Premio Dubito 2016



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Bigger than hip hop

la Repubblica, 9 settembre 2006
+ Bigger than hip hop
Una mappa aggiornata della scena dell’hip hop, un itinerario attraverso rap, street art, cinema e componenti politiche e sociali che stanno alla base dell’ondata di creatività dei ghetti postindustriali.

di Ernesto Assante

l’Unità, 31 luglio 2006
+ Hip Hop: e ora la politica
L’Hip Hop è il fenomeno che più massicciamente ha influenzato e mutato la cultura e le scelte esistenziali delle giovani generazioni nere (e non solo nere) d’America negli ultimi vent’anni, riuscendo a dilagare a macchia d’olio io in tutto il mondo. Prodotto quanto altri mai della contemporaneità, l’Hip Hop muta, sin dalla sua nascita, con la stessa velocità delle società che lo hanno prodotto, assumendo spesso aspetti contraddittori, ma sempre strettamente connessi con il reale e spesso capaci di individuare gli snodi fondamentali dei conflitti che attraversano la cultura e la struttura economica e sociale del cosiddetto mondo globalizzato. Proprio in questa capacita dell’Hip Hop di mutare, di essere molte cose differenti nello stesso tempo, sta la ragione per la quale un libro come Bigger than Hip Hop, raccolta di saggi e interviste di u.net, uno dei maggiori conoscitori italiani del fenomeno, è una lettura preziosa per chi volesse rendersi conto di cosa sta accadendo oggi nella cultura Hip Hop. Formato da una serie di interviste ad alcuni dei protagonisti e dei teorici principali della cultura e della musica nera (da M1 dei Dead Prez a Boots Riley di The Coup) e da svariati, agli interventi in cui il curatore delinea con sicura chiarezza il profilo dell’attuale scena afro-americana. Con u.net affrontiamo alcune delle questioni nodali poste dal suo libro che si sofferma molto sull’incomprensione tra Hip Hopper e esponenti del movimento per i diritti civili… “La realtà dell’America Nera – dice u.net – durante gli anni Ottanta stava profondamente cambiando e la leadership politica afro-americana non sembrava in grado di elaborare una proposta politica coerente. In quegli anni gli artisti Hip Hop furono i primi ma anche gli unici ad articolare temi e problemi rilevanti per i giovani. Gli individui appartenenti alla generazione del Movimento per i diritti civili hanno condannato la cultura Hip Hop sin dalle sue origini, rifiutandone il messaggio violento, materialista e misogino e l’atteggiamento nichilista dei suoi giovani aderenti così lontani dai valori e dal desiderio di rispettabilità e integrazione che avevano motivato invece la partecipazione alle lotte degli anni Sessanta”. Tra i tanti personaggi intervistati mi ha molto colpito quello della poetessa e rapper Rha Goddess. Il rap è ancora machista? “L’Hip Hop – risponde – non è nato dal nulla, per opera di extraterrestri. Esso rappresenta l’espressione culturale giovanile che dalle comunità di colore urbane si è diffuso a macchia d’olio in tutti gli Stati Uniti e, successivamente, nel mondo. Essendo un prodotto ‘americano’, l’Hip Hop risente di tutti quegli elementi negativi associabili alla società iper-capitalista statunitense. Per cui se si vuole parlare di violenza, materialismo e misoginia nell’Hip Hop, sarebbe meglio allargare i confini della critica alla società stessa nella quale viviamo. Finché accetteremo che un bel culo venga utilizzato per pubblicizzare e vendere prodotti di qualsiasi tipo, come potremo criticare un artista che utilizzi le medesime tecniche per pubblicizzare il suo prodotto?”. Cosa c’è di nuovo, oggi? “Dalla metà degli anni Novanta, un numero crescente di individui che si identificano nella cultura Hip Hop si propone di trasformare questo movimento culturale in un movimento politico. Da tempo si è diffusa la consapevolezza tra i neri di essere la prima generazione di afro-americani ad aver avuto un profondo impatto nella vita culturale statunitense e mondiale. Proprio per questo si fa sentire sempre più forte la volontà di avere un impatto anche nella vita politica e nelle relazioni di razza. Nel dibattito attuale credo che questa sia la questione cruciale. L’Hip Hop, per diventare un movimento in grado di rivestire un impatto reale nel proprio tempo, deve essere in grado di influenzare la politica di quelle istituzioni che continuano a criminalizzare, marginalizzare ed escludere la gente di colore, in particolare il sistema educativo, economico e giudiziario. Ci troviamo – conclude u.net – in una fase in cui stanno emergendo numerose organizzazioni di attivisti che operano sia a livello comunitario che nazionale. La domanda cruciale sembra essere una sola: qual è la politica dell’HipHop?”.

