Premio Dubito 2016



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PER ABE

Per Abe Dubito
Marco Philopat – maggio 2012

Sai
devo scrivere il mio tempo prima che lui scriva me
una penna
un ago
una saldatrice
un qualsiasi strumento di sutura non basterebbe

Gli orizzonti dello squarcio non si possono cucire
con un filo di memoria
una corda di violino
una fune a cui tutti noi siamo legati

Quel pomeriggio di settembre
il primo incrocio d’occhi
l’immagine che torna spesso
l’inizio di un nuovo film

Oggi ho sognato che giocavamo nell’acqua
e c’era un pesce grande che tu provavi a prendere
ho visto che lo afferravi con le braccia
lo cavalcavi e quello ti buttava giù nel mare
ma non era un mare
forse un fiume
l’angolo di un fiume tra una strada e un ponte

Ti ho visto lottare sulla schiena dell’animale viscido
che ti portava giù
sul fondo delle acque torbide
diventate d’un tratto tumultuose

Prima sparivi sotto
poi riapparivi fuori
in groppa
le branchie come briglie
la corazza di cuoio a scaglie

Riprendevi ossigeno a bocca aperta
e sembravi in difficoltà
ti dicevo di lasciarlo andare
non capivo l’ostinazione

Non vedevo
non mi rendevo conto
nascondevi così bene
i mostri più insidiosi
che stringevano l’abbraccio

Ho sentito un ronzio
c’erano migliaia di insetti acquatici
intorno
dappertutto
mosche scure
libellule nere
mascheravano il tuo volto

Ho lasciato l’acqua per paura
sono salito su un palo in legno
piantato proprio in mezzo a quell’angolo di fiume
mi sono arrampicato per salvarmi
fino a raggiungere la cima

Arrivato all’altezza della strada
gridavo senza voce
gridavo che laggiù c’era un amico
un amico che stava giocando con un pesce grande
ma non era un gioco
non lo era più

Sentivo le scosse delle onde
alla base del legno che mi reggeva
sentivo lo scorrere dei secondi
che dilatati si separavano
tagliando due
nervi corpo e storia

Sai
devo scrivere il mio tempo prima che lui scriva me
Alberto
Andrea Scarabelli – 21-25 maggio 2012

Alberto, mi è appena venuto in mente Piero Ciampi quando canta “l’assenza è un assedio”, forse perché mi sento stretto da una serie di cose che vorrei dirti. Lo faccio, senza ordine logico, tanto so che non è un problema. Parto da un tuo verso che dice “ci volevano fatti e cinici e invece”.
Eravamo entrambi cinici quando ci vedevamo in redazione, abilissimi a smontare un autore con l’ego bisognoso di attenzioni, a raddrizzare congiuntivi e riordinare periodi buttati giù a casaccio, dividendoci un monitor e una tastiera, come agonisti della settimana enigmistica che si fanno forza, deridendo un nemico che in realtà nemico non è. Per tutti e due quello in cui ci stavamo impegnando non era un atto di cinismo; era passione e dedizione. Certo: prendevamo in giro, sghignazzavamo complici, ma era come reggere quegli scudi che si tengono a più mani per attutire un urto unico, scudi che separano da un lato e uniscono dall’altro. (Mi viene in mente un’altra canzone, degli Smiths, e nel testo Morrissey canta più o meno: “è così facile sghignazzare, è così facile odiare, mentre ci vuole coraggio per essere delicati e gentili”.)
E in qualche modo, in quei pomeriggi eravamo anche fatti. Alterati a forza di ricorrere a stratagemmi di sopravvivenza per portare avanti le nostre passioni, dopati dall’adrenalina del multitasking e fiaccati dagli sbalzi d’umore. Ma fatto vuol dire anche eseguito, composto, compiuto, concluso. Ed eravamo anche conclusi dentro questo atteggiamento che ci eravamo calati sul volto come un passamontagna, perché è molto più facile provare a rapinare la vita a viso coperto.

Hai colto nel segno, sottolineando che “ci volevano fatti e cinici”. Quelli non eravamo noi, o meglio non i noi che avremmo voluto essere. Erano stati altri a volerci così. Lo sapevamo perfettamente, ci mandava in bestia. Ma non riuscivamo a farne a meno, pur constatando come fosse una finzione che faceva acqua da tutte le parti.
“Ci volevano fatti e cinici e invece”. È questa consapevolezza l’invece che canti, che destabilizza il senso ancora una volta e lo arricchisce.

