Amianto

Amianto

www.radioarticolo1.it, 14 gennaio 2014
+ Intervista a Alberto Prunetti
Scaffale Lavoro – Amianto. Una storia operaia. Interviene Alberto Prunetti, autore. Ascoltala qui.

di Stefano Iucci

la Repubblica, 30 novembre 2013 2013

+ Libri: Alberto Prunetti scrittore toscano 2013

Alberto Prunetti è lo scrittore toscano 2013. L’autore di Amianto (edito da Agenzia X) ha vinto il premio organizzato nell’ambito della Festa della Toscana. Tra le motivazioni la maniera in cui è stato trattato il tema delle vittime dell’amianto e delle altre nocività industriali e la rappresentazione della vita in provincia. “È stato un anno di duro lavoro – ha commentato lo scrittore – con oltre sessanta presentazioni in tutta la Toscana”.
Nel libro di Prunetti, la storia e la vita di Renato si intersecano nell’Italia del boom economico con il rovescio della medaglia e il conto da pagare al progresso e al lavoro. Prunetti “venuto al mondo a Piombino, la città industriale del ferro – come si legge nelle motivazioni – e concepito a Casale Monferrato, la capitale del lutto e dell’amianto”, ci conduce, attraverso la storia del padre operaio, in uno spaccato di Italia e di Toscana che è quello delle bombe ecologiche industriali create in nome dello sviluppo.
Renato Prunetti, operaio tubista e saldatore, fiero della sua professione, per svolgere il suo lavoro doveva coprirsi d’amianto e non sapeva che quell’amianto lentamente lo avrebbe ucciso. Una riflessione sul senso del lavoro che tocca anche l’oggi e lo stesso autore (ancora precario). “Un libro – ha detto lo scrittore – che non avrei mai voluto scrivere perché è nato sulla pelle di mio padre”.

di Gerardo Adinolfi

www.momentosera.it, 30 novembre 2013
+ Amianto – Desaparecidos di fabbrica
Delitto colposo e amianto, norme e persone. Linee verticali, che talvolta, s’intrecciano, ma quasi mai nello stesso tempo. Perché il diritto, quello nei Tribunali, arriva dopo.
Al contrario, quella che s’instaura tra la fabbrica e il corpo umano è una lunga collaborazione, silente. Un vero sodalizio.
“Io amo questa fabbrica, ci vivo.” È Maurizio, un operaio. Uno di quelli che quando tornava a casa era orgoglioso di quel tozzo di pane che aveva guadagnato. Lì, a due passi, è nato Riccardo, suo figlio, a fine luglio. Nel giorno in cui in fabbrica avevano raggiunto il massimo della produzione. Era su di giri, aveva toccato il cielo con un dito. Si sentiva il padrone della luna.
A poco a poco, quello stabilimento era diventato parte integrante della sua esistenza. Si era abituato anche a quel portone sfasciato, con la manopola di ferro arrugginita. E con lui un esercito di operai, ogni giorno.
Poi è arrivato l’appuntamento con il dottore, per una vista medica: “le polveri di amianto hanno determinato l’insorgenza di mesotelioma pleurico.”
Un verdetto senza precedenti. Senza avvisaglie. Con una storia lunga venticinque anni. La gola, all’istante, è diventata secca, le corde vocali hanno cominciato a bruciare come pezzi di carbone roventi. Non è riuscito a dire nulla. Non una parola, non una risposta. Stava lì, inebetito, a sentire, ma non sentiva. Dentro le orecchie si era formato un vuoto assordante, che si espandeva sino al cervello, bloccando l’irrorazione sanguigna. Mancanza di ossigeno.
E, al primo respiro, improvvisamente, ha cominciato a ricordare. Qualche ombra del passato: dentro la fabbrica erano mancati gli aspiratori ambientali e le maschere, per tutti. Come saette acuminate, si ritorcevano nella mente tante cose, immagazzinate per anni, quasi senza saperlo. Una per tutte: a fine giornata aveva ramazzato a lungo per togliere le polveri; venivano spazzate via con una semplice scopetta, senza alcuna cautela. E lui era là, qualche volta pure con in mano quel maledetto bastone di legno, usato come ramazza. Era uno preciso, e vedere quella polvere per terra lasciata lì da qualche compagno gli sembrava un vero delitto.
Rabbia e dolore che salgono al petto.
Cominciò così il tour dei periti, medici, avvocati e amici. Tutti curiosi di studiarlo o compatirlo. E lui, alla fine, esausto di quegli sguardi, si era confidato con il suo dottore: “non sono una cavia umana. Sono come voi. Come voi. Non mi vivisezionate. Glielo dica lei.”
Il medico era rimasto in silenzio. Era quello della mutua, dove una volta andava quando aveva un po’ di febbre. E sorrideva sempre, raccontando barzellette, con gusto. E ci sapeva fare. Ora non più. Dietro quei grossi baffi bianchi c’era qualche cosa di diverso da un semplice dispiacere.
Un giorno Maurizio entrò in Tribunale. Era la prima volta che metteva piede dentro quel palazzotto tetro, colorito solo da una bandiera sgualcita. Lì si agitavano mani per spiegare le cose: uomini che roteavano in aria quelle dita come fossero stati dei consumati attori. Volavano in aula paroloni, come “efficienza causale”, “studi epidemiologici”, “latenza del fenomeno”, “normativa antinfortunistica”, “certezza logica” “dose-correlata”, e tante altre dal sapore burocratese, del diritto puro. Quello astratto. Il processo.
E dopo un anno e cinque udienze l’operaio, Maurizio, non era riuscito più ad andare al lavoro, al suo lavoro, dentro la sua fabbrica. I polmoni bruciavano sempre di più, come fiamme onnivore. La tosse non smetteva mai.
Ed arrivò il giorno in cui capì che non poteva più andare neanche in Tribunale. Anche una sola idiozia detta fuori posto lo avrebbe destabilizzato per un’intera settimana. Come accadde in primavera. Un uomo, con indosso un mantello nero e dei cordoncini dorati, stava affermando in aula a gran voce: “è corresponsabile. Sì, è corresponsabile, poiché aveva la possibilità di prevedere ed evitare l’evento, visto che ci lavorava.”
Poi fece una pausa, per catturare a sé l’attenzione. E quando riprese disse: “Lui sapeva.”
Si era pure alzato in piedi per conferire alle sue parole un senso aulico, avvicinandosi al microfono e mettendo bene in vista l’orologio. Usciva dalla camicia e dal polsino per quanto era grosso. Da lontano Maurizio non riconobbe la marca. Ma era d’oro, come quei cordoncini della toga.
Si parlava dell’imputato, ma, in realtà, improvvisamente, tutti si erano girati, a guardare lui, la persona offesa. E mentre Maurizio era rimasto con lo sguardo fisso, imbambolato a guardare la toga dell’avvocato, era calato il silenzio. Gelido. Nessuno parlò più. Ed il sangue si fermò. “Ce l‘ha con me. Ce l‘ha con me”, aveva cominciato a pensare Maurizio che per anni aveva preso, toccato, girato, inciso, tornito, avvolto, custodito e poi riposto, a fine giornata, quel maledetto “pezzo” di fabbrica. Addetto alla manutenzione. Il suo compito, dentro la sua fabbrica.
Fu quella sera, tornando a casa, che decise di non comparire più in Tribunale. E sparì da quei luoghi dove si faceva giustizia. Guardò sua moglie, e, poi, Maurizio, un giorno, sparì, dalla fabbrica, dal quel supermercato sotto casa, dal garage dove teneva la sua Micra usata color petrolio, dalla sua poltrona. Sparì, per tutti.
Forse, questa non è stata la prima storia, ed il nome Maurizio è di fantasia. Ma il problema è che poi ne sono venute altre. Ed altre ancora.
Cadono a grappoli. Ma ad ogni storia c’è una costante: la scomparsa dall’elenco dell’ufficio del personale, da quel timbro sul cartellino, da quel posto in mensa, dal turno delle ferie, da quel numero, invisibile, sulla busta paga.
La sua vicenda è stata una di quelle senza audience. Niente tv. Niente interviste, niente apparizioni pubbliche. Non faceva parte della politica, non c’erano elezioni in ballo. Di lui, della sua malattia, non sapeva quasi nessuno, neppure nel condominio. Era una persona riservata. Lavorando ogni giorno, questo operaio, non aveva avuto neanche il tempo di andare su facebook, o su twitter, che, forse, neanche esistevano. Ed anche se fossero esistiti, alla fine non aveva più i soldi per comprare niente, figuriamoci un computer. A casa era solo lui che lavorava. Così gli avevano insegnato. E così aveva fatto. Aspettando ogni sera di rivedere gli occhi di sua moglie.
E, dopo la tragedia, nascono in sordina manuali di diritto, zeppi d’inchiostro e nozioni. Fioccano condanne, dure come la pietra. Come, alla fine, quella per lui, postuma. Arriva un giorno, a casa della moglie, un foglio, con su scritto “In Nome del Popolo Italiano.” È il biglietto di cancelleria. La vittoria. Ma quel pezzo di carta non ha un orologio che torni indietro. Le lancette della sveglia sul tavolo non si muovono, né in avanti né a ritroso.
Poi, d’improvviso, la letteratura si muove. Con i ricordi. È l’urgenza che chiama. Un flusso incontrollabile della coscienza che fa riemergere nella scrittura strade chiuse, sensi di marcia vietati. Pagine di esistenza intrise di dolore, ma dense di energia plastica, quella della vita, che batte ancora. E si fa sentire con tutto il suo pulsare di frammenti del passato, fatti veri.
Talvolta anche da padre in figlio. Là in quel luogo dove scorre lo stesso sangue. L’unico ad avere una piena e totale legittimazione. Come nel libro di Alberto Prunetti, dal titolo Amianto, una storia operaia. Questa non è solo una storia privata, nella sua comune accezione, da mantenere confinata nelle mura domestiche. È un fatto sociale. E crudo. Dove lo scambio tra l’annotazione e ricomposizione di un processo vitale è attraversato diagonalmente da una luce che disgrega il fatto privato per divenire poi nuova materia, realtà sociale. La sicurezza del lavoratore e la sua salute sono un fatto sociale. Una volta questi fatti non erano neanche trattati nella cronaca. Ora la storia di Renato appartiene a tutti, anche al semplice lettore.
Amianto. Eccidio della carne. E quando la prosa narrativa si mescola con la carne, diviene essa stessa tessuto connettivo. Scrittura e corpo, in negazione di un oggetto, di un elemento, di una fibra. L’asbesto.
La compilazione di un periodo, di una frase, la scelta di un vocabolo in questo libro di Prunetti è fortemente influenza dal valore della carne, del corpo. Non è solo una scrittura intersoggettiva, ideale. Perché la fibra dell’amianto penetra nelle vie polmonari e si assesta per lungo tempo, e la sua storia è diventata la storia della lunga incubazione di una malattia.
Nel 1901 venne brevettato il cemento-amianto dall’austriaco Ludwig HATSCHEK. Nella registrazione si scelse di dare il nome di questo fibrocemento e la parola cadde su Eternit, dal latino aeternitas, che dura un’eternità. Una scommessa con il futuro persa a priori, perché senza l’uomo questa dannata fibra non poteva certo durare.
Diritti fondamentali e ribellione alle omissioni, all’inattività, alle mancate informazioni, alle mancate tutele preventive.
La battaglia contro l’amianto nasce con il diritto, ma non quello scritto solo nel tardo 1992 con la legge n. 257, e neppure solo con quello scolpito nelle sentenze di condanna per la vicenda che ha visto coinvolto l’intero Comune di Casal Monferrato ed altri. La battaglia nasce con l’affermazione di coscienze sensibili, di mercati dove al centro della competitività non c’è la materia, o solo quella, ma il rispetto dell’equilibrio biologico tra uomo e res. Non c’è progresso, non c’è competitività, non ci può essere investimento laddove si toglie il respiro all’uomo. Investimento contro natura. Un urto devastante.
La devastazione prodotta da questo urto è storia, come quella di Renato, il saldatore nel libro Amianto, una storia operaia. Con la sua forza, con i suoi dolori, con la dignità di un operaio, un grande operaio. Specializzato. Un uomo, una vita. E i tubi di Piombino.
E se qualcuno avrà visto nelle pagine di questo romanzo gli occhi di Renato, le sue braccia, i suoi guanti, la sua maschera di saldatore, il suo telone di amianto, la sua tuta, gli elettrodi, le cisterne piene di petrolio, potrà dire di aver intravisto dalla finestra, dietro l’angolo, due persone.
Il padre ed il figlio.
Questo è anche un racconto che non ha fine. Non può finire solo così. Ti trascina oltre. Vorresti di più. Vorresti continuare a discutere, a cercare di capire, per capire perché. E vorresti guardare dritto negli occhi chi ha avuto il coraggio di scrivere questa storia, catartica nel suo insieme, difficile nel suo viaggio di speranza che ogni giorno, davanti alla tastiera del computer, si presentava. Almeno per capire come sta, senza chiedere troppo, ma ascoltando. Perché la botta in pancia che arriva fa capire una cosa: bisogna respingere chi vuole rendere invisibile la tua vita, la tua famiglia, il tuo lavoro. Perché sarà lo stesso che cercherà di rendere invisibile la tua scomparsa.
Desaparecidos di fabbrica. Intollerabile prima, insopportabile ora.

di Alberto Sagna

http://www.paroledisicilia.it, 3 novembre 2013 
+ Due parole su Amianto di Alberto Prunetti
Terribile e bellissimo, lo definisce Valerio Evangelisti nella prefazione, io aggiungo “doloroso ed epico”. Doloroso perché Alberto, che io conosco e ho incontrato spesso negli ultimi anni a Siena e in zona Maremmana, ma l’ultima volta alla presentazione del suo libro al Gabrio di Torino. Alberto, dicevo, scrive una biografia di Renato, suo padre, una storia operaia, come recita il sottotitolo. Renato Prunetti ha lavorato negli impianti siderurgici di tutta Italia, da Novara a Casalmonferrato, da Busalla a Taranto passando per Terni, in quanto saldatore-tubista. E l’amianto, gli ha fatto la festa, scusate la rima tragica e giocosa, ma Renato è morto nel 2004 dopo mesi di atroci sofferenze per una malattia collegata al suo lavoro a contatto con l’amianto. Solo che all’inizio non se ne rendeva conto, ma verso la fine sì. La cosa ancor più tragica, come scrive Alberto, il figlio di Renato, è che dopo la sua morte si è scoperto che in base alle norme per chi lavora a contatto con l’amianto avrebbe dovuto andare in pensione sette anni prima, ma così non è stato, doppia beffa quindi: Alberto e sua madre e i familiari di Renato hanno saputo dopo la sua morte di questa possibilità! La tecnica narrativa di Alberto è fenomenale, ovviamente mischia aneddotica dell’infanzia e storie operaie appunto, quelle che ha vissuto in prima persona e sulla sua pelle Renato, che lui chiama appunto Renato, e non “mio padre”, dopo aver detto, all’inizio, sempre in forma narrativa e aneddotica, di esserne il figlio. Amianto mi ha fatto pensare a Rue des italiens, il romanzo di Santocono che ho tradotto dal francese e pubblicato in Italia da Goree: simile aneddotica “leggera” per descrivere la tragedia della miniera e i danni fisici oltre che morali degli uomini che lavorano nelle miniere del Belgio nel caso di Rue des italiens, operai nelle grinfie del drago dell’industria di acciaio e amianto nel caso del libro di Prunetti. Ha risvegliato in me il desiderio di scrivere e ricordare i tanti padri dei miei amici e compaesani minatori a Pasquasia fino a vent’anni fa, e qualcuno di loro è morto dentro la miniera e altri di cancro nell’ultimo ventennio. Un respiro di vita questo romanzo, che da voce a chi paga sulla sua pelle gli effetti della civiltà industriale, un modo di raccontare di uno che è molti, un tesoro di letteratura epica, autobiografia e verità! E giustizia nell’ingiustizia! A Renato sono stati riconosciuti gli indennizzi per le vittime dell’amianto, poca cosa ma sempre qualcosa, e soprattutto, Amianto ha venduto 400 copie in poche settimane da novembre dell’anno scorso quando è uscito, miracoli e gioie di letteratura resistente nel mare della merda e della letteratura-spazzatura dei nostri giorni.

di Angelo Maddalena

http://incrocionline.wordpress.com, 15 ottobre 2013
+ Due racconti sulle morti per amianto: Alberto Prunetti e Stefano Valenti
Alberto Prunetti, AMIANTO. UNA STORIA OPERAIA, Agenzia X, Milano 2012 • Stefano Valenti, LA FABBRICA DEL PANICO, Feltrinelli, Milano 2013.L’incubo delle morti bianche per amianto, qui opportunamente chiamate «omicidi bianchi» (pp. 15 e 114), è il tema di un piccolo libro del livornese Alberto Prunetti (1973), per metà romanzo familiare e per metà reportage sulle condizioni di lavoro di un ‘trasfertista’, ovvero un metalmeccanico che, nel tentativo di guadagnare qualcosa in più per i suoi figli, accetta il ruolo di operaio non ‘fra le linee’, ma nei cantieri spesso molto distanti dalle sedi centrali delle aziende per cui lavora, regalando ai suoi il mito tutto proletario di un uomo che non lavora in fabbrica, ma le fabbriche le smonta e le rimonta anche in un giorno. Alberto è il figlio di questo trasfertista toscano nato il suo stesso giorno, il 16 luglio, ma del 1945, quando l’Italia si liberava, c’era molto da ricostruire e un operaio pensava di aver toccato il cielo, se poteva cominciare «a dare notizia di sé all’Inps nel 1959» (p. 71), sposarsi nel 1972 e poi, anziché andare in viaggio di nozze, farsi raggiungere dalla moglie per qualche mese nella sua destinazione di Casale Monferrato, in una raffineria a sette chilometri dall’Eternit, dove i due concepiscono Alberto. Il quale, essendo poi nato a Piombino, può giustamente – e amaramente – dire di essere del segno dell’«acciaio ascendente amianto» (p. 116). La vita di papà Renato è un compendio di storia della siderurgia, talmente numerosi sono i suoi trasferimenti (a Novara, Torino, Genova, La Spezia, Mestre, Terni, Siracusa e Taranto, «la porta degli inferi», p. 48) e talmente variegate le mansioni con cui si misura, fino a sperimentare, fra il 1985 e il 1990, anche la triste pratica della partita Iva, del lavoro parasubordinato presentato come economicamente vantaggioso per l’operaio – che diventerebbe così padrone di se stesso – e invece introibo nell’assenza di tutele (cfr. pp. 75-77).
Al contempo è un affresco di storia sociale italiana, dal sogno di fine anni Sessanta, ben sintetizzato dalla foto scattata con la conterranea Nada, la cantante, quando Renato arrotondava come cameriere in un dancing club, all’orgoglio operaio degli anni Settanta, quando il compromesso storico viveva nei fatti, prima ancora di essere teorizzato, e, in cambio della pace sociale, le tutele sindacali erano amplissime. Ma vengono gli anni Ottanta e, se il figlio del metalmeccanico non diventa una star del calcio, tocca farlo studiare fino all’Università, sperando che, almeno lui, si liberi «dalla subordinazione di classe» (p. 119). Così seguiamo la storia di Renato, da quel papillon da cameriere, fino a che, appena quarantenne ha i polmoni devastati dai gas delle saldature, l’udito compromesso dai colpi di mazzuolo, la vista ridotta dalle fiamme dell’elettrodo e i denti marciti dai metalli pesanti (cfr. p. 45): sono già le premesse della diagnosi che verrà scritta diciotto anni dopo, quando una fibra d’amianto, evidentemente respirata sotto il telone antincendio che lo isolava durante le saldature nei pressi delle cisterne d’idrocarburi, «ha cominciato a colorare di nero le sue cellule, corrodendo materia neurale dalla spina dorsale fino al cervello. Una ruggine che non poteva smerigliare. Lesioni cerebrali che non poteva saldare» (p. 120).
Il libro è scritto benissimo, col suo attacco altamente lirico, i dettagli da romanzo sociale, le pagine persino esilaranti in cui Alberto ricorda la sua infanzia parecchio ruspante, quando al posto del ‘meccano’ c’era l’officina di papà con i suoi attrezzi miracolosi, ma una caduta in una partita di pallone poteva costare una frattura e tre mesi di gesso, se il campo era quello d’asfalto «di una fabbrica dismessa, la fonderia dell’ex Ilva» (p. 57). Il paesaggio industriale è onnipresente nella memoria di Alberto, la sua città coincide con le ciminiere e con i depositi popolati da personaggi anche misteriosi e degni di una vera e propria favolistica operaia. Si tratta della medesima epopea al rovescio dei Mammut di Antonio Pennacchi, eroi di una civiltà del lavoro che si estinguono sotto i colpi della ristrutturazione neocapitalistica e non lasciano alcuna eredità, visto che i loro figli sono destinati a quel diverso genocidio sociale che è il precariato. Alberto stesso, laureato in Lettere a Siena, diviene un bravo scrittore e traduttore dallo spagnolo e dall’inglese, ma deve accontentarsi di fare il redattore editoriale precario, un proletario appena ingentilito dall’attributo di «cognitivo», come segnala Valerio Evangelisti nella prefazione (p. 6), ma, in definitiva, persino più povero e instabile di suo padre. E, allora, nel cursus simpaticamente toscano di questo libro, non resta che dire: «Ci hanno solo preso per il culo, Maremma schifosa» (p. 137).‘In parallelo’ con la narrazione di Prunetti si potrebbe leggere La fabbrica del panico (2013), definito dal suo stesso autore, Stefano Valenti, un «libro bianco» (pp. 8, 38, 59, 68, 71) sulla morte per mesotelioma pleurico del padre, operaio che dalla montagna lombarda si trasferisce a Milano con la speranza di dare stabilità alla famiglia e invece incontra solo la disperazione, prima, e la malattia letale, poi. Meno narrativo e anche meno interessato a tinteggiare aspetti di storia sociale di quanto lo sia l’Amianto di Prunetti, il libretto di Valenti è però più incline a descrivere l’alienazione dell’uomo sottratto alla salubrità delle valli alpine e alla passione per la pittura e catapultato in fabbrica per «obbedire a ordini a cui non avrebbe mai obbedito. […] Ogni giorno si chiedeva come fosse possibile accettare tutto questo, come fosse possibile accontentarsi, si chiedeva qual era il limite oltre il quale non era concesso, non era lecito andare, e ogni giorno varcava questo limite. Le condizioni di lavoro si aggravavano, la resa diminuiva e ad aumentare erano la fatica e le difficoltà economiche. […] La depressione, sua e dei compagni, diventava assoluta» (p. 33). Il figlio racconta, così, le sempre più ricorrenti «crisi d’ansia» (p. 34) del padre a fine turno, le pillole di varie dimensioni e colori con cui i medici aziendali curano quella che un tempo chiamavamo «esaurimento nervoso», giungendo al paradosso di preoccuparsi che l’operaio riesca a trascorrere più tempo (e con maggiore efficacia produttiva) all’interno di quel reparto saldatura che non solo lo rende infelice, ma lo sta lentamente portando alla morte attraverso le fibre d’amianto che si attaccano ai suoi vestiti e che egli porta quotidianamente anche a casa.
La depressione del padre si rifletterà in quella del figlio, che cresce man mano che raccoglie la documentazione per la sua personale inchiesta, mettendo da parte la sua occupazione abituale di traduttore, la medesima – per straordinaria coincidenza – di Alberto Prunetti. Tradurre, però, è un’azione intellettuale di secondo grado, rassicurante nel suo svolgersi su di un piano del tutto autonomo dai destini storici e gratificante in quanto pratica di perfezionamento: «se fosse per me – scrive, infatti, Valenti a p. 19 – non farei altro e non mi annoierei mai, continuerei a tradurre di continuo la stessa frase, cancellando il lavoro con il lavoro, lavorando all’infinito». Quando, invece, la ricerca delle testimonianze operaie prende il sopravvento, si affaccia in Stefano una diversa urgenza che lo fagocita interamente: «La sera tento di riposare senza riuscirci, faccio ordine nella libreria e in camera, non lavoro, non provo interesse in niente, manco completamente di concentrazione, ho paura di morire o di impazzire, e cerco di aggrapparmi alla realtà» (p. 46).
Eccola, dunque, pronunciata la ‘parola chiave’ di tutta questa stagione di crisi, ciò che ingloba, spiega e supera le singole tragedie economiche ed esistenziali dei singoli: nascosta prima dai miti della modernità, del progresso e della comunicazione, poi dalle schermaglie giudiziarie intorno alle morti bianche, infine dalle politiche di flessibilizzazione del lavoro, che investe in pieno i figli di questi martiri del lavoro, la realtà è la grande vittima della società neocapitalistica, che costringe gli individui a muoversi come involucri vuoti, copie di un’identità sbiadita, di cui si è perduto il documento originale.

di Daniele Maria Pegorari

www.valigiablu.it, 15 settembre 2013
+ Giustizia è non morire sul lavoro
Amianto è una storia operaia: un padre, tubista e saldatore, morto di tumore e un figlio che si è trovato in mano resti da raccontare, affinché la memoria restituisse ciò che la fabbrica aveva annientato.«Giustizia è non morire sul lavoro, è non morire né veder morire i propri colleghi. Senza dover morire “a norma di legge”. È lavorare senza essere sfruttati. È non dovere veder riconosciuto solo da morto quello che è un diritto da vivo». Così scrive Alberto Prunetti nella parte finale di Amianto (Agenzia X), commentando la sentenza con cui si riconosce al padre Renato – nel frattempo morto di tumore – i danni da esposizione alle polveri d’amianto; di fronte al tribunale della coscienza non esistono «morti bianche», ma solo «omicidi bianchi».
Amianto è «storia operaia» incentrata su un padre, tubista e saldatore, e un figlio che si è trovato in mano resti da raccontare, affinché la memoria restituisse ciò che la fabbrica aveva annientato:
“Renato Prunetti, operaio tubista e saldatore, era fiero della sua professione e della sua bravura. Solo che doveva coprirsi d’amianto per svolgere il lavoro. L’amianto uccideva lentamente, e lui non lo sapeva. Quando fu noto, il padronato cercò di tenere nascosto il più possibile il male compiuto, poi di ritardare le misure riparatorie. Scegliere altre forme di protezione avrebbe compromesso un ciclo collaudato, e obbligato a spese senza rientri sul piano del profitto. Sostituire un lavoratore che muore costava (e costa) sempre meno che introdurre modifiche nel processo lavorativo. Direi anzi che oggi costa meno ancora.”
C’è la volontà di trasmettere, oltre alle vicende, un mondo che è stato dissolto dall’erosione dei diritti; dove l’uomo, pur nella fatica e nel logorio della fabbrica, resiste non ancora schiacciato sulla dimensione dell’ingranaggio che deve girare per garantire indici di produzione e statistiche confortanti a beneficio dei padroni. Un mondo da trasmettere in tutta la sofferta solidità che lo contraddistingue:
“è la realtà che ha bussato alle porte di queste pagine. L’immaginazione ha riempito i buchi come uno stucco di poco pregio e ha ridisegnato certi episodi per meglio riprodurre la vicenda di una vita e di una morte. Di una biografia operaia. Il racconto dovrebbe tenere come un raccordo di tanti tubi diversi. Lui lo diceva sempre: mettici il canapone, regge più del teflon. Stai solo attento a rispettare il senso della filettatura e lega il tutto con un dito sporco di mastice verde. Poi stringi con forza, ma senza cattiveria.”
Quella di Renato, operaio pendolare, è una storia che percorre il tempo (dagli anni Settanta fino ai giorni nostri) e lo spazio (i vari luoghi della siderurgia italiana), e delinea la progressiva precarizzazione della classe operaia, la sua atomizzazione in unità produttiva. Dove si arriva all’eresia del tubista con partita Iva, che fa lo stesso lavoro di quando era sotto padrone, però da imprenditore di sé stesso. Che, come scriveva Sanguineti, significa «sfruttatore di sé stessi», uno sfruttamento imposto dalla necessità di lavorare, più che da ignoranza o ingenuità, poiché quella dell’operaio non è certo lotta ad armi pari, anzi. Si trova a lottare contro una lingua istituzionale che gli è estranea, che in busta paga trasforma la voce «disagio cantiere» in «premio», e si trova naturalmente a lottare con il «killer silenzioso»:
“Se fosse un noir, sarebbe uno di quelli in cui si capisce subito il nome dell’assassino. Una storia di ‘omicidi bianchi’, con un colpevole circondato da indizi e tanti complici che negano ogni responsabilità. Senza lieto fine: la minaccia è ancora attorno a noi, libera, un killer silenzioso protetto da una legione di medici, ingegneri, consulenti, industriali.”
L’autore si muove tra memoria personale – nel confronto col proprio vissuto – e ricostruzione attraverso documenti e testimonianze. Ciò lo porta a oscillare tra il passato remoto e il presente storico; quest’ultimo è usato soprattutto per il padre, affidato alla rievocazione, all’emozione che marchia la pagina e poi lascia fluire il racconto, rimanendo sempre pronta a balzar fuori con quel tono caustico e fulminante che nei toscani è sintomo di saggezza popolare di lungo corso. Scrivere è un’esperienza, e lo stile evocativo rivela al lettore la profondità del viaggio compiuto, il suo essere rivolta. Anche se si ha di fronte il mostro fabbrica, «un drago sbuffante di tubi e raccordi, un groviglio di cisterne, ciminiere e torrette» che ha inghiottito i propri cari. Anche se si fa parte della generazione del lavoro intellettuale completamente privo di garanzie che costringe anzi alla deriva tra le onde della «società liquida». Anche se la società che si riunisce attorno ai premi letterari, a quanto pare, preferisce celebrare i morti e non vuole troppe seccature dai vivi, come ci ricordano lo stesso Prunetti e Massimiliano Santarossa a proposito del Campiello e del «realismo operaio» tenuto fuori dalla cinquina finale. «La memoria per me è una cosa viva che si preserva passando la smerigliatrice sulla ruggine del tempo» scrive Prunetti, e la lingua di Amianto trova nei toscanismi un antiruggine congeniale. Come in Voi, onesti farabutti di Simone Ghelli, la lingua è memoria e resistenza, anche se qui si preferisce l’inflessione schietta – persino volgare – invece della ricerca di lirismo («Dottore, da noi si chiamano scuregge», «andate in culo, ma di cuore»). È una scelta calibrata da mano esperta, che sa condurre il lettore in un mondo di sconfitti dove la parola non consola, ma al massimo può modulare l’intensità di un grido rabbioso.

di Matteo Pascoletti

http://www.greenreport.it, 12 agosto 2013
+ Amianto, dietro il dramma le vite spezzate degli operai
Si intitola Amianto, una storia operaia il libro di Alberto Prunetti che squarcia il velo sulle vite di chi lavorava, e di lavoro si è ammalato ed è morto, nelle fabbriche della morte dell’amianto.
Come scrive nella prefazione Valerio Evangelisti, è «Un libro terribile e bellissimo. Dolore, divertimento, pena, riflessione, compartecipazione. Una nuvola di sensazioni alternanti e contrapposte, quali solo uno scrittore vero riesce a condensare».
È la storia di Renato, uno dei tanti operai cresciuti nel dopoguerra, uno di quelli che hanno iniziato a lavorare a 14 anni, ma che allora avevano un orizzonte di speranza e benessere per la loro famiglia e di promozione sociale, del “pezzo di carta” degli studi, per i loro figli.
Renato il suo pezzo di pane e di futuro se l’è andato a cercare sciogliendo elettrodi, facendo il saldatore a pochi passi da gigantesche cisterne di petrolio. «Un uomo che respirava zinco, piombo e una buona parte della tavola degli elementi di Mendeleev – si legge nella presentazione del libro – fino a quando una fibra d’amianto, che lo circondava come una gabbia, ha trovato la strada verso il torace. Poi, chiuso il libretto di lavoro, quella fibra ha cominciato a colorare di nero le cellule, corrodendo la materia neurale. Una ruggine che non poteva smerigliare, lesioni cerebrali che non poteva saldare».
Come ha detto Roberta Papi, dell’Associazione “Movimento in Maremma”, presentando Amianto a Festambiente, è «Un libro che riporta prepotentemente in primo piano il dramma delle morti nei luoghi di lavoro o conseguenza delle condizioni di lavoro. Tema che ancora oggi, nel secondo decennio degli anni duemila, non possiamo archiviare. Un libro, Amianto, che accoglie tante storie al suo interno: ricordi personali dell’autore uniti a materiale di inchiesta, spaccati di costume assieme a riflessioni taglienti sulla mancanza di consapevolezza della società stessa. Storie che ruotano tutte attorno al racconto della vita e dalla prematura morte di Renato Prunetti, operaio specializzato, dovuta all’esposizione alle fibre di amianto e, più in generale, ad un lavoro che, per condizioni lentamente logora. Storie che entrano nella carne, nel cuore e nella mente di chi legge, raccontate con straordinaria capacità da Alberto Prunetti».
Amianto è davvero uno storia operaia, di quella classe operaia che tra Piombino e Taranto, tra le raffinerie liguri e gli stabilimenti di Casale Monferrato, ha costruito il benessere italiano per poi essere dimenticata, spinta ai margini, ridotta a “residuo” della storia, a scarto dell’economia, accusata di avere troppi diritti, ignorata mentre pagava il boom con malattie professionali, mentre soffocava di silicosi e di amianto, di ricordi di miniere e fabbriche abbandonate.
Ma amianto è anche il ricordo dell’Italia che fu «Tra il calcio di strada in un’Ilva dimenticata in provincia e le risse domenicali lungo la via Aurelia». Come da uno scavo archeologico nella nostra memoria recente emerge «Un Lessico famigliare proletario con cavi elettrici impazziti e sarcastici aneddoti dal mondo operaio. Un’epopea popolare ma anche un’inchiesta che riapre una ferita sociale, scritta da una voce narrativa che reclama attenzione e conferma un talento sempre più maturo».
Così come reclama attenzione quella classe operaia data per morta e superflua, che dall’abisso della crisi chiede nuovamente lavoro e futuro, che cerca di ricordarci i riverberi del passato nelle malattie “proletarie” del presente, che chiede nuovamente dignità, un lavoro che non sia una scommessa con la vita, una speranza di futuro che è anche l’avvenire del nostro Paese.

di Umberto Mazzantini

http://paolameinardi.blogspot.it, sabato 3 agosto 2013
+ Amianto
Lo so. Ultimamente lo dico spesso che un libro è bello. Forse sono fortunata. Oppure ho imparato a seguire i saggi consigli. Ma Amianto di Alberto Prunetti è un bel libro, che tratta senza retorica e, con quella profonda umanità a cui attinge l’amore familiare, un tema duro e difficile.
Oggi lo si sa. Di amianto si muore. Ma quando comincia questa storia, che un po’ andrebbe scritta con la S maiuscola perché è una storia vera, Renato non lo sa che di amianto si può morire e come tanti va a lavorarci a stretto contatto. Sarà che Prunetti è della provincia di Livorno, nato in quelle terre in cui anche le tragedie e i lutti sono affrontati con quella vena di ironia che aiuta a sopravvivere, ma questo racconto di vita operaia riesce ad essere profondo e allo stesso tempo leggero come l’acqua che scorre in un ruscello di montagna. Acqua che ti racconta la vita e la morte senza mai smettere di scorrere, guizzare, stagnare quel tanto che basta per far riprendere vita e fiato a chi la abita.
Una vita e una morte che ne racconta tante altre. Scrive Prunetti: “Se poi una scintilla raggiunge una cisterna di gasolio e l’impianto si incendia, sembra sciogliersi anche l’asfalto per le strade di Busalla. Ma loro, i busallesi, sono costretti a vivere con il drago, come i tarantini, come i pimobinesi: sono stretti nella morsa della fabbrica sia fisicamente, sia psicologicamente, perché lo stabilimento dà il ricatto del pane e pretende il diritto di inquinare”.
È un ricatto che, oggi, abbiamo imparato a conoscere bene. Sarà l’affinità anagrafica con l’autore ma mi ritrovo in molte descrizioni che fa di due generazioni: la sua e quella dei suoi. Genitori che hanno lavorato una vita per far studiare i figli, per risparmiare loro non tanto la fatica ma un lavoro venefico, che prima o poi li avrebbe uccisi.
È anche un libro tenero, una dichiarazione d’amore verso il padre, che mi ha commosso molto. Un breve stralcio: “Ricordi. Quando camminava ancora un poco, lo portai a fare alcuni giri. Le spiagge bianche di Rosignano, per sentire d’inverno le libecciate poco prima del tramonto, quando le ciminiere grigie della Solvay alle spalle torreggiano dal cielo terso sui residui di bicarbonato industriale e simulano un tropico sterile alla livornese. Il poncino dal Civili vicino alla stazione di Livorno. Una birra leggera al bar del benzinaio, sosta obbligata del camionista, con uovo sodo a sostegno dello stomaco. Una caciuccata vicino ai quattro mori, al porto. La nave Venus incagliata a Caletta, a Castiglioncello, vicino al vecchio Cardellino, il locale in cui aveva lavorato tanti anni prima come cameriere e dove aveva ascoltato Nada cantare, quando furono immortalati dal flash di Nick Vampata. Il cimitero di Rosignano Marittimo, dove sono sepolti i miei nonni paterni e Pietro Gori, il cavalier errante dell’anarchia, col suo monumento che ‘l’Apuania operaia dedicò’, incluso giro turistico tra le tombe dei vecchi stalinisti livornesi che al posto della croce sulle ‘urne de’ forti’ recano incastonata nel marmo polito la falce e il martello”.
È difficile condensare una vita in un libro. Soprattutto la vita di qualcuno che è significato tanto per noi ed è contemporaneamente entrato, vittima e morte bianca, nelle tragiche pagine della storia dell’amianto. Prunetti ci riesce, in punta di piedi ma con forza, lasciando al lettore la speranza che il futuro sia diverso anche se le basi di partenza non sono buone, tra difficoltà, mancanza di lavoro e precariato.
Così chiudo come chiude l’autore, che sembra che la speranza non ci sia ma ci sarà sempre fin quando qualcuno avrà voglia di lottare: “Queste sono le ultime cose che vorrei dirgli: babbo, il sacco di polvere di marmo al secondo piano io ce l’ho portato. Ma la ragioneria l’hanno già saccheggiata i padroni e per noi, figlioli degli operai che hanno provato a salire le scale, non c’è rimasto niente. Ci hanno solo preso per il culo, Maremma schifosa”.

