allcrews

All Crews

Radio Maliboom Boom, 19 aprile 2012
+ Lorenzo Fe a Radio Maliboom Boom
Lorenzo Fe parla di All Crews e Londra zero zero.
Ascolta qui l’intervista
Rumore, aprile 2012
+ All Crews
Si tratta evidentemente di generi, momenti, luoghi e tipi umani molto distanti, ma l’analogia va oltre l’uscita italiana di entrambi presso lo stesso editore: All Crews di Brian-Belle-Fortune sta alla storia della drum & bass come Oltre l’Avenue D di Philippe Marcadé, del quale avete letto sullo scorso numero, sta a quella del punk newyorkese. È un racconto di chi mentre quelle cose succedevano era proprio lì, a contribuire a farle succedere o a godere al volo dei loro primi frutti. Più che un testo di storia o un saggio critico è un diario, affrontato con lo sguardo e i mezzi dell’insider. e come taie in equilibrio fra pro e contro. I primi: è un flusso ininterrotto di aneddoti su persone famose ed eroi poco celebrati, episodi a volte solo curiosi, altre importanti per ricostruire l’evoluzione del genere, il suo radicamento sociale, il suo svilupparsi per vie autonome e ribelli e il suo rapporto con il mercato. È una cronaca sempre in movimento di tempi elettrizzanti, e sovente ci si ritrova a desiderare di esserci stati, di aver vissuto anche noi fra radio pirata, rave illegali, dubplates e crew strette come dita di un pugno. È una versione della storia dal basso, e di versioni dal basso c’è sempre bisogno. È un libro su un argomento che pochissimi libri hanno trattato. I secondi: mancano una struttura logica e un’organizzazione coerente del contenuto, il libro è fatto di brevi flash (sia interviste, sia prima persona sul campo) spesso slegati fra toro, che non agevolano né la lettura né l’elaborazione di quanto letto. Non sempre chi vive di fenomeni socio-musicali di questa portata così dal di dentro e in diretta ha la consapevolezza fredda ma necessaria di chi sta fuori e osserva, e il solo esserci stato non fa di te la persona più adatta a raccontarlo a chi nulla ne sa. Brian Belle-Fortune non scrive proprio come un premio Pulitzer, e chi traduce non traduce proprio come il traduttore di un premio Puteer, Inoltre: il libro non è semplicemente tradotto, ma quasi remixato da Lorenzo Fe (autore del complementare Londra zero zero), che dalle 270 pagine originarie sfronda le parti che “sì dilungano un po’ troppo su particolari non così interessanti per l’outsider”, aggiungendo però un’appendice con nove interviste a protagonisti della drum & bass italiana, Scelta insolita, della quale non possiamo dire se faccia del bene o del male all’origìnale, non conoscendolo. Resta un testo consigliato soprattutto a chi ama il genere.