di Lello Voce

www.gruppospleen.it, 19 giugno 2006
+ Bigger than hip hop
Il libro di Giuseppe “u_net” Pipitone, è una autentica chicca in un mare-brodo di luoghi comuni, semplificazione, decontestualizzazioni che tipicamente escono, si producono e si riproducono ogni qual volta si parli di Hip Hop.
Una cultura di strada, nata nella strada, con i party di quartiere nei parchi, nelle case diroccate di South Bronx, rubando corrente elettrica ed elettricità sociale. Una cultura multidisciplinare, che ha preso il via negli anni ‘70 ma che ha radici ben più profonde, parte integrante in tutto e per tutto, contraddizioni comprese, di quel tessuto metropolitano che da New York (dove si respira odore di hip hop come qui da noi quello del pane) si è esteso per tutti gli Stati Uniti e poi ben oltre i confini a stelle e strisce.
“Bigger than Hip Hop”, questo il titolo del libro, si compone di 4 sezioni portanti ognuna delle quali a sua volta determina e amplia una serie di argomenti precisamente identificati nelle domande che U_Net pone ai suoi interlocutori.
Il lavoro importante che si palesa dietro alla ricerca, prima, e alla stesura/pubblicazione di “Bigger than Hip Hop” in seguito, è la ricostruzione minuziosa del contesto sociale, politico ed economico all’interno del quale l’Hip Hop si forma e si trasforma, si adatta, muore e rinasce. Un testo come, per rimanere in Italia, “Senza Illusioni” di Bruno Cartosio (Shake Edizioni), insegnante di storia contemporanea e storia dell’America del Nord all’Università degli Studi di Bergamo, è assolutamente indicativo in questo senso. L’operazione che spesso si svolge in velocità e disattenzione è quella di limitarsi a prendere in considerazione ogni singolo elemento, generalmente quelli più appariscenti e vacui, e trarre, a partire dagli stessi, piroette e ragionamenti assolutamente insufficienti, privi di qualsivoglia rappresentazione nella realtà, perché privi del rapporto dialettico che li lega, tra loro e col tessuto circostante. “Bigger than Hip Hop” compie l’operazione inversa: ridetermina un piano nel quale i vari elementi di cui sopra, positivi o negativi che siano, immediati o celati, trovano una risposta sul piano storico. Non a caso le 4 sezioni, necessari anche in fase di lettura a schematizzare l’architettura del libro, sono intitolati “Roots, Back in the Days”, “Streets, The street is political”, “Culture, How ya like me know?” e “Community, Back on the block” e sono a loro volta introdotti da da brevi ed intriganti saggi di U_Net, nell’ordine “Hip Hop e contesto urbano postindustriale”, “Gangster: Real and Unreal”, “Sul gap generazionale” e “Hip Hop e nuova chiesa nera”.
Un assoluto valore aggiunto al libro è rappresentato dalle illustrazioni e dalle fotografie in esso contenute. Le prime sono ad opera di Paper Resistance, di stanza a Bologna, dove ha imparato a stendere il ferro del segno come un buon fabbro, che ha avuto la capacità in questi anni di sviluppare un proprio percorso artistico e soprattutto di comunicazione capace di produrre una identificazione immediata nelle persone che si relazionano con i suoi lavori, così nei manifesti per la strada come nelle pubblicazioni cartacee; Paper Resistance si è occupato di “iconografare” ogni intervistato presente su “Bigger than Hip Hop”, linea semplice, immediata, rapida. Le fotografie, alcune delle quali inedite, sono opera di Henry Chalfant il quale non ha certo bisogno di presentazioni; i suoi scatti a graffiti e b-boy della New York dei primi anni Ottanta sono stati esposti in numerose gallerie; è autore con Marta Cooper di Subway Art, coproduttore di Style Wars e regista di Mambo to Hip Hop; è stato recentemente in Italia all’interno della esposizione “Beautiful Losers” presso la Triennale di Milano.
Importante nota di merito: il libro lo si trova in libreria al costo di 15€ (e li merita tutti) ma anche sul sito licenziato come Creative Commons, ovvero completamente scaricabile in formato pdf.