di Paola Meinardi

66online.wordpress.com, 9 luglio 2013
+ Amianto
C’è il libro che, dopo appena poche righe, ti sembra di aver già letto. È il libro di coloro che scrivono continuamente lo stesso libro, senza cambiare altro che il titolo. Poi c’è il libro che appena iniziato capisci che non lo finirai – a meno che non sia una motivazione pecuniaria o professionale a fartelo leggere. E poi c’è il libro che, dopo poche pagine, capisci che è il libro che avresti voluto, dovuto scrivere tu. Così è per Amianto, il libro scritto da Alberto Prunetti per tutte e tutti noi che non siamo stati capaci di farlo prima di lui, per tutte le persone che hanno perso qualcuno a causa della maniera vigliacca e irresponsabile che spesso adotta chi mette il proprio meschino interesse davanti a ogni cosa o persona.Amianto è la storia di Renato, dell’operaio degli anni in cui avere un lavoro in fabbrica significava avere un salario che consentiva a te e alla tua famiglia un’esistenza dignitosa, ma si prendeva in cambio ben più che la forza-lavoro: si prendeva te e la tua salute, tenendoti imprigionato in quello stato di eccezione dove il padrone aveva, ed esercitava senza troppi scrupoli, il diritto di lasciarti vivere o di farti morire. L’abbiamo capito troppo tardi. Ma non è che ci sia molto da stare allegri nemmeno ora, come ci ricorda Prunetti:
“Faccio un lavoro culturale e ho trentanove anni. Alla mia età mio padre operaio metalmeccanico sindacalizzato dalla Fiom si era già comprato la casa. Io, ‘lavoratore cognitivo precario’, arranco per pagare l’affitto. Altro che flessibilità: a forza di stare seduto a tradurre saggistica dall’inglese e dallo spagnolo per otto-dieci ore in una postura innaturale mi sono ritrovato una protrusione discale con assottigliamento dei dischi vertebrali nella zona lombare. Le ginocchia scricchiolano per la troppa immobilità. E ho una tendinite quasi cronica che dalle mani mi risale fino ai gomiti, facendomi urlare di dolore anche mentre scrivo queste righe.” (137)
Nomade della saldatura, refrattario alla reclusione in fabbrica, riuscito persino ad arruolarsi nell’illuso esercito della Partita IVA, Renato si trova però a girare sempre attorno all’amianto, che ne causerà infine la morte. In pagine che fanno montare senza freni la rabbia, Prunetti racconta l’assurda impresa di far registrare la storia lavorativa di Renato cosicché coloro che hanno sempre negato o si sono colpevolmente disinteressati delle condizioni in cui tutti i Renato di quel mondo hanno operato debbano smettere di fingere e ammettano le circostanze assassine e l’innaturalità della morte procurata. E tuttavia a nessuno è imposto di prendersi alcuna responsabilità, secondo la sentenza raccontata nell’opera l’amianto pare essersi trovato per caso nei luoghi di lavoro, pallottola vagante autoesplosa si direbbe.
Quando “I cari scomparsi entrano nel testo perché non possono più nuocere né parlare”, come afferma Michel De Certeau, a prender parola sono i ricordi, i ricordi che hanno un senso diverso quando posti a illustrazione di quel mondo feroce a nostra insaputa. Gli aneddoti si presentano tanto simili a quelli di chi avrebbe voluto scrivere Amianto prima che ci pensasse Prunetti da spaventare quasi: dalle domeniche di calcio alle piaghe da decubito e alla terapia di morfina degli ultimi giorni, dall’auto-ironico falsoglorioso che farebbe morire quella a cui piacesse moscio alle canzoni di Nada. E poi Tex Willer, onnipresente tra la classe operaia di allora, uomo di legge a cavallo tra un mondo moderno accaparratore ed un mondo anomico antico da preservare, che sembra rappresentare quella frattura che non è possibile né saldare né aggiustare col metodo caro a Renato, a martellate (‘Boiadé, quelli martellano, so martellatori mica altro’, 134, dice Renato degli operai inglesi mai incontrati, protagonisti mitizzati dei trascorsi londinesi dell’autore), frattura che sta forse a dimostrare, nonostante il fascino di Aquila della Notte, che ‘Ci hanno solo preso per il culo, Maremma schifosa.’
http://salastampa.inail.it, 5 luglio 2013
+ Amianto, autobiografia di un’Italia corrosa: dalla fibra killer al precariato
Quella che Alberto Prunetti racconta nel suo libro non è solo la storia autobiografica di una famiglia segnata dal dramma dell’asbesto. È anche il confronto tra “le vittime collaterali di un’ideale produttivo privo di ogni senso di responsabilità” – come dice l’autore – e l’assenza di tutela che la nuova generazione è costretta a subireROMA – Morire del proprio lavoro. Morire schiacciati dal peso di quelle certezze ritenute “granitiche” – il benessere, la ricchezza, ma anche il desiderio di “costruire” una società migliore – e che la crisi economica, in realtà, ha spazzato via. Amianto di Alberto Prunetti (edito da Agenzia X) è la storia di un padre operaio che si ammala di tumore polmonare. E, insieme, quella di una generazione cresciuta negli anni Settanta nel pieno del boom economico. Renato, saldatore di origine livornesi, lavora come tanti per dare un futuro migliore alla famiglia. Pur lavorando con più tutele contrattuali rispetto ad oggi, ha trascorso parte della propria vita nelle raffinerie e nelle acciaierie più “tossiche” del nostro paese: Casale Monferrato, Taranto, Piombino, Busalla. Alla sua storia si lega l’autobiografia di Alberto, laureato, traduttore e precario, che si scopre più povero dei genitori, costretto a passare dalla “sicurezza” del lavoro manuale del padre alla precarietà del suo lavoro intellettuale.
Un romanzo di formazione e di “deformazione”. Nel dna di Prunetti c’è, tuttavia, più industria che letteratura. L’industria è parte delle sue origini: a partire dal suo concepimento, avvenuto a Casale Monferrato. Poi l’adolescenza e una maturità costruita sulla consapevolezza che è stato grazie al padre che ha potuto studiare e laurearsi. Il padre. Renato, appunto: le cui malattia e morte Alberto cerca di elaborare e metabolizzare con la letteratura, in una ricostruzione del proprio vissuto attraverso fogli e foto riscoperte nel tempo, cercate nella memoria familiare e di cui aveva solo sentito parlare. Amianto è, dunque, un romanzo di formazione e, nello stesso tempo, di deformazione: quella di Renato, vittima della sua malattia, e quella di un mondo del lavoro che cambia aspetto, che perde certezze e che – col nome di precariato – si traduce in disoccupazione a lungo termine.
Tanto stress per quale lavoro? “Amianto è la storia di un’ingiustizia – racconta Prunetti – Un’ingiustizia che lega due generazioni: quella che per il lavoro si è ammalata, costretta a monetarizzare il rischio, ovvero a svendere la propria salute per garantire un futuro ai figli, e la generazione successiva, i figli che oggi finiscono per vendersi al ribasso in un mercato del lavoro privo di diritti e di tutele”. “Una generazione di lavoratori (figli d’operai, col diploma o la laurea in tasca oppure ceto medio esso stesso proletarizzato) – aggiunge lo scrittore – che lavora con un’aspettativa di vita e di benessere decisamente inferiore a quella dei propri genitori. Tanto stress per quale lavoro? Un lavoro fuori dalla fabbrica eppur sempre usurante, privo di contributi e benefici previdenziali, che nondimeno produce fatica, disagi psicologici e fisici. Quale sarà il peso, in termini di malattie professionali, del lavoro precario dei nostri giorni?”
Oltre un milione e mezzo le persone esposte all’amianto. Il libro s’inserisce in un “percorso” letterario – quello della lotta contro la fibra killer e della battaglia per il riconoscimento dell’esposizione professionale – che ha dato frutti molto interessanti (ricordiamo, tra tutti, “Ternitti” di Mario Desiati). “Si stima che oltre un milione e mezzo di persone sono state esposte all’amianto – precisa Alessandro Marinaccio, ricercatore presso il dipartimento di Medicina del lavoro (Dml) dell’Inail e responsabile del Registro nazionale dei mesoteliomi (Renam) – Considerato l’utilizzo in quantità massicce e spesso in circostanze poco note dell’amianto nel nostro Paese oggi è possibile che il materiale sia ancora presente nei luoghi di vita e di lavoro, anche se la legge 257 del 1992 ne ha fatto cessare ogni utilizzo come materia prima di trasformazione”.

di Anna di russo

La Nazione, 22 giugno 2013
+ Lavoro contro salute. L’Italia dei veleni e dei poteri
Lavoro contro salute. Senza la possibilità di intercessione. Di ripensamento. Così: Con crudeltà. Il conflitto diventa antitesi, sfuma nel paradosso e oggi si rinnova con l’epilogo per molti aspetti donchisciottesco dello scontro tra la magistratura tarantina, l’Ilva r soprattutto quello che c’è dietro, tanta roba, si è capito. Perfino troppa. Nel futuro prossimo un nuovo fronte dello stesso, inaccettabile, sofisma si aprirà in Sicilia, a Priolo, dopo che sul versante giudiziario si è chiuso di recente quello storico dell’Eternit di Casale Monferrato. Lavoro contro salute. Ieri come oggi.
Amianto, che Alberto Prunetti ha scritto per un editore di super nicchia, Agenzia X di Milano, conosciuto nei centri sociali, certamente non nei salotti, ammesso che questi esistano ancora e abbiano influenza, ha sfiorato la cinquina del Campiello, il primo del dopo Vespa, ed essere arrivato a tanto, da insider, come un errore di sistema, certifica la straordinaria bellezza di quest’opera, la portata dirompente di una denuncia che ha colori caldi del ricordo, sempre in bilico, con struggente immediatezza, fra tragedia e ironia. Amianto è innanzitutto una storia familiare, ma è anche tante storie allo stesso tempo.
Infinite storie di uomini e donne che come lo smerigliatore Renato, protagonista di queste pagine e padre dell’autore, parte dalle acciaierie di Piombino e attraversa l’Italia attraverso i simulacri del boom economico, le acciaierie, il petrolchimico, la chimica, Rosignano, Terni, Busalla, Taranto, mondi del Paese in cui gli abitanti sono “costretti a vivere con il drago”, fino all’approdo di Casale Monferrato, dove la fibra invisibile ha iniziato lentamente ad ucciderlo.
Renato ha visto di tutto e di tutto ha respirato negli anni del miracolo italiano, ha visto morire compagni sul lavoro, morti atroci, simili soltanto a quelle della guerra, morti su cui si piange un giorno soltanto, come in guerra, morti che vanno a bilancio con un fatalismo inaccettabile e non a caso, evocando il solito paragone, diventano “effetti collaterali” della corsa al benessere economico, come lo sono i vecchi, le donne e i bambini ammazzati dalle bombe o dalle raffiche di mitra per sbaglio. Vittime consacrate a un fine superiore, come se l’omicidio di massa si potesse in qualche modo, non tanto giustificare, ma anche solo classificare. Renato, protagonista errante di Amianto, sottotitolo Una storia operaia, che come Ulisse ha la sua Itaca a Livorno, ha visto anche l’industria devastare il territorio, ma ha visto anche crescere questo Paese foderato di sudore e ottimismo, ha assaporato il piacere della semplicità, dei rapporti veri, di una vita senza mediazioni, fatta di amici, compagni di lavoro, figli, parenti, amore, feste, cantanti e canzoni, con Nada e Piero Ciampi che attraversano le pagine di questo “libro terribile e bellissimo”, l’ha definito Valerio Evangelisti nella prefazione, come l’armonico rifluire della risacca.

di Lorenzo Sani

scrittoriprecari.wordpress.com, 21 giugno 2013
+ Amianto – una recensione poco ortodossa
Alberto Prunetti l’ho conosciuto quando, negli anni Novanta, si andava alle riunioni un po’ clandestine nella sede piombinese della Federazione Anarchica Elbano Maremmana. Al contrario del sottoscritto, mingherlino e un po’ intimorito, lui era grande e grosso, a dir poco dirompente, proprio come lo ritrovo nelle prime pagine di Amianto. Una storia operaia (Agenzia X, 2012), quando si avventura nei campetti per calciatori forgiati nel metallo, dove il gol non serve tanto a vincere quanto piuttosto per sopravvivere (per non cadere spintonato nel cemento a grattugiarsi le ginocchia con chissà quali scorie). Che Alberto usi le parole come un fabbro, è superfluo dirlo – lo conferma lui stesso più volte, in alcune pagine (e devo dire che questa è un’altra cosa che ci accomuna: non separare la materia dalla forma). Rischierei poi di cadere nel cliché se mi buttassi a lodare sperticatamente il misto di livornesità e maremmanità (ma si dirà poi così?) che tanto mi garba, soprattutto se poi nel mezzo ci trovo citazioni da Ciampi e da Bianciardi – insomma, non vorrei dar l’idea che mi sia piaciuto solo perché mi ci riconosco, perché non è certo sul meccanismo del riconoscimento che lavora il testo del Prunetti. Non è invece superfluo, penso, provare a spiegare cosa mi ha sorpreso di questo libro, che mi ha tenuto desto fin quasi all’una di notte (con tutto che l’indomani mi sarei dovuto svegliare alle sei e mezza) pur di finirlo.
Intanto, comincerei col dire che qui siamo davanti a una vera e propria opera di scavo (ma non alla maniera degli studenti di archeologia muniti di trawl di cui si legge a un certo punto nel libro) portata avanti con pazienza e tenacia impressionanti dall’autore, che ricostruisce con fatica la storia lavorativa del padre – ma chi poteva farlo se non lui, traduttore e quindi lavoratore culturale (e come non ripensare qui di nuovo al Bianciardi?), e quindi precario, che i dolori se li è invece procurati stando seduto davanti a chissà quante tastiere di computer? Questa sorta di odissea, che nelle prime pagine è a tratti comica, diventa via via più tragica – via via, si potrebbe dire, che all’immaginazione creativa di una memoria fanciullesca, dove l’autore lascia riaffiorare in superficie i ricordi (quelli di un padre che agli occhi del giovane figlio è una sorta di eroe d’acciaio indistruttibile), si sostituiscono i faldoni processuali. Alberto sfodera insomma l’arma più potente che ha, la penna, per strappare un risarcimento postumo: non solo economico, ma soprattutto storico, poiché il padre diventa infine una delle tante vittime dell’amianto (ma non perché vi sia della spersonalizzazione, tutt’altro: è proprio perché quel calvario ha un nome e un cognome, con tanto di foto, come un nome lo hanno le società dove Renato ha lavorato, che la sua storia diventa universale).
C’è quindi, in questo libro, non soltanto la tragedia individuale, famigliare, ma anche quella collettiva, di cui l’autore si fa carico in un mondo che nel collettivismo non si riconosce più, nemmeno nell’orizzonte lontano dell’utopia.
E c’è infine, ma non ultimo, il rischio del naufragio degli ideali, di quei valori che ci hanno accomunati entrambi in gioventù, e che abbiamo visto erodersi piano piano per quanto tentassimo di tenerli insieme con le parole, con le storie.
Ma si continua proprio così, caro Alberto, e perdonami se è poco ortodosso afferrarmi al tu dopo aver finto di prendere le distanze in partenza, perché dopo tutta la ghiaia ingoiata ci tocca magari star qui a difenderci anche dai colpi di chi ci crederà parte di qualche clan letterario di chissà quale importanza. Si continua così come s’è sempre fatto: a ricordare e raccontare, a mettere ponteggi fra un pezzo e l’altro, a fare la staffetta, ed è per questo che il tuo libro è un pezzo importante, anche se ti prenderei a nocchini per avermi fatto venire il groppo in gola più d’una volta, nel leggerlo, perché poi mi veniva anche da pensare a tutte le nostre discussioni sul lavoro, lì a Piombino, sulla fabbrica che uccide e ai nostri volantini che non li voleva nessuno, per via di una certa cultura operaia che credeva il corpo indistruttibile e che metteva pertanto il lavoro davanti a tutto. E penso alla fatica che dev’esserti costato tutto questo, alle due memorie che hai dovuto agitare, spremere, mettere a volte l’una contro l’altra; alla fatica che dev’esser stato arrivare fino in fondo, ma anche a tutta la forza che ci hai dovuto mettere.
E allora non saremo invincibili, Alberto, ma le parole almeno resteranno, ed è alle tue che affido, com’è giusto che sia, la conclusione di questa mia breve recensione poco ortodossa:
«Al cimitero non ci sono mai andato, dopo il funerale. Per me una persona vive nelle opere, i cimiteri non mi dicono niente. La memoria si alimenta in tanti modi. Se voglio ricordarmi di Renato posso smerigliare un cancelletto che lui ha costruito saldando dei tondini in ferro, perché la ruggine non lo aggredisca con i suoi ossidi demolitori; posso tenere in vita i suoi attrezzi elettrici, perché l’umidità non prenda il sopravvento; posso riordinare la sua officina, controllando che il bancone costruito con le sottomisure in abete sia stabile e le chiavi inglesi tornino di tanto in tanto tra i chiodini che lui ha disposto su una scala decrescente. Infine posso scrivere questo libro.»

di Simone Ghelli

L’Espresso, 14 giugno 2013
+ Gruppo di famiglia con amianto
«Maremma schifosa» è l’ultima secca frase con cui si chiude Amianto di Alberto Prunetti, esclamazione che suggella un libro dolente, duro, impietoso, ma anche generoso, e a suo modo allegro. Vi si racconta la storia del padre dello scrittore, Renato, operaio, saldatore tubista, ucciso dal lavoro che faceva, dalla ruggine che corrode la materia neuronale, da cui deriva il titolo del racconto. Ma è anche la storia dell’infanzia di Alberto, della sua scoperta del mondo, della passione per il calcio, delle amicizie e delle prime cotte. Un romanzo di formazione del figlio e didformazione del padre, il quale ha a che fare nella sua carriera di lavoratore manuale con le acciaierie di Piombino e Taranto, le raffinerie liguri (la terribile Busalla), lo stabilimento di Casale Monferrato, da cui è uscita la fibra killer. Una storia italiana, che dagli anni Sessanta giunge sino ai nostri giorni in cui Alberto, laureato, siede tante ore al tavolo di traduttore, “lavoratore cognitivo precario”, quarantenne che certo non fa più l’oneroso e pericoloso lavoro del padre, ma vive in una realtà ancora priva di giustizia sociale. Storia operaia, dice il sottotitolo, pubblicata quando gli operai sono usciti dalle cronache e dalla storia in positivo del paese, per entrare in quella lugubre della malattia e del decesso. È anche l’autobiografia di una nazione, dal punto di vista di chi è appartenuto a quel ceto produttivo che ha sorretto il boom economico e l’ha pagato in prima persona. La di Prunetti è scabra, il suo fraseggio veloce e secco. Non indugia in patetismi o malinconie, non coltiva i dettagli narrativi, predilige l’essenzialità. Dietro le frasi si percepisce una rabbia molto forte. Mai risentimento, bensì orgoglio delle proprie origini raccontate con devozione figliale. Un libro scritto al maschile, opera letteraria, oltre che documento, corredata da ritagli di giornali, fotografie, fogli vergati a mano. Un atto dovuto. Davvero un esempio eccellente di narrazione che ricorda le Autobiografie della leggera di Danilo Montaldi o i libri di Franco Alasia, le scritture di tanti testimoni del secondo Novecento italiano.

di Marco Belpoliti

www.doppiozero.com, 11 giugno 2013
+ Alberto Prunetti. Amianto
Le parole di Alberto Prunetti sono pietre. Dure, grevi, precise, come il titolo del suo libro: Amianto, la biografia di un operaio: il metalmeccanico saldatore tubista Renato, padre dello scrittore.
Negli anni Sessanta del boom economico, Renato è un giovane che di giorno lavora in fabbrica e la sera fa il cameriere, si sposa, compra casa, diventa padre. E poi continua a lavorare in trasferta, senza sosta. Le ricorrenze della sua vita sono legate ai luoghi delle raffinerie e delle acciaierie più tossiche del nostro paese: Casale Monferrato, Taranto, Piombino, Busalla. Un Grand Tour alla rovescia, scandito dalle scorie dei metalli pesanti che gli entrano nel corpo: piombo, titanio, zinco,  e poi l’amianto, le cui fibre indistruttibili si depositano sui polmoni e generano un tumore che arriva al cervello.
Alberto deve ricostruire il curriculum del padre: rovista tra i suoi scatoloni, ritrova le tessere d’entrata in fabbrica e gli appunti delle assemblee sindacali. Poi comincia a scrivere; controvoglia. Eppure la trama prende corpo. Il figlio scrittore si rende conto di aver imparato dal padre come si costruisce una solida struttura: dalle date sterili di quel curriculum sgorgano i ricordi, impressi sulla pagina con una scrittura senza sbavature e una lingua dura come i metalli piegati da Renato. Un ordine del discorso che diventa anche l’ordine delle loro vite, quella di un padre che cammina a fianco del figlio: il liceo, la passione per il calcio e gli spaghetti western, l’università come fuga dalla fabbrica e dai suoi veleni.
Tutto si gioca sul versante della memoria che cola sul foglio come colano le lacrime. A gocce, a rivoli, a singhiozzi strozzati, a colpi di rabbia per una sorte che nessuno meriterebbe di subire: morire del proprio lavoro. Ma in questo libro ci sono anche tanti ricordi felici: la ruvida simpatia di Renato e le passeggiate sulla spiaggia a sentire il libeccio che sferza la pelle, poco prima di vedere il proprio padre immobile, con la morfina pompata nelle vene.
Amianto è un libro che fa venire voglia di gridare, indignarsi e chiedersi come tutto ciò possa accadere, talvolta anche agli uomini e alle donne che ci stanno vicini e all’improvviso scompaiono dalle nostre vite.
Se questo è un uomo, direbbe Primo Levi, che muore per aver vissuto, lavorato, respirato, la risposta è sì. Renato Prunetti è un uomo. E la sua storia, come quella di molti altri, dovrebbe rimanere scolpita dentro la testa e il cuore di ogni lettore.

di Silvia Mazzucchelli

dormirajamais.org, 27 maggio 2013
+ Intervista ad Alberto Prunetti
Questa intervista è stata realizzata alla libreria-caffè Marcovaldo di Parigi, il 27 maggio 2013.
Alberto Prunetti è nato e cresciuto a Piombino in Maremma all’inizio degli anni Settanta. Dal 2005 fa parte della redazione della rivista Carmilla on line, diretta da Valerio Evangelisti, che ha curato la bellissima prefazione del libro di cui parleremo qui.
È traduttore dallo spagnolo e dall’inglese, ha vissuto a lungo in Argentina ed è anche fotografo. Lo si potrebbe definire perlomeno come un’intellettuale organico ma anche un po’ come un erede dei vecchi operai della Maremma, un intellettuale «tuttofare» – ci vedo il risorgere, nella nostra generazione, di una specie di mente enciclopedica un po’ settecentesca, che ci spinge fino ad abbracciare il mondo intero, ed in modi diversi. Almeno di questo ci possiamo inorgoglire. Il suo primo libro risale al 2003. Si chiama Potassa ed è stato pubblicato da una casa editrice mitica, Stampa alternativa. Raccontava una storia di ribelli dimenticati in Maremma. Il quarto libro, Amianto, pubblicato presso Agienza X, di cui parleremo stasera, l’autore stesso lo autodefinisce così, verso la fine della storia che racconta: «Questa è la sua storia, la storia operaia di un tipo qualsiasi, una storia come tante, di quelli che sono cresciuti nel dopoguerra, hanno fatto un pezzo del boom economico italiano sulla loro pelle, hanno vissuto la crisi petrolifera del ’73 sulle proprie tasche e sono morti all’inizio del nuovo secolo, ammalati dopo avere smesso di lavorare.» Quest’uomo si chiama Renato, ed è il padre dell’autore.
Ascolta l’intervista http://dormirajamais.org/amianto/
emigriamoinbicicletta.wordpress.com, 20 maggio 2013
+ Giustizia non è mai fatta: citazione e approfondimenti su Amianto
“Giustizia è fatta? No, non è mai fatta. Giustizia è non morire sul lavoro, è non morire né veder morire i propri colleghi. Senza dover morire “a norma di legge”. È lavorare senza essere sfruttati. È non dovere veder riconosciuto solo da morto quello che è un diritto da vivo. La sentenza afferma soltanto che Renato è stato esposto all’amianto, non che l’amianto l’ha ammazzato, anche se ci vuole poco a fare due più due. Ma certi medici si appelleranno ancora alle loro epistemologie per non ammettere il nesso tra nocività ed esposizione, che implicherebbe una ricaduta sociale del loro sapere. E il sistema previdenziale, accollandosi una lieve rivalutazione delle pensioni delle vedove, scarica sulla collettività (sui lavoratori che finanziano le casse dell’Inps) quelle responsabilità che andrebbero invece accollate al datore di lavoro, alle imprese che hanno guadagnato sulle spalle degli operai ammalati o esposti. Loro dovrebbero pagare e loro dovrebbero bonificare l’amianto. Ma è più facile far pagare la collettività piuttosto che la confraternita dei padroni.”
Amianto di Alberto Prunetti è un libro necessario. È una storia dell’industria italiana dal basso, dal punto di vista di chi – con una fortissima etica del lavoro – ci ha messo e rimesso la vita. È un libro necessario in un Paese in cui si continua ogni giorno a morire di lavoro, in cui la vita dei lavoratori è meno importante dei profitti, in cui la precarizzazione delle vite è estesa a ogni settore. Perché, come ricorda Valerio Evangelisti nell’introduzione, “un operaio [ma direi: un lavoratore, qualsiasi mestiere eserciti] con la fronte bassa non è un operaio, ma un involucro funzionale a produrre miseria propria e ricchezza altrui”.
ilibridielisa.com, 29 maggio 2013
+ Amianto
La memoria per me è una cosa viva che si preserva passando la smerigliatrice sulla ruggine del tempo. La spazzola più dura, mi raccomando. Così sarebbe piaciuto al carpentiere in ferro protagonista di questa storia. Non fiori, ma una mano d’antiruggine.
Perché oggi Renato, il carpentiere in ferro protagonista di Amianto, una storia così vera da essere straziante, non esiste più, non è più tra i vivi. È stato proprio l’amianto ad ucciderlo lentamente, giorno dopo giorno, nello scorrere di oltre quarant’anni, trasformando quel lavoro che era la sua vita in un’inesorabile condanna a morte. Un destino segnato forse già dall’inizio, incatenato ad una professione di un certo livello tecnico, quella del saldatore tubista, quasi come se l’apparente privilegio del lavoro specializzato fosse stato crudele al punto da esigere un sacrificio umano.
E oggi, per rendere omaggio al padre in una maniera a dir poco straordinaria, Alberto Prunetti ha passato la smerigliatrice sulla ruggine del tempo, e ci offre una storia splendida, commovente e affascinante. La sua scrittura è un mix di emozioni forti e laceranti, possiede qualcosa di musicale, di armonioso, di ritmico. Attraverso le sue parole la vita di Renato scorre sotto i nostri occhi a fotogrammi intensi, tra contrasti di luce e ombra, primi piani e flashback, sullo scenario di quei luoghi dove ha vissuto e lavorato, dei paesaggi industriali e dei cantieri più rinomati e pericolosi d’Italia, da Piombino a Taranto, da Casale Monferrato a Follonica, restituendoci lo svolgersi quasi cinematografico di una vita in cui la bellezza e la passione sono pari alla tristezza della fine.
La storia di Renato è apparentemente semplice, ma è ricca di amore, di poesia, di ricordi e tradizioni, di forza e di entusiasmo, di grandi valori come il senso del dovere e della responsabilità nel lavoro come nella vita, poiché sono due entità che si intrecciano, e lo vedremo da vicino, fino a distruggersi. È una lezione di vita per ognuno di noi, una testimonianza preziosa e toccante.
Ma è anche la storia di un’epoca, di un’Italia che è stata dimenticata, di un’economia ancora smagliante e costruita sul destino di quei lavoratori che possedevano la ricchezza dell’orgoglio, dell’onore, della determinazione. E che, alla fine, hanno ricevuto in cambio un’ingiustizia enorme, talvolta letale, come è accaduto a Renato, un crimine che non è mai stato realmente riconosciuto, né ha mai avuto giustizia.
Ci sarebbe molto altro da dire, ma Amianto è uno di quei libri, uno dei pochi, che lasciano un segno in chi lo legge, e che incanta e sorprende ad ogni pagina. È vero, alla fine ci renderemo conto di provare una grande nostalgia per Renato, che abbiamo conosciuto attraverso le parole del figlio, e sentiremo anche noi la sua mancanza. Ma è bello pensare che la traccia della sua vita sia arrivata fino a noi, e forse per effetto di quella magica (e terribile) alchimia dei metalli con cui egli svolgeva il lavoro che lo ha ucciso, così come saldava complicati raccordi di tubi, ha fissato anche dentro di noi la sua storia.
Una storia che abbiamo tutti il dovere di conoscere e ricordare.

di Elisa Mino

www.mangialibri.com, 27 maggio 2013
+ Amianto
Voto 3 su 3
“Sono venuto al mondo a Piombino, la città industriale del ferro, e sono stato concepito a Casale Monferrato, la capitale del lutto e dell’amianto… Sono nato sotto il segno dell’amianto, sono venuto alla vita nel luogo in cui si va alla morte, in un luogo emblema di quella nocività che ha minato mio padre”. Questo padre è Renato, saldatore tubista. Un uomo che ha cominciato a lavorare a quattordici anni e che fino alla pensione ha respirato amianto. Prima che si conoscessero le conseguenze nefaste dell’esposizione all’amianto sul corpo degli uomini, ma anche dopo, quando ormai le aziende non avevano scuse ma continuavano ad offrire condizioni di lavoro disastrose, facendo leva sulla disorganizzazione dei lavoratori una volta disperso il “sogno di egemonia della classe operaia”. I busallesi, i tarantini, piombinesi ma non solo sono “stretti nella morsa della fabbrica sia fisicamente, sia psicologicamente, perché lo stabilimento dà il ricatto del pane e pretende il diritto di inquinare”. L’amianto è l’assassino che ha portato alla tomba Renato e tanti come lui. Un serial killer appoggiato dalle autorità che per anni ha potuto uccidere o menomare impunemente, lasciando dietro di sé una scia di figli che, come Alberto, reclamano giustizia e responsabilità…
Amianto è un pugno nello stomaco. Lo leggi, ti indigni, ti incazzi, ti commuovi. Perché è una storia vera, la cronaca di una morte annunciata dopo una vita spesa tra cantieri, acciaierie, raffinerie. È la biografia di un padre scritta – benissimo – da un figlio, ma è anche e soprattutto un pezzo di storia d’Italia che non deve essere dimenticato. Se da una parte Prunetti ricostruisce la vita di suo padre Renato con una nostalgia e un emozione che affiorano ad ogni parola senza tuttavia cadere in nessuna facile apologia, dall’altra cala la sua triste vicenda in un momento storico cruciale, rendendo questo “romanzo” qualcosa di diverso e destando in noi emozioni forti. Amianto è infatti anche una biografia, un libro di memorie, un’inchiesta quasi giornalistica, una denuncia. Una storia che tutti dovrebbero leggere.

di Irene Mazzali

Alias – il manifesto, 26 maggio 2013
+ Nomadismo di un figlio dell’acciaio
«Questa è la storia di un uomo che si chiamava come me ed era nato nel giorno in cui io sono nato, eppure non sono io». Prescindendo dalla densa ouverture è con questa sibillina sentenza che ha inizio Amianto di Alberto Prunetti (prefazione di Valerio Evangelisti). La «storia operaia» – così il sottotitolo del libro – si mostra dunque fin da subito in tellurica contiguità col tema perturbante del doppio; tra un’identità «negata» e un’alterità perigliosa tutta da verificare. Ancora un padre scomparso; e ancora un figlio che con cocciuta pietà si mette sulle sue tracce, simile al Telemaco «archetipico» recentemente ripreso da Massimo Recalcati. L’Ulisse in questione è Renato, tubista e saldatore, operaio «sradicato e specializzato», costretto, e non da un’umanistica curiositas, ma piuttosto dalle miopi esigenze del capitale, al duro «nomadismo industriale» del trasfertista. Nelle sue peregrinazioni lungo l’Italia, al posto dei lotofagi e delle sirene, l’eroe operaio incrocerà i nomi, altrettanto temibili e mostruosi, delle acciaierie in cui presta lavoro. E intanto la Circe industriale non smette di ammannire, a lui come a altri operai, devastanti cibi di polvere, farciti al veleno. Renato si ammalerà di tumore per esposizione prolungata all’amianto. E morirà nel 2004, a soli cinquantanove anni, martoriato dal dolore e inebetito dalla morfina.
L’autore ricostruisce controvoglia questa storia; ma non può e non vuole sottrarsi – e questo è uno dei suoi primi ineriti – a quella che gli si para innanzi come una necessità oggettiva. Sono troppo eloquenti i segni che si affacciano alla sua coscienza. Prima riemerge dall’oblio, in un quotidiano locale, una foto del padre da giovane, mentre posa a fianco della cantante Nada. Poco dopo arriva un avviso del patronato: stanno per scadere i termini per la domanda di riconoscimento dell’esposizione all’amianto. Infine è il padre in persona a visitare il figlio in sogno, raccomandandogli la manutenzione dell’Audi 80 che gli ha lasciato in eredità. Il fulmineo montaggio metaforico di questi eventi si impone con forza, e indica a Alberto la strada obbligata del racconto: probabilmente l’unico modo di ereditare davvero le verità del padre. Amianto non si limita a ricostruire la storia di un omicidio bianco, ma ha il pregio di far riassaporare la centralità del mondo operaio nella storia italiana del secondo Novecento. Insieme al personaggio di Renato si disegna uno spaccato sociale molto ampio, in cui dominano i tratti di una cultura popolare ancora genuina, colta un attimo prima che il pasoliniano genocidio venisse consumato. Sulla pagina di Prunetti si affacciano i più disparati personaggi, ricchi di un’umanità commovente e stramba. E in questa rutilante Macondo, tirrenica e proletaria, trovano posto le storie di un mondo ancora rurale, benché già alle prese con i primi assaggi di modernizzazione. Ne scaturisce un andamento narrativo rigorosamente divagante e sterniano, con movenze da racconto orale, che vive nell’interruzione continua e gioiosa della trama principale. Questo tenace ghirigoro di ricordi, racconti e proverbi si arresta dinanzi alla terribile morte di Renato. E a una agnizione improvvisa e spaventosa. Al lutto per la scomparsa del padre si aggiunge infatti un inquietante coup de théâtre, che spingerà il narratore a riconoscersi come figlio dell’amianto. È questo forse il momento in cui il concetto di «eredità», centrale nel libro, accede a una zona di significati più profonda, e più scabrosa. I confini che passano fra biografia e autobiografia si sfaldano. Il giovane Alberto, asservito ai moderni rapporti di forza della società post-fordista, non conduce affatto una vita migliore di quella, seppur faticosa e difficile, del padre. Ma il suo racconto è un prezioso guadagno di coscienza collettiva. Si può «vivere in terza persona»? Si può traguardare la propria esistenza da un punto di vista «oggettivo» e dunque «comportarsi storicamente»? Per Brecht si trattava di imprescindibili doveri morali.
Amianto, nel fare agire la delicata dialettica dei rapporti tra padre e figlio in un tracciato storico esattamente delineato, ci dimostra che sì, è ancora possibile. Ma ugualmente ci ricorda che ricevere in eredità dal padre, come accade all’autore, i tre volumi della Storia del Partito Comunista di Spriano, insieme a due pipe magrittianamente simili e diverse – e due pipe, è il caso di ribadirlo, non sono in alcun modo una pipa – non è davvero facile per nessuno.