In questo mese ho sentito varie volte chiedere il perché del tuo comportamento, anche dalla mia stessa voce. Poi mi ripeto che se vuoi capire quello che succede a te stesso devi prima guardare quello che capita al mondo, e viceversa. E improvvisamente non c’è più niente di oscuro.
Non so se lo sai, ma le tue parole in questi giorni mi stanno portando lontano. Stanno smuovendo intere faglie emotive che si scontrano e si riassestano in modo nuovo. Per prima cosa penso alla poesia, a come l’ho sempre tenuta a distanza, leggendola poco e rifiutandomi categoricamente di scriverla. Adesso ho capito perché: la poesia è incandescente, è pericolosa, è fragile, è violenta, è come una catapulta su cui salire volontari senza sapere dove ci lancerà. La poesia non è andare a capo prima del tempo mischiando quattro figure retoriche (o figurine, come dici tu – e quanto hai ragione), un po’ di ritmo e una certa mancanza di argomenti.
La poesia è vedere un mondo diverso.
Le vite dei poeti, quelli veri – e per me sono davvero pochissimi –, sono esistenze scompensate e spesso devastate da questa enorme capacità. Ho sempre diffidato preventivamente di chiunque mi si sia presentato dicendo di essere poeta, ed è successo fin troppe volte. Forse anche tu la pensavi allo stesso modo, perché non me l’hai mai detto, anche se avresti potuto.
Quando si inizia a intravedere un mondo diverso è impossibile non scorgere chiaramente anche tutte le costrizioni di quello attuale. Quel “loro”, che ci costringe entro schemi già prefigurati anche quando le nostre azioni sembrano finalmente antagoniste. Quel “loro” che è entrato in noi alla nascita e ci mette in guerra contro noi stessi (mi viene in mente anche il verso di Franco Fortini: “Tra quelli dei nemici scrivi anche il tuo nome”).
Ed è qui che la poesia fa il grande salto, staccandosi da questo suolo e dalle nostre stesse intenzioni, disarmando con naturalezza la violenza dello stato attuale delle cose. Il problema, è che spesso lo fa lasciandoci indietro. Se la poesia non è più contro perché già oltre, facilmente noi restiamo fermi a combattere, impantanandoci sempre di più perché a forza di rifiutare qualcosa ne veniamo fatalmente contaminati. Non siamo più in grado di accettarlo: ormai abbiamo intravisto un’altra possibilità.

Detto questo, anche se ho paura ad abbracciare la tua poesia, c’è poco da fare perché mi ha già dato un fortissimo spintone, sbilanciandomi. E qui è già tutto un po’ diverso. Non c’è che da continuare a camminare, come del resto stai facendo anche tu. Vedo i tuoi passi in così tante persone, e conosco solo una parte così infinitesimale di tutte quelle che adesso si muovono con la tua musica!
Giustamente mi fai notare che in realtà l’assenza è solo un inganno. Ti cito ancora: “dici che ci siamo persi, ma siamo solo in fondo a qualche tasca”.
D’accordo. Allora facciamo che ti vengo a trovare abbastanza spesso, diciamo una volta ogni tre quattro giorni, più o meno la frequenza con cui passavi in redazione. Sufficiente per offrire un sostegno solido e affidabile, abbastanza occasionale da preservare la tua indipendenza, la stessa di cui anch’io ho sempre avuto bisogno come ossigeno, anche a costo di apparire a volte duro e scontroso. Un’indipendenza che, credo, nessuno dei due voleva individualistica o isolante, ma un filo conduttore tra entità separate e connesse allo stesso tempo. E per coltivarla, il cinismo e il sarcasmo lo possiamo finalmente lasciare a terra, come corazze ormai inutili. E tutte le debolezze saranno debellate nel momento in cui le mostreremo, ridendoci sopra. Quando ridi, cazzo, ti cito di nuovo, fallo per per davvero!
Ti saluto con la poesia di Fortini di cui ti parlavo prima, vale la pena di rileggerla, e chissà che non ce l’avessi in mente anche tu quando hai messo sulla pagina la tua rima che è dichiarazione programmatica: “scrivo una tempesta / affinché gli cada il cielo in testa”.

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

(F. Fortini, Traducendo Brecht, in Una volta per sempre, Einaudi 1978)

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