di Bzzzz

www.lifegate.it, 14 giugno 2006
+ Bigger than hip hop. Storie della nuova resistenza afroamericana
Chi pensa che il rap parli solo di violenza, sesso e soldi, scoprirà in questo libro che l’hip hop è in realtà una cultura complessa dalle forti implicazioni politiche. Chi, invece, già da tempo ne subisce il fascino, potrà leggere qui le testimonianze di importanti esponenti della “scena hip hop”: artisti (Boots Riley di The Coup, M1 dei Dead Prez), teorici (Bakari Kitwana, Robin Dg Kelley), critici musicali (Greg Tate) ci raccontano la natura politica del movimento, il ruolo della comunità afroamericana, il messaggio rivoluzionario che ne ha favorito la diffusione. In “Bigger than hip hop” l’autore U.net ricostruisce l’intero panorama del fenomeno, dalla nascita nel Bronx (New York) nella seconda metà degli anni ’70 fino alle recenti evoluzioni, non prive di contraddizioni.
Ad esempio, perché l’industria discografica ne ha enfatizzato solamente i tratti più superficiali e violenti? Prima di tutto per assecondare il mercato, visto che il successo planetario del genere è arrivato a metà degli anni ’90, con il cosiddetto gangsta rap. E poi perché la cultura mainstream ha preferito esaltare le figure del rapper killer e della donna-oggetto, a scapito dei valori originari che potevano portare a una vera emancipazione sociale.
La storia e la poetica dell’hip hop diventano, così, una “lente di ingrandimento” per leggere le trasformazioni dell’America negli ultimi tre decenni: lo smantellamento dello stato sociale, l’aumento vertiginoso della disoccupazione, l’introduzione della droga nei ghetti, l’inasprimento delle leggi carcerarie. Processi che hanno determinato in modo irreversibile le condizioni di vita nei sobborghi metropolitani e che sono tutt’ora in atto nelle periferie di tutto il mondo, non solo negli USA. Forse è proprio per questo che l’hip hop, nonostante fosse un fenomeno quasi di quartiere, si è diffuso a livello globale in pochi anni: ha rappresentato la risposta creativa della comunità nera a uno status quo imposto.
Ma, ovunque sia arrivato, ha saputo rinnovarsi in forme originali, finendo per influenzare profondamente ogni aspetto della catena comunicativa, dalla musica alla lingua, dalla moda all’arte contemporanea.