di Gabriele Fichera

Il Monferrato, 24 maggio 2013
+ Amianto e diritti negati: il traduttore a cottimo e la sete di giustizia
È una storia operaia. È una storia di un padre che per lavorare è costretto a salire nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova. È la storia di una famiglia toscana che, suo malgrado, si è trovata a fare i conti con la fibra killer, l’amianto. Questo è, sostanzialmente, Amianto, il volume di Alberto Prunetti, presentato lunedì sera scorso presso la libreria Labirinto.
Introdotto da Luca di “Voci della memoria”, che ha ricordato come il libro si inserisca in un percorso editoriale già battuto, l’autore ha ricordato commosso le proprie origini: «Sono stato concepito proprio qui a Casale. Ho iniziato a vivere a Casale in una situazione fetale, senza respirare l’aria casalese, protetto da mia madre. Tornare a Casale dopo 40 anni l’ho trovato un segno forte». Prunetti ha, poi, ripercorso la storia della propria famiglia: il padre che, da Follonica, si trasferì a San Salvatore poi a Casale come operaio, «il libro – ha commentato – è la storia di mio padre e della sua generazione. Una generazione che, paradossalmente, lavorava con più tutele rispetto ad oggi, le quali, però, non sono bastate a salvargli la vita».
«La sensazione – ha continuato – è quella di una sconfitta. Dal ’73 in avanti, l’Italia è un piano inclinato. Mio padre, che non voleva che andassi a fare l’operaio, mi ha permesso di studiare: oggi faccio il traduttore, lavoro con un contratto annuale “a cottimo”, vengo pagati a riga e non ho permessi di malattia. Mio padre, oggi, mi direbbe che sarebbe stata meglio la raffineria».
Prunetti ha, infine, anche evidenziato come «l’esperienza di Casale è stata per me illuminante: ha reinterpretato un tragedia in una socialità allargata che chiede giustizia».
Bruno Pesce, in un breve intervento, ha elogiato il volume e, in chiusura, ha rimproverato ad “una certa Casale” di non riuscire ancora ad usare il termine “lotta”: «il timore di parlare di “lotta” impedisce un approccio corretto. E questo libro fa bene e insegna qualcosa anche a noi».
Nicola Pondrano, da ex lavoratore Eternit e sindacalista, ha ricordato i giorni della chiusura nel giugno dell’86 («fu una conquista con i lavoratori al fianco»). In chiusura, Alberto Prunetti ha letto un suo articolo pubblicato su un giornale toscano nel quale, quasi come in una storia di fantasia, si intrecciavano suo padre, gli operai dei vapordotti e Steve McQueen.

di Mattia Rossi

Vita Casalese, 23 maggio 2013
+ Una storia operaia
Amianto, una storia operaia è stato presentato lunedì scorso presso la libreria “Il Labirinto” di via Benvenuto San Giorgio. Mollissimi i presenti tra cui i membri dell’Afeva con Bruno Pesce, Romana Blasotti Pavesi e Giuliana Busto, L’autore toscano Alberto Prunetti, insieme a Luca dell’associazione “Voci della Memoria” ha introdotto la serata. spiegando le origini del suo libro: “Il libro vuole essere una storia autentica, uno specchio del paese del dopoguerra – ha affermato Prunetti – la figura centrale è quella di mio padre, operaio di Follonica. trasfertista nei primi anni Settanta presso l’azienda Maura di Coniolo. Si può dire che io sia stato concepito qui a Casale nel 1972, quando mio padre in trasferta, alloggiò con mia madre in un albergo riservato agli operai, quindi oggi per me è un ritorno particolare. Ho voluto scrivere questo libro per far si che a mio padre venisse riconosciuta l’esposizione all’amianto e ottenere la pensione anticipata. Il riconoscimento l’abbiaino ottenuto nel 2011. ma mio padre era già mancato dal 2004. La storia di Amianto è la storia di tutti quei padri di famiglia che hanno lottato per ottenere i diritti alla sicurezza e alla tutela del posto di lavoro, oggi quasi scomparsi per i giovani lavoratori che subiscono una ‘grande fregatura’ (contratti a tempo, pensione incerta, ecc.). Il libro vuole raccontare una storia ‘dal basso’ che mostra quanta forza e solidarietà ci siano nello spirito popolare, racconta l’orgoglio di essere operai”. “Quello che è avvenuto lunedì sera in una piccola cittadina piemontese simbolo della lotta all’amianto – affermano i ragazzi di ‘Voci della Memoria’ – è stato un piccolo miracolo: tutti i posti occupati da un pubblico che trasversalmente attraversava la Storia di questo Paese per ascoltare Alberto Prunetti, che gli ultimi 40 anni di questo Paese li ha raccontati visti dal mondo del Lavoro. È stata una sintonia fra autore e persone intervenute che raramente abbiamo visto, è stata una Storia di Tutti”.

di Christian Pravatà

inkistolio.wordpress.com, 23 maggio 2013
+ Cinque domande a Alberto Prunetti
“Non voglio alimentare immagini romantiche o idealiste: si è scrittori come si è imbianchini o falegnami.” (Alberto Prunetti)Scrittore e “operaio” della cultura; per quanto mi riguarda anche filosofo, inteso come pensatore che solleva dubbi esistenziali. Ci sono domande cui vorresti rispondere con la tua scrittura? Il tuo libro, Amianto. Una storia operaia pubblicato da Agenzia X editore di Milano sta avendo un successo meritato. Te lo aspettavi?
Macché filosofo: i dubbi esistenziali li solleva nel libro il montacarichi. Più seriamente: assolutamente no, non mi aspettavo la relativa “risposta” di pubblico di Amianto né la pletora di recensioni che sono arrivate da tutti i fronti. Sorprendente, considerato anche che l’editrice è una piccola realtà che non ha i mezzi per spingere i propri titoli al di fuori di certi circuiti di movimento. I miei precedenti lavori di scrittura poi erano stati recepiti da un pubblico di nicchia e non mi aspettavo che Amianto riunisse nella lettura i giovani e i pensionati, i ricercatori d’italianistica e gli operai in cassaintegrazione. Ovviamente Amianto, una storia operaia, non lo legge chi sfoglia un libro come si prende un tranquillante. Amianto, a quel che mi dicono i lettori, è un libro che per una notte toglie il sonno. Però pone delle domande e alimenta un bisogno di autobiografia popolare e di riflessione sul mestiere di vivere e sulla condizione dell’operaio e del precario che è significativo, visto l’incalzare della crisi economica. Tenta anche di spiegare questi fenomeni (l’operaio, il precario e la crisi) storicizzandoli, contestualizzandoli e riannodando i fili delle generazioni, senza ricorrere a letture banalizzanti e tossiche, oggi diffuse, che alimentano la guerra tra poveri.Secondo te perché in Italia nessuno, o quasi nessuno, ha il coraggio di raccontare storie operaie ancora oggi?
Perché ci riempiono di storie di capitalisti che hanno successo. La gente vuole sapere come un rampollo di famiglia benestante ha fatto i soldi o come li ha fatti Steve Jobs. E deve credere che siano persone che si sono fatte da sole o che hanno avuto buone intuizioni. Ovviamente è una presa in giro, ma quel che viene diffuso è il punto di vista del successo, del vertice, della presunta eccellenza. Io volevo raccontare una storia di segno esistenziale rovesciato: la condizione operaia: una condizione umana che coinvolge milioni di persone al mondo. Anche quelli che oggi non spostano merci sui muletti né saldano tubi in cima ai ponteggi, forse sono cottimisti della cultura: (figli di) operai senza più un’industria, forse senza neanche un lavoro degno, che si aggrappano a un titolo di laurea privo di valore.Ho amici che lavorano nell’editoria e in altri aziende culturali. Forse anni fa suonava romantico dire: “Lavoro nell’editoria”. Oggi, considerato quanto denunciato dalla Rete Scrittori Precari, accade davvero di scrivere tanto e bene. Senza mai avere una retribuzione dignitosa. Te la senti di dirmi la tua a proposito di questa triste situazione?
Bisogna esigere che il lavoro sia pagato, anche quando si tratta di lavorare nelle case editrici dell’editoria piccola o militante. Bisogna astenersi da fare tirocini e pretendere non solo la paga ma anche un inquadramento. Il problema è che le leggi servono ad alimentare la precarietà, non a ridurla. Finché non ci sarà una normativa più stringente per i datori di lavoro, finché i sindacati continueranno a fare orecchie da mercanti con i precari (del terziario, dell’industria e della cultura, fino agli invisibili lavoratori stranieri), finché non ci sarà un reddito sociale che renda più attraente rimanere disoccupati piuttosto che fare tirocini gratuiti che forniscono alle editrici la manodopera di redattori schiavizzati, io la vedo dura.Alcuni pensano che si scriva per tutta la vita. Tu, che in un’intervista di qualche tempo fa mi hai detto, a proposito della tua scrittura futura, “NON HO FURIA” pensi di continuare a scrivere per tutta la vita? O ritieni che ci sia un giusto tempo per le storie?
Scrivo tanto, anche troppo, ma spesso scrivo in maniera invisibile, come traduttore. Vale a dire che metto le mie parole a servizio di libri di altri. Nel tempo libro cerco di scrivere le storie che mi gravitano attorno, com’è successo con Potassa, con Il fioraio di Perón e con Amianto, una storia operaia. Nel mezzo passano degli anni e dei problemi. Non credo alla figura dello scrittore che racconta il suo mondo interiore, in contemplazione narcisistica. Lo scrittore è uno che interviene con lo strumento della scrittura per incidere in quei problemi sociali che gli stanno a cuore. Anche con la narrativa d’inchiesta, con il romanzo, con la fiction. Soprattutto non voglio alimentare immagini romantiche o idealiste: si è scrittori come si è imbianchini o falegnami. È un artigianato della scrittura che ha bisogno di tanta pratica e anche di momenti di sospensione. La scrittura va anche centellinata, diluita, sennò rischia di diventare grafomania.

di Mario Schiavone

il Piccolo di Alessandria, 22 maggio 2013
+ Amianto, coscienza del dramma
Per una questione puramente socioculturale, potrebbero benissimo candidarlo a ricevere la cittadinanza onoraria a Casale. Perche Alberto Prunetti, con il suo libro Amianto. Una storia operaia, sta portando il lato oscuro della fibra killer in giro per le librerie italiane, contribuendo alla diffusione di un problema che non è “solo del”, ma è certamente “soprattutto del” Monferrato casalese, La città lunedì ha accolto fra le sue braccia l’autore. Prima dell’incontro pubblico al Labirinto alle 21, al mattino Prunelti ha voluto partecipare all’udienza del processo Eternit in corso a Torino. Lo abbiamo incontrato a metà giornata, sospeso fra i due appuntamenti e le mille emozioni di questa sua “trasferta” che forse tanto trasferta non è.Prunetti, dopoAmianto si sente anche un po’ casalese?
Assolutamente sì. Fra l’altro, nelle ricerche compiute per questo libro sulla carriera di mio padre, ho scoperto che sono stato concepito proprio qui. prima di nascere a Piombino.Nel suo libro Amianto. Una storia operaia, racconta la parabola di suo padre, che nella sua vita da operaio ha respirato di tutto: zinco, piombo e, come scrive lei, “una buona parte della tavola degli elementi di Mendeleev”.
Mio padre ha fatto sempre il trasfertista. È morto per tumore polmonare, ma all’epoca non era dimostrabile che fosse malato di mesotelioma.* Nel 1993 è stata riconosciuta l’esposizione all’amianto, con una sentenza che autorizzava il pensionamento anticipato: ma mio padre era già mancato da tre anni…Piombino, Taranto, Casale fra le tappe della sua vita raccontate nel libro: città ferite mortalmente, eppure non è facile diffondere la cultura della sicurezza sul lavoro.
È vero. Non è facile fare comunità, e far passare un messaggio comune. Non lo è stato neanche per me, pensando al fatto che queste esperienze lavorative erano parte della vita di un uomo che ha vissuto in pieno il nomadismo industriale.A Casale l’amianto è una ferita aperta: nonostante ciò, due associazioni come Voci della memoria e Associazione Familiari e Vittime dell’amianto hanno il loro ben daffare per far sentire la propria voce.
È un problema che riscontro dappertutto. Anzi. qui la coscienza del dramma, per ovvi motivi di lutto e per lo sforzo delle associazioni, è nettamente più viva che altrove. Prendiamo l’amianto: spesso viene percepito come un veleno che basta non usare per non correre rischi, E invece, come sapete bene a Casale, e qualcosa che è già intorno a noi.Come si spiega il successo di pubblico oltre che di critica del suo libro?
Mi ha fatto piacere vedere come si è inserito in un meccanismo di passaparola virtuoso. È stato pubblicato da una piccola casa editrice, senza l’ausilio di un ufficio stampa, Eppure mi sono accorto di diversi passaggi di testimone: il giovane lo ha letto e l’ha consigliato alla persona adulta, ma anche il contrario.Che aria si respira a Casale, al di là dell’associazione mentale con il polverino?
Tutti conoscono Casale come una comunità che resiste nel dolore e che piange i suoi cari. Io però, fin da stamattina all’udienza del processo Eternit a Torino, ho visto anche tantissima vitalità. Una voglia di vivere e un umorismo che ho ritrovato in questi mesi in tante storie operaie».* Breve rettifica dell’autore. L’intervista è stata condotta per telefono in maniera molto disturbata e probabilmente alcuni appunti presi dall’intervistatore sono rimasti lacunosi. tengo a precisare che mio padre è morto per tumore polmonare e non per mesotelioma (sono due tumori distinti) e che nel 1993 ha tentato per la prima volta di chiedere l’esposizione professionale ma questa è stata riconosciuta solo nel 2011, quasi vent’anni dopo, mentre lui è morto nel 2004 essendosi ammalato nel 2003.

di Alessandro Spinoglio

www.casalenews.it, 22 maggio 2013
+ Amianto, una storia operaia
Lunedì 20 maggio, alle 21, presso la libreria Il Labirinto di via Benvenuto Sangiorgio 4 si presenta il libro Amianto, una storia operaia di Alberto Prunetti. Spiegano dall’associazione Voci della memoria, organizzatrice della serata: “La nostra storia di Amianto, una storia operaia, inizia un sabato mattina di febbraio quando uno di noi, dopo averne lette le entusiastiche recensioni su giornali e siti e aver inutilmente girovagato per tutte le librerie di Casale Monferrato, città simbolo della tragedia della fibra killer, constata suo malgrado che non c’erano copie acquistabili quel giorno, ma solo su ordinazione alla libreria prescelta (o su internet) ne sarebbe venuto in possesso”.
“Dopo aver finalmente avuto fra le mani il libro e averlo letto – proseguono – ricevendo un autentico cazzotto nello stomaco visto il contenuto, contattarne l’autore Alberto Prunetti è stata l’unica cosa che ci siamo sentiti di fare: condividere quel libro con più casalesi possibile, per noi, era l’unico modo per dimenticare quel sabato mattina e per riportare nuovamente al centro dell’attenzione a livello culturale e non solo giudiziario, un tema che è nostro ma, ahinoi, non solo nostro come quello della nocività dell’amianto”.
“In Amianto, una storia operaia Alberto racconta la storia di Renato, operaio tubista, ‘trasfertista’, che per decenni gira i cantieri italiani a montare, smontare e manutenere impianti industriali, sempre a contatto con le peggiori sostanze tossiche e nocive dell’industria contemporanea (ad iniziare dall’amianto, appunto, passando da Piombino, Taranto, Novara, Busalla e Casale Monferrato) e a causa delle quali, pochissimo dopo essere andato in pensione, a soli 59 anni, morirà di cancro. Il libro è una cronaca, un pezzo di biografia operaia, vista dal figlio Alberto, narrata con amore, rispetto, ironia e, ovviamente, tanta rabbia”.
“Ci è risultato naturale allora chiedere la collaborazione della Libreria Labirinto, dove Giancarlo e Giorgio da sempre ci hanno mostrato complicità e disponibilità nella diffusione di tematiche come questa (ci ricordiamo ancora la presentazione del bel romanzo di Patrick Fogli “Vite spericolate”, un romanzo sulla tragedia dell’amianto per l’appunto, quattro anni fa a Palazzo Sannazzaro grazie al loro indispensabile supporto), cosicché lunedì 20 maggio alle ore 21:00 in via benvenuto Sangiorgio 4, ci sarà un’apertura straordinaria per ospitare l’autore del libro Alberto Prunetti che, affiancato da Bruno Pesce dell’Afeva (che ha dato il patrocinio alla serata) e Luca di Voci della Memoria (che si è spesa nell’organizzazione), presenterà Amianto, una storia operaia”.
A rivista anarchica, maggio 2013
+ Il pane e l’arsenico. Intervista ad Alberto Prunetti
Lo scrittore toscano Alberto Prunetti parla del suo ultimo romanzo: una storia operaia ma anche un diario familiare. Lotte di classe e ricordi di infanzia in “un grumo ribollente di acciaio, incazzatura e ironia devastante”.Alberto Prunetti, nato a Piombino (Li) nel 1973 e cresciuto in provincia di Grosseto, è scrittore, traduttore, fotografo e insegnante di italiano per lavoratori immigrati. Per Stampa Alternativa ha pubblicato i romanzi Potassa (2004) e Il fioraio di Perón (2009); per la stessa casa editrice ha curato l’antologia L’arte della fuga (2005); ha poi curato e tradotto due “classici” di Osvaldo Bayer: Patagonia rebelde (Elèuthera, 2009) e Severino Di Giovanni (Agenzia X, 2011). Ha scritto per “il manifesto”, “Carta”, “A rivista”, “Nuova rivista letteraria” e al momento è redattore di Carmilla. È uscito a fine 2012 il suo ultimo lavoro Amianto. Una storia operaia (Agenzia X), racconto a metà strada tra il reportage sulle fabbriche della morte nel nostro paese e il diario intimo, nel quale narra le vicende di Renato (padre dell’autore), operaio saldatore tubista deceduto in seguito al prolungato contatto con la micidiale sostanza che dà titolo al libro.Dunque Alberto, raccontaci come nasce l’idea di narrare la storia di tuo padre Renato, operaio saldatore tubista, morto a 59 anni dopo aver lavorato una vita intera a contatto con l’amianto. Immagino che la scintilla sia scoppiata nel rovistare tra i suoi tanti documenti, spesso citati nel libro…
La scintilla è stata piuttosto la scelta di mia madre di continuare una pratica iniziata da mio padre nel 1992 per ottenere il riconoscimento professionale all’amianto e poter andare in pensione con alcuni anni di anticipo. Il prepensionamento – chissà – forse gli avrebbe salvato la vita: dopo anni passati nei peggiori cantieri italiani, come saldatore e tubista, tra acciaierie e raffinerie, aveva davvero il fiato corto. Siamo riusciti a sapere solo nel 2011 che Renato aveva diritto di andare in pensione con sette anni e mezzo di anticipo. Gliel’hanno detto sette anni dopo che era morto per un tumore ai polmoni. Purtroppo sono questi i tempi della giustizia.Qual è la difficoltà che hai incontrato nel far sì che una storia così personale, privata, finisse per diventare qualcosa di interessante non solo per te stesso, ma per il potenziale lettore?
La scommessa è stata quella di fare di Renato lo specchio dei tanti Renati, dei figli dell’officina che hanno mangiato pane e arsenico. Che hanno lavorato sull’onda di riflusso del boom economico. La crisi che respiriamo oggi, per gli operai comincia nel 1973 con la crisi petrolifera, quando i salari reggono solo grazie alla forza delle tutele sindacali. Poi, negli anni ottanta, arriva la vera ristrutturazione del capitale: i sindacati sono più deboli, arriva la cassa integrazione, poi falliscono le raffinerie e iniziano i licenziamenti. Nel frattempo la fabbrica ha dato da mangiare a tante famiglie, ma era un pane avvelenato. Lo stipendio dei nostri padri ha permesso a noi di studiare, di laurearci, per poi rimanere disoccupati al primo ciclo di ricambio generazionale della manodopera nel mondo del lavoro. Da qui il precariato e la disoccupazione a lungo termine.In un momento storico come quello che stiamo vivendo, con il lavoro percepito più come un “problema sociale” che come motore di un’intera nazione (problema di cui tutte le forze politiche dicono di volersi occupare, ma che nella realtà perde di giorno in giorno di valore e peso), non pensi che l’arte, e la letteratura in particolare, dovrebbero ricominciare a trattare questa nodale tematica? Mi sembra che oltre al tuo Amianto e a pochi altri esempi, quello del lavoro non pare essere ultimamente un argomento ritenuto degno di nota. Non senti un po’ di nostalgia per la cosiddetta “letteratura industriale” degli anni ’60 e ’70?
Le librerie classificano Amianto. Una storia operaia proprio come letteratura industriale. A Renato sarebbe piaciuto. Io sono rimasto preso in contropiede, da questo libro, dalle risposte di lettori e recensori, dai tentativi di catalogarlo. In realtà ero così immerso in quel mondo – avendo fatto le scuole in una ferriera dell’Ilva dismessa, in cui ho trascorso sia i miei pomeriggi di calcio che le giornate di studio in biblioteca, tutto dentro all’ex Ilva – che non potevo che raccontarlo così. Ma non pensavo né a Levi né a Volponi, mentre scrivevo. Quelle vicende erano sangue del mio sangue. C’era più industria che letteratura, nel mio dna. Ho mescolato le parole saldando giunti come mio padre giuntava tubazioni e saldava tondini. Ho raccordato un pezzo di storia industriale italiana con i ricordi d’infanzia, con l’eclisse che Renato mi fece vedere attraverso le lenti di una maschera da saldatore. Il risultato è la storia operaia che ho raccontato. Me ne accorgo solo adesso che in certo modo è letteratura industriale. Ma è prima di tutto la mia storia.Di recente ho riletto Vogliamo tutto di Nanni Balestrini. In quelle pagine la fabbrica pulsa di energia, l’arroganza dell’azienda è efficacemente controbilanciata da una presenza operaia forte e agguerrita, e forse, allora, sarebbe stata impensabile una figura come quella di Marchionne, paradossalmente ritenuto da tutti un innovatore pur utilizzando metodi più da padronato capitalista dell’ottocento che da manager d’industria moderno, incapace com’è di vedere nel lavoratore una risorsa insostituibile dell’azienda – e soprattutto un essere umano con una propria vita e propri bisogni – e non un mero costo da tagliare…
Lo dico anche nel libro, che gli anni settanta… altro che anni di piombo, sono stati anni felici di alta conflittualità e quindi di alti salari… i problemi iniziano sì allora, con la crisi petrolifera, ma la classe operaia li percepisce negli anni ottanta, quando la conflittualità diminuisce e il capitale, che non è in crisi ma è la crisi, è la crisi permanente, fa i conti con gli operai e fa pagare loro tutto e caro… la guerra di classe non l’hanno mai interrotta, i padroni del capitalismo fallimentare. Vedi quel che sta facendo Marchionne, appunto, che usa la chiusura delle fabbriche come arma di ricatto verso gli operai.A mio avviso, un altro grande merito di Amianto, oltre quello di aver messo il dito nella piaga sempre aperta della nocività e della mortalità nel mondo del lavoro, è quello di aver sfatato o quantomeno correttamente inquadrato il mito italiano del boom economico, come a dire: sì, negli anni ’60 c’è stata indubbiamente una ripresa e una crescita sull’onda della ricostruzione post-bellica, ma queste si sono potute realizzare solo a costo di immani sacrifici da parte dei lavoratori (emigrazione, sradicamento e lontananza dagli affetti, condizioni abitative precarie, salari appena sufficienti alla sopravvivenza, scarsa attenzione alla sicurezza, cioè infortuni, malattia e a volte morte, ecc.), i quali spesso non potevano permettersi i beni che producevano. Ricordo mio padre, ad esempio, operaio dell’Innocenti dove si producevano le famose Lambrette, il quale dovette comperarne una a rate, dall’azienda stessa, da lui utilizzata esclusivamente per andare in fabbrica per i turni di notte, quando i mezzi pubblici non effettuavano servizio…
Certo. Direi che già Bianciardi aveva raccontato ne La vita agra il lato oscuro del miracolo economico e della “dolce vita”. Io racconto il seguito: finisce il miracolo mentre Nada canta Ma che freddo fa e comincia il tracollo… l’inizio di una crisi che viene percepita solo adesso dai ceti medio alti, mentre il proletariato, che viene investito dal primo colpo molti anni fa, regge per la forza di contrapposizione dei movimenti e dei sindacati per quasi un decennio e poi crolla negli anni ottanta. Gli strascichi di tutto questo sono adesso sotto gli occhi di tutti, ma c’è chi già da lungo tempo li subisce. Tutto questo, io non lo racconto in chiave sociologica o saggistica, ma con i ricordi d’infanzia e le buste paga di mio padre. O meglio: metto assieme i ricordi, la trama narrativa della finzione, l’indagine sociologica, l’investigazione giornalistica… tutto saldato assieme. Pare che tenga.Mi è piaciuta molto la franchezza con cui nomini cose e persone. Non pensi che la manipolazione linguistica (il chiamare “imprenditore” il padrone, “forza lavoro” l’operaio) sia un imbroglio teso a spersonalizzare le parti in causa e dunque deresponsabilizzare chi invece dovrebbe rispondere personalmente degli errori e delle proprie colpe? Come quando si parla del fantomatico “mercato”, nel nome del quale si compiono i peggiori misfatti…
Guai a dire padrone invece che imprendi- tore, vero? In anni di finto interclassismo, Amianto è anche un romanzo di classe, che racconta dal basso la realtà. Chi dice che le classi non esistono, camuffa pro domo sua la società. La cosa buffa è che il libro non è un ponderoso saggio veteromarxista ma un racconto a tratti divertente e quasi fiabesco che, mi dicono i lettori, ti fa però venir voglia di prendere a morsi il libro. Io le cose le racconto come le ho percepite e vissute, e quel grumo ribollente di acciaio, incazzatura e ironia devastante era l’aria che si respirava in casa quando babbo si toglieva la tuta verde del metalmeccanico.Per concludere, oltre alla bellissima (in senso letterario) storia che sei riuscito a raccontare in perfetto equilibrio tra forza narrativa e ironia, nonostante la tragicità dei fatti, cosa ha lasciato dentro di te l’esperienza straordinaria di Renato, ennesima vittima di un capitalismo sempre più spietato e vorace?
«Ogni tanto Renato mi portava al cimitero di Rosignano Marittimo. Mia madre andava a visitare la tomba di mio nonno. Siccome nell’epica operaia del periodo un uomo non poteva versare lacrime o pregare, mentre mamma sistemava i fiori lui mi portava a giro per le tombe passeggiando come fanno i contadini a luglio in mezzo ai filari della vigna: si guardano attorno, sistemano qualcosa, strappano due foglie, hanno l’aria di tenere tutto sotto controllo, no? Facevamo “manutenzione”. Poi si arrivava alla zona delle tombe vecchie, quelle dei “vecchi comunisti”, come li chiamavamo noi, vecchi rosignanini che non volevano la croce sul marmo ma avevano preferito la falce e il martello. Alla fine inevitabilmente si arrivava davanti a una tomba monumentale in marmo con la statua di un uomo dall’aria vissuta, con dei virili baffoni a incorniciargli il viso. In basso c’era scritto: “l’apuana operaia dedicò”. Babbo mi diceva ogni volta: “boiadé, che pezzo d’omo…”. Era Pietro Gori. Ecco cosa m’è rimasto.

di Giuseppe Ciarallo

Germinal 118, 12 maggio 2013
+ Amianto
Questa è la sua storia, la storia operaia di un tipo qualsiasi, una storia come tante, di quelli che sono cresciuti nel dopoguerra, hanno fatto un pezzo del boom economico italiano sulla loro pelle, hanno vissuto la crisi petrolifera del ’73 sulle proprie tasche e sono morti all’inizio del nuovo secolo, ammalati dopo avere smesso di lavorare. Uccisi da un serial killer micidiale che agiva a Casale Monferrato, Taranto, Piombino e in decine d’altri posti. Un uomo che ha iniziato a guadagnarsi il pane a quattordici anni, che è entrato in fabbrica senza mai uscirne davvero, perché il cantiere industriale aveva nidificato nelle sue cellule il proprio carico di negatività. Uno che è stato costretto per ragioni professionali a esporre il proprio corpo a ogni tipo di metalli pesanti. Un lavoratore che ha visto le condizioni di sicurezza nei cantieri precipitare ogni giorno di più. Un padre che ha fatto studiare i propri figli con la convinzione ingannevole che mandarli all’università fosse un modo per farli uscire dalla subordinazione di classe. Uno che si infilava guanti d’amianto, e tute d’amianto, e si metteva lui stesso sotto un telone d’amianto, perché scioglieva elettrodi che rilasciavano scintille di fuoco a pochi passi da gigantesche cisterne piene di petrolio e che sotto quel telone respirava zinco e piombo, fino a tatuarsi un bel pezzo della tavola degli elementi di Mendeleev nei polmoni. Fino a quando una fibra d’amianto, che lo circondava come una gabbia, ha trovato la strada verso il suo torace ed è rimasta lì per anni. E poi, chiuso il suo libretto di lavoro, quella fibra ha cominciato a colorare di nero le sue cellule, corrodendo materia neurale dalla spina dorsale fino al cervello. Una ruggine che non poteva smerigliare. Lesioni cerebrali che non poteva saldare. Guarnizioni che hanno iniziato a perdere, nel tono dell’umore, nella memoria, nella deambulazione, nell’orientamento.
[…]
Giustizia è fatta? No, non è mai fatta. Giustizia è non morire sul lavoro, è non morire né veder morire i propri colleghi. Senza dover morire “a norma di legge”. È lavorare senza essere sfruttati. È non dovere veder riconosciuto solo da morto quello che è un diritto da vivo.
malicuvata.it, 6 maggio 2013
+ Amianto. Una storia operaia
Da bambina, tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta, dell’amianto sapevo poco e niente. Non ne conoscevo il colore o la consistenza, né sapevo dove trovarlo: se me lo avessero mostrato, non avrei saputo riconoscerlo. Sapevo soltanto che è un isolante (o meglio, che protegge dal fuoco, perché non credo mi fosse chiaro il concetto di materiale isolante) e che fa paura. Sapevo che è pericoloso, ma non me ne era chiaro il perché: per diversi anni ho creduto che emanasse qualcosa di tossico e invisibile, come fosse un parente degli isotopi radioattivi. O della kriptonite. L’amianto, questo materiale cattivo e a me oscuro, era qualcosa di cui in casa si parlava molto e spesso. Nel 1992 la legge stabilisce definitivamente che è una roba brutta e pericolosa ma io, che nel 1992 andavo per gli 11 anni, lo sapevo già. Perché a saperlo già erano i miei genitori, che appunto non si erano affatto stupiti nel sentire la notizia al telegiornale. Forse, però, quella legge aveva aumentato la loro paura. E forse è così che si può giustificare l’atmosfera di angoscia e terrore che ricordo ancora oggi nei loro discorsi sull’amianto. Perché mio padre lavorava (e lavora) nell’edilizia. Nei cantieri ci è cresciuto e ci sta diventando vecchio. Solo che io questo collegamento l’ho fatto solo ora. L’amianto, i cantieri, il clima di paura. L’ho fatto dopo aver letto Amianto.
La quotidianità raccontata in Amianto non è la mia quotidianità. Non sono cresciuta in quella terra, non sono i miei anni e il mestiere di Renato, padre di Alberto, non è il mestiere di mio padre. E solo da grande mi sono stati chiari tutti i sottintesi e i sottaciuti nascosti nella parola metalmeccanico. Del resto avevo già il mio da fare a navigare nell’ipocrisia del concetto di artigiano edile. Ma quello narrato in Amianto è comunque il mio mondo e quella di Renato e Alberto è una vita che non conosco ma che potrei aver conosciuto. Forse non è solo per la notevole scrittura con cui sono narrate se in quelle pagine mi sono sentita a casa.
Amianto è il racconto della vita di Alberto e del suo rapporto con Renato, e come tutte le vite alterna momenti che fanno ridere a momenti che fanno piangere. L’amianto e tutte le sostanze chimiche a cui Renato viene esposto nel corso della sua carriera, però, aggiungono tinte fosche e rabbiose alle vicende narrate. Si sente la rabbia, in Amianto. Si insinua nel racconto come una fibra nei polmoni. All’inizio causa piccole ferite, ma poi cresce, si ingrossa, diventa forte e grande. Toglie il fiato.
In Amianto c’è troppa vita, c’è troppa storia, le pagine traboccano. Un’epopea familiare concentrata in un centinaio di pagine. Il problema di Amianto è che è troppo breve.

di Lorena Torresan

elpinta.wordpress.com, 5 maggio 2013
+ Sputi contro vento: recensione doppia a Amianto e Voi, onesti farabutti
Alberto Prunetti e Simone Ghelli sono due scrittori che fanno parte di quella generazione di “maledetti toscani” che negli ultimi anni ha saputo costituirsi in una scena letteraria viva e ricca per qualità della proposta e interesse.
Ghelli e Prunetti condividono oltre alla Maremma, la terra che li ha visti nascere, il percorso formativo presso l’Università degli Studi di Siena tra la fine degli anni ’90 e il principio degli anni ’00.
Oltre alla biografia, alla parlata e alle traiettorie li accomuna il fatto di aver pubblicato entrambi due romanzi negli ultimi mesi. Due romanzi che, in un certo senso, possono dirsi parenti: cugini o addirittura fratelli.
Si tratta di Voi, onesti farabutti (Ghelli, Caratteri Mobili) e Amianto (Prunetti, Agenzia X).
Ad affratellare questi due libri è una riflessione, profonda e dolorosa, sulla morte del padre, che i due autori affrontano da punti di vista diversi ma complementari. Quella di Prunetti è un’intensa anamnesi che ripercorre la vicenda del padre, Renato. Operaio metalmeccanico morto a causa dell’esposizione all’amianto. È un ritratto rabbioso e carico d’affetto, quello che Prunetti dipinge nelle pagine del libro.
Dove l’affetto diventa ricordo per fondersi con quella rabbia che si fa memoria collettiva di una nazione. La storia di Renato e la storia dei molti Renato sulla cui salute qualcuno si vanta di aver ricostruito questo paese sulle macerie di una guerra prima voluta e poi ripudiata con codardia. La storia di Renato e Alberto è la storia di due generazioni che la retorica imperante vorrebbe nemiche e che invece condividono lo stesso destino di sfruttamento.
Amianto getta un ponte tra le generazioni. Quel ponte crollato nel romanzo di Ghelli. Qui è un altro padre di cui si va alla ricerca, il nonno. Simbolo duro e controverso di una memoria, quella della Resistenza, che si fa giorno dopo giorno più sbiadita. Anche qui è la generazione dei padri a mancare. Ma se in Amianto il padre mancava perché il Capitale lo aveva consumato alla catena del lavoro in Voi, onesti farabutti il padre manca perché ha voltato le spalle.
Il padre attorno al cui vuoto scrive Ghelli è il padre che ha voltato le spalle a tutti i Renato d’Italia. Il padre che per pigrizia, comodo o cattiva coscienza ha preferito non curarsi del bene comune che gli era stato affidato e che oggi, atterrito tra i braccioli della sua poltrona, guarda con disprezzo e paura un mondo che non capisce più.
Nell’esortazione a essere i genitori che ci era stata rivolta qualche anno fa forse non c’era solo l’invito a guardare avanti, a costruire zattere sulle acque malferme della relatività postmoderna. Forse c’era anche l’invito a guardarci alle spalle, a ritrovare una memoria, a inserirci nuovamente in una serie storica che il Potere ci aveva fatto credere interrotta. Bloccata.
Questi due libri hanno la forza di riannodare quei lembi sfilacciati, ci danno strumenti per farlo. Sono sputi sulla mano, asciugati dal piccone, sono sputi nella terra da cui si impasta l’uomo, sono sputi controvento.