di Andrea Pomini

Il mucchio selvaggio, marzo 2012
+ All Crews
Eh, quando eravamo più giovani. Eh, quando la jungle e la drum’n’bass sembravano la frontiera della modernità, un non-luogo leggendario trionfo delle sperimentazioni più estreme. Eh, gli anni 90. Nulla si crea e nulla si distrugge però, e una bellissima prova di questo principio termodinamico ce la regala Agenzia X, che con una discreta dose di coraggio è andata a stampare e tradurre in italiano (con traduzione di Lorenzo Fe già autore di quel Londra zero zero di cui parlammo diffusamente) All Crews di Brian Belle-Fortune. Un libro che per anni è stato una sorta di Sacro Graal per gli appassionati di drum’n’bass: tutta la scena ne parlava, i fortunelli che andavano a Londra ne sentivano parlare ancora di più e magari mettevano pure mano su qualche copia; non tanto quelle originali, quanto più facilmente quelle fatte ristampare dal magazine “Knowledge”, la bibbia del genere, nel 2004. Ma già nel 2004 la scena drum’n’bass era nel pieno di quel velenoso processo in cui era diventata ostaggio di se stessa: del suo purismo, della sua voglia di non dialogare con altri generi ed altre scene, di accontentarsi di predicare ai convertiti. Tutte cose che non scriviamo con accezione necessariamente negativa: questa chiusura è stata ed è romantica, un tentativo disperato di preservare la purezza dei suoni e delle intenzioni. Il risultato concreto è stata la stasi artistica e una preoccupante tendenza a crearsi un pubblico maniacalmente sospettoso verso qualsiasi cosa non fosse la propria musica preferita, ma le intenzioni erano nobili.
Poi per fortuna sono arrivati grime e dubstep, e chi scrive su queste pagine è uno di quelli che aderisce decisamente alla linea di pensiero per cui la dubstep è la filiazione diretta della drum’n’bass… una drum’n’bass liberata dai dogmatismi. Ma lo spirito è lo stesso. Le condizioni di nascita, pure.
All Crews è scritto in modo molto disordinato e dilettantesco, non si concede (quasi) mai riflessioni ed approfondimenti teorici che vadano al di là del buon senso, eppure è un libro di grande valore, vivo e pulsante com’è: si respira davvero la scena, la sua energia, le sue ingenuità, il suo coraggio. Una scena legata a doppio filo col fenomeno delle pirate radio; che è esattamente il tratto distintivo anche di grime e dubstep. Ed è ciò che invidiamo di più alla scena musicale inglese: non l’industria, non i lustrini, non “NME” e “Melody Maker”, ma una pletora di radio avventurose che invadono l’etere con una passione bruciante, diffondendo i suoi che girano veramente per le strade, non quelli che ammantano i corridoi di label laccate o di camerette indie. Un mondo che Belle-Fortune descrive in modo forse naïf, ma con efficacia esaltante. C’è poi un altra cosa che ci è piaciuta moltissimo del libro, anzi, che ci ha proprio rassicurato: il filo rosso che collega la scena drum’n’bass, soprattutto nelle sue orgini, con quella dei rave acid house. Tutti i puristini che negli anni 90 e nei primi anni 2000 schifavano techno e house avrebbero dovuto imparare a memoria certe pagine di All Crews, dove salta fuori che molti dei pionieri della jungle e della drum’n’bass la vera epifania l’hanno avuta andando ad un rave di quelli storici, quelli con smiley dappertutto. Ciò che oggi sta succedendo nella dubstep, con le teste pensanti del genere che sperimentano sempre più la varietà stilistica, la cassa in quattro e i richiami a Detroit ci piace assai; allo stesso modo siamo felici che anche fra il pubblico dubstepparo la Planet Mu, che per anni ha portato avanti il suono dei rave intelligenti dei primi anni 90, sia diventata una label da riverire assai, dopo anni in cui era snobbata come fuori dal tempo.
Forse, per una volta, si è imparato dagli errori e dagli eccessi di intransigenza del passato. Speriamo.

di Damir Ivic

www.ciroma.org, 24 febbraio 2012
+ All Crews
E dopo il pamphlet sulla dubstep e sulla sua evoluzione, ritorna alla sua forma originaria L’Angolo dei Trattori, la rubrica di approfondimento sponsorizzata dalla SudUnderBeat e a cura del buon China, presente ogni giovedì all’interno di Soca Beat.
Questa settimana vi parliamo di libri, nella fattispecie di  All Crews
di Brian Belle-Fortune, pietra miliare per ogni appassionato di jungle e drum’n’bass, quelle culture considerate tra le più dirompenti degli ultimi decenni.
Considerate appunto da molti all’inizio come “merda accellerata per schizzati”, la storia di questo movimento ha poi voluto che, dagli ambienti underground londinesi, si sviluppasse un fenomeno molto più popolare, capace di allargarsi a macchia d’olio, grazie ad artisti come Goldie, Pendulum e Noisia, gente capace di divulgare il verbo anche oltreconfine.
All Crews, è appunto, come dicevamo, una pietra miliare per chi vuole conoscere a fondo questo tipo di musica. Considerato un cult, è una delle poche pubblicazioni che parla delle origini e dello sviluppo di un movimento che ha saputo unire, in modo magistrale, elementi, influenze e persone che venivano da mondi completamente diversi.
Brian Belle-Fortune, autore del libro, è il personaggio più indicato per raccontare una storia del genere. Autore per Bbc Radio di un’importante trasmissione drum’n’bass, estimatore del genere e responsabile della London Some ‘Ting Records, intreccia il libro in un viaggio fra MC, etichette, radio pirata, crew, restituendoci l’immagine di una scena autentica, arricchita da interviste e racconti di strada.
Il libro, uscito la prima volta nel 1999, e ristampato nel 2004 (con numerosi aggiornamenti) è stato tradotto per la prima volta in Italia nel 2011, da Lorenzo Fe, e pubblicato da Agenzia X (lo trovate qui).
Oltre alle due parti originarie, ovvero All Crew Muss Big Up e The Journey Continues, che approfondiscono, ad uno ad uno, tutti gli aspetti riguardanti il genere, Lorenzo Fe ne aggiunge una terza, “Racconti della scena italiana”. Alcuni dei personaggi più influenti della scena underground italiana, da Ardimann Mc a Leleprox, passando per Mike V e Simone Fabbroni, raccontano la gestazione italiana di questa musica, legata inizialmente alla scena dei centri sociali per poi avere un suo sviluppo ed una ricezione più ampia.
Insomma, lettura consigliatissima e obbligatoria per tutti gli amanti del genere.
If music be the food of love, play on
(William Shakespeare, Twelfth Night)

di Marcello

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53 Responses to Recensione: All Crews

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