di Olimpia Ellero

www.socialdesignzine.aiap.it, giugno 2006
+ Più grande dell’Hip Hop
Il libro di Giuseppe “u_net” Pipitone, classe ’72, laureato alla facoltà di lettere della Università Statale di Milano (indirizzo in lingue straniere), è una autentica chicca in un mare-brodo di luoghi comuni, semplificazione, decontestualizzazioni che tipicamente escono, si producono e si riproducono ogni qual volta si parli di Hip Hop.
Una cultura di strada, nata nella strada, con i party di quartiere nei parchi, nelle case diroccate di South Bronx, rubando corrente elettrica ed elettricità sociale. Una cultura multidisciplinare, che ha preso il via negli anni ’70 ma che ha radici ben più profonde, parte integrante in tutto e per tutto, contraddizioni comprese, di quel tessuto metropolitano che da New York (dove si respira odore di hip hop come qui da noi quello del pane) si è esteso per tutti gli Stati Uniti e poi ben oltre i confini a stelle e strisce. “Bigger than Hip Hop”, questo il titolo del libro, si compone di 4 sezioni portanti ognuna delle quali a sua volta determina e amplia una serie di argomenti precisamente identificati nelle domande che U_Net pone ai suoi interlocutori. E che interlocutori… per chi segue minimamente l’ambito in questione, stiamo parlando di nomi decisamente importanti, quelli che hanno mosso i primi alfabeti del genere determinando in seguito veri e propri linguaggi; ma parliamo anche, anzi, parlano loro direttamente attraverso le loro risposte, di giornalisti, attivisti e militanti politici, artisti, professori universitari, con la caratteristica che spesso, questi ruoli si attraversano, nelle figure dei singoli intervistati. Gente come Raheim (The Furious 5), Chuck D (Public Enemy), Boots Riley (The Coup), M1 aka Mutulu Olugabala (Dead Prez, tra i fondatori della sede di Brooklyn del National Peoples Democratic Uhuru Movement e del Malcolm X Grassroots Movemen), Bonnie Kerness (coordinatrice dello Human Watch Program per conto dell’American Friends Service Committee), Craig Watkins (docente presso il Dipartimento di Sociologia della Austin University), Robin D.G. Kelley (professore presso il Dipartimento di antropologia della Columbia University), Marcyliena Morgan (insegna presso il Dipartimento di comunicazione della Stanford University), Henry Chalfant (fotografo), Michael Holman (conduttore dello storico programma Graffiti Rock), Davey D (giornalista indipendente, Dj e attivista, tra i fondatori della Bay Area Hip Hop Coalition e membro della Bay Area Black Journalist Association). E l’elenco non finisce qui…
Il lavoro importante che si palesa dietro alla ricerca, prima, e alla stesura/pubblicazione di “Bigger than Hip Hop” in seguito, è la ricostruzione minuziosa del contesto sociale, politico ed economico all’interno del quale l’Hip Hop si forma e si trasforma, si adatta, muore e rinasce. È sufficiente osservare i titoli presenti all’interno della ricca bibliografia per capire quanto sia stato approfondito questo aspetto da parte dell’autore. Un testo come, per rimanere in Italia, “Senza Illusioni” di Bruno Cartosio (Shake Edizioni), insegnante di storia contemporanea e storia dell’America del Nord all’Università degli Studi di Bergamo, è assolutamente indicativo in questo senso. L’operazione che spesso si svolge in velocità e disattenzione è quella di limitarsi a prendere in considerazione ogni singolo elemento, generalmente quelli più appariscenti e vacui, e trarre, a partire dagli stessi, piroette e ragionamenti assolutamente insufficienti, privi di qualsivoglia rappresentazione nella realtà, perché privi del rapporto dialettico che li lega, tra loro e col tessuto circostante. “Bigger than Hip Hop” compie l’operazione inversa: ridetermina un piano nel quale i vari elementi di cui sopra, positivi o negativi che siano, immediati o celati, trovano una risposta sul piano storico. Non a caso le 4 sezioni, necessari anche in fase di lettura a schematizzare l’architettura del libro, sono intitolati “Roots, Back in the Days”, “Streets, The street is political”, “Culture, How ya like me know?” e “Community, Back on the block” e sono a loro volta introdotti da da brevi ed intriganti saggi di U_Net, nell’ordine “Hip Hop e contesto urbano postindustriale”, “Gangster: Real and Unreal”, “Sul gap generazionale” e “Hip Hop e nuova chiesa nera”.
Un assoluto valore aggiunto al libro è rappresentato dalle illustrazioni e dalle fotografie in esso contenute. Le prime sono ad opera di Paper Resistance, di stanza a Bologna, dove ha imparato a stendere il ferro del segno come un buon fabbro, che ha avuto la capacità in questi anni di sviluppare un proprio percorso artistico e soprattutto di comunicazione capace di produrre una identificazione immediata nelle persone che si relazionano con i suoi lavori, così nei manifesti per la strada come nelle pubblicazioni cartacee; Paper Resistance si è occupato di “iconografare” ogni intervistato presente su “Bigger than Hip Hop”, linea semplice, immediata, rapida. Le fotografie, alcune delle quali inedite, sono opera di Henry Chalfant il quale non ha certo bisogno di presentazioni; i suoi scatti a graffiti e b-boy della New York dei primi anni Ottanta sono stati esposti in numerose gallerie; è autore con Marta Cooper di Subway Art, coproduttore di Style Wars e regista di Mambo to Hip Hop; è stato recentemente in Italia all’interno della esposizione “Beautiful Losers” presso la Triennale di Milano.
Importante nota di merito: il libro lo si trova in libreria al costo di 15€ (e li merita tutti) ma anche sul sito licenziato come Creative Commons, ovvero completamente scaricabile in formato pdf.
“Bigger than Hip Hop”, per concludere, è importante oltre che per i contenuti, anche per il tipo di approccio utilizzato dall’autore che ci permette di mettere assieme tasselli necessari per un ragionamento collettivo, composito; a lui va il merito di aver lavorato duramente in tutti questi anni, aver viaggiato, aver incontrato persone cruciali, intervistato, scritto, e da lui ci aspettiamo nuove future pubblicazioni, nuovi materiali su cui attivare approfondimento necessario per la comprensione di fenomeni ed avvenimenti legati non soltanto all’Hip Hop ma alla cultura afro-americana nel suo complesso.
Bigger than Hip Hop, di u_net, edito da agenzia x e cox18books, 2006.