di El_Pinta

Internazionale, 3 maggio 2013
+ Alberto Prunetti. Amianto
Inchiesta tra le acciaierie di Piombino e di Taranto, tra le raffinerie liguri e gli stabilimenti di Casale Monferrato.
Sicurezza e lavoro n. 2, marzo-aprile 2013
+ Una biografia operaia, la morte di un padre per amianto
Amianto, una storia operaia di Alberto Prunetti è un parto antiletterario: all’inizio non volevo scrivere un libro di finzione, ma ricostruire il curriculum lavorativo di mio padre, operaio saldatore e tubista, specializzato nella carpenteria in ferro, nella costruzione di impianti industriali e nella loro manutenzione. Le mie erano in principio annotazioni tecniche basate sulle buste paga, sugli appunti, sulla cartella clinica di mio padre, Renato Prunetti. Solo più tardi ho “impastato” tutto in senso narrativo, sfruttando la confidenza professionale con la scrittura, elaborata in anni di mestiere come traduttore editoriale. Questo perché volevamo che fosse sancito il ruolo dell’esposizione all’amianto per poter perlomeno provare che la degenerazione del suo corpo e della sua salute avesse avuto a che fare con l’attività professionale come operaio specializzato (ovviamente la legge, a parte casi specifici come il mesotelioma, per chi è morto di tumore polmonare raramente arriva a presunzioni di colpevolezza penale, anche se l’operaio in questione, come mio padre, era costreto a saldare soto un telone di amianto o a usare tute e guanti di amianto).
Nel libro la narrazione non si sviluppa solo nel tempo (dalla fine del boom economico, cioè la crisi petrolifera del 1973, fino alla malattia e alla morte di Renato, nel 2004, e poi in epilogo fino ai nostri giorni), ma segue anche un itinerario geografico, quello dei suoi spostamenti come trasfertista manutentore, che mappano una fetta consistente del panorama industriale italiano in particolare acciaierie e raffinerie. Si va dal Casone di Scarlino alle acciaierie di Piombino, dal triangolo industriale del nord est agli stabilimenti di Terni, Taranto, Manfredonia e Siracusa. Ma sono state proprio la Liguria, la Lombardia e il Piemonte le regioni in cui mio padre ha lavorato di più. E scrivendo questo libro ho sollevato memorie “fatali” e ho scoperto addirittura di essere stato concepito a Casale Monferrato (AL) dove i miei genitori appena sposati si erano trasferiti per un breve periodo perché mio padre lavorava nella raffineria Maura di Coniolo, ormai dismessa, a pochi minuti da Casale.
Amianto, gas di saldatura, emissioni industriali, idrocarburi policiclici aromatici: quante cose possono aver contribuito alla morte di un operaio? Per quanti anni è stato “esposto a norma di legge”? Più di 15, dice una sentenza. Ma nel libro non parlo solo di mio padre. La mia non è – o non è solo – una testimonianza personale. Quel che ho cercato di fare è di parlare a nome di tutti i Renati di quella classe sociale, dei padri dei miei compagni di scuola (sono cresciuto in una città che un tempo era un dormitorio operaio); parlare di quel bambino che un giorno non è più tornato in aula perché nelle acciaierie era morto suo padre (ma per me, a sette ani, era morto lui, perché non ci siamo più rivisti). Volevo parlare delle condizioni di sicurezza nei cantieri industriali che con il tempo sono andate peggiorando, dei diritti erosi, dei subappalti a catena che abbassano il costo del lavoro e aumentano il rischio di menomazione. Volevo parlare di quelli che finiscono con la tessera dell’Associazione dei mutilati ed invalidi in tasca (come Renato) e che devono servirsi di protesi per interagire con il mondo esterno.
Senza troppo magone, senza far impietosire, senza che il lettore dicesse “poveretti”. Ma con orgoglio, con l’orgoglio di chi è cresciuto in un contesto operaio e pretende diritti, salute, pane e rose. Perché siamo il sale della terra e non vogliamo più morire tra gli ingranaggi terminali di una macchina industriale cancerogena.

di Alberto Prunetti

www.liniziativa.net, 27 aprile 2013
+ Amianto di Alberto Prunetti
Amianto. Una storia operaia (Agenzia X, 2012) è una biografia in cui un figlio parla di un padre. Lo scrittore Alberto Prunetti racconta la vita di Renato, saldatore e tubista trasfertista, che lavora in stretto contatto con l’amianto fino a rimanerne ucciso:“A Novara, Torino, Genova, La Spezia, Mestre, Terni, Taranto. Ovunque, sempre in periferia, senza mai vedere le cattedrali e le strade acciottolate dei centri storici. Respirerà benzene, il piombo gli entrerà nelle ossa, il titanio gli intaserà i pori e una fibra d’amianto si infilerà nei suoi polmoni.” (p. 21) La biografia, incentrata com’è su trent’anni di vita operaia, si espande e diventa anche romanzo di fabbrica e storia italiana, narrazione di mutamenti economici e sociali e denuncia di un capitale mostruoso che ha divorato tutto, uomini e territori, lasciando vittime e macerie. La fabbrica italiana oggi muore, ma ieri ha ucciso, e ha creato le premesse per continuare ad uccidere. Prunetti riesce a rappresentare tutto questo muovendo dalla parabola discendente della vita del padre, con un tono struggente a tratti – ma mai cupo -, e a tratti lieve. Amianto è un’opera necessaria come ce ne sono poche, oggi, in un particolare momento letterario di difficoltà, in Italia, a scrivere romanzi che vadano oltre l’ombelico degli autori o il male di vivere in provincia.
La storia italiana, dal boom alla crisi, è la storia di una progressiva disillusione; a tal riguardo vi è una scena emblematica. Renato è vecchio, ma continua a lavorare in giro per l’Italia. Il figlio lo accompagna al molo di Piombino, lì c’è il traghetto per l’Isola d’Elba dove il padre deve occuparsi di manutenzione dell’impianto di una cava di pietre:“[…] continuiamo guardando le acciaierie, più vicine, proprio a bordo strada. Lo sguardo di Renato è triste. Non si esalta più per le fabbriche. Proprio fissando il cielo greve sopra Piombino, gli viene in mente che non esiste acciaio senza amianto, anche se questo non te lo racconta nessuno. E adesso non facciamo più la gara, come quando ero piccolo, a chi ha le ciminiere più alte. Ormai sappiamo che i posti in cui siamo cresciuti, lui a Rosignano e io tra Follonica, Scarlino e Piombino, hanno anomali tassi di morbilità per alti livelli di arsenico, piombo, cadmio, mercurio, cromo e per sostanze chimiche come gli idrocarburi policiclici aromatici; sappiamo che chi abita nei pressi della cokeria, dove si liberano polveri sottili, è esposto a un aumento della mortalità per tumore al polmone. Rimaniamo zitti, contemplando gli stabilimenti.” (pp. 91-2)In questa muta contemplazione vi è il riconoscimento dello scacco di due generazioni, quella dei padri e quella dei figli, profondamente segnate dalle conseguenze dell’amore (perverso), per dirla con Sorrentino, verso l’universo-fabbrica che si sperava di migliorare con le lotte sociali gettando le basi di un futuro di progresso felice, e che alla fine, come mostra la mutazione del corpo dell’operaio Renato Prunetti, ha rivelato il suo lato distruttivo. Mentre il capitale suona le campane a morto per le fabbriche dismesse, i figli non possono ripartire neanche dalle macerie infette. Dimenticare la fabbrica, è il monito in agguato e intanto la crisi incombe e l’Italia non sa trovare alternative. Taranto e Bagnoli, tuttavia, esistono.

di Antonio Russo De Vivo

Monitor 53, 24 aprile 2013
+ Un’epopea operaia in Amianto, di AlbertoPrunetti
Amianto. Una storia operaia, di Alberto Prunetti, edito da Agenzia X, è la storia di Renato Prunetti, padre dell’autore, intrecciata profondamente al suo lavoro di operaio tubista specializzato e alla sua terra, la Toscana meridionale lungo la via Aurelia, tra Rosignano Solvay, Follonica, Piombino, la Maremma. Rosignano Solvay, la città dove Renato trova il suo primo impiego e dove il padre muratore si era trasferito, porta fin dal nome un destino: la centralità della fabbrica e della vita operaia, il suo impatto con il territorio e con il corpo delle persone. Le vicende avventurose, divertenti e infine drammatiche del protagonista sono descritte dal figlio attraverso i lunghi viaggi di Renato su e giù per l’Italia, al lavoro nelle acciaierie di Terni e all’Ilva di Taranto, a Casale Monferrato e all’Iplom di Busalla (Genova), a Mestre, a Torino, a La Spezia. Si metteva in treno la domenica sera e stava fuori anche per due-tre settimane, insieme agli amici e ai compagni con cui ha condiviso ponti, scintille, cisterne, raffinerie, cavi elettrici, bevute, lotte e bestemmie.
Il racconto viaggia in parallelo all’infanzia dell’autore, tra campetti di calcio e vita di campagna, di paese e di quartiere. Alberto cresce di fronte al mondo solido, genuino e generoso del padre e dei suoi compagni, testimoni di una stagione in cui l’orgoglio di essere operai si combinava con le occasioni di emancipazione e di prosperità offerte dalla professione. Una stagione in cui si cresceva insieme al lavoro, come succede a Renato, che a quattordici anni conosce il suo primo impiego.
Il prezzo pagato da quella generazione e soprattutto dagli operai impiegati nelle mansioni di Renato è però altissimo. Prima, la crisi e la ristrutturazione industriale, che cominciano a mettere i lavoratori gli uni contro gli altri e impongono nuove modalità di presentazione che portano solo guai e disagi: Renato si aprila partita Iva e deve sborsare milioni e milioni all’Inps per regolarizzare la posizione in vista della pensione. Poi, la tragedia che si abbatte sul suo corpo. In decenni di lavoro aveva respirato piombo, zinco, sostanze nocive e pericolose e aveva vissuto a contatto dell’amianto. La morte arriva dopo sofferenze e dolori che fanno ancora più impressione se pensati su un corpo così forte. E dopo la morte la giungla di perizie, sentenze, tribunali, che alla fine certificano – solo in parte – quello che i familiari avevano da tempo capito: i padroni delle tante aziende di Renato lo avevano fatto lavorare in condizioni scandalose, esposto a sostanze micidiali.
Sulla quarta di copertina si legge che l’autore mostra “un talento sempre più maturo”. In realtà c’è qualcosa di più. Il libro combina in modo eccezionale le storie di vita, l’inchiesta, il racconto dei luoghi in un modo che soltanto i grandi scrittori sanno fare, costruendo una narrazione che scorre rapida e appassionante. Leggendo le pagine di Prunetti si entra concretamente a contatto con suoni, dialetti, risate, scontri, passioni che raccontati con una lingua semplice ed essenziale e restituiscono un pezzo di mondo che rappresenta un patrimonio di inestimabile valore, insieme a un oltraggio da non dimenticare.
Vengono in mente i libri di Luciano Bianciardi (citati nel testo), insieme a quelli di Primo Levi, come La chiave a stella (che non contiene e però la dimensione tragica di Amianto) ma non solo. La letteratura italiana più recente e più “giovane” sembra andare invece da un’altra parte, piena com’è di scrittori imbambolati nelle loro frustrazioni. Per fortuna ci sono alcune preziose eccezioni, come questa.

di Michele Colucci

www.revolutionine.com, 20 aprile 2013
+ Amianto
Ci sono due storie che, in questi ultimi tempi, continuano a tornarmi in mente per intensità e coinvolgimento.
Ci penso e ci ripenso.
La prima è un libro Amianto di Alberto Prunetti, edito da AgenziaX nel 2012.
L’ho scoperto a gennaio grazie a un intenso post di Wu Ming su Giap. Poi ne ho seguito con molto interesse l’evoluzione e le riflessioni.
La storia di Alberto Prunetti inizia così:
Ma che freddo fa (ogni capitolo porta come titolo una canzone di Nada o di Piero Ciampi)
Avrei voluto che questa storia non fosse davvero accaduta”.Attraverso un’operazione narrativa molto coinvolgente l’autore ricostruisce la vita lavorativa di Renato, il padre, ammalato prematuramente e poi ucciso dall’amianto.
Immaginate ora di avere a che fare con una sorta di recherche con il Narratore che però è figlio di un operaio specializzato e che, da adulto, cerca di rimettere ordine nei tasselli dell’esistenza precaria sua e in quella del padre, sempre in viaggio da un complesso industriale all’altro, in giro per l’Italia industrializzata tra i ’70 e gli ’80.
Immaginario collettivo e individuale si fondono nelle differenti esperienze di due generazioni di padri e figli precari in modi e tempi diversi.
Echi di Vita agra e del Lavoro culturale di Luciano Bianciardi e di tante altre storie che a leggerle oggi fanno solo venire le lacrime agli occhi. di rabbia.
Ma attenzione però: in quello che Prunetti scrive non c’è nulla di patetico né di emotivo nel senso più becero e consolatorio del termine.
Si ride, si sorride, si prova tristezza, pena, dolore, sgomento, fino a giungere alla conclusione che non c’è proprio niente da ridere come non c’è proprio niente da piangere. C’è solo da essere consapevoli e, se ci si riesce ancora, arrabbiarsi. Ecco tutto.
Ho sottolineato, piegato, evidenziato e scritto tanti punti esclamativi e interrogativi su un sacco di pagine del libro e, dopo, l’ho ordinato di nuovo e di nuovo su IBS per regalarlo, perché credo abbia senso leggerlo proprio qui e ora.
Nella prefazione Valerio Evangelisti scrive: “Avete tra le mani un libro terribile e bellissimo”.
Ed è proprio così.
Rassegna sindacale n. 14, aprile 2013
+ La fronte alta di Renato
Negli ultimi anni la memoria operaia, quella che racconta il lavoro reale, materiale, ha fatto ritorno in libreria, pure se nei saggi e nei reportage giornalistici non erano mancate nel passato opere di grande pregio come Operai di Gad Lerner, Acciai speciali di Sandro Portelli, Fabbrica di Ascanio Celestini. Tra queste nuove narrazioni, a volte ibride, anche l’autobiografico Amianto, una storia operaia di Alberto Prunetti (Milano, Agenzia X, pp. 160, 2012, euro 13,00), un Bianciardi meno cupo, che pesca nei ricordi del parentado, nella fattispecie in quelli che riguardano suo padre Renato, con una biografia operaia che comincia alla Solvay nella cittadella di Rosignano e che “alla fine, passerà la vita lavorando negli stabilimenti e nelle raffinerie di quasi tutta Italia, rimbalzando dal petrolchimico al siderurgico con la qualifica di saldatore tubista”.
Il libro inizia subito aneddotico, rispettando comunque la cronologia, mischia referti della vita interiore e personale dell’autore, a quella sociale di un epoca, in una specie di romanzo di formazione politico ed esistenziale che è anche quello di una generazione.
Però il cuore del racconto è sempre il lavoro e le sue dinamiche, i suoi scabrosi pericoli, l’insicurezza, che l’autore rende in modo molto efficace, a volte crudo, sempre tenendo sotto controllo la curvatura lavorativa ed esistenziale del suo Eroe di riferimento: “Respirerà benzene, il piombo gli entrerà nelle ossa, il titanio gli intaserà i pori e una fibra d’amianto si infilerà nei suoi polmoni”. Le parti migliori, le più politiche, sono proprio quelle dove lavoro e vita trovano una sintesi, e il rischio lo corre l’operaio, invece che l’impresa, cioè l’usura fisica, la malattia, e in molti casi la morte. Non mancano nel libro, anzi sono parte dell’insieme, le fasi di trasformazione storiche della società italiana e del mondo del lavoro: i passaggi dalla società industriale degli anni ’70 a quella post fordista, fino ai giorni nostri, visti nella vita lavorativa e dalla prospettiva di Renato che le ha vissute in prima persona come delegato metalmeccanico della Fiom Cgil. Finché dopo una seria lunghissima di peregrinazioni e spostamenti da “trasfertista” “alla Bitumoil di Gonzaga, alla Maura di Casale Monferrato, a Torino, alla Montecatini di Scarlino, e poi a Castellanza, a Priolo e in tanti altri posti”, mentre gli anni passano veloci, arriva il momento del declino, della stanchezza fisica, e poi della malattia. A 56 anni “Respira con affanno, ha il fiato corto, troppo corto, e sta diventando lento, anche nei riflessi”.
Poi arriva il minerale killer che dà il titolo al libro, con le sua via crucis, che è inevitabilmente la parte più toccante del testo, dolorosa da vivere e da scrivere ma elemento fondamentale della denuncia. Infatti, come dice Valerio Evangelisti nella prefazione: “Renato Prunetti la fronte alta la tenne sempre, anche quando fu ormai prossimo a morire. Per fortuna lascia un figlio capace di far rivivere il senso di una resistenza umana con una bravura che mette i brividi”. A chi per anni ha raccontato sui giornali borghesi la storia artatamente falsa della scomparsa della classe operaia, facendola di fatto sparire davvero sui media, occultando il sangue versato nel lavoro vivo, quello vero, e i suoi conflitti, il libro di Prunetti fa da efficace controcanto con una scrittura tesa e vibrante, una lingua ruvida, dura come le cose che racconta, fatta del lessico concreto e molto terrestre del mondo operaio, che a volte ti arriva come un pugno nello stomaco.

di Angelo Ferracuti

blog.futbologia.org, 13 aprile 2013
+ Amianto, polvere, pallone
Promemoria Rosignano
Tornai a giocare al calcio nel campo d’asfalto, dove ormai avevo una reputazione e nessuno mi molestava. Andavo con mio padre a vedere il campionato livornese di prima categoria e facevo il raccattapalle quando giocava il Follonica in casa. Mi piaceva ascoltare quello che succedeva in panchina. L’allenatore del Follonica si addormentava spesso. Poi si risvegliava di colpo, lanciava un bestemmione trionfale e diceva qualcosa, solo per farsi sentire dal pubblico che seguiva la partita. Ce l’aveva sempre con un calciatore pelato. Era il mitico Dea, una delle mie leggende giovanili insieme all’argentino Ganem, storico dieci “maradoniano” del Follonica. Il Dea era un altro che si faceva il culo in fabbrica e che giocava di forza, eppure il mister gli diceva sempre: “Sei un duro!”. Una volta dopo essersi addormentato in panchina si svegliò di colpo e per dimostrare di aver seguito la partita esplose in bestemmie: “Diolopicardo, pelato, sei un duro!”. Il pelato era in panchina accanto a lui. Rispose: “Mister, ma oggi non gioco”. “Fa’ una sega, sei un duro uguale”, replicò l’allenatore, prima di riaddormentarsi pacifico. [Amianto, pag. 62]
Tutto questo succedeva intorno alla metà degli anni ’80. Quel raccattapalle era Alberto Prunetti. La nascita del suo Amianto, il bellissimo libro da cui sono tratte queste righe, era ancora lontana.
Dentro Amianto ci sono una storia, e migliaia di storie. C’è la storia più personale possibile, quello del proprio padre, che riesce con gran dose di magia a farsi, da intima e privata, universale. C’è il boom siderurgico e petrolchimico, la fabbrica creatrice di intere città, i viaggi in treno la domenica notte per arrivare all’alba del lunedi in cantiere, la descrizione minuziosa dell’artigianato metalmeccanico. C’è l’osceno baratto di stato, tutt’altro che svanito (dicono niente Taranto e Casale Monferrato, ILVA e Eternit?), tra il lavoro e la salute. C’è una Toscana stupenda e nascosta, lontana anni luce dalle fotografie patinate del Chianti e dalle rendite passive del turismo di massa. Ci sono lotta e cazzeggio, sudore e vitalità, tradizione anarchica e comicità dialettale.
Ci sono alcuni spaccati sensazionali di calcio di provincia.
Per tornare dall’universale al particolare, io non so, dieci anni dopo, precisamente nel 1994, su quale panchina si addormentasse l’allenatore di quel Follonica di metà anni ottanta.
Accaddero talmente tante cose, quell’anno. L’anno dell’elezione di Nelson Mandela a presidente del Sudafrica. Della morte di Cobain e Senna. Del genocidio in Ruanda. L’anno, per venire ad eventi più circostanziati ma non meno infausti, della Discesa In Campo.
Che avete capito. Non mi sto certo riferendo alla politica italiana. Sto parlando della nostra discesa in campo. La domenica mattina a settimane alterne, ore 10, campo sportivo “Marido Guerri”.
Giovanissimi provinciali del Sovicille. Una banda di gracili tredicenni che sfidava gli squadroni del maremmano e dell’Amiata. Al pomeriggio, campanilisti per eccellenza, l’imperativo era sostenere le sfavillanti maglie arancio-blu dei “grandi”, trasferendoci dal campo alle tribune.
Vabbè, tribune… Due-gradoni-due incastonati in una pendenza scoscesa, tra un Arci ed un ufficio postale. Non importava: giocava la prima squadra: Seconda Categoria con ambizioni di una stagione in prima fila.
Idoli incontrastati, due vecchi leoni ben sopra i 30, il botto del mercato estivo, venuti da noi per un onesto fine-carriera tra esperienza da tramandare ai ragazzini e ultimi lampi di classe. Un centravanti e un libero. Il centravanti aveva segnato montagne di gol in tutta la Toscana. Pelato e con la barba, poteva essere un pirata di antica discendenza longobarda o un carpentiere uscito dal Moby Dick di John Huston, capace di rovesciate alla Van Basten e di tremende capocciate spaccapietre. Del libero argentino, si diceva che fosse stato da giovane un grande trequartista, e che da piccolo, nei pulcini del Lanus, insieme a lui avesse giocato Dio in persona.
Li seguivamo in mezzo alle Brigate Arancio Blu, una decina di esagitati che per tutta la durata della partita si sganasciavano di risate prendendo per il culo, in vernacolo strettissimo, tutti gli avversari. Il fatto che ciò avvenisse a 1,5 metri di distanza dal campo, nella bonaccia sonnacchiosa della domenica pomeriggio, con alle spalle un viale alberato popolato da anziani in passeggiata e davanti una recinzione semidistrutta a separarci dal prato di gioco, rendeva il tutto vagamente imbarazzante, e per questo ancora più comico.
Eravamo certi di salire in Prima Categoria, quell’anno, ma le attese non furono mantenute. Come spesso accade in mancanza di traguardi più nobili, tutte le speranze si riversarono su una partita sola. Praticamente una finale. Il derby della Val Di Merse.Sovicille – La Sorba Casciano
Una rivalità violenta. Le risse, frequentissime, si scatenavano tra omoni che l’estate successiva si sarebbero riconosciuti, alticci, tra i fumi di braciole e gli improbabili valzer delle rispettive sagre paesane. Il più delle volte avrebbero brindato agli epici scontri del passato, per poi rinverdirli pestandosi di nuovo di santa ragione, sicuramente spinti dalla celebre acidità del pessimo vino che da sempre circolava.
Venne il giorno più atteso. Pubblico delle grandi occasioni. Non meno di cinquanta paganti. Subito a lato delle Brigate, grande spiegamento di masticatori di arachidi e semi di zucca, attaccati direttamente tramite flebo endovenosa a Tutto Il Calcio Minuto Per Minuto. Bandiere arancio blu al vento. Fischietti solitamente utilizzati per richiami alle anatre. Fumogeni. Botti stile curva A del San Paolo. Vecchiette con barboncini al guinzaglio che si affannavano lontano da quella Santabarbara, maledicendo la genesi di ogni tifoseria organizzata e, più alla radice, del nostro sport nazionale. Transenne. Tifosi ospiti nascosti in un praticello dalle parti della porta più lontana, camuffati dietro enormi colbacchi da cacciatori siberiani, vicini da un lato alle auto e dall’altro ai campi di grano: hai visto mai, non ci fosse stato il tempo di filare in macchina…
Qualcuno delle Brigate cercò di intonare addirittura dei cori. Calò un disagio abissale: come vi sentireste ad urlare canti da stadio in 6, incastrati tra un marciapiede e un bocciodromo, magari inveendo contro gli stessi carabinieri con cui avete appena commentato l’ennesimo rigore regalato alla Juve?
In campo successe di tutto, ma non fu la partita che sognavamo. Il Sovicille prese quattro reti da una squadra chiaramente più forte, che si preparava, lei sì, al salto di categoria. Ci ritirammo in silenzio verso il consolante rito del pizzino margherita in pura fibra di caucciù sfornato dai volontari dell’Arci a cinquecento lire al trancio. Mentre la quiete si impossessava di nuovo della conca del campo sportivo, e restavano in cielo solo gli echi dei piccoli aerei in gita panoramica, anche gli ultimi scalmanati si decisero a sfollare.
A noi restò solo l’istantanea più bella. Appesi malamente con scotch di carta sopra la pubblicità di un’autofficina, penzolavano due cartoncini bristol sfondo arancio, che per gli autori, quasi certamente bambini, dovevano essere uno striscione. C’era scritto, a pennarello blu, qualcosa di inequivocabile: «DEA SINDACO, WALTER PRESIDENTE».
Roberto DeAngeli e Walter Ganem, il pelato “duro” e il “dieci maradoniano”, sono esistiti davvero.

di Giulio Pedani

www.bookdetector.com, 8 aprile 2013
+ Amianto
I grandi impianti metallurgici che incontri la notte in autostrada, qualcuno li ha costruiti, qualcuno ci vive e ci lavora dentro. Uno di quei qualcuno è il padre di Alberto Prunetti che in Amianto, una storia operaia ne racconta la storia: quella di un tubista e saldatore “trasfertista” che viaggiava tra gli impianti a controllare i vecchi e a montare i nuovi, uno specializzato del metallurgico negli anni del boom che sulla sua strada ha incontrato «un killer silenzioso protetto da una legione di medici, ingegneri, consulenti, industriali», l’amianto. Ne basta una scheggia ben piazzata per mandare in tilt un organismo, anche anni dopo, con un tumore: e così è stato. A 59 anni, Renato Prunetti è morto. Un percorso criminalmente logico, permesso da un’industria e da una «confraternita di padroni» che ci ha messo decenni ad ammettere i suoi torti e che ancora stenta a farlo. È questa la parte più dolorosa e civile del libro – giustamente diventato un caso e ammirevole perché fuori dai generi – di Prunetti, nato a Piombino nel 1973, la cornice ineludibile di una storia che riguarda tutto il paese, ma che si cala, poi, nel dolore del singolo, nella capacità di gestire la rabbia e dargli forma ed è qui che l’autore crea il suo impianto di coscienza, dichiarando fin dall’apertura: «Il racconto dovrebbe tenere come un raccordo di tanti tubi diversi». Tra questi, le storie del boom e quelle di tanto «ethos operaio», ma anche quelle del recesso, quando un saldatore specializzato, con sempre meno garanzie, veniva obbligato alla farsa della partita IVA. Per non dire di tutto l’affresco che, con una sintesi e un’immediatezza notevoli, Prunetti riesce a dare del cambio di mentalità in quelle aree toscane, quando improvvisamente la campagna sparì e arrivò la fabbrica. Tubi tematici che scorrono vicini, trascinando parti della storia collettiva, per arrivare ai due che si stringono vicini nella lettura, la vita del «metalcowboy» Renato e quella di Alberto che, figlio di operaio, riesce ad arrivare in Università per ritrovarsi poi tra i molti «lavoratori cognitivi precari». Così, dopo aver seguito fino in fondo l’invito del padre – «Non lavorare. Studia» –, sembra quasi pentirsene, perché, di fondo, i meccanismi dell’«insubordinazione» di classe non sono mai cambiati e il diritto e uno straccio di meritocrazia sembrano delle eccezioni nel nostro paese. La fiducia verso il sistema, in entrambi i casi, non è stata neanche tradita, il che comporterebbe un vero rapporto, ma, più freddamente, ignorata. Come quando, nelle pagine finali, l’autore scopre che il padre, per l’esposizione all’amianto, avrebbe avuto diritto almeno a sette anni di prepensionamento: una scoperta postuma, aiutata dalla lentezza della burocrazia e delle reticenze. Davanti a cui non resta che sottoscrivere la dichiarazione emotiva e rivoluzionaria dell’autore: «Andate in culo, ma di cuore».

di Alessandro Beretta

Radio onda d’urto, 8 aprile 2013
+ Intevista ad Alberto Prunetti
Questa è la storia di Renato, un operaio cresciuto nel dopoguerra che ha iniziato a lavorare a quattordici anni. Un lavoratore che scioglieva elettrodi in mille scintille di fuoco a pochi passi da gigantesche cisterne di petrolio. Un uomo che respirava zinco, piombo e una buona parte della tavola degli elementi di Mendeleev, fino a quando una fibra d’amianto, che lo circondava come una gabbia, ha trovato la strada verso il torace. Poi, chiuso il libretto di lavoro, quella fibra ha cominciato a colorare di nero le cellule, corrodendo la materia neurale. Una ruggine che non poteva smerigliare, lesioni cerebrali che non poteva saldare. Questo è Amianto, uscito per Agenzia X, dove Alberto Prunetti, che abbiamo intervistato, racconta la storia di suo padre. Ascolta l’intervista qui
www.primapaginachiusi.it, 5 aprile 2013
+ Questione amianto
Si chiama «Piano nazionale amianto» ed è stato appena elaborato dai ministeri della Salute, dell’Ambiente e del Lavoro. Si tratta di vere e proprie linee guida operative, che il Governo in carica ha trasmesso alla conferenza Stato-Regioni per il loro recepimento e la loro attuazione in sede locale. Il progetto sarà presentato lunedì 8 aprile a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria, proprio lì dove è deflagrato il caso (e la vergogna) dell’Eternit.
I numeri sono impressionanti. Ben 15.845 casi di mesoteliama maligno dal 1993 al 2008, oltre 34mila siti contaminati, 32 milioni di tonnellate di cemento-amianto da bonificare, qualcosa come 379mila tonnellate di rifiuti contenenti amianto soltanto nel 2009. I numeri del dramma absesto sono da capogiro. E parlano di un Paese che dalla messa al bando dell’amianto nel 1992, ormai venuto anni fa, ha tutt’altro che affrontato drasticamente il fenomeno. Basti pensare che dal punto di vista della tutela della salute, il picco dei mesoteliomi si calcola che si avrà tra il 2020 e il 2025, con un’incidenza prevista di oltre mille casi all’anno (dati ANMIL).
Un recente libro, Amianto. Una storia operaia edito da Agenzia X, nel 2012, scritto da Alberto Prunetti, scrittore piombinese, classe 1973, ha affrontato il dramma amianto.
Abbiamo fatto qualche domanda a Prunetti.Di cosa parla il libro?
Amianto, una storia operaia racconta un pezzo di storia industriale italiana, dal basso: dalla prospettiva di un operaio, anzi, del figlio di un operaio. Le coordinate geografiche si spostano dalla zona delle Colline Metallifere, dal siderurgico piombinese, fino al triangolo industriale del nordovest, per poi scendere a sud verso Taranto e Siracusa. L’arco temporale segue il boom del miracolo economico e intercetta nel 1973, con la crisi petrolifera, l’inizio di una crisi (e di conseguenti ristrutturazioni del capitale) che arriva sino ai nostri giorni. Il protagonista del libro è mio padre, di cui seguo il decadimento fisico negli anni, l’iscrizione nei registri degli invalidi del lavoro, fino al riconoscimento dell’esposizione all’amianto, arrivata con un ritardo di circa 20 anni, quando lui era già morto di tumore polmonare, all’età di 59 anni, senza poter godere gli anni di pensionamento anticipato che gli spettavano. Il libro non è però tragico: è ricco di episodi e di aneddoti sulla subcultura popolare maremmano-livornese e ci sono pagine che raccontano un mondo provinciale e operaio ruspante, tutt’altro che sottomesso agli imperativi della modernità. Ovviamente però nel riflusso ci si avvia verso una sconfitta e le trasformazioni antropologiche intaccano certi valori condivisi. Dati sull’amianto ecc.
Li ignoro. Non sono un sociologo né mi occupo di statistica. Il libro è fatto di carne operaia, magra e affusolata, poi marchiata dalle stigmate delle scintille della saldatrice che perforavano la tuta, infine segnata da chemio, radio e dal cortisone. La prospettiva del libro è narrativa, più che saggistica. Si dice però che i casi di malattie correlate all’amianto siano in aumento vertiginoso e che il picco di malattie lo raggiungeremo nei prossimi anni. Sarà un genocidio operaio, per intenderci. Cosa pensi dell’atteggiamento dei sindacati e delle Istituzioni sul tema?
Nel periodo in cui mio padre ha provato a ottenere il prepensionamento, dopo il 1992 (anno in cui è entrata in vigore la legge sull’amianto), ha trovato perlopiù solo porte chiuse. Negli anni la situazione è evoluta e il processo Eternit è stato uno spartiacque, anche mediatico. Oggi i sindacati sono più attenti e anche alcune istituzioni sono più sensibili. Però per anni INPS e INAIL e anche tanti sindacati si sono messi dalla parte opposta rispetto alle rivendicazioni operaie. Per fortuna ci sono anche casi più esemplari: ci sono militanti di base, come il sindacalista della FIOM Marco Vettori, che purtroppo è morto per un tumore pochi giorni fa, che sono stati dei simboli della lotta contro l’amianto. Le sue ultime parole sono state un’esortazione a continuare la lotta. Anche nella medicina o nella magistratura trovi medici assolutamente insensibili al tema e altri che per fortuna hanno una sensibilità diversa, a cominciare non a casa da Medicina Democratica. Ma è ancora una lotteria: servono linee guide più chiare. A livello europeo urge una legislazione che affronti il problema sia in campo industriale che abitativo, servono censimenti attenti e possibilità di smaltimento non onerose per i cittadini. Ovviamente serveranno tanti soldi per implementare tutto questo, ma l’unico modo per trovarli sarà toglierli ai milionari che con l’amianto si sono arricchiti. Deve pagare chi si è arricchito con l’amianto, non la collettività.

