento a mio agio, soprattutto grazie all’accoglienza festosa dei bambini che non chiedono di meglio che farsi fotografare e si esibiscono in scatenati balletti davanti all’obiettivo. Gli edifici sono costruiti al di fuori di ogni criterio edilizio, le strade non sono asfaltate e l’energia elettrica è una risorsa che scarseggia, lì più che altrove, ma la sensazione di serenità che respiro in quei sobborghi mi carica di positività e buone vibrazioni.
Le ore più divertenti e spensierate della giornata sono quelle dopo il tramonto, quando l’oscurità avvolge la metropoli e rende ogni cosa più bella e magica. Sono abituata a vivere in città che non conoscono il buio, mentre al Cairo i frequenti blackout mi ricordano che non vedere – dove si cammina, chi si ha di fronte – può essere pericoloso o, almeno, fare paura. Soprattutto se gli amici ti aspettano su una terrazza al nono piano di un edificio e resti bloccata dentro un ascensore senza porta. Le stelle è come se non esistessero, nonostante il buio totale, perché lo strato di inquinamento è troppo spesso per consentire alla loro luce lontana di filtrare.
Di sera è più facile incontrare gli amici, fare nuove conoscenze e perdersi in lunghe chiacchierate multiculturali, che diventano progressivamente più fluide all’accumularsi di bottiglie vuote.
In zona Downtown i locali che somministrano alcolici, almeno quelli più conosciuti e frequentati, non sono così tanti: alcuni bar storici affacciati sulle vie intorno a Bab El Louk, come lo Stella e Al Horreya, e altri locali ricavati agli ultimi piani di certi hotel per turisti, di solito su ventilate terrazze con vista sulla città. Anche senza darsi un appuntamento, che nella maggior parte dei casi non sarebbe rispettato, ci si ritrova sempre in buona compagnia.
E così ci si rilassa, si scherza e si ride, dopo una lunga giornata passata a esplorare i diversi quartieri del centro alla ricerca di graffiti, a incontrare e intervistare artisti, musicisti, poeti, o semplicemente dedicata all’osservazione della vita quotidiana del Cairo nella sua varietà. Non credo che potrei viverci per sempre, ma vorrei tanto restare per un bel po’».

Una parte del mio cuore è laggiù, persa fra i caffè affollati del Downtown, i viali eleganti di Zamalek e la polvere di Ard El Lewa. Cammina tra signore velate e giovani donne con le chiome sciolte sulle spalle, rincorre bambini troppo vivaci nei loro giochi di strada e segue venditori ambulanti nei loro tragitti quotidiani, schiva automobilisti incoscienti e osserva enigmatici bawab, seduti e immobili davanti ai loro portoni. L’altra parte aspetta il momento giusto per ricongiungersi, confidando nella pressione politica della comunità internazionale e, soprattutto, nell’orgoglio e nella forza del popolo egiziano, che è stato capace di superare le sue paure già più di una volta e sa che può farlo ancora. Nel 2011, in diciotto gloriosi giorni di Rivoluzione, ha rovesciato il regime quasi trentennale di Mubarak e, nel 2013, con una manifestazione oceanica ha cacciato l’integralista Morsi, prima di cadere nella trappola dell’esercito e favorire tragicamente la dittatura muscolare di El Sisi. Qualcosa succederà, deve succedere. È solo questione di tempo, la storia farà il suo corso e si tornerà a danzare, cantare e dipingere per le strade del Cairo.

La parti in corsivo sono tratte da Cairo calling (Agenzia X, Milano 2016, pp. 24 e 145-148).