di Robert Rebotti, Jacklamotta

XL, 15 luglio 2006
+ Il rap? È lotta e poesia
Alla domanda (su “XL” di marzo): “Puttane, gangsta, faide e soldi, è questo l’hip hop?” rispondo che il quesito va aggirato. Togli l’interrogativo, allunga la frase e vai al cuore di una quadro globale rivoltante: “Puttane, gangsta, faide e soldi, è questo l’hip hop che piace al mainstream!”. Gli artisti del giro underground lo sanno: se vuoi essere accettato in “serie A” devi accontentare almeno un po’ questa immagine dell’hip hop come intrattenimento per dementi e cantare canzoni “standard” (oltre che entrare nella “Gea della musica” che ha l’appalto delle programmazioni). Sfoggia il gioiello (anche se sei al verde), fai video e foto con ragazze seminude le non farle parlare), racconta i tuoi problemi d’infanzia (ma non creare problemi), e la cosa può iniziare a funzionare. Certo siamo in Italia e non in America e tutto è molto annacquato, non si vendono mitragliatori al supermercato, ma la telecamera va sempre dove stanno la pistola e la ragazza svestita. Eminem e 50 Cent non sono passati invano, l’industria discografica cerca epigoni da sfruttare. Questa è la superficie. Noi sono quindici anni che siamo dall’altra parte e non ci sentiamo soli. Il rap è una cultura molto più grande e profonda e popolare e combattiva e nell’underground si muove una società civile intelligente e appassionata che tiene alto il suo nome. Generazioni di ragazzi e ragazze si innamorano dell’hip hop e lo fanno da venti anni come una forma di resistenza fresca e positiva, portandolo ovunque nel mondo e sempre nello stesso posto: nelle periferie dell’impero. Dalle strade della Francia alla Palestina, all’Argentina, ai muri di Long Island e di Scampia.
Il rap e i graffiti sono roba immediata e alla portata di tutti, sono l’occasione per esprimersi ed entrare in contatto con i propri simili e fare di problemi personali dei problemi comuni formando delle comunità. Questa è la cosa più affascinante e potente e libera e sincera. L’hip hop è lotta e poesia, è fratellanza e festa. Nelle panchine, nelle piazze, nei bar, nei locali, nei centri sociali, là dove ci si incontra, ci si inventa, si autorganizza il sociale cercando forme autonome di creatività. Sono qui i protagonisti invisibili che ci interessano, tutte quelle giovani vittime predestinate della ristrutturazione del mondo del lavoro, stritolati dentro il capitalismo moderno, super sfruttati e ricattati e a cui l’hip hop per un tratto di vita offre un posto nel mondo, dando voce per raccontare la vita, i sogni e le paure. Certo sono lontani i tempi dei Public Enemy, dei De La Soul e della A Tribe Cal-led Quest, oggi ci sono Common, Dead Prez, Talib Kweli. E chi li conosce? Per me l’hip hop è questo. Ma come il titolo del bellissimo libro di U.net Bigger Than Hip Hop che consiglio a tutti di leggere, uscito in questi giorni: la faccenda è “più grande dell’hip hop”.

di Militant A – Assalti Frontali

Groove, dicembre 2006
+ Bigger than hip hop
Non avete mai capito la differenza tra rap e hip hop? Bigger than hip hop è IL saggio da leggere e poi regalare a quelli che pensano che questo universo sia governato solo da divinità miliardarie e spendaccione. Dopo anni di ricerche e interviste ad artisti e critici, u.net ha ricostruito l’intero feneomeno, dal Bronx fino ai giorni nostri, mettendo in risalto i legami tra hip hop, politica e storia afroamericana.