di David Busato

www.infinitimarginali.it, 5 aprile 2013
+ Segnali: Amianto. Una storia operaia di Alberto Prunetti
Inauguriamo Segnali, una nuova sezione mensile di infi.ma. blog dedicata per ora alla segnalazione di libri… in futuro si vedrà.
Il primo libro di Segnali è Amianto. Una storia operaia di Alberto Prunetti. Uno di quei libri che possono essere definiti oggetti narrativi non identificati, perché rompono con la tradizionale classificazione letteraria di genere intersecando nuove e diverse rotte narrative: saggio e romanzo, innanzitutto, e poi anche biografia, autobiografia, racconto, inchiesta, storia sociale, forse anche thriller, poiché l’autore dosa benissimo le emozioni dall’inizio alla fine in un crescendo perfetto, anche se in Amianto la vittima e i carnefici li conosciamo già dalle prime pagine. Infatti, il delitto è subito spiegato, come l’arma usata: una maledetta fibra killer.
Da un’intervista che lo stesso autore riporta sul suo blog leggiamo che “ho incrociato questi due generi (saggio e romanzo, n.d.r.) per dare al romanzo la forza della realtà e al saggio la tensione dell’intreccio. Amianto ha la contemporaneità di un saggio e la drammaticità di un romanzo. Entrambe sono involontarie e necessarie” perché “esistono mio malgrado. Non le ho costruite come un plot artificiale a tavolino. Mi ci sono trovato dentro. Al plurale: io e mio padre. Dentro il dramma della malattia, dentro la classe operaia”.
Amianto è una storia drammatica. È la storia di Renato Prunetti, padre di Alberto, operaio metalmeccanico, trasfertista. Una vita passata a lavorare viaggiando lungo lo stivale nelle fabbriche chimiche, nelle acciaierie e nei siti industriali più nocivi d’Italia: dall’Ilva di Taranto alla Iplom di Busalla. Una trasferta lunga che parte dall’inizio degli anni ’70 e arriva alla fine degli anni ’90 del secolo scorso. Renato morirà nel 2004.
Tubi, cisterne, acciaio e saldatrici come fossero vene, valvole, cervello e cuore.
L’amianto come pelle. Una pelle ruvida, scomoda.
Poi, le strade e i quartieri operai di Livorno, la Maremma, i campetti di calcio affianco ai siti industriali. E la chiave inglese stretta in una mano a raccontare questa storia dolorosa, forte, potentissima.
Quello che scopriamo in questo libro è “lessico famigliare proletario con cavi elettrici impazziti”.
Sotto traccia al libro si ascolta una vera è propria colonna sonora tenera e dolorosa. I titoli dei capitoli sono ripresi da canzoni di Nada e Piero Ciampi, ma nel testo si aggira anche Bobo Rondelli [Ma che freddo fa è anche il titolo del primo capitolo di Amianto]
Senza giri di parole: se dopo aver letto questo libro non proverete nulla, non amore, non odio, né gioia e né rivoluzione, allora significa che state dalla parte dei forti, dalla parte dei farabutti, dei furbi e dei ladri. O come ha scritto Wu Ming1 “se uno legge Amianto e non gli arriva la botta, vuol dire che ha la testa sbagliata e si è messo il cuore sotto le scarpe. Vuol dire che i padroni lo hanno lavorato bene, lo hanno macinato fine”.
In Amianto c’è anche molto spazio per la riflessione, per le piccole gioie, per l’ironia.
Ma fate attenzione. Le pagine vanno sfogliate con la tenaglia, come fossero fogli di ferro. Le parole, rabbia da mordere.
Una lettura consigliata, senza alcuna mediazione.
www.occhiopesto.com, 5 aprile 2013
+ Alberto Prunetti – Amianto. Una storia operaia
Chi: un amico che non conosco. Figlio di un operaio come me. Lui di Renato, saldatore nelle acciaierie di Piombino e poi a Taranto e Casale Monferrato. Io di Lorenza, alla catena di montaggio per trentasette anni, tappi per i serbatoi e maniglie per le vetture della Fiat in provincia di Torino. Alberto mi è stato vicino per 160 pagine come pochi.
Cosa: un figlio che scrive la storia del padre. Un lavoratore cognitivo precario racconta un lavoratore metalmeccanico sindacalizzato. Nessuna epopea di classe. Il primo a trentanove anni fatica a pagare l’affitto, il secondo alla stessa età si era comprato casa. – Non lavorare. Studia – diceva Renato ad Alberto. Me lo diceva anche mia mamma – tutto ma la fabbrica no -. Abbiamo ascoltato, eseguito, entrambi. Alberto, probabilmente, meglio di quanto abbia fatto io. Non so chi dei due se la passa meglio.
Quando: quando vi scordate chi siete. Perché l’abbiamo scordato tutti chi siamo. Quando avete bisogno di memoria. Quando accendete la televisione, leggete i giornali, ascoltate la radio, navigate in internet e vi sembra che questo frastuono costante vi renda più sordi del silenzio.
Dove: nel bar sottocasa gestito da una famiglia cinese che non sa fare il cappuccino, sulla panchina del parco dove i rumeni si bevono ettolitri di Moretti alle quattro del pomeriggio, mentre spingete vostra figlia sull’altalena spalla a spalla con una mamma marocchina.
Perché: perché mi sentivo solo, perché tutti, molti, intorno a me, sono dei web master, account, project manager, social media manager, food design, editor, collaboratori esterni ecc… E mi mancavano le parole, mi mancava una lingua, mi mancava perfino l’alfabeto. Mi mancavo io, che poi sono il figlio di Lorenza, operaia alla catena di montaggio per trentasette anni.

di @occhiopesto

www.qualcosadisinistra.it, 2 aprile 2013
+ Amianto. Una storia operaia
Sono arrabbiata con Alberto Prunetti, perché ha scritto un libro che mi ha fatto pensare troppo. E perché ha messo nero su bianco una memoria che brucia. Quella dell’Italia operaia, di Taranto e di Piombino, di Marghera e delle raffinerie liguri. Sono arrabbiata con Alberto perché quella che ha scritto è una memoria condivisa, di piccole cose, di eclissi di sole guardate dai vetri affumicati da saldatore, di cantine o piccoli capannoni domestici che facevano da officine e da stanze dei giochi, di padri che vendemmiano con le tute blu da lavoro e di madri che lavano, piegano e stirano quelle tute. E di campetti da calcio di cemento. E lui l’ha scritto pensando che fossero solo cose sue e invece sono patrimonio di tutti.
Sono arrabbiata con Alberto perché non si è ancora accorto di essere uno dei migliori autori che abbiamo in Italia (correte a leggere anche Potassa) eppure questo suo ultimo gioiello non l’hanno stampato Einaudi o Rizzoli, è uscito per Agenzia X. Non va da Maurizio Costanzo ma a Bartelby a presentare il suo libro. Che cavolo Alberto, ma non lo sai che se non fanno un servizio su di te alle Iene non sei nessuno? E che se non stai col tuo libro nella lista dei mai più senza di Beppe Grillo, insieme a Pallante, Scienza e Giuliani, non sei un cittadino certificato onesto democratico?
Leggere Amianto serve a non dimenticare, a non farsi fregare. Noi soprattutto, figli delle officine, noi che oggi se non siamo più operai siamo quello che viene definito proletariato cognitivo, noi che troppo facilmente scordiamo la prima parte di questo binomio moderno.
In un breve scambio di battute via web, Alberto Prunetti mi ha detto che dobbiamo trovare un modo concreto affinché ciò che è successo a Renato non accada più, che tutti quei morti e quegli ammalati non restino imprigionati nella dolorosa memoria.
Così ho pensato a cosa potevo, intanto, fare qui. E ho pensato che mi infastidisce che si dica quasi sempre che l’amianto si è rivelato pericoloso per la salute solo di recente. Perché è falso. E ve lo dimostro con questa piccolissima bibliografia ragionata: vi basterebbe leggere gli anni di pubblicazione, il resto è noia.• Effetti biologici dell’asbesto (“Annals of the New York Academy of Sciences”, 1965)
Diffuse Pleural Mesothelioma and Asbestos Exposure in the North Western Cape Province (“British Journal of Industrial Medicine”, 1960)
Asbestos Dust and Asbestos Bodies from the Lungs of an Asbestos Worker (“Journal of State Medicine”, 1931)
Rapporto sugli effetti delle polveri d’amianto nei polmoni (conosciuto anche come Merewether Report, 1930)Il primo caso documentato di decesso a causa dell’asbesto lo dobbiamo a Montague Murray (1906), ma già Plinio il Vecchio raccomandava di non comprare schiavi che avevano lavorato nell’estrazione dell’asbesto, perché tendevano a morire giovani.
Non so come funzionino le leggi, l’attribuzione di responsabilità o le sentenze che determinano chi ha diritto al contentino di qualche euro in più di pensione o al risarcimento in quanto parenti del defunto. Io so che di amianto ci si ammala e si muore, da almeno 2000 anni e ora lo sapete anche voi. Non abbiamo più scuse.

di Laura Bonaventura

http://www.laspro.it, aprile/maggio 2013
+ Amianto
Nel settembre del 2011 la Corte d’appello di Firenze dichiara che Renato Prunetti, tubista, è stato esposto al rischio di inalazioni di amianto, condannando l’Inps a «operare la relativa rivalutazione contributiva» e a pagare gli oneri processuali. Ci vuole poco a comprendere l’amarezza di Alberto, figlio di Renato, quando scrive verso la fine di questo libro: «Giustizia è fatta? No, non è mai fatta. Giustizia è non morire sul lavoro, è non morire né veder morire i propri colleghi». l’istituzione che gioca atrocemente con l’aberrante farsa del giustizialismo, mentre tralascia colpevolmente il messaggio fondamentale: non si può crepare sul lavoro e per il lavoro. E Alberto Prunetti ci racconta, attraverso un’epopea proletaria, come suo padre abbia trascorso un’intera esistenza, resistente quasi quanto le fibre di amianto che l’hanno ucciso, dedicata al lavoro, alle mille trasferte, sfidando i colossi metalliferi che l’hanno piegato, inesorabilmente. Un racconto immerso nella memoria operaia, nel calcio sull’asfalto, nell’ironia, nel gioioso lessico maremmano. Fino alla denuncia, al canto lacerato dal dolore, perché lasciarsi fottere dalle fibre della produzione capitalistica è una sconfitta che sembra sempre non concedere repliche. Ma si può, si deve ripartire dalla denuncia di Prunetti per annientare l’ignoranza imposta dall’acciaieria ai suoi lavoratori e alle sue lavoratrici. Una straordinaria biografia operaia, piena di energia e calore umano, e infine trafitta da una ferita che non vuole e non può essere rimarginata.

di Luca Palumbo

Il Sole24ore, 10 marzo 2013
+ Lotta di classe tra le ciminiere
Le mani degli operai trattengono un grumo di scarti minerali e la sapienza del mondo. Le mani degli operai, per osmosi così concrete e materiali, hanno laboriosità trascendenti, umanizzano, danno carne alle idee. Le mani degli operai, ancora giovani e in forze, cominciano a tremare. Uno a uno cadono i denti, nelle pupille la fiamma ormai perpetua della saldatrice annebbiala vista, i boati dei cantieri spengono l’udito. Silicosi e amianto hanno fatto breccia. L’operaio torna uomo nell’agonia della sua finitezza. Una fibra inalata s’incista nei polmoni. Ucciderà fra venti, trenta anni. Il tempo di costruire, con le mani, una vita, fare figli, immaginare un futuro che si rivelerà troppo breve. Alberto Prunetti, scrittore, traduttore, editor in Amianto. Una storia operaia racconta la vita e la morte del papa Renato, élite metalmeccanica, specializzato saldatore e tubista. Renato è cresciuto all’ombra delle ciminiere e dei fumi della Solvay, in vista dei lidi di Castiglioncello, nei luoghi dove Dino Risi immaginò che in un sorpasso, Gassman e Trintignant avrebbero infranto il boom economico.
Renato era un “trasfertista”, installava nuovi impianti, revisionava i vecchi. Acciaio, petrolio, chimica, da Novara a Napoli, da Torino a Mestre, da Taranto a Priolo, la geografia della modermzzazione spesso velenosa e oggi in bilico tra occupazione, produzione e integrità del futuro. L’operaio Renato Prunetti contribuiva a fare correre l’industria italiana nell’urgenza di una competitivita sempre più globale. Così urgente da costringerlo alla saldatura a pochi centimetri dalle cisterne del petrolio, coperto da un telone grigio per evitare che le scintille dell’elettrodo innescassero il fuoco nella raffineria. Un telone grigio amianto, un anticipo di sudario.
Quello di Alberto Prunetti è un documento familiare allargato alla memoria più vasta della collettività che del lavoro manuale aveva fatto vanto e privilegio ma anche difesa di diritti e dignità. Una etno-antropologia proletaria nella città fabbrica, reperto letterario della scommessa industriale più recente che è già archeologia, reportage sullo spaesamento dell’Italia negli ultimi 60 anni: l’abbandono dei campi per fare spazio agli impianti e fornire braccia, trascinando nell’urbanizzazionei riti della terra. La nonna di Alberto aveva una voliera a Follonica, come si usava in campagna. Allevava fagiani, nonostante il divieto municipale di tenere animali da cortile in città. Il giorno che scapparono furono abbattuti a fucilate dal vicinato che non aveva rinunciato alle pratiche bracconiere.
Amianto è un romanzo di classe, appuntito nel livornese fulminante, ruvido nell’analisi politica dell’avventura operaia. Sotto la crosta terrosa e amara del racconto l’ironia e la tenerezza di un figlio che prima ha tentato la scorciatoia del calcio professionista allenandosi sin da bambino nei campi contaminati delle fabbriche dismesse, poi ha fatto l’università secondo il desiderio del padre – di tutti i padri operai – che voleva strappargli di dosso il destino della tuta sporca di polveri e grassi nocivi. Un figlio che oggi è uno dei tanti «lavoratori cognitivi precari», nuovo, stremato, proletariato senza identità.
Non c’è stata redenzione di classe. Da Renato al figlio Alberto sì è consumata la sconfitta di un’aristocrazia etica che contrapponeva il lavoro manuale, il “sapere fare”, al lavoro intellettuale, interpretato, forse per frustrazione, forse per sovrappiù ideologico, come parassitario e sterile. Le “cose” costruite con le mani rimangono memoria concreta, ricchezza di legami, eredità orale fatta di insegnamenti, parole in dialetto, metafore locali che nel legame mitico tra padre e figlio diventano universali. Le mani e gli attrezzi di papa Renato erano anche strumenti istintivi e miracolosi di conoscenza. Alberto bambino esplorò la sua prima eclisse di sole attraverso i vetri brumati della maschera da saldatore del padre. Pagine struggenti elencano quanto Renato ha lasciato al figlio: le “cose”, la loro anima e un inconsolabile sentimento di ingiustizia. Le “cose” prendono forma nell’appendice fotografica, gli attrezzi, il banco dell’officina, gli appunti, i volantini scritti a mano, le “invenzioni” del riuso perché nella cultura operaia non si butta via niente: alle “cose”, diversamente dagli uomini, si può offrire un’altra opportunità.

di Giosuè Calaciura

Maremma Libertaria n. 11, marzo 2013
+ Amianto una storia operaia
Alberto scrive di noi e a noi. Dei nostri padri operai, minatori, turnisti e cottimisti infiniti, trasfertisti in giro per l’italia, a unirla in gigantesche saldature. Scintillio e fumi mefitici di un “progresso” apparentemente inarrestabile ed emancipatorio: mentre loro, uomini di marmo e pirite, stakanovisti per amore e per forza, si sacrificavano, noi potevamo studiare, andare all’università, concretizzare il sogno di un “figlio dottore”. Nessuno allora si vergognava della sua condizione, anzi. Erano i figli dei dottori, degli impiegati a doversi travestire da proletari, ad accettare giochi ruvidi, rivendicazioni spicce di una egemonia culturale masticata a bestemmie e cazzotti se necessario. “Ora si comanda un po’ noi” aveva detto mio suocero levando di capo il berretto al direttore di fabbrica, calcandoselo in testa all’incontrario. Un giorno di sciopero generale saldammo il cancello all’Istituto tecnico, mirabile esempio di messa in pratica degli insegnamenti familiari e scolastici. È un passato così presente nelle nostre vite, eppure già remoto. Renato percorre i decenni delle riscosse operaie e il declino degli anni della restaurazione e del riflusso, della prime crisi economiche. È persino costretto ad un certo punto ad aprire una partita iva per lavorare, triste preludio della nostra disumana post modernità, di una nocività assassina, del precariato diffuso, di un mondo senza più garanzie e diritti, di teste piegate al ricatto padronale e trasversale, della frammentazione sociale ove nessuno quasi sa chi è più amico o nemico. Renato però andrà a testa alta fino all’ultimo, neppure gli anni che gli ruberanno alla sua vita, neppure l’amianto riusciranno a piegarlo. E Alberto, per suo padre, per tutti i Renato di queste terre refrattarie e non del tutto domate, parla, racconta, imprime in tutti noi in maniera indelebile, una storia operaia, sangue nostro, vento, fumi, sudore, lacrime, rabbia e risa, lotta, sconfitta, orgoglio. E poi ancora, dignità.

di Stefano Erasmo

www.finzionimagazine.it, 6 marzo 2013
+ Amianto una storia operaia
amianto: s.m. [dal lat. amiantus, incorruttibile]. Minerale, varietà di serpentino o di anfibolo, costituito di fibre sottilissime; si distinguono: l’a. di serpentino (o asbesto), il più pregiato perché si presenta in fibre morbide e flessibili; l’a. d’anfibolo, varietà fibrosa di actinolite; l’a. azzurro, o del Capo, varietà filamentosa di crocidolite; l’amosite, varietà a fibra molto lunga di antofillite. Per la sua alta resistenza alla fusione e alla combustione l’amianto è servito a fabbricare tessuti incommbustibili (adoperati tra l’altro per speciali tute) ed è stato inoltre usato per guarnizioni a tenuta di vapore o d’acqua calda, per resistenze, filtri, diaframmi, ecc.; impastato con cemento dà prodotti del tipo eternit. Questi impieghi sono stati banditi dopo la constatazione che le fibre di amianto, inalate, sono cancerogene.È più di un mese che ho finito di leggere Amianto di Alberto Prunetti. È più di un mese che questa, che dovrebbe essere una recensione, aspetta di essere scritta. Il fatto è che forse per questa, che dovrebbe essere una recensione di un libro straordinario, basterebbe la definizione dal dizionario riportata sopra; magari – unica doverosa accortezza – bisognerebbe spostare l’ultima frase all’inizio, subito dopo la derivazione latina: L’incorruttibile amianto cancerogeno punto nient’altro.
Solo che poi questa, che dovrebbe essere la recensione di un libro che parla anche delle avventure di un babbo toscano che fa il trasfertista per l’Italia e del suo figliolo che, diventando grande, lo vede invecchiare più veloce degli altri, quella frase lì, quella definizione lì, non basta.
Allora ho pensato di capire che cos’era questo libro, che cos’erano le cose che ci sono raccontate dentro, ma ne sono venuti fuori talmente tanti generi letterari e non, che questa, che dovrebbe essere la recensione di un romanzo, la recensione di un’inchiesta, di una biografia, di un saggio sulla società contemporanea, poi come si fa a fare una recensione di questa cosa?
Poi mi son detto che per questa, che dovrebbe essere la recensione di una storia italiana dei nostri padri e di noi figli, potevo usare le emozioni che ho provato mentre leggevo Amianto di Alberto Prunetti. Solo che mi sono ricordato che io, mentre leggevo Amianto di Alberto Prunetti, è stato come finire in mezzo ad un pestaggio selvaggio, un pestaggio dove i manganelli erano le ore di lavoro e i lividi lasciati erano i segni tangibili delle gesta eroiche dei nostri padri per provare a garantirci un futuro migliore.
Forse dovevo iniziare subito da qui per questa che dovrebbe essere una recensione di Amianto di Alberto Prunetti. Forse dovevo dire subito che questa è la storia della lotta di un giovane operaio, di un giovane padre costretto ad invecchiare dal lavoro; questa è la storia di una strage, una strage che non si è fermata perché il suo seme sta germogliando soprattutto ora; questa è una storia che i figli devono leggere perché riguarda soprattutto loro, perchè sono loro che, dopo aver preso le botte, possono voltarsi e reagire.

di Michele Danesi

www.ilpickwick.it, 6 marzo 2013
+ Amianto. Una storia operaia e una storia mostruosa
Amianto di Alberto Prunetti non è solo una storia operaia come reca il sottotitolo, ma è anche e soprattutto la storia di una mostruosità. È la “storia di un’ingiustizia”, reale, raccontata da un figlio, il Prunetti medesimo, per ricordare/digerire la parabola discendente del padre operaio, Renato, lentamente ammazzato dall’amianto al quale è stato “esposto” per anni (brutta parola, “esposto”, usata dai padroni per deresponsabilizzarsi, dice Prunetti nell’eloquente conversazione con Wu Ming 1 e Girolamo De Michele: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=11255, e ricordiamo, en passant, che nell’antichità ad essere esposti erano i mostri). La mostruosità va sviscerata. Qui si parla di industria, di capitale, di vittime del lavoro. Toni Negri è chiaro:
“Marx dipinge infatti l’intero sviluppo capitalistico nei colori della mostruosità. […] Quanto più l’economia politica e la legislazione si avvicinano al lavoro, al lavoro vivo dell’uomo che opera nella storia, tanto più ‘razionali’ (ma ormai possiamo cominciare a rompere il gioco dell’ironia e a chiamarle col loro vero nome, ‘mostruose’), dunque, mostruose diventano le tecniche di astrazione logica e di estrazione ontologica del valore; tanto più quindi si affermano leggi dello sfruttamento che ormai propriamente si qualificano come mostruose”. (Toni Negri, Il mostro politico. Nuda vita e potenza, in Desiderio del mostro. Dal circo al laboratorio alla politica, a cura di U. Fadini, A. Negri, C.T. Wolfe, Manifestolibri, 2001, pp. 182-3).
A tale mostruosità l’operaio Renato sceglie di sottoporsi; ebbene sì, “sceglie”, una parola forte che rende pienamente l’idea della coscienza di un uomo ligio a una forte etica del lavoro che, da trasfertista come saldatore-tubista, ha girato diverse fabbriche/mostri (Prunetti scrive di “un drago sbuffante di tubi e raccordi, un groviglio di cisterne, ciminiere e torrette, chilometri di tubature che sommergono Busalla e occupano la stretta valle Scrivia”, p. 77), modificando il suo corpo operaio, divenendo-mostro come la fabbrica:
“Saldatore, Renato espone i polmoni a gas devastanti. Carpentiere in ferro, ogni colpo di mazzuolo gli risuona nel timpano. L’udito è rovinato, non ci sente più, dovrà installare un apparecchio acustico. Gli occhi, feriti dalle fiamme dell’elettrodo, chiedono lenti sempre più potenti. E i denti cadono, uno dopo l’altro, provati dai metalli pesanti a cui è costantemente esposto. 1985, Renato ha quarant’anni, quanti ne ho io adesso. È ancora magro e muscoloso, apparentemente in ottima forma. Ma già ha bisogno di una serie di protesi per connettersi al mondo: occhiali, dentiera, apparecchio acustico. Lo chiamo il babbo bionico, con infantile cattiveria. Sono i primi danni imposti da un’attività professionale devastante per i quali si vede riconosciuta una misera rendita dall’Inail, in quanto ‘invalido del lavoro con una parziale riduzione della capacità lavorativa’”. (pp. 45-6).
Renato ha scelto, dicevamo. Poi quando si tratta del figlio appena maggiorenne – che deve lavorare anche lui – il problema si pone in tutta la sua durezza, e si tratta di scegliere, ancora: Renato non lo vuole in fabbrica, il figlio, lo manda a studiare. Perché Renato lo sa che la fabbrica uccide. Ed è proprio a questo punto che si genera il solco, l’abisso tra due generazioni, quella dei padri, qui gli operai che modificandosi/ammalandosi/ammazzandosi hanno un salario regolare, pagano i contributi ed hanno un minimo di garanzie contrattuali, e quella dei figli precari, che stentano ad accedere ad una tale dimensione lavorativa, e anche loro si modificano e si ammalano, così come Alberto Prunetti, precario dell’editoria, sottolinea nella succitata conversazione con Wu Ming 1 e De Michele:
“Quanto a me, anche il nomadismo ormai mi è venuto un po’ a noia, ho quasi quarant’anni e sento il bisogno di provare a mettere qualche radice. Per non parlare degli acciacchi lavorativi (mal di schiena, male alle ginocchia, tendinite cronica da tastiera). Da un punto di vista fisico, alla mia età, Renato cominciò a dare i primi segni di disagio. Anch’io spesso mi ingrippo. Il capitale, nel nome della produttività, della flessibilità, ci sta disumanizzando lentamente e le malattie sono il segno di questa sconfitta del nostro corpo: un’uscita orbitale del nostro organismo verso una degenerazione scheletrica, psicologica e cellulare (come i tumori).
Nell’arco dei quattro decenni raccontati in Amianto, il capitalismo mostruoso permane come scheggia inestirpabile nella storia dell’uomo. E i corpi si sfaldano. E i draghi hanno mietuto vittime ed altre ne mieteranno. E se non ci sono i draghi c’è sempre qualcos’altro: il capitale, mostro multiforme, è sempre qui, in agguato, e anche il nostro corpo, a pensarci, è sempre qui, ‘esposto’”.
Toni Negri, che con questo mostro si confronta di continuo, dice cose cui poi è inutile aggiungere altro:
“Mobilitato in massa nelle guerre del XIX e del XX secolo, il mostro diventa il vero soggetto, politico e tecnico, della produzione delle merci e della riproduzione della vita. Il mostro è divenuto biopolitico. Da Bismarck a Rathenau in Germania, durante tutta la III Repubblica, e fino al Fronte Popolare in Francia, fra la Nep sovietica ed il New Deal americano, questo processo si performa, si compie. Dopo la II Guerra Mondiale rappresenta stabilmente la figura della produzione capitalista nel mondo industrializzato. E dopo d’allora la qualificazione biopolitica degli ordinamenti non ha fatto che perfezionarsi ed accentuarsi”. (Toni Negri, Il mostro politico. Nuda vita e potenza, cit., p. 191).

di Antonio Russo De Vivo

www.contropiano.org, 4 marzo 2013
+ Non ho furia
Storia dello scrittore Alberto Prunetti che ha osato raccontare il mondo operaio. Note su un vero scrittore, nate da una non-recensione. Intervista all’autore di Amianto.Quando un libro mi colpisce davvero prendo nota di quanto ho letto. Leggendo il libro Amianto, una storia operaia di Alberto Prunetti mi è venuto in mente un refrain che ho annotato nel mio diario: Fabbrica dimenticata dalla storia, fabbrica che riporta in vita le storie.
Nel nostro paese si parla spesso di scrittori che si adeguano al mercato editoriale, autori che non propongono mai storie diverse e che scrivono (quando lo fanno davvero, senza interventi di agenti esterni quali ghost writer di ogni sorta, editor alla Gordon Lish e figure simili) guardando al proprio ombelico. Dove collochiamo quei pochi scrittori che scavano dentro il proprio vissuto? Cosa dire di chi in quel gesto di ribellione, la scrittura autobiografica, partorisce una creatura narrativa dotata di un cordone ombelicale composto di materia narrativa allo stato puro?
Alberto Prunetti, traduttore e scrittore nato a Piombino e vissuto a Grosseto nel suo libro racconta la vita dell’operaio Renato (suo padre) e del dramma di un uomo che ha indossato una tuta blu per girare l’Italia da uno stabilimento Ilva all’altro pur di sostenere la propria famiglia. Un lavoro che in cambio di uno stipendio ha offerto zinco, piombo e chissà quante altre sostanze tossiche per l’organismo negli anni di piena attività lavorativa.
Come se non bastasse, a completare l’opera di invasione verso quel corpo già esposto a tanta nocività, una fibra di amianto è entrata nei tessuti vitali come una spina velenosa attraversando in modo silenzioso i polmoni e il torace.
“Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.” diceva J.D. Salinger nel libro il Il giovane Holden, ho provato anche io a chiamare Alberto Prunetti.
Ecco l’intervista che mi ha rilasciato.Si parla del tuo libro sui blog e sugli inserti letterari, cosa difficile per chi pubblica per un piccolo editore. Da lettore, secondo te, cosa ha colpito di più del tuo libro?
In effetti non capita spesso che un libro pubblicato da un piccolo editore di aria antagonista riesca a sollevare questo interesse nelle pubblicazioni mainstream e nel web. In parte perché i nodi di bottiglia distributivi non permettono a questi libri di diventare oggetto di un dibattito pubblico che non sia di nicchia. Sicuramente ci sono tre punti di forza nel libro: la flagranza cronologica con un problema sociale che sta diventando impellente, ovvero il picco delle morti per tumori professionali correlati all’amianto che diventerà purtroppo epidemia (se non genocidio) nei prossimi anni; il fatto che il libro, qualsiasi sia il suo genere (romanzo, giornalismo narrativo, autofiction), è scritto dal figlio di una vittima del lavoro in fabbrica; certe caratteristiche stilistiche del libro, pensato nel tentativo di riportare in penna un’epopea popolare proletaria con toni non necessariamente vittimistici ma anche eroicomici. Tutte queste cose sono legate, e l’ho già detto altrove: ho scritto Amianto in questo modo perché sono vissuto e cresciuto dentro al mondo operaio che descrivo e l’ho fatto adesso non per fare un instant book (mentre scrivevo il libro, prima della sentenza eternit, pensavo di essere solo… non mi rendevo pienamente conto delle dimensioni del problema) ma perché è adesso che stanno morendo gli esposti all’amianto e alle altre sostanze nocive inalate nel corso dell’attività professionale degli anni ’70, ’80, ’90. La realtà operaia non è vista dal di fuori, furbescamente, ma da dentro.La storia che racconti nel tuo libro non è frutto di ricerche, ma è parte di una rielaborazione del vissuto personale. Quanto ti è costato scavare nei ricordi e accettare questa storia che hai deciso di raccontarci?
Tanto, nel bene e nel male. Ricordare e farmi ri-raccontare è stato a tratti doloroso, a tratti è stato veramente catartico. La scrittura ha fatto da sutura di vecchie ferite. Scrivere, per chi come me non frequenta il cimitero, è stato un modo per togliere la ruggine del tempo dalla memoria e rielaborare un lutto. Ma è stato anche un modo per salutare lo spontaneismo operaio, l’ignoranza ruvida, il calore umano e la solidarietà del mondo popolare, della provincia, del mondo dei subalterni, dei nostri vecchi in tuta blu. Anche perché il libro parla all’inizio degli operai degli anni Settanta e poi finisce per descrivere la vita di un precario che fa un lavoro intellettuale ai nostri giorni. Condizione operaia e precariato qui sono legati come le due facce della stessa medaglia e alla base c’è un vissuto fatto di frustrazione, disagio e malattia. La storia di mio padre e la mia.Mille mestieri diversi ma anche l’autore di libri e il traduttore. Considerati i diversi lavori che hai svolto fino ad oggi, qual è il ruolo in cui più ti ritrovi a tuo agio in questa Italia dei precari ad ogni costo?
Nei panni precari ci si sta sempre male, non importa che si lavori con la penna o con le mani. Nel mio caso il disagio di un lavoro intellettuale è fisico (ho una tendinite ai polsi, soprattutto il destro, per la battitura da tastiera: non è un problema di stress psicologico ma un malanno ai tendini derivante dall’attività professionale, e non ho diritto a niente dall’Inail). Di lavori ne ho fatti tanti, dalla pulizia dei cessi alla scrittura di voci di un’enciclopedia anglosassone. Boh, il problema è che non vedo vie d’uscite e comincio a non essere più un giovane precario. Sono alla soglia dei quarant’anni, non ho più voglia di andare a insegnare italiano per quattro spiccioli in continenti lontani, i ritmi si allentano… la piaga del precariato va spezzata perché sta rendendoci la vita impossibile. Ci vogliono contratti duraturi e la possibilità di un reddito sociale minimo per i periodi di disoccupazione.Spariamola grossa, così come vuole certa critica letteraria nostrana: se la scrittura non salva niente e nessuno, se la letteratura è inutile perché non incide sul reale… Perché scrivere ancora oggi?
Non sono d’accordo. Scrivere serve e come. La scrittura certo può essere un modo per contemplarsi l’ombelico, e allora tanti saluti, non è il mio mondo. Ma se la scrittura può servire a dare l’allarme, a illustrare un pericolo sociale, a dire di quale pasta è fatta la vita della gente che vive al di fuori dei salotti letterari o dei talkshow del pomeriggio… allora viva la scrittura. Certo se la scrittura è un gioco di rinterzo delle macchine di editing che rielaborano plot illusori sulla “condizione operaia” o sui “giovani precari”, allora si va poco lontano. Ma se nella scrittura si tentano strade diverse (io ad esempio ho anche provato a ridare senso agli appunti sindacali di un operaio come mio padre che lamentava i rischi nel cantiere della raffineria in cui lavorava)… allora la scrittura serve a qualcosa e ha una sua importanza sociale. Me ne rendo conto quando parlo del pericolo dell’amianto soprattutto a giovani che non sono mai stati in cantieri, che non hanno mai fatto lavori di idraulica o muratura. I vecchi operai sanno quanto l’amianto sia pericoloso ma i giovani universitari, che stanno in case con canne fumarie in eternit, non ne hanno idea. C’è un lavoro enorme da fare e la scrittura può aiutare. A volte può fare di più un libro narrativo, con la sua potenza emotiva, che una campagna sociale istituzionale che cala dall’alto e non commuove nessuno perché non ha aderenza con il vissuto.Quale sarà il tuo prossimo libro? Ti va di dirci a cosa stai lavorando?
Non lavoro mai a un solo progetto di scrittura ma a più progetti assieme, che poi si concretizzano lentamente. Non vivo di libri ma di tanti lavori (anche editoriali, come traduttore) e scrivo nel tempo libero, molto lentamente. In teoria ho una serie di racconti sui mestieri precari e uno scritto di fantascienza nel cassetto… si vedrà che cosa arriverà prima in tipografia. Non ho furia.

di Mario Schiavone

Repubblica, 3 marzo 2013
+ Quel feroce serial killer che si chiama amianto
È una storia operaia. Alberto Prunetti lo spiega già nel titolo. È la storia di suo padre Renato, ucciso a 59 anni dall’amianto dopo essere entrato in fabbrica poco più che adolescente. «Tubista trasfertista». Che poi vuol dire girare mezza Italia per trent’anni per saldare collegamenti alle gigantesche cisterne delle raffinerie. Una storia «come tante, di quelli che sono cresciuti nel dopoguerra, hanno fatto un pezzo del boom economico sulla loro pelle, hanno vissuto la crisi petrolifera del 73 sulle proprie tasche e sono morti all’inizio del nuovo secolo… Uccisi da un serial killer micidiale che agiva a Casale Monferrato, Taranto, Piombino e in decine di altri posti». Prunetti evita con pudore i sentimentalismi e racconta con orgoglio e disincanto la vita di Renato. Sorretto da una scrittura efficace, sempre sorvegliata, rallentata solo nella parte dove si racconta la battaglia giudiziaria e lo scontro di perizie e norme. In Amianto non c’è solo la fabbrica: c’è anche il rapporto padre-figlio; c’è lo sguardo divertito su una Toscana incastrata tra la Maremma e Livorno; c’è l’amara constatazione che la generazione dei figli di quegli operai convinti di costruire un futuro diverso sarà la prima ad essere esposta al precariato, senza garanzie.

di Fabio Galati

bagnatidiluce.wordpress.com, 2 marzo 2013
+ Amianto
“Il racconto dovrebbe tenere come un raccordo di tanti tubi diversi. Lui lo diceva sempre: mettici il canapone, regge più del teflon. Stai solo attento a rispettare il senso della filettatura e lega tutto con un dito sporco di mastice verde. Poi stringi con forza, ma senza cattiveria. Non deve perdere. Ho fatto così, con la penna. Ho cercato di rispettare la filettatura della storia, senza forzare il passo degli eventi, senza strozzature. Ho usato il mastice della fantasia e stretto senza cattiveria ma con decisione l’ordine del discorso. Non gocciola: ci ho messo un cartone sotto e le lacrime si sono asciugate”.
Renato Prunetti è un operaio specializzato: saldatore-tubista.
La tuta blu dei metalmeccanici la indossa per la prima volta alla fine degli anni ’60, per non levarla mai più. Gira l’Italia in lungo e largo, è un trasfertista, uno di quelli che viaggia in treno tutta la notte per presentarsi, la mattina presto, al cantiere di turno. A Novara, Torino, Genova, La Spezia, Mestre, Terni, Taranto: dovunque ci sia bisogno della sua mano che con gli anni diventa sempre più esperta. Renato salda e suda, salda e respira benzene, piombo. Poi una fibra di amianto gli si infila nei polmoni, in silenzio, come un ladro. Intanto salda e bestemmia e tira su la sua famiglia. Per anni, per una vita intera, fino a quando tutto quello che rimane da saldare è il conto: salatissimo, un tumore. Che se lo porta via.
“La storia di Renato non è solo la storia di mio padre, ma è la storia dei tanti Renati, di quella moltitudine di operai che hanno lavorato dopo il boom economico, in ogni parte d’Italia, dandoci il pane e respirando merda, e che ora hanno passato il testimone a una generazione come la nostra che non sa nemmeno se potrà arrivare a una vecchiaia degna. È un mondo di merda, Gianluca”.
Me lo dice Alberto, uno dei figli di Renato, quello che ha avuto la forza e il coraggio di raccontare questa storia. Una storia operaia in cui vita, morte e lavoro coincidono. Una storia che è una coltellata, che è quella della classe operaia italiana – in questo caso – che in cambio di un’esistenza dignitosa ha dato la vita.
Amianto non è un romanzo, purtroppo, è la storia di una sconfitta calcolata a tavolino: chi sapeva ha taciuto e si è arricchito, chi non sapeva ha lavorato e, per questo, è morto. Alberto non cede a facili sentimentalismi, racconta la sua storia con la stessa dignità, impegno e dedizione che suo padre avrebbe messo in una delle sue saldature. Una di quelle che quando dopo ci fai scivolare le dita sopra, dici che è perfetta.