lacittanuova.milano.corriere.it, 22 maggio 2016
+ Cairo calling, l’underground dopo piazza Tahrir
Nel gennaio 2011 Piazza Tahrir diventava l’ombelico del mondo, il cuore della Primavera araba e della rivoluzione egiziana. Purtroppo non mi trovavo lì, dove i giovani del Cairo stavano facendo la storia, ma anche a distanza mi rendevo conto della portata epocale di quello che stava succedendo.
Ho iniziato a prendere appunti, a registrare dati, nomi, elementi, a prestare attenzione a volti, immagini, simboli. Non sapevo ancora che cosa ci avrei fatto, ma non volevo perdermi più di quello che mi stavo già perdendo, non essendo là.
Poi sappiamo tutti com’è andata – come sta andando – e negli anni quella massa di annotazioni è diventata un libro, Cairo calling, in uscita il 26 maggio 2016 per Agenzia X. Seguendo le mie passioni, mi sono concentrata soprattutto sull’esplosione e l’evoluzione delle controculture (rock, musica elettronica, rap, street art), che in questi ultimi cinque anni e mezzo sono state inevitabilmente legate alla situazione socio-politica.
Quelle che seguono sono le prime righe di Cairo calling, che comincia dal 25 gennaio 2011 e si chiude con la drammatica uccisione del ricercatore italiano Giulio Regeni, in un necessario e doloroso finale aperto.
«Primi giorni del 2011. Al sicuro, protetta nel guscio della mia metà italiana, seguo con trasporto e preoccupazione quello che succede in Egitto, dov’è nato e cresciuto mio padre e dove affonda una parte delle mie radici. È il 25 gennaio…
All’ora di cena rientro a casa con addosso un’ansia pesante. Durante il giorno ho seguito le notizie dall’Egitto dal computer dell’ufficio, ma fra le mille cose da fare non sono sicura di aver capito qualcosa. Mentre salgo le scale del mio condominio in zona Giambellino, dove gli unici non egiziani sono il mio fidanzato e la famiglia cinese del piano di sotto, si confondono e si sovrappongono voci di telegiornali in arabo e discussioni concitate. A tratti mi sembra tifo da stadio, come se i miei vicini volessero spingere qualcuno verso un’impresa impossibile.
Intanto ricevo qualche messaggio sul mio cellulare obsoleto: “Che casino al Cairo”, “I tuoi stanno bene?”, “Che cazzo state combinando?!”. Ma io non sono lì, purtroppo, e non ho ancora avuto tempo di mettere insieme i pezzi di questa giornata storica.
Entro in casa e, come in quella vecchia canzone, “questa stanza non ha più pareti”, perché distinguo perfettamente i discorsi animati dei ragazzi di fianco, giovani immigrati che tutte le notti si ammazzano di fatica al mercato ortofrutticolo.
Non capisco ogni frase, ma la parola chiave arriva forte e chiara. Rivoluzione!
Senza togliermi nemmeno il cappotto, accendo tv e computer, così seguo contemporaneamente la diretta del telegiornale e il flusso di notizie che emerge dalla rete, dai social network in particolare. Chiamo anche mio padre, abbastanza sconvolto e confuso quanto me, e mi assicura che la nostra famiglia sta bene. […] La rivolta era nell’aria. Nelle ultime settimane continuavano ad arrivare le immagini piene di rabbia, dolore e frustrazione delle rivolte tunisine, mentre qualche voce di protesta, ancora debole e isolata, si sollevava anche in Egitto.
ino a oggi, 25 gennaio 2011, quando moltissime persone rispondono all’appello della pagina Facebook “We are all Khaled Said”, dedicata al giovane ucciso qualche mese prima dalla polizia di Alessandria in circostanze poco chiare, con l’intenzione di sabotare il National Police Day. Un’ondata di manifestanti si riversa per le strade del Cairo e di Giza, raccogliendosi nella centralissima piazza Tahrir, mentre altre proteste esplodono nelle città del paese, da Suez a Ismailiya, da Alessandria a Mansoura, da Tanta ad Aswan. [...]»Oggi siamo tutti indignati e arrabbiati, giustamente, con l’Egitto. Ma non bisogna commettere l’errore di identificare un popolo con il regime che lo affligge. Le voci del dissenso sono tante e si esprimono in tanti modi diversi, certo non da oggi, ma da anni.
Ho cercato di raccoglierle, molte di queste voci, perché mi chiamavano forte e non potevo far finta di non sentirle. Il risultato è Cairo calling. L’underground in Egitto prima e dopo la rivoluzione (Agenzia X Edizioni).

di Claudia Galal

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