di Giacomo Freri

http://forcespike.blogspot.com, 8 gennaio 2007
+ Bigger than hip hop
Ho da poco finito di leggere Bigger than hip hop, libro che mi sento di consigliare caldamente, e non solo agli appassionati del genere! Io in prima persona non lo sono: anche se praticamente da sempre ascolto rap, non l’ho mai approfondito in modo particolare.
Trovo che non ci sia miglior modo di farsi un’idea a proposito di questa opera, di andare a visitare il sito ufficiale ad essa dedicato (molto ben fatto davvero).
La sezione featuring da un’indicazione sulla qualità del libro: l’autore non ha voluto limitarsi a citare fonti bibliografiche o esperienze personali, ma ha realizzato una serie di interviste con i personaggi più disparati legati alla cultura hip hop: non solo rappers quindi, ma anche critici musicali, docenti universitari, attivisti politici. Scelta vincente a mio parere, che riflette nella scelta dei featuring quella che è l’essenza dell’hip hop: qualcosa in più di un semplice genere musicale. Un vero e proprio stile di vita e modo di pensare. È evidente la consapevolezza riguardo a questo dell’autore, Giuseppe “u.net” Pipitone, che non a caso per aprire il libro cita Krs One:
Rap is something you do
Hip hop something you live
La cosa che ho apprezzato maggiormente del libro sta nell’approccio sociologico scelto, che pone l’accento sul milieu, oltre che sulle influenze musicali, che ha contribuito a forgiare gli artisti hip hop delle origini e contemporanei. È difficile infatti comprendere a pieno l’origine di un movimento così influente sulla cultura e sulla musica mondiali se si prescinde da ciò che hanno rappresentato per il popolo afroamericano le lotte del Movimento per i diritti civili, il Black Power, le rivendicazioni del Black Panther Party, ma anche gli ambienti (sub)urbani letteralmente disintegrati (vedi i lavori per la cross-Bronx expressway negli anni ’60), la devastazione epidemica causata dalla diffusione del crack, le trasformazioni sociali determinate dalla rivoluzione in atto nel mondo del lavoro (con il boom dell’economia dei servizi, argomento a riguardo del quale vedi anche Le città nell’economia globale di Saskia Sassen, Pine Forge Press, 2000).
È stato piuttosto disturbante leggere i contributi a proposito del sistema carcerario americano e newyorkese in particolare, in cui si evidenziano aberrazioni disumanizzanti tali e quali a quelle di cui parla Mike Davis nel suo Ecologia della paura con riferimento alla California (vedi anche l’intervista a Mike Davis di cui ho parlato un paio di giorni fa). Non a caso tra le fonti bibliografiche usate da u.net compaiono anche due opere del sociologo urbano.
Bigger than hip hop è un libro interessante, scritto con passione e pensato con intelligenza, che consiglio di cuore a chiunque ami la musica in generale, poichè una porzione consistente della produzione musicale moderna (e la totalità di quella elettronica in particolare) ha subito più o meno profondamente le influenze della musica nera. Visti gli argomenti trattati e l’approccio usato per farlo, Bigger than hip hop si rivelerà una lettura estremamente interessante anche per chiunque si interessi più in generale alla sociologia e alla cultura contemporanea.
C’è un ultimo aspetto interessante: il libro è distribuito con licenza Creative Commons (la stessa che io uso per questo blog), ed è scaricabile in formato .pdf dal sito ufficiale. Naturalmente per leggerlo con comodo è preferibile acquistarlo, ma un .pdf è comodissimo per svolgere poi ricerche successive alla volta di estratti particolari dell’opera.
Ah, un post scriptum: alla realizzazione del libro, con un’intervista e con le proprie fotografie, ha contribuito Henry Chalfant, co-autore di Style Wars, imperdibile documentario del 1983 sull’aerosol art newyorkese!