di Gianluca Merola

lcomelibro.wordpress.com, 23 febbraio 2013
+ A come “Amianto. Una storia operaia.” (o A come Alberto Prunetti)
Cosa non è Amianto.
Amianto. non è un romanzo, non è una biografia, non è una storia, non è il racconto di una vita.
Amianto. è poesia cruda, poesia vera di cronaca nera. È una denuncia. È l’urlo lucido, analitico e di inchiesta, di un figlio al quale lo Stato, il Sistema, il guadagno, l’indifferenza, la politica, tutto quello che volete, hanno strappato il padre.
È la vita di Renato, il papà di Alberto, che, come tanti della sua generazione, ha cominciato a lavorare molto presto, siamo nell’ultimo dopoguerra, in un’Italia che ha bisogno di rialzarsi e che sa di poter contare su una forza lavoro pronta a tutto. Anche a sacrificare la propria vita.
Renato è un saldatore tubista. Talmente bravo che la sua presenza è necessaria ovunque, in lungo e in largo, presso gli stabilimenti, le raffinerie e le acciaierie d’Italia.
Così Renato viaggia. Viaggia tanto, fa il trasfertista. Salta sul treno la notte per presentarsi puntuale in cantiere la mattina. Torna a casa ogni una o due settimane. Con i vestiti da lavoro sporchi, pieni di polvere bianca, una sottilissima, impalpabile e apparentemente innocua polvere bianca. Dietro la quale si nasconde una condanna a morte.
Il libro vi scivola tra le mani senza che ve ne rendiate conto. Vi ritroverete a sorridere su alcuni aneddoti, e a soffrire su altri. Vi strapperà il cuore, pagina dopo pagina.
Un ritmo perfetto, scandito da una colonna sonora colossale: ci sono Nada e Piero Ciampi a dar la loro voce ad ogni capitolo.

di Stefania

Senza soste, 23 febbraio 2013
+ Una storia operaia
LETTURE – Amianto di Alberto Prunetti, narra il lento assassinio del padre Renato, operaio tubista e saldatore. Un libro autenticamente romantico e struggente, scritto con semplicità e grande sapienza narrativa, ma anche un documento politico per ricordare tutti coloro che sono stati uccisi come Renato.Chi scrive si è trovato in grande difficoltà a buttare giù una recensione di Amianto. Non conosco personalmente Alberto Prunetti ma prima ancora di incontrarlo o magari dialogarci per email, voglio fargli una confessione: Con il suo capolavoro – perché tale è – mi è successa una cosa strana e assolutamente inusuale: sentirmi incapace, o meglio, inadeguato al lavoro richiestomi: commentarlo. Il libro mi è passato per le mani per ben tre mesi e mezzo, un’eternità, senza che fossi capace di aprire una pagina word e riempirla con parole di senso compiuto.
Amianto è a mio modestissimo avviso un libro magico che dà vita ad emozioni alternanti e contrapposte, un libro di ossimori che si uniscono sintatticamente tra loro senza però diventare paradossali e che costituiscono essi stessi l’essenza del libro. In Amianto c’è l’amore per babbo Renato ma anche la rabbia per esserselo visto portare via troppo presto. C’è l’ironia dell’autore, quella dei personaggi e quella che emerge in qua e in là negli episodi che narrano frammenti di vite vissute, ma ci sono anche l’inflessibilità e la fermezza – mai grave, mai pesante – che portano non il figlio di Renato ma il compagno Alberto a formulare precise accuse politiche: di fabbrica si muore, oggi come trent’anni fa, a Taranto come a Piombino, a Busalla come a Marghera. Di amianto, ad esempio, che però non è, come superficialmente siamo por tati a pensare, l’omicida. Al massimo è l’arma del delitto. Gli assassini sono altri. Sono i grandi industriali che sono sempre stati a conoscenza dell’assoluta nocività dell’amianto ma non hanno mai fatto niente. Sono i sindacati che sapevano, ma solo in parte denunciavano (“perché non si può sputare sul piatto dove si mangia”, p. 79). È il capitalismo, che antepone il profitto a tutto e a tutti.
Ma la grandezza di Amianto sta anche in un altro ossimoro: nella ricca semplicità che contraddistingue la capacità narrativa di Alberto. Perché Amianto è la dimostrazione che un libro è ben scritto non tanto quando l’autore dà sfoggio delle sue conoscenze attraverso esercizi di stile incomprensibili ai più, ma piuttosto quando riesce ad unire la musicalità delle parole e l’armonia sintattica con un codice narrativo semplice.
Se Amianto a prima vista può sembrare soltanto come uno struggente omaggio nei confronti di babbo Renato (o semplicemente Renato come lo chiama Alberto nel libro, a testimonianza di un rapporto che va oltre la relazione padre-figlio), si capisce presto come il principale obiettivo di Alberto sia invece quello di raccontare proprio attraverso la vita di Renato (sempre legata a doppio filo alla sua carriera lavorativa) un’intera generazione, quella operaia. Che di fabbrica ha prima imparato a vivere, poi a sopravvivere e infine a morire.
Se Amianto fosse un quadro non sarebbe Il quarto Stato di Pellizza da Volpedo. In Amianto gli operai non trionfano ma soccombono. Non camminano verso la luce e non hanno certo i sindacati al loro fianco. Sarebbe un quadro realista, certo, ma somiglierebbe molto di più ad una pittura di Jean François Millet. L’uomo con la zappa, ad esempio.
Ma Amianto non è un dipinto ma un libro, un grande libro. Uno di quelle opere che ti capitano in mano di rado, e che quando avviene, leggi con avidità ma al tempo stesso con parsimonia un po’ per il piacere della lettura e un po’ perché ti illudi inconsciamente che non arrivare alla fine possa cambiare il finale della storia.
Amianto possiede tutte le caratteristiche per trasformarsi in un documento della storia operaia italiana. Intanto è già un omaggio postumo nei confronti di tutte quelle vite operaie troncate in maniera subdola e criminale.

di Tito Sommartino

www.carmillaonline.com, 22 febbraio 2013
+ Lettera di un padre su Amianto di Alberto Prunetti
(Riporto di seguito la recensione/lettera di mio padre sul romanzo Amianto. Una storia operaia di Alberto Prunetti. Il libro era arrivato per posta qualche settimana fa a Milano, ma io vivo in Messico e non potevo leggerlo. Quindi mio padre ha cominciato a sfogliarlo, poi a leggerlo e divorarlo. Ne è uscita una recensione che è anche una lettera all’autore e un testo per fare memoria. Poi, parlando con Alberto, mi sono fatto un’idea delle tante altre persone che sono state toccate dalla storia operaia di Amianto, un romanzo vero come la fabbrica, la vita, il lavoro, il sudore e anche la morte. A questo link raccomando la lettura di altre belle testimonianze di operai, pensionati, insegnanti, disoccupati, precari, contadine, insomma di lettori e persone che hanno voluto raccontare, ricordare e scrivere. Fabrizio Lorusso)Carissimo Alberto, sono Nicola, lavoratore in pensione, tuo lettore e papà di un tuo amico. Alcuni mesi fa, ho ricevuto il tuo libro, Amianto. Una storia operaia, che mio figlio Fabrizio avrebbe voluto recensire, ma, come tu sai, è in Messico e quindi lo farà quando viene in vacanza in luglio. Se mi permetti lo faccio io, non so se ci riuscirò, ma comunque ci provo.
Da tempo non riuscivo a leggere un libro tutto d’un fiato. Il titolo Amianto. Una storia operaia mi ha incuriosito e così ho iniziato a sfogliare qualche passaggio. Poi la storia mi ha preso totalmente perché anch’io sono stato un operaio e guarda caso ho la stessa età del Renato, tua padre e protagonista di queste pagine, in quanto sono nato nel 1945.
Ho lavorato come tipografo compositore a mano per 35 anni, nell’ambito artigianale per oltre 12 anni. Le condizioni di lavoro erano drammatiche per la presenza di polvere di piombo sprigionata dai caratteri mobili che si usavano per le impaginazioni e anche per le esalazioni di benzene che gli inchiostri emanavano, rendendo tutto l’ambiente una vera camera a gas.
La sola protezione che ci veniva offerta, da contratto, ironicamente era “un litro di latte in busta paga” da parte di chi sapeva ma taceva agli occhi del mondo. Perché il latte?
Nelle tipografie si usavano gli inchiostri che erano a base di petrolio e, per far sì che la stampa sulla carta si asciugasse velocemente, venivano addizionati con toluolo e xilolo derivati dalla raffinazione del petrolio: erano dei veri e propri carburanti per motori a scoppio e quindi emanavano esalazioni invisibili molto volatili.
La base dei materiali per le composizioni tipografiche, che allora si facevano completamente a mano, era composta da una fusione di piombo puro. Solo intorno agli anni settanta la base fu mischiata con antimonio e quindi il materiale era meno morbido e perdeva meno scorie. Moltissimi vecchi tipografi si ammalavano di silicosi, patologia molto nota nell’ambiente, ma non c’era ancora “l’idea” di risolvere il problema tutelandosi con misure di sicurezza adeguate che per fortuna negli anni successivi furono rese obbligatorie. La situazione migliorò notevolmente e non era amianto.
In uno dei contratti di lavoro fu inserito un punto che diceva testualmente che l’azienda doveva provvedere a che il lavoratore avesse il suo litro di latte. Alcuni “illuminati” avevano stabilito che il latte era una soluzione “ideale” contro tutti i malesseri provocati dalla ingestione di quei veleni. Una vera puttanata, la gente continuava a morire. Ma ciò non era possibile per la cattiva organizzazione dell’approvvigionamento, quindi si stabilì che ove non si potesse fornire quel liquido bianco “miracoloso”, l’azienda avrebbe dovuto inserire in busta paga il corrispettivo in denaro.
Eravamo giovani, inconsapevoli del pericolo invisibile e nascosto da tutti, una guerra insensata ci aveva lasciati poveri di tutto ma orgogliosi del nostro futuro. La mia fortuna, a differenza del Renato, è stata l’approdo al “Corriere della Sera” dove era tutto sindacalizzato e quindi l’ambiente, sia pure con qualche pecca, era relativamente sotto controllo con appositi accorgimenti antinfortunistici ed ora fortunatamente sono qui a raccontare il tuo libro.
Uomini come Renato, che hanno ingerito polvere di amianto nelle acciaierie di Piombino e in quelle di Taranto, che hanno respirato veleni nelle raffinerie liguri e negli stabilimenti di Casal Monferrato, sono stati traditi dai loro padroni, ma mai hanno abbandonato il loro ideale. Il loro credo era il lavoro a tutti i costi per mantenere la loro famiglia e creare le condizioni per dare un futuro migliore ai propri figli.
Renato ha avuto momenti bellissimi in gioventù, in una delle sue uscite serali al dancing Cardellino di Castiglioncello ci fu l’incontro con la giovanissima Nada che segnò in positivo alcuni momenti della sua vita. Ne era orgoglioso e lo raccontava a tutti. Adorava i suoi figli e le corse in bicicletta, il calcio lo coinvolgeva perché il suo Alberto era un campioncino e, appena ne aveva la possibilità, lo seguiva e lo incitava (e menava pure) durante le partite di pallone dove primeggiava.
Le tantissime scorribande con gli amici al bar, la trasferta in montagna al monte Amiata con la famiglia, i mondiali dell’ottantadue con quelle bevute memorabili degli operai del cantiere, dove la grappa e il vino scorrevano a fiumi per ogni gol di Paolo Rossi. Una vita e giovinezza senza soste. Ma arrivò un declino improvviso e la tristezza per la perdita della sua vocazione, il lavoro, e del posto fisso.
Poi la riorganizzazione e una lenta risalita. Infine, prima di potersi godere i frutti dei suoi anni di lavoro, la drammatica diagnosi che smorza l’entusiasmo di una vita vissuta intensamente. Una vita ricca di quegli ideali alienati dall’intransigenza di un padrone vigliacco che lentamente ha ucciso Renato Prunetti, uno dei più grandi saldatori tubisti di tutti i tempi. È giusto che tu abbia scritto la storia del Renato che poi è la storia di moltissimi ragazzi del ’45 ed è anche giusto che tutto il mondo rifletta sugli orrori subiti dai lavoratori dal dopoguerra ad oggi sperando che non si ripetano più.
Con affetto, Nicola Lorusso

di Nicola Lorusso

Repubblica (edizione toscana), 21 febbraio 2013
+ Così quel nemico invisibile e assassino alla fine ha ucciso mio padre
Avrei voluto che questa storia non fosse davvero accaduta. Come si dice? Frutto della fantasia dell’autore. Invece è la realtà che ha bussato alle porte di queste pagine. L’immaginazione ha riempito i buchi come uno stucco di poco pregio e ha ridisegnato certi episodi per meglio riprodurre la vicenda di una vita e di una morte. Di una biografia operaia.Il racconto dovrebbe tenere come un raccordo di tanti tubi diversi. Lui lo diceva sempre: mettici il canapone, regge più del teflon. Stai solo attento a rispettare il senso della filettatura e lega il tutto con un dito sporco di mastice verde. Poi stringi con forza, ma senza cattiveria. Non deve perdere.
Ho fatto così, con la penna. Ho cercato di rispettare la filettatura della storia, senza forzare il passo degli eventi, senza strozzature. Ho usato il mastice della fantasia e stretto senza cattiveria ma con decisione l’ordine del discorso. Non gocciola: ci ho messo un cartone sotto e le lacrime si sono asciugate. Bisognava saldarle così, l’idraulica dei grandi impianti e la memoria degli uomini che hanno unito chilometri di tubi e acciaio per una vita. Per portare la pressione del sangue nei canali dell’esistenza, per pomparla nei serbatoi della memoria e vederla gocciolare giorno dopo giorno a fertilizzare una pagina.
Lui indossa una tuta verde e un paio di guanti scamosciati. Piega un ginocchio appoggiandosi sulla terra ghiaiosa del cantiere. Impugna la mola: con un colpo di mazzuolo sulla testa di un cacciavite dall’impugnatura smussata, in direzione opposta al senso di rotazione, allenta la ghiera che fissa la spazzola e inserisce un disco a taglio. Poi, con il pollice guantato, preme l’interruttore verso l’alto. La lama comincia subito a girare alla velocità di diecimila giri al minuto. Avvicina il disco al tubo grigio. Al contatto della lama il rumore cambia, si trasforma in un urlo metallico, seguito da un’esplosione di scintille e dalla proiezione verso l’alto di una doccia secca di particelle fibrose e regolari. Sono piccoli dardi cristallini. Saette invisibili capaci di scendere lungo l’esofago, di calarsi nei polmoni e rimanere attaccate alla pleura per venti, trenta, anche quarant’anni, producendo una ferita mal cicatrizzata che l’organismo non riesce a debellare e che avvia un processo di degenerazione cellulare. Un tumore.
Lui distende una prolunga industriale che si snoda lungo il perimetro di una cisterna piena di idrocarburi. Il terreno è impastato d’olio denso e vischioso, d’un nero virato al cobalto. Collega la saldatrice al cavo elettrico, fissa la pinza a un elemento in metallo, inserisce nella seconda pinza un elettrodo, poi l’appoggia a terra. Impugna con la sinistra una maschera da saldatore e se l’avvicina al volto. Un altro operaio afferra un telone grigio sporco e lo srotola sopra di lui. Adesso è completamente al buio. Con la destra impugna la pinza, avvicina l’elettrodo al metallo. Scocca la luce, violenta, ammortizzata dalle lenti affumicate della maschera: scintille fioccano dalla punta dell’elettrodo che si consuma velocemente, sciogliendo e raggrumando metallo attorno ad altro metallo. Quando l’elettrodo è completamente fuso, l’uomo, sempre sotto il telone, afferra il mazzuolo e nell’oscurità indovina facilmente il grumo ancora incandescente ma già rappreso. Con la testa del mazzuolo picchia sul grumo e rompe la scorza di scorie attorno al punto di saldatura. Un lavoro pericoloso, saldare a pochi centimetri da una cisterna di petrolio. Una sola scintilla è in grado di innescare una bomba che può portarsi via una raffineria. Per questo ti dicono di utilizzare quel telone grigio sporco, che è resistente alle alte temperature perché prodotto con una sostanza leggera e indistruttibile: l’amianto. Con quello le scintille rimangono prigioniere e tu rimani prigioniero con loro e sotto il telone d’amianto respiri le sostanze liberate dalla fusione dell’elettrodo. Una sola fibra d’amianto e tra vent’anni sei morto.Per gentile concessione dell’editore
www.libreriamarcopolo.com, 21 febbraio 2013
+ Amianto di Alberto Prunetti
Il titolo è Amianto, il sottotitolo Una storia operaia, la copertina non lascia dubbi, amianto in primo piano sullo sfondo un volto con la protezione per respirare in ambienti pericolosi.
Eppure il titolo e la copertina ingannano, è il sottotitolo che ci dice cosa troveremo dentro al libro. Una storia operaia, una storia di un operaio, un operaio specializzato, saldatore, tubista, trasfertista (se non sapete cosa significano questi termini, è un motivo in più per leggere il libro) raccontata dal figlio.
Certo, è l’amianto che farà ammalare questo operaio e la sua malattia lo farà morire poco tempo dopo la pensione. È l’amianto a cui è “esposto” la causa della sua morte: Prunetti ce l’ha, e a ragione, con questo participio passato, come se l’essere esposto velasse le vere responsabilità. Sarebbe più giusto dire che è stato ammazzato con l’amianto.
Certo, questo è un libro di denuncia, delle condizioni di lavoro non sicure e quindi di sfruttamento che ha dovuto subire non solo il padre ma un’intera generazione di operai, intere zone d’Italia per la vicinanza al limite dell’assurdo fra materiali e produzioni nocive e persone, abitazioni, paesi.
Ma per tutte le pagine, fino alla fine, quello che sta sopra tutto, quello che lo fa diventare un bel libro e non solo un libro di denuncia, è il rapporto fra il figlio che è la voce narrante e il padre che seguiamo solo in quello che è la visione che il figlio ha di lui: non ci sono altre voci, altre testimonianze sulla vita di questo operaio se non quelle del figlio, prima un piccolo bambino, poi un ragazzetto, giovane adolescente, universitario e per finire uomo maturo che segue l’agonia del padre.
I sentimenti di questo figlio, l’amore verso suo padre e l’orgoglio di avere e avere avuto un padre così, un operaio, che sapeva costruire le cose, che considerava immorale non lavorare: sono i sentimenti di questo figlio a ridare spazio e dignità ad una classe operaia che sembra scomparsa.

di Libreria Marco Polo

www.radio3.rai.it, 12 febbraio 2013
+ Amianto, con Alberto Prunetti
Questa è la storia di Renato, un operaio cresciuto nel dopoguerra che ha iniziato a lavorare a quattordici anni. Un lavoratore che scioglieva elettrodi in mille scintille di fuoco a pochi passi da gigantesche cisterne di petrolio. Un uomo che respirava zinco, piombo e una buona parte della tavola degli elementi di Mendeleev, fino a quando una fibra d’amianto, che lo circondava come una gabbia, ha trovato la strada verso il torace. Poi, chiuso il libretto di lavoro, quella fibra ha cominciato a colorare di nero le cellule, corrodendo la materia neurale. Una ruggine che non poteva smerigliare, lesioni cerebrali che non poteva saldare. Amianto è una scorribanda nella memoria tra le acciaierie di Piombino e quelle di Taranto, tra le raffinerie liguri e gli stabilimenti di Casale Monferrato, tra il calcio di strada in un’Ilva dimenticata in provincia e le risse domenicali lungo la via Aurelia. Un Lessico famigliare proletario con cavi elettrici impazziti e sarcastici aneddoti dal mondo operaio. Un’epopea popolare ma anche un’inchiesta che riapre una ferita sociale, scritta da una voce narrativa che reclama attenzione e conferma un talento sempre più maturo.
Ascolta l’intervista qui

di Loredana Lipperini

Radio UniNomade, 8 febbraio 2013
+ Amianto
Amianto. Una storia operaia, di Alberto Prunetti. Girolamo De Michele ne discute con l’autore.
Ascolta qui

di Girolamo De Michele

iMec, 5 febbraio 2013
+ Amianto, una storia operaia
È il 1969, un anno importante: rivolte studentesche, manifestazioni sindacali, scioperi, cortei, scontri e altro ancora. Il mondo si sta scrollando di dosso vecchi ordini, catene arrugginite. Nada Malanima, in arte semplicemente Nada, nel 1969, ha 16 anni. Debutta al Festival di Sanremo con Ma che freddo fa. Pochi giorni ed è in testa alle hit parade.
La storia operaia di Renato Prunetti, classe 1945, inizia da una fotografia. In un locale di Castiglioncello, Nada ha appena finito di cantare. Un paparazzo la immortala in mezzo ad ammiratori e camerieri. Nella foto, quello a destra, alto e magro, è il cameriere Renato Prunetti, di giorno operaio alla Solvay, futuro operaio specializzato. È il padre di Alberto, autore di Amianto. Una storia operaia. Inizia così la storia dell’operaio specializzato Prunetti, tubista e saldatore, un trasfertista che va a lavorare in tante fabbriche italiane: Montecatini, acciaierie di Piombino e di Taranto, Busalla, Casale Monferrato, Amiata. I nomi: Gargano, Solmine, Solvay, Eni, Italsider, Maura, Iplom, Ilva. Acciaierie, petrolchimici, miniere: salda, aggiusta, ripara, monta e smonta, usa il fuoco vicino a depositi di petrolio, materiale infiammabile, si copre letteralmente con fogli di amianto per sicurezza: una scintilla potrebbe far saltare tutto. Ma mentre si protegge si espone quotidianamente all’amianto e a mille altri elementi tossici. Viaggi, trasferte, notti passate in treno, un salario più alto, un membro della cosiddetta aristocrazia operaia, orgoglioso del proprio saper fare, una manualità artigiana più che industriale. Privilegi, chiamiamoli così, pagati a un prezzo altissimo: un tumore ai polmoni da esposizione all’amianto, la morte a soli 59 anni. Con l’impunità delle imprese che hanno usato le sue capacità e consumato la sua salute. In realtà, questo libro è qualcosa di più della biografia di un operaio toscano, meglio livornese, cresciuto nel dopoguerra, negli anni del boom economico, negli anni 70 tra speranze e crisi, per arrivare fino a ieri, alla crisi degli anni 80, con l’industria che perde di peso, le fabbriche che chiudono. È una storia doppia. Il figlio racconta con dolore, amore e ironia la storia del padre e insieme si racconta come bambino, adolescente e uomo. In un flusso di memorie, ricordi, fatti, aneddoti riesce a tratteggiare un mondo proletario che conservava ancora una identità forte. Un senso di appartenenza che ti faceva sentire membro di una comunità oltre che di una famiglia. L’operaio e il figlio passano insieme 30 anni e insieme attraversano la storia d’Italia. Mentre l’uno gira di fabbrica in fabbrica, l’altro, spinto dal padre – “Non lavorare. Studia, mi diceva” –, si iscrive all’università, lavora e diventa un proletario della conoscenza, un narratore di storie e traduttore, anche lui in bilico tra orgoglio di mestiere, il saper scrivere, e precarietà economica. Ma allora, è una storia senza lieto fine? Senza riscatto? È una storia drammatica, difficile come sono le vite delle persone vere che vanno avanti, operai o precari, a “fronte alta, malgrado tutto” come scrive Valerio Evangelisti nella prefazione. La sfida, allora, è anche questa: raccontare bene la storia di un operaio (o di un minatore, di un precario o di un programmatore), la storia delle persone e non del capitale, come fa questo libro. Viene in mente un vecchio film degli anni 70 di Wim Wenders (Im Lauf der Zeit – Nel corso del tempo). Al compagno di viaggio, caricato in autostrada, che gli chiede: chi sei?, Bruno, che gira la Germania Ovest riparando proiettori cinematografici, risponde “Io sono la mia storia” e inizia a raccontare la propria vita.

di Giuseppe Bonanni

www.lindiceonline.com, 4 febbraio 2013
+ Amianto. Una storia operaia
Nella foto, Renato è alto e magro. Ha ventiquattro anni, una faccia da attore di film di pupe e pistole (alla Jean-Paul Belmondo, per intenderci), lavora come operaio di giorno e cameriere a sera; alla sua destra la cantante del momento, Nada Malanima, toscanaccia come lui, quinta a Sanremo a soli quindici anni. Il fotografo che lo immortala a Livorno lo conoscono come Nick Vampata, il locale in cui Nada ha appena cantato è il Cardellino di Castiglioncello, l’anno è il 1969, un anno in cui tutto poteva sembrare possibile.
Il “pulcino di Gabbro”, come chiamano Nada, sembra quasi rassicurata nell’appoggiarsi al braccio di quel livornese alto e sorridente: Renato doveva sentirsi padrone del mondo, in quel momento. Se ci fosse il sonoro, si sentirebbe la canzone che ha catapultato la ragazzina da Rosignano Marittimo alla televisione: Ma che freddo fa.
Questa foto è una leggenda familiare, nella famiglia di Renato Prunetti: buona da raccontare a bicchiere svuotato, buona per le risate degli amici. Finché un giorno in cui non c’è più da ridere, perché Renato non c’è più, la foto ricompare sul giornale locale: quant’era bello, piange la moglie Francesca pensando a quel corpo devastato dall’immobilità e dal cortisone che qualche volta cascava dal letto, con le piaghe da decubito e la flebo di morfina, con un tumore incubato per vent’anni che dai polmoni era risalito lungo le terminazioni nervose per ricoprire di metastasi una parte del suo cervello.
Amianto è, come recita il sottotitolo, una storia operaia. Una storia che è due storie: di Renato, il giovane cameriere che l’anno dopo la foto con Nada sveste il cravattino e diventa, definitivamente, una tuta blu. E di Alberto, l’autore, concepito durante quella trasferta a Casale Monferrato da cui Renato tornò con un figlio e una fibra d’amianto nei polmoni. Due vite sotto il segno della fabbrica; Renato che si sposta da Piombino a Casale Monferrato, da Terni, fino all’Ilva di Taranto, giusto per non farsi mancare niente: una roulette russa condotta sotto il segno della grande menzogna, del lavoro che fa progredire l’Italia, che non asservisce ma libera. Che non uccide: farà in tempo, Renato, a spiegarlo al figlio, che “non esiste acciaio senza amianto, anche se questo non te lo racconta nessuno”. Un “working class hero labronico [che] ha iniziato a guadagnarsi il pane a quattordici anni, che è entrato in fabbrica senza mai uscirne davvero, perché il cantiere industriale aveva nidificato nelle sue cellule il proprio carico di negatività. Uno che è stato costretto per ragioni professionali a esporre il proprio corpo a ogni tipo di metalli pesanti. Uno che si infilava guanti d’amianto, e tute d’amianto, e si metteva lui stesso sotto un telone d’amianto, perché scioglieva elettrodi che rilasciavano scintille di fuoco a pochi passi da gigantesche cisterne piene di petrolio e che sotto quel telone respirava zinco e piombo, fino a tatuarsi un bel pezzo della tavola degli elementi di Mendeleev nei polmoni”.
E Alberto, nato “acciaio ascendente amianto”, che ha fatto le scuole nei locali ex Ilva e va in biblioteca all’ex Ilva, “e per arrivarci dovevo passare davanti a una chiesa costruita in ghisa e quando non avevo voglia di studiare andavo a giocare a pallone in un campo di calcio che era il campo dell’Ilva”. Una vita sotto il segno dell’Ilva, cresciuto sul mare dei fanghi rossi, poi andando a lavorare “sfiorando una fabbrica di titanio e acido solforico e la strada che mi ha portato all’università seguiva il corso del Merse che è un fiumiciattolo pieno di arsenico e altri metalli pesanti usciti dalle miniere allagate in cui sono state stoccate tonnellate di ceneri di pirite”. In un altro linguaggio si direbbe: sussunzione reale della società sotto il capitale. Linguaggio desueto, dagli echi postoperaisti, poco praticato nei salotti letterari nei quali, come ricorda nell’introduzione Valerio Evangelisti, hanno credito “romanzetti di successo in cui la fabbrica è solo sfiorata, richiamata nel titolo e poi ignorata”. Linguaggio che trovava il proprio senso nell’insubordinazione operaia, nelle lotte degli anni sessanta e settanta che mettevano in crisi quel capitale che mentre Alberto nasceva e Renato incubava l’amianto “cominciava una serie di ristrutturazioni che dopo dieci anni avevano smantellato e distrutto il sogno di egemonia della classe operaia”: uso capitalistico della crisi – perché in realtà il capitale non va in crisi, il capitale è crisi – non per migliorare la produttività, ma per “distruggere l’alternativa di contropotere e di autogestione operaia dei rapporti tra capitale e lavoro”. Cose che Alberto imparerà sulla propria pelle attraverso una vita di precariato in un mondo che scopre la precarizzazione come destino di una generazione che credeva, studiando grazie alla fatica operaia dei propri genitori, di poter sfuggire allo sfruttamento di classe. E che scopre invece nuove, più raffinate e pervasive forme di sfruttamento, di ingiustizia, di captazione all’interno di maglie più strette perché meno visibili: come invisibile era il killer che per vent’anni s’è annidato in fondo al respiro di Renato.
Ed è così che le due storie diventano tre: perché i filamenti individuali, che si incrociano e si allontanano – l’uno verso l’università, l’altro sempre nella fabbrica – per poi riallacciarsi nel dolore della malattia e della perdita, sono parte di una matassa più grossa e aggrovigliata, quella parte della grande matassa al cui interno si svolge la storia di un passaggio d’epoca visto attraverso la piccola geografia locale di uno spicchio di Toscana. Grandi cavi di corda intrecciati, dai quali pendono cordami che avrebbero potuto avvinghiarsi in diversi intrecci e trame, e il cui dipanarsi racconta comunque un pezzo di storia: la storia dei subordinati e dei sottomessi, le ragioni della loro fierezza e del loro orgoglio, le loro lotte e le loro sconfitte. Potrebbe sembrare che Alberto Prunetti si sia dedicato a un esercizio di rievocazione memorialistica, nell’illusione che si possa imitare la vita replicandola in forma letteraria, o peggio ancora realismo fuori tempo massimo. Invece no: perché questo Amianto è realistico tanto quanto il Don Quixote di Pierre Menard narrato da Borges. Livorno e Piombino, la fabbrica, l’amianto, la classe operaia sono trasfigurati in un esercizio di neo-realismo, di creazione di un nuovo reale, perché è con gli occhi e la mente di oggi, alla luce della consapevolezza della sconfitta patita dalla classe operaia di cui Renato faceva parte, ma anche dalla nuova consapevolezza della questione ambientale, da un rifiuto della nocività del lavoro che oggi comincia a farsi strada, comparando la condizione operaia di oggi a quella dell’operaio-massa, che cogliamo in questo proletario labronico l’emblema di un’epica senza eroi. Un operaio che ha consegnato al figlio non la nostalgia per la tuta blu e i fumi dell’Ilva, ma la forma stessa della scrittura: “Lui lo diceva sempre: mettici il canapone, regge più del teflon. Stai solo attento a rispettare il senso della filettatura e lega il tutto con un dito sporco di mastice verde. Poi stringi con forza, ma senza cattiveria. Non deve perdere. Ho fatto così, con la penna. Ho cercato di rispettare la filettatura della storia, senza forzare il passo degli eventi, senza strozzature. Ho usato il mastice della fantasia e stretto senza cattiveria ma con decisione l’ordine del discorso. Non gocciola: ci ho messo un cartone sotto e le lacrime si sono asciugate”.

di Girolamo De Michele

La lettura del Corriere della Sera, 3 febbraio 2013
+ Saldo di sangue per il ricatto del benessere
La sindrome post-traumatica che il miracolo economico ha lasciato in eredità all’Italia è fatta di contraddizioni viscerali. Un saldatore tubista, che col suo lavoro è riuscito a far studiare il figlio all’università, ha ora la sua vicenda raccontata in un libro notevole, scritto proprio dal figlio, Amianto. Una storia operaia. Potrebbe sembrare una forma di riscatto ma non lo è: il relativo benessere che il padre ha inconsapevolmente permutato con la malattia e la morte non ha portato il figlio, «lavoratore cognitivo precario», a liberarsi dalla subalternità. Alberto Prunetti maledice il ricatto di quel benessere, e rimpiange il cantiere; ma se ci fosse entrato oggi forse non avremmo questo libro così teso per il carico di rabbia fredda e di contrasto sociale che si porta dentro. Uno dei punti di forza di Amianto è che non ha un genere di riferimento. Non è inchiesta, non è biografia, non è romanzo, non è saggio, ma ha ognuna di queste componenti in piccole dosi. Amianto è un racconto di cose accadute a Renato Prunetti, avvenimenti che il figlio riordina, intrecciandoli a sue esperienze e a frammenti di storia di un territorio antropologicamente selvaggio, situato tra Livorno e le Colline metallifere, tra Follonica, Piombino e Rosignano Solvay. Una Toscana per niente patinata: i paesaggi di silos qui prevalgono con una loro estetica sinistra eppure casalinga. Lavoratore instancabile, bestemmiatore schietto, arguto motteggiatore («Ora ti fanno il tassello», dice ad Alberto prima dell’esame di maturità), Renato è un figlio di questi luoghi, contraddistinto dalla tipica «hybris» livornese. L’aura della sua forza di «metalcowboy» è suggestivamente ingigantita nei ricordi d’infanzia di Alberto. Come trasfertista dagli anni 70 in poi gira i cantieri d’italia, saldando tubi su tubi a contatto con le protezioni di amianto, esposto ai metalli pesanti senza consapevolezza del pericolo. Lavora e si ammala. Il suo fisico asciutto e robusto non lo preserva da qualcosa che è più forte di lui: già a quarant’anni ha l’udito rovinato, i denti che cadono, la vista provata dagli elettrodi. Ma il peggio è la piccola scaglia di amianto che un giorno o l’altro trova la via dei suoi polmoni e lì nidifica la devastazione di un uomo, risalendo col tumore fino al cervello e stroncandolo a 59 anni. Il contrappasso del boom economico è questo, scrive Alberto, e pagarlo tocca solo ad alcuni. Libro asciutto, disseminato di guizzi umoristici e costruito con giunti rudimentali ma efficienti a saldare le sue anime diverse (la storia di Renato, di Alberto e quella dei loro luoghi), Amianto è molto più che cronaca: è qualcosa di complesso e vivo, per la scrittura autenticamente letteraria, per la giustezza dello stile e per il disegno di proiezioni e sovrimpressioni della figura filiale su quella paterna.

di Matteo Giancotti

www.clubdante.net, 1 febbraio 2013
+ L’“Amianto” di Prunetti
Non è facile conciliare i registri della commozione e della denuncia con un racconto avvincente e ironico: un racconto che incalza pagina dopo pagina, presenta ciò che è atroce senza concedere al lettore la fuga, ma non dimentica di condividere la tenerezza, gli aspetti surreali, la risata. Non è facile, ma Alberto Prunetti ci riesce in questo libro bellissimo, con l’architettura di un solido romanzo e la verità di una memoria documentale: un testo terribilmente importante, e scritto con un prodigioso equilibrio di toni – qualcosa che non è eleganza narrativa fine a se stessa, ma anzitutto l’esito faticoso e personalissimo di un’elaborazione del dolore.
A muovere tutto sono tre eventi ravvicinati riguardanti il padre Renato morto da un anno di tumore: l’emergere di una vecchia foto (prima una leggenda di famiglia, nessuno ci credeva) in compagnia di una cantante famosa, quando lui la sera faceva il cameriere, al termine della giornata in fabbrica; la lettera del patronato sull’imminente scadenza termini del riconoscimento di esposizione all’amianto, respirato per anni da questo specializzatissimo saldatore-tubista insieme a buona parte del resto di polveri e gas della tavola di Mendeleev; e infine un sogno in cui Renato (con buona pace di Shakespeare) si limita a spiegare al figlio come aggiustare l’auto. Di lì per Alberto una ricerca a ritroso, nel tentativo di trovare almeno qualche scampolo di giustizia sulle fibre assassine – perché le aziende interessate ovviamente negano o latitano – e che si trasforma in un’ampia memoria familiare e collettiva, col respiro di una saga popolare, e avventure picaresche su e giù per l’Italia.
Dai cantieri infernali – acciaierie, raffinerie, stabilimenti – dove Renato reca la sua apprezzata professionalità ai campetti di calcio del figlio (magari all’interno di una fonderia dell’ex Ilva), dalle scampagnate domenicali all’impegno sindacale di fronte all’urgenza di una diversa sicurezza del lavoro, il narratore segue gesta e perplessità, irritazioni e fierezze del suo protagonista. Ma al contempo sa calarsi nella materia del suo mondo, tra saldature e fusioni, coibentazioni, ustioni e sudore: qualcosa che, ben lungi dall’esaurirsi in un arido documentario su un’Italia reale, irriducibile alle comode astrazioni di statistiche e spread, restituisce il senso di un lavoro quotidiano, la perizia e le astuzie del padre che sa davanti al figlio ammirato, la dignità senza retorica di un itinerario professionale e umano. E allora capiamo il senso di quel sogno surreale, le confidenze ad Amleto sulla cura dell’auto.
Ma il retro dell’arazzo industriale del Belpaese è un groviglio confuso di fibre d’amianto. E ironia, avventura, rigore documentario, pudore di toni non smorzano lo strazio per una morte annunciata, lenta e amara. Fino all’epilogo, con l’ansia per uno straccio di riconoscimento di giustizia.
In queste pagine si ritrova chiunque abbia vissuto sulla pelle propria o dei familiari esperienze analoghe, incassando lutti e indignazione; ma anche semplicemente chi sia ancora capace di avvertire, al di là di ogni anestesia padronale, l’enormità di un costo sociale a tutt’oggi paludato da soavi eufemismi e indecorose banalità (esemplari i teatrini del dibattito sull’Ilva). Per questo Amianto è un grande libro, un libro da leggere assolutamente: perché offre voce in modo competente e appassionato a un’intera cultura operaia, in una straordinaria, rigorosa memoria storica, e con un orgoglio di cui abbiamo un gran bisogno (rimando alle considerazioni in proposito di Wu Ming 1 su Giap); ma al contempo sa parlare, divertire, commuovere e far capire a chi questo mondo può non conoscere, mostrando senza veli grandezze e crimini dell’Italia in cui viviamo. E senza manicheismi, davanti ai nudi fatti, chiede di scegliere da che parte stare.