di Malkav

Liberazione, 28 settembre 2006
+ Hip pop non solo successo di mercato
Non solo gangsta, rime sessiste, dollari come se piovesse, macchine di lusso, catenoni d’oro al collo e ragazze sexy che sculettano. L’hip hop è molto di più dell’immagine offerta dai media e costruita ad hoc dal mercato dell’industria discografica che, proprio su questo stereotipo, ha conquistato una crescente fetta di pubblico, fabbricato soldi a palate e nuovi fenomeni quali Eminem o 50Cent. Non che quel che si veda sia falso (l’estetica gangsta ha pervaso questa cultura sin dalla nascita) ma non si può prendere neanche per oro colato tutto ciò che luccica. Tanto che la mappa dettagliata ricostruita da u.net nel suo libro Bigger than hip hop, è la conferma di un abbaglio che, sebbene non faccia una grinza dal punto di vista del funzionamento commerciale, non ce la fa ad adombrare o a ridurre a spettacolo denigrante una comunità nera che proprio l’hip hop aveva spinto su un percorso di emancipazione, capace di far letteralmente impazzire adolescenti di tutto il mondo (come lo stesso u. net, milanese di nascita, il cui battesimo di fuoco ha coinciso nel 1988 con l’ascolto dell’album dei Public Enemy It takes a nation of million to hold us back).
Attraverso una raccolta di interviste ai protagonisti della scena di ieri e di quella underground di oggi, ad attivisti, intellettuali, critici e studiosi, Giuseppe “u.net” Pipitone invita a non fermarsi alla superficie della visione “bling bling” (il rap dell’ostentazione dei beni di lusso) e ad addentrarsi nelle “storie della nuova resistenza afroamericana”, come recita il sottotitolo del libro. Ovvero quelle della “coscienza nera” che hanno fatto nascere e crescere la cultura dagli anni Sessanta in poi, sull’onda delle conflittualità politiche e sociali, delle discriminazioni e degli scontri razziali, della rabbia dei ghetti e dei movimenti per i diritti civili, da Marthin Luther King alle Pantere Nere. Epicentro della scossa tellurica la città di New York: nei suoi quartieri malfamati, primo fra tutti il South Bronx, la cultura ha preso forma, segnando per almeno due decenni la vitalità espressiva della metropoli per antonomasia. Ed è proprio sulla complessità dello sviluppo e dell’evoluzione dello stile che u. net si concentra, andando a ricercare le radici dell’hip hop nel contesto urbano postindustriale che lo ha prodotto, nelle trasformazioni etniche e sociali che ne hanno permesso l’emersione quale voce del disagio (“a volte è come una giungla” rappava nel 1980 Grand Master Flash and the Furious Five in “The Message”, primo pezzo ad incarnare questo tipo di sensibilità). Sotto le macerie delle demolizioni continue che cambiarono il volto (non solo urbanistico) di New York a partire dagli inizi degli anni Sessanta si respirava aria di creatività. La cosiddetta “New York Experience” era all’opera, il suo spirito ruotava intorno alla sfida per l’acquisizione del rispetto, calcolato non sui valori economici imposti dal mercato ma sul concetto di capacità e di comportamento. L’hip hop aveva così innestato di nuovi significati la vita di strada e il “conscious rap” fu la colonna sonora fino alla metà degli anni Ottanta. Poi, come alcuni fattori avevano determinato la sua nascita, altri ancora ne condizionarono lo sviluppo successivo. Meglio espresso nelle parole del leader dei Public Enemy Chuck D: “L’hip hop è in stato d’emergenza da quando le multinazionali lo hanno strappato alla comunità dove è nato e si è sviluppato”. Ed il resto è storia dei nostri giorni.
Bigger than hip hop vuole essere un omaggio alla storia, alla cultura e alla comunità afro americana, la prima tappa di un percorso di ricerca nella cultura hip hop e una sfida a far meglio nella sana tradizione delle Hip Hop Battle”, spiega l’autore nell’introduzione al suo libro. Tra le tappe di questo itinerario ritroviamo nomi e volti noti: Micheal Holman, conduttore dello storico programma Graffiti Rock e figura cruciale per l’evoluzione della scena perché rappresentò il punto di contatto tra la gioventù di colore del Bronx e i giovani punk rocker e creativi bianchi di Manhattan; Henry Chalfant, il fotografo outsider dei writer e dei b-boy di primi anni Ottanta (i suoi scatti contenuti nel libro sono una preziosa testimonianza di quel periodo), autore insieme a Marta Cooper di Spraycan arte Subway art, libri cult per il writing; Raheim, uno degli Mc dei Furious 5; Boots Riley voce del gruppo The Coup, tra i più consapevoli del movimento di liberazione nero; Adisa Banjoko, meglio noto come The Bishop, giornalista indipendente, esperto di Islam e autore di alcuni volumi sulla Cultura; Greg Tate, critico musicale del Village Voice e fondatore della Black Rock Coalition; Bakari Kitwana, ex caporedattore della rivista The Source, ora giornalista indipendente e tra gli organizzatori della National Hip hop Convention; M1 alias Mutulu Olugabala fautore del tentativo di riaffermazione di un movimento di liberazione della comunità nera, dalla metà degli anni ’90 insieme a Stic. man fondatore del leggendario gruppo rap Dead Prez.