di Franco Pezzini

www.leparoleelecose.it, 25 gennaio 2013
+ Morire di fabbrica. Su Amianto di Alberto Prunetti
Immagino che sia stato complicato per Alberto Prunetti scrivere Amianto. Una storia operaia.
Le difficoltà a cui penso derivano anzitutto dalla materia prescelta, e dai problemi di distanza e di inquadratura. Stavolta, infatti, non si ha più una vicenda eroico-sovversiva proveniente da lontano, come nei lavori precedenti di Prunetti (Potassa, 2003; L’arte della fuga, 2005; e Il fioraio di Perón, 2009), ma si parla di una situazione tra le più vicine e più intime da narrare. Amianto è la storia di un figlio che racconta la storia vera del padre: Renato, classe 1945, saldatore tubista per le raffinerie di tutta Italia e che, a forza di lavorare respirando fibre nocive, è stato ucciso da un tumore a poco più di sessant’anni.
Raccontare la malattia e la morte di un genitore costa molto, sia in senso emotivo che tecnico, e molte volte si fallisce, perché si appiattisce la perdita su una narrazione sentimentale incapace di funzionare e resistere oltre la durata della lettura. In Amianto invece l’impietosimento è quasi sempre lasciato da parte – non è lì che converge l’energia del racconto –, e così la vicenda individuale di Renato resta: è uguale a tante altre, ma nel medesimo tempo diventa unica, perché non si riduce al tempo di un sentimento scontato.
Eppure, l’uso non ingenuo del pathos non è il motivo più importante per cui Amianto è un libro riuscito, che si legge volentieri. Le ragioni sono altre, principalmente due: l’argomento affrontato, ovvero il rimosso storico della vita operaia italiana; e la capacità, in senso tecnico, di trattare la storia. Dal punto di vista etico e politico la questione seria certamente è la prima; tuttavia qui si darà spazio critico alla seconda: dei contenuti si è scritto e si continuerà a farlo, ma il punto è che anche le forme sono e fanno contenuto; in più, il libro se lo merita: merita che si discuta non solo “di cosa parla”, ma anche di “cosa dice”.
Al contrario del romanzo Acciaio e dell’ancor più brutto film che ne è stato tratto (di cui si salva solo la fotografia), Amianto è un libro all’altezza delle proprie intenzioni perché l’autore ha saputo scrivere una biografia operaia. Riassumerò cosa voglio dire in tre punti, in ciascuno dei quali si lascerà voce al testo.
La biografia è la scrittura di una vita che dura fino al suo termine. Il destino di morte che la attende – e di cui il lettore è informato subito – è il punto di tensione di tutto il racconto. Ma l’aggettivo che accompagna il sottotitolo del libro («una storia operaia») non è accessorio, perché Amianto è la storia di un individuo che in ogni punto della sua vita è un operaio. Ciò significa, in primo luogo, che la voce narrante sceglie di dare e riesce a dare la parola al padre, che ha voce davvero: non è una figura usata per riflettere, dalla prospettiva esterna di chi narra, intorno a una generica condizione di alienazione, né è pretesto di costruzione di una situazione narrativa metaforica. Stavolta l’operaio c’è e vive davvero, e muore da operaio, con il suo linguaggio, con l’ordine delle parole che nomina l’ordine delle cose che danno sostanza alla sua esistenza:Lui distende una prolunga industriale che si snoda lungo il perimetro di una cisterna piena di idrocarburi. Il terreno è impastato d’olio denso e vischioso, d’un nero virato al cobalto. Collega la saldatrice al cavo elettrico, fissa la pinza a un elemento in metallo, inserisce nella seconda pinza un elettrodo, poi l’appoggia a terra. Impugna con la sinistra una maschera da saldatore e se l’avvicina al volto. Un altro operaio afferra un telone grigio sporco e lo srotola sopra di lui. Adesso è completamente al buio. Con la destra impugna la pinza, avvicina l’elettrodo al metallo. Scocca la luce, violenta, ammortizzata dalle lenti affumicate della maschera: scintille fioccano dalla punta dell’elettrodo che si consuma velocemente, sciogliendo e raggrumando metallo attorno ad altro metallo. Quando l’elettrodo è completamente fuso, l’uomo, sempre sotto il telone, afferra il mazzuolo e nell’oscurità indovina facilmente il grumo ancora incandescente ma già rappreso. Con la testa del mazzuolo picchia sul grumo e rompe la scorza di scorie attorno al punto di saldatura.
Un lavoro pericoloso, saldare a pochi centimetri da una cisterna di petrolio. Una sola scintilla è in grado di innescare una bomba che può portarsi via una raffineria. Per questo ti dicono di utilizzare quel telone grigio sporco, che è resistente alle alte temperature perché prodotto con una sostanza leggera e indistruttibile: l’amianto. Con quello le scintille rimangono prigioniere e tu rimani prigioniero con loro e sotto il telone d’amianto respiri le sostanze liberate dalla fusione di un elettrodo. Una sola fibra d’amianto e tra vent’anni sei morto (p. 13).In secondo luogo, Amianto è una biografia anche nel senso che il narratore testimone, ovvero il figlio che svolge la memoria della propria infanzia in simultanea con il racconto della vita del padre, restituisce corpo, identità biologica, al destino di Renato, assicurandogli lo statuto di soggetto: affettivo, fisico, politico, linguistico – ogni aspetto si fonde con l’altro.
Proprio perché non è un personaggio allegorico, né l’oggetto di uno sguardo estraneo, l’operaio Prunetti è una figura incarnata: da un lato nei disastri che un giorno dopo l’altro lo aggrediscono, scrivendo sul suo corpo la storia di una persona distrutta dalla fabbrica («1985, Renato ha quarant’anni, quanti ne ho io adesso. È ancora magro e muscoloso, apparentemente in ottima forma. Ma già ha bisogno di una serie di protesi per connettersi al mondo: occhiali, dentiera, apparecchio acustico»: p. 45); e dall’altro lato incarnata nel senso che è identificata pienamente nell’immaginario legato alla forma di vita operaia, che non è soltanto alienazione, tragedia, ma anche identificazione vitale in un mondo raccontato con partecipazione piuttosto che osservato:Quando tornarono i miei ripartimmo verso la Maremma. Ma prima Renato doveva passare, come sempre, dal dopolavoro della Solvay, dove c’era un cartellone con i risultati del calcio di prima categoria e interregionale, dove giocava il Rosignano. Un ultimo poncino alla livornese, poi un’ora di auto sulla via Aurelia attaccati alla radio e ai risultati del campionato che per noi valeva più della Coppa Campioni: il Guasticce che batte il Tuttocalzatura, il Pomarance che va pari in casa del Larderello, il Tuttocuoio che affonda il Calcinaia e lunedì mattina alle due, in piena oscurità, ripartenza in treno sulla linea tirrenica verso Genova, Sarzana o Savona, dovunque ci fossero tubi da saldare, manicotti da congiungere, coibentature da smantellare.
E, purtroppo, amianto da respirare (pp. 37-38).E infine: Amianto racconta una storia tragica facendoci anche ridere, per esempio quando i babbi che accompagnano i ragazzini nelle trasferte di calcio nei paesini dei minatori dell’entroterra maremmano finiscono per scazzottarsi con i padri della squadra avversaria (p. 59), o come quando Renato, ormai malato terminale, si beffa degli altri malati e dei dottori (pp. 103-104). Ma il riso non ci diverte e basta, perché il paradosso costruisce serietà, mantiene la tensione: fa parte della scena ma, soprattutto, fa parte di chi l’ha risistemata per scriverla e per cercare di strappare al sovrano il potere della rappresentazione. Il protagonista di Amianto è, infatti, anche un tipo: la sua biografia è degna di interesse non solo per la sua particolarità, ma perché appartiene a una storia di tutti da non dimenticare: è, per l’appunto, una biografia operaia. Per unire il significato privato e quello collettivo dell’esistenza del protagonista, l’autore ha incurvato il racconto in senso umoristico. Ha faticato, dunque; come spiega lui stesso, ha fatto come il padre; e così ha impedito che Renato Prunetti rimanesse un morto che tace:Il racconto dovrebbe tenere come un raccordo di tanti tubi diversi. Lui lo diceva sempre: mettici il canapone, regge più del teflon. Stai solo attento a rispettare il senso della filettatura e lega il tutto con un dito sporco di mastice verde. Poi stringi con forza, ma senza cattiveria. Non deve perdere (p. 11).

di Daniela Brogi

Il fatto quotidiano, 21 gennaio 2013
+ I ricordi diventano inchiesta
È un libro che sta facendo discutere nei dibattuti con gli operai oppure in rete dove sul sito di Wu Ming, Giap, si è aperto un dibattito a più voci. È Amianto. Una storia operaia di Alberto Prunetti in cui la vicenda del padre dell’autore, morto di amianto, è narrata con l’occhio puntato su una condizione rimossa dalla letteratura nazionale. La condizione operaia visuta tra lavorazioni nocive, fatta di morti nei luoghi di lavoro. “Se uno legge Amianto e non gli arriva la botta – scrive Wu Ming 1 – vuol dire che ha la testa sbagliata e si è messo il cuore sotto le scarpe”.

di S.C.

www.casolenostra.org, 21 gennaio 2013
+ Amianto. Una storia operaia
Andai alla presentazione del libro di Alberto Prunetti sia perché interessata alle questioni ambientali sia perché si trattava quasi di un libro “a km 0”: scritto da uno che vive ed è nato a pochi chilometri dalla terra che ho scelto come mia, nella quale vivo e che amo profondamente.
Alla presentazione Prunetti fu assolutamente convincente: una persona “seria”, nel senso più alto del termine, profondamente morale, e nello stesso tempo con un enorme senso dell’umorismo, il migliore che ci si possa aspettare da uno che ha le sue radici tra Livorno e la Maremma. Passai una piacevolissima ora a sentirlo parlare, leggere, raccontare, approfondire, divagare. La parola “piacevole” va intesa nel senso di una cosa che si apprezza, che si è contenti di fare, anche se comporta la condivisione di un gran dolore. E così comprai il libro.
E la lettura è stata ancora più toccante e bella e dura di quanto mi aspettassi.
Andiamo con ordine: Amianto, come dice il sottotitolo, è una storia operaia, in particolare la storia del padre dello scrittore, Renato Prunetti, morto a 59 anni per un cancro ai polmoni metastatizzato al cervello, dovuto all’amianto che ha respirato in una vita di lavoro nei luoghi più infernali che abbiamo nel nostro paese: saldatore tubista in raffinerie e impianti dove una piccolissima scintilla che sfugga nel corso di una saldatura provocherebbe incendi, esplosioni, morte. E allora Renato doveva lavorare sotto un telo di amianto, così il danno si limitava…. a lui.
Già, ma lui non sapeva che una sola fibra di amianto è tanto sottile da essere invisibile e con facilità può andarti nei polmoni , annidarvisi, e darti il cancro anche dopo anni.
La storia di Renato è talmente comune, in Italia, da poter essere presa ad esempio della condizione di migliaia e migliaia di operai che fanno lavori usuranti e/o pericolosi, e non solo non sono garantiti/protetti/aiutati da condizioni di lavoro migliori, ma non sono neppure informati della pericolosità di sostanze che maneggiano o azioni che compiono, e poi devono anche lottare (loro, o come in questo caso gli eredi), per veder riconosciuto quanto è loro dovuto.
Infatti (p. 45): “Saldatore, Renato espone i polmoni a gas devastanti. Carpentiere in ferro, ogni colpo di mazzuolo gli risuona il timpano. L’udito è rovinato, non ci sente più, dovrà installare un apparecchio acustico. Gli occhi, feriti dalle fiamme dell’elettrodo, chiedono lenti sempre più potenti. E i denti cadono, uno dopo l’altro, provati dai metalli pesanti a cui è costantemente esposto. 1985, Renato ha quarant’anni, quanti ne ho io adesso. È ancora magro e muscoloso, apparentemente in ottima forma. Ma già ha bisogno di una serie di protesi per connettersi al mondo: occhiali, dentiera, apparecchio acustico. Lo chiamo il mio babbo bionico con infantile cattiveria. Sono i primi danni imposti da un’attività professionale devastante per i quali si vede riconosciuta una misera rendita dall’Inail in quanto “invalido del lavoro con una parziale riduzione della capacità lavorativa”. Beffa delle beffe: solo dopo la sua morte, a Renato Prunetti vennero riconosciuti i “benefici previdenziali per gli esposti all’amianto” che lui aveva richiesto, e gli si riconobbe che avrebbe potuto andare in pensione 7 anni prima…
Ma torniamo alla “vita-tipo” di un operaio qualunque della Maremma del dopoguerra: figlio di un muratore delle Colline Metallifere attirato verso la costa, a Rosignano, quando questa iniziò a crescere attorno alla Solvay. Primo di quattro figli, Renato comincia anche lui alla Solvay, ma poi si specializza, e passerà la vita come trasfertista, viaggiando da una parte all’altra dell’Italia in pieno boom economico, ma lavorando sempre nei luoghi più pericolosi per la sua salute, in condizioni lontane da ogni sicurezza. Dentro alle cisterne, ai silos, sulle scale, sulle, gru, a contatto con idrocarburi, facilmente incendiabili, e altamente tossici.
Il libro tocca poi ancora più da vicino le nostre zone, quando, nel 1982 l’Eni lancia il progetto di serre per floricoltura con il calore della geotermia nella zona amiatina di Piancastagnaio (v. pag. 53 e pag. 67): “Ma anche questo progetto, apparentemente ecologico – fiori, geotermia e sole – in realtà è segnato dall’ombra della nocività industriale: il livello di mercurio nelle zone attorno alle serre costruite da Renato è sensibilmente più alto del passato. Le esplorazioni minerarie e i nuovi soffioni boraciferi aperti per la realizzazione del progetto hanno portato alla luce non solo il calore dalla terra, ma anche mercurio, radio, arsenico. Ancora, nocività, ancora malattie e tumori, emissioni che colpiscono i polmoni e l’atmosfera, aggravando l’effetto serra. La correlazione tra mercurio e acido solforico – responsabile della cattiva qualità dell’aria di alcune zone toscane, a cui conferiscono il tipico odore di “uova marce”, come nella zona di Monterotondo Marittimo, Pomarance, Larderello e Travale, nelle Colline Metallifere e in alcune zone geotermiche dell’Amiata – produce rischi di mortalità elevati per cancri polmonari.
Ma questo Renato non lo sa.”
Nel 1984 arriva la crisi e anche per Renato c’è la prima cassaintegrazione. Ma la vita da cassaintegrato non faceva per lui. Prese in considerazione l’idea di andare all’estero, su una piattaforma petrolifera. Invece, alla fine, accettò “un’ipotesi professionale che diventerà poi un modello negli anni a venire. Mettersi in proprio, aprire la partita Iva per continuare a fare lo stesso lavoro, negli stessi cantieri.” Dal 1985 al 1990, al lordo guadagna di più, ma tra tasse, e previdenza, alla fine è molto meno, con ridotte tutele sindacali. Di fatto, il precariato (pag. 75-76).
Tornerà lavoratore dipendente, come tubista-saldatore per la Crosa, nella raffineria Iplom di Busalla, nome noto alle cronache per i ripetuti incendi, praticamente dentro la città. “A poche decine di metri dalle abitazioni dei busallesi si lavorano gasoli, bitumi e oli combustibili e si realizza chimicamente la desolforazione dell’idrogeno. Se poi una scintilla raggiunge una cisterna di gasolio e l’impianto si incendia, sembra sciogliersi anche l’asfalto per le strade di Busalla. Ma loro, i busallesi, sono costretti a vivere con il drago, come i tarantini, come i piombinesi: sono stretti nella morsa della fabbrica sia fisicamente, sia psicologicamente, perché lo stabilimento dà il ricatto del pane e pretende il diritto di inquinare.” (pagg. 77-78).
Renato, operaio ormai tra i più anziani, inizierà ad impegnarsi molto nella rappresentanza di base. Alberto ritroverà scatoloni di annotazioni ordinate e puntuali che descrivono e denunciano le condizioni di rischio e la nocività dell’ambiente in cui gli operai lavorano.
Gli ultimi anni di lavoro di Renato sono particolarmente frustranti per le sue condizioni fisiche deperite e anche per il vedersi costretto a versare trentasei milioni delle vecchie lire (sic!) per il ricongiungimento dei contributi versati tra gli anni come dipendente e come “libero professionista”.
Poco prima di andare in pensione, nel gennaio del 1998, inizia la lotta per ottenere, dalla società per cui ha lavorato, una dichiarazione della sua esposizione all’amianto. Ma il cambiamento di ragione sociale dell’azienda (da Gargano spa, a Industrie Gargano srl) rende quello che dovrebbe essere un diritto acquisito, una lotta epica (“quella che è limitata è la esponsabilità, letteralmente”. Pag. 95)
Ma la pensione sarà troppo breve, per Renato Prunetti. I primi sintomi di un fisico debilitato appaiono già nell’estate del 2002, e nel gennaio del 2003, a cinque anni dall’inizio del pensionamento, la malattia è conclamata: un tumore polmonare con metastasi al cervello.
E qui inizia un’altra storia, che solo chi l’ha vissuta sulla pelle propria o di un familiare capisce appieno. Ricoveri, radioterapia, chemioterapia, anticoagulanti, antidepressivi, antiepilettici, cortisonici. E dolore. Tanto. E infine la morfina.
E proprio al capezzale del padre, Alberto scopre di essere stato concepito a Casale Monferrato (“la capitale del lutto e dell’amianto”), scopre di essere “acciaio ascendente amianto”.
Dopo la morte di Renato, ai familiari non venne in mente di intentare la causa per danni. Ma un giorno il patronato li informò che stavano per scadere i termini per richiedere i danni previdenziali per gli esposti all’amianto, richiesta avanzata da Renato stesso. E allora decisero di combattere la sua battaglia. E forse la decisione fu presa anche per le difficoltà che essa presentava. Infatti sembrava impossibile dimostrare che Renato era stato esposto all’amianto per oltre 10 anni, perché si facevano coincidere i luoghi di lavoro con la sede della ragione sociale della ditta (sic!). Fu compito degli eredi dimostrare i tempi e i luoghi in cui Renato Prunetti aveva lavorato. E solo grazie alla precisione e all’ordine, suo e della moglie, si potè dimostrare tutto ciò.
La descrizione dell’iter legale è penosa quasi come la descrizione dell’iter lavorativo di Renato Prunetti. Quasi come la descrizione dell’iter della malattia. Ma l’iter legale fu più lungo della malattia.
Il libro, com’è ovvio, lascia più che l’amaro in bocca. Chiudi il libro, sapendo che è tutto ancora così: gli operai continuano a lavorare in condizioni pericolose e nocive, ad ammalarsi e a morire. Non cambiano le condizioni di lavoro, ma alla fine si paga ad orfani e vedove un piccolo obolo in più, con la rivalutazione delle pensioni, riversando sulla collettività gli oneri che solo le imprese dovrebbero pagare (o meglio, dovrebbero evitare di pagare, operando, in modo molto più costoso, in condizioni sane e non a rischio).
Questa è la storia. Ma finora, presa alla gola dai fatti, non ho avuto modo di dire quanto il libro sia divertente. Impossibile crederlo? Sì, impossibile, a meno che non lo si legga. Alberto Prunetti sembra avere un dono per una scrittura scorrevole e immediata, e riesce a non perdere mai la sua impronta maremmana, facendoci ridere di cuore, sia mentre descrive la sua infanzia e adolescenza attorno alle fabbriche, sia quando racconta storie più lontane della sua terra.
E anche quando non vuole farci ridere, ma solo descrivere un approccio più piratesco alla vita e alle convenzioni, ad esempio il rapporto di suo padre e poi il suo con i preti, non perde mai quel tono mordace che ricorderemo anche molto dopo aver chiuso il libro. “Non fiori, ma una mano d’antiruggine. “E poi lavati le mani con l’acquaragia, sennò… ohimmenadé che orchite la tu’ mamma ci fa venì”.”

di Scilla Sonnino

www.wumingfoundation.com, 17 gennaio 2013
+ Amianto, una storia operaia
Post breve, giusto un lampo. Molto “irrituale” per Giap, e deciso all’impronta. È che ieri sera ho finito questo libro e mi ha colpito durissimo, come non mi capitava da tanto. Mi avevano avvertito: lo diceva anche Evangelisti nella prefazione, l’avevo letto nelle recensioni, anche in quella del Chimenti, ma quando leggi e leggi e leggi e ti arriva la “botta”, non c’è preavviso che conti. Mi ha smosso ricordi di quand’ero feto. Nel volgere di una generazione ci hanno devastati. Io, guardate, sono anni che non scrivo una recensione, e non la voglio scrivere neanche adesso. Non mi interessa più recensire, voglio discutere. Ieri sera ho inviato una mail ad Alberto, un po’ tartagliando, non trovando le parole giuste (avevo scritto anche due o tre frasi su Twitter, roba da vergognarsi, il massimo dell’inadeguatezza), e gli ho detto, in sostanza: che roba che hai scritto, compagno. Che cazzo di libro che hai scritto, compagno. Così, senza dire un cazzo, te ne esci con una roba del genere, ti metti a “fare Monzon” con queste memorie? Lo faccio decantare, poi parliamone su Giap, ti va? Io, te e altri, ti va? Volentieri, mi fa lui, poi mi spiega che è ancora scosso da una presentazione che ha appena fatto, il pubblico era pieno di operai menomati da anni di lavoro di merda, e figli e parenti di operai menomati o uccisi da anni di lavoro di merda. Insomma, io vi dico solo: leggetelo. Ché poi se ne parla insieme. È un libro di quelli che si leggono per poi parlarne insieme. A me ha smosso roba dentro, roba particolare, perché pure io vengo da una famiglia di metalmeccanici che quand’ero piccolo era sospesa tra industria e campagna, fabbrica e orto in cortile, e pollaio. Qualcuno in officina, le donne (mamma ed entrambe le nonne) a fare le braccianti. Pure mio papà, prima di entrare in fabbrica, aveva fatto il cameriere. Poi ha fatto il dirigente sindacale, ma sempre “in aspettativa”, perché in fabbrica può capitare di tornarci. Anche l’aspettativa era una conquista del movimento operaio. Mio fratello è tuttora metalmeccanico iscritto FIOM, lavora in una fabbrica di componenti metallici che serve il grande indotto FIAT. Ogni tanto fa un po’ di cassa integrazione. Laureato e con tanto di master, mio fratello, e fa l’operaio, poi dicono che siamo “choosy” e pure ringraziare, perché oggi lavorare è già un lusso. Anche dalle mie parti c’è una lunga storia di nocività, e anche a Ferrara c’era la Solvay, non solo a Rosignano. Però Amianto mi avrebbe dato la botta a prescindere, anche senza tutto questo. E la darà anche a voi, perché se uno legge Amianto e non gli arriva la botta, vuol dire che ha la testa sbagliata e si è messo il cuore sotto le scarpe. Vuol dire che i padroni lo hanno lavorato bene, lo hanno “macinato fine”. Ieri sera piangevo, bestemmiavo tra me e me che sembravo un matto, e dopo che mi ha risposto il Prunetti c’avevo un cazzo di groppo in gola… Piangevo di rabbia, però anche d’orgoglio, orgoglio per i Renato che eravamo appena una generazione fa. Questo qui è un libro grande come una casa, ma è la casa che manca, la casa che non abbiamo. È un libro di noialtri “sfollati”, l’ho già scritto che siamo un popolo da campo profughi, perché quel mondo che ci ha cagati, col suo tanto male e il suo po’ di bene, quel mondo là non esiste più. Solo che non c’è nemmeno il campo profughi, purtroppo ognuno è profugo per conto suo, e quando scrive gli fanno pure male le braccia. Che cazzo di libro che hai scritto, compagno. C’ho ancora la gola strozzata, e partono altre bestemmie. No, sul serio: leggetelo. Poi ne parliamo. Ma l’hanno poi spedita una copia a Nada Malanima, dopo tutto ‘sto tirarla in causa? Perché secondo me pure a lei vengono i lacrimoni, e salgono dalla gola le imprecazioni, e telefona al Prunetti e lo chiama “compagno”.
Che sarebbe davvero una parola bellissima, “compagno”.

di Wu Ming 1

La Nazione, 15 gennaio 2013
+ “Amianto. Una storia operaia” al Bastiani
Nella sala conferenze dell’hotel “Bastiani” di Grosseto oggi alle 21 si terrà l’incontro con Alberto Prunetti, autore del libro Amianto. Una storia operaia. Il libro riporta in primo piano il dramma delle morti nei luoghi di lavoro o conseguenza delle condizioni di lavoro. Un libro che accoglie tante storie: ricordi personali dell’autore uniti a materiale di inchiesta, spaccati di costume e riflessioni sulla mancanza di consapevolezza della società. Storie che ruotano attorno al racconto della vita e della prematura morte di Renato Prunetti, operaio specializzato, dovuta all’esposizione alle fibre di amianto. L’incontro sarà presentato da Roberta Papi dell’associazione Movimento in Maremma che promuove l’iniziativa. Interverranno Pietro Coradeschi, coordinatore di Aias, e Franco Fanelli, coordinatore di Libertà e Giustizia.
Il Tirreno, 15 gennaio 2013
+ L’amianto killer. Dramma e morte in una storia operaia
È un materiale usato moltissimo nell’edilizia; ma respirato e inalato è nocivo. È l’amianto: col tempo si è dimostrato che è un materiale cancerogeno. Le polveri di amianto infatti, se inalate, possono provocare l’asbestosi, alla quale potrebbero associarsi tumore delle pleure, ovvero il mesotelioma della pleura, e dei bronchi in caso di esposizioni prolungate. Della legge contro l’amianto, della sua storia e delle esistenze che hanno ruotato attorno a lui si parla stasera alle 21 nella sala conferenze dell’hotel Bastiani a Grosseto, dove si incontrerà Alberto Prunetti, l’autore del libro Amianto. Una storia operaia.
Un libro che riporta prepotentemente in primo piano il dramma delle morti nei luoghi di lavoro o che sono state conseguenza delle condizioni di lavoro. Tema che ancor oggi, nel secondo decennio degli anni duemila, non possiamo archiviare. Un libro -Amianto – che accoglie tante storie al suo interno: ricordi personali dell’autore uniti a materiale di inchiesta, spaccati di costume insieme a riflessioni taglienti sulla mancanza di consapevolezza della società stessa. Storie che ruotano tutte attorno al racconto della vita e dalla prematura morte di Renato Prunetti, operaio specializzato, dovuta all’esposizione alle fibre di amianto e, più in generale, a un lavoro che lentamente logora. Storie che entrano nella carne, nel cuore e nella mente di chi legge, raccontate con straordinaria capacità da Alberto Prunetti. L’incontro sarà presentato e moderato da Roberta Papi per l’associazione “Movimento in Maremma”, associazione promotrice dell’iniziativa. Saranno parte integrante della serata gli interventi di Pietro Coradeschi, coordinatore per la provincia di Grosselo di Aias (associazione professionale italiana ambiente e sicurezza), e di Franco Fanelli, coordinatore del circolo grossetano di Libertà e Giustizia, entrambe le associazioni patrocinano l’incontro.
www.nazioneindiana.com, 9 gennaio 2013
+ Amianto
(Pubblico qui di seguito una nota critica di Marco Rovelli su un’opera importante, Amianto, e di seguito un estratto dal libro di Alberto Prunetti. Libro, che, ovviamente, consiglio anch’io di leggere. G.B.)Marco Rovelli su “l’Unità” del 5 gennaio 2013Amianto. Una storia operaia. Titolo e sottotitolo secchi, asciutti, precisi. È l’ultimo libro (“terribile e bellissimo”, come ha scritto Valerio Evangelisti nella prefazione) di Alberto Prunetti, edito da Agenzia X. La storia di Renato Prunetti, padre di Alberto, operaio dall’età di quattordici anni, che ha respirato amianto fino a morirne. Renato lo vediamo nei capannoni di Piombino e in quelli dell’Ilva di Taranto, o a Casale Monferrato, ovunque c’era da respirare quella vita che si faceva morte. E vediamo anche l’autore stesso, che ricorda la propria infanzia, “operaia” anch’essa.
Nella storia di Renato Prunetti c’è la storia di un materiale che ha fatto schiere di morti, nel silenzio più assoluto (ne scrissi in passato, e approfondirne le vicende lascia davvero sgomenti: per iniziare, vedere il sito amiantomaipiu.it). Era dagli anni trenta che si conoscevano gli effetti letali dell’amianto, ma fino agli anni ottanta nulla cambiò: una vicenda paradigmatica di come gli interessi delle grande industrie prevalgono su tutto il resto. Ma il libro di Prunetti – oltre a essere una vera e propria inchiesta sul campo, che ci fa vedere la materialità delle fabbriche, che ci mostra il lavoro vivo negli stabilimenti – è anche una vera e propria opera letteraria.
La scrittura di questo libro, nel suo dato scabro, secco, nel suo andare dritta al cuore materico del reale, ci fa sentire, e sentire veramente, i suoni profondi di quella storia operaia. Si sente che quella storia è cresciuta tra le mani dell’autore suo malgrado, che lo ha preso e coinvolto fino al cuore: in questo sta la letterarietà del libro, non nell’artificiosità, ma nella necessità, nell’urgenza, nella sua verità (termine così equivoco, ma a sua volta così necessario, se declinato al singolare).Da Alberto Prunetti, Amianto. Una storia operaiaQuesta è la storia operaia di un tipo qualsiasi, una storia come tante, di quelli che sono cresciuti nel dopoguerra, hanno fatto un pezzo del boom economico italiano sulla loro pelle, hanno vissuto la crisi petrolifera del ’73 sulle proprie tasche e sono morti all’inizio del nuovo secolo, ammalati dopo avere smesso di lavorare. Uccisi da un serial killer micidiale che agiva a Casale Monferrato, a Taranto, a Piombino e in decine d’altri posti. Un uomo che ha iniziato a guadagnarsi il pane a quattordici anni, che è entrato in fabbrica senza mai uscirne davvero, perché il cantiere industriale aveva nidificato nelle sue cellule il proprio carico di negatività. Uno che è stato costretto per ragioni professionali a esporre il proprio corpo a ogni tipo di metalli pesanti. Un lavoratore che ha visto le condizioni di sicurezza nei cantieri precipitare ogni giorno di più. Un padre che ha fatto studiare i propri figli con la convinzione ingannevole che mandarli all’università fosse un modo per farli uscire dalla subordinazione di classe. Uno che si infilava guanti d’amianto, e tute d’amianto, e si metteva lui stesso sotto un telone d’amianto, perché scioglieva elettrodi che rilasciavano scintille di fuoco a pochi passi da gigantesche cisterne piene di petrolio e che sotto quel telone respirava zinco e piombo, fino a tatuarsi un bel pezzo della tavola degli elementi di Mendeleev nei polmoni. Fino a quando una fibra d’amianto, che lo circondava come una gabbia, ha trovato la strada verso il suo torace ed è rimasta lì per anni. E poi, chiuso il suo libretto di lavoro, quella fibra ha cominciato a colorare di nero le sue cellule, corrodendo materia neurale dalla spina dorsale fino al cervello. Una ruggine che non poteva smerigliare. Lesioni cerebrali che non poteva saldare. Guarnizioni che hanno iniziato a perdere, nel tono dell’umore, nella memoria, nella deambulazione, nell’orientamento. Tante volte mi sono chiesto se avesse sofferto. Se avessimo dovuto dargli più morfina. Quella droga – a lui che parlava male dei “drogati”, tra un bicchiere e l’altro di Tavernello – deve avergli regalato gli ultimi momenti felici. Qualcosa di più dell’anestesia. Finalmente era libero di dimenticare quella scimmia che gli era salita sulla schiena. Sognava felice: cavalcava nelle celesti praterie, come gli eroi dei nostri fumetti western. Le sue ultime ore per noi furono pesanti, ma lui neanche se ne accorse: era con Capitan Miki e Blek Macigno, con il comandante Mark, con Gufo Triste e Mister Bluff, con Chico e Tiger Jack e con Kit Carson, galoppavano assieme nelle celesti praterie e nelle foreste di Darkwood, senza più la zavorra dell’acciaio e della ruggine a bloccarlo a terra.

di Gianni Biondillo

L’unità, 5 gennaio 2013
+ Respirare amianto fino a morirne
Amianto. Una storia operaia. Titolo e sottotitolo secchi, asciutti, precisi. È l’ultimo libro (“terribile e bellissimo”, come ha scritto Valerio Evangelisti nella prefazione) di Alberto Prunetti, edito da Agenzia X. La storia di Renato Prunetti, padre di Alberto, operaio dall’età di quattordici anni, che ha respirato amianto fino a morirne. Renato lo vediamo nei capannoni di Piombino e in quelli dell’Ilva di Taranto, o a Casale Monferrato, ovunque c’era da respirare quella vita che si faceva morte. E vediamo anche l’autore stesso, che ricorda la propria infanzia, “operaia” anch’essa.
Nella storia di Renato Prunetti c’è la storia di un materiale che ha fatto schiere di morti, nel silenzio più assoluto (ne scrissi in passato, e approfondirne le vicende lascia davvero sgomenti: per iniziare, vedere il sito amiantomaipiu.it). Era dagli anni trenta che si conoscevano gli effetti letali dell’amianto, ma fino agli anni ottanta nulla cambiò: una vicenda paradigmatica di come gli interessi delle grande industrie prevalgono su tutto il resto. Ma il libro di Prunetti – oltre a essere una vera e propria inchiesta sul campo, che ci fa vedere la materialità delle fabbriche, che ci mostra il lavoro vivo negli stabilimenti – è anche una vera e propria opera letteraria.
La scrittura di questo libro, nel suo dato scabro, secco, nel suo andare dritta al cuore materico del reale, ci fa sentire, e sentire veramente, i suoni profondi di quella storia operaia. Si sente che quella storia è cresciuta tra le mani dell’autore suo malgrado, che lo ha preso e coinvolto fino al cuore: in questo sta la letterarietà del libro, non nell’artificiosità, ma nella necessità, nell’urgenza, nella sua verità (termine così equivoco, ma a sua volta così necessario, se declinato al singolare).

di Marco Rovelli

www.anobii.com, 4 gennaio 2013
+ R/esistenze
Non credo tanto ai casi, tanto meno quando si tratta di letteratura.
Il caso può portarti a trovare, in quella particolare bancarella, un libro che cercavi da tanto tempo o scoprire di avere gusti simili a qualcuno di inaspettato. Ma di sicuro non è il caso a farti scegliere di leggere un libro piuttosto che un altro.
Sicuramente non è stato il caso se ultimamente, cioè negli ultimi mesi, mi sono ritrovato a leggere libri che avevano tutti più o meno a che fare con forme di resistenza allo stato di cose presenti. Che il soggetto fosse la Resistenza – quella con la R maiuscola, anche se spesso per protagonisti ha avuto personaggi tutti minuscoli – o storie di resistenze minuscole, appunto, fatte da gente minuta, normale, quotidiana, in un modo o nell’altro l’argomento è sempre stato questo.
L’ultimo di questi è stato uno di quelli che mi hanno colpito di più: Amianto di Alberto Prunetti pubblicato per i tipi di Agenzia X.
Vi si narra la storia del padre di Alberto, Renato, operaio tubista, “trasfertista”, che per decenni gira i cantieri italiani a montare, smontare e manutenere impianti industriali, sempre a contatto con le peggiori sostanze tossiche e nocive dell’industria contemporanea – ad iniziare dall’amianto, appunto – e a causa delle quali, pochissimo dopo essere andato in pensione, a soli 59 anni, morirà di cancro.
Il libro è una cronaca, un pezzo di biografia operaia, vista dal figlio Alberto, narrata con amore, rispetto, ironia e, ovviamente, tanta rabbia. La storia di cosa sia stato (?) essere “classe operaia” nel nostro paese ancora nel XXI secolo, di quali sacrifici abbiano fatto queste persone e le loro famiglie per permettere ai propri figli non la semplice sopravvivenza ma anche un miglioramento della loro condizione è esemplare in questo libro. Senza lamenti, con coerenza e pure la giusta (auto)critica e i differenti punti di vista tra un padre cresciuto col mito del lavoro (stacanovista) ed un figlio libertario.
La cronaca della dignità, della ricchezza di vita, di rapporti, di amore di una classe – usiamoli i termini giusti, le parole sono importanti, dicevano una volta – ma anche le illusioni, il credere in un percorso che ha portato alla morte, da una parte, e alla precarietà dall’altra.
È anche la storia di un pezzo importante dell’industria siderurgica italiana, ad iniziare dalla tanto attuale ILVA, per lunghi anni di stanza tra le provincie di Livorno e Grosseto, nelle famose colline metallifere, terra di braccianti e minatori, dove la vita è sempre stata molto dura.
Il libro finisce con la morte, tremenda, di Renato, e col tentativo della sua famiglia di avere giustizia. Ma come dice Alberto, la “giustizia” non puoi averla da un tribunale quando sei già morto, perché non è giustizia ma carità (a carico del cittadino, tra l’altro, manco delle aziende che ti hanno ammazzato).
Un libro bellissimo e tremendo, come dice Evangelisti nell’appassionata prefazione, come uno schiaffo in faccia. Per i tanti che ancora oggi sono preda della sbornia della “fine del lavoro”, della fuffa del general intellect, del lavoro cognitivo, quando il mondo, e in buona parte anche il nostro paese – si accomodassero lor signori intellettuali nelle campagne del bel paese, dove migranti e italiani lavorano a pochi euri l’ora; o nei garage dove gli stessi stanno anche 10 ore il giorno per la miseria di cui sopra, o nelle case degli anziani che se lo possono permettere a fare le badanti, tanto per fare solo pochi esempi – è pieno di proletariato sfruttato a sangue e spesso ucciso da condizioni di lavoro più simili alla schiavitù che altro.

di Franco Vite

Il manifesto, 2 gennaio 2013
+ Moneta corrente per vite spezzate
Follonica è un posto che ai turisti offre un lungomare piastrellato, bagni privati con ombrelloni tutti uguali e una successione di gelaterie, bar, pizzerie, negozi di articoli da spiaggia. Uno di quei posti che quintuplica gli abitanti in estate e mette tristezza d’inverno, quando la passeggiata è deserta e le case sfitte hanno luci spente e persiane abbassate. Follonica è un luogo che sembra non avere un passato, né averne bisogno. La verità è che per scorgere il passato di questa città occorre dare le spalle al mare e puntare lo sguardo verso l’entroterra, sulle colline metallifere di Scarlino, Montieri, Roccastrada, Gavorrano; oppure volgere la testa a nord, in direzione delle ciminiere e dei forni fusori di Piombino. Bisogna allontanarsi dalla marina per incontrare concrezioni di memoria viva, spingersi dentro il cuore della città, raggiungere le mura dell’ex Ilva, un’antica acciaieria costruita nell’ottocento. È con la chiusura dell’Ilva, nel 1960, che Follonica scorda di essere stata una città fabbrica e si scopre città vacanza. Non riesce però a spegnere del tutto gli echi di un’origine operaia che risuonano nelle architetture e nella toponomastica non ufficiale. Basti pensare alla banda giovanile degli anni ottanta, i «Bronx» del Cassarello, un quartiere dormitorio nato per ospitare i muratori e gli operai venuti dal sud Italia, tutti definiti «napoletani».
E questa la Follonica proletaria e povera che Alberto Prunetti racconta in Amianto (Agenzia X, pp. 160, euro 13). Un libro potente che mescola inchiesta e autobiografia, fotografie di famiglia e materiali d’archivio, reportage e romanzo legando ogni elemento in una narrazione che va dritta come un treno sino all’ultima pagina. La storia principale è quella di Renato Prunetti, il padre di Alberto, morto di un carcinoma polmonare dopo aver lavorato 35 anni a contatto con metalli pesanti di ogni tipo. La storia di Renato è racchiusa tra due fotografie contenute nel libro. La prima lo ritrae assieme a un gruppo di uomini, tutti portano una giacca nera e un papillon al collo. Al centro del gruppo c’è una ragazza minuta; indossa un vestito bianco che la stacca dalla massa, scura degli uomini. È il 1969 e la ragazza si chiama Nada Malanima. Nada ha 15 anni ed è reduce dall’enorme successo che una sua canzone ha avuto a Sanremo. Accanto a lei se ne sta un uomo alto; il sorriso largo e la fossetta sul mento lo fanno somigliare a un attore francese. Il suo sguardo è rivolto verso il fuoricampo a fissare qualcosa che a tutti gli altri sembra sfuggire. Lui è Renato, di anni ne ha 24 e la sera arrotonda facendo il cameriere nel dancing dove la giovane cantante si è appena esibita. La seconda immagine è una fototessera, fissata con un punto di spillatrice a un cartellino di lavoro delle acciaierie di Temi (oggi proprietà della ThyssenKrupp). L’uomo nella foto ha i capelli bianchi, gli occhi ingigantiti da spesse lenti da vista, l’espressione inerme di chi è stato colto dal flash di sorpresa. Alla voce professione si legge «tubista», in stampatello è riportato il nome «Prunetti Renato». È il 1989. Renato ha 44 anni, ma ne dimostra almeno dieci di più. Cos’è accaduto a quest’uomo? Cosa lo ha consumato?
Alberto Prunetti ricostruisce l’intervallo tra queste due immagini, rivelando al lettore come esse contengano assai più della storia di suo padre. C’è il passato di un intero paese in quelle foto, un passato che non passa e che continua a gravare sulle spalle del presente.
La storia di Renato è simile a quella di molti altri. Sposa la sua ragazza, trova casa a Follonica ed entra come operaio nel polo chimico di Scarlino (Montedison). A Scarlino ci resta poco e va a lavorare a Piombino, a produrre acciaio per l’Ilva. Passare la vita a una catena di montaggio lo deprime più di qualsiasi altra cosa e Renato ci mette poco a prendere la qualifica di saldatore-tubista. In cerca di una paga più dignitosa, si spinge a Nord. Trova lavoro a Novara, in una ditta specializzata nell’installazione d’impianti per industrie chimiche e petrolifere. Renato accetta di lavorare come trasfertista e va in giro per l’Italia a saldare tubi, congiungere manicotti, smantellare coibentature. È una vita dura perché si torna a casa di rado, ma c’è una famiglia da mantenere e le trasferte sono a paga maggiorata. Si sposta tra Piombino, Genova, Casale Monferrato, Siracusa, Terni. Quando arriva a Taranto gli sembra di varcare la porta dell’inferno. Se lavori a un passo da una cisterna piena di petrolio, basta un errore, anche minimo, e fai il botto. Renato lo sa e per isolare le scintille è costretto a lavorare sotto un telone resistente alte alte temperature. Un telone d’amianto. Quello che non sa è che una fibra di amianto è 1300 volte più sottile di un capello. Renato salda nel buio surriscaldato del telone, e respira; respira amianto. Si riempie i polmoni di gas micidiali per anni. Si sfonda i timpani a forza di dare colpi di mazzuolo. Gli occhi limati dall’elettrodo incandescente. I denti che cadono per via dell’esposizione ai metalli pesanti. Occhiali, dentiera, apparecchio acustico. Renato non ha ancora quarant’anni ed è già consumato, ferito. Gli viene riconosciuta un’invalidità parziale (con iscrizione nei registri dell’Anmil come invalido del lavoro) che non basta però a tutelarlo dalla svendita dei diritti operai che inizia negli anni ottanta. Per la prima volta in vita sua finisce in cassaintegrazione. Lunga e con rottami di stipendio in tasca. Accetta un lavoro alla raffineria Iplom di Busalla, un paesino della Liguria dove gli abitanti vivono tra sversamenti di idrocarburi e cisterne di petrolio che possono esplodere da un momento all’altro. E infatti esplodono; 3 volte. Nel 1991, nel 2005 e poi di nuovo nel 2008. I busallesi e gli operai della Iplom subiscono lo stesso ricatto infame dei tarantini e degli operai dell’Ilva, a nord come a sud c’è da scegliere tra il pane e la salute.
Alberto Prunetti guida il lettore nella progressiva cancellazione dei diritti delle classi più povere, un’erosione che non si ferma neppure davanti alla morte. Amianto prende infatti vita dai documenti raccolti dall’autore per dimostrare allo Stato che suo padre si è ammalato per il lavoro che faceva. Un riconoscimento che arriverà nel 2011, 7 anni dopo la morte di Renato. Un riconoscimento doppiamente beffardo perché da una parte attesta che un delitto c’è stato mentre dall’altra non si individua nessun colpevole. Ma i colpevoli ci sono e Amianto sta lì a ricordarcelo. A ricordarci che senza un lavoro attivo della memoria le ingiustizie del passato sono destinate a generarne di nuove nel presente.

di Dimitri Chimenti

Corriere Nazionale, 30 dicembre 2012
+ Morire d’amianto nel tempo del dolore
Quelli come Alberto Prunetti li chiamano gli autori della narrativa militante. Traducono gli argentini come Osvaldo Bayer e i loro libri anarchici, parlo di Severino Di Giovanni , libri odiati dai militari in tempo di junta assassina. Quelli come Prunetti scrivono Il fioraio di Perón, le strade e i moli di Buenos Aires, le piazze e i carri, ma poi quando guardano sotto i nostri cieli raccontano cosa vedono e allora leggiamo le nostre ferite, il nostro pus. Che narrativa è la narrativa che qualcuno chiama militante e altri la dicono necessaria? Valerio Evangelisti, che ha scritto la prefazione di Amianto, inizia così: “Avete tra le mani un libro terribile e bellissimo”. E purtroppo non è un’iperbole: Amianto è terribile perché di dolore ne racconta a vagonate. Racconta le pene della carne e dell’aria e degli alberi, dell’erba e dell’acqua e anche il dolore del tempo, e i sogni, per dire, perché ci sono anche i sogni sotto i cieli malati. È il padre dell’autore, Renato Prunetti, (il libro contiene anche del materiale fotografico, e ci mostra un giovane uomo alto, di bell’aspetto, accanto ad amici e alla cantante Nada e poi acconto al figlio da bambino, e agli operai tubisti, e ci mostra anche la mappatura delle fabbriche bastarde d’Italia), che muore contaminato.
Bellissimo, dicevamo, perché Amianto è un libro romantico e potente, e la capacità del narratore, come una specie di legittima difesa, una corazza, è di mettere assieme certe cose terribili come se ci raccontasse una fiaba. E a volte si sa le fiabe sono tremende. E questa è una delle forze di Prunetti, che sta nel miscelare ricordi, divertimenti, rabbia, stupore, non luoghi, che sono i non luoghi dove è cresciuta una generazione di figli di operai massacrati, e far scorrere tutto nel torrente che attende ancora la sua foce.Amianto è un libro che è un po’ romanzo e un po’ un saggio…
Ho incrociato questi due generi per dare al romanzo la forza della realtà e al saggio la tensione dell’intreccio. Amianto ha la contemporaneità di un saggio e la drammaticità di un romanzo. Entrambe sono involontarie e necessarie.
Cosa significa involontarie e necessarie?
Che esistono mio malgrado. Non le ho costruite come un plot artificiale a tavolino. Mi ci sono trovato dentro. Al plurale: io e mio padre. Dentro al dramma della malattia, dentro la classe operaia. Ho iniziato a scrivere questo libro non per ragioni letterarie, ma per ricostruire il curriculum lavorativo di mio padre, perché volevamo che fosse riconosciuta l’esposizione alla fibra assassina in anni di lavoro nei cantieri industriali.
E la contemporanietà del tuo libro con gli eventi dei nostri giorni, il caso Eternit di Casale e quello dell’Ilva di Taranto?
Anche quella non è voluta: l’amianto, prima di vederlo sul titolo di un libro, ce lo siamo trovati a casa nelle tute che Renato portava a lavare. Quanto all’Ilva, mentre mio padre lavorava nell’Ilva vera, io sono cresciuto dentro un’Ilva dismessa: a Follonica la mia scuola era un altoforno ottocentesco. Il libro è drammaticamente attuale: è uscito nel giorno in cui un operaio è morto cadendo con una gru dall’Ilva di Taranto. E nel libro cito gli appunti di mio padre in cui denunciava la cattiva manutenzione delle gru in uno stabilimento.
Nel romanzo c’è un continuo parallelismo tra il lavoro si Renato e il tuo…
Sì, ho fatto rimare la penna con la chiave inglese e ho cercato di scrivere il libro pensando a come lui montava i tubi. Con saldature, raccordi, senza allentare le guarnizioni della narrazione.
Tu stesso lamenti problemi di salute, una tendinite collegata alla tua attività lavorativa. Come fai a scrivere?
Lavoro a cottimo, come un tempo i braccianti e i contadini, ma con le parole. Come traduttore, mi danno un tanto ogni 2mila battute. Più battute, più soldi, niente malattia, tredicesima o pensione. Ho una tendinite per la battitura da tastiera. Scrivo poco: scrivere mi fa male, tanto vale farlo per cose importanti. C’è amarezza ma c’è anche l’antidoto dell’umorismo: nel libro si ride, perché la tragedia va raccontata con spirito corrosivo, senza perdere speranza di riscatto da un mondo alla rovescia, tanto ingiusto.

di Marino Magliani

www.lindiceonline.com, 20 dicembre 2012
+ Le strenne dell’Indice: Alberto Prunetti, Amianto. Una storia operaia
L’emergere di una vecchia foto in compagnia d’una cantante famosa, la lettera del patronato sull’imminente scadenza termini del riconoscimento di esposizione all’amianto, poi un sogno in cui Renato – morto da un anno di tumore, una di quelle fibre maligne s’è annidata nel suo torace – spiega al figlio come aggiustare l’auto. Sono gli eventi che avviano questa memoria commossa (di Renato l’autore è il figlio) ma venata d’ironia toscana: un libro bellissimo, che è insieme avvincente epopea popolare e inchiesta che chiama attenzione nell’Italia del decreto Ilva.
Prefazione di Valerio Evangelisti

di Franco Pezzini

www.milanox.eu, 17 dicembre 2012
+ Amianto. Una storia operaia
Il romanzo racconta la vita e il lavoro di Renato Prunetti, padre dell’autore, operaio toscano cresciuto nel dopoguerra tra un’acciaieria e un’altra.
Renato faceva parte di quell’aristocrazia operaia ben pagata e protetta da Pci e sindacati, che lavorava duro e in cambio di alti salari.
Orgoglioso del suo lavoro di tubista, spese gran parte della sua vita su e giù per l’Italia a riparare impianti industriali.
Un lavoro duro, ma soprattutto nocivo, che segnerà il suo corpo lasciandone tracce indelebili. Renato era “…un uomo che respirava zinco, piombo e una buona parte della tavola degli elementi di Mendeleev, fino a quando una fibra d’amianto, che lo circondava come una gabbia, ha trovato la strada verso il torace. Poi, chiuso il libretto di lavoro, quella fibra ha cominciato a colorare di nero le cellule, corrodendo la materia neurale. Una ruggine che non poteva smerigliare, lesioni cerebrali che non poteva saldare”.
Amianto è un romanzo crudo e commuovente, ma che non manca di momenti divertenti. Prunetti è uno scrittore di grandissimo talento: alcuni degli episodi della vita del padre li rievoca con un uso della lingua talmente vivo e colorito che risulta impossibile trattenere le risate.
Questo è il suo terzo romanzo.
Nel passato ha tradotto le opere di Osvaldo Bayer, John Zerzan e John Sinclair.
Fa parte della redazione della rivista Carmilla on line, diretta da Valerio Evangelisti.

di Pablito El Drito

illavorodebilita.wordpress.com, 16 dicembre 2012
+ Amianto. Una storia operaia
Con tenerezza e con rabbia. È così che si legge Amianto. Una storia operaia di Alberto Prunetti, con qualche sbuffo di risa (sufficiente per passarci da scema mentre lo leggi sul treno) e una gran voglia di spaccare tutto. A tratti con un leggero imbarazzo, per il fatto di sentirti un po’ un’intrusa in mezzo a tanti ricordi così intimi. Ti sembra di avercelo lì, Renato Prunetti, mentre si infervora prima di un calcio di rigore o bestemmia contro i preti in livornese. Nei ricordi di suo figlio scorrono le loro vite – una passata in fabbrica, l’altra nella precarietà del lavoro cognitivo – così diverse, così legate fra loro da una complicità maschile che ha la concretezza delle cose costruite assieme. Scorrono i 31 anni che hanno condiviso negli intervalli fra una trasferta e l’altra, perché Renato è operaio trasfertista, esperto nell’installazione e manutenzione di grandi impianti, uno che “smonta le fabbriche e le rimonta in un giorno” agli occhi di suo figlio bambino.
Renato percorre l’Italia su treni notturni, seguendo itinerari non segnalati dalle guide turistiche: periferie urbane, acciaierie, petrolchimici. Là dentro ha vissuto molto più che a casa, spesso lontano da quella maremma popolare, veloce di lingua e di schiaffone, piena di mangiapreti e personaggi mitici. Ricostruire la sua vita significa ripercorrere la mappa delle nocività industriali nel nostro paese: Rosignano Solvay, Scarlino, Piombino, Taranto, Terni, Castellanza, Priolo, Casale Monferrato, Busalla, l’Amiata. Dovunque vada l’amianto è una costante, assieme al ferro, al cromo, al nickel e al manganese del fumo delle saldature. Il resto può variare seguendo le infinite combinazioni fra gli elementi della tavola periodica di Mendeleev.
Renato fa un mestiere che non è alla portata di tutti, sa compiere operazioni complesse e pericolose. È capace, e cosciente di esserlo. Il suo lavoro definisce gran parte della sua identità e del suo ruolo nel mondo. È “aristocrazia operaia”, poco sostituibile, più garantito e pagato degli operai della catena. Nonostante questo subisce anche lui l’arrivo degli anni ’80: la crisi dell’industria pesante (il crollo, a livello di immaginario, del mito di sviluppo che rappresenta) e il ribaltamento dei rapporti di forza fra operai e capitale sancito dalla marcia dei quarantamila. Vede le condizioni di lavoro in fabbrica precipitare sempre di più assieme alla sicurezza, vede aumentare il pericolo e l’arroganza dei capi. Cerca di opporsi, di smuovere il sindacato, inutilmente.
Aristocrazia operaia, dicevo, ma è un “blasone” che ha un prezzo. Per Renato la moneta di scambio, oltre al suo lavoro, la sua capacità e il suo tempo, è il suo corpo.
Ci sono momenti che vorresti presentarti da quelli che hanno deciso di trasformare il lavoro in un ergastolo, rinchiudendo la gente in fabbrica e cantiere oltre i 66 anni. Ci sono momenti che vorresti strascinarli nei fanghi al mercurio di Rosignano, o nei parchi minerari dell’ILVA, costringendoli a urlartela di nuovo la supercazzola dell’aumento della vita media, che nella realtà si allunga solo per quelli che in fabbrica e cantiere non ci mettono piede. Questo è uno di quei momenti, perché Renato Prunetti muore a 59 anni. Alla sua morte seguono gli oltraggi dell’Inail dell’Inps – a cui bisogna fare causa perché riconoscano l’evidenza dell’esposizione all’amianto – e l’impunità di chi l’ha ucciso: Gargano, Solmine, Solvay, ENI, Italsider, Maura, Iplom … L’hanno ucciso tutti e quindi nessuno: ai padroni non si applicano i reati associativi. A suo figlio va il mio ringraziamento, perché raccontare la realtà significa sottrarre al capitale il monopolio della narrazione del mondo, e anche per avermi fatto conoscere, con affetto e ironia, questo suo padre riottoso, amante del cibo e del vino, orgoglioso fino all’ultimo, refrattario alle tonache e alla pietà.

di Alexik

www.massimocarlotto.it, 13 dicembre 2012
+ Amianto
Conosco e stimo Alberto Prunetti da diversi anni. Redattore di Carmillaonline, ha scritto diversi libri tra cui il bel Fioraio di Peròn. Ora torna nelle librerie con un romanzo autobiografico: Amianto, edito da Agenzia X (diretta da Marco Philopat), euro 13,00. Il sottotitolo è: Una storia operaia e l’operaio è suo padre Renato. Inizia a lavorare a 14 anni e la chimica che respira in cambio di un salario appena dignitoso gli mina la salute. Ma non è solo una storia di ordinaria nocività, la vicenda individuale si innesta nell’epopea collettiva della “fabbrica”, dove donne e uomini come Renato Prunetti hanno lavorato e lottato con orgoglio. “A testa alta” come scrive Valerio Evangelisti nella bella prefazione.
Da Piombino a Taranto il tour nella memoria in grado di offrire un panorama ricco di aneddoti che restituiscono l’importanza di conoscere quella che fu un’esperienza collettiva e umana straordinaria.

di Massimo Carlotto

bugiardino.comunita.unita.it, 10 dicembre 2012
+ Amianto
Il libro: Questa è la storia di Renato, un operaio cresciuto nel dopoguerra che ha iniziato a lavorare a quattordici anni. Un lavoratore che scioglieva elettrodi in mille scintille di fuoco a pochi passi da gigantesche cisterne di petrolio. Un uomo che respirava zinco, piombo e una buona parte della tavola degli elementi di Mendeleev, fino a quando una fibra d’amianto, che lo circondava come una gabbia, ha trovato la strada verso il torace. Poi, chiuso il libretto di lavoro, quella fibra ha cominciato a colorare di nero le cellule, corrodendo la materia neurale. Una ruggine che non poteva smerigliare, lesioni cerebrali che non poteva saldare.
Amianto è una scorribanda nella memoria tra le acciaierie di Piombino e quelle di Taranto, tra le raffinerie liguri e gli stabilimenti di Casale Monferrato, tra il calcio di strada in un’Ilva dimenticata in provincia e le risse domenicali lungo la via Aurelia. Un Lessico famigliare proletario con cavi elettrici impazziti e sarcastici aneddoti dal mondo operaio.ISTRUZIONI PER L’USO
Categoria farmacologica:
Omeopatico
Composizione ed eccipienti
Elementi del principio attivo:
rabbia, malinconia, incazzatura, ironia e memoria familiare.
Eccipienti: giocate da piccoli con gli attrezzi da lavoro di un metalmeccanico, vi infilate dentro la tuta blu sporca di vostra padre e dopo qualche lustro vi ritrovate in un’aula di tribunale per sentirvi dire che quella tuta era piena d’amianto.
Indicazioni terapeutiche: Assumetelo per non morire “a norma di legge”
Consigliato a tutti, benefico per: Per chi ha lavorato e lavora in fabbriche, soprattutto acciaierie e raffinerie; per muratori e idraulici; per coibentatori; per i lavorari dell’industria nautica; per addetti alla manutenzione di rifiuti speciali; per tutti coloro che in casa hanno un comignolo di amianto; per chi si affaccia alla finestra e vede amianto sporgere dai comignoli e dai tetti vicini; per chi ancora oggi lavora in capannoni industriali ricoperti di amianto; per chi lavorando mette in gioco la propria salute, esponendo il proprio organismo a sostanze nocive e a pratiche pericolose.
Controindicazioni: Ipersensibilità verso le classi dirigenti e i grandi industriali, rifiuto del lavoro e delle nocività.
Posologia, da leggersi preferibilmente: Tutto in una notte.
Effetti indesiderati: Tendenza a chiamare “padroni” e “sfruttatori” i sedicenti imprenditori.
Può far ridere e lacrimare assieme.
Avvertenze: Non mescolare con prodotti dell’industria culturale che evocano la fabbrica senza averla mai vissuta sulla propria pelle.Pillole:«Il racconto dovrebbe tenere come un raccordo di tanti tubi diversi. Lui lo diceva sempre: mettici il canapone, regge più del teflon. Stai solo attento a rispettare il senso della filettatura e lega il tutto con un dito sporco di mastice verde. Poi stringi con forza, ma senza cattiveria. Non deve perdere.Ho fatto così, con la penna. Ho cercato di rispettare la filettatura della storia, senza forzare il passo degli eventi, senza strozzature. Ho usato il mastice della fantasia e stretto senza cattiveria ma con decisione l’ordine del discorso. Non gocciola: ci ho messo un cartone sotto e le lacrime si sono asciugate. Bisognava saldarle così, l’idraulica dei grandi impianti e la memoria degli uomini che hanno unito chilometri di tubi e acciaio per una vita. Per portare la pressione del sangue nei canali dell’esistenza, per pomparla nei serbatoi della memoria e vederla gocciolare giorno dopo giorno a fertilizzare una pagina.»***«Lui indossa una tuta verde e un paio di guanti scamosciati. Piega un ginocchio appoggiandosi sulla terra ghiaiosa del cantiere. Impugna la mola: con un colpo di mazzuolo sulla testa di un cacciavite dall’impugnatura smussata, in direzione opposta al senso di rotazione, allenta la ghiera che fissa la spazzola e inserisce un disco a taglio. Poi, con il pollice guantato, preme l’interruttore verso l’alto. La lama comincia subito a girare alla velocità di diecimila giri al minuto. Avvicina il disco al tubo grigio. Al contatto della lama il rumore cambia, si trasforma in un urlo metallico, seguito da un’esplosione di scintille e dalla proiezione verso l’alto di una doccia secca di particelle fibrose e regolari. Sono piccoli dardi cristallini. Saette invisibili capaci di scendere lungo l’esofago, di calarsi nei polmoni e rimanere attaccate alla pleura per venti, trenta, anche quarant’anni, producendo una ferita mal cicatrizzata che l’organismo non riesce a debellare e che avvia un processo di degenerazione cellulare. Un tumore.»***«Non c’è acciaio senza amianto»L’autore: Alberto Prunetti (Piombino, 1973) è figlio di un operaio metalmeccanico saldatore e tubista. Ha scritto Potassa (2003) e Il fioraio di Perón (2009). Fa parte della redazione di Carmillaonline dal 2005.

di Marilù Oliva

www.clubdante.net, 7 dicembre 2012
+ “Amianto”, un urlo di vendetta
Il libro di Alberto Prunetti, a metà strada tra il tagliente reportage sulle fabbriche della morte nel nostro paese e il diario intimo, nel raccontare le vicende di Renato (padre dell’autore e operaio saldatore tubista), traccia una mappa dei luoghi ove per decenni i lavoratori hanno operato senza vedere minimamente tutelata la loro salute. Argomento quanto mai attuale, vista la recente “querelle” sull’Ilva di Taranto. E proprio all’Ilva di Taranto lavora Renato, come anche alla raffineria Iplom di Busalla (quell’immenso complesso ai bordi dell’autostrada Milano-Genova), alle acciaierie di Piombino e di Terni, al polo chimico di Siracusa, in una raffineria nei pressi di Casale Monferrato, il paese tristemente famoso per avere la più alta percentuale di morti per amianto, non solo tra gli operai della Eternit, ma tra l’intera popolazione. E in questi luoghi Renato accumula nel suo corpo sostanze tossiche che lo porteranno alla morte tra atroci sofferenze, a soli 59 anni, appena raggiunta la (neanche troppo) agognata pensione.
Il racconto di Alberto Prunetti è un grido di dolore, un urlo di vendetta ancor più che di richiesta di giustizia, per suo padre che non è solo suo padre, è l’operaio sfruttato e vilipeso, la cui dignità e i cui diritti vengono quotidianamente calpestati dalle leggi del “mercato”, maschera dietro la quale si cela l’avidità di individui sempre più ingordi, di una classe capitalistica sempre più aggressiva e disinvolta che costruisce la propria ricchezza sulle sofferenze altrui, sul precariato e la disoccupazione, oppure sul ricatto “lavoro senza diritti contro libertà assoluta di sfruttare, inquinare, seminare malattia e morte”. Amianto è L’urlo di Munch in forma letteraria, è la Gernika di Picasso per il modo in cui mostra i corpi destrutturati dalla malattia. Prunetti combatte la battaglia del padre, con l’arma che meglio sa usare: la scrittura. E lo fa restituendo alle parole il loro vero significato: non più termini generici e spersonalizzanti (ma anche rassicuranti) tanto in voga oggi; nelle pagine di Amianto, gli operai sono operai e non forza lavoro, gli imprenditori sono “i padroni” di una volta e le morti bianche sono, senza possibilità di equivoco, veri e propri omicidi premeditati.

di Giuseppe Ciarallo

www.carmillaonline.com, 3 dicembre 2012
+ A fronte alta, malgrado tutto
A fronte alta, malgrado tutto
Valerio EvangelistiAvete tra le mani un libro terribile e bellissimo. Detto questo, ci sarebbe poco da aggiungere. Ogni lettore noterà da sé la verità della mia constatazione. Ciò che scriverò sotto il giudizio iniziale è dunque, in certa misura, superfluo.
Dolore, divertimento, pena, riflessione, compartecipazione. Quanti testi moderni riescono a suscitare una tale gamma di sentimenti? Eppure ho provato tutto ciò leggendo la storia narrata da Alberto Prunetti. Una nuvola di sensazioni alternanti e contrapposte, quali solo uno scrittore vero riesce a condensare.
Sulla bravura di Prunetti non avevo dubbi. Le prime cose che lessi di lui erano le sue disavventure tragicomiche di pizzaiolo a Londra. Seguirono racconti, un romanzo (Il fioraio di Perón), ricostruzioni storiche in chiave narrativa (Potassa), antologie, molte traduzioni, molte introduzioni e curatele di scrittori sudamericani (pochi, in Italia, conoscono l’Argentina e la sua cultura quanto Prunetti).
Non immaginavo però di ritrovarmi così commosso – autenticamente commosso – nel leggere le righe che ha voluto dedicare a suo padre. E così coinvolto in una vicenda che, purtroppo, non è ancora finita.
Renato Prunetti, operaio tubista e saldatore, era fiero della sua professione e della sua bravura. Solo che doveva coprirsi d’amianto per svolgere il lavoro. L’amianto uccideva lentamente, e lui non lo sapeva. Quando fu noto, il padronato cercò di tenere nascosto il più possibile il male compiuto, poi di ritardare le misure riparatorie. Scegliere altre forme di protezione avrebbe compromesso un ciclo collaudato, e obbligato a spese senza rientri sul piano del profitto. Sostituire un lavoratore che muore costava (e costa) sempre meno che introdurre modifiche nel processo lavorativo. Direi anzi che oggi costa meno ancora. L’Ilva, e non solo l’Ilva, ce lo ricorda.
Alberto Prunetti assiste al logorio progressivo del padre. La vicenda è al tempo stesso angosciante e, nelle prime pagine, quasi divertente, ma solo perché, pur consapevoli dell’esito (ci è stato anticipato fin dalle prime righe), non lo abbiamo ancora “vissuto”. Prunetti calibra benissimo il contagocce delle emozioni. La sua bravura di scrittore la si vede, la si tocca grazie a una lingua vivissima e naturale, impreziosita da espressioni idiomatiche. Una costruzione stilistica raffinata e tuttavia avvertita dal lettore come spontanea, quale è.
Si passa da un’infanzia tutto sommato felice, scandita da corse in bicicletta tra cumuli di veleni, all’inizio del dramma. Con, in mezzo, la lunga parentesi “normale” dell’uomo – Renato – soddisfatto di ciò che fa, del suo essere indispensabile per chi lo impiega, delle sue veniali trasgressioni (un bicchiere di vino, qualche esplosione di esuberanza), della protezione che assicura alla famiglia. Con la morte già nelle membra, a sua insaputa. Seguirà l’iter avvilente, burocratico e giudiziario, percorso dal figlio perché sia sancito che fu un delitto. Fino a una deludente soluzione di compromesso, che non voglio anticipare.
Due note conclusive. C’è chi ritiene che la classe operaia sia tramontata per sempre, sostituita dal “lavoro cognitivo” (a cui vorrebbe approdare Alberto Prunetti, salvo trovarsi a sguazzare in un pantano di precarietà e frustrazione). Falso. Basta guardare fuori dai confini occidentali per scoprire che la classe operaia, espunta in un luogo, riappare in un altro. Ed è ancor più sfruttata. Gli operai delle maquiladoras del Messico, delle Filippine, dell’India ecc. sono forse “proletariato cognitivo”? Non prendiamoci in giro. Sono proletariato e basta. Di storie come quella di Renato potrebbero narrarcene a centinaia. Seconda nota. Senza volere santificare il suo martirio, è certo che l’orgoglio di Renato Prunetti per ciò che faceva aveva basi concrete, materiali. Saldava, forgiava, ridisegnava i metalli. Ne andava fiero. Anche i suoi momenti di ribellione traevano origine da tali abilità.
Si può irridere un simile passato. Pubblicare romanzetti di successo in cui la fabbrica è solo sfiorata, richiamata nel titolo e poi ignorata. Ma quel passato implicava fierezza, onorabilità, senso di appartenenza, ribellione ai soprusi. Ciò che oggi si cerca di cancellare con ogni possibile, sporco espediente, perché in quella condizione esistenziale, prima ancora che materiale, risiedeva l’antitesi prima allo sfruttamento. Un operaio con la fronte bassa non è un operaio, ma un involucro funzionale a produrre miseria propria e ricchezza altrui.
Renato Prunetti la fronte alta la tenne sempre, anche quando fu ormai prossimo a morire. Per fortuna lascia un figlio capace di far rivivere il senso di una resistenza umana con una bravura che mette i brividi.

di Valerio Evangelisti

www.daeffe.it, 30 novembre 2012

+ Amianto
Vedi i casi della vita. Avevo conosciuto in Rete Alberto Prunetti quando vivevo in Francia e facevo il bookblogger più e meglio di adesso. Poi è successo che ci siamo incontrati, siamo diventati amici e abbiamo fatto delle cose insieme, come inventarci una rubrica e anche una bufala su “Finzioni”, oppure pedinare un noto critico letterario per le stradine di campagna del Senese… Alberto mi chiese anche un consiglio su quale e-reader comprare.
L’ultima volta che ci siamo visti, all’inizio della scorsa estate, andammo a prenderci un caffè in una taverna poco fuori Siena e ci aggiornammo sulle rispettive vite e sui rispettivi lavori, soprattutto quelli mal pagati o non pagati. Alberto per vivere fa tante cose, ma soprattutto fa il traduttore; e lo fa così tanto che a un certo punto ha cominciato a soffrire di una tendinite ai polsi per il troppo battere sulla tastiera. Un infortunio sul lavoro, si direbbe; se di lavoro si trattasse, però. Perché un lavoro è quella cosa che tu fai dietro un giusto compenso, ma molte di quelle traduzioni ancora non gliele avevano pagate e lui nel frattempo si arrangiava coltivando l’orto. Autoproduzione, dice lui.
Mi disse anche che stava finendo un libro in cui raccontava la storia di suo padre, un operaio saldatore, e di come l’amianto l’avesse avvelenato, uccidendolo di tumore. Io non ricordo se e cosa risposi, ma ricordo chiaramente che il primo pensiero che mi passò per la testa fu per mia madre, che in quei giorni cominciava la seconda chemioterapia della sua vita. La sera, tornato a casa, gli mandai per posta un ebook che forse poteva tornargli utile.
Quel libro è uscito l’altroieri, si chiama semplicemente Amianto e lo pubblica, solo di carta, AgenziaX. Costa pure poco, per essere una novità: 13 euro. Io non l’ho ancora letto, ma lo farò presto, e non tanto perché Alberto è amico mio, ma perché ogni tanto mi ricordo che la lettura non deve essere solo una fuga, un rifugio, una scusa; deve essere, sempre di più, un modo per imparare conoscere gli altri uomini, le loro storie, i loro dolori, le loro risate. E ho come l’impressione che quella di Alberto sia la storia di un uomo che vale la pena conoscere.

di eFFe

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