di Monia Cappuccini

www.railibro.rai.it, 2 aprile 2007
+ Bigger than hip hop
Piccolo grande libro: Bigger than Hip Hop, di u.net, intreccia la più recente storia americana con le vicende dell’hip hop, mischiando saggistica, interviste, fotografie e splendidi ritratti in puro graffitismo.
Un casa editrice che è anche progetto culturale e anche centro sociale. Un autore che scrive sotto uno pseudonimo da villaggio globale tecnologico. Un libro piccolo, ma denso, scintillante.
Bigger than hip hop non è un semplice saggio sull’hip hop, non si limita all’analisi distaccata, alla citazione saggia e dotta. E, viceversa, non vuole a tutti i costi simulare una fratellanza, un’equivalenza, un’appartenenza tra l’autore (o chi legge) e l’argomento. Vuole essenzialmente raccontare com’è nato, come si è evoluto, quanto si è articolato l’hip hop. E per farlo bene, per evitare venature banalmente antropologiche o sociologiche, accosta parti esplicative e informative di guizzante lucidità a lunghe interviste ai protagonisti dell’hip hop. Protagonisti di tutti i tipi: musicisti, certo, e insieme a loro artisti, fotografi, giornalisti, critici. E, ancora, i professori universitari (udite, udite) di quelle cattedre statunitensi di scienze umane che sono così diverse dalle nostre. Quasi tutti neri, questi professori, quasi tutti in qualche modo impelagati personalmente con quell’oggetto pervasivo che è l’hip hop.
Quale serietà, quale cura: u.net (alias Giuseppe Pipitone) trova il giusto equilibrio tra passione ossessiva e informazione, rende benissimo l’idea di quel che è e che non è l’hip hop. E parte dai suoi inizi, dalla “bonifica” forzosa di cui, alla fine degli anni Settanta, fu oggetto il South Bronx di New York. Una ristrutturazione urbanistica che frantumò i legami tradizionali delle comunità nere, il collante familiare, sociale, politico e religioso che rendevano ancora minimamente abitabili e domestici quei luoghi (che già allora non erano un paradiso). Ecco dunque il ghetto che conosciamo dal cinema degli ultimi trent’anni: la spersonalizzazione, la perdita di punti di riferimento, il ripiego su droga e crimine. E poi l’emergere di nuove figure da imitare, non proprio edificanti.
Ma ecco anche un modo un po’ anarchico di ricreare la comunità. Un qualcosa nato quasi per caso, forse senza progetti, senza consapevolezza. All’inizio lo si poteva incontrare nelle palestre scolastiche, dove centinaia di persone si riunivano a sentire un DJ che remixava dischi seguendo semplicemente il proprio gusto, e un MC (Master of Ceremony) che aveva bisogno solo della laringe per sentenziare la sua personalissima visione del mondo (il rap vero e proprio). E, quasi contemporaneamente, i graffiti sui muri, il nuovo modo di scrivere e di comunicare; e poi un abbigliamento fatto di tute in acetato, scarpe senza lacci, berretti rovesciati. E ancora altro. Molto altro: l’hip hop ha rivelato la sua incredibile flessibilità entrando in contatto praticamente con tutti gli aspetti della comunicazione, e della società. Cinema, letteratura, pubblicità, musica, arte, tecnologia, business discografico, industria della moda. Criminalità.
Leggere Bigger than hip hop significa anche leggere un pezzo di storia americana, significa anche vedere l’hip hop come una cartina di tornasole per capire quei fenomeni che lo comprendono e che, in qualche modo, influenza. U.net divide per argomenti il suo libro senza mai scindere questi due aspetti. Affronta l’incapacità delle chiese afromaericane di essere un modello positivo per i giovani, e impernia le sue interviste sul lusso sfrenato che rendono queste chiese così simili all’ultima frontiera (degenere?) dell’hip hop: il cosiddetto bling bling, fatto di donne compiacenti, lusso sfrenato, costosissimi oggetti kitsch. E poi accosta (o fa accostare) le frange più estreme di violenza e misoginia (che comunque hanno caratterizzato l’hip hop sin dai primordi) al gangtsa rap californiano. E, ancora, esplora i legami tra hip hop e Islam. Cercando di capire e spiegare, capire e spiegare.
Quella di u.net è una visione che, nella sua esplorazione a 360° della scena americana, non risulta totalmente oggettiva ma, anzi, sottilmente, giustamente partigiana, nella scelta dei temi come nella scelta degli intervistati. Alla fine ciò che emerge da queste pagine, quello a cui si tende, è il desiderio di un hip hop più consapevole, meno vittima di interessi altri, meno in balia della propria carica di violenza. Un hip hop più “politicamente corretto”?

di Maria Agostinelli

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48 Responses to Recensione: Bigger than hip